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Riassunto del libro "Storia del miracolo italiano" di Crainz, Appunti di Storia Contemporanea

Riassunto del libro "Storia del miracolo italiano" suddiviso in capitoli

Tipologia: Appunti

2018/2019
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Caricato il 17/05/2019

elenaquiliquini
elenaquiliquini 🇮🇹

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Il tipo di stato nel corso degli anni '50
Il primo essenziale passo da fare è comprendere il tipo di Stato che si consolida nel corso degli anni
Cinquanta; il tipo di stato, dunque, che giunge alla prova degli anni del boom e dell'apertura a
sinistra. È evidente la continuità dello stato nel passaggio dal fascismo al post – fascismo, o più
analiticamente, delle caratteristiche dell'apparato statale che si riconferma nel nostro paese, a larghi
e sostanziali tratti, dopo la rottura del 1943 – 1945. Questo apparato, con la temperie culturale che
lo permea, trova nel clima della guerra fredda ulteriore cemento e al tempo stesso nuove
articolazioni e umori in una nuova e più ampia polarizzazione.
Molti documenti americani dell'epoca offrono conferme e squarci illuminanti sulle modalità
dell'azione anticomunista degli anni '50, fino alla famosa riunione del 1961 in cui Vernon Walters
avanza addirittura l'ipotesi di un intervento armato degli USA per impedire l'ingresso dei socialisti
al governo.
C'è uno stretto rapporto fra le pressioni americane e l'iniziativa autonoma anticomunista dei
differenti governi italiani, che ebbero come conseguenze la determinazione, all'interno del corpo
dello stato, di un duplice e intrecciato ordine di comportamenti, fatto da una parte di normalità e
diritto, e dall'altra dalla potenziale o sotterranea esclusione di un'ampia fascia di cittadini dalla
pienezza di quel diritto.
Non a caso Franco De Felice ha parlato di doppio Stato fondato sulle discriminazioni fatte di
dichiarazioni atte a definire gli oppositori ostili o estranei allo stato e alla nazione.
La discriminazione verso il comunismo (1950)
OCCORRE MODIFICARE LA MENTALITÀ. Gli esempi concreti sono più efficaci delle
riflessioni generali. Parecchie sono le discussioni che si svolgono nel Consiglio dei ministri sulle
misure da assumere nei confronti dei comunisti, spesso terminate con comunicati ufficiali che
annunciano vaste iniziative e discriminazioni, in particolare nei confronti dei funzionari dello stato
che non diano garanzie di fedeltà al regime democratico. Scelba nel 1954 sbotta dicendo che i
comunisti agiscono fuori dalla Costituzione, e auspica addirittura controlli e spionaggi senza alcuna
richiesta necessaria alla Magistratura.
Frequenti furono le ondate di perquisizioni poliziesche, di scioglimenti autoritari e di ispezioni
prefettizie nei confronti delle cooperative di sinistra; immediatamente operative divennero le
estromissioni delle organizzazioni di sinistra da edifici pubblici o da locali dell'ex partito fascista;
innumerevoli le discriminazioni nei confronti dei film di sinistra, colpiti in sede di concessione dei
crediti, ancora prima di arrivare ai comitati di censura.
Le proposte ben presto strabordarono: Scelba tuonava dicendo che gli impiegati di stato non
avevano libertà di critica manco fuori dal lavoro, come da legge del 1908, precedente al fascismo e
dunque valida; arrivò a chiedere l'espulsione dei comunisti, ove possibile, dalle commissioni dei
concorsi universitari a cattedra.
Il quadro fin ora descritto, però, più che frutto di iniziativa italiana fu la pedissequa applicazione di
indicazioni americane elaborate sin dal 1951.
La discriminazione di interi settori di cittadini
(Cpc)
LE AREE DEL NON DIRITTO. È naturalmente necessario chiedersi che effetto hanno decisioni di
questo tipo, e sembra insufficiente osservare che esse hanno avuto una portata prevalentemente
psicologica e propagandistica. Se è vero che le decisioni di quei Consigli non furono tradotti in
costante pratica esecutiva, è comunque importante capire che cosa fu attuato e come agì questo
aspetto psicologico e propagandistico. È soprattutto importante cogliere come agirono questi
elementi in due direzioni ben precise: il funzionamento concreto dello stato e la formazione di un
sentire comune diffuso in strati e settori ampi della società italiana, nel consolidamento cioè di una
cultura del non diritto. L'elemento psicologico indotto da comunicati ufficiali del governo volti a
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Il tipo di stato nel corso degli anni '

Il primo essenziale passo da fare è comprendere il tipo di Stato che si consolida nel corso degli anni Cinquanta; il tipo di stato, dunque, che giunge alla prova degli anni del boom e dell'apertura a sinistra. È evidente la continuità dello stato nel passaggio dal fascismo al post – fascismo, o più analiticamente, delle caratteristiche dell'apparato statale che si riconferma nel nostro paese, a larghi e sostanziali tratti, dopo la rottura del 1943 – 1945. Questo apparato, con la temperie culturale che lo permea, trova nel clima della guerra fredda ulteriore cemento e al tempo stesso nuove articolazioni e umori in una nuova e più ampia polarizzazione. Molti documenti americani dell'epoca offrono conferme e squarci illuminanti sulle modalità dell'azione anticomunista degli anni '50, fino alla famosa riunione del 1961 in cui Vernon Walters avanza addirittura l'ipotesi di un intervento armato degli USA per impedire l'ingresso dei socialisti al governo. C'è uno stretto rapporto fra le pressioni americane e l'iniziativa autonoma anticomunista dei differenti governi italiani, che ebbero come conseguenze la determinazione, all'interno del corpo dello stato, di un duplice e intrecciato ordine di comportamenti, fatto da una parte di normalità e diritto, e dall'altra dalla potenziale o sotterranea esclusione di un'ampia fascia di cittadini dalla pienezza di quel diritto. Non a caso Franco De Felice ha parlato di doppio Stato fondato sulle discriminazioni fatte di dichiarazioni atte a definire gli oppositori ostili o estranei allo stato e alla nazione.

La discriminazione verso il comunismo (1950)

OCCORRE MODIFICARE LA MENTALITÀ. Gli esempi concreti sono più efficaci delle riflessioni generali. Parecchie sono le discussioni che si svolgono nel Consiglio dei ministri sulle misure da assumere nei confronti dei comunisti, spesso terminate con comunicati ufficiali che annunciano vaste iniziative e discriminazioni, in particolare nei confronti dei funzionari dello stato che non diano garanzie di fedeltà al regime democratico. Scelba nel 1954 sbotta dicendo che i comunisti agiscono fuori dalla Costituzione, e auspica addirittura controlli e spionaggi senza alcuna richiesta necessaria alla Magistratura. Frequenti furono le ondate di perquisizioni poliziesche, di scioglimenti autoritari e di ispezioni prefettizie nei confronti delle cooperative di sinistra; immediatamente operative divennero le estromissioni delle organizzazioni di sinistra da edifici pubblici o da locali dell'ex partito fascista; innumerevoli le discriminazioni nei confronti dei film di sinistra, colpiti in sede di concessione dei crediti, ancora prima di arrivare ai comitati di censura. Le proposte ben presto strabordarono: Scelba tuonava dicendo che gli impiegati di stato non avevano libertà di critica manco fuori dal lavoro, come da legge del 1908, precedente al fascismo e dunque valida; arrivò a chiedere l'espulsione dei comunisti, ove possibile, dalle commissioni dei concorsi universitari a cattedra. Il quadro fin ora descritto, però, più che frutto di iniziativa italiana fu la pedissequa applicazione di indicazioni americane elaborate sin dal 1951.

