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Parla dai moto del ‘20 fino all’unita di Italia
Tipologia: Appunti
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L’Italia conosce, nella prima metà del ‘800, conosce un processo di graduale riscoperta e di netta rivendicazione della propria identità nazionale, che da lì a poco avrebbe portato alla conquista dell’Indipendenza. Questo periodo storico è chiamato Risorgimento, che sottolinea una rinascita culturale e politica, di riscatto da una condizione di servitù e di decadenza morale, il ritorno di un passato glorioso. Inizia alla fine del ‘700, sulla base “di un sogno dei poeti e scrittori”, di cultura illuminista con un’ispirazione alla rinascita, rinnovamento culturale e morale che prende una precisa rivendicazione politica. L’Italia non ha mai conosciuto l’esperienza di uno Stato unitario, solo ai tempi dell’Impero romano ma che è di tipo universalistico e sovranazionale. Però esiste una nazione italiana, in quanto comunità linguistica, culturale, religiosa ed economica, che esiste dall’epoca dei comuni. Con la Restaurazione e l’egemonia austriaca, la situazione peggiora. Per i patrioti italiani, c’è uno scopo in più, ovvero la lotta per gli ideali liberali e democratici che coincidono con la liberazione dal dominio straniero. Non ci si batte ancora per l’unità italiana. In quelli del 1820- 21, la questione nazionale è assente, riguarda comunque le rivendicazioni di ordine costituzionale co un mutamento politico nei singoli stati; visto specialmente nei moti nelle regioni del Centro-nord che risulta evidente. Dal fallimento di ciò Mazzini elabora una nuova concezione. Nella penisola italiana, nel Regno delle Due Sicilie e il Regno di Sardegna. Parte la prima ondata rivoluzionaria negli anni ’20. Il 1° luglio la rivolta scoppia a Nola, nel Napoletano, con l’adesione di numerosi alti ufficiali ex murattiani (in carica durane il regno di Gioacchino Murat), fra cui il generale Guglielmo Pepe. Costringono Ferdinando I a concedere una Costituzione, simile a quella di Cadice in Spagna, che causa problemi simili come le divisioni fra democratici e moderati, il comportamento ambiguo del re ostile alla Costituzione e l’opposizione del governo austriaco. Si aggiunge anche la questione siciliana che nel 15 luglio, a Palermo, scoppia una violenta ribellione che ha un’ampia partecipazione popolare. Ai popolani si aggiungono anche esponenti aristocrazia, delusi dal potere di accentramento della monarchia napoletana che ha fatto perdere a Palermo il rango di capitale. Il governo manda una spedizione e la rivolta viene domata in pochi giorni, ala fine di ottobre. Il successo rivoluzionario accende le speranze dei liberali italiani, attivi in Piemonte e in Lombardia, che hanno obiettivi la Costituzione e la cacciata degli austriaci dal Lombardo- veneto per la formazione di un regno costituzionale indipendente nel Nord. In Lombardia, è stroncata dalla scoperta di un’organizzazione carbonara e dall’arresto dei suoi capi, Pellico e Maroncelli, condannati a pene detentive. In Piemonte, il moto scoppia un anno dopo quando alcuni militari ammutinano, costringendo Vittorio Emanuele I ad abdicare in favore del fratello Carlo Felice. Con il nuovo re lontano, il nipote Carlo Alberto, manifestando una simpatia per la causa liberale, concede una Costituzione simile a quella spagnola ma poi ritratta, richiamato dallo zio, unendosi alle truppe rimaste fedeli al re che sconfigge a Novara i rivoluzionari, guidati dal conte Santorre di Santarosa. Questi moti rappresentano una sconfitta definitiva. Il cancelliere Metternich decide di attuare uno scontro armato, entrando a Napoli restaurano il potere assoluto di Ferdinando I, con una dura repressione contro i rivoluzionari, così anche in Piemonte; l’esercito austriaco rimane fino al 1827. I moti cilentani del 1828 sono fondamentali per la storia risorgimentale anche se meno conosciuti, nascono dal malcontento diffuso tra i cilentani e l’antico comune di Borgo. Il motivo della rivolta è la riaffermazione della Costituzione, guidata dal canonico Antonio Maria De Luca, nato a Celle di Bulgheria, e dal nipote Giovanni De Luca. Dopo una lunga marcia, i rivoltosi occupano un piccolo forte, il fortino di Monte d’Oro, lungo la spiaggia di Palinuro. In 5-6 giorni, è proclamato un governo provvisorio con una costituzione simile a quella francese. I Borbone mandano l’esercito, la rivolta viene soffocata nel sangue da Francesco Saverio Del Carretto, militare e ministro della polizia nel Regno delle Due Sicilie, che fa radere al suolo il piccolo centro di Borgo, come esemplarità della pena. Il prete riesce a scappare con il nipote ma si
