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Il file riporta il riassunto completo del libro "Decolonizzare il patrimonio: l'Europa, l'Italia e un passato che non passa" di Maria Pia Guermandi.
Tipologia: Dispense
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Sono bastati alcuni mesi di pandemia a scuotere dalle fondamenta il nostro orizzonte di vita e di pensiero, sconvolgendo le strutture economiche e sociali in tutto il mondo. Un virus è riuscito laddove hanno sostanzialmente fallito alcuni decenni di lotte e opposizione sociale e politica: il ruolo dello Stato, grazie a questa occasione, ha di colpo riacquistato una posizione centrale. L’Europa, che nei giorni del lockdown, sembrava aver inaugurato uno spirito di condivisione ispirato da obiettivi non meramente economici, si è prontamente richiusa nella fortezza securitaria dei suoi confini. In poche parole…trascorso e superato il momento più critico si è presentato il “dopo catastrofe” in cui il “mai più come prima” è stato sostituito dal “come e più di prima”. Questo biennio, complesso e difficile, non ha creato fratture e mutamenti solamente dal punto di vista sociale ed economico (es. crisi del turismo generale, crisi economica ecc.); ha prodotto forti e significativi mutamenti anche al patrimonio culturale, provocando una forte crisi culturale data da un ridefinito modello di gestione di istituzioni culturali (musei, teatri, cinema, eventi culturali in generale). Questa crisi è stata, in Italia, ancor più aggravata da una politica italiana incapace di progetti di sistema, incapace nella gestione e nella tutela del nostro Patrimonio culturale, ormai asservito alle sole esigenze turistiche. Durante la pandemia, nel pieno dello spaesamento e della paura locale, gli struggenti appelli all’importanza della cultura da parte del nostro governo non sono mancati; si sono rivelati essere, però, solamente esercizi di retorica considerando che gli obiettivi politici sono restati, anche post pandemia, estremamente ancorati ai precedenti modelli di valorizzazione e spettacolarizzazione del patrimonio. Dunque il forte impatto pandemico sul sistema culturale non porterà a provocare nell’immediato un ripensamento radicale delle politiche e delle pratiche. Nel nostro paese la pandemia non ha fatto altro che accelerare ed evidenziare alcuni fenomeni in atto da tempo, problematiche che vengono da molto lontano e che possono essere ricondotte ad un ritardo e ad un’incapacità, del nostro paese, nell’elaborazione di politiche culturali adeguate. Come precedentemente espresso, la retorica replicata all’infinito nelle sedi politiche e in quelle mediatiche del nostro paese, definito come il “ Paese più bello del mondo ” grazie alla percentuale maggiore del patrimonio culturale, ha composto un’alta percentuale del periodo pandemico. Durante il lockdown la vanagloria nazionalista ha trovato nuova linfa a partire dalle continue immagini trasmesse dei centri storici di struggente bellezza, e si è continuato a rivendere, in ogni occasione, la superiorità italiana nel campo del patrimonio culturale. Ci vantiamo del “Paese più bello del mondo”, nel campo culturale, ma costantemente il nostro Patrimonio culturale, di cui ci proclamiamo eredi per Ius sanguinis , rimane scisso dalla vita quotidiana e dall’evoluzioni che coinvolgono le nostre città. “Decolonizzare il patrimonio” propone di affrontare il rapporto tra Patrimonio culturale e colonialismi vecchi e nuovi, e vuole essere un atto di ottimismo nelle possibilità di evoluzione del ruolo sociale del nostro patrimonio, perché è proprio nei momenti di crisi che occorre cominciare a pensare alla (ri)costruzione, ripartendo sia da una critica di ciò che è successo che dalla proposta di percorsi alternativi. L’esperienza del Colonialismo non ha solo provocato conseguenze e trasformazioni profonde dal punto di vista sociale, ha provocato, soprattutto, conseguenze alla nostra vita collettiva. La fase del colonialismo moderno che nel libro verrà presa in considerazione è l’ultima, quella avviata da Napoleone e che va dalla metà del XIX ai primi decenni del XX secolo, cioè quella fase che ha di fatto modellato il sistema nel quale ci muoviamo ora. Non verrà presa in considerazione la prima fase, caratterizzata da saccheggi del patrimonio delle popolazioni conquistate. Verrà anche presa in considerazione la fase Post coloniale, che va dal secondo dopo guerra ad oggi, per evidenziare le molte continuità tra il colonialismo e la nostra attuale realtà. Chi scrive il libro, Maria Pia Guermandi, sostiene che gli studi post e decoloniali costituiscano una parte importante da analizzare e che siano estremamente importanti nella nostra quotidianità anche per il settore del Patrimonio culturale, soprattutto se coniugati a movimenti e comunità che compongono e sperimentano il nuovo attivismo che riguarda anche patrimoni e musei. L’ideologia coloniale è ancora estremamente attiva, in Europa e nel nostro Paese, è una questione che ci riguarda ora e qui e che dobbiamo affrontate: è necessario parlare di Decolonizzazione del patrimonio culturale.
