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Storia del miracolo italiano Crainz, Appunti di Storia Contemporanea

analisi politico istituzionale

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 08/02/2018

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selene-barresi 🇮🇹

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L'assetto politico-istituzionale italiano tra gli anni Cinquanta e Sessanta e il
riformismo degli anni Sessanta
La dimensione politico-istituzionale italiana nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta si configura
come una realtà complessa ed articolata. Essa è strettamente legata alle strutture sociali ed
economiche che si consolidano in questo periodo, mediante condizionamenti reciproci che
continueranno ad influenzare la realtà italiana sino ai giorni nostri.
Il riformismo degli anni Sessanta è il prodotto di una catena di fenomeni e di variabili storiche
diversificate, che si connettono e condizionano vicendevolmente. Primo fattore determinante è la
tipologia di Stato che si delinea negli anni Cinquanta, caratterizzato dall’apertura a sinistra, la cui
atmosfera è permeata dagli anni del boom economico e a livello internazionale dal clima della
Guerra Fredda. Uno Stato quello italiano definito dal Crainz, assumendo forse posizioni
eccessivamente radicali, come un “Paese mancato”, ovverosia un paese dicotomico, che da una
parte presenta strutture e funzioni arcaiche, legate ad un passato che ancora le condiziona, ma
che dall’altra è costretto a stare a passo con i tempi, diventando protagonista dell’accelerazione
economica che investe il Paese.
L’Italia di questi anni viene presentata come un paese reazionario, censorio e coercitivo dal punto
di vista strutturale, burocratico, ma soprattutto culturale ed ideologico e proprio a tali condizioni
dovrà subire le forti accelerazioni economiche del boom considerate, forse, eccessive per un
Paese che ancora fatica a lasciarsi alle spalle i residui ideologici e politici di un passato che
essenzialmente ed intrinsecamente lo condiziona.
Un esempio di strutture reazionarie, simbolo di una continuità persistente con il passato, è
rappresentato dalla presenza di apparati statali di tipo fascista. Una linearità resa manifesta dalla
magistratura, ai cui vertici non solo sono presenti giudici che avevano fatto carriera durante il
governo Mussolini, ma che provvederà alla cancellazione di norme e principi fascisti solo nel 1956,
quando la Corte costituzionale diverrà operativa. l’Italia degli anni Cinquanta manifesta il proprio
legame con il passato anche nella modalità di applicazione dei principi costituzionali e con leggi
che sono espressione di una mentalità reazionaria, come la legge del 1956 relativa all’ammissione
delle donne nelle Corti d’assise e nei tribunali per i minori, con forti contrasti ed opposizioni. Si
ricordi anche la legge del 1961 la quale stabilisce che l’adulterio è punibile solo se compiuto dalla
donna, una situazione che cambierà soltanto nel 1968. Tendenze tradizionaliste non permeano
soltanto gli assetti burocratici e politici, ma anche ideologici e culturali, dove dilaga la censura,
soprattutto cinematografica (basti pensare alla Dolce vita di Fellini), che tende a preservare modelli
e culture passate.
Il Crainz presenta un Paese con molte difficoltà ad emergere, a liberarsi dalle vecchie strutture e
ideologie, ma che trova il suo nucleo unificatore nella difesa della democrazia, una democrazia di
facciata dove strutture e apparati non funzionano bene, ruotando attorno a sistemi clientelari.
Protagonista indiscusso, durante gli anni del Centrismo, è il partito della Democrazia Cristiana, la
quale è riuscita ad imporsi ideologicamente e ad ottenere ampi consensi elettorali. Funzionali alla
sua affermazione, sono stati l’adesione alla politica americana e i sostegni che da essa derivano.
Da ciò si possono ben comprendere le numerose azioni anti-comuniste di questi anni: dal
casellario politico-centrale a quelle prefettizie contro funzionari pubblici, dipendenti statali,
insegnanti e professori, che hanno una portata prevalentemente psicologica e propagandistica.
Il Crainz, propugnando una visione abbastanza pessimistica dell’Italia degli anni Cinquanta,
fornisce un quadro politico caratterizzato da atteggiamenti cinici e giochi di potere finalizzati al
semplice ottenimento di voti e all’ampliamento dei consensi elettorali. E’ evidente la dicotomia che
caratterizza il Paese in questi anni: le strutture politiche mantengono un atteggiamento reazionario,
finalizzato alla preservazione del partito al governo, la società è attraversata da una profonda crisi
dove dilagano disoccupazione, rivolte sociali e operaie, ma nello stesso tempo queste strutture
sono investite dagli anni del Boom economico.
Tale dualismo emerge in maniera evidente soprattutto nel corso del 1958, considerato anche
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L'assetto politicoistituzionale italiano tra gli anni Cinquanta e Sessanta e il