costituiscono dopo che Del Carretto minaccia di radere al suolo anche la terra natia del canonico. Vengono incarcerati a Salerno e condannati a morte, ma il problema sorge a causa del fatto che fanno parte del clero. Solo l’arcivescovo di Salerno Camillo Avena li scomunica, come pena di ciò al prete Antonio Maria De Luca gli viene tagliata la pelle delle mani e della testa, e vengono uccisi. La moglie di uno degli insorti, Serafina Apicella, il cui marito è Galotti che riesce a scappare a Parigi, viene torturata dai Borboni per farle confessare dove fosse il marito ma lei non è a conoscenza. La seconda fase delle insurrezioni italiane ha lo stesso esito dei moti precedenti. Tutto inizia nel Regno di Modena, il cui capo della rivolta è Ciro Menotti, imprenditore e industriale e il suo scopo è quello di allargare lo Stato Pontifico e la Toscana per unire l’Italia sotto una monarchia costituzionale, che decide di fare un compromesso con il duca Francesco IV, che li sostiene per non perdere il potere. Si concorda con Menotti di attuare una falsa rivolta perché ne vuole approfittare per diventare il sovrano dell’Italia centro-settentrionale. L’Austria si oppone affermando che se avesse concesso la Costituzione avrebbero fermato la rivolta con le armi. Il duca si vede costretto ad arrestare i capi della riunione, riuniti in casa Menotti. La rivolta si estende a Bologna e nei centri principali delle Legazioni pontificie, ovvero la Romagna con Pesaro e Urbino, con l’aggiunta del Ducato di Parma e Modena. Ci sono importanti caratteri di novità: tutto è per iniziativa dei ceti borghesi, appoggiati dall’aristocrazia liberale, dovuto anche dallo scontento del malgoverno pontificio. Ha un carattere unitario ma ci sono persistenti divisioni municipali e il contrasto tra democratici e moderati indeboliscono le iniziative insurrezionali. Si rivela un’illusione che il sovrano orleanista potesse intervenire, in favore dei ribelli che vengono sconfitti a Rimini dagli austriaci. Menotti è condannato a morte e impiccato, diventando simbolo del Risorgimento, e gli insorti emiliani condannati a lunghe pene detentive. L’esito negativo segna il declino delle società segrete, mettendo in evidenzia i problemi che hanno portato alla sconfitta:
di anime e dalla religiosità sincera e profonda. I primi atti del suo pontificato, la concessione di un’amnistia per i detenuti politici, suscita un entusiasmo. Liberali e moderati credono di aver trovato il loro eroe, capace di dar corpo al programma neoguelfo. Per varie manifestazioni a suo favore, è costretto a dare una serie di concessioni. È convocata una Consulta di Stato, formata da rappresentanti delle province scelti dal papa, viene istituita una Guardia civica con una riduzione della censura sulla stampa. Dà uno stimolo alla mobilitazione per le riforme e alla propaganda patriottica negli Stati italiani e nel Lombardo-Veneto. Il movimento per le riforme dilaga in tutta Italia, con una mobilitazione popolare a sfondo sociale, legate alle conseguenze della crisi economica europea che fa salire i prezzi dei generi alimentari. Nel regno di Sardegna, Carlo Alberto vara un nuovo ordinamento amministrativo che rende elettivi i consigli comunali e provinciali, allegando il controllo sullo stampa. Piemonte, toscana e Stato della Chiesa sottoscrive una lega doganale italiana. Estraneo rimane il regno delle Due Sicilia, godendo l’appoggio dell’Austria, deve fare i conti con la crescente ostilità dell’opinione publica. Nel regno borbonico sarebbe iniziata l’ondata rivoluzionaria che avrebbe coinvolto l’Italia intera nel 1848. La sollevazione inizia a Palermo nel 12 gennaio 1848, legata alle rivendicazioni autonomistiche dei siciliani, a determinare un primo successo: Ferdinando