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Riassunto di " Storia del Miracolo Italiano" di Crainz, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Riassunto del libro "Storia del Miracolo Italiano" di Crainz . Testo consigliato dalla prof.essa Simone , docente di storia contemporanea presso l'ateneo di Padova durante l'anno scolastico 2020-2021. Il documento racchiude gli avvenimenti e i cambiamenti accaduti in Italia nell'immediato dopo guerra italiano e la rinascita economica del paese.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 23/06/2021

soniacarlotta
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STORIA DEL MIRACOLO ITALIANO GUIDO CRAINZ RIASSUNTO
1. L’ITALIA DOPO IL FASCISMO SECONDO DOPOGUERRA
2. IL TIPO DI STATO NEL CORSO DEGLI ANNI 50
3. LA DISCRIMINAZIONE VERSO IL COMUNISMO
4. LA DISCRIMINAZIONE DI INTERI SETTORI DI CITTADINI
5. I FASCICOLI DEL CPC
6. LA MAGISTRATURA E LE MODALITÀ DI APPLICAZIONE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI
7. CARATTERISTICHE DEL LIBERALISMO DI EMERGENZA
8. I METODI DELLA FIAT NEGLI ANNI 50
9. IL DIBATTITO CULTURALE DEL 56
10. LA POSIZIONE DI PALMIRO TOGLIATTI NEL PCI
11. 58 ANNO DECISIVO - ORDINAMENTI AUTORITARI NEL GOVERNO
12. LOTTE E SINDACATI DI FABBRICA NEGLI ANNI 50
13. IL BOOM ECONOMICO IN ITALIA (54-64)
14. SPOPOLAMENTO DELLE CAMPAGNE NEGLI ANNI DEL BOOM
15. MECCANIZZAZIONE DEGLI ANNI 50-60 IN ITALIA
16. L’EMIGRAZIONE IN ITALIA ANNI 50-60
17. SPOSTAMENTI INTERNI ITALIANI 55-70
18. INDUSTRIA ITALIANA ANNI 60
19. DIVERSI MODELLI DELLA TERZA ITALIA
20. NUOVA GEOGRAFIA URBANA ITALIA ANNI 60
21. ASSETTO POLITICO DEGLI ANNI 60 IN ITALIA
22. CRISI DEL CENTRISMO POLITICO ITALIANO
23. GOVERNO TAMBRONI 1960
24. I GIOVANI IN CAMPO NEL 1960
25. IL TEMA DELLA RESISTENZA DELL'IDENTITÀ NAZIONALE
26. CONFLITTO SOCIALE NELLE FABBRICHE ITALIANE
27. L’INTERVENTO DELL’INTERSIND
28. TENDENZE E CONTROTENDENZE POLITICHE IN ITALIA 60’
29. CADUTA DEL GOVERNO TAMBRONI
30. IL PROGRAMMA DI UGO LA MALFA
31. L’ELEZIONE DI SEGNI A PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
32. LA BOTTA D’ARRESTO DELLA RIFORMA FANFANI
33. I CAMBI DI ROTTA DELLA POLITICA ITALIANA DEGLI ANNI 60
34. IL DESTINO DEL CENTRO SINISTRA
L’ITALIA DOPO IL FASCISMO-secondo dopoguerra
L’Italia esce dalla guerra in condizioni gravissime: la produzione industriale è meno di un terzo di quella
dell’anteguerra, c’è il problema degli approvvigionamenti alimentari, superato solo grazie agli aiuti alleati (piano
Marshall); il sistema dei trasporti è disarticolato e in Mezzogiorno fioriva il contrabbando e la borsa nera. I partiti
sono quelli di prima della guerra (salvo il PNF), ma non se ne conosce la forza: PSIUP (partito socialista italiano
di unità proletaria) di Pietro Nenni, PCI di Togliatti, DC di De Gasperi, PLI, Partito Repubblicano, Partito D’Azione,
Neofascisti, Partito Monarchico, L’Uomo Qualunque etc. Il 2 giugno 1946 l’Italia diventa una repubblica
parlamentare. Le sinistre, in forte contrasto con la DC, si dividono: con la scissione di Palazzo Barberini (11
gennaio 1947), da PSIUP nascono PSLI (partito socialista italiano) e PSDI (partito socialista democratico italiano
di Saragat). Il 22 dicembre 1947 la Costituente si riunisce e la nuova Costituzione Italiana entra in vigore l’1
gennaio 1948. Lo stesso anno la DC stravince alle elezioni (48%) e dalla CGIL (conf. gen. italiana del lavoro)
nascono la CISL (conf italiana sindacati lavoratori, componente cattolica) e la UIL (unione italiana del lavoro,
componente socialista). Gli anni del centrismo sono costituiti da continui governi della DC per 40 anni, affiancata
da altri partiti minori (PLI, PRI, PSDI) e vengono attuate molte riforme per la ristrutturazione economica, viene
fondata la Cassa per il Mezzogiorno (1950) e nel 1956 viene costituito il Ministero delle Partecipazioni statali per
per coordinare l’IRI e l’ENI, assieme a Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura. Crescendo
il tasso di occupazione, crescevano anche i consumi interni che davano uno slancio fortissimo alla produzione,
fino ad assicurarsi un posto tra le grandi potenze industriali mondiali.
Italia, negli anni 50: la seconda guerra mondiale è finita da qualche anno e il suo ricordo si allontana;
trasformazioni radicali investono i modi di produrre e di consumare, di pensare e di sognare, di vivere il presente
e progettare il futuro. E’ la fine dell’universo contadino; irrompono nuovi gusti e più complesse culture; si
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STORIA DEL MIRACOLO ITALIANO GUIDO CRAINZ RIASSUNTO