La discriminazione di interi settori di cittadini

(Cpc)

LE AREE DEL NON DIRITTO. È naturalmente necessario chiedersi che effetto hanno decisioni di questo tipo, e sembra insufficiente osservare che esse hanno avuto una portata prevalentemente psicologica e propagandistica. Se è vero che le decisioni di quei Consigli non furono tradotti in costante pratica esecutiva, è comunque importante capire che cosa fu attuato e come agì questo aspetto psicologico e propagandistico. È soprattutto importante cogliere come agirono questi elementi in due direzioni ben precise: il funzionamento concreto dello stato e la formazione di un sentire comune diffuso in strati e settori ampi della società italiana, nel consolidamento cioè di una cultura del non diritto. L'elemento psicologico indotto da comunicati ufficiali del governo volti a

discriminare interi settori di cittadini non agisce solo nella parte politica che si intende combattere, ma ancor più in quella che si intende attivare, ed è l'elemento da considerare meglio. Per quel che riguarda l'applicazione delle direttive nei confronti dei dipendenti dello stato si legga, ad esempio, la relazione del prefetto di Bologna sul trimestre nov. 1954 – gen. 1955, che Scelba considera addirittura esemplare, per le azioni prefettizie mirate ad epurare tutti gli elementi di dubbia tendenza politica, a individuare nel personale delle scuole elementi considerabili infidi, a ridurre gradualmente la possibilità di uso delle pubbliche piazze e a intensificare la sorveglianza di circoli ricreativi socialcomunisti. La situazione è meglio comprensibile se si analizzano le attività, in chiave quasi esclusivamente antisocialista e anticomunista, del Casellario Politico Centrale e le iniziative promosse nei confronti di professori e insegnanti socialisti e comunisti. Il CPC era nato nel 1894 per iniziativa di Crispi e ufficialmente esso scomparve con la caduta del fascismo; in realtà non fu così. Lo ammise Vincenzo Parisi, capo della polizia, in una uscita resa pubblica solo post mortem. Il CPC già negli anni '50 era articolato in quattro livelli di sorveglianza – discreta, normale, attenta e continua – e ancora nel 1961 vigilava quasi 14.000 persone, di cui quasi 13.000 erano classificati come estremisti di sinistra, e nemmeno un migliaio come estremisti di destra. I fascicoli dedicati all'attività politica dei funzionari dello stato sono poi parecchio ricchi di riferimenti a insegnanti, controllati di solito su iniziativa del questore, che agiva sulla base di una qualsiasi informazione fiduciaria. Dal questore poi la nota passava al prefetto, poi all'Interno e da lì all'Istruzione che provvedeva a smistare l'ordine di ispezione e controllo al provveditore e da lui al preside. Una precisione non equivalente quando si trattava di estremisti di destra, spesso dal passato ingiustificabile ma ugualmente cancellati dagli archivi del CPC.

I fascicoli del CPC (1959)

CULTURE DI GOVERNO. Diamo ora un rapido sguardo all'insieme di fascicoli del CPC intitolato Fanfani on.le Amintore. Attività politica. L'anno è il 1959, quando Fanfani non è più segretario della DC né capo del governo e si sta battendo a Firenze, in vista del congresso democristiano, per l'apertura a sinistra. Antonio Segni è presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, e in questa veste segue con attenzione le mosse di Fanfani. Così aveva fatto tra il 1957 e il 1958 anche Tambroni, allora ministro dell'Interno, che fece un uso più ampio e deformato, nonché deformante, dei prefetti, invitando a redarre le risposte personalmente e a dare segnalazione di ricevimento solo tramite numero cifrato della circolare in questione. I rapporti dei diligenti prefetti lasciano emergere soprattutto, al di là delle sorveglianze politiche, un grande affresco generale dell'Italia di quegli anni, mostrandosi i funzionari dettagliati nel manifestare le mancanze a cui ovviare nelle rispettive città per aumentare il paniere de voti; sono relazioni ciniche e calcolate, che chiedono interventi palliativi e di rattoppo e solo nelle zone dove è più probabile raccogliere voti. Tambroni dal canto suo raccoglie le segnalazioni prefettizie e le spedisce ai ministeri di competenza e alla Cassa per il Mezzogiorno, operando con criteri di breve e brevissimo termine ed elargendo finanziamenti discriminati clientelarmente e non sulla base di logiche di necessità oggettiva. Persino una discussione sui contributi unificati in agricoltura per l'assistenza ai braccianti e ai mezzadri viene vista male perché concedere loro una mutua significa dar vita ad una organizzazione potentissima che verrà usata contro la democrazia.

La magistratura e le modalità di applicazione

dei principi costituzionali (1950)

RICRESCE DALLE MACERIE SENZA CANCELLARLE. Infine un rapidissimo cenno ad un versante in cui è più evidente la continuità di vecchie culture e ordinamenti: la magistratura e le modalità di applicazione dei principi costituzionali. A metà degli anni '50 crea scandalo un piccolo libro di un giovane magistrato di Cassino, Dante Troisi, intitolato Diario di un giudice. È questa una riflessione sulla condizione della professione giudiziaria che esprime il disagio per una non –

Questo non vuol dire, però, che la crisi del mito sovietico non portò alla luce una serie di forti crisi e di eventi che, agendo assieme a più sotterranei e radicali processi, finiranno per cambiare nel profondo gli assetti sociali e le culture del paese, frantumando quelle subculture – cattolica, comunista e laico – liberale – che avevano costituito l'ossatura del primo decennio dell'Italia repubblicana. Si badi bene, la crisi del mito sovietico, dunque, non mette in crisi solo l'impostazione e la cultura del partito togliattiano, ma unita ad altri processi riduce drasticamente i soggetti essenziali su cui sino ad ora il PCI aveva costruito la sua identità e costruisce modalità nuove nello sviluppo della cultura di massa, nuovi modi di essere italiani. Le aree bracciantili e mezzadrili, ad esempio, per molto tempo avevano disegnato ampi contorni della geografia rossa italiana, sia prefascista sia repubblicana; adesso vanno svuotandosi. La stessa classe operaia va lentamente frammezzandosi.

I metodi della Fiat negli anni '

LA CLASSE. Nel 1954 ancora la FIOM teneva saldamente, nelle commissioni Fiat, il 63% dei voti; nel 1955, solo un anno dopo, precipita al 36%. Il giorno dopo i risultati inizia il XXXI congresso del PSI durante il quale Pietro Nenni denuncia i metodi intimidatori della Fiat; nelle sue parole non c'è alcuna esagerazione e a sostegno una enorme mole di documenti: meccanismi messi in atto allora dalla Fiat sembrano appartenere ad un altro mondo: tribunali di fabbrica con verbali di udienza, reparti – confino, corpi di sorveglianza e reti di informatori, un efficace sistema di intimidazioni e pressioni cui gli altri sindacati non mancano spesso di contribuire. Non stupisce, dato il clima, la caduta a precipizio delle percentuali FIOM. La sinistra cercò di non limitarsi a quello che fu definito il fascismo Fiat e avviò una riflessione sui suoi errori: da un lato criticò l'eccessiva politicizzazione dei conflitti sindacali e dall'altro il verticismo contrattuale, che aveva fatto perdere la centralità delle condizioni di fabbrica. Erano certamente autocritiche e osservazioni fondate ma la realtà di quegli anni ci è interamente consegnata da una massa eloquente di più di 200.000 schede relative a dipendenti della Fiat compilate tra il 1949 e il 1966. Le schede sono venute alla luce per iniziativa di un pretore: redatte dall'Ufficio Servizi Generali della Fiat grazie alla collaborazione interessata di polizia, carabinieri e funzionari del Sid, che potevano accedere liberamente ad informazioni di norma private, servivano agli alti vertici sia per controllare chi già lavorava in fabbrica sia per verificare se chi faceva domanda d'assunzione era rispondente alle sue necessità. Un quadro quasi incredibile, ma vero, e di cui la Fiat è solo una tra le tante fabbriche, la regola, non l'eccezione. Solo la Olivetti diverge da questo fosco quadro di libertà congelata. È un periodo complesso questo, dove ondate di licenziamenti, connesse alla smobilitazione e alla riconversione di alcuni settori industriali, si equilibrano con ondate di assunzioni frutto dei processi di riorganizzazione di fabbrica che preannunciano quello che sarà da lì a poco il boom economico. Il PCI non fu in grado di cogliere in tempo la portata di tali trasformazioni e la sua cieca lettura catastrofista del capitalismo non farà altro che marcare maggiormente la sua arretratezza rispetto alle dinamiche che si stagliavano all'orizzonte. Le ideologie si sfaldano, si fanno liquide, mentre il PCI si ostina a versare l'amido di una base culturale che ormai sta scomparendo.