Il concetto di “Patrimonio Culturale” è moderno e legato indissolubilmente alla modernità; la sua genesi può essere fatta risalire all’Italia rinascimentale, in cui la cultura e il patrimonio erano diventati mezzi di emancipazione sociale e di autodeterminazione. Ma lo sviluppo vero e proprio di questo concetto, e la sua affermazione definitiva in ambito occidentale, si può collocare alla fine del XVIII secolo, nella Francia illuminista e rivoluzionaria. L’Ottocento ha quindi conosciuto l’istituzionalizzazione del concetto di Patrimonio Culturale: un elemento che, insieme alla lingua e al territorio, costituisce l’Ethnos nazionale. In ambito coloniale il ruolo assunto dal Patrimonio fu importante: esso verrà utilizzato per la formazione dell’identità culturale della nazione e per l’affermazione dell’egemonia culturale occidentale, soprattutto nella fase di massima espansione del fenomeno coloniale (XIX circa). Il patrimonio assumerà, quindi, nel periodo post bellico un ruolo di necessità sociale. Nel secondo dopoguerra le operazioni di ricostruzione, fisica, morale e sociale, dalle macerie avevano evidenziato come per la società Europea avesse importanza il recupero del Patrimonio culturale: questo era un obiettivo importante, tanto che le ricostruzioni furono sostenute a livello non solo politico dalle comunità nazionali e locali. ES. Gli “ Angeli del fango ”: i così detti Angeli del Fango furono un folto gruppo di volontari, tra cui molti giovani, studenti e gente comune, provenienti da tutto il mondo, che aiutarono Firenze, dopo l’alluvione avvenuta il 4 novembre 1966, a recuperare il proprio patrimonio artistico e librario. La loro provenienza mondiale dimostrerà un valore collettivo e una nuova sensibilità globale nei confronti del patrimonio culturale, quest’ultimo appartenente non ad una sola comunità locale o nazionale. Il patrimonio iniziò, quindi, ad essere considerato come un elemento determinante di crescita sociale e la sua concezione venne allargata: esso comprenderà anche, oltre ad opere d’arte o di architettura famose di valore storico- estetico, tutti gli oggetti, gli edifici, siti, che possano essere definiti “testimonianza materiale avente valore di civiltà”. A cavallo degli anni sessanta e settanta, quindi, si afferma un concetto di patrimonio culturale più ampio, ma fino a quel momento il fenomeno era rimasto limitato all’ambito delle Humanities, e quindi nell’ambito degli studi storico-artistici, archeologici e dell’architettura. Questo cambiamento degli anni Settanta ebbe conseguenze profonde anche sul piano della ridefinizione del ruolo del Museo. La “ New Museology ” ***** elaborò una critica rivolta all’istituzione museale di tipo tradizionale, sostenendo che occorresse una riorganizzazione espositiva a partire dalle esigenze del pubblico. Questo avrebbe portato, secondo gli studiosi della New museology, ad un allargamento della platea di visitatori e, soprattutto, ad una nuova trasmissione del sapere. Ma il dibattito in campo museale fu alimentato dalle critiche rivolte all’autorità curatoriale e alla cultura che la ispirava che continuò a proporre collezioni spesso ancora ispirate all’esperienza coloniale di stampo razziale e del tutto indifferente all’esigenze della popolazione. Il Patrimonio culturale divenne, quindi, portatore di significati simbolici e storici a prescindere dalle caratteristiche estetiche o architettoniche. Ma già a cominciare dagli anni Ottanta il patrimonio culturale non sarà più solo un insieme di oggetti, siti o monumenti, ma strumenti di manipolazione del passato e funzionali ai bisogni del presente. *New Museology: Il termine si riferisce a un nuovo approccio alla pratica museale apparso alla fine degli anni '80. La nuova museologia riflette una maggiore consapevolezza del ruolo sociale e politico dei musei e comprende una significativa partecipazione della comunità alle pratiche curatoriali.