1. L’ITALIA DOPO IL FASCISMO SECONDO DOPOGUERRA

2. IL TIPO DI STATO NEL CORSO DEGLI ANNI 50

3. LA DISCRIMINAZIONE VERSO IL COMUNISMO

4. LA DISCRIMINAZIONE DI INTERI SETTORI DI CITTADINI

5. I FASCICOLI DEL CPC

6. LA MAGISTRATURA E LE MODALITÀ DI APPLICAZIONE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI

7. CARATTERISTICHE DEL LIBERALISMO DI EMERGENZA

8. I METODI DELLA FIAT NEGLI ANNI 50

9. IL DIBATTITO CULTURALE DEL 56

10. LA POSIZIONE DI PALMIRO TOGLIATTI NEL PCI

11. 58 ANNO DECISIVO - ORDINAMENTI AUTORITARI NEL GOVERNO

12. LOTTE E SINDACATI DI FABBRICA NEGLI ANNI 50

13. IL BOOM ECONOMICO IN ITALIA (54-64)

14. SPOPOLAMENTO DELLE CAMPAGNE NEGLI ANNI DEL BOOM

15. MECCANIZZAZIONE DEGLI ANNI 50-60 IN ITALIA

16. L’EMIGRAZIONE IN ITALIA ANNI 50-

17. SPOSTAMENTI INTERNI ITALIANI 55-

18. INDUSTRIA ITALIANA ANNI 60

19. DIVERSI MODELLI DELLA TERZA ITALIA

20. NUOVA GEOGRAFIA URBANA ITALIA ANNI 60

21. ASSETTO POLITICO DEGLI ANNI 60 IN ITALIA

22. CRISI DEL CENTRISMO POLITICO ITALIANO

23. GOVERNO TAMBRONI 1960

24. I GIOVANI IN CAMPO NEL 1960

25. IL TEMA DELLA RESISTENZA DELL'IDENTITÀ NAZIONALE

26. CONFLITTO SOCIALE NELLE FABBRICHE ITALIANE

27. L’INTERVENTO DELL’INTERSIND

28. TENDENZE E CONTROTENDENZE POLITICHE IN ITALIA 60’

29. CADUTA DEL GOVERNO TAMBRONI

30. IL PROGRAMMA DI UGO LA MALFA

31. L’ELEZIONE DI SEGNI A PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

32. LA BOTTA D’ARRESTO DELLA RIFORMA FANFANI

33. I CAMBI DI ROTTA DELLA POLITICA ITALIANA DEGLI ANNI 60

34. IL DESTINO DEL CENTRO SINISTRA

L’ITALIA DOPO IL FASCISMO-secondo dopoguerra L’Italia esce dalla guerra in condizioni gravissime: la produzione industriale è meno di un terzo di quella dell’anteguerra, c’è il problema degli approvvigionamenti alimentari, superato solo grazie agli aiuti alleati (piano Marshall); il sistema dei trasporti è disarticolato e in Mezzogiorno fioriva il contrabbando e la borsa nera. I partiti sono quelli di prima della guerra (salvo il PNF), ma non se ne conosce la forza: PSIUP (partito socialista italiano di unità proletaria) di Pietro Nenni, PCI di Togliatti, DC di De Gasperi, PLI, Partito Repubblicano, Partito D’Azione, Neofascisti, Partito Monarchico, L’Uomo Qualunque etc. Il 2 giugno 1946 l’Italia diventa una repubblica parlamentare. Le sinistre, in forte contrasto con la DC, si dividono: con la scissione di Palazzo Barberini ( gennaio 1947), da PSIUP nascono PSLI (partito socialista italiano) e PSDI (partito socialista democratico italiano di Saragat). Il 22 dicembre 1947 la Costituente si riunisce e la nuova Costituzione Italiana entra in vigore l’ gennaio 1948. Lo stesso anno la DC stravince alle elezioni (48%) e dalla CGIL (conf. gen. italiana del lavoro) nascono la CISL (conf italiana sindacati lavoratori, componente cattolica) e la UIL (unione italiana del lavoro, componente socialista). Gli anni del centrismo sono costituiti da continui governi della DC per 40 anni, affiancata da altri partiti minori (PLI, PRI, PSDI) e vengono attuate molte riforme per la ristrutturazione economica, viene fondata la Cassa per il Mezzogiorno (1950) e nel 1956 viene costituito il Ministero delle Partecipazioni statali per per coordinare l’IRI e l’ENI, assieme a Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura. Crescendo il tasso di occupazione, crescevano anche i consumi interni che davano uno slancio fortissimo alla produzione, fino ad assicurarsi un posto tra le grandi potenze industriali mondiali. Italia, negli anni 50: la seconda guerra mondiale è finita da qualche anno e il suo ricordo si allontana; trasformazioni radicali investono i modi di produrre e di consumare, di pensare e di sognare, di vivere il presente e progettare il futuro. E’ la fine dell’universo contadino; irrompono nuovi gusti e più complesse culture; si

ridisegnano geografie produttive e sociali, insediamenti e poli di attrazione. L’intero paese si trasforma sotto un impulso irrefrenabile → è il MIRACOLO. Negli anni del boom economico (58-63), nell’agonia del centrismo, emergono strutture e comportamenti degli apparati dello stato largamente segnati dal fascismo, ma ora innestati nel quadro della nuova collocazione atlantica dell’Italia. Un esempio è la rimanenza in vigore e il funzionamento del Casellario Politico, un ufficio della direzione generale della Pubblica sicurezza del Regno d'Italia che aveva il compito di curare il sistematico aggiornamento dell'anagrafe dei cosiddetti "sovversivi", ma anche degli oziosi e dei vagabondi, poi usato nel fascismo per classificare tutti gli aventiniani, i partigiani e i comunisti. Un aspetto da non sottovalutare è il tenace permanere di forti resistenze conservatrici nell’insieme del corpo sociale e degli apparati pubblici con forme di conservatorismo politico, religioso, sociale e culturale. CAPITOLO UNO Il tipo di stato nel corso degli anni ' Il primo essenziale passo da fare è comprendere il tipo di Stato che si consolida nel corso degli anni Cinquanta; il tipo di apparato statale, dunque, che giunge alla prova degli anni del boom e dell'apertura a sinistra. È evidente la continuità dello stato nel passaggio dal fascismo al post – fascismo, o più analiticamente, delle caratteristiche dell'apparato statale che si riconferma nel nostro paese, a larghi e sostanziali tratti, dopo la rottura del 1943 –

  1. Questo apparato trova nel clima della guerra fredda ulteriore cemento e al tempo stesso nuove articolazioni e umori in una nuova e più ampia polarizzazione. L’Italia nel contesto del secondo dopoguerra trova il suo maggiore alleato e sostenitore negli Stati Uniti, che con i grandi investimenti del Piano Marshall, contribuiscono a far risollevare la condizione disastrosa economica e sociale in cui si trovava l’Italia in quel periodo, e allo stesso tempo mettono l’Italia in uno stato di dipendenza e sottomissione, dove le scelte politiche vengono spesso e volentieri forzate da Washington, soprattutto nel primo periodo della guerra fredda. Molti documenti americani dell'epoca offrono conferme e squarci illuminanti sulle modalità dell'azione anticomunista degli anni '50, da De Gasperi che confessa all’ambasciatore americano che “tra fascisti e comunisti c’è una differenza fondamentale: i primi senza dubbio combatterebbero dalla nostra parte in caso di guerra mentre lo stesso non si può dire per i comunisti”, fino alla famosa riunione del 1961 in cui Vernon Walters avanza addirittura l'ipotesi di un intervento armato degli USA per impedire l'ingresso dei socialisti al governo. C'è uno stretto rapporto fra le pressioni americane e l'iniziativa autonoma anticomunista dei differenti governi italiani, che ebbero come conseguenze la determinazione, all'interno del corpo dello stato, di un duplice e intrecciato ordine di comportamenti, fatto da una parte di normalità e diritto, e dall'altra dalla potenziale o sotterranea esclusione di un'ampia fascia di cittadini dalla pienezza di quel diritto. Non a caso Franco De Felice ha parlato di doppio Stato fondato sulle discriminazioni fatte di dichiarazioni atte a definire gli oppositori ostili o estranei allo stato e alla nazione. La discriminazione verso il comunismo (1950) OCCORRE MODIFICARE LA MENTALITÀ. Gli esempi concreti sono più efficaci delle riflessioni generali. Parecchie sono le discussioni che si svolgono nel Consiglio dei Ministri (a detta di alcuni il Consiglio sembra trasformarci in un gabinetto di guerra molto teso, PDC De Gasperi, Esteri Sforza, Interni Scelba) sulle misure da assumere nei confronti dei comunisti, spesso terminate con comunicati ufficiali che annunciano vaste iniziative e discriminazioni, in particolare nei confronti dei funzionari dello Stato che non danno garanzie di fedeltà al regime democratico. Scelba (Ministro degli Interni) nel 1954 dice che il Partito Comunista agisce fuori dalla Costituzione, ritiene che occorra modificare la mentalità che fa ritenere normale ogni attività del PC e che per farlo ci sia bisogno dell’appoggio straniero sia ideologico che concreto, e auspica addirittura controlli e spionaggio senza alcuna richiesta necessaria alla Magistratura. Frequenti, a partire dal 1954, furono le ondate di perquisizioni poliziesche, di scioglimenti autoritari e di ispezioni prefettizie nei confronti delle cooperative di sinistra; poi seguirono le estromissioni delle organizzazioni di sinistra da edifici pubblici o da locali dell'ex partito fascista; innumerevoli le discriminazioni nei confronti dei film di sinistra, colpiti in sede di concessione dei crediti, ancora prima di arrivare ai comitati di censura, che agirono quasi ai ritmi di un regime. Vennero escluse dalle trasmissioni radiofoniche italiane tutte le notizie relative al