Il dibattito culturale del '

IL '56 E IL DIBATTITO CULTURALE. Pur concentrando la nostra attenzione sulla cultura di sinistra, va precisato comunque che alcuni limiti in essa presenti erano comuni anche ad altre aree culturali. Possiamo fare l'esempio, già citato, della concezione comunista del capitalismo come incapace di produrre sviluppo (visione staliniana e non marxista) che ha un corrispettivo rovesciato nel medesimo catastrofismo di PIO XII nei confronti dello sviluppo e della modernizzazione. Non che mancassero, nel mondo cattolico, visioni più moderate e aperte (IRI, SVIMEZ, CENSIS) testimioniate dalla rivista Il Mulino – un ponte tra cattolici, socialisti moderati e liberal progressisti

  • o da pochi imprenditori come Bassetti e soprattutto Adriano Olivetti. In questo quadro si collocano anche i connotati della cultura di sinistra, impasto di stalinismo (e zdanovismo sul piano culturale) e italo – marxismo (la famosa linea De Sanctis – Labriola – Croce
  • Gramsci) che segna ampiamente la vulgata culturale fino alla metà degli anni '50. A essere messa progressivamente in discussione è la subalternità dell'intellettuale al politico, che per più di un decennio aveva tenuto i giovani marxisti lontano dalle nuove temperie culturali venute da fuori. Un altro tema dolente, meno avvertito fino al XX Congresso del PCUS, riguarda la realtà dei paesi socialisti, l'assenza di riflessione sui loro aspetti, la mancanza di osservazione specifica e ravvicinata delle caratteristiche di quei regimi, in sostanza la volontaria rimozione di processi che già nel 1953 lanciavano segnali premonitori (la rottura con Tito e la rivolta operaia di Berlino Est). Nel 1954 solo Franco Fortini osservava e gridava a gran voce cosa stava accadendo; nel 1956, invece, il clima di riforma andava allargandosi: Spinella critica le chiusure nei confronti di studi come quelli di Friedman e Adorno; Geymonat polemizza contro l'eccessivo idealismo; Fortini e Strada sottolineano l'esigenza di riconsiderare i postulati teorici del marxismo e di costruire quel marxismo teorico che oggi in Italia non c'è. Sarà Carlo Cassola a toccare il nervo scoperto del XX Congresso del PCUS, pubblicando un intervento da lì a poco seguito dal rapporto Kruscev: ricordando una discussione del 1944 con alcuni partigiani che stavano aderendo al PCI, lo scrittore afferma che molti elementi di giudizio erano a portata di mano già allora e non era quindi possibile, adesso, fare finta di cadere dalle nuvole. L'intervento di Cassola suscitò un vespaio e le reazioni furono tra le più disparate, dall'atto di fede di Salinari alla scomunica di Pintor passando per il mezzo pentimento della Rossanda.

La posizione di Palmiro Togliatti nel PCI

Non mancheranno, comunque, gli interventi rassicuranti e ortodossi, volti a minimizzare gli elementi di autocritica e a ribadire la validità del gramscismo e della via italiana, macchiati solo in maniera contingente da qualche stortura. La posizione ufficiale del PCI è scandita da due articoli famosi di Palmiro Togliatti: il primo risale a luglio ed è relativo ai moti operai in Polonia; il secondo, incentrato sugli eventi in Ungheria, schierandosi contro gli insorti e in difesa dell'invasione sovietica. A stupire maggiormente, però, non è tanto il permanere di larga parte degli intellettuali di sinistra in un PCI che muta solo parzialmente – molto parzialmente – il suo giudizio sul socialismo realizzato, quanto la rimozione – per non dire la scomparsa – per lunghi anni della riflessione su questi temi. La famosa intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti non sarà certo un punto di partenza, quanto un punto di arrivo, oltre il quale nessuno, per molto tempo, si spingerà. Perché? In parte per la volontà di non indebolire il blocco, in parte per l'incapacità di fare i conti con la rimozione precedente. C'era, inoltre, qualcosa di più profondo e di più radicale: una incapacità di riflettere sul socialismo in occidente, come ebbe a dire Fortini nel 1954. Il permanere dell'URSS nella cultura italiana non ha niente di mitico, ma ha qualcosa di difensivo, il surrogato malinconico di un modello di socialismo nei paesi a capitalismo avanzato che, tutto sommato, era stato l'unico modello convincente. Altri temi del dibattito culturale del 1956 ci conducono negli anni successivi: in primo luogo la natura del capitalismo italiano e le caratteristiche delle trasformazioni in corso. È crescente la consapevolezza che il dopoguerra è finito davvero e che il neocapitalismo è anche in Italia una realtà dalle forti capacità egemoniche, eppure per una matura riflessione in merito da parte del PCI bisognerà attendere il convegno del 1962 promosso dall'Istituto Gramsci e incentrato sulle tendenze del capitalismo italiano. Nel frattempo un insieme di riviste e gruppi intellettuali esterni al partito finirono per convivere, pur appartenendo a due ali diverse e seppur provvisoriamente, in un proficuo scambio. Così l'anima tecnologia e riformista potè incontrarsi con quella rivoluzionaria, aprendosi per la prima volta – cosa fondamentale – a tematiche sino ad allora tabù: sociologia, psicanalisi, antropologia. Un processo di sprovincializzazione ben sintetizzata dalle parole di Roberto Guiducci: la cultura più avanzata è stata per noi non una cultura d'avanguardia ma una cultura di recupero. L'esperienza di Luciano Bianciardi è la più rappresentativa. Solo a posteriori, verso il 1965, gi spaesamenti e i disamori verrano esplicitati per intero, in romanzi come Il comunista di Morselli o in film come Le stagioni del nostro amore di Florestano Vancini.

BARLETTA – ITALIA? Segnali diversi, e a loro volta contraddittori, arrivano da altre realtà. Nel medesimo tempo delle lotte e dei sindacati di fabbrica, i rapporti dei prefetti sugli scioperi agricoli del Polesine e del Ferrarese sembrano riproporre scene di inizio secolo: le agitazioni sono accompagnate da incendi dei fienili e danneggiamenti ai raccolti, e sono fronteggiate mediante l'impiego di lavoratori provenienti da fuori provincia che sono affluiti in virtù della costante protezione delle forze di polizia. Intanto per la prima volta, nel 1958, le mondine che lavorano nelle insalubri risaie sono meno di quelle necessarie; si compenserà con l'afflusso di lavoratrici dal Meridione. Gli scontri sono all'ordine del giorno: a Brindisi la relazione del questore sul soffocamento di una rivolta insurrezionale, confermata da Tambroni, viene smentita non solo da giornali di sinistra ma anche da giornali centristi come Il Giorno; presto cade anche la tesi della rivolta comunista, avendo la donna vittima della sparatoria della polizia la tessera della DC. Alla base di questa e altre rivolte pugliesi la crisi viticola e la generale diminuzione dei prezzi agricoli. L'episodio più drammatico a Barletta, dove la polizia uccide due braccianti che chiedevano una più equa distribuzione dei pacchi – viveri della Pontificia Opera di Assistenza e del Soccorso Invernale. Sempre a Barletta, tre anni dopo, 58 persone muoiono nel crollo di una palazzina costruita su cinque piani e fondata su un instabile garage: una delle tante case sorte in maniera selvaggia.

La cultura degli anni 50 /

ROCK AROUND THE CLOCK. Pantaloni di tela blu, camiciotti a scacchi, scarpe da tennis, giubbotti da pallacanestro con la scritta dietro, motocicletta e concerti rock. È la generazione dei giovanissimi tra i '50 e i '60. I flipper diventano oggetto del demonio e banditi, i jeans sono un segno di ribellione e appartenenza. Nasce il fenomeno del teppismo, con percentuali comunque infinitamente inferiori che nel resto d'Europa. Sono gli anni dell'esordio di Celentano e Mina, del successo inaspettato di Modugno e del trionfo di Bruno Dossena. Sono gli anni del rock and roll come sfida ai rispettabili valori degli adutlti e come veicolo del rispettabile mito dell'America e del mondo libero.