All’interno del sistema coloniale il patrimonio culturale assunse un duplice ruolo: -Era testimonianza della superiorità dell’uomo bianco; -Era una forma di conoscenza ai fini di una più efficace gestione del potere coloniale Oltre ciò il patrimonio era anche chiaro strumento di potere tra le potenze europee. In particolar modo l’Archeologia e l’Antropologia giocarono un ruolo estremamente importante e accompagnarono il colonialismo.
Capitolo 4: Il patrimonio alla riconquista del mare nostrum: l’avventura coloniale italiana. Anche nel caso Italiano le mire colonialiste nacquero fin dai primi anni dopo la costituzione del Regno d’Italia. Anche per l’Italia le missioni archeologiche accompagnarono o precedettero l’avanzata degli eserciti colonizzatori. Anche per l’Italia, quindi, l’archeologia ha rappresentato una delle discipline guida, sotto il profilo culturale, del processo di conquista coloniale: l’archeologia permise di giustificare il colonialismo. Arrivata al tavolo del banchetto coloniale decenni dopo rispetto alle altre nazioni europee, l’Italia si gettò nella corsa all’espansione coloniale, alla ricerca di territori da sfruttare e soprattutto per recuperare quel ritardo che la separava dalle altre maggiori potenze europee. I governi postunitari ricercarono, nell’esperienza coloniale, un riscatto politico. L’Italia si inserì nello Scramble for Africa. (La nostra avventura coloniale, in realtà, non riuscì a farci entrare nel club delle potenze economiche occidentali, che era l’obiettivo di tutti i governi italiani. Il possesso delle colonie non solo non ci consentì di recuperare la distanza che separava l’Italia dalle altre potenze europee, ma, anzi, assunse, soprattutto nella fase fascista, contorni disastrosi sul piano economico.) L’occupazione coloniale italiana fu legittimata, per tutto il trentennio successivo, dal fatto che l’Italia poteva vantare di più territori, rispetto alle altre nazioni, che avevano fatto parte dell’impero romano. “La conquista della Colonia è compiuta e definitiva; ora bisogna conquistare le anime, bisogna vincolare gli interessi. Oggetto della più vera conquista debbono essere la messa in valore del paese e l’attaccamento ragionato dell’indigeno alla nostra opera.” La propaganda coloniale e razzista, interna ed esterna La retorica e la propaganda, esterna ed interna, sostennero il colonialismo in generale, e in particolar modo quello italiano. La propaganda aveva come scopo principale il consenso delle popolazioni indigene e la costruzione del mito “Italiani brava gente”. Il patrimonio culturale, l’arte, veniva proprio utilizzato per la propaganda stessa, soprattutto nel periodo fascista. La Venere divenne, per esempio, nella fase coloniale fascista, un’icona che veniva riprodotta su cartoline, francobolli o in calchi esposti; la Venere fu chiamata a testimoniare, con la sua bianchezza marmorea, una “razza” diversa da quella indigena, migliore. Questo sottolineava l’inferiorità razziale dei popoli colonizzati, che legittimava gli europei. Assieme alla Venere anche ad altri significati monumenti venne affidato questo ruolo propagandistico. Nella copertina della rivista “ La difesa della razza” __* venivano rappresentate tre teste affiancate tra cui si riconoscono il Doriforo di Policleto, il ritratto di un ragazzo con caratteristiche “semitiche” accentuate, e una donna africana. La purezza della “razza” ariana era, ancora una volta, rappresentata da una statua classica. Gli itinerari turistici prestabiliti per gli italiani che visitavano la Libia, avevano come meta i grandi siti archeologici e i villaggi, i centri, le infrastrutture costruite dal regime per diffondere l’immagine del territorio non più desolatamente desertico, ma moderno, occidentalizzato, civilizzato. Il razzismo era anche presente all’interno degli ambienti archeologici in cui a comandare vi erano gli studiosi, gli archeologi colonizzatori, mentre a lavorare i locali, massa anonima di cui non resta traccia. Questo era un enorme segno lavori forzati e schiavismo. Dunque Razzismo e colonialismo rappresentano due aspetti uniti, intrinsechi tra loro, e Mussolini stesso affermò: “Il problema razziale è per me una conquista importantissima, ed è importantissimo averlo introdotto nella storia italiana. I romani erano razzisti fino all’inverosimile.” Fra le pratiche coloniali italiane utilizzate per la colonizzazione dell’Africa Orientale ci fu, proprio, il saccheggio del patrimonio culturale: negli anni dell’occupazione vennero deportati oggetti di ogni tipo che andarono ad arricchire le collezioni dei musei italiani. Fu soprattutto durante il fascismo che le esposizioni divennero uno dei mezzi sui quali la propaganda fascista investì maggiormente, in quanto era un modo per attirare un pubblico vasto non solo alfabetizzato. Le esposizioni dovevano, appunto, avvicinare gli italiani al mondo delle colonie, i visitatori trovavano conferma dell’arretratezza delle popolazioni indigene. Il colonialismo italiano fu il vero e proprio laboratorio delle “Leggi Razziali” * del 1938.
*” La difesa della razza” è stata la rivista più famosa del filone del razzismo fascista, sotto il controllo del Ministero della cultura popolare, con il preciso scopo di elaborare e di divulgare una dottrina "scientifica" della razza che giustificasse agli occhi dell’opinione pubblica italiana la politica coloniale. L'obiettivo era di persuadere gli italiani che il colonialismo, l'eugenetica, il divieto dei matrimoni misti e le leggi razziali fossero scelte politiche legittimate dalle leggi di Natura. La difesa della razza proponeva dei resoconti infondati e delle idee prive di fondamento sostenenti la superiorità della "razza ariana" alla quale gli italiani sarebbero dovuti appartenere. La rivista ebbe anche lo scopo di fomentare le paure dei lettori su delle presunte "contaminazioni biologiche" che sarebbero avvenute qualora gli italiani si fossero riprodotti assieme alle "razze inferiori" (con le quali l'Italia imperiale era venuta in quell'epoca a contatto). *” Le Leggi razziali fasciste” furono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi applicati in Italia fra il 1938 e il primo lustro degli anni quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana, rivolti prevalentemente contro le persone ebree. Capitolo 5: l’UNESCO, un patrimonio universale con un’anima occidentale In previsione di un riassestamento degli equilibri geopolitici successivi al periodo della Seconda Guerra Mondiale, archeologi, studiosi e politici elaborarono una prima strategia che consentisse loro una sostanziale continuità con il passato. Questo dimostra come, in un orizzonte postbellico, fosse importante per gli europei il mantenimento degli interessi coloniali, e fra questi il controllo del patrimonio culturale archeologico. Nel 1943 si svolse a Gerusalemme una conferenza “informale” archeologica sul tema “Archeology after the war”. In quell’occasione gli archeologi elaborarono alcune linee guida o raccomandazioni per proteggere le testimonianze delle grandi civiltà. Si propose, tra l’altro, che i reperti recuperati nelle ricerche fossero spartiti fra i Paesi in cui si svolgevano gli scavi e quelle missioni archeologiche. Ci fu, a distanza di poche settimane, un’altra conferenza dal titolo “The future of Archeology” i cui obiettivi erano niente meno che la pianificazione della riorganizzazione post bellica delle attività culturali ed educative. L’UNESCO: “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, nasce dalle macerie della guerra nel 1945, ma venne istituito ufficialmente nel 1946. Ispirato a degli ideali pacifisti e a valori, quali il rispetto della giustizia e dei diritti, il suo scopo è garantire la pace duratura, che deve essere fondata sull'educazione, la scienza, la cultura e la collaborazione fra nazioni, al fine di assicurare il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che la Carta delle Nazioni Unite riconosce a tutti i popoli, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione. Questo perché si sapeva che gli accordi politici ed economici non fossero sufficienti a perseguire una pace duratura. In sintesi è l'organizzazione che si occupa, su incarico dell'ONU *, di educazione (e quindi scuola), di scienza e di cultura. L'UNESCO, s’impegna a costruire i presupposti per garantire la pace internazionale e la prosperità dei popoli promuovendo il dialogo interculturale, il rispetto dell’ambiente e le buone pratiche dello Sviluppo Sostenibile nel perseguimento dei seguenti obiettivi: -Promuovere l’educazione in modo che ogni bambina, bambino, ragazzo o ragazza, abbia accesso ad un'istruzione di qualità come diritto umano fondamentale e come requisito essenziale per lo sviluppo della personalità; -Costruire la comprensione interculturale anche attraverso la protezione e la salvaguardia dei siti di eccezionale valore e bellezza iscritti nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità; -Perseguire la cooperazione scientifica per rafforzare i legami tra le nazioni e le società al fine di monitorare e prevenire le catastrofi ambientali e gestire le risorse idriche del pianeta; -Proteggere la libertà di espressione come condizione essenziale per garantire la democrazia, lo sviluppo e la tutela della dignità umana. Gli obiettivi postbellici dell’UNESCO si concentrarono da subito sulla ricostruzione del patrimonio monumentale distrutto e sulla salvaguardia di un accesso “universale” al patrimonio, che significava continuare a garantire il controllo dei siti archeologici e monumentali extraeuropei alle potenze che si avviavano a dismettere i rispettivi imperi coloniali. Alla base del progetto UNESCO vi erano alcuni programmi di salvataggio del patrimonio, che avevano lo scopo di sensibilizzare sulla salvaguardia di un patrimonio di carattere monumentale, partendo dal presupposto di un suo valore universale. Una delle operazioni di salvataggio caratteristiche dell’UNESCO fu quella monumenti destinati ad essere ricoperti dalle acque del Nilo dopo la costruzione della grande diga di Assuan. Ma anche l’iniziativa di salvataggio dei siti e monumenti della Nubia lanciata nel 1956 riscontrò successo. Questa operazione ricevette un’eco mondiale straordinaria: un successo che l’UNESCO poté sfruttare negli anni successivi e che oscurarono le piccole perdite che non si erano riuscite a salvare. Successo rappresentativo di questo salvataggio fu lo sforzo collaborativo che aveva permesso a decine di gruppi di lavoro di cooperare per il raggiungimento di un unico obiettivo. Come segno di gratitudine per l’aiuto prestato, ogni Paese che aveva partecipato venne ricompensato con un congruo numero di reperti che andarono ad arricchire i musei stranieri. Questo salvataggio nubiano diffuse sempre più il concetto di universalità del patrimonio culturale.