allora ministro dell'Interno, che fece un uso più ampio e deformato dei prefetti, invitando a redarre le risposte personalmente e a dare segnalazione di ricevimento solo tramite numero cifrato della circolare in questione. I rapporti dei diligenti prefetti lasciano emergere soprattutto, al di là delle sorveglianze politiche, un grande affresco generale dell'Italia di quegli anni, mostrando i funzionari molto meticolosi nel manifestare le mancanze a cui ovviare nelle rispettive città per aumentare i voti; sono relazioni ciniche e calcolate, che chiedono interventi più tenui e di rattoppo ma solo nelle zone dove è più probabile raccogliere voti, per evitare di venire “smascherati” e aizzare tensioni sociali controproducenti. Tambroni dal canto suo raccoglie le segnalazioni prefettizie e le spedisce ai ministeri di competenza e alla Cassa per il Mezzogiorno, operando con criteri di breve e brevissimo termine ed elargendo finanziamenti discriminati clientelarmente e non sulla base di logiche di necessità oggettiva. Persino una discussione sui contributi unificati in agricoltura per l'assistenza ai braccianti e ai mezzadri viene vista male perché concedere loro una mutua significa dar vita ad una organizzazione potentissima che potrebbe essere usata contro la democrazia. La magistratura e le modalità di applicazione dei principi costituzionali (1950) RICRESCE DALLE MACERIE SENZA CANCELLARLE. Infine un rapidissimo cenno ad un versante in cui è più evidente la continuità di vecchie culture e ordinamenti: la magistratura e le modalità di applicazione dei principi costituzionali. A metà degli anni '50 crea scandalo un piccolo libro di un giovane magistrato di Cassino, Dante Troisi, intitolato Diario di un giudice. È questa una riflessione sulla condizione della professione giudiziaria che esprime il disagio per una non-giustizia quotidiana in un'Italia che è avvertita come un non-paese: un paese mancato. Un libro che dice troppo e che interessa troppi pochi, guadagnandosi immediatamente il giudice un'azione disciplinare (richiesta da un deputato monarchico e promossa da Moro, guardasigilli) che sollecita il Procuratore generale di Roma con l'accusa di danneggiamenti e offese al prestigio della magistratura. Negli anni '50, al contrario, al vertice della magistratura si trovarono spesso giudici che avevano fatto una rapida carriera durante il fascismo e non sempre per meriti professionali. Del resto la Corte Costituzionale diventa operativa solo nel 1956 e solo da quel momento si avvia realmente la cancellazione di norme e articoli introdotti dal fascismo. E furono parecchi gli ostacoli frapposti ad essa, non ultimi, anzi, quelli opposti dal governo: Segni fece ricorso tramite l'Avvocatura di stato quando la Corte iniziò a rivedere gli articoli del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931, giudicando la Corte inadatta a giudicare su leggi anteriori alla Costituzione stessa! L'Avvocatura, del resto, si aggrappò alla distinzione tra norme programmatiche e precettive: le leggi che sono in contrasto con le prime non sono automaticamente illegittime. Il ricorso fu respinto. Vi furono poi sentenze che, interpretando in senso molto discutibile la Costituzione, cancellarono leggi innovative come quella sull'imponibile di manodopera. È una cultura più generale, al di là di questi esempi, ad essere in gioco. Esemplare è la vicenda di alcune leggi che riguardano la parità fra sessi: nel 1956 esce la legge che ammette per la prima volta le donne nelle Corti d'assise e nei tribunali per i minorenni e forti furono le opposizioni in tal senso (le donne da molti venivano giudicate troppo facili a cedere al sentimento, tali da potersi innamorare dell’imputato); nel 1961 la Corte ribadisce che l'adulterio è reato punibile se è compiuto dalla donna e così rimarrà la situazione fino al 1968, quando uscirà per la prima volta una sentenza diversa. Nello stesso periodo viene promulgata la legge Merlin, che prevedeva l’abolizione dello sfruttamento e della regolamentazione della prostituzione: aboliti dunque bordelli (case di tolleranza), e ciò portò a un sacco di giovani che “agivano” per strada. Viene quindi richiesta subito l’abrogazione della legge, in parte per “ripulire le strade dal putridismo delle prostitute” e in parte per il crescente fenomeno della delinquenza giovanile. Eloquenti sono pure le uscite in merito ad essa dove l'unico linguaggio adeguato, in caso di flagranza di reato, è quello dello sfollagente di polizia; addirittura il procuratore generale della Corte di cassazione invoca la berlina e la fustigazione, rammaricandosi della loro estinzione come pene legali. Innumerevoli poi i fulmini giuridici contro certo cinema, caso esemplare quello felliniano della Dolce vita, o della stampa. CAPITOLO DUE Caratteristiche del liberalismo d'emergenza FRA STALINISMO E LIBERALISMO D'EMERGENZA. L'espressione liberalismo d'emergenza appartiene ad un romanzo di Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli , che con tale espressione si riferiva alla situazione del PCI a Napoli. Questo liberalismo d'emergenza era, in altri termini, l'unica forma di opposizione ad una realtà e ad una forma di gestione del potere profondamente illiberale, non solo a Napoli ma ben presto in tutta la penisola.

Questo liberalismo emergenziale aveva contro di sé forze potenti ed era contemporaneamente minato dall'interno, contraddetto com'era dall'ideologia esplicita cui si richiamava. Inserito nella più generale cultura e pratica del partito, era destinato a subire progressivi stritolamenti e tensioni che si aggravarono nel corso degli anni Cinquanta. L'area sociale e culturale della sinistra vedeva progressivamente scemare le utopie positive e le speranze di liberazione dell'immediato dopoguerra, vedendo, invece, più corposi gli elementi deleteri dell'ortodossia più schematica e settaria, necessari nell'estenuante guerra di difesa cui era costretta. Lo spartiacque regolatore che segna l'inizio di questo cambio di rotta è possibile fissarlo alla metà degli anni Cinquanta, quando accaddero due eventi traumatici e carichi di significato: la pesantissima sconfitta della CGIL alla Fiat durante l'elezione delle commissioni interne (1955) e la pluralità di accadimenti del 1956 noti come l'indimenticabile '56: in quell'anno si tiene il XX congresso del PCUS che sancisce la linea della coesistenza pacifica e la critica allo stalinismo della più moderata URSS, e si rivelano le atrocità staliniste col rapporto Kruscev, si succedono l'insurrezione polacca e quella ungherese, la prima risoltasi nell'accettazione da parte dell'URSS dei risultati delle libere elezioni e la seconda conclusasi con l'invasione e la conseguente repressione sovietica. La questione si trasferisce dunque dal cielo dell’ideologia alla realtà. Nel considerare l'impatto in Italia di quel 1956 si nota immediatamente la contraddizione tra la violenza immediata del trauma – un vero shock per il PCI – e il carattere parecchio limitato del rinnovamento politico del partito di Togliatti, che ben presto rimosse quell'anno assieme al cumulo di implicazioni e sottintesi che recava con sé. Questo non vuol dire, però, che la crisi del mito sovietico non portò alla luce una serie di forti crisi e di eventi che, agendo assieme a più sotterranei e radicali processi, finiranno per cambiare nel profondo gli assetti sociali e le culture del paese, frantumando quelle subculture – cattolica, comunista e laico-liberale – che avevano costituito l'ossatura del primo decennio dell'Italia repubblicana. Si badi bene, la crisi del mito sovietico, dunque, non mette in crisi solo l'impostazione e la cultura del partito togliattiano, ma unita ad altri processi riduce drasticamente i soggetti essenziali su cui sino ad ora il PCI aveva costruito la sua identità e costruisce modalità nuove nello sviluppo della cultura di massa, nuovi modi di essere italiani. Le aree bracciantili e mezzadrili, ad esempio, per molto tempo avevano disegnato ampi contorni della geografia rossa italiana, sia prefascista sia repubblicana; adesso vanno svuotandosi. La stessa classe operaia va lentamente frammezzandosi. I metodi della Fiat negli anni ' LA CLASSE. Nel 1954 ancora la FIOM-Cgil teneva saldamente, nelle commissioni Fiat, il 63% dei voti; nel 1955, solo un anno dopo, precipita al 36%. Il giorno dopo i risultati inizia il XXXI congresso del PSI durante il quale Pietro Nenni denuncia i metodi intimidatori della Fiat; nelle sue parole non c'è alcuna esagerazione e a sostegno una enorme mole di documenti: meccanismi messi in atto allora dalla Fiat sembrano appartenere ad un altro mondo: tribunali di fabbrica con verbali di udienza, reparti-confino, corpi di sorveglianza e reti di informatori, un efficace sistema di intimidazioni ricatti, rappresaglia e pressioni cui gli altri sindacati non mancano spesso di contribuire. Non stupisce, dato il clima, la caduta a precipizio delle percentuali FIOM-Cgil (affiliata al PCI e di ideologia fortemente comunista). La sinistra cercò di non limitarsi a quello che fu definito il “fascismo Fiat” e avviò una riflessione sui suoi errori: da un lato criticò l'eccessiva politicizzazione dei conflitti sindacali e dall'altro il verticismo contrattuale, che aveva fatto perdere la centralità delle condizioni di fabbrica. Erano certamente autocritiche e osservazioni fondate ma la realtà di quegli anni ci è interamente consegnata da una massa eloquente di più di 200.000 schede relative a dipendenti della Fiat compilate tra il 1949 e il 1966. Le schede sono venute alla luce per iniziativa di un pretore: redatte dall'Ufficio Servizi Generali della Fiat grazie alla collaborazione interessata di polizia, carabinieri e funzionari del Sid, che potevano accedere liberamente ad informazioni di norma private, servivano agli alti vertici sia per controllare chi già lavorava in fabbrica sia per verificare se chi faceva domanda d'assunzione era rispondente alle sue necessità. Un quadro quasi incredibile, ma vero, e di cui la Fiat è solo una tra le tante fabbriche, la regola, non l'eccezione. Solo la Olivetti diverge da questo fosco quadro di libertà congelata. È un periodo complesso questo, dove ondate di licenziamenti, connesse alla smobilitazione e alla riconversione di alcuni settori industriali, si equilibrano con ondate di assunzioni frutto dei processi di riorganizzazione di fabbrica che preannunciano quello che sarà da lì a poco il boom economico. Il PCI non fu in grado di cogliere in tempo la portata di tali trasformazioni e la sua cieca lettura catastrofista del capitalismo non farà altro che marcare maggiormente la sua arretratezza rispetto alle dinamiche che si stagliavano all'orizzonte. Le ideologie si