riformismo degli anni Sessanta

La dimensione politicoistituzionale italiana nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta si configura come una realtà complessa ed articolata. Essa è strettamente legata alle strutture sociali ed economiche che si consolidano in questo periodo, mediante condizionamenti reciproci che continueranno ad influenzare la realtà italiana sino ai giorni nostri. Il riformismo degli anni Sessanta è il prodotto di una catena di fenomeni e di variabili storiche diversificate, che si connettono e condizionano vicendevolmente. Primo fattore determinante è la tipologia di Stato che si delinea negli anni Cinquanta, caratterizzato dall’apertura a sinistra, la cui atmosfera è permeata dagli anni del boom economico e a livello internazionale dal clima della Guerra Fredda. Uno Stato quello italiano definito dal Crainz, assumendo forse posizioni eccessivamente radicali, come un “Paese mancato”, ovverosia un paese dicotomico, che da una parte presenta strutture e funzioni arcaiche, legate ad un passato che ancora le condiziona, ma che dall’altra è costretto a stare a passo con i tempi, diventando protagonista dell’accelerazione economica che investe il Paese. L’Italia di questi anni viene presentata come un paese reazionario, censorio e coercitivo dal punto di vista strutturale, burocratico, ma soprattutto culturale ed ideologico e proprio a tali condizioni dovrà subire le forti accelerazioni economiche del boom considerate, forse, eccessive per un Paese che ancora fatica a lasciarsi alle spalle i residui ideologici e politici di un passato che essenzialmente ed intrinsecamente lo condiziona. Un esempio di strutture reazionarie, simbolo di una continuità persistente con il passato, è rappresentato dalla presenza di apparati statali di tipo fascista. Una linearità resa manifesta dalla magistratura, ai cui vertici non solo sono presenti giudici che avevano fatto carriera durante il governo Mussolini, ma che provvederà alla cancellazione di norme e principi fascisti solo nel 1956, quando la Corte costituzionale diverrà operativa. l’Italia degli anni Cinquanta manifesta il proprio legame con il passato anche nella modalità di applicazione dei principi costituzionali e con leggi che sono espressione di una mentalità reazionaria, come la legge del 1956 relativa all’ammissione delle donne nelle Corti d’assise e nei tribunali per i minori, con forti contrasti ed opposizioni. Si ricordi anche la legge del 1961 la quale stabilisce che l’adulterio è punibile solo se compiuto dalla donna, una situazione che cambierà soltanto nel 1968. Tendenze tradizionaliste non permeano soltanto gli assetti burocratici e politici, ma anche ideologici e culturali, dove dilaga la censura, soprattutto cinematografica (basti pensare alla Dolce vita di Fellini), che tende a preservare modelli e culture passate. Il Crainz presenta un Paese con molte difficoltà ad emergere, a liberarsi dalle vecchie strutture e ideologie, ma che trova il suo nucleo unificatore nella difesa della democrazia, una democrazia di facciata dove strutture e apparati non funzionano bene, ruotando attorno a sistemi clientelari. Protagonista indiscusso, durante gli anni del Centrismo, è il partito della Democrazia Cristiana, la quale è riuscita ad imporsi ideologicamente e ad ottenere ampi consensi elettorali. Funzionali alla sua affermazione, sono stati l’adesione alla politica americana e i sostegni che da essa derivano. Da ciò si possono ben comprendere le numerose azioni anticomuniste di questi anni: dal casellario politicocentrale a quelle prefettizie contro funzionari pubblici, dipendenti statali, insegnanti e professori, che hanno una portata prevalentemente psicologica e propagandistica. Il Crainz, propugnando una visione abbastanza pessimistica dell’Italia degli anni Cinquanta, fornisce un quadro politico caratterizzato da atteggiamenti cinici e giochi di potere finalizzati al semplice ottenimento di voti e all’ampliamento dei consensi elettorali. E’ evidente la dicotomia che caratterizza il Paese in questi anni: le strutture politiche mantengono un atteggiamento reazionario, finalizzato alla preservazione del partito al governo, la società è attraversata da una profonda crisi dove dilagano disoccupazione, rivolte sociali e operaie, ma nello stesso tempo queste strutture sono investite dagli anni del Boom economico. Tale dualismo emerge in maniera evidente soprattutto nel corso del 1958, considerato anche

