










































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Riassunto del saggio Decolonizzare il patrimonio, l'Europa, l'Italia e un passato che non passa, edizione Castelvecchi 2021 di Maria Pia Guermandi assegnato per l'esame di antropologia dei patrimoni culturali. Non sono presenti i riassunti dei capitoli assegnati di sola lettura (introduzione, capitolo 1, capitolo 2 e capitolo 6) ma si prega di controllare la bibliografia di riferimento per evitare errori.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 50
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!











































Capitolo 3 - Il patrimonio del colonialismo Il colonialismo moderno, a partire dal XIX secolo, si distinse per la "missione civilizzatrice", un'ideologia che legittimava l'assoggettamento politico e culturale delle popolazioni extraeuropee. Questa missione, basata sulla presunta superiorità della cultura europea, attribuiva alle nazioni europee il diritto-dovere di "civilizzare" i popoli considerati arretrati. Le conquiste spagnole e portoghesi, ad esempio, si giustificarono con la necessità di diffondere il cristianesimo alle popolazioni "selvagge" del Nuovo Mondo, offrendo loro la possibilità della salvezza eterna, dono evidentemente considerato bastevole a giustificare quello che Tzvetan Todorov definirà come il più grande genocidio della storia dell'umanità. Dal punto di vista "etico", le conquiste spagnole e portoghesi trovarono, come noto, legittimazione, da parte dei conquistatori europei, nella necessità di diffondere il messaggio cristiano alle popolazioni "selvagge" del Nuovo mondo, offrendo loro, in questo modo, la possibilità della salvezza eterna, dono evidentemente considerato bastevole a giustificare quello che Izvetan Io-dorov definirà come il più grande genocidio della storia dell'umanità. In questa visione, la cultura divenne uno strumento strategico per la costruzione e la gestione degli imperi coloniali. Il dominio coloniale non si esercitò solo come possesso militare e politico, sfruttamento delle risorse e degli uomini delle colonie, ma ha implicato, più profondamente e più durevolmente, un assoggettamento culturale funzionale al perseguimento di tale dominio. Il patrimonio culturale assunse un duplice ruolo: testimonianza della superiorità dell'uomo bianco, in quanto erede delle grandi civiltà del passato e, per quanto riguarda il patrimonio culturale delle popolazioni colonizzate, come forma di conoscenza ai fini di una più efficace gestione del potere coloniale. Inoltre, continuò ad essere utilizzato come strumento di potere simbolico nella competizione tra le potenze europee. Il saccheggio sistematico del patrimonio delle popolazioni conquistate, tra cui manufatti preziosi, statue, ceramiche, tessuti, monete e reperti naturalistici, andò ad arricchire i tesori delle case reali e le collezioni di studiosi e amatori europei, che fin dal Rinascimento andavano costituendo le prime raccolte e collezioni archeologiche ed etnografiche. Anche in questa prima fase, sistematico fu il saccheggio del patrimonio delle popolazioni conquistate: manufatti preziosi, statue, ceramiche, tessuti, monete e reperti naturalistici andarono ad arricchire i tesori delle case reali' o le collezioni di studiosi e di amatori che fin dal Rinascimento andavano costituendo le prime raccolte e collezioni archeologiche ed etnografiche; agli oggetti si aggiunsero da subito "esemplari" degli stessi indigeni, reperti viventi che inaugurarono una pratica che si prolungherà fino ai primi decenni del secolo scorso'. Ma lo stesso concetto di patrimonio culturale, come abbiamo ricordato nel capitolo precedente, "inventato" dal Rinascimento italiano, troverà piena espressione solo dalla fine del XVIII secolo, assumendo un ruolo di rilievo soprattutto a partire dalla Francia rivoluzionaria. Agli oggetti si aggiunsero "esemplari" degli stessi indigeni, "reperti viventi" che inaugurarono una pratica prolungata fino ai primi decenni del secolo scorso. Questi "indigeni esibiti" divennero attrazioni nei giardini zoologici e nelle esposizioni universali, perpetuando una visione distorta e degradante delle culture non occidentali. Anche se il pensiero liberale di matrice illuminista che aveva originato, fra l'altro, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, appariva in aperto contrasto con le conquiste e le pratiche coloniali, una nuova fase di espansione fu avviata a partire dai primi decenni del XIX secolo: nel 1802 fu Napoleone, l'erede politico della Rivoluzione francese, a introdurre lo schiavismo nella colonia francese di Haiti per meglio sfruttarne le piantagioni dando avvio, almeno simbolicamente, alla fase imperialista del colonialismo. In un secolo, fra il 1815 e il 1914, i territori coloniali di controllo diretto dei Paesi europei si ampliarono fino a raggiungere l'85% della superficie terrestre, senza considerare quei territori in cui si esercitò il così detto "colonialismo informale". Il principale argomento per risolvere la contraddizione fra pratiche coloniali e imperialiste e quei principi di universalismo e uguaglianza dei diritti dell'uomo che l'Illuminismo aveva diffuso sul piano ideologico fu quello della "missione civilizzatrice". Molto spesso furono gli stessi intellettuali, filosofi e politici europei fautori dei valori universalistici di libertà e uguaglianza ad affermare il diritto-dovere, da parte delle nazioni europee, di imporre almeno temporanei periodi di assoggettamento politico o comunque "tutela" alle
popolazioni extraeuropee non civilizzate, in modo da favorire lo sviluppo e il raggiungimento progresso paragonabile a quello delle società occidentali o comunque tale da permettere l'introduzione delle istituzioni liberali'. In questa missione civilizzatrice, «the white man's burden», la cultura verrà ad assumere il ruolo strategico nella costruzione e gestione degli imperi coloniali. In questo contesto, l'archeologia e l'antropologia emersero come discipline chiave. L'archeologia era divenuta disciplina cruciale fin dalla prima metà dell'Ottocento al servizio del processo di nation building®, nel momento in cui, cioè, si andranno a ricostruire i perimetri storici ed etnici entro i quali consolidare le diverse nazioni europee. L'archeologia contribuì alla costruzione delle identità nazionali europee, fornendo "prove scientifiche" dei miti delle origini e consolidando l'idea di una discendenza diretta dalle grandi civiltà classiche. In patria, dunque, il patrimonio culturale diventerà uno degli elementi portanti delle costruzioni identitarie a finalità nazionalista assieme al territorio, alla lingua, a una storia comune, il più possibile antica. E alla costruzione dei miti delle origini l'archeologia, appunto, si incaricherà di fornire le prove "scientifiche". Prove che troveranno strumento di espressione privilegiato nel museo, luogo per eccellenza, in quegli anni di enorme successo museografico in Occidente, per l'esercizio dell'educazione e dell'orgoglio civico e nazionale". Nella costruzione dell'ideologia nazionalista l'archeologia diventerà quindi funzionale a quella conquista del passato che sarà l'antefatto ideologico dell'espansione coloniale nella sua fase ottocentesca. L'antropologia ottocentesca di matrice evoluzionista sarà invece chiamata a dimostrare la differenza evolutiva che poneva in cima alla scala gerarchica l'uomo bianco occidentale, giustificandone il ruolo di civilizzatore. A indicare il percorso, nel 1865, sarà pubblicato uno dei testi più influenti del secolo in questo ambito, Preistoric Times, as Illustrated by Ancient Remains and the Manners and Customs... of Modern Savages, nel quale l'autore, Sir John Lubbock, banchiere, politico e scienziato inglese, grande amico di Darwin, teorizzò che lo studio dei popoli moderni non civilizzati - definiti modern savages - potesse essere utilizzato per la risoluzione dei problemi della nascente scienza preistorica: Al fondo della scala evolutiva, le popolazioni "selvagge" e "barbare" dei Paesi extraeuropei saranno così equiparate a quelle preistoriche in un cortocircuito spazio-temporale che portò all'assimilazione dei popoli extraeuropei con le popolazioni pre-protostoriche sulle quali la disciplina