attendere il convegno del 1962 promosso dall'Istituto Gramsci e incentrato sulle tendenze del capitalismo italiano. Nel frattempo un insieme di riviste e gruppi intellettuali esterni al partito finirono per convivere, pur appartenendo a due ali diverse e seppur provvisoriamente, in un proficuo scambio. Così l'anima tecnologia e riformista potè incontrarsi con quella rivoluzionaria, aprendosi per la prima volta – cosa fondamentale – a tematiche sino ad allora tabù: sociologia, psicanalisi, antropologia. Un processo di sprovincializzazione ben sintetizzata dalle parole di Roberto Guiducci: la cultura più avanzata è stata per noi non una cultura d'avanguardia ma una cultura di recupero. CAPITOLO TRE Gli orientamenti autoritari nel governo (1958) IL 1958, ANNO DECISIVO. Il 1958 è un anno importante per la storia dell’Italia, un anno di sviluppi e passi indietro, soprattutto per le tensioni innescate dagli interventi americani e inglesi in Medio Oriente. È un clima che contribuisce ad accentuare orientamenti autoritari all'interno del governo, che dopo le elezioni del 1958 è guidato da Amintore Fanfani (Democrazia Cristiana). Il ministro dell'Interno, Fernando Tambroni, continua con la sua linea di propaganda anticomunista rinnovando le dichiarazioni sulla pericolosità delle organizzazioni comuniste e dà indicazioni di limitare fortemente le manifestazioni pubbliche su temi internazionali. D'altro canto, la crisi della Quarta Repubblica in Francia e il ritorno al potere del generale De Gaulle, con l'introduzione di una nuova costituzione (entrata in vigore il 4 ottobre 1958), alimentavano riflessioni e allarmi sui rischi insiti nell'agonia dell'esperienza del centrismo. La stessa situazione economica, nonostante il 1958 oggi sia considerato l'anno del boom, sembrava allora destare più preoccupazioni che speranze, anche per le numerose opinioni negative che seguirono l'entrata in vigore del MEC, Mercato Europeo Comune (dal 1 gennaio). I toni di Palmiro Togliatti (PCI) quell'anno sono tesi, ma anche nel governo centrista ci furono sentimenti di preoccupazione e allarme, che portò nel marzo dello stesso anno a svolgere un’indagine conoscitiva sulla disoccupazione e sui licenziamenti nelle diverse province. Addirittura nel 1959 Antonio Segni (DC) accennava a una situazione economica sfavorevole all’Italia, invitando a tornare alla vecchia politica dei lavori pubblici per creare guadagno, ma che, come già si era verificato, faceva aumentare vertiginosamente il debito pubblico e l’inflazione. Indubbiamente il carattere di confine del 1958 è nel mondo cattolico più evidente, e momenti di tensione compaiono fin dall'avvio. Un articolo su Paese Sera a firma dello scrittore Roger Peyrefitte, fortemente critico nei confronti di Pio XII, scatena un putiferio che si conclude con l'allontanamento dello scrittore dall'Italia quale persona non gradita. Famosi poi gli episodi del vescovo di Pistoia e soprattutto di quello di Prato, ma qualcosa stava cambiando nei rapporti tra Stato e Chiesa, e le sentenze del vescovo di Pistoia e Prato, condite dalle opinioni poco concilianti dei prefetti, stavano lì a dimostrarlo. Già Fanfani aveva inserito nel suo programma di governo, oltre alla canonica difesa dal comunismo, una più chiara regolamentazione dell'autonomia tra Stato e Chiesa e la morte di Pacelli (Papa Pio XII) nel 1958 sarà il colpo finale. La morte di Pio XII è anche il primo grande evento consapevolmente definibile come mediatico, così come l'elezione di Papa Roncalli (Papa Giovanni XXIII), il cui pontificato, pur concertato come di transizione, porterà grandi ammodernamenti per lo stato vaticano, riprendendo i valori perduti e i compiti pastorali del pontefice e la sua vicinanza alla gente. Le lotte e i sindacati di fabbrica negli anni ' LE FABBRICHE. Nel marzo 1958, alla vigilia delle elezioni di commissione interna alla Fiat, viene diffuso un opuscolo anonimo non molto diverso da quelli distribuiti o inviati alle famiglie dall'azienda negli anni precedenti: “Presentarsi candidato o scrutatore per la FIOM significa mettersi in lista di licenziamento”. Questa volta la CISL non ci sta e si schiera apertamente con la CGIL affermando che non si presenterà alle elezioni se non fossero cessate le minacce e le interferenze padronali. È questa la rottura con una parte consistente della CISL torinese, che aveva a capo Edoardo Arrighi, cresciuta negli ultimi anni proprio grazie alla politica intimidatoria della Fiat. Sarà scissione: il gruppo di Arrighi fonderà un sindacato esplicitamente filo – padronale che alle elezioni prenderà il 25%, quanto la FIOM, mentre la FIM prenderà il 13%. Nonostante la bassa percentuale la CISL conferma la direzione e il gruppo aziendale sconfessa i membri di commissione interna – filo padronali – e al congresso provinciale della FIM – CISL sconfigge i moderati.

Avanzava un processo che, anche tra arretramenti e sconfitte, stravolgerà comunque il quadro che alla metà degli anni '50 sembrava consolidarsi. Tra ricatti delle commesse voluti dagli USA per bocca di Clare Boothe Luce e sconfitte della CGIL, i mutamenti furono comunque numerosi: la FIOM entrò in alcune fabbriche dove le assunzioni erano state condotte all'insegna del totale anticomunismo e le colossali sperequazioni tra guadagni delle industrie e scatto salariale spinse anche i più moderati alla protesta. BARLETTA – ITALIA? Segnali diversi, e a loro volta contraddittori, arrivano da altre realtà. Nel medesimo tempo delle lotte e dei sindacati di fabbrica, i rapporti dei prefetti sugli scioperi agricoli del Polesine e del Ferrarese sembrano riproporre scene di inizio secolo: le agitazioni sono accompagnate da incendi dei fienili e danneggiamenti ai raccolti, e sono fronteggiate mediante l'impiego di lavoratori provenienti da fuori provincia che sono affluiti in virtù della costante protezione delle forze di polizia. Intanto per la prima volta, nel 1958, le mondine che lavorano nelle insalubri risaie sono meno di quelle necessarie; si compenserà con l'afflusso di lavoratrici dal Meridione. Gli scontri sono all'ordine del giorno: a Brindisi la relazione del questore sul soffocamento di una rivolta insurrezionale, confermata da Tambroni, viene smentita non solo da giornali di sinistra ma anche da giornali centristi come Il Giorno; presto cade anche la tesi della rivolta comunista, avendo la donna vittima della sparatoria della polizia la tessera della DC. Alla base di questa e altre rivolte pugliesi la crisi viticola e la generale diminuzione dei prezzi agricoli. L'episodio più drammatico a Barletta, dove la polizia uccide due braccianti che chiedevano una più equa distribuzione dei pacchi – viveri della Pontificia Opera di Assistenza e del Soccorso Invernale. Sempre a Barletta, tre anni dopo, 58 persone muoiono nel crollo di una palazzina costruita su cinque piani e fondata su un instabile garage: una delle tante case sorte in maniera selvaggia. La cultura degli anni 50 / ROCK AROUND THE CLOCK. Con il boom l’Italia si lascia alle spalle le strutture e i valori della civiltà contadina per entrare nella civiltà dei consumi, fortemente a stampo americano. Anzitutto si verificò un massiccio esodo dal Sud verso il Nord del paese e dalle campagne alle città, incrementando le occupazioni nei settori del commercio e dell’edilizia. Questo fenomeno ebbe un notevole costo umano e sociale: l’espansione delle città avveniva in maniera caotica e senza piano regolatori e il processo di integrazione fu duro, evidenziando le disparità culturale. I simboli di questi cambiamenti furono la televisione, gli elettrodomestici e l’automobile. Pantaloni di tela blu, camiciotti a scacchi, scarpe da tennis, giubbotti da pallacanestro con la scritta dietro, motocicletta e concerti rock. È la generazione dei giovanissimi tra i '50 e i '60. I flipper diventano oggetto del demonio e banditi, i jeans sono un segno di ribellione e appartenenza. Nasce il fenomeno del teppismo, con percentuali comunque infinitamente inferiori che nel resto d'Europa. Sono gli anni dell'esordio di Celentano e Mina, del successo inaspettato di Modugno e del trionfo di Bruno Dossena. Sono gli anni del rock and roll come sfida ai rispettabili valori degli adulti e come veicolo del rispettabile mito dell'America e del mondo libero. CAPITOLO QUATTRO Il boom economico in Italia (1954-1964) Lo Sviluppo economico italiano si fece intenso ed evidente nel lustro 1958-1963, chiamato miracolo italiano: si assiste a uno straordinario cambiamento dell’industria manifatturiera e una crescita nei settori del siderurgico, chimico e delle esportazioni. A indicare alcuni tratti essenziali del miracolo economico le cifre possono essere prese a caso, o quasi. Il reddito nazionale netto aumenta quasi del 50% dal 1954 al 1964; L'Italia supera in produttività Svizzera, Olanda e Belgio e colma in parte lo storico divario con Inghilterra, Francia e Germania. Si producono enormi quantità di auto e motoveicoli, frigoriferi e televisori. A favorire questa ascesa fu sicuramente un appoggio internazionale, la politica di libero scambio dopo l’adesione nella CEE (1957), lo scarto tra l’aumento di produttività e il basso costo della manodopera e il basso livello di salari, ma anche il successo organizzativo delle Olimpiadi di Roma del 1960 e le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia che contribuirono a creare un clima disteso e ottimista. Lo sviluppo economico portò a una crescita dei consumi, al calo del tasso di disoccupazione, alla maggiore capacità contrattuale dei sindacati che portò a un aumento dei salari, un aumento dei margini di profitto e poi, più tardi a un aumento dell'inflazione.