l’anno di avvio decisivo del boom. Per quanto riguarda la situazione politica, gli atteggiamenti del governo presieduto da Fanfani, vengono descritti come censori, coercitivi e autoritari, caratterizzati da numerose azioni anticomuniste, volte a indebolire l’adesione all’ideologia bolscevica da parte degli immigrati di origine rurale e dei ceti operai, che avevano trovato in essa un aggancio di integrazione con il nuovo ambiente urbano, ma anche un’ancora di salvezza che rispondesse alle loro istanze di miglioramento e rinnovamento sociale. Un esempio che Il Crainz fornisce circa il disinteresse da parte della classe dirigente politica nei confronti dei bisogni dei cittadini, è rappresentato dalle numerose migrazioni interne di questi anni, causate da situazioni di disagio sociale, soprattutto nelle zone meridionali. L’intervento di governo e prefetti, volto a mitigare e controllare tale fenomeno, sembra essere mosso non da sentimenti di sostegno collettivo, bensì dal desiderio di evitare il potenziamento elettorale dei partiti di sinistra, causato dal voto degli immigrati. Il clima politico di questi anni è anche alimentato da tensioni: addirittura si parla di attività di spionaggio politico avviate dai prefetti su mandato di Tambroni, ministro dell’Interno, tra gli anni 1957 e 1958. I risultati dei rapporti prefettizi consigliano di avviare attività di intervento solo in quelle zone dove è più probabile raccogliere voti. Tambroni viene presentato come un personaggio che diviene espressione della politica cinica e calcolatrice di quegli anni, disinteressata a reali miglioramenti sociali. L’Istituzione politica è caratterizzata da giochi di potere, rapporti clientelari e interessi di lucro, all’interno dei quali si inserisce anche la Cassa per il Mezzogiorno, il cui intervento non ha apportato i miglioramenti sociali sperati a causa dei cattivi funzionamenti interni, della burocrazia inefficace e della pressione di gruppi di potere. All’interno di questo sistema crolla anche la proposta sui contributi unificati in agricoltura per l’assistenza ai mezzadri e ai braccianti perché quest’intervento potrebbe portare alla formazione di un gruppo forte e, dunque, ad una possibile minaccia per la democrazia e il partito al governo. In concomitanza la situazione politicosociale italiana deve fare i conti con le accelerazioni del boom economico e il 1958, come già detto, viene considerato l’anno di avvio. Le statistiche parlano chiaro ed è evidente un’accelerazione del processo economico attestata tra il 1954 e il 1964, con un aumento del reddito nazionale netto (+50%), degli impiegati nel settore industriale, dei servizi , delle industrie e della produzione di beni di facile consumo. Mantenendo una visione abbastanza negativa, il Crainz sostiene che l’avvio economico a partire dal 1958 non ha fornito evidenti miglioramenti alle condizioni economicosociali del Paese, ma ha reso ancora più evidente gli scarti, quasi incolmabili, tra le diverse regioni e ceti sociali italiani. In particolare, condizioni di disagio sono evidenti al Sud, dove dilagano povertà e miseria. Numerosi sono stati gli interventi dello Stato in ambito agricolo: tra il 1951 e il 1960 gli investimenti statali raddoppiano e nel 1963 riguardano il 73% degli investimenti totali. Nonostante questo, gli effetti ottenuti non sono stati quelli sperati e ancora una volta la colpa viene attribuita alle strutture e agli enti incaricati di avviare una ripresa sociale e che sono venuti meno all’iniziale progetto di ripresa e rinnovamento economico. Principali accusati sono la Cassa per il Mezzogiorno e l’Ente di riforma agraria, difatti tali strutture sono caratterizzate da insufficienze interne, quali una burocrazia inefficiente, corruzione e atteggiamenti clientelari. Si ricordi, a tal proposito, Il viaggio di Fanfani in Calabria per fornire un resoconto del bilancio degli investimenti forniti dalla Cassa per il Mezzogiorno e dalla legge speciale. Egli attesta i numerosi interventi statali per favorire una ripresa economica, tuttavia denuncia le insufficienze interne e la mancanza di coordinamento, facendo notare come il sud sia arretrato rispetto al resto del Paese, in seguito a giochi di interesse e a pressioni esercitate da gruppi locali. I fascicoli dell’Archivio centrale dello Stato, che riguardano gli enti di riforma, riportano numerosi casi di denuncia nei confronti di dirigenti e responsabili incapaci di rispondere alle reali esigenze per cui sono nate le strutture. Essi rivelano il clima reale in cui operano tali strutture dove si dispiegano atteggiamenti di corruzione, lucro ed interessi personali. Principali espressioni del disagio sociale ed economico che dilaga in questi anni sono le crescenti migrazioni interne, caratterizzate da spostamenti dalle zone rurali più povere alle zone industriali dell’Italia settentrionale e centrale. Non solo le emigrazioni all’estero aumentano, ma nel 1959 Segni parlava di “congiuntura economica sfavorevole”. La democrazia Cristiana vive appieno gli anni del boom economico, tuttavia non riesce ad approfittare e a favorire le occasioni che esso