“The Afterlives of Slaver”: mostra organizzata nella quale lo schiavismo e il passato coloniale venivano riletti come una storia molto collegata alla contemporaneità. Oramai più o meno tutti i “grandi” musei hanno dichiarato la volontà di intraprendere un percorso di decolonizzazione, come nel caso del British Museum…ma questo è ancora un percorso lungo, altalenante, ambiguo e lento. Questa lentezza viene spesso interpretata da molti critici come la prova dell’impossibilità di una revisione radicale in chiave decoloniale. La decolonizzazione delle nostre istituzioni museali è ancora un percorso in divenire, costellato da ambiguità e resistenze, nonostante la presenza di esempi incoraggianti prevale la “Colonial Aphasia” cioè l’incapacità di dislocare una visione eurocentrica per dare spazio a narrative plurali. Emerge con evidenza la tentazione di sfruttare la decolonizzazione come mezzo per intrecciare rapporti con istituzioni delle ex colonie dietro i quali riaffiora un neocolonialismo. Tanto più importante sono state le proteste dei gruppi di attivisti che in questo senso giocarono un ruolo fondamentale, rispetto a tutte le operazioni di decolonizzazione dei grandi musei. “Rhodes must fall”: campagna di protesta con la quale si richiedeva la rimozione del monumento di un politico inglese sostenitore di ideologie razziste e strettamente legato al colonialismo. In realtà la richiesta degli studenti sudafricani era ben più radicale rispetto alla sola rimozione di una statua: in discussione era la decolonizzazione dell’intero sistema universitario. Nell’aprile 2015 la statua venne rimossa. “Urban Fallism”: fenomeno contro i simboli degli stati confederali e dello schiavismo. Fenomeno che ci ha costretti a guardare con altri occhi monumenti e simboli che non sono innocenti, sollecitandoci a riattivare quella memoria storica. Questi movimenti, ed altri, esprimono il desiderio di riappropriarsi degli spazi pubblici e di farne il luogo in cui si contrattano e si discutono valori e codici etici. I gruppi di protesta si sono costituiti su situazioni specifiche ed hanno avuto (ed hanno tuttora) un ruolo fondamentale ed efficace. Presentando anche provocatoriamente le proprie richieste e chiedendo un ascolto non superficiale, i gruppi attivisti dimostrano nei confronti dell’istituzione museale una fiducia non scontata: riconoscono l’importanza del museo, percepito come un interlocutore efficace a cui è riconosciuto un ruolo sociale rilevante. Dietro questi movimenti c’è il riconoscimento, quindi, che musei e patrimonio culturale contribuiscono, se realizzati nel giusto modo, alla decolonizzazione. I gruppi attivisti hanno amplificato anche le richieste di restituzione di oggetti e resti umani e reso più chiaro il legame esistente fra le pratiche coloniali e le manifestazioni attuali di razzismo. In definitiva questi movimenti hanno spesso costretto i musei a confrontarsi con i limiti di un’impostazione che, pur se maggiormente democratica rispetto a prima, fa ancora fatica a compiere il passo decisivo verso la decolonizzazione e verso l’accettazione di una diversità.
La fine del fascismo e della guerra non segnarono affatto l’archiviazione politica dell’avventura coloniale. L’Italia continuò persistentemente a manovrare sul piano internazionale con lo scopo di prolungare la propria esperienza coloniale, seppure in forme diverse rispetto al dominio diretto. In quegli anni mancò, purtroppo, una condanna definitiva delle guerre coloniali: i rappresentanti politici italiani, nel periodo postbellico, non mostrarono presa di coscienza degli orrori delle guerre coloniali. Anzi, il ministero dell’Africa Italiana fu soppresso solamente nel 1953. Fu questa una delle pagine più opache della nostra storia repubblicana. L’Italia repubblicana si allineò all’ideologia neocoloniale grazie alla quale le potenze occidentali riuscirono a prolungare il loro controllo sulle ex colonie. I paesi africani in particolare non erano considerati in grado di assumersi una gestione completamente autonoma e dovevano essere accompagnati nella fase di decolonizzazione dai Paesi Occidentali. La continuità coloniale bloccò sul nascer il processo di decolonizzazione, contribuendo a consolidare lo stereotipo dell’Italiani brava gente. Attraverso questo mito per decenni si è trasfigurata la pagina nera delle nostre imprese coloniali; la nostra esperienza coloniale tramite questo mito venne sempre legittimata e giustificata dal fatto che ci fossero stati anche degli aspetti positivi di modernizzazione dei paesi colonizzati. Il nostro colonialismo è stato definito “buono” o comunque diverso da quello degli altri paesi colonizzatori. Solo a partire dagli anni Settanta e soprattutto Ottanta risalgono i primi studi di storici italiani in grado di presentare un quadro finalmente completo della nostra esperienza coloniale.
A livello di percezione popolare non ci furono mai sentimenti di condanna del colonialismo, caratterizzato da sfruttamento, inconciliabile col nostro sistema di valori attuali, quanto soprattutto sull’evidenza del fallimento politico ed economico del caso italiano. Le ambiguità politiche dell’immediato dopoguerra si rispecchiano puntualmente nelle vicende del patrimonio culturale. Anche l’Italia, infatti, si trovò obbligata ad affrontare il tema della restituzione del patrimonio culturale sottratto ai territori coloniali durante la permanenza. Ma quello della “Repatriation” fu un processo complesso e ancora inconcluso. I beni sottratti nelle varie fasi della nostra vicenda coloniale sono stati restituiti spesso con molto ritardo e dopo trattative dilatate nel tempo. Si tratta di una vicenda che si protrae fino ad anni recentissimi. Venne restituita la Venere, statua del II secolo d.C., anche se si rimarcò che essa fosse l’icona della Libia contemporanea, incapace di apprezzare il valore e quindi di custodirla adeguatamente. La Repatriation suscitò sempre le proteste della destra che definì la restituzione come un atto di “prostituzione morale”. L’associazione Italia Nostra provocò la sospensione della restituzione e riaccese un dibattito che vide la stampa di destra schierata con l’Italia Nostra a difesa del patrimonio culturale nazionale. Riaffiorarono quindi elementi di discriminazione consolidati dalla propaganda coloniale. Anche la stampa italiana, quindi, si rivelò essere contro la restituzione. Ma la vicenda che più di altre testimonia le profonde ambiguità del processo di Repatriation nel suo complesso è sicuramente quella del destino dei beni sottratti all’Etiopia. Le richieste da parte dell’Etiopia furono pressanti e richiesero anche una serie di oggetti sottratti alla corona. Una prima serie di oggetti venne restituita, anche se sempre con ritardo e lentezza. Si offrirono più volte contropartite e il governo italiano faceva spesso riferimento alle difficoltà tecniche della rimozione e alla fragilità della stele. La presenza italiana è ancora molto forte in quasi tutti i territori ex coloniali.
Il G20 della Cultura svoltosi a Roma il 29 e 30 luglio 2021 è la testimonianza più recente dei limiti politici e culturali del nostro paese. Il risultato dell’incontro è in realtà un manifesto, ripetitivo e generico, di buone intenzioni in cui le retoriche della diversità culturale e dell’inclusione sociale sono aggiornate con quelle del cambiamento climatico. In sette paginette il documento contiene quattordici volte il termine inclusione e ventiquattro quello di sostenibilità. Neanche un accenno al tema della decolonizzazione o alla restituzione degli oggetti sottratti durante il dominio coloniale. In compenso è ricorrente, all’interno del documento, il riferimento ai popoli indigeni, ancora però definiti come bisognosi di istruzione, formazione e sensibilizzazione. Il nostro ritardo, sociale e politico, nella presa di coscienza di un passato coloniale dalle gravi conseguenze sul piano storico, rispecchia l’altrettanto evidente ritardo rispetto a una definitiva presa di coscienza del nostro passato fascista. Colonialismo e fascismo sono due ampie parentesi oscure della nostra storia, critici sul piano della responsabilità collettiva. Abbiamo sempre trascurato decenni di razzismo che, grazie al dominio delle colonie, è permeato in profondità nella nostra società e nel nostro presente. Fascismo e colonialismo, infatti, continuano ad operare nella nostra quotidianità attraverso il razzismo sistemico cui ci rimandano i continui episodi di discriminazione. Decolonizzare il patrimonio è quindi un esercizio urgente e necessario rivolto non solo alle popolazioni delle ex colonie, ma soprattutto a noi stessi. Decolonizzare il patrimonio significa acquistare la piena consapevolezza che la storia può essere continuamente riscritta, all’infinito, e deriva da una somma di storie spesso fra loro contrastanti.