meridionali come San Donato o San Giuliano per la presenza di nuove industrie. In Emilia e Romagna le antiche tradizioni frenano in parte i guasti, come a Ravenna, e il tessuto connettivo maturato in una lunga storia, rafforzato da un socialismo municipale attento ai bisogni collettivi, costituì una risorsa reale. In Italia centrale l'esodo compare un po' più tardivamente ma con grande rapidità. Se tra il 1951 e il 1964 i mezzadri si dimezzano, vent'anni dopo il sistema mezzadrile sarà completamente scomparso in tutta Italia. Pesa in particolare un elemento già visto nel Mantovano: lo svuotamento dei poderi e il loro abbandono, specialmente nelle zone dove mancano le più elementari necessità per vivere (come acqua, luce, strade, medico) che sono ancora la maggioranza assoluta del territorio rurale in quel tempo. Ovunque, non solo qui, sono i giovani i primi a partire, ma nelle aree mezzadrili l'evento ha un effetto particolare che rende rapidissimo il processo di esodo: rompendosi l'equilibrio familiare sulla base del quale la mezzadria funzionava, si avviavano processi irreversibili; bastava l'emigrazione di uno o due figli per rompere un intero nucleo. Nel Mezzogiorno la situazione era stata ben descritta già da Danilo Dolci, ma per chi considerasse tale relazione come partigiana, è disponibile pure la relazione del 1961 che Fanfani tenne dopo un viaggio in Calabria per tracciare un bilancio degli investimenti compiuti grazie alla Cassa per il Mezzogiorno e alle legge speciale per la regione: lo sforzo dello Stato è stato enorme ma bisogna domandarsi se i risultati sono adeguati; segnalando poi la mancanza di coordinamento delle iniziative, anche per effetto di pressioni locali e segnalando, pur con notevole faccia tosta, la lentezza esasperante dell'applicazione della legge speciale. Gli spostamenti interni italiani fra il 1955 e il 1970 MOBILITÀ. Fra il 1955 e il 1970 gli spostamenti da un comune all'altro sono quasi 25 milioni mentre quelli che portano al di fuori della regione di partenza 10 milioni. Fra il 1958 e il 1963 i meridionali che si trasferiscono al Centro – Nord sono poco meno di un milione. A svuotarsi sono in primo luogo le aree di montagna e di collina, le frazioni più isolate e i nuclei abitativi sparsi. Anche nel Mezzogiorno gli spostamenti non sono sempre connessi in modo diretto alla creazione di posti di lavoro. Ci sono poi gli spostamenti pendolari e quotidiani, tipici dei centri come Milano e Torino; I segnali che vennero – o non vennero – dai poteri pubblici, come già s'è detto, questi flussi coesistettero sino al 1961 con la legislazione fascista, volta a impedire l'urbanesimo, e non è sufficiente prendere atto che essa, di conseguenza, non fu realmente applicata. Essa valse a trasformare una parte cospicua degli immigrati in fuorilegge, in una sorta di clandestini del mercato del lavoro nella loro stessa patria sui quali prosperano forme di appalto e subappalto della manodopera abolite solo nel 1961. In questo quadro, gruppi consistenti di immigrati sono portati a trarre anche i possibili vantaggi dall'illegalità e dalla precarietà: di qui l'aumento della estraneità e della diffidenza verso le strutture pubbliche e il rafforzamento di quelle reti di relazioni che innervavano il sistema extra – legale di reperimento del lavoro. Si può aggiungere che governo e prefetti pongono una qualche attenzione alle migrazioni interne solo quando i risultati elettorali sembrano indicare che la crescita delle sinistre nelle grandi città del nord è dovuta appunto al voto degli immigrati. Che i cittadini abbiano bisogno in primo luogo di norme, di tutela legislativa e giuridica, è elemento che sembra sfuggire alla sensibilità di ministri e prefetti, e il consenso elettorale supera di gran lunga queste tematiche in termini di priorità. Non va sottovalutato, in particolare, un elemento di grande importanza: la ripresa di vecchi conflitti sociali che attraversano le concentrazioni operaie a partire dalla fine degli anni cinquanta. Gli immigrati di origine rurale aderiscono all'ideologia che hanno trovato dominante a livello operaio, nelle grandi città del nord, e partecipano alle lotte sindacali e politiche non soltanto perché ciò corrispondeva ai loro interessi economici immediati ma perché permetteva loro di identificarsi con il nuovo ambiente urbano – industriale. La ripresa delle lotte operaie è il terreno specifico di tale discorso e diventerà ben presto un recipiente di idee e di azioni a cui attingere in seguito. L'industria italiana degli anni ' GEOGRAFIE INDUSTRIALI. Nel 1963, l'Italia industriale non era più un triangolo, era diventata una cometa: un centro sempre localizzato tra Piemonte e Lombardia ma con una lunga coda che investiva tutta la valle padana, fino al porto di Marghera, Bologna e Ravenna. A voler scegliere una data d'avvio dei processi che portano al miracolo si potrebbe scegliere il 1953, isolando quattro eventi di fondamentale importanza:

  • la ristrutturazione da parte di Senigallia della azienda Finsider, che sostanzialmente rifonda la siderurgia nazionale offrendo acciaio a prezzi competitivi all'industria meccanica
  • la nascita dell'ENI da parte di Mattei (1953), cui è affidato lo sfruttamento dei giacimenti di metano nel Polesine
  • l'investimento di trecento miliardi della Fiat per la costruzione dello stabilimento di Mirafiori (sud di Torino), dalle cui catene uscirà nel 1955 la Seicento
  • l'approvazione della legge per lo sviluppo del credito industriale nell'Italia meridionale e insulare, primo passo verso quella del 1957 che preciserà meglio gli incentivi e gli obiettivi di industrializzazione del Mezzogiorno. I settori trainanti sono subito quelli dell'automobile, della chimica e della petrolchimica. A Ravenna si impianta lo stabilimento Anic, che dà un impulso decisivo alla fabbricazione italiana di gomma sintetica e fertilizzanti, così che l'ENI possa fissare un prezzo nazionale dei fertilizzanti inferiore del 15% sferrando un duro colpo alla Montecatini. La Montecatini, intanto, opera a Ferrara, producendo un nuovo tipo di plastica dura creata con le ricerche del premio Nobel Giulio Natta; il Moplen contribuirà non poco a mutare arredi e abitudini domestiche. Un settore fortissimo è poi quello meccanico, produttore di elettrodomestici e apparecchiature di largo consumo, fatto di aziende come la Piaggio (dove ci si impegnava alle dimissioni in caso di matrimonio), la Candy (orari di lavoro incontrollati e costellati da infortuni, senza l'ombra di commissioni o scioperi), la Ignis, la Merloni, la Zanussi eccetera. Queste aziende, piccole, flessibili, paternali e dal basso costo del lavoro, costituiscono il modello di larga parte delle fabbriche italiane di elettrodomestici, che impiantano stabilimenti spesso in zone ove mancano tradizioni sindacali. I diversi modelli della terza Italia Consideriamo ora le differenti aree e i modelli diffusi. MILANO: Nella regione urbana milanese assistiamo ad un aumento del 188% nel settore delle costruzioni e degli impianti e sempre in provincia assistiamo ad una forte crescita della media anche nel commercio, nei trasporti e nei servizi. Inizia qui la terziarizzazione di Milano e la crisi della grande fabbrica, maggiormente evidente a Sesto San Giovanni. EMILIA: La cosiddetta Terza Italia presenta al suo interno modelli diversi. In Emilia assistiamo ad un incremento dell'attività industriale, aiutato dalla nascita del polo ferrarese e dal decollo dell'area portuale e petrolchimica ravennate. Nel modenese assistiamo ad una rapida espansione del lavoro a domicilio e delle piccole imprese, spinte dalla precedente abitudine delle famiglie contadine al lavoro a domicilio, e ad una contrazione della fabbrica che pone le basi per la nascita di piccoli imprenditori usciti proprio da quelle fabbriche. SUD: Al Sud il quadro è fosco. Non per niente, specialmente per la Calabria, si è parlato di miracolo economico alla rovescia, ed è significativo il calo di addetti all'industria manifatturiera sia in Calabria sia in Basilicata. Anche in Campania l'espansione dell'industria rimane al di sotto della media nazionale. A far fronte a queste emorragie sta la collocazione nel settore delle costruzioni, finanziato e pompato dalla Cassa per il Mezzogiorno ma non certo volto a creare condizioni per una moderna accumulazione di benessere, quanto a organizzare un circuito alternativo e clientelistico di mercato del lavoro. Di enormi contributi statali per l'industrializzazione nel meridione beneficiano grandi imprese pubbliche (Iri e Eni) e private (Montecatini, Sir) che investono in primo luogo in industrie di base siderurgiche (Taranto, Bagnoli) e petrolchimiche (Brindisi, Gela, Augusta – Priolo) caratterizzandosi per la loro scarsissima coerenza con il progetto dichiarato di creare poli di sviluppo inducendo effetti positivi nella base produttiva locale e diventando famose come le cattedrali nel deserto. Deserto economico naturalmente, in contrasto con l'oceano demografico che vi viveva e di cui beneficiava solo nelle forme dell'inquinamento e dell'invasione. Un diverso tentativo pensato esplicitamente come esempio di politica alternativa è quello di Adriano Olivetti a Pozzuoli, aiutato nella costruzione dello stabilimento dall'architetto Luigi Cosenza. Ma fu, purtroppo, breve cosa e Olivetti, morto nel 1960, già due anni prima era stato rimosso come amministratore delegato dal consiglio di amministrazione; altri progetti lungimiranti, come l'azionariato operaio ad Ivrea, furono semplicemente accantonati. La nuova geografia urbana dell'Italia degli anni ' GEOGRAFIE URBANE. Svanisce in quegli anni anche un'altra, più grande utopia, la tutela del territorio negli anni della trasformazione, di un progresso che non fosse distruttore di equilibri e di assetti ambientali. A Milano e

Nel 1959 Segni è capo del governo e ministro dell'Interno: dispone l'apertura di un fascicolo sull'attività politica di Fanfani e ai discorsi di Fanfani si riferiscono ampiamente le relazioni mensili del capo della polizia e dei prefetti. Segnali più inquietanti vengono da un rapporto riservatissimo al ministro dell'Interno redatto dal capo della polizia ai primi di marzo del 1960 che in sostanza denuncia pericolosi movimenti da parte del corpo militare. Il governo Tambroni, 1960 TAMBRONI E IL LUGLIO 1960. L'immagine, talora sostenuta, di un Tambroni uomo di sinistra, costretto quasi suo malgrado a svolgere un ruolo diverso, appare del tutto priva di fondamento ove si scorrano gli atti parlamentari e i verbali del Consiglio dei ministri. Se il suo intervento al congresso DC di Firenze nel 1959 è indubbiamente favorevole all'apertura a sinistra, la sua azione ha tratti completamente diversi: tratti, va aggiunto, maggiormente in sintonia con l'azione concreta svolta da lui come ministro dell'Interno nei quattro anni precedenti. Il governo varato da Tamboni il 21 marzo ottenne la fiducia della Camera, per soli tre voti di scarto (300 sì e 297 no), con il determinante appoggio dei deputati missini. La circostanza causò l'abbandono dei ministri appartenenti alla sinistra della DC Bo, Pastore e Sullo. L'11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il governo rassegnò le dimissioni che furono respinte dal presidente Giovanni Gronchi, anzi ricevendo l'invito a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l'appoggio dei missinini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato. Il governo si presenta come prevalentemente amministrativo, di transizione, giusto perché vadano avanti le Olimpiadi di Roma e si approvi il Bilancio. Eppure, in esso riecheggiano sin dalla prima riunione toni poco distesi, machisti, per non dire fascisti. L'azione del governo è nettamente indirizzata verso due direzioni: il ribasso di alcuni generi di prima necessità (segno esplicito della ricerca demagogica del governo di trovare favori popolari) e il continuo, ossessivo, paventare dei rischi di una imminente congiura comunista condito con l'ingiustificata dichiarazione su una presunta debolezza del governo. L'ostilità alle forze armate è vista come sintomo di assenza di sentimenti nazionali e come manifestazione di forza tentata dai partiti di sinistra che hanno approfittato di un periodo di carenza dei poteri dello Stato. Non paghi, il ministro dell'Interno Spataro evoca indefinite violenze di elementi di sinistra per invitare prefetti e questori a prendere ogni adeguata misura. Ne seguono interventi repressivi ed intimidatori che aumentano ulteriormente la tensione. I giovani in campo in Italia negli anni ' I GIOVANI DALLE MAGLIETTE A STRISCE È necessario guardare alle giornate di luglio con occhi diversi da quelli di prefetti e questori, e interrogarsi su ciò che si stava davvero muovendo nella società italiana. Quella esplosione popolare ora raccontata non colpiva solo per la sua ampiezza: colpiva in primo luogo per i protagonisti che metteva in campo. A ridiventare attuale per i giovani non era semplicemente l'antifascismo ma il nesso fra la discriminante antifascista e una trasformazione più complessiva della società e dello stato. Lo ridiventa su un doppio versante perché talora prevalgono la polemica e la tattica politica immediata e talora invece entrano in campo nodi di più lungo periodo, visioni generali della società italiane e del suo futuro. Qualche mese dopo, i rapporti prefettizi attribuiscono al voto giovanile e a quello immigrato l'avanzata elettorale del PCI e l'indicazione è fondata, a patto, però, di ricorda che questi stessi anni vedono un vero e proprio crollo dei loro tesseramenti. Dunque le discussioni e le riflessioni si collocano fuori dagli schemi precedenti. In questo quadro, la discussione sul paradigma antifascista e sul rapporto fascismo – antifascismo nella storia d'Italia non è un aspetto secondario. Dopo il lungo silenzio delle istituzioni pubbliche, in primo luogo della scuola, la domanda di sapere dei giovani si manifesta in forme e dimensioni nuove, tributando immediato e largo successo alle conferenze su questi temi che si tengono in diverse città e che straripano di giovani uditori. La prima e più autentica spinta, insomma, è una spinta all'informazione, un bisogno di riempire una lacuna che scuola, famiglia, società sembrano invece decise a lasciare indefinitamente aperta. Dietro quella spinta all'informazione vi sono domande, problemi, che riguardano uno snodo centrale della storia del paese, del suo modo di essere, della sua identità. Per questo sono particolarmente significativi i limiti delle risposte istituzionali che – dopo la lunga rimozione – vennero date allora. Vale la pena farvi qualche cenno. Il tema della resistenza nell'identità nazionale