attanagliano il Paese. La transizione tra i governi del centrismo e quelli di centrosinistra è dunque segnata dai due governi Fanfani degli anni tra il 1960 e il 1963. Il primo si configura come un governo in cui sono presenti tutte le principali componenti della democrazia cristiana e il secondo che si presenta come il primo e vero governo di centrosinistra. Il Crainz presenta la fase del centrosinistra come un’esperienza fallimentare e un’occasione mancata, caratterizzata da debolezze interne e incertezze, dovute essenzialmente alla mancanza di una classe politica forte e determinata nei suoi obiettivi, che delude le aspettative e le speranze che si erano riposte in lei da una società che, invece, richiede istanze di rinnovamento, all’interno di un contesto dove si respira aria di cambiamento e trasformazione. Una fase politica caratterizzata da immobilismo che non coglie il periodo più dinamico del boom. Ciò che si richiedeva alla DC era una nuova spinta innovatrice che riuscisse ad invertire e mutare le forze reazionarie presenti all’interno. Era necessario rimuovere i blocchi passati e avviare una nuova ideologia improntata al cambiamento e al rinnovamento, che riuscisse, insomma, ad eliminare le resistenze centriste e ad rassettare gli squilibri del Paese verso un rinnovamento sociale ed economico. Si tratta di debolezze causate sia da conflitti interni che esterni, da resistenze da parte di gruppi sociali e politici che rendono l’atmosfera di quest’anno carica di tensioni. Le politiche americane ed ecclesiastiche non favoriscono la situazione. Principale espressione di queste debolezze è il fallimento del tentativo riformista, definito dall’autore “mancato”, avviato dal governo. Principale causa di questo fallimento è stata l’incapacità da parte della classe politica di cogliere i momenti favorevoli offerti dal miracolo economico e di aver ritardato l’avvio delle riforme. Una classe politica debole che, anziché avviare le riforme durante il periodo florido del boom, ritarda l’esperienza riformista. Ecco perché il Crainz parla di riformismo mancato: un Paese che non è pronto al carpe diem, ma che, indebolito dai disagi strutturali, burocratici, e dall’arretratezza delle sue strutture, si impegna in un’attività riformatrice in ritardo rispetto alle occasioni favorevoli offerte da boom. Non fallisce solo l’esperienza riformista italiana, ma il riformismo con ideale, come modello.