Il boom economico in Italia (1954-1964)

ALCUNE CIFRE E ALCUNE DOMANDE. A indicare alcuni tratti essenziali del miracolo economico le cifre possono essere prese a caso, o quasi. Il reddito nazionale netto aumenta quasi del 50% dal 1954 al 1964; gli occupati in agricoltura scendono da 8 a 5 milioni; nel settore industriale gli occupati passano dal 32% al 40% e nei servizi dal 28% al 35% mentre la produttività delle industrie aumenta dell'84%. L'Italia supera in produttività Svizzera, Olanda e Belgio e colma in parte lo storico divario con Inghilterra, Francia e Germania. Si producono enormi quantità di auto e motoveicoli, frigoriferi e televisori. Nonostante il miracolo economico, l'emigrazione all'estero aumenta: all'emigrazione transoceanica si sostituisce quella europea, ove la Germania soppianta la Svizera come meta principale. È però la migrazione interna quella più imponente, fatta anzitutto di spostamenti dalle campagne povere dell'Italia settentrionale e centrale e poi del Mezzogiorno. Intanto al Sud Danilo Dolci intitolava Spreco un volume che proponeva alcune indagini da lui promosse in Sicilia, sottolineando non solo e non tanto il grandissimo quadro di miseria che quelle pagine mettevano crudelmente in luce quanto qualcosa di più profondo: su 100 proprietari terrieri sul cui capo incombono pericoli di frane ben 92 non conoscono le leggi per la bonifica montana e 20 sono convintissimi che le frane possano essere evitate solo per intercessione divina o magica. In questo spaventoso contesto gli Enti pubblici operanti al sud, come l'Ente di riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, pur rappresentando teoricamente la presenza dello stato, non riesce per la maggior parte ad offrire altro che una gestione clientelare e una diffusa corruttela che hanno effetti devastanti e a lungo termine. Con quali messaggi questi diversificati mondi vengono a contatto in questa fase di convulsa e rapidissima trasformazione? In che modo nuovo bisogni e nuovi modelli culturali vengono a

interagire con i precedenti orizzonti mentali, in un mondo segnato contemporaneamente dall'affermazione della scolarizzazione e della comunicazione di massa? Quali sono i segnali che vengono dallo stato, dalle istituzioni pubbliche in uno scorcio di anni che vede l'agonia definitiva del centrismo e l'avvio del centrosinistra?

Lo spopolamento delle campagne negli anni

del boom

MONDI RURALI. Nelle campagne, come si è detto, vi sono 3 milioni di occupati in meno tra il 1954 e il 1964, destinati a diventare quattro se si considera il periodo tra il 1951 e il 1965. iniziando dalle aree più povere della collina e della montagna i flussi coinvolgono rapidamente anche le aree dell'agricoltura avanzata, segnando la fine dei diversi mondi rurali che compongono il paese. Non si tratta di una formula riassumibile in campagne senza agricoltura ma in agricoltura senza campagne. Una diminuzione così rapida del peso dell'agricoltura avvicina semplicemente l'Italia ad altri paesi europei ma l'inserzione progressiva della nostra agricoltura in un processo di modernizzazione sostanzialmente comune a tutta l'Europa ha comunque conseguenze di rilievo. Va anzitutto segnalata l'impossibilità di continuare a vedere l'agricoltura italiana come mossa esclusivamente da caratteri tradizionali e originari. C'è un mutato rapporto fra intervento statale e produzione agricola. Fra il 1951 e il 1960 gli investimenti in agricoltura raddoppiano e l'intervento dello stato, diretto o indiretto, riguarda nel 1963 ormai il 73%; dunque già nel 1960 quasi tutte le decisioni in campo agricolo devono misurarsi con scelte e orientamenti stabiliti dalle politiche pubbliche, con una intrusione dello Stato nella società rurale che amplifica enormemente i meccanismi avviati negli anni Trenta. Sulle distorsioni indotte da questi processi molto è stato detto, e ci limiteremo qui a sottolineare gli aspetti essenziali. Si vedano gli organigrammi degli enti di riforma agraria, che complessivamente operarono su circa 700.000 ettari: su 22 persone che al 1961 avevano ricoperto la carica di presidente o commissario, 20 appartenevano alla DC. Si ricordino poi i loro caratteri di enti pletorici, con a volte 10.000 dipendenti in più del necessario e tenuti in vita anche dopo lo spopolamento delle campagne. Si scorrano i fascicoli dell'Archivio centrale dello stato riguardanti gli enti di riforma: responsabilità e colpe dei dirigenti sono accertate e denunciate quasi ovunque, come in Sicilia, dove una indagine amministrativa del 1959 conclude che l'ERAS (Ente Riforma Agraria Siciliana) non ha una organizzazione razionale dei vari servizi e conferma le numerose e gravi denunce ricevute. Erano i normali meccanismo di funzionamento che costituivano un problema, inzuppati di clientelismo, di relazioni e di dipendenze tra gruppi di contadini, funzionari ed enti pubblici, apparati organizzativi ed esponenti del partito cattolico e delle sue organizzazioni collaterali, quali la Coldiretti e la Acli.

La meccanizzazione degli anni '50/ 60 in Italia

Si considerino poi le dimensioni della meccanizzazione, che è l'altro e decisivo fattore di trasformazione di questi anni. La meccanizzazione trova la sua fonte essenziale di finanziamento nel piano dodecennale del 1952, che prevede prestiti e mutui per l'acquisto di macchine agricole di produzione nazionale. Il più grosso istituto di credito chiamato a elargire i finanziamenti è la Federconsorzi di Paolo Bonomi, l'uomo che nel contempo non solo si era garantito il monopolio di acquisto dei trattori Fiat che avrebbero comprato con quel denaro ma che gestiva, tramite la federazione, la vita quotidiana dei contadini, i loro acquisti e le loro vendite. Un'altra federazione di Bonomi, la Federazione Nazionale Coltivatori Diretti, gestiva la gestione delle leggi che sancivano l'assistenza mutualistica e la pensione minima di vecchiaia per i contadini, istituite tra il 1954 e il 1957. Tali diritti elementari assumevano le forme di privilegi generosamente concessi, stabilendo legami forti di dipendenza e clientelismo. Vediamo ora più da vicino le dinamiche e le caratteristiche dell'esodo per le varie parti d'Italia. Le campagne dell'Italia settentrionale sono le prime ad avvertire i mutamenti e l'agricoltura qui conosce i maggiori crolli nelle regioni che erano rimaste più tenacemente e intensamente rurali:

limitrofi e anche meno limitrofi; Sette ore di lavoro, sette ore in treno si intitolava una inchiesta sull'argomento di Kino Marzullo sull'Unità. Quali furono i segnali che vennero – o non vennero – dai poteri pubblici? Come già s'è detto, questi flussi colossali coesistettero sino al 1961 con la legislazione fascista, volta a impedire l'urbanesimo, e non è sufficiente prendere atto che essa, di conseguenza, non fu realmente applicata. Essa valse a trasformare una parte cospicua degli immigrati in fuorilegge, in una sorta di clandestini del mercato del lavoro nella loro stessa patria. Su questi strani clandestini prosperano forme di appalto e subappalto della manodopera abolite solo nel 1961. In questo quadro, gruppi consistenti di immigrati sono portati a trarre anche i possibili vantaggi dall'illegalità e dalla precarietà: di qui l'aumento della estraneità e della diffidenza verso le strutture pubbliche e il rafforzamento di quelle reti di relazioni che innervavano il sistema extra – legale di reperimento del lavoro. Si può aggiungere che governo e prefetti pongono una qualche attenzione alle migrazioni interne solo quando i risultati elettorali sembrano indicare che la crescita delle sinistre nelle grandi città del nord è dovuta appunto al voto degli immigrati. Che i cittadini abbiano bisogno in primo luogo di norme, di tutela legislativa e giuridica, è elemento che sembra sfuggiure alla sensibilità di ministri e prefetti. Aggiungiamo qualche riga sulle modalità con cui vengono a interagire culture tradizionali e processi di modernizzazione e sulle forme e gli esiti molteplici di questa reciproca influenza. Non va sottovalutato, in particolare, un elemento di grande importanza: la ripresa di vecchi conflitti sociali che attraversano le concentrazioni operaie, vecchie e nuove, a partire dalla fine degli anni cinquanta. Gli immigrati di origine rurale aderiscono all'ideologia che hanno trovato dominante a livello operaio, nelle grandi città del nord, e partecipano alle lotte sindacali e politiche non soltanto perché ciò corrispondeva ai loro interessi economici immediati ma perché permetteva loro di identificarsi con il nuovo ambiente urbano – industriale. La ripresa delle lotte operaie è il terreno specifico di tale discorso e diventerà ben presto un recipiente di idee e di azioni a cui attingere in seguito. Anche il tempo libero rimodella il paese e la mobilità e la costruzione dell'Autostrada del Sole ne è l'esempio più lampante.