archeologica veniva contemporaneamente a costruire un impianto tassonomico sistematico. Etnografia e preistoria si troveranno pertanto chiamate a uno stesso compito ideologico, quello di dimostrare "scientificamente" l'inferiorità delle popolazioni extraeuropee. Nella legittimazione di una superiorità europea, l'antropologia ottocentesca di matrice evoluzionista sarà invece chiamata a dimostrare la differenza evolutiva che poneva in cima alla scala gerarchica l'uomo bianco occidentale, giustificando il ruolo di civilizzatore. In patria, il patrimonio culturale divenne elemento portante delle costruzioni identitarie nazionaliste, attraverso musei e narrazioni storiche. L'antropologia evoluzionista, d'altro canto, fu chiamata a dimostrare la differenza evolutiva tra l'uomo bianco occidentale e le popolazioni extraeuropee, giustificando il ruolo di "civilizzatore" del primo. Le popolazioni "selvagge" dei paesi extraeuropei furono equiparate a quelle preistoriche, legittimando "scientificamente" la loro inferiorità. L'esperienza coloniale fu la palestra decisiva per la canonizzazione delle due discipline, che fornirono alle potenze occidentali dapprima le basi ideologico-simboliche su cui implementare i propri progetti coloniale, in seguito, gli strumenti di conoscenza utili a gestirli e mantenerli efficacemente nel tempo. Allo stesso tempo sperimentando e acquisendo sul campo, nei territori coloniali, quei metodi e quei dati attraverso i quali consolidare il proprio statuto disciplinare. La competizione tra le potenze europee si estese anche alla ricerca archeologica, con l'obiettivo di controllare i resti della civiltà greco-romana, considerata la radice comune della civiltà occidentale. Questo "colonialismo informale" mirava all'acquisizione e al controllo del patrimonio archeologico in aree come la Grecia e l'Impero Ottomano, almeno fino alla Prima Guerra Mondiale, legittimando il ruolo delle potenze europee come eredi di queste antiche civiltà. Il controllo sul patrimonio archeologico diventerà premessa delle conquiste coloniali, anche se esercitato su Paesi in gran parte non sottoposti a dominio diretto da parte dei Paesi europei, come nel caso della Grecia' e dei territori dell'Impero ottomano almeno fino alla Prima Guerra Mondiale: proprio per questo si è parlato, in tali casi, di "colonialismo informale". La spedizione di Napoleone in Egitto del 1798 fu un esempio di missione scientifica con obiettivi di supremazia culturale. Questo colonialismo
nei Paesi mediterranei. La ricerca archeologica sul campo fu di fatto l'ultimo tassello della costruzione ideologica che, già dalla fine del XVIII secolo, tendeva a legittimare gli obiettivi nazionali e imperiali con la pretesa di un'eredità diretta dei vari Paesi europei dalle grandi civiltà classiche, a partire da quella greco-romana. Non per caso, del resto, già dagli inizi del Settecento, il Grand Tour, tappa cruciale del percorso formativo delle élite europee, comprendeva la visita dei siti archeologici più famosi in Italia e nel Vicino Oriente' Nel giro di qualche decennio, le potenze europee si contesero dunque i principali siti della civiltà greco-romana e poi assiro-babilonese, per consolidare in questo modo un capitale simbolico spendibile sul piano della competizione che si stava allora scatenando per 1l possesso delle risorse e dei territori extraeuropei. Il primo episodio di questa rincorsa al controllo del patrimonio archeologico del passato fu senz'altro la spedizione di Napoleone in Egitto del 1798, concepita già in partenza anche come missione scientifica, in cui i militari furono accompagnati da oltre centosessanta studiosi e ricercatori, impresa destinata a porre le basi per una duratura supremazia francese negli studi egittologici, Così, mentre col procedere degli anni gli orizzonti di conquista delle potenze occidentali si ampliarono sempre più, l'archeologia si incaricò di una lettura che, incurante di forzature e mistificazioni, fosse in grado di interpretare le rovine di territori sempre più vasti come tappe della stessa lineare storia di civilizzazione che dall'Oriente aveva trovato un punto di arrivo nei Paesi dell'Europa occidentale e che, a distanza di qualche millennio, le potenze europee, invertendo il percorso, si incaricavano di riportare nei territori colonizzati, in una visione teleologica che l'archeologia fu chiamata a consolidare attraverso un immaginario di grande impatto, affidato, come fu, alla spettacolarità monumentale dei siti scavati, restaurati e saccheggiati in alcuni decenni di attività frenetica. L'impatto del turismo di massa sui siti archeologici è un tema complesso e controverso. Da un lato, il turismo può generare benefici economici significativi per le comunità locali, creando posti di lavoro e stimolando la crescita economica. Dall'altro, un afflusso eccessivo di turisti può causare danni ambientali e culturali irreversibili. In molti siti archeologici, le infrastrutture turistiche sono inadeguate a gestire un numero elevato di visitatori, causando problemi di congestione, inquinamento e degrado del paesaggio. Inoltre, il turismo di massa può portare a una commercializzazione eccessiva della cultura, con la perdita di autenticità e la trasformazione dei siti archeologici in semplici attrazioni turistiche. La chiave per un turismo sostenibile è trovare un equilibrio tra la conservazione del patrimonio culturale e lo sfruttamento economico del turismo. Questo richiede una pianificazione accurata, una gestione responsabile dei siti archeologici e un coinvolgimento attivo delle comunità locali nella presa di decisioni. È necessario promuovere un turismo di qualità, che valorizzi la diversità culturale e rispetti l'ambiente, piuttosto che un turismo di massa che privilegia solo il profitto. Solo in questo modo sarà possibile garantire che il patrimonio culturale sia preservato per le generazioni future e che il turismo contribuisca allo sviluppo sostenibile delle comunità locali.
Scramble for Africa La "Scramble for Africa" (in italiano, "Corsa all'Africa") è il termine utilizzato per descrivere la rapida spartizione del continente africano tra le potenze europee nel periodo compreso tra il 1880 e l'inizio della Prima Guerra Mondiale (1914), diverse motivazioni spinsero le potenze europee a contendersi l'Africa, tra cui fattori economici come la ricerca di materie prime (minerali, gomma, ecc.) e nuovi mercati per i prodotti industriali, fattori politici come la competizione tra le potenze europee per l'egemonia e il prestigio internazionale, e fattori sociali come la diffusione di ideologie razziste e del "fardello dell'uomo bianco", che giustificano la dominazione europea come missione civilizzatrice. La spartizione avvenne attraverso trattati, accordi diplomatici e, in alcuni casi, conflitti armati tra le potenze europee, e la Conferenza di Berlino del 1884-1885 stabilì le regole per la spartizione dell'Africa, sancendo il principio dell'occupazione effettiva come criterio per il riconoscimento del possesso coloniale. La "Scramble for Africa" ebbe conseguenze devastanti per il continente africano, tra cui lo sconvolgimento delle strutture politiche e sociali esistenti, con la creazione di confini artificiali che non tenevano conto delle divisioni etniche e culturali, causando
conflitti e instabilità, lo sfruttamento economico, con la depredazione delle risorse naturali e l'imposizione di un sistema economico basato sulla monocoltura e sull'esportazione di materie prime a basso costo, la repressione e le violenze, con la sottomissione delle popolazioni africane attraverso l'uso della forza e la repressione delle resistenze, e l'imposizione di modelli culturali europei, con la soppressione delle culture locali e l'imposizione di lingue, sistemi educativi e valori europei. In sintesi, la "Scramble for Africa" fu un periodo di intensa competizione tra le potenze europee per il controllo del continente africano, con conseguenze durature e negative per le popolazioni e lo sviluppo dell'Africa; anche se il termine specifico non compare nel testo fornito, l'argomento generale del colonialismo europeo nel XIX secolo e la competizione tra le potenze per il controllo delle risorse e dei territori si riferiscono indirettamente a questo contesto storico.