Per quel che riguarda la scuola, dopo la caduta del governo Tambroni, una circolare del nuovo ministero della Pubblica Istruzione dispone che l'insegnamento della storia non si fermi alla Grande Guerra ma alla Costituzione ma erano scontate le resistenze, i malcontenti, le pigrizie e le riserve culturali, e cinque anni dopo, il bilancio di apprendimento della nuova generazione è quantomeno osceno. La televisione attende anch'essa la caduta del governo Tambroni per vedere le prime trasmissioni sulla Resistenza ma basta la prima puntata di una trasmissione innocua e leggera come Tempo della divisa, incentrata su una traballante satira del fascismo e delle conquiste dell'Etiopia (ma anche l'antifascismo clandestino era preso di mira) per scatenare un inferno che porterà addirittura Fanfani, allora capo del governo, ad ammonire la RAI. Reticenze e censure continuano a pesare, dunque, ma accanto ad essi si fa progressivamente strada un'altra via. Più esattamente, nel corso di pochissimi anni (1961 – 1965) attraverso i programmi televisivi è possibile cogliere un processo più generale: un passaggio dalla rimozione ad una ufficializzazione della Resistenza che ne banalizza contenuti e ragioni, contraddizioni e lacerazioni. Si passa cioè dall'oblio alla costruzione di una memoria pubblica, astrattamente apologetica, che si sovrappone alle molteplici e differenti memorie private senza riuscire a risolverle, in sé, senza aiutarle a riconoscersi come parte di un processo. L'insistenza unilaterla e retorica sui temi del riscatto nazionale e del sacrificio tendeva a tradursi in sermoni pedagogici e di scarsa efficacia e veniva spesso a negare altri elementi: la drammaticità di uno scontro che fu anche guerra civile, le aspirazioni a trasformazioni radicali del paese, eccetera. Inoltre, lasciava ai margini nodi e problemi relativi a una questione cruciale: l'identità nazionale, o meglio: i differenti modelli di identità nazionale che allora vennero a scontrarsi. In queste concessioni ebbe largo ruolo anche la sinistra, che sembrò essere paga del semplice ritorno alla trattazione di temi che per anni erano stati quasi tabù. Alcuni più lungimiranti, come Secchia, indicavano la necessità di liberare l'essenza rivoluzionaria di quel momento storico dalle pastoie di un antifascismo indifferenziato. Si vedono in luce, poi, gli scontri tra resistenza rossa e resistenza tricolore, la prima indirizzata alla valorizzazione dei contenuti di classe, la seconda alla sottolineatura dell'evento come miccia dell'esplosione unitaria. Il conflitto sociale nelle fabbriche Italiane (1960-1963) IL CONFLITTO SOCIALE NELLE FABBRICHE. Anche nelle fabbriche si svolgono segnali di cambiamento considerando la fase segnata, tra il 1960 e il 1963, da due governi Fanfani molto diversi tra loro: il primo monocolore e il secondo che è di fatto il primo governo di centro – sinistra della storia della repubblica italiana. La realtà del 1959 è ancora contraddittoria, fatta da un lato di riprese significative delle lotte operaie e di segni nuovi di unità d'azione fra i sindacati, e dall'altro costellata dal permanere di molte divisioni. Una di queste divisioni, ad esempio, si rivela durante lo sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto: l'accordo è firmato da CISL e UIL e non dalla CGIL. La mancanza di unità è tangibile nei singoli scioperi, che non manifestano la portata massima della loro forza: a Milano i cortei, pur avendo acquisito una visibilità perduta da anni, sono costellati da interventi parecchio duri della polizia, anche se d'altro canto iniziano ad affacciarsi iniziative di alleanza e sostegno agli operai da parte degli studenti. A Torino la ritrovata unità d'azione sindacale non riesce comunque a rompere il pesante clima creato dalla Fiat, e a farne le spese non è solo la CGIL ma anche la CISL, che vede farsi sequestrare un automezzo munito di altoparlanti. Nel 1959 sono ancora forti le pressioni e gli allarmismi degli ambienti più conservatori, sempre pronti a trasmettere l'idea dello sciopero non come manifestazione di un disagio economico e sociale ma come atto politico, sovversivo e rivoluzionario. Stavolta però gli allarmismi sono accolti con minore entusiasmo e parecchi sono gli interventi che smentiscono le campagne diffamatorie anti operai. Affiorano problemi e sperequazioni ingiustificabili in un periodo economicamente florido, all'insegna di una forte tecnologizzazione e di razionalizzazioni, e della nuova importanza concessa al tempo libero: orari di lavoro intollerabili, disparità tra sessi, gerarchie. Un mutamento importante assume la CGIL, che durante il V congresso assume pienamente la contrattazione di tipo articolato, a livello di azienda o gruppo, come elemento portante della sua strategia, superando il centralismo del decennio precedente che l'aveva danneggiata. Le richieste sindacali riguardano il salario e l'orario ma il nodo vero è il principio stesso della contrattazione integrativa, che il padronato respinge. Il cuore della vertenza è a Milano, dove la lotta diventa immediatamente visibile, soprattutto per l'articolazione enorme degli scioperi e delle manifestazioni.

Nel luglio 1964, con la crisi di governo e il Moro II, il centro – sinistra conosce la definitiva sconfitta e se la formula di governo continua a sopravvivere, essa sopravvive solo sulla carta, senza i contenuti e il progetto che stavano alla base. In pochi anni non erano fallite solo le riforme; era fallito il riformismo come modello. Su questo sfondo nero avanzano nuove forme di degenerazione politica. L'itinerario del PSI è significativo in proposito: da mantice demiurgico del riformismo a creatura scissa e mutata dalla scissione e dalla nascita del PSIUP, dal progressivo isolamento di Riccardo Lombardi, dall'appannamento dell'ansia di vedere riforme reali, dallo scadimento della visione di Nenni. La caduta del governo Tambroni (1960) DOPO IL LUGLIO '60. Torniamo indietro e vediamo quali furono i comportamenti e le conseguenze tangibili di quegli anni, partendo dalla caduta del governo Tambroni. La caduta di Tambroni apre la via ad un governo monocolore guidato da Fanfani, con la presenza di tutte le componenti della DC. A rassicurare i settori più conservatori e gli apparati stessi dello stato, allarmati da una possibile intesa col PSI, l'Interno è affidato a Scelba, la Giustizia a Gonella, gli Esteri a Segni e il Bilancio a Pella; un governo, insomma, rappresentato nella maniera più autorevole – e autoritaria – possibile. Un governo che durerà circa un anno e mezzo, fino alla mozione di sfiducia del PSI, e che si caratterizzerà per un sostanziale immobilismo paradossale perché coincidente con il periodo più dinamico del boom. Nelle elezioni amministrative del 1960 possono parlare in televisione, per la prima volta, i membri delle opposizioni. La nascita delle tribune elettorali erano state chieste a gran voce ma solo adesso, con lo sgelamento del 1960, erano diventate una pur timida realtà. Nasce il programma Tribuna elettorale che rivoluziona il modo di fare politica e in qualche modo collettivizza l'interesse e la partecipazione dell'elettorato. Quasi subito sul programma si abbattono gli strali della DC più conservatrice, che giudica troppo poco ministeriale (sic!) e troppo poco anticomunista il direttore Enzo Biagi, di lì a poco costretto a dimettersi. Il primo governo del dopo Tambroni, insomma, dà ben pochi segnali di novità ad una società in tumultuosa trasformazione. Un giornalista dell'Ora mette in serio imbarazzo Scelba e Moro quando viene fatto loro presente il nome di Genco Russo nelle liste DC di Mussomeli; nel frattempo viene messo in funzione il primo corpo di polizia femminile, con limitatissimi compiti, anche se contemporaneamente la Corte Costituzionale ribadisce che è legittimo punire l'adulterio quando questo è compiuto dalla moglie. Il programma di Ugo La Malfa (1962) I vincoli e gli impacci del governo sono il riflesso diretto delle resistenze centriste radicate all'interno della DC. Esse sono anche in aperto contrasto con la consapevolezza, sempre più diffusa, degli squilibri del paese e della necessità di interventi tempestivi in questa direzione. Questi temi saranno al centro delle relazioni di Achille Ardigò (sociologo cattolico e vicino a Dossetti) e di Pasquale Saraceno (economista di area cattolica ed esperto di meridionalismo) durante il convegno di studi organizzato dalla stessa DC nel settembre 1961 a San Pellegrino, i quali spingeranno per un allargamento verso il nuovo. A forte sostegno delle tesi dei due professori stava la Nota aggiuntiva alla Relazione generale sulla situazione economica del paese che il ministro repubblicano del Bilancio, Ugo La Malfa, presentò nel 1962. Il programma di La Malfa è importante perché caratterizzerà il primo governo orientato (ma non organicamente inserito) di centro – sinistra: il governo Fanfani IV. La Malfa segnalava l'evidente contrasto tra l'impetuoso sviluppo di questi anni e il permanere (quando non l'aggravarsi) di situazioni settoriali, regionali e sociali di arretratezza e ritardo economico. Squilibri territoriali tradizionali, soprattutto quelli tra nord e sud, sono aumentati; molte situazioni di sottosviluppo non sono state sanate; gli investimenti nei settori del consumo pubblico (scuola, trasporti, sanità) sono bassissimi. Follia, sottintende La Malfa, in un momento di congiuntura economica così favorevole, che renderebbe possibili tali riforme senza incontrare costi troppo elevati. Per realizzare una politica di questo tipo sarebbe stata necessaria una forte volontà innovatrice. In altre parole, la DC avrebbe dovuto invertire le tendenze precedenti, rimuovere i blocchi di interesse ormai consolidati nel corso degli anni '50, e costruire modelli culturali diversi rispetto a quelli cementati dall'anticomunismo.

Non sarà così. Anzi, segni completamente differenti giungevano da molte relazioni di esponenti della DC ai convegni di San Pellegrino e di Napoli, e soprattutto dalla mastodontica relazione di Moro che dava sì il via libera al primo governo di centro – sinistra, ma alle sue condizioni! Il pilastro a cui si attaccarono Moro e gli altri per ostacolare le aperture proposte dalla sinistra democristiana fu quello della continuità e della centralità. Perché mettere a rischio ciò che è stato costruito? Perché rischiare di minare la base del consenso elettorale? Perché mettersi l'inferno in casa da soli? Questa impostazione ben presto renderà marginali quei settori della DC e del mondo cattolico che alla sinistra guardavano in maniera collaborativa. La sinistra, comunque, ebbe la sua parte di colpe in questo processo. L'iniziale pragmatismo di Nenni andò stemperandosi man mano che il rischio della rottura col governo si faceva concreta, portando il PSI ad accettare via via tutti i condizionamenti e i vincoli che la DC proponeva. Un progressivo scolorimento di contenuti e tratti del partito che portò il PSI a perdere non una battaglia ma tutta la guerra. Al confronto con l'attendismo nenniano, forse le proposte di Riccardo Lombardi, per quanto a volte scarsamente lungimiranti, non erano poi così utopistiche, anche se alla lunga contribuirono non poco alla non realizzabilità di riforme condivise. L'elezione di Segni a presidente della Repubblica I MESI DELLE RIFORME. L'elezione di Antonio Segni a presidente della Repubblica, nel maggio 1962, sembra già un colpo di freno al governo appena nato. Eppure a quel governo, presieduto da Fanfani, si debbono le principali misure del centro – sinistra, più limitate di quelle promesse ma pur sempre reali. Alcune misure iniziano ad eliminare sperequazioni arcaiche: la legge che sancisce il diritto alla donna di accedere a tutte le professioni e gli impieghi pubblici, ivi compresa la magistratura; una nuova legge sulla censura meno dura che mette in risalto l'attendismo del PSI che dalle fiamme della completa abolizione censoria passarono ad una astensione calcolata per non rompere l'equilibrio di governo, a cui il PSI forniva, lo ricordiamo, appoggio esterno proprio tramite l'uso dell'astensione. Le leggi cardine del periodo furono però altre:

  • Legge sull'estensione dell'obbligo scolastico ai 14 anni, con la scuola media unica che rompeva quello che il Giorno aveva chiamato il marchio dei poveri al bivio dei dieci anni: il dover scegliere tra scuola media e avviamento professionale al termine della scuola elementare.
  • Legge sulla nazionalizzazione dell'energia elettrica. La nazionalizzazione dell'industria elettrica vide un iter lungo e difficile. Cinque erano i monopoli coinvolti (SADE, EDISON, SIP, CENTRALE e SME) che non avrebbero certo mollato in cambio di nulla. I motivi per la nazionalizzazione c'erano tutti: la possibilità per il governo di controllare i prezzi, di programmare gli interventi e gli investimenti su scala nazionale e di indebolire lo strapotere oppositivo di Confindustria. Il vero scontro fu sulla natura dell'indennizzo da concedere ai monopolisti. Si scontrò la visione continuativa di Guido Carli, governatore della Banca d'Italia, e quella abolizionistica di Riccardo Lombardi. Il primo voleva che si pagassero direttamente le vecchie aziende, che avrebbero continuato ad esistere come società finanziarie; il secondo voleva che i trust fossero aboliti e che gli indennizzi fossero versati a scaglioni a tutti gli azionisti. Vinse la posizione di Carli, che minacciò di dimettersi, ma la neonata Enel, pur cominciando un programma di investimenti massicci, non riuscì a ridurre il costo dell'elettricità per i consumatori. In termini puramente economici la battaglia di Carli fu poi un fallimento e l'influenza dei baroni, naturalmente, rimase.
  • Il governo accennò un timido passo in avanti verso la sorveglianza sulle attività di borsa, applicando una ritenuta sulle cedole azionarie che rendeva pubblici i nomi degli azionisti, combatteva l'evasione fiscale e aumentava il capitale di investimento delle riforme. Prevedibilmente, invece, ciò che si manifestò fu un incremento del fenomeno della fuga dei capitali all'estero. La botta d'arresto della riforma Fanfani Fu allora che la riforma Fanfani subì una pesante botta d'arresto. Togliatti fece una lunga opposizione di disturbo, la CGIL non fu molto partecipativa e i riformisti si sentirono alla lunga isolati. Era poi intervenuta una difficile situazione economica che aveva dato luogo ad una pesante ondata di panico. Per la prima volta la domanda di lavoro superava l'offerta, i salari aumentavano progressivamente e, soprattutto le piccole industrie, per rifarsi aumentavano il prezzo dei manufatti, che del resto non rispondevano sufficientemente alla domanda. Per la prima volta dagli anni '40 l'inflazione era uno spettro minaccioso. La DC decise allora di tirare il freno delle
  • Soluzione Giolitti – Lombardi → era basata sulla necessità di coniugare risposte congiunturali e sviluppo, di non deprimere investimenti e occupazione, di colpire più seriamente i patrimoni e gli interessi speculativi, di rendere convincenti le richieste di contenimento salariale con impegni effettivi sul terreno della programmazione. Seppur meno programmatica, la soluzione Giolitti – Lombardi fu comunque ostacolata anche in tempi meno sospetti, vale a dire dopo la primavera del '64, quando la bilancia dei pagamenti era più equilibrata e le discussioni economiche avrebbero potuto essere più distese. Carli e Colombo si scagliarono gratuitamente e con forza sulla proposta Giolitti – Lombardi e viene duramente criticato il piano che Giolitti, ministro del Bilancio, stava preparando. Viene attaccato in forma meschina, tramite una lettera inviata giorni prima a Moro da Colombo, resa pubblica (in forma sintetica) da un articolo anonimo pubblicato a maggio dal Messaggero. In sostanza un ministro attaccava alle spalle un altro ministro appellandosi silenziosamente al capo del governo. I toni furono di sdegnata smentita da parte di Colombo ma né lui né Moro accettarono di rendere pubblica la lettera, essendo di natura privata. Successivamente molti altri aspetti del programma governativo voluto dai socialisti vanno perdendosi per strada. La crisi di governo arriva da lì a poco. L'occasione è data dall'inserimento, da parte del ministro dell'Istruzione Gui, di una voce riguardante il finanziamento alle scuole private nel bilancio del suo ministero, contrariamente agli accordi di governo. Molti franchi tiratori affondano la proposta, la legge non passa e Moro si dimette. Nasce il Moro II, che sostanzialmente porta ad un cedimento sostanziale di tutte le richieste di riforma volute dai socialisti, e a scorno completo viene pure votato a favore il provvedimento di finanziamento alla scuola privata. Nel frattempo il Piano Solo si spegne. Il destino del centro sinistra (1962) RIVINCITE. EPILOGHI E PRODROMI. La mancata condanna di De Lorenzo e anzi la sua promozione lasciò un pericoloso precedente. Intanto il centro – sinistra sopravvisse solo come formula di governo, come modalità di esercizio del potere che contraddiceva il progetto originario, e quindi contribuiva a scolorirlo in modo irreparabile. Altri segnali venivano, inoltre, dai fallimenti o dagli arretramenti che abbiamo richiamato. Il potere delle grandi ex società elettriche non fu intaccati dalla nazionalizzazione, mentre in materia di speculazione edilizia e di evasione fiscale rimanevano senza sanzione il mancato rispetto delle regole, la tendenza ad un arricchimento che ignorava o sprezzava i vincoli e gli obiettivi collettivi.