L'industria italiana degli anni '

GEOGRAFIE INDUSTRIALI. Al 1963, ha scritto Eugenio Scalfari, l'Italia industriale non era più un triangolo, era diventata una cometa: un centro sempre localizzato tra Piemonte e Lombardia ma con una lunga coda che investiva tutta la valle padana, fino a Porto Marghera e Bologna e Ravenna. A distanza d'anni, l'intelaiatura che allora iniziò a delinearsi appare molto più complessa, con articolazioni diversamente significative nell'Italia centrale e meridionale. A voler scegliere una data d'avvio dei processi che portano al miracolo si potrebbe scegliere il 1953, isolando quattro eventi di fondamentale importanza:

  • la ristrutturazione da parte di Sinigaglia della Finsider, che sostanzialmente rifonda la siderurgia nazionale offrendo acciaio a prezzi competitivi all'industria meccanica
  • la nascita dell'ENI da parte di Mattei, cui è affidato lo sfruttamento dei giacimenti di metano nel Polesine
  • l'investimento di trecento miliardi della Fiat per la costruzione dello stabilimento di Mirafiori, dalle cui catene uscirà nel 1955 la Seicento
  • l'approvazione della legge per lo sviluppo del credito industriale nell'Italia meridionale e insulare, primo passo verso quella del 1957 che preciserà meglio gli incentivi e gli obiettivi di industrializzazione del Mezzogiorno. I settori trainanti sono subito quelli dell'automobile, della chimica e della petrolchiimica. A Ravenna si impianta lo stabilimento Anic, che dà un impulso decisivo alla fabbricazione italiana di gomma sintetica e fertilizzanti, così che l'ENI possa fissare un prezzo nazionale dei fertilizzanti inferiore del 15% sferrando un duro colpo alla Montecatini. La Montecatini, intanto, opera a Ferrara, producendo un nuovo tipo di plastica dura creata con le ricerche del premio Nobel Giulio Natta ; il Moplen contribuirà non poco a mutare arredi e abitudini domestiche. Un settore fortissimo è poi quello meccanico, produttore di elettrodomestici e apparecchiature di

largo consumo, fatto di aziende come la Piaggio (dove ci si impegnava alle dimissioni in caso di matrimonio), la Candy (orari di lavoro incontrollati e costellati da infortuni, senza l'ombra di commissioni o scioperi), la Ignis, la Merloni, la Zanussi eccetera. Queste aziende, piccole, flessibili, paternali e dal basso costo del lavoro, costituiscono il modello di larga parte delle fabbriche italiane di elettrodomestici, che impiantano stabilimenti spesso in zone ove mancano tradizioni sindacali.

I diversi modelli della terza Italia

Consideriamo ora le differenti aree e i modelli diffusi. Nella regione urbana milanese assistiamo ad un aumento del 188% nel settore delle costruzioni e degli impianti e sempre in provincia assistiamo ad una forte crescita della media anche nel commercio, nei trasporti e nei servizi. Inizia qui la terziarizzazione di Milano e la crisi della grande fabbrica, per ora maggiormente evidente a Sesto San Giovanni. La cosiddetta Terza Italia presenta al suo interno modelli diversi. In Emilia assistiamo ad un incremento dell'attività industriale, aiutato dalla nascita del polo ferrarese e dal decollo dell'area portuale e petrolchimica ravennate. Nel modenese assistiamo ad una rapida espansione del lavoro a domicilio e delle piccole imprese, spinte dalla precedente abitudine delle famiglie contadine al lavoro a domicilio, e ad una contrazione della fabbrica che pone le basi per la nascita di piccoli imprenditori usciti proprio da quelle fabbriche. Al Sud il quadro è fosco. Non per niente, specialmente per la Calabria, si è parlato di miracolo economico alla rovescia, ed è significativo il calo di addetti all'industria manifatturiera sia in Calabria sia in Basilicata. Anche in Campania l'espansione dell'industria rimane al di sotto della media nazionale. A far fronte a queste emorragie sta la collocazione nel settore delle costruzioni, finanziato e pompato dalla Cassa per il Mezzogiorno ma non certo volto a creare condizioni per una moderna accumulazione di benessere, quanto a organizzare un circuito alternativo e clientelistico di mercato del lavoro. Di enormi contributi statali per l'industrializzazione nel meridione beneficiano grandi imprese pubbliche (Iri e Eni) e private (Montecatini, Sir) che investono in primo luogo in industrie di base siderurgiche (Taranto, Bagnoli) e petrolchimiche (Brindisi, Gela, Augusta – Priolo) caratterizzandosi per la loro scarsissima coerenza con il progetto dichiarato di creare poli di sviluppo inducendo effetti positivi nella base produttiva locale e diventando famose come le cattedrali nel deserto. Deserto economico naturalmente, in contrasto con l'oceano demografico che vi viveva e di cui beneficiava solo nelle forme dell'inquinamento e dell'invasione. Un diverso tentativo pensato esplicitamente come esempio di politica alternativa è quello di Adriano Olivetti a Pozzuoli, aiutato nella costruzione dello stabilimento dall'architetto Luigi Cosenza. Ma fu, purtroppo, breve cosa e Olivetti, morto nel 1960, già due anni prima era stato rimosso come amministratore delegato dal consiglio di amministrazione; altri progetti lungimiranti , come l'azionariato operaio ad Ivrea, furono semplicemente accantonati.

La nuova geografia urbana dell'Italia degli

anni '

GEOGRAFIE URBANE. Svanisce in quegli anni anche un'altra, più grande utopia, di cui Olivetti fu partecipe e promotore: la tutela del territorio negli anni negli anni della trasformazione, di un progresso che non fosse distruttore di equilibri e di assetti ambientali. A Milano e in tutta la Lombardia si diffondono rapidamente le coree, agglomerti disordinati e fitti di abitazioni costruite dall'oggi al domani dagli emigrati stessi; sono dense, disordinate, malsane e prive di servizi. Le cose non vanno certo meglio al centro, nella grande metropoli, dove una grossa percentuale di casa manca di bagno, o luce, o acqua, o gas o più di una di queste cose. La Roma di questi anni è ben raccontata da Pasolini in passi di Una vita violenta e a questa Roma delle borgate e della speculazione edilizia molti intellettuali hanno destinato pagine d'inchiostro. È la Roma dello stravolgimento urbano per le Olimpiadi del 1960, della discussa costruzione di Fiumicino, all'insegna di così tante irregolarità da creare una commissione d'indagine parlamentare