Capitolo 4 - Avventura coloniale italiana Nonostante alcune specificità legate soprattutto al ritardo temporale rispetto alle altre potenze coloniali, il colonialismo italiano si inserisce pienamente nelle stesse logiche ideologiche che hanno guidato gli altri Paesi europei. Le aspirazioni coloniali dell’Italia emersero già nei primi anni dopo la nascita del Regno, in un contesto in cui il processo di unificazione nazionale era ancora incompleto sul piano sociale. Questo conferma l’idea che il colonialismo sia stato una conseguenza quasi inevitabile dei processi di costruzione nazionale (nation-building) in Europa. Come negli altri contesti coloniali, anche in Italia le missioni archeologiche — spesso precedute da ricognizioni del territorio — svolsero un ruolo centrale fin dalle prime fasi dell’espansione. L’archeologia, infatti, fu uno degli strumenti culturali principali utilizzati per sostenere e legittimare l’occupazione coloniale: da un lato forniva una giustificazione ideologica iniziale, dall’altro alimentava la propaganda che accompagnò tutto il progetto coloniale italiano. L’Italia si affacciò alla competizione coloniale con notevole ritardo rispetto alle altre potenze europee, spinta soprattutto da un desiderio di riscatto politico e prestigio internazionale. Nei decenni finali dell’Ottocento, attraverso una politica estera spesso incerta e velleitaria, cercò di colmare questo ritardo lanciandosi nella corsa all’espansione, in cerca di territori da sfruttare. Per uno Stato giovane e povero, da cui partivano migliaia di emigranti spesso considerati inferiori nei Paesi d’arrivo, il colonialismo rappresentava anche un tentativo di affermare la propria dignità sulla scena globale. Durante il governo di Crispi, l’Italia rivolse le sue mire all’Africa Orientale, area diventata strategica dopo l’apertura del Canale di Suez, e si inserì nello scramble for Africa avviato con la Conferenza di Berlino. Dopo una pausa, le ambizioni coloniali ripresero vigore in epoca giolittiana e raggiunsero il massimo livello di espansione e aggressività sotto il regime fascista. Nel corso di pochi decenni, il dominio italiano arrivò a includere (non sempre contemporaneamente) vari territori: le isole del Dodecaneso, la Libia con Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia Italiana (poi unificate nell’Africa Orientale Italiana), l’Albania, una concessione nel porto cinese di Tientsin (Tianjin), una zona costiera in Anatolia (Adalia) e, più tardi, anche aree della Grecia e della Slovenia, sebbene per periodi più brevi. L'archeologia coloniale italiana Tra le varie esperienze coloniali italiane, quella libica — durata dal 1911 al 1943 — è probabilmente la più significativa per comprendere il legame tra patrimonio culturale e colonialismo. Sebbene l’archeologia avesse già avuto, fin dalla fine dell’Ottocento, un ruolo politico e strategico in altri contesti, in Libia il patrimonio archeologico assunse in modo continuativo e pervasivo la funzione di instrumentum imperii , cioè di strumento al servizio dell’impero coloniale. Questo impiego sistematico della romanità a fini propagandistici fece della Libia un caso esemplare. Dopo che la Francia aveva bloccato le ambizioni italiane in Tunisia con l’istituzione del protettorato nel 1881, l’Italia giolittiana si rivolse verso le regioni della Tripolitania e della Cirenaica, territori nominalmente controllati da un Impero ottomano ormai in declino. Nel 1912, durante la guerra, anche il Dodecaneso fu coinvolto e, con il trattato di Ouchy, venne temporaneamente assegnato all’Italia. Già prima del conflitto, l’opinione pubblica e la classe dirigente italiana furono investite da una forte retorica sul “ritorno” nelle terre appartenute all’antico Impero romano. Questa narrazione, che affermava una speciale legittimità italiana sul territorio africano in virtù dell’eredità imperiale
metodi estremamente violenti: bombardamenti aerei, deportazioni forzate e internamenti in campi di concentramento che coinvolsero decine di migliaia di nomadi. Questo nuovo assetto permise l’avvio di attività civili più strutturate, tra cui anche le campagne archeologiche, che conobbero un nuovo impulso.
La Guida Touring del 1929 descrive chiaramente l'obiettivo del regime: non bastava aver conquistato militarmente la colonia, bisognava “conquistare le anime” e legare gli interessi delle popolazioni indigene all’occupazione italiana. Il linguaggio adottato veicolava l’idea che gli italiani non fossero oppressori, ma portatori di civiltà e progresso, in linea con la retorica dell’“italiani brava gente” — una narrazione propagandistica che cercava di distinguere l’Italia dalle altre potenze coloniali, come Francia e Inghilterra, presentando il colonialismo italiano come più umano e giusto. Anche in questa fase, la romanità continuava a svolgere un ruolo centrale nella costruzione dell’identità coloniale. Fin dalla guerra italo-turca, i resti delle antiche città, come Cirene, erano stati usati per legittimare l’occupazione, ma negli anni del fascismo questo meccanismo si intensificò: il patrimonio archeologico delle città costiere libiche divenne parte integrante dell’immaginario imperiale e della propaganda, in perfetta sintonia con quanto stava accadendo anche in Italia. Un aspetto particolarmente significativo di questa strumentalizzazione fu l’atteggiamento di Mussolini, che passò rapidamente da una posizione futurista di disprezzo verso le rovine del passato — definite “sassi e calcinacci, venerabili soltanto nella muffa e per gli imbecilli” — a un uso spregiudicato della romanità come fondamento del suo potere. Mussolini volle incarnare l’erede di Augusto, e il fascismo fu narrato come la rinascita dell’Impero romano. In questa chiave si inseriscono anche le grandi trasformazioni urbanistiche della capitale: Roma fu letteralmente “sventrata” per esaltare i monumenti antichi e trasformare la città in un enorme palcoscenico ideologico. I resti archeologici furono così messi in scena come scenografie al servizio del regime, come accadde con la costruzione della via dell’Impero (1932-1933), realizzata per collegare Piazza Venezia al Colosseo. L’opera fu completata a scapito di interi quartieri medievali e rinascimentali, demoliti senza riguardo, e causò la distruzione di ingenti quantità di reperti, oltre allo sfollamento forzato di migliaia di persone, costrette a trasferirsi nelle borgate periferiche. Sulle coste meridionali del Mediterraneo, che il regime fascista tornava a chiamare mare nostrum , le città antiche e i loro monumenti furono trasformati in simboli visivi e ideologici della ritrovata grandezza di Roma. L’archeologia divenne così uno strumento centrale della propaganda coloniale e a questo scopo si adattarono rapidamente — spesso con entusiasmo — molti archeologi dell’epoca, accettando e talvolta promuovendo un uso ideologico del passato che portò anche a gravi forzature sul piano scientifico. Negli anni Venti si erano già ripresi gli scavi a Cirene e Leptis Magna; in seguito furono riavviate anche le attività a Sabratha e, nel 1937, a Tolemaide. Tutte queste iniziative erano sostenute finanziariamente dai governatori fascisti, in particolare da Italo Balbo, che governò la Libia dal 1935 al 1940. Tuttavia, l’urgenza imposta dalla propaganda politica comprometteva la qualità del lavoro archeologico: gli scavi venivano condotti in fretta, senza adottare metodi stratigrafici già noti, come quelli introdotti da Giacomo Boni a Roma. La documentazione era ridotta al minimo, i rapporti di scavo scarsi, e le pubblicazioni scientifiche lente o inesistenti. Oltre a ciò, l’inquadramento storico dei siti veniva manipolato: si eliminavano quasi del tutto le tracce bizantine, arabe e puniche, concentrandosi esclusivamente sul periodo romano o, al massimo, ellenistico. L’attenzione era rivolta soprattutto agli edifici monumentali — teatri, archi, basiliche, terme — e alle statue, scelte per il loro potenziale visivo. L’obiettivo era mostrare l’antica grandezza di Roma nei territori coloniali, e per questo le operazioni di restauro e ricostruzione (anastilosi) venivano avviate immediatamente dopo gli scavi, senza studi adeguati, causando spesso errori nel ricollocamento dei reperti. La propaganda fascista sfruttò intensamente le immagini dei monumenti restaurati e delle statue ritrovate. Tra queste, un ruolo centrale fu attribuito alla Venere di Cirene , una statua acefala, copia romana del II secolo d.C., emersa nel 1913 non durante scavi, ma a causa di uno smottamento del terreno. Benché fosse già in vigore un divieto di esportazione del patrimonio archeologico libico (dal 1912), la statua fu trasferita a Roma l’anno successivo, diventando il simbolo del legame tra Italia e la nuova colonia, giustificato dal presunto comune passato romano. Durante il fascismo, la Venere di Cirene fu elevata a vera e propria icona coloniale: riprodotta ovunque — su riviste, cartoline, francobolli, esposizioni e fiere — venne utilizzata per comunicare
un’idea di superiorità razziale. La bianchezza del marmo contrastava volutamente con la pelle degli abitanti libici, alimentando una narrazione razzista che intendeva legittimare la dominazione italiana. Insieme alla Venere, anche i principali monumenti — l’arco tetrapilo e la basilica di Leptis, il teatro di Sabratha — furono ampiamente fotografati, pubblicizzati e ripresi nei cinegiornali dell’Istituto Luce. Così, la monumentalità classica delle città nordafricane divenne parte della scenografia dell’impero coloniale fascista, costruita per alimentare l’immaginario dell’Italia come erede dell’antica Roma. Le grandi città monumentali della costa libica — come Cirene, Leptis e Sabratha — divennero una sorta di vetrina internazionale per il regime fascista. Attraverso di esse, l’Italia cercava di mostrare alle altre potenze europee la legittimità e il valore delle proprie conquiste coloniali. Un esempio emblematico fu il Convegno di Archeologia Romana tenutosi a Tripoli nel maggio del 1925, che vide la partecipazione di studiosi provenienti da tutta Europa e dagli Stati Uniti: un evento chiaramente orchestrato per ribadire la centralità della presenza italiana nel Mediterraneo. Ma questi risultati, costruiti attorno alla monumentalità e alla romanità dei siti archeologici, non servirono solo a fini diplomatici e internazionali: vennero sfruttati anche nella propaganda interna, per mantenere il consenso popolare. I successi nel campo dell’archeologia venivano infatti utilizzati per giustificare gli elevati costi economici della presenza italiana in Libia, che durò per tutti gli anni dell’occupazione. In questo modo si tentava anche di nascondere gli insuccessi delle politiche di colonizzazione agricola, che avevano fallito nel trasformare la Libia in una terra fertile per l’insediamento dei coloni italiani.