Ritornando all’assetto politicoistituzionale, l ’apertura alla sinistra procede gradualmente.

Soltanto nel febbraio del 1962, con il congresso nazionale della democrazia cristiana di Napoli, seppur ancora con numerose resistenze, si aprirà uno spiraglio per la formazione di un governo con l’appoggio del PSI. Questo porterà alla formazione, nel febbraio dello stesso anno, del governo Fanfani, con l’appoggio esterno del PSI, il quale, per non rompere gli equilibri e le armonie interne al governo, decise di fornire appoggio alla DC tramite l’astensione e l’attendismo. Il governo avvierà una serie di riforme e di misure, che, tuttavia, saranno contrastate, già a partire dall’elezione di Segni a presidente della Repubblica, nel maggio del 1962. Le riforme permettono di eliminare condizioni arcaiche e di rinnovare, per alcuni aspetti, l’assetto istituzionale italiano. Si ricordi la legge che permise alle donne di accedere a tutti gli impieghi pubblici e le professioni e la legge meno dura sulla censura. Tuttavia, furono tre le riforme principali di questo periodo. La prima riguarda l’estensione dell’obbligo scolastico ai quattordici anni. Venne abolita la duplice scelta ,una volta terminata la scuola elementare, tra la scuola media e la scuola di avviamento professionale e venne stabilita la scuola media unica. La seconda riforma, che fu protagonista di un percorso ben più travagliato, riguarda la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Furono diverse le motivazioni che spinsero ad avviare questa riforma: innanzitutto il governo avrebbe potuto controllare e monitorare i prezzi, gestire gli investimenti e controllare lo strapotere di Confindustria. Tuttavia il governo non agiva di solo, in quanto doveva fare i conti con i cinque baroni che detenevano il monopolio dell’energia elettrica ovvero: SME, EDISON, SADE, CENTRALE E SIP. Si sviluppò una duplice linea di pensiero sulla somma da concedere ai cinque monopolisti: da una parte l’ideologia di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, che voleva che il governo pagasse direttamente i monopolisti che avrebbero continuato a svolgere il ruolo di società finanziarie, e, dall’altra, la posizione di Riccardo Lombardi che voleva che le coalizioni delle imprese venissero sciolte e che si pagassero gli indennizzi a tutti gli azionisti. Carli ebbe la meglio, ma la sua posizione fu un vero e proprio fallimento, in quanto l’Enel non riesci ad abbassare i prezzi dell’energia elettrica per i consumatori e l’influenza dei