Pralognan tra Saragat e Nenni del 1957 sino al 1959, quando Nenni e gli autonomisti ottengono una significativa maggioranza. La crisi della politica centrista e al tempo stesso le difficoltà del suo superamento sono sancite dalle politiche del 1958, che vedono da una parte l'affermazione socialista e dall'altra la crescita DC, anche se aiutata dal sostegno di partiti di destra. A uscire dalle secche non aiuta il governo presieduto da Fanfani, il cui autoritarismo e la cui compresenza di ruolo di presidente del Consiglio e di segretario DC non va giù a molti democristiani, specie dopo l'annuncio di apertura a sinistra. Così, pochi giorni prima del Consiglio generale DC del 1959, nasce il raggruppamento doroteo, che farà eleggere Moro, il giorno dopo, segretario del partito. Sono sotterranei e profondi i movimenti e le tensioni che si agitano sullo sfondo della travagliata esperienza dei brevi governi Segni → Tambroni → Fanfani III e Fanfani IV ed è durante i mesi di governo Tambroni (aprile – luglio 1960) che vengono più apertamente alla luce. La fibrillazione coinvolge in primo luogo il partito di maggioranza e gli apparati dello stato, e i documenti d'archivio fanno intravedere la significativa punta di un iceberg. Vediamo. Nel 1959 Segni è capo del governo e ministro dell'Interno: dispone l'apertura di un fascicolo sull'attività politica di Fanfani e ai discorsi di Fanfani si riferiscono ampiamente le relazioni mensili del capo della polizia e dei prefetti. Segnali più inquietanti vengono da un rapporto riservatissimo al ministro dell'Interno redatto dal capo della polizia ai primi di marzo del 1960 che in sostanza denuncia pericolosi movimenti da parte del corpo militare.

Il governo Tambroni, 1960

TAMBRONI E IL LUGLIO 1960. L'immagine, talora sostenuta, di un Tambroni uomo di sinistra, costretto quasi suo malgrado a svoglere un ruolo diverso, appare del tutto priva di fondamento ove si scorrano gli atti parlamentari e i verbali del Consiglio dei ministri. Se il suo intervento al congresso DC di Firenze nel 1959 è indubbiamente favorevole all'apertura a sinistra, la sua azione ha tratti completamente diversi: tratti, va aggiunto, maggiormente in sintonia con l'azione concreta svolta da lui come ministro dell'Interno nei quattro anni precedenti. Il governo varato da Tamboni il 21 marzo ottenne la fiducia della Camera, per soli tre voti di scarto (300 sì e 297 no), con il determinante appoggio dei deputati missini. La circostanza causò l'abbandono dei ministri appartenenti alla sinistra della DC Bo, Pastore e Sullo. L'11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il governo rassegnò le dimissioni che furono respinte dal presidente Giovanni Gronchi, anzi ricevendo l'invito a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia.Il 29 aprile, sempre con l'appoggio dei missinini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato. Il governo si presenta come prevalentemente amministrativo, di transizione, giusto perché vadano avanti le Olimpiadi di Roma e si approvi il Bilancio. Eppure, in esso riecheggiano sin dalla prima riunione toni poco distesi, machisti, per non dire fascisti. L'azione del governo è nettamente indirizzata verso due direzioni: il ribasso di alcuni generi di prima necessità (segno esplicito della ricerca demagogica del governo di trovare favori popolari) e il continuo, ossessivo, paventare dei rischi di una imminente congiura comunista condito con l'ingiustificata dichiarazione su una presunta debolezza del governo. L'ostilità alle forze armate è vista come sintomo di assenza di sentimenti nazionali e come manifestazione di forza tentata dai partiti di sinistra che hanno approfittato di un periodo di carenza dei poteri dello Stato. Non paghi, il ministro dell'Interno Spataro evoca indefinite violenze di elementi di sinistra per invitare prefetti e questori a prendere ogni adeguata misura. Ne seguono inteventi repressivi ed intimidatori che aumentano ulteriormente la tensione.

I giovani in campo in Italia negli anni '

I GIOVANI DALLE MAGLIETTE A STRISCE È necessario guardare alle giornate di luglio con occhi diversi da quelli di prefetti e questori, e interrogarsi su ciò che si stava davvero muovendo nella società italiana. Quella esplosione popolare ora raccontata non colpiva solo per la sua ampiezza: colpiva in primo luogo per i protagonisti che metteva in campo. A ridiventare attuale per

i giovani non era semplicemente l'antifascismo ma il nesso fra la discriminante antifascista e una trasformazione più complessiva della società e dello stato. Lo ridiventa su un doppio versante perché talora prevalgono la polemica e la tattica politica immediata e talora invece entrano in campo nodi di più lungo periodo, visioni generali della società italiane e del suo futuro. Qualche mese dopo, i rapporti prefettizi attribuiscono al voto giovanile e a quello immigrato l'avanzata elettorale del PCI e l'indicazione è fondata, a patto, però, di ricorda che questi stessi anni vedono un vero e proprio crollo dei loro tesseramenti. Dunque le discussioni e le riflessioni si collocano fuori dagli schemi precedenti. In questo quadro, la discussione sul paradigma antifascista e sul rapporto fascismo – antifascismo nella storia d'Italia non è un aspetto secondario. Dopo il lungo silenzio delle istituzioni pubbliche, in primo luogo della scuola, la domanda di sapere dei giovani si manifesta in forme e dimensioni nuove, tributando immediato e largo successo alle conferenze su questi temi che si tengono in diverse città e che straripano di giovani uditori. La prima e più autentica spinta, insomma, è una spinta all'informazione, un bisogno di riempire una lacuna che scuola, famiglia, società sembrano invece decise a lasciare indefinitamente aperta. Dietro quella spinta all'informazione vi sono domande, problemi, che riguardano uno snodo centrale della storia del paese, del suo modo di essere, della sua identità. Per questo sono particolarmente significativi i limiti delle risposte istituzionali che – dopo la lunga rimozione – vennero date allora. Vale la pena farvi qualche cenno.

Il tema della resistenza nell'identità nazionale

Per quel che riguarda la scuola, dopo la caduta del governo Tambroni, una circolare del nuovo ministero della Pubblica Istruzione dispone che l'insegnamento della storia non si fermi alla Grande Guerra ma alla Costituzione ma erano scontate le resistenze, i malcontenti, le pigrizie e le riserve culturali, e cinque anni dopo, il bilancio di apprendimento della nuova generazione è quantomeno osceno. La televisione attende anch'essa la caduta del governo Tambroni per vedere le prime trasmissioni sulla Resistenza ma basta la prima puntata di una trasmissione innocua e leggera come Tempo della divisa, incentrata su una traballante satira del fascismo e delle conquiste dell'Etiopia (ma anche l'antifascismo clandestino era preso di mira) per scatenare un inferno che porterà addirittura Fanfani, allora capo del governo, ad ammonire la RAI. Reticenze e censure continuano a pesare, dunque, ma accanto ad essi si fa progressivamente strada un'altra via. Più esattamente, nel corso di pochissimi anni (1961 – 1965) attraverso i programmi televisivi è possibile cogliere un processo più generale: un passaggio dalla rimozione ad una ufficializzazione della Resistenza che ne banalizza contenuti e ragioni, contraddizioni e lacerazioni. Si passa cioè dall'oblio alla costruzione di una memoria pubblica, astrattamente apologetica, che si sovrappone alle molteplici e differenti memorie private senza riuscire a risolverle, in sé, senza aiutarle a riconoscersi come parte di un processo. L'insistenza unilaterla e retorica sui temi del riscatto nazionale e del sacrificio tendeva a tradursi in sermoni pedagogici e di scarsa efficacia e veniva spesso a negare altri elementi: la drammaticità di uno scontro che fu anche guerra civile, le aspirazioni a trasformazioni radicali del paese, eccetera. Inoltre, lasciava ai margini nodi e problemi relativi a una questione cruciale: l'identità nazionale, o meglio: i differenti modelli di identità nazionale che allora vennero a scontrarsi. In queste concessioni ebbe largo ruolo anche la sinistra, che sembrò essere paga del semplice ritorno alla trattazione di temi che per anni erano stati quasi tabù. Alcuni più lungimiranti, come Secchia, indicavano la necessità di liberare l'essenza rivoluzionaria di quel momento storico dalle pastoie di un antifascismo indifferenziato. Si vedono in nuce, poi, gli scontri tra resistenza rossa e resistenza tricolore, la prima indirizzata alla valorizzazione dei contenuti di classe, la seconda alla sottolineatura dell'evento come miccia dell'esplosione unitaria.