Turismo archeologico Il regime fascista utilizzò intensamente i siti archeologici come strumenti per il marketing turistico, benché la reale economia del turismo di massa fosse ancora lontana. Già nella fase iniziale dell'occupazione della Libia, il Touring Club Italiano aveva organizzato viaggi, ma fu negli anni Trenta che il circuito turistico subì un impulso maggiore, in parte per cercare di dare un ritorno economico all’impegno coloniale. Tuttavia, l'obiettivo principale di questo turismo non fu tanto il profitto immediato, quanto la sua funzione propagandistica. Il regime utilizzò riviste popolari come Le Vie d'Italia , L'Illustrazione Italiana , L'Azione Coloniale e la rivista Libia (nata nel 1937), oltre ai cinegiornali dell’Istituto Luce, per diffondere immagini dei monumenti e delle statue di Cirene, Leptis e Sabratha. Questi luoghi divennero simboli della grandezza della conquista italiana e della sua giustificazione storica. La propaganda, attraverso questi mezzi, puntava a far passare l'occupazione come una sorta di ritorno alla romanità, una "inevitabilità storica" che si materializzava nei monumenti. Dalla metà degli anni Trenta, con il miglioramento delle infrastrutture, tra cui la costruzione della strada Balbia, che collegava il confine tunisino a quello egiziano, i flussi turistici aumentarono. I visitatori non solo esploravano i siti archeologici, ma anche i villaggi e le infrastrutture costruite dal regime. Questi itinerari turistici non erano solo un’occasione per ammirare i resti dell’antica Roma, ma servivano a presentare la Libia come una terra modernizzata dalla colonizzazione fascista, facendo apparire il paese come civilizzato. Nel contesto recente, alcuni studiosi hanno suggerito che l’avventura coloniale italiana in Libia abbia rappresentato una sorta di transizione verso un turismo culturale , analizzando i meccanismi che trasformano l’occupazione coloniale in un’esperienza di fruizione culturale. In sostanza, i turisti italiani, visitando i luoghi del passato romano in Libia, non facevano che costruire una realtà coloniale che prima era solo immaginata, contribuendo a legittimare l'occupazione in modo estetico e ideologico. Nel contesto del turismo coloniale, il regime fascista non solo promuoveva l'ideale di una "romanità" rievocata attraverso i monumenti, ma anche l'immagine di una Libia come un luogo esotico, attraverso la rappresentazione delle tradizioni indigene. Le visite ai villaggi nomadi e la partecipazione a spettacoli folkloristici, come le "fantasie arabe", facevano parte di una costruzione culturale finalizzata a mantenere l'alterità delle popolazioni locali. Questo incontro superficiale con l’altro non aveva lo scopo di stimolare una comprensione reale, ma piuttosto di confermare la supremazia della cultura italiana rispetto a quella "inferiore" degli indigeni, presentando una "civilizzazione" pacifica e rassicurante da parte del regime. Inoltre, nonostante l’obiettivo propagandistico di sviluppare il turismo, i flussi turistici rimasero modesti. Tuttavia, la propaganda, diffusa attraverso numerosi media e riviste, riuscì a influenzare l'immaginario collettivo degli italiani. La Guida Touring del 1929, per esempio, descriveva la Tripolitania come una terra che ancora conservava un "Oriente genuino", esaltando le tradizioni locali e le bellezze naturali, ma allo stesso tempo enfatizzava la supremazia della cultura romana, con le rovine di Leptis Magna e Sabratha
battaglia per la purezza della razza romana e per evitare che si mescolasse con altre razze. Con questa retorica, il fascismo cercò di legittimare le sue politiche di colonizzazione, presentando la civiltà romana come un modello di "razzismo" e di esclusione, giustificando la dominazione su popoli considerati inferiori. Questo approccio, quindi, non solo rafforzava il colonialismo attraverso l'uso ideologico del patrimonio, ma legava strettamente la narrativa storica alla giustificazione del razzismo e della superiorità della cultura europea. Il periodo che precede il Manifesto della razza e le leggi razziali del 1938 è segnato dall’intensificazione della propaganda fascista, che utilizzava il patrimonio archeologico e culturale come strumento di legittimazione ideologica. In particolare, la rivista La Difesa della Razza, lanciata nel 1938, divenne uno degli strumenti principali di questa propaganda razzista. Il fotomontaggio sulla copertina del primo numero esemplificava in modo chiaro e crudele la rappresentazione della "razza ariana" come pura, associandola alla figura del Doriforo di Policleto, un simbolo dell'arte greca classica. La sovrapposizione di una testa con caratteristiche semitiche e quella di una donna africana aveva lo scopo di rafforzare la contrapposizione tra l’"idealizzazione" della razza ariana e quella delle altre razze, considerate inferiori. Il patrimonio archeologico romano, così come quello della cultura classica, fu utilizzato fin dall’inizio come "materiale da costruzione" ideologico per il regime fascista, contribuendo a costruire un'immagine di superiorità razziale legata alla "romanità". Questo uso del patrimonio non era solo simbolico, ma si rifletteva anche nelle politiche reali, come nel trattamento delle culture indigene delle colonie. Nel contesto delle colonie italiane, il regime manifestò un interesse ambivalente per il patrimonio culturale locale, che oscillava tra una funzionalità "orientalista" e una rivalutazione opportunistica. La "rivalutazione" dell'Islam, per esempio, fu parte della strategia di Mussolini per costruire alleanze nel mondo arabo contro le potenze franco-inglesi, mentre il patrimonio non classico, autoctono, veniva sfruttato in chiave esotica, utile alla costruzione di un’immagine di alterità che supportava il progetto di dominio coloniale italiano. Nel trattamento delle architetture locali, tuttavia, non si risparmiarono interventi spesso distruttivi. Un esempio emblematico di questo approccio è il caso del Castello Rosso di Tripoli, un monumento di grande rilevanza storica, che subì una "ristrutturazione" nel 1922-1923 da parte dell'architetto Armando Brasini. In quel periodo, Brasini e altri architetti di regime intrapresero restauri che non rispettavano i principi fondamentali della conservazione, ma che inserivano elementi "italianizzanti" che andavano contro la storia e l’autenticità del monumento. Questo tipo di intervento, un pastiche stilistico, rappresenta un chiaro esempio di come il patrimonio fosse strumentalizzato, non solo per favorire l’ideologia razzista ma anche per adattarlo alle esigenze estetiche e politiche del regime fascista. Il trattamento delle architetture locali, quindi, non solo contribuiva alla creazione di un’immagine di dominio coloniale, ma rifletteva anche un disprezzo per la storia e l'autenticità dei luoghi, subordinando il patrimonio culturale autoctono agli interessi del fascismo. Dopo la Guerra d'Etiopia del 1935-1936, il regime fascista si impegnò a consolidare la sua immagine di potenza coloniale, soprattutto attraverso l'integrazione di Etiopia, Eritrea e Somalia nella cosiddetta Africa Orientale Italiana (AOI). Sebbene i combattimenti fossero formalmente finiti con la vittoria italiana e l'arrivo delle truppe inglesi nel gennaio del 1941, il regime non cessò mai la brutalità della sua occupazione. Le forze fasciste, in particolare durante il conflitto e nel periodo immediatamente successivo, esercitarono un controllo feroce, con massacri indiscriminati, l'uso di gas tossici, e il ricorso al lavoro forzato. Uno degli aspetti più rilevanti della colonizzazione fascista fu il saccheggio del patrimonio culturale delle terre occupate. La "superiorità razziale" veniva marcatamente evidenziata dalla contrapposizione cromatica tra i colonizzatori bianchi e la popolazione locale nera. I beni culturali furono depredati e trasportati in Italia, dove venivano incorporati nelle collezioni pubbliche e private. Un esempio significativo di questa pratica fu il furto della statua del leone di Giuda, simbolo della monarchia abissina. Dopo la fine della guerra, questa statua, un dono francese al negus nel 1929, venne portata a Roma nel 1937 e collocata sotto il monumento che commemora i caduti italiani nella battaglia di Dogali. Questo episodio segna un momento emblematico del saccheggio sistematico del patrimonio culturale durante la dominazione italiana. Dal punto di vista archeologico, il regime fascista, consapevole della valenza simbolica e ideologica del patrimonio culturale, utilizzò anche le ricerche archeologiche come strumento di propaganda. L'Italia cominciò ad interessarsi ai siti storici etiope già prima della guerra, con le prime esplorazioni archeologiche italiane che risalivano al 1905, quando gli archeologi italiani iniziarono a scavare ad Adulis, il porto