II di Borbone concede la Costituzione nel Regno delle Due Sicilie. Per il clero, le idee liberali di Papa Pio IX fanno pensare al suo appoggio da parte del clero, diffondendoli al popolo. Nello stesso periodo, dopo i moti di Palermo, anche nel Cilento scoppia un’ondata rivoluzionaria, sotto la guida di Costabile Carducci. Le zone interessate sono Torchiara, Castellabate e Pollica, con esponenti della borghesia locale. Il salernitano offrono maggiore possibilità di successo per la minor concentrazione delle milizie borboniche. Lo scopo è quello di marciare su Napoli, estendendo l’insurrezione anche in Basilicata e in Calabria, ma il sovrano Borbone decide di concedere la Costituzione in tutti il territorio. Carlo Alberto di Savoia, poi Leopoldo II di Toscana e anche Papa Pio IX concedono la Costituzione. Quella più importante è lo Statuto Albertino, promulgata da Carlo Alberto il 4 marzo del ’48. Prevede una Camera dei deputati, la cui modalità di elezione legano il diritto di voto a un censo piuttosto elevate, un senato nominato dal re e una stretta dipendenza del governo dal sovrano. Le rivolte si sollevano anche a Milano e Venezia, una grande manifestazione popolare ha imposto al governatore austriaco la liberazione dei detenuti e in seguito una rivolta degli operai dell’Arsenale militare, costringe i reparti austriaci a capitolare. Si proclama il 23 marzo la Costituzione della repubblica Veneta. A Milano, invece, si ha un assalto al palazzo e protestando per cinque giorni non comprando sigari per la tassazione sul tabacco( non circolazione dell’economia). Questi 5 giorni vengono definiti “ le cinque giornate milanesi” o la protesta dei sigari. Le barricate contro i soldati austriaci sono sostenute soprattutto a spese degli operai e artigiani. Si uniscono anche gli esponenti dell’aristocrazia liberale e si forma un governo provvisorio. Le truppe austriache si ritirano all’interno del quadrilatero, l’area definita del perimetro delle fortezze di Verona, Legnano, Mantova e Peschiera. Il Piemonte dichiara guerra all’Austria per diverse ragioni:
giorni fa lo stesso il granduca di Toscana e infine anche Ferdinando di Borbone. Però rimangono componenti dei corpi di spedizioni regolari, colori che disobbediscono ai loro sovrani. Ci sono anche molti volontari, tra cui anche Giuseppe Garibaldi, che accorre dal Sud America mettendosi a disposizione del governo provvisorio lombardo. Ma Carlo Alberto è deciso a combattere la “sua guerra” e gli aiuti vengono utilizzati male. Il 23-25 luglio, nella prima grande battaglia campale che si combatte a Custoza, presso Verona, le truppe piemontesi sono sconfitte; il 9 agosto è firmato l’armistizio con gli austriaci. La battaglia interessa solamente i democratici italiani e ungheresi. Lo scontro in Ungheria assume un carattere di una vera e propria guerra nazionale. In Italia si è ancora divisi, l’ideale di guerra di popolo e di libertà nazionale unisce solamente una parte ristretta della nazione, ovvero la borghesia. La massa contadina è ostile alle loro battaglie, e comprende la maggior parte della popolazione. I democratici piemontesi fanno riprendere la guerra, il 20 marzo 1849, a Carlo Alberto. Si scontrano nei pressi di Novara e vengono di nuovo sconfitti. Così il re decide di abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II che firma un nuovo armistizio con gli austriaci. Sconfitto il regno sabaudo, gli austriaci si prorogano per la restaurazione dell’ordine nell’intera penisola, scombussolata da varie rivolte e nuovi governi. La Sicilia è il controllo dei separatisti, con un proprio governo e una propria Costituzione; Venezia, ancora in mano agli insorti, proclama la Repubblica. In Toscana, si è costretti a formare un ministero democratico sotto la pressione popolare. A Roma, dopo l’attentato del primo ministro pontificio, il papa è costretto a scappare a Gaeta sotto la protezione dei Borbone. Si tengono le elezione a suffragio universale per l’Assemblea Costituente, quelli eletti in maggioranza sono Mazzini e Garibaldi. Si proclama la decadenza del potere temporale dei papi e il nuovo Stato avrebbe assunto “il nome glorioso di repubblica Romana”, con una forma di governo la democrazia pura