monopolisti non cessò. Una terza riforma riguardò l’intervento sulle attività di borsa consistente nell’applicare una ritenuta sulle cedole azionarie. L’obiettivo era combattere l’evasione fiscale e incrementare i fondi da investire per le riforme. Tuttavia, anche quest’ultima riforma ebbe esiti negativi quale incentivare la conservazione dei capitali all’estero. Il governo decise ben presto di limitare le riforme di Fanfani in seguito a una serie di fattori che influenzò negativamente gli animi dei riformisti, quali una congiuntura economica sfavorevole. L’inflazione dilagava, la domanda di lavoro superava l’offerta, ma, nonostante questo, i salari aumentavano e le aziende, per riparare alle perdite, aumentavano i prezzi dei prodotti, la cui produzione non corrispondeva alla richiesta. Queste condizioni spinsero il governo ad impedire la realizzazione di altre due importanti riforme quali: l’istituzione delle regioni, le quali erano già presenti formalmente a livello costituzionale, per timore che queste acquisissero troppo potere, in particolare le regioni comuniste e la riforma del democristiano Sullo. Quest’ultima diviene principale espressione del fallimento del primo governo italiano di centro – sinistra, a vocazione riformista. Nel 1963 ministro dei Lavori Pubblici, il democristiano Fiorentino Sullo, aveva proposto una riforma edilizia ed urbanistica. La riforma fu precedentemente anticipata dalla legge 167 finalizzata ad acquisire aree fabbricabili per l’edilizia popolare. Questa legge trovò applicazioni diametralmente opposte: città come Milano e Torino, usarono territori piccoli e periferici, mentre altre città, prevalentemente ad amministrazione di sinistra, come Bologna vincolarono aree più grandi e centrali; non furono rare le opposizioni alle amministrazioni comunali da parte del governo e dei privati. La riforma, in sostanza, avrebbe permesso agli enti locali l’esproprio di aree fabbricabili per l’edilizia popolare incluse nel piano regolatore, la realizzazione di opere di urbanizzazione e la rivendita dei terreni a dei privati. Tuttavia quest'ultimi sarebbero entrati in possesso dell’edificio, ma non del terreno, con la conseguenza che lo Stato avrebbe continuato ad esercitare un controllo sul piano regolatore. Il fallimento della riforma Sullo diviene espressione di un disagio e dell’incapacità di un Paese ad approfittare dei vantaggi che il boom economico poteva offrire. La riforma fu contrastata non solo dai privati, che accusarono il ministro di voler “nazionalizzare la casa”, ma dalla stessa democrazia cristiana e da Moro, il quale si liberò da qualunque responsabilità, accusando Sullo di essere l’assoluto promotore di tale riforma. Essa è anche espressione del disagio di un Paese che non riesce a stare a passo con i tempi, che risente ancora della continuità di un passato, di istituzioni e politiche arcaiche. Si può concludere che l’alleanza tra la democrazia cristiana e il PSI proverà ad avviare una serie di riforme, che, tuttavia, saranno contrastate da numerose resistenze all’interno della stessa DC, con il risultato di una parziale rinuncia dei progetti e la fine di questo primo tentativo di alleanza. Moro e gli altri esponenti democristiani avviano il primo governo di centro sinistra, tuttavia, continuano a mantenere i blocchi di potere tipici dl centrismo e i modelli di riferimento del nuovo governo continueranno a muoversi entro le linee direttive della continuità e della centralità, fondamentali per preservare le strutture del governo in carica e le ideologie di partito. Le debolezze riformiste non sono causate solo dalle resistenze della DC, ma anche dall’atteggiamento assunto dai socialisti, in particolare da Nenni, il quale intimorito da una possibile frattura con il governo, pur di mantenere stabili gli equilibri, assunse un atteggiamento di attendismo e accettazione nei confronti delle scelte della DC. Del resto l’appoggio dei socialisti, nel corso di questi anni, era di semplice sostegno esterno. Un nuovo tentativo di alleanze si presenta nel novembre del 1963 con il governo Moro I, dove i socialisti entrano a far parte del governo, ma ormai il boom economico aveva fatto il suo corso e la situazione economica è caratterizzata da una congiuntura sfavorevole. Come si è detto, in vista delle imminenti elezioni del 1963 le riforme di Fanfani subiscono una nota d’arresto. Alle elezioni si riconferma la DC, tuttavia il consenso elettorale nei suoi confronti scende notevolmente, mentre aumentano i consensi per il partito liberale, il movimento sociale italiano, comunista e socialdemocratico, si ebbe anche un leggero aumento per i partiti di destra e un declino per i socialisti. L’incarico di governo viene dapprima affidato a Fanfani, ma poiché la sua