principale del Regno di Axum, un'antica potenza africana. Tuttavia, furono soprattutto dopo l'occupazione che il regime intraprese missioni archeologiche sotto la direzione di Ugo Monneret de Villard, un orientalista di fama, per esplorare e studiare importanti siti culturali come Axum e le chiese rupestri di Roha. Axum, capitale del Regno che tra il IV e il VI secolo d.C. estese la sua influenza sulle due sponde del Mar Rosso, rappresentava il cuore del patrimonio culturale etiope, non solo sul piano monumentale, ma anche simbolico e spirituale. Le stele di Axum, monoliti granitici alti fino a trentaquattro metri, erano simboli dei rituali funerari e della grandezza di questo regno. L'occupazione fascista e le campagne archeologiche intendevano non solo riscoprire ma anche reinterpretare questi monumenti, spesso ignorando o alterando il loro significato originale, con il fine di legittimare la presenza coloniale e l'ideologia del regime. La connessione tra l'archeologia e il colonialismo fascista è un esempio di come il patrimonio culturale venga utilizzato per supportare un progetto politico. In questo caso, le ricerche archeologiche e il saccheggio del patrimonio etiope furono strumenti di legittimazione del dominio italiano sull’Africa Orientale, contribuendo a creare un'immagine distorta della "superiorità" della cultura occidentale e della romanità. Nel 1936, pochi mesi dopo la fine della Guerra d'Etiopia, il regime fascista decise di trasferire una delle stele di Axum a Roma come simbolo della vittoria e omaggio a Mussolini. Inizialmente, si pensò di portare la stele più alta, ma problemi tecnici e ragioni pratiche spinsero a scegliere un altro monolito, spezzato in cinque segmenti a causa di un terremoto. Le operazioni di trasporto e rimontaggio furono affidate all’archeologo Ugo Monneret de Villard, ma durante i lavori si verificarono danni significativi all'area archeologica e una parte della stele fu sacrificata. Monneret, con rammarico, scrisse che l'occupazione italiana aveva causato più danni in un anno di quanto non ne fossero stati fatti nei quindici secoli precedenti. Il monolito fu trasportato a Massaua, poi a Napoli, dove venne rimontato e infine collocato a Roma, nel 1937, in piazza di Porta Capena, vicino alla sede del ministero dell’Africa Italiana in costruzione. Il trasferimento della stele si inseriva in una più ampia strategia propagandistica che voleva legittimare e celebrare la supremazia del regime fascista. Il parallelo tra Mussolini e l’imperatore Augusto, in questo caso, veniva riproposto: così come Augusto aveva fatto trasferire gli obelischi egizi a Roma dopo la conquista dell'Egitto, Mussolini intendeva usare il patrimonio monumentale coloniale per enfatizzare i trionfi del regime. Parallelamente, anche in altri contesti coloniali, come a Rodi, il patrimonio culturale fu adattato a fini propagandistici. In questo caso, non essendoci un patrimonio monumentale romano sul quale fare leva, il regime puntò sulla valorizzazione del patrimonio medievale dell’isola, risalente all'epoca dei cavalieri crociati. Per sostenere la narrativa di supremazia culturale, si attuò una "ripulitura" delle strutture locali successive al Medioevo, distruggendo edifici che non si allineavano con l’immagine che il fascismo voleva restaurare: la città dei cavalieri. Questi interventi simbolici e materialmente distruttivi furono progettati non solo per riaffermare il controllo fisico delle colonie, ma anche per piegare la cultura e la memoria storica a un disegno ideologico. Il fascismo cercava di riscrivere la storia, selezionando e reinterpretando il patrimonio culturale per promuovere un’identità esclusiva, che legittimasse e celebrasse la sua visione del mondo e della supremazia della razza italiana.
I musei e le esposizioni coloniali: l'Africa in Italia e la romanità in Africa Il patrimonio culturale sottratto dalle colonie italiane non ha avuto, nel contesto museale italiano, lo stesso ruolo che ha avuto in altri Paesi coloniali. I grandi musei storici italiani hanno una genesi e una struttura differenti rispetto ai musei universali delle altre potenze coloniali. Tuttavia, non mancano esempi di collezioni frutto del saccheggio di territori extraeuropei, come i numerosi reperti egizi giunti in Italia grazie alle avventurose imprese di esploratori e trafficanti di antichità. Altri oggetti furono acquisiti durante esplorazioni geografiche ed etnografiche o depredati dalle terre africane e greche conquistate dall'Italia. Nonostante la legislazione del 1912-1914, che legava i reperti archeologici delle colonie nordafricane al loro territorio, alcune eccezioni, come la Venere di Cirene, testimoniarono che il trasferimento di materiali archeologici in Italia continuò. Nel caso dell'Africa Orientale Italiana, come già visto, le cose andarono diversamente: la brevità e la fragilità dell'occupazione italiana, infatti, impedirono che il saccheggio fosse più ampio. Tuttavia, durante le esposizioni internazionali, come quelle di Parigi (1931 e 1937) e New York (1939), la propagazione del prestigio delle colonie italiane avvenne principalmente attraverso il patrimonio archeologico della romanità. Questo patrimonio, utilizzato come simbolo esclusivo della superiorità culturale italiana, veniva presentato come la base della legittimità coloniale. Le mostre temporanee e le
facciali degli africani realizzati dall'antropologo Lidio Cipriani negli anni '20, che vennero utilizzati per sostenere le teorie razziste del regime fascista. Le collezioni erano eterogenee e comprendevano sia materiale etnografico che cimeli delle guerre coloniali o oggetti appartenuti agli esploratori italiani dei territori africani. Tra questi, vi erano reperti provenienti dalle città libiche, da Adulis sul Mar Rosso, da Rodi, e una collezione di oreficerie e numismatica. Nel 1937, il museo fu riorganizzato per includere anche i materiali provenienti dall'Etiopia, ma fu chiuso poco dopo e riaperto solo nel 1947. Anche nel campo dei musei etnografici, la museografia italiana si distinse per risultati non eccezionali. Questo fu il risultato di un ritardo complessivo nei studi etnoantropologici italiani, nonché di rivalità accademiche che portarono a una frammentazione delle risorse disponibili. Nonostante ciò, nel 1875 Luigi Pigorini riuscì a fondare il Museo Preistorico (poi denominato Museo Preistorico ed Etnografico) al Collegio Romano, che venne aperto al pubblico l'anno successivo. Durante i decenni successivi, il museo vide una fase di crescita delle sue collezioni, ma durante il fascismo subì una certa stagnazione, in parte a causa dell'uso prevalentemente propagandistico del patrimonio culturale. Il regime preferì privilegiare l'archeologia romana, simbolo della grandezza storica italiana, e fare ricorso a strumenti espositivi più effimeri, come le esposizioni universali o coloniali. In questo periodo, la ricerca scientifica nelle discipline etnoantropologiche e museografiche venne ostacolata dalla priorità data alla propaganda fascista, che mirava principalmente a legittimare la superiorità della civiltà italiana e a giustificare l'espansione coloniale. Nei territori colonizzati, i musei istituiti dai governi italiani avevano una funzione principalmente propagandistica, volta a consolidare il potere coloniale e a giustificare l'occupazione. Il primo tra questi fu il Museo di Rodi, inaugurato nel 1916. Questo museo, situato nell'Ospedale dei Cavalieri, dopo il restauro e la rimozione delle "deturpazioni" ottomane, divenne uno dei luoghi simbolo del dominio coloniale italiano nell'isola. Esso raccoglieva soprattutto reperti archeologici provenienti dalle isole del Dodecaneso, sottolineando il legame tra il dominio italiano e la tradizione storica romana, ma anche l'esercizio di potere culturale attraverso il patrimonio archeologico. In Libia, i musei si concentrarono principalmente sulla raccolta di reperti archeologici derivanti dagli scavi dell’archeologia classica. Il principale fu il Regio Museo Archeologico di Tripoli, inaugurato nel 1919 nel Castello Rosso e successivamente ampliato. Il museo esponeva statue, mosaici, iscrizioni e oggetti provenienti per lo più dall'epoca romana, con una trascuratezza nei confronti dei periodi successivi. Gli allestimenti non erano scientificamente rigorosi, ma avevano una funzione estetica e propagandistica, con materiali esposti in sale separate secondo scelte estetiche o ideologiche. Il Museo Archeologico fu concepito per attrarre un pubblico generico, e, sotto la direzione di Italo Balbo, che nel 1934 decise di trasferirvi anche gli uffici del governo, il museo si trasformò in uno strumento per celebrare la continuità tra la romanità e il potere fascista, con i ritratti marmorei degli imperatori romani negli uffici del governatore. A partire dagli anni Trenta, furono creati altri musei in alcune delle principali aree archeologiche, come Leptis Magna, Cirene, Sabratha e Tolemaide, per raccogliere i reperti provenienti dagli scavi. Anche in questi musei, l'aspetto scenografico prevaleva sugli aspetti scientifici, relegando statue e oggetti frammentari ai depositi, mentre i reperti più significativi venivano esposti in modo da evocare un senso di grandezza storica. In Africa Orientale, l’unico esempio museografico degno di nota fu il Museo della Somalia, inaugurato nel 1934 a Mogadiscio. Il museo, situato nel Castello di Garesa, non aveva lo scopo di illustrare la storia del Paese, ma di promuovere le relazioni tra l'Italia e la Somalia, in particolare sul piano economico. La mostra includeva cimeli militari, una sezione merceologica e, in particolare, una raccolta di oggetti rappresentativi della cultura araba, che rispecchiavano il ceto sociale più ricco e istruito. Al contrario, i materiali delle culture indigene erano esposti senza alcuna spiegazione o distinzione tra i vari gruppi etnici. Il museo e gli altri istituti culturali annessi, come la biblioteca e l'archivio storico coloniale, avevano un ruolo cruciale nella propaganda fascista, sostenendo l'immagine dell'italiano come un "colonizzatore buono" che aveva abolito la schiavitù e portato il progresso. Nonostante i documenti storici indichino un uso sistematico del lavoro forzato, la propaganda fascista enfatizzava l'immagine di "italiani brava gente", in opposizione all'immagine negativa delle potenze coloniali più brutali. L'idea che l'Italia avesse posto fine al sistema schiavistico in Africa Orientale fu uno degli strumenti più potenti per rafforzare il mito del colonialismo italiano come "civilizzatore". L'avventura coloniale italiana, purtroppo, non riuscì a inserirci tra le potenze economiche occidentali, come sperato dai vari governi italiani, che
perseguirono obiettivi espansionistici sia attraverso iniziative militari che diplomatiche. Il possesso delle colonie non solo non permise all'Italia di colmare il gap che la separava dalle altre potenze europee, ma, anzi, assunse una dimensione disastrosa sul piano economico, specialmente durante il regime fascista. In effetti, il mantenimento delle colonie si rivelò una delle politiche più dannose e fallimentari, tra le tante iniziative velleitarie del fascismo. Unica tra le grandi potenze coloniali, l'Italia non riuscì a trarre vantaggi economici significativi, e l’efficacia della sua impresa coloniale si sviluppò principalmente sul piano propagandistico, dove il patrimonio culturale assunse un ruolo cruciale. Il patrimonio culturale non solo aveva una funzione legittimante sul piano politico, ma divenne un elemento determinante nell'affermare, internamente, la conquista e il governo delle colonie. Da un lato, monumenti archeologici legati alla romanità e quelli medievali di Rodi, dall'altro i materiali etnografici delle popolazioni locali, venivano utilizzati per sottolineare la superiorità degli italiani, sia dal punto di vista "raziale" che della civiltà raggiunta. Questo meccanismo serviva a confermare la presunta superiorità razziale dei colonizzatori italiani, ed era una componente fondamentale dell'ideologia razzista che permeava tutta l'esperienza coloniale italiana. Tale ideologia fu realizzata con modalità molto distanti da quelle che la propaganda fascista avrebbe voluto pubblicizzare, cercando di nascondere la realtà della violenza e dello sfruttamento nei confronti delle popolazioni colonizzate. In sostanza, la colonizzazione italiana si rivelò più un progetto di autocontemplazione e di affermarsi come potenza mondiale, che un'impresa che producesse reali benefici economici o culturali per il paese. La legislazione delle colonie italiane in Africa Orientale, in particolare, fu progettata in modo dichiaratamente segregazionista, con l'intento di preservare quella che il regime considerava la "purezza della razza". Questo obiettivo si rifletteva non solo nelle leggi, ma anche nell'urbanistica, come nel caso della nuova capitale coloniale dell'Eritrea, Asmara. La città fu organizzata in modo rigidamente separato, con quartieri e servizi distinti per i bianchi e per le popolazioni locali, seguendo criteri razziali ben definiti e tracciando quella che è stata chiamata "la linea del colore". L'approccio razzista al piano urbanistico mirava non solo alla segregazione sociale, ma anche a rendere visibile e legittima la separazione tra le diverse razze. Il colonialismo italiano divenne, di fatto, un laboratorio per l'applicazione delle leggi razziali, che si sarebbero formalmente concretizzate in Italia nel 1938, quando il regime fascista si allineò all'antisemitismo nazista. In realtà, le politiche segregazioniste e il concetto di "razza pura" erano già stati applicati nelle colonie italiane, anticipando la vera e propria istituzionalizzazione del razzismo. Il regime fascista, quindi, non solo promuoveva una società non mista all'interno delle colonie, ma faceva anche della separazione razziale uno strumento per consolidare il proprio dominio. Il risultato di questa politica fu devastante. Alla fine del periodo coloniale, nel 1945, i territori governati dall'Italia risultarono tra i più poveri dell'intero continente africano, con un tasso di istruzione quasi nullo, che testimonia il fallimento del progetto coloniale in termini di sviluppo sociale e culturale. L'approccio al patrimonio culturale, così strumentalizzato durante il periodo coloniale, non scomparve con la fine del colonialismo. Al contrario, alcune pratiche e ideologie, come la strumentalizzazione del patrimonio per fini di legittimazione politica e razziale, si consolidarono come eredità del periodo coloniale. Questi elementi di continuità, o "eresie carsiche", rimasero presenti anche nella fase postbellica e postcoloniale, mostrando una resilienza sorprendente che sarebbe riemersa, sotto forme diverse, nella nostra contemporaneità.
Capitolo 5 - UNESCO, un patrimonio universale con anima occidentale Ancor prima della conclusione della Seconda guerra mondiale e degli accordi economici di Bretton Woods — che nel 1944 avrebbero formalizzato le basi del nuovo ordine globale — la questione del patrimonio culturale veniva già affrontata in modo strategico dalle potenze occidentali. Un esempio significativo fu la conferenza "Archaeology after the war", organizzata il 10 e 11 luglio 1943 a Gerusalemme, presso l'American School of Oriental Studies. Nonostante il conflitto fosse ancora in pieno svolgimento, circa una quarantina di archeologi si riunirono per riflettere sul futuro delle ricerche e, soprattutto, sulla protezione delle testimonianze delle "grandi civiltà". Durante quell’incontro, gli studiosi definirono alcune linee guida e raccomandazioni con uno spirito universalista: secondo questa nuova visione, i reperti archeologici recuperati durante gli scavi non dovevano più essere considerati esclusivamente patrimonio dei singoli Stati, ma appartenere all’intera comunità scientifica mondiale. Si propose anche un modello di spartizione equa dei
degli esperti e dei centri di competenza, incaricati di stabilire standard, linee guida e buone pratiche (le cosiddette best practices), trasformando di fatto l’UNESCO in una sorta di agenzia di pronto intervento internazionale per il patrimonio. Questa evoluzione, più pragmatica ma non meno coloniale nelle sue implicazioni, permetteva di evitare discussioni più profonde sui rapporti tra le leggi nazionali e i principi culturali internazionali, e allo stesso tempo assicurava alle potenze occidentali — con gli Stati Uniti in prima fila — di mantenere il controllo sulle modalità di gestione e tutela del patrimonio nei Paesi extraeuropei. In un contesto internazionale segnato dai processi di decolonizzazione, l’azione degli esperti e funzionari UNESCO non si sviluppò senza attriti. Già nel 1955, un report commissionato dall’organizzazione a un gruppo di archeologi occidentali segnalava — con sorpresa e una certa condiscendenza — la riluttanza di alcuni Paesi ad accettare l’assistenza straniera. Questi Stati, pur avendo scarse risorse economiche e strumenti scientifici limitati, preferivano non delegare la gestione delle loro ricchezze archeologiche, resistendo quindi all’ingerenza culturale occidentale mascherata da aiuto. Nonostante queste prime resistenze, dalla metà degli anni Cinquanta l’UNESCO concentrò le sue energie su grandi programmi di salvataggio del patrimonio, in particolare di quello monumentale. L’idea alla base di queste campagne era quella di attribuire ai beni culturali un valore universale, superiore agli interessi delle singole nazioni, e quindi sottrarli — almeno in teoria — alla sola responsabilità dei Paesi di origine. La prima e più celebre di queste operazioni fu la campagna per il salvataggio dei monumenti nubiani, minacciati dalla costruzione della diga di Assuan, voluta dal presidente egiziano Nasser. Il progetto, avviato nel 1959 e conclusosi solo nel 1980, si svolse in un contesto geopolitico molto delicato, segnato dalla Guerra fredda, dall’espansione del movimento panarabico e dalle tensioni fra Egitto, Israele e le potenze occidentali — tensioni accentuate anche dalla nazionalizzazione del canale di Suez nel 1956. L’impresa fu una vera sfida, sia dal punto di vista tecnico e ingegneristico, sia sul piano politico e archeologico. Circa venti tra templi, tombe e monumenti vennero smontati, trasportati e riassemblati in luoghi più sicuri, mentre nelle aree destinate all’allagamento si svolsero scavi frenetici e ricognizioni archeologiche, dato l’enorme valore storico dei siti coinvolti. Lungo le rive del Nilo si susseguirono centinaia di archeologi provenienti da circa venti Paesi, che portarono alla luce un numero impressionante di reperti e monumenti di straordinaria importanza. Questa operazione, oltre a rappresentare un importante esempio di cooperazione internazionale, confermò però anche come la gestione del patrimonio culturale restasse saldamente nelle mani delle potenze occidentali, seppur sotto la retorica di una tutela "universale". La campagna di salvataggio dei monumenti nubiani riscosse un’enorme risonanza a livello mondiale, tanto da essere celebrata come un successo esemplare e duraturo da parte dell’UNESCO, che riuscì a sfruttare la visibilità mediatica dell’operazione per anni. Tuttavia, dietro questa narrazione trionfale si celavano gravi ombre: molti beni culturali “minori” non vennero affatto salvati o furono recuperati solo in parte, e nessuna attenzione venne dedicata alla distruzione del patrimonio materiale e immateriale della Nubia contemporanea, né tantomeno al destino delle popolazioni locali. Decine di migliaia di persone furono infatti forzatamente ricollocate, costrette ad abbandonare le loro case e radici, spesso trasferite in luoghi lontani e privi di legami con il loro passato. L’UNESCO, concentrata sulla celebrazione del successo ingegneristico e sulla cooperazione internazionale, ignorò totalmente l’impatto umano di questa massiccia operazione e non mise mai in discussione nemmeno la costruzione della stessa diga di Assuan, che avrebbe avuto nel tempo conseguenze ambientali e sociali molto negative. La campagna venne invece presentata al mondo come un esempio di innovazione tecnologica e di cooperazione fra Stati, sottolineando la capacità di decine di squadre provenienti da diversi Paesi di lavorare insieme per uno stesso obiettivo. In realtà, dietro questa retorica si nascondevano interessi politici ed economici ben precisi: molte delle tecnologie usate furono scelte in base a criteri di risparmio e di convenienza per le aziende coinvolte, mentre la partecipazione internazionale era spesso motivata dalla ricerca di prestigio o di ritorni geopolitici. Un caso emblematico fu quello della Spagna franchista, il cui regime trasse un chiaro vantaggio di legittimazione dalla sua adesione al programma UNESCO. Come segno di riconoscenza per l’aiuto ricevuto, l’Egitto concesse ai Paesi partecipanti interi lotti di reperti archeologici per arricchire i musei stranieri. A quattro Stati venne persino donato un tempio intero:
● dopo l’alluvione di Venezia del 1966; dal 1974 con il salvataggio di Mohenjo-daro, uno dei più antichi insediamenti urbani pianificati della storia (in Pakistan); ● dal 1975 con il restauro del tempio buddista di Borobudur a Giava. Non tutti questi interventi, però, portarono ai risultati sperati: Mohenjo-daro, ad esempio, rimane fragile e minacciato dagli allagamenti, nonostante decenni di tentativi di recupero. Tuttavia, il patrimonio di esperienze e il prestigio acquisito attraverso queste operazioni aprirono la strada a un importante passaggio istituzionale: la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale, adottata dall’UNESCO nel novembre del 1972. Questa convenzione fu un passo cruciale: sancì ufficialmente il ruolo dell’UNESCO come ente guida nella definizione di standard globali per la tutela dei beni culturali e naturali. Stabilì anche l’introduzione del concetto di outstanding universal value, ovvero l’idea che un bene culturale o naturale potesse possedere un valore così alto da superare l’interesse locale o nazionale e meritare la protezione di tutta l’umanità. La gestione concreta dei beni rimaneva affidata agli Stati, ma sarebbe stata costantemente monitorata dagli esperti UNESCO. In base a questa logica, gli Stati membri potevano segnalare siti e monumenti candidandoli per l’inserimento nella World Heritage List (WHL). La Convenzione entrò in vigore nel 1975 e le prime iscrizioni ufficiali risalgono al 1978. Una delle novità fu l’apertura anche ai beni naturali, ma nei primi anni questa possibilità venne scarsamente sfruttata. Ancora oggi, su oltre 897 siti culturali riconosciuti, i beni naturali sono solo 218, mentre quelli “misti” — ossia che uniscono valore culturale e ambientale — sono 39. Nonostante numerose critiche e limiti, la World Heritage List è diventata il programma più celebre e influente dell’UNESCO, tanto da richiedere la creazione nel 1992 di una struttura dedicata, il World Heritage Centre, responsabile della gestione del processo di candidatura, iscrizione e monitoraggio dei siti, inclusi quelli a rischio. Fin dalla sua nascita, però, la WHL ha portato con sé una contraddizione irrisolta: i beni candidati devono rappresentare sia la specificità culturale del loro Paese d’origine, sia un valore universale, il che ha alimentato tensioni interpretative e pratiche. Con gli anni sono poi emerse critiche anche sulla scarsa rappresentatività geografica della lista:
Per molti anni — e in buona parte ancora oggi — i gruppi di potere con maggior influenza all’interno del World Heritage Centre sono stati i Paesi europei, in particolare Italia, Spagna e Francia. Questi Stati non solo possiedono un patrimonio culturale molto ampio, ma godono anche di una posizione privilegiata perché i loro siti si adattano più facilmente ai criteri elaborati dalla Convenzione del 1972, basati proprio su una visione europea del patrimonio. Si è così creato un circolo vizioso: la prevalenza quantitativa di siti europei rafforza la validità di criteri “eurocentrici”, e questi criteri, a loro volta, continuano a favorire i siti europei, a discapito delle altre culture. A questo squilibrio storico si somma un altro problema pratico: il processo di candidatura è molto oneroso. Preparare i dossier, seguire l’iter burocratico e rispettare le richieste dell’UNESCO richiede fondi e risorse che molti Paesi, soprattutto quelli economicamente svantaggiati, non possono permettersi. Questo contribuisce a mantenere la disparità geografica nella distribuzione dei siti riconosciuti. L’Italia, in particolare, ha utilizzato questa dinamica in maniera molto coerente con la sua politica culturale fortemente orientata al turismo. Soprattutto dagli anni Novanta in poi, con la progressiva perdita di un modello economico-industriale forte, l’Italia ha investito moltissimo sul marchio WHL, sfruttandolo come strumento di promozione e valorizzazione turistica più che come reale riconoscimento di valore storico e culturale. Un esempio clamoroso di questa strumentalizzazione riguarda Venezia e Pompei, due siti di altissimo prestigio, spesso sotto accusa per incuria e gestione discutibile. Nonostante siano stati più volte segnalati per l’inserimento nella lista dei siti in pericolo (la cosiddetta "lista rossa"), queste segnalazioni non si sono mai concretizzate proprio grazie alle pressioni esercitate dalla diplomazia italiana per evitare di danneggiare l’immagine turistica del Paese. Emblematico il caso di Venezia: nel 2021, pochi giorni prima della 44ª sessione del Comitato WH, che doveva decidere sull’inserimento della città nella lista dei siti in pericolo, il governo italiano approvò in extremis un provvedimento per bloccare il transito delle grandi navi da crociera nel bacino di San Marco. Questo intervento — pur non risolvendo affatto i problemi strutturali della città — bastò a salvare Venezia dalla lista rossa, preservando l’immagine di una “città-museo” fondamentale per il turismo internazionale. Questo tipo di episodi conferma come la WHL, oltre a essere una lista di beni culturali, sia diventata uno strumento di soft power: il patrimonio culturale, infatti, non ha solo un valore simbolico, ma costituisce una vera risorsa geopolitica, capace di incidere sull’identità, sulla reputazione e sull’economia di un Paese. È interessante notare, però, come anche molti Paesi extraeuropei abbiano progressivamente adottato le stesse logiche, piuttosto che mettere in discussione i criteri eurocentrici della WHL. Molti Stati postcoloniali, pur consapevoli dei limiti culturali imposti da questi standard, scelgono di “adattare” i propri siti ai criteri occidentali di monumentalità, autenticità e integrità. Questo avviene nella speranza, comprensibile, di ottenere il riconoscimento UNESCO e beneficiare così di visibilità e turismo, cercando in qualche modo di compensare le diseguaglianze economiche ereditate dall’epoca coloniale. Tuttavia, questo meccanismo, per quanto pragmatico, rafforza la logica di assimilazione culturale imposta sin dalle origini dall’UNESCO e conferma l’incapacità strutturale dell’organizzazione di superare una concezione eurocentrica del patrimonio. Si tratta di una forma di neocolonialismo culturale mascherato, che ripropone — sotto nuove forme e con nuovi strumenti — la stessa gerarchia culturale imposta nei secoli precedenti dal colonialismo vero e proprio. Le tensioni interne alla Convenzione del Patrimonio Mondiale sono molteplici e complesse. Da un lato, l'iscrizione di un sito nella World Heritage List (WHL) può fungere da protezione contro minacce esterne, come la speculazione edilizia o l’abbandono, contribuendo a preservare l’integrità del patrimonio. Tuttavia, come abbiamo visto in diversi contesti, il "bollino" UNESCO ha anche effetti negativi, soprattutto nei centri storici europei, ma non solo. Il turismo culturale — incentivato per anni dall’UNESCO — si è trasformato, infatti, in una vera minaccia per l'integrità dei siti stessi. Dopo l’iscrizione, la manutenzione dei siti è delegata ai Paesi proprietari, ma non sempre i fondi e le risorse vengono utilizzati per garantire standard adeguati, con il risultato che i siti vengono sfruttati per il turismo di massa senza considerare i danni causati dal fenomeno dell’overtourism. In alcuni casi, come nel caso di siti asiatici come Hampi (India) o Angkor Wat (Cambogia), l'azione UNESCO ha avuto un impatto devastante. L'iscrizione di questi siti nella WHL ha portato a un processo di “sanificazione” dei luoghi, durante il quale le comunità locali sono state allontanate brutalmente per creare spazi più conformi agli standard turistici internazionali. In queste località, le popolazioni utilizzavano da tempo le aree circostanti i monumenti per attività commerciali, religiose
e agricole, ma la logica del restauro dell'UNESCO ha privilegiato la creazione di spazi "musealizzati" privi di qualsiasi legame con la vita quotidiana della comunità. In questo caso, l’approccio eurocentrico ha prevalso, separando i luoghi del patrimonio dalla loro dimensione vivente e rendendoli luoghi di fruizione esclusivamente turistica, a discapito delle tradizioni culturali locali. A partire dagli anni Novanta, le critiche alla visione eurocentrica della WHL si sono intensificate, come dimostra l’appello del filosofo Jacques Derrida nel 1991, quando, durante una conferenza all’UNESCO, esortò l’organizzazione a compiere una rottura con le sue radici storiche legate alla civiltà greca e all’ontologia occidentale. Derrida chiedeva una nuova concezione del patrimonio, in grado di riconoscere e valorizzare anche le tradizioni culturali non occidentali, con particolare attenzione agli “archivi dell’altro”, ossia ai patrimoni e alle pratiche che non appartengono alla tradizione culturale dominante. In risposta a queste critiche, l’UNESCO lanciò, nel 1994, la Global Strategy for a Representative, Balanced and Credible World Heritage List. L’obiettivo di questa iniziativa era quello di ampliare e bilanciare i criteri di selezione, adottando un approccio “regionalista” che avrebbe tenuto conto delle diverse visioni culturali e dei patrimoni di minoranze etniche o comunità emarginate. In questo modo, l'UNESCO cercava di migliorare la democraticità dei processi di selezione, non solo a livello internazionale, ma anche all'interno degli stessi Stati membri, dove i processi decisionali non sempre rispecchiano le esigenze delle popolazioni locali. Queste modifiche, purtroppo, non sono riuscite a superare il conflitto tra la concezione universale e quella regionale del patrimonio, e continuano a sollevare questioni importanti sull’effettiva capacità dell'UNESCO di adattarsi a una visione globale e inclusiva. L'identificazione o la mancata selezione di determinati siti nella World Heritage List (WHL) spesso maschera forme di criptocolonialismo o colonialismo interno, come nel caso delle moschee e dei luoghi sacri di Kashgar in Cina, dove il governo cinese ha distrutto sistematicamente questi luoghi come parte di una forma di genocidio culturale nei confronti della minoranza uigura nello Xinjiang. Questo esempio estremo illustra come, anche in contesti meno evidenti, l'assenza di una vera partecipazione delle comunità locali nel processo di candidatura può riflettere dinamiche di dominio e marginalizzazione. Sebbene la partecipazione delle comunità nel processo di candidatura sia prevista dai meccanismi della WHL, spesso si traduce in pratiche consultive formali, che non offrono un vero coinvolgimento né un'informazione adeguata per coloro che vivranno gli effetti diretti della possibile iscrizione. In questo modo, i processi decisionali continuano a essere periferici rispetto alle esigenze reali delle popolazioni locali. Per contrastare approcci esclusivamente nazionalistici, è stata introdotta la categoria dei siti transnazionali, cioè siti condivisi da due o più Stati. Tuttavia, il tentativo di ridurre l'influenza dei singoli Stati nel processo decisionale non ha avuto un successo significativo, poiché le politiche nazionali continuano a dominare le dinamiche di selezione. A quasi cinquant'anni dal suo lancio, il successo della Convenzione del 1972 e del programma WHL evidenziano, paradossalmente, la crisi dell'UNESCO. Sebbene la Convenzione abbia portato a un ampio riconoscimento dei patrimoni culturali, gli Stati-nazione sono diventati i veri arbitri delle politiche dell'organizzazione, minando la capacità dell'UNESCO di operare come un'istituzione sovranazionale e multilaterale. Questo è particolarmente evidente nei conflitti geopolitici che coinvolgono patrimoni culturali, come nel caso della Turchia e Armenia o della Palestina e Israele, con riferimento alla città di Gerusalemme e ad altri siti biblici. In queste situazioni, il patrimonio culturale diventa uno strumento di riscrittura storica e geopolitica. La difficoltà dell'UNESCO nel gestire questi conflitti è evidente, come dimostra il caso di Gerusalemme, dove l'azione dell'organizzazione è stata inefficace nonostante gli investimenti. Nel 2011, la decisione degli Stati Uniti di sospendere il finanziamento all'UNESCO, in protesta contro l'ammissione della Palestina come membro dell'UNESCO, ha ulteriormente indebolito l'organizzazione. La quota americana, pari a un quarto delle entrate dell'UNESCO, ha avuto un impatto significativo sulla sua capacità di affrontare questioni sempre più complesse e globali con risorse sempre più limitate. La World Heritage List (WHL) del patrimonio culturale intangibile, pensata per ampliare la concezione di patrimonio in una direzione antropologica, ha incontrato diverse difficoltà, specialmente per la contraddizione tra la "musealizzazione" che inevitabilmente accompagna il processo di iscrizione e la natura del patrimonio intangibile, che è per sua stessa essenza legato alla vita quotidiana delle comunità locali. Le pratiche e gli usi che compongono il patrimonio intangibile sono difficili da classificare in modi rigidi senza snaturarli.