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Il Risorgimento Italiano: La Nascita della Nazione Italiana, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Il processo di risorgimento nazionale in italia a partire dalla prima metà del 800, caratterizzato dall'idea di un italia unitaria e indipendente. Vengono analizzati i moti rivoluzionari del 1831 e la fondazione di organizzazioni come la giovine italia di giuseppe mazzini. Il testo illustra come l'idea di una insurrezione popolare e nazionale si diffuse tra le frange patriottiche democratiche, portando infine all'unità italiana.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/08/2020

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CAPITOLO 7: IL RISORGIMENTO ITALIANO
Anche l’Italia conobbe, durante il corso dell’800 (a partire dalla prima metà del secolo), un processo di
scoperta della propria identità nazionale, al pari di molti Stati europei. Questo processo di rinascita
nazionale fu definito, già dai contemporanei, Risorgimento. In realtà, l’Italia non aveva mai fatto
l’esperienza di Stato unitario ed indipendente. Era stata unita solo sotto l’Impero romano, ma mai
completamente indipendente. Tuttavia, un’idea di Italia come stato unitario e di comunità linguistica,
culturale e religiosa era viva in molti intellettuali (e nel popolo, almeno in parte) già dall’era dei comuni.
L’Illuminismo del 700 fece esplodere le idee libertarie, indipendentiste e unitarie. Molte voci a favore
dell’indipendenza e dell’unità si erano levate dalle fila dei movimenti giacobini. Questi, tuttavia, portavano
con sé una forte contradizione interna: si presentavano come portatori di istanze politiche democratiche o
libertarie, di eguaglianza e indipendenza, ponendo, però, allo stesso tempo lo stato controllato sotto un
giogo stretto e rigido. Le cose peggiorarono parzialmente con il controllo austriaco sul suolo italiano,
egemonia assoluta che represse sul nascere ogni iniziativa associazionista. Tanto i moti del ’20-’21, quanto
quelli di dieci anni dopo, furono, in Italia, totalmente estranei alle rivendicazioni unitarie. L’idea di Stato
italiano unitario era ancora lontana; tutt’al più si prospettò la possibilità di creare uno stato nell’Italia
settentrionale sotto il controllo sabaudo. L’obbiettivo e la rivendicazione principale era la richiesta di una
costituzione e di un affrancamento dal controllo asburgico. I moti del 1831, in particolare, iniziarono come
ondata di eco rispetto a quelli del luglio 1830 in Francia, mantenendo tuttavia, come nel caso del ducato
di Modena, un’iniziativa propria e unica. Qui fu fondamentale l’azione ambigua e doppio giochista del
duca Francesco IV, ingolosito dalla possibilità di creare un Regno d’Italia centrale, ma subito spaventato
dalla possibilità dell’intervento austriaco e del rivoluzionario carbonaro Ciro Menotti, tradito dal duca
stesso. Arrestata a Modena, la rivoluzione esplose in ducati e città vicine, in particolari in numerose
Legazioni pontificie (Bologna, Pesaro, Urbino, Parma e Modena). Questi moti, rispetto a quelli del
’20-’21 avevano la peculiarità di non essere più iniziativa particolare di alcuni militari o parti dell’esercito:
a fomentare l’insurrezione erano per lo più borghesi appoggiati da alcuni aristocratici illuminati e, a volte,
da una buona percentuale di partecipazione popolare. Altro elemento di novità fu il tentativo, ancora
abbozzato e solo parzialmente riuscito, di unificare i moti delle varie città in un unico movimento (furono
creati un Governo delle provincie unite e un corpo di volontari). Divisioni municipaliste e la solita
contrapposizione moderati-democratici fecero fallire il progetto unitario in breve tempo. Accertata la
neutralità dei francesi (i rivoluzionari contavano sull’appoggio di Luigi Filippo che non arrivò mai), il
governo austriaco intervenne militarmente e riportò in breve l’ordine nell’Italia centro-settentrionale. I
moti del ’31 ebbero soprattutto l’effetto di mostrare agli insorti gli errori commessi: impossibile era
affidarsi a un possibile intervento straniero, così come all’appoggio di qualche duca o monarca dalle
ambizioni vaghe. Era fondamentale che l’insurrezione fosse popolare, di piazza e non più settaria (i
movimenti segreti, proprio per la loro segretezza, non erano riusciti a coordinarsi tra loro, ad attuare
una buona propaganda popolare). Il fallimento di questi moti segnò la fine, dunque, della Carboneria.