sacrificio si intreccia al rifiuto di forme tradizionali di subalternità e alla ripulsa di distinzioni gerarchiche e sociali anacronistiche: di qui l'accumularsi di speranze e valori collettivi, e di domande, esigenti, al sistema politico. Capitolo 6 – Il riformismo perduto

Le tendenze e le controtendenze politiche degli

anni '60 in Italia

LA POSTA E IL GIOCO. Ogni analisi del centro – sinistra tende inevitabilmente a trasformarsi nella discussione su di una grande occasione mancata e a porre al centro una sfasatura rilevante. La sostanziale pochezza della politica concreta dei governi di centro – sinistra è infatti in contrasto stridente con le riflessioni di notevole respiro che ne avevano accompagnato la nascita, e al tempo stesso con le attese e le aspirazioni che si erano diffuse in una società profondamente trasformata. Una prima ragione del fallimento sta indubbiamente nella corposa presenza di resistenze e opposizioni efficaci, in parte implicite e in parte esplicite. Esse accomunano ampi settori del corpo sociale come degli apparati dello stato, nascono da interessi consolidati di gruppi e ceti e al tempo stesso da culture e orizzonti mentali radicati. Veti e vincoli esterni – Vaticano e USA in primis – non sono irrilevanti e non cessano automaticamente né con Roncalli né con Kennedy. Per capire appieno l'efficacia e la lunga durata delle resistenze è necessario però ricordare in primo luogo gli elementi che abbiamo evocato sommariamente in altre parti di questo libro: la natura e i connotati del blocco sociale che si era consolidato e definito negli anni del centrismo attorno alla DC, i collanti materiali e ideologici di quel blocco. Solo così si può comprendere il grande ritardo con cui l'esperienza riformatrice ha avvio, e poi l'immediato innesco di controtendenze che rapidamente portano al suo svuotamento. Diamo allora uno sguardo al succedersi degli eventi. Deve passare un anno e mezzo dal luglio del 1960, dobbiamo cioè arrivare al febbraio del 1962 perché il congresso DC di Napoli dia un via libera, in larga misura riluttante, al processo di allargamento, in prospettiva, per un governo col PSI. Subito dopo, però, quell'indicazione è addirittura contraddetta dall'elezione di Segni a presidente della Repubblica. Le uniche reali riforme sono compiute dal governo Fanfani, nato proprio nel febbraio 1962, ed ha il sostegno solo esterno del PSI; già all'inizio del 1963 i colpi di freno impressi dalla DC sono sempre più corposi e il governo accantona alcuni aspetti essenziali del suo programma, così che il PSI deve considerare chiusa questa prima fase di alleanza. Nel novembre 1963 l'alleanza viene ripresa in mano dopo la parentesi del governo di transizione presieduto da Leone. I socialisti stavolta entrano a far parte del governo, il Moro I, ma la spinta del miracolo è praticamente terminata, sostituita da una congiuntura economica negativa che spinge meccanismi di segno conservatore. Nel luglio 1964, con la crisi di governo e il Moro II, il centro – sinistra conosce la definitiva sconfitta e se la formula di governo continua a sopravvivere, essa sopravvive solo sulla carta, senza i contenuti e il progetto che stavano alla base. In pochi anni non erano fallite solo le riforme; era fallito il riformismo come modello. Su questo sfondo nero avanzano nuove forme di degenerazione politica. L'itineraio del PSI è significativo in proposito: da mantice demiurgico del riformismo a creatura scissa e mutata dalla scissione e dalla nascita del PSIUP, dal progressivo isolamento di Riccardo Lombardi, dall'appannamento dell'ansia di vedere riforme reali, dallo scadimento della visione di Nenni.

La caduta del governo Tambroni (1960)

DOPO IL LUGLIO '60. Torniamo indietro e vediamo quali furono i comportamenti e le conseguenze tangibili di quegli anni, partendo dalla caduta del governo Tambroni. La caduta di Tambroni apre la via ad un governo monocolore guidato da Fanfani, con la presenza di tutte le

componenti della DC. A rassicurare i settori più conservatori e gli apparati stessi dello stato, allarmati da una possibile intesa col PSI, l'Interno è affidato a Scelba, la Giustizia a Gonella, gli Esteri a Segni e il Bilancio a Pella; un governo, insomma, rappresentato nella maniera più autorevole – e autoritaria – possibile. Un governo che durerà circa un anno e mezzo, fino alla mozione di sfiducia del PSI, e che si caratterizzerà per un sostanziale immobilismo paradossale perché coincidente con il periodo più dinamico del boom. Nelle elezioni amministrative del 1960 possono parlare in televisione, per la prima volta, i membri delle opposizioni. La nascita delle tribune elettorali erano state chieste a gran voce ma solo adesso, con lo sgelamento del 1960, erano diventate una pur timida realtà. Nasce il programma Tribuna elettorale che rivoluziona il modo di fare politica e in qualche modo collettivizza l'interesse e la partecipazione dell'elettorato. Quasi subito sul programma si abbattono gli strali della DC più conservatrice, che giudica troppo poco ministeriale (sic!) e troppo poco anticomunista il direttore Enzo Biagi, di lì a poco costretto a dimettersi. Il primo governo del dopo Tambroni, insomma, dà ben pochi segnali di novità ad una società in tumultuosa trasformazione. Un giornalista dell'Ora mette in serio imbarazzo Scelba e Moro quando viene fatto loro presente il nome di Genco Russo nelle liste DC di Mussomeli; nel frattempo viene messo in funzione il primo corpo di polizia femminile, con limitatissimi compiti, anche se contemporaneamente la Corte Costituzionale ribadisce che è legittimo punire l'adulterio quando questo è compiuto dalla moglie.

Il programma di Ugo La Malfa (1962)

I vincoli e gli impacci del governo sono il riflesso diretto delle resistenze centriste radicate all'interno della DC. Esse sono anche in aperto contrasto con la consapevolezza, sempre più diffusa, degli squilibri del paese e della necessità di interventi tempestivi in questa direzione. Questi temi saranno al centro delle relazioni di Achille Ardigò (sociologo cattolico e vicino a Dossetti) e di Pasquale Saraceno (economista di area cattolica ed esperto di meridionalismo) durante il convegno di studi organizzato dalla stessa DC nel settembre 1961 a San Pellegrino, i quali spingeranno per un allargamento verso il nuovo. A forte sostegno delle tesi dei due professori stava la Nota aggiuntiva alla Relazione generale sulla situazione economica del paese che il ministro repubblicano del Bilancio, Ugo La Malfa, presentò nel 1962. Il programma di La Malfa è importante perché caratterizzerà il primo governo orientato (ma non organicamente inserito) di centro – sinistra: il governo Fanfani IV. La Malfa segnalava l'evidente contrasto tra l'impetuoso sviluppo di questi anni e il permanere (quando non l'aggravarsi) di situazioni settoriali, regionali e sociali di arretratezza e ritardo economico. Squilibri territoriali tradizionali, soprattutto quelli tra nord e sud, sono aumentati; molte situazioni di sottosviluppo non sono state sanate; gli investimenti nei settori del consumo pubblico (scuola, trasporti, sanità) sono bassissimi. Follia, sottintende La Malfa, in un momento di congiuntura economica così favorevole, che renderebbe possibili tali riforme senza incontrare costi troppo elevati. Per realizzare una politica di questo tipo sarebbe stata necessaria una forte volontà innovatrice. In altre parole, la DC avrebbe dovuto invertire le tendenze precedenti, rimuovere i blocchi di interesse ormai consolidati nel corso degli anni '50, e costruire modelli culturali diversi rispetto a quelli cementati dall'anticomunismo. Non sarà così. Anzi, segni completamente differenti giungevano da molte relazioni di esponenti della DC ai convegni di San Pellegrino e di Napoli, e soprattutto dalla mastodontica relazione di Moro che dava sì il via libera al primo governo di centro – sinistra, ma alle sue condizioni! Il pilastro a cui si attaccarono Moro e gli altri per ostacolare le aperture proposte dalla sinistra democristiana fu quello della continuità e della centralità. Perché mettere a rischio ciò che è stato costruito? Perché rischiare di minare la base del consenso elettorale? Perché mettersi l'inferno in casa da soli?Questa impostazione ben presto renderà marginali quei settori della DC e del mondo cattolico che alla sinistra guardavano in maniera collaborativa. La sinistra, comunque, ebbe la sua parte di colpe in questo processo. L'iniziale pragmatismo di Nenni andò stemperandosi man mano che il rischio della rottura col governo si faceva concreta,

congelando due importantissime riforme imminenti in Parlamento:

  • L'istituzione delle regioni. Avversata e bloccata perché il decentramento avrebbe concesso enormi poteri alle regioni rosse dell'Italia centrale.
  • La pianificazione urbanistica. Uno dei capitoli più ignominiosi della politica italiana. La lungimirante riforma del ministro dei Lavori Pubblici, il democristiano riformista Fiorentino Sullo, era (e sarà) l'unico serio tentativo di fare i conti con la speculazione fondiaria e col caotico sviluppo urbano. Prevedeva la concessione agli enti licali del diritto di esproprio preventivo di tutte le aree fabbricabili incluse nei rispettivi piani regolatori. Gli stessi enti locali avrebbero provveduto poi a realizzare le necessarie opere di urbanizzazione e avrebbero poi rivenduto i terreni attrezzati ai privati, ad un prezzo più alto ma controllato. Fine della selvaggia speculazione dei suoli edificabili dunque. In aggiunta, i nuovi proprietari sarebbero entrati in possesso dell'edificio ma non del terreno, in maniera tale da rendere lo Stato capace di esercitare un controllo reale sul piano regolatore. Una lungimirante proposta che scatenò accuse di bolscevismo e spinse Moro a dichiarare in televisione – senza che Sullo ne fosse al corrente – che la proposta del ministro era sua e solo sua e mai sarebbe stata realizzata. Alle elezioni la DC scese sensibilmente. Salirono liberali, missini, socialdemocratici e comunisti, questi ultimi largamente, cooptando soprattutto i voti degli immigrati al settentrione e degli operai emigrati in Europa del Nord. Il PSI scese leggermente. In sostanza la somma dei voti delle destre ebbe un aumento percentuale ridicolo, lo 0,7%. Era sufficiente ciò a far capire ai partiti di governo la necessità di scegliere, di rafforzare la chiarezza dei progetti e delle alleanze sociali ad essi sottesi. Eppure nella DC prevalse la strategia Moro: il centro – sinistra come scelta obbligata ma infida e la conseguente politica del sonno e della limitazione degli interventi riformatori per non scontentare le aree sociali e culturali di riferimento degli anni del centrismo.

I cambi di rotta della politica italiana degli

anni '

L'irrigidimento della DC, che conferma le posizioni via via assunte a partire dalle fine del 1962, inizia ad aprire una divaricazione all'interno del PSI tra la crescente moderazione di Nenni e l'insistenza di Lombardi per un impegno programmatico più deciso. Gli avvenimenti si succedono rapidamente. L'incarico di formare un nuovo governo è affidato inizialmente a Fanfani, che fallisce perché nella DC è considerato portatore di ipotesi troppo avanzate, e poi a Moro. Il comitato centrale del PSI mette in minoranza Nenni e boccia l'ipotesi di accordo, così che Moro lascia l'incarico e passa il testimone a Leone, che porta avanti un governo di transizione. È una fase di attesa, durante la quale, però, affiorano due atti apparentemente minori che indicano già quale sarà la direzione di marcia: da una parte il ministro delle Finanze, Martinelli, pone fine ai lavori della Commissione per la riforma tributaria, dall'altra il governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, annuncia provvedimenti deflazionistici in seguito ad una prossima congiuntura economica sfavorevole. Dietro lo scudo dello stato di necessità maturavano scelte destinate presto a collidere con la politica di programmazione e con la via delle riforme; Carli ribadì la cosa a distanza di trent'anni confermando che l'obiettivo essenziale fu la difesa dell'esistenza dell'impresa privata, dell'industria capitalistica, messa in pericolo dalla prepotenza nazionalizzatrice del centro – sinistra. I segnali della congiuntura sfavorevole erano comunque reali, e altro non erano se non il risultato ovvio di un decennio di nodi irrisolti che venivano ora al pettine. Diventava allora centrale la capacità di operare delle scelte. È sulla politica economica che si gioca la partita e si scontrano due impostazioni riconoscibili, ciascuna delle quali comportava inevitabilmente dei costi e implicava un differente modello di sviluppo della società italiana.

  • Soluzione Carli – Colombo → era in buona sostanza incentrata su misure deflazionistiche e dava priorità all'equilibrio monetario e al pareggio della bilancia dei pagamenti a scapito dei livelli di occupazione e sviluppo. Implicava in primo luogo un attacco alle organizzazioni sindacali e alle rivendicazioni operaie, individuate come prime responsabili della incipiente crisi. Questa azione

faceva scivolare in uno sfondo molto sbiadito le riforme, mettendo in discussione la programmazione e la possibilità di un intervento pubblico capace di modificare gli squilibri del paese. Una rigidità dell'economia contraria ai progetti di trasformazione e sostanzialmente sinonimica di una rigidità di alcuni interessi consolidati. La cedolare del 30% fu l'ennesimo colpo basso.

  • Soluzione Giolitti – Lombardi → era basata sulla necessità di coniugare risposte congiunturali e sviluppo, di non deprimere investimenti e occupazione, di colpire più seriamente i patrimoni e gli interessi speculativi, di rendere convincenti le richieste di contenimento salariale con impegni effettivi sul terreno della programmazione. Seppur meno programmatica, la soluzione Giolitti – Lombardi fu comunque ostacolata anche in tempi meno sospetti, vale a dire dopo la primavera del '64, quando la bilancia dei pagamenti era più equilibrata e le discussioni economiche avrebbero potuto essere più distese. Carli e Colombo si scagliarono gratuitamente e con forza sulla proposta Giolitti – Lombardi e viene duramente criticato il piano che Giolitti, ministro del Bilancio, stava preparando. Viene attaccato in forma meschina, tramite una lettera inviata giorni prima a Moro da Colombo, resa pubblica (in forma sintetica) da un articolo anonimo pubblicato a maggio dal Messaggero. In sostanza un ministro attaccava alle spalle un altro ministro appellandosi silenziosamente al capo del governo. I toni furono di sdegnata smentita da parte di Colombo ma né lui né Moro accettarono di rendere pubblica la lettera, essendo di natura privata. Successivamente molti altri aspetti del programma governativo voluto dai socialisti vanno perdendosi per strada. La crisi di governo arriva da lì a poco. L'occasione è data dall'inserimento, da parte del ministro dell'Istruzione Gui, di una voce riguardante il finanziamento alle scuole private nel bilancio del suo ministero, contrariamente agli accordi di governo. Molti franchi tiratori affondano la proposta, la legge non passa e Moro si dimette. Nasce il Moro II, che sostanzialmente porta ad un cedimento sostanziale di tutte le richieste di riforma volute dai socialisti, e a scorno completo viene pure votato a favore il provvedimento di finanziamento alla scuola privata. Nel frattempo il Piano Solo si spegne.

Il destino del centro sinistra (1962)

RIVINCITE. EPILOGHI E PRODROMI. La mancata condanna di De Lorenzo e anzi la sua promozione lasciò un pericoloso precedente. Intanto il centro – sinistra sopravvisse solo come formula di governo, come modalità di esercizio del potere che contraddiceva il progetto originario, e quindi contribuiva a scolorirlo in modo irreparabile. Altri segnali venivano, inoltre, dai fallimenti o dagli arretramenti che abbiamo richiamato. Il potere delle grandi ex società elettriche non fu intaccati dalla nazionalizzazione, mentre in materia di speculazione edilizia e di evasione fiscale rimanevano senza sanzione il mancato rispetto delle regole, la tendenza ad un arricchimento che ignorava o sprezzava i vincoli e gli obiettivi collettivi.