e stabilito con il resto dell’Italia “ le relazioni che esige la nazionalità comune” in vista dell’unità nazionale. Si hanno ripercussioni anche in Toscana dove Leopoldo II abbandona il Paese e chiamata un’Assemblea costituente. Il potere va nelle mani del triumvirato composto da Montanelli, Guerrazzi e Mazzini. La difesa della Repubblica viene affidata da Mazzini al suo amico, Garibaldi, l’Eroe dei Due mondi poiché combatte per l’indipendenza dell’America Latina e dell’Italia. È un maestro dell’arte della guerriglia (una forma di lotta armata irregolare, fondata da piccoli gruppi che non possono scontrarsi direttamente con un esercito più forte e regolare e utilizza la conoscenza del territorio per condurre azioni di attacco), appressa sul campo di battaglia. Un altro personaggio che si occupa della difesa è il napoletano Carlo Pisacane, un ex ufficiale borbonico che diserta poiché è innamorato della moglie di suo cugino, Enrichetta. I due scappano insieme, lei lascia il marito con tre figli. Hanno un mandato d’arresto per adulterio, si recano a Genova dove entrano a contatto con le idee liberali. Pisacane diventa prima esule per motivi privati per poi esserlo per i suoi ideali. Lui e Garibaldi si scontrano per la linea difensiva da attuare, questo sarà uno dei motivi che porta alla caduta della repubblica romana. Si porta avanti un’opera di laicizzazione dello Stato e il rinnovamento politico e sociale, vengono aboliti i tribunali ecclesiastici e decretata la confisca dei beni da parte del clero. Si attua un progetto di riforma agraria, prevedendo la concessione in affitto perpetuo alle famiglie più povere. Nel frattempo, il Papa chiede aiuto alle potenze cattoliche per riprendersi i suoi domini, e rispondono l’Austria, la Spagna, il Regno delle Due Sicilie e la Repubblica francese. Bonaparte manda un contingente, a giugno, che attacca la capitale e i repubblicani soccombono, costretti a fuggire. Proprio durante la fuga che la compagna di Garibaldi, Anita, si ammala e lui per riuscire a scappare la abbandona, lei poco dopo muore di malaria. Il 3 luglio, poco prima della sconfitta, viene emanata la Costituzione che diventa il documento-simbolo degli ideali democratici e alternativa rispetto alle altre presenti in Europa. Gli austriaci riescono a portare di nuovo il controllo della penisola con l’assedio di Venezia che si sarebbe arresa solamente ad agosto a causa delle scarse provviste di cibo. Un anno prima del 1849, Ferdinando II, il 15 maggio del 1848, vieta la riunione del Parlamento, che si sarebbe dovuto riunire per la prima volta. Qualche giorno prima diventa paranoico, ha
forma un governo con il connubio dell’ala moderata della destra- il centro destro – di cui lui è il leader e la sinistra moderata, il centro-sinistra, formando una nuova maggioranza di centro. Si interessa a una politica patriottica e antiaustriaca. Si afferma un governo di tipo parlamentare da cui dipende il governo dal sostegno della maggioranza in Parlamento. Per la politica economica e commerciale viene adottata una di tipo liberoscambista. Vengono stipulati contratti commerciali con le grandi potenze e abolito gradualmente e il dazio sul grano. Vengo costruiti strade e canali, sviluppando un sistema ferroviario. Al contempo, l’attività mazziniana continua, nonostante l’esilio del loro leader a Londra, però gli austriaci hanno la meglio. Così Mazzini sposta la sua strategia su un Partito d’Azione, fondato a Ginevra nel 1853, il carattere è sul puro scocco combattivo, creandosi anche una base fra gli artigiani e gli operai delle città. Tra i democratici si avverte una sorta di diffidenza verso i fallimenti mazziniani, portando a un’ampia collaborazione con il sovrano piemontese per l’Unità e altri, invece, si basano su idee socialiste, aperto anche ai problemi sociali e alle esigenze alle classi subalterne. Ferrari e Pisacane, con la pubblicazione di due differenti libri, sostengono che la lotta per l’indipendenza nazionale avrebbe avuto successo solamente se si fossero legate le classi popolari, combattendo per l’emancipazione economico e sociale. Pisacane pensa che l’Italia meridionale, per le sue caratteristiche di paese arretrato, sia il terreno per la