Nacque, da questo momento, l’idea della necessità di un’insurrezione a carattere popolare e nazionale, che
coinvolgesse tutta la penisola. Quest’idea si diffuse soprattutto nelle frange patriottiche democratiche,
grazie al lavoro di Giuseppe Mazzini. (Vedi idee e politica di Mazzini da libro!). Il suo obbiettivo politico
era, in breve, quello di instaurare, in Italia, una repubblica democratica attraverso un’insurrezione
popolare condotta da soli italiani . Fondò, a tal proposito, la Giovine Italia che incontrò un largo favore
iniziale, poi distrutto dai fallimenti di due tentativi nel regno di Sardegna negli anni ’33, ’34 e ’35 (fece qui
la sua comparsa il giovane Garibaldi, scampato alla cattura e condannato a morte si rifugiò in sud
America). L’organizzazione, accompagnata ora da una Giovine Europa, fu ricostituita nel 1840.
Fallimentari furono anche i tentativi del ’43-’44 in Emilia e dei fratelli Bandiera (ufficiali della marina
veneziana austriaca) in Calabria. Nel decennio 1830-1840, la situazione generale in Italia era, comunque,
ancora quella della Restaurazione con monarchie assolute intransigenti, decisamente opposte ad ogni
richiesta popolare. Parziali eccezioni furono il regno di Sardegna e il Granducato di Toscana. Nel
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CAPITOLO 7: IL RISORGIMENTO ITALIANO

Anche l’Italia conobbe, durante il corso dell’800 (a partire dalla prima metà del secolo), un processo di scoperta della propria identità nazionale, al pari di molti Stati europei. Questo processo di rinascita nazionale fu definito, già dai contemporanei, Risorgimento. In realtà, l’Italia non aveva mai fatto l’esperienza di Stato unitario ed indipendente. Era stata unita solo sotto l’Impero romano, ma mai completamente indipendente. Tuttavia, un’idea di Italia come stato unitario e di comunità linguistica, culturale e religiosa era viva in molti intellettuali (e nel popolo, almeno in parte) già dall’era dei comuni. L’Illuminismo del 700 fece esplodere le idee libertarie, indipendentiste e unitarie. Molte voci a favore dell’indipendenza e dell’unità si erano levate dalle fila dei movimenti giacobini. Questi, tuttavia, portavano con sé una forte contradizione interna: si presentavano come portatori di istanze politiche democratiche o libertarie, di eguaglianza e indipendenza, ponendo, però, allo stesso tempo lo stato controllato sotto un giogo stretto e rigido. Le cose peggiorarono parzialmente con il controllo austriaco sul suolo italiano, egemonia assoluta che represse sul nascere ogni iniziativa associazionista. Tanto i moti del ’20-’21, quanto quelli di dieci anni dopo, furono, in Italia, totalmente estranei alle rivendicazioni unitarie. L’idea di Stato italiano unitario era ancora lontana; tutt’al più si prospettò la possibilità di creare uno stato nell’Italia settentrionale sotto il controllo sabaudo. L’obbiettivo e la rivendicazione principale era la richiesta di una costituzione e di un affrancamento dal controllo asburgico. I moti del 1831, in particolare, iniziarono come ondata di eco rispetto a quelli del luglio 1830 in Francia, mantenendo tuttavia, come nel caso del ducato di Modena, un’iniziativa propria e unica. Qui fu fondamentale l’azione ambigua e doppio giochista del duca Francesco IV , ingolosito dalla possibilità di creare un Regno d’Italia centrale, ma subito spaventato dalla possibilità dell’intervento austriaco e del rivoluzionario carbonaro Ciro Menotti , tradito dal duca stesso. Arrestata a Modena, la rivoluzione esplose in ducati e città vicine, in particolari in numerose Legazioni pontificie (Bologna, Pesaro, Urbino, Parma e Modena). Questi moti, rispetto a quelli del ’20-’21 avevano la peculiarità di non essere più iniziativa particolare di alcuni militari o parti dell’esercito: a fomentare l’insurrezione erano per lo più borghesi appoggiati da alcuni aristocratici illuminati e, a volte, da una buona percentuale di partecipazione popolare. Altro elemento di novità fu il tentativo, ancora abbozzato e solo parzialmente riuscito, di unificare i moti delle varie città in un unico movimento (furono creati un Governo delle provincie unite e un corpo di volontari ). Divisioni municipaliste e la solita contrapposizione moderati-democratici fecero fallire il progetto unitario in breve tempo. Accertata la neutralità dei francesi (i rivoluzionari contavano sull’appoggio di Luigi Filippo che non arrivò mai), il governo austriaco intervenne militarmente e riportò in breve l’ordine nell’Italia centro-settentrionale. I moti del ’31 ebbero soprattutto l’effetto di mostrare agli insorti gli errori commessi: impossibile era affidarsi a un possibile intervento straniero, così come all’appoggio di qualche duca o monarca dalle ambizioni vaghe. Era fondamentale che l’insurrezione fosse popolare, di piazza e non più settaria (i movimenti segreti, proprio per la loro segretezza, non erano riusciti a coordinarsi tra loro, né ad attuare una buona propaganda popolare). Il fallimento di questi moti segnò la fine, dunque, della Carboneria. Nacque, da questo momento, l’idea della necessità di un’insurrezione a carattere popolare e nazionale, che coinvolgesse tutta la penisola. Quest’idea si diffuse soprattutto nelle frange patriottiche democratiche, grazie al lavoro di Giuseppe Mazzini. (Vedi idee e politica di Mazzini da libro!). Il suo obbiettivo politico era, in breve, quello di instaurare, in Italia, una repubblica democratica attraverso un’insurrezione popolare condotta da soli italiani. Fondò, a tal proposito, la Giovine Italia che incontrò un largo favore iniziale, poi distrutto dai fallimenti di due tentativi nel regno di Sardegna negli anni ’33, ’34 e ’35 (fece qui la sua comparsa il giovane Garibaldi, scampato alla cattura e condannato a morte si rifugiò in sud America). L’organizzazione, accompagnata ora da una Giovine Europa , fu ricostituita nel 1840. Fallimentari furono anche i tentativi del ’43-’44 in Emilia e dei fratelli Bandiera (ufficiali della marina veneziana austriaca) in Calabria. Nel decennio 1830-1840, la situazione generale in Italia era, comunque, ancora quella della Restaurazione con monarchie assolute intransigenti, decisamente opposte ad ogni richiesta popolare. Parziali eccezioni furono il regno di Sardegna e il Granducato di Toscana. Nel

primo il subentrato sovrano Carlo Alberto deluse le forti speranze dei liberali, ma concesse comunque un nuovo codice civile, penale e un codice commerciale (1837, ’40 e ’43). In questi anni si assistette anche, soprattutto nell’Italia settentrionale, ad un miglioramento delle tecniche agricole e ad un ammodernamento generale economico, oltre che alla nascita della necessità di un vero e proprio mercato nazionale favorevole. Negli anni 40 dell’800 anche il dibattito politico italiano si allargò notevolmente. Fondamentale fu la nascita di una fazione moderata , prima assente, che si contrapponeva all’ala democratica-rivoluzionaria Mazziniana per l’idea di un mutamento graduale e indolore. I moderati ritenevano, poi, fondamentale l’appoggio della Chiesa Cattolica nel processo di unificazione, vedendo la religione come principale unificatore delle popolazioni italiane. Nacque così anche in Italia un cattolicesimo liberale (già presente dagli anni della Restaurazione) e il neoguelfismo. Questo ebbe un primo importante esponente in Vincenzo Gioberti che riteneva fondamentale la guida del Papa nel processo di indipendenza italiano e l’appoggio delle forze armate del Regno di Sardegna. Secondo Gioberti non era necessario giungere all’unità nazionale ma era auspicabile, invece, la formazione di una confederazione di Stati italiani che avrebbero dovuto assumere il pontefice come guida suprema. La via del Federalismo fu presa anche da Cesare Balbo , intellettuale torinese, che riteneva necessaria la formazione di una Lega di Stati in Italia ma che, a differenza di Gioberti, si poneva il problema di come ottenere l’indipendenza dall’impero asburgico. Ritenne possibile, in tal senso, una sorta di mediazione pacifica. Infine Giacomo Durando propose una soluzione federale che vedesse la formazione di tre stati italiani retti da monarchie costituzionali. Oppositore delle idee mazziniane e rivoluzionarie fu Massimo d’Azeglio che ritenne i moti rivoluzionari popolari dannosi e controproducenti per la causa nazionale italiana, preferendo a questi il riformismo gradualista. Infine Carlo Cattaneo espresse il pensiero politico nato nel Lombardo-Veneto che era federalista, democratico e repubblicano. Cattaneo diffidava della rivoluzione popolare mazziniana e dell’appoggio del regno sabaudo, preferendo la strada gradualista e riformista che avrebbe, però, dovuto portare l’Italia a una confederazione repubblicana di stati sul modello degli Stati Uniti. Negli anni 1846 –’47 furono poste le basi per le rivoluzioni popolari dell’anno 1848. In Italia vi fu un’esplosione delle idee riformiste. Tutto cominciò nel giugno 1846 con l’elezione a pontefice di Pio IX che suscitò la simpatia e l’interesse di molti stati italiani. Pio IX concesse, sull’onda degli entusiasmi inaspettati che lo travolsero, alcune importanti modifiche politiche. Ciò suscitò la preoccupazione austriaca che, secondo gli accordi del Congresso di Vienna, inviò un contingente militare su suolo pontificio. Carlo Alberto offrì subito il suo appoggio al papa e il governo inglese criticò aspramente l’iniziativa austriaca. Durante il corso del 1847, così, quasi tutti i sovrani della penisola furono costretti, per evitare l’insurrezione, a fare piccole concessioni politiche nei vari stati. Piemonte, Toscana e Stato della Chiesa si accordarono per una Lega doganale italiana.