rivoluzione. Proprio per questo nel giugno del 1857, Pisacane si imbarca a Genova su un piroscafo di linea dirigendosi verso l ‘ isola di Ponza, dove c’è un penitenziario borbonico. Libera 300 detenuti e si dirigono verse le coste meridionali della Campania, sbarcando a Sapri. Iniziano la marcia ma i rivoluzionari vengono prima colti dalla violenza dei contadini che sono persuasi dal prete che siano briganti, e poi vengono traditi dal marchese, che scappa a Napoli, e catturati dalle truppe borboniche. Pisacane si suicida e i suoi compagni vengono arrestati. Tra di loro c’è anche Giovanni Nicotera, un suo fedelissimo amico, che viene trasportato a Salerno e successivamente gli farà dedicare la caserma di Salerno a suo nome. La morte di Pisacane fa scalpore, Enrichetta si sente in colpa per la sua morte che’ l’ha tradito con il suo caro amico e lei gli aveva detto di non è partire. Il fallimento porta molti democratici ad allontanarsi dalle rivolte mazziniane, sostenendo anche un legame di amicizia con Mazzini. Nasce un movimento indipendentista, promosso da Daniele Manin- il capo della rivolta a Venezia del’48- che unisce tutte le correnti per raggiungere lo scopo dell’unità sotto la monarchia di Vittorio Emanuele II. Aderisce anche Garibaldi che sviluppa un rapporto personale con il re, entrambi sono due uomini pratici. Assume il nome di Società nazionale. La politica estera di Cavour si pone gli obiettivi tradizionali della monarchia sabauda, quelli di spingere i confini del Piemonte verso l’Italia settentrionale. Nel 1853, diventa Presidente del Governo di Sardegna e mostra il suo genio politica. In questo periodo si combatte per la guerra più importante dell’ ‘800, una guerra europea, ovvero la Guerra di Crimea. L’impero ottomano ha il controllo sugli stretti dei Dardanelli e del Bosforo, che sono protetti dall’interesse di Francia de e Gran Bretagna per il commercio(la via della seta), che in seguito verrà chiamata la questione degli Stretti. Gli ottomani affrontandolo un periodo di crisi, l’impero è debole. I russi colgono l’occasione per espandersi, iniziando la guerra con un pretesto: il controllo dei luoghi sacri e per la libertà religiosa degli ortodossi-cristiani. La Francia e Gran Bretagna, per i propri interessi commerciali, entrano in guerra a fianco dell’impero Ottomano, formando una coalizione contro la Russia. Per la lontananza del territorio, situato nel Mar Nero, le due potenze chiedono aiuto all’Austria, la potenza più vicina, di allenarsi con loro ma l’impero asburgico rifiuta affermando che i Piemontesi avrebbero colto l’occasione per dichiarargli guerra per l’Indipendenza e attaccandoli lungo la Pianura padana, causando la sconfitta austriaca, come successo la prima volta. Allo stesso tempo, la Russia richiede il favore in cambio all’Austria ma non accetta. Così si dichiara neutrale, attuando un isolamento politico e diplomatico, non attuando nessun tipo di relazione con gli altri Stati. Cavour decide di approfittare della situazione e si allea con le potenze europee, mandando un contingente di 18mila persone, togliendo anche l’alibi all’Austria. Nel 1856, c’è l’arresa della Russia e la vincita della coalizione
contro la Russia. Durante il Congresso di Parigi, partecipano le potenze vincitrici tra cui anche il Regno di Sardegna, l’Austria, che fino a quel momento è la grande potenza, viene esclusa. Riesce a sollevare la questione italiana, protestando contro la presenza militare austriaca e il malgoverno dello Stato della Chiesa e di Ferdinando II come causa di tensioni rivoluzionarie. Cavour punta alle mire espansionistiche di Napoleone III, inoltre utilizza la cugina, la Contessa di Castiglione, che diventa l’amante ufficiale dell’imperatore francese. I timori si spostano anche sui mazziniani che si hanno conferma quando l’imperatore viene pugnalato dal repubblicano Felice Orsini, intento a vendicare la repressione della Repubblica Romana, e capisce di doversi fare difensore dell’Italia, soppiantando l’egemonia austriaca. Avviene un incontro segreto fra l’imperatore e Cavour, nel luglio del 1858, nella cittadina termale di Plombières. Gli accordi, che hanno il nome della cittadina, dividono la penisola italiana in tre Stati: