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Il Carcere Femminile: Un'Analisi Socio-Culturale e Pedagogica - Prof. Zizioli, Sintesi del corso di Pedagogia

-spiegazione setting centri di detenzione -leggi, provvedimenti e coordinate con focus sulla detenzione femminile -caratteristiche detenzione femminile -escamotage per fronteggiare la disumanizzazione

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 03/06/2024

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IL CARCERE + DONNE DETENUTE
IL carcere, nel corso della sua evoluzione storica ha chiaramente subìto una serie di cambiamenti
strutturali, che hanno contribuito a far adottare una diversa visione dei centri di detenzione e, quindi,
anche una diversa organizzazione degli stessi.
Se agli inizi del 900 i centri di detenzione erano prettamente dei luoghi in cui espiare la propria pena
sottoforma di castigo per redimersi dal male, a partire dagli anni ’70 si tende ad ammorbidire l’approccio
del castigo e si comincia ad abbracciare l’ottica della pena come tentativo di ri-educazione del detenuto,
attraverso il lavoro, la religione e l’istruzione, per poi re-inserirlo nella società.
Oggi, invece, si ha un approccio più mirato alla responsabilizzazione, anche grazie alla legge 354/75 che
riforma l’ordinamento penitenziario inserendo figure educative per il supporto psicologico e pedagogico;
tali figure professionali hanno il compito di delineare la personalità del detenuto e comprendere le cause
ambientali che hanno condizionato negativamente il comportamento del detenuto, per poi progettare un
intervento di ri-socializzazione mirato e ad hoc.
Oggi, il centro di detenzione è definito come una comunità coatta in cui la vita del singolo è ristretta entro:
- spazi identici, chiusi e mancanti di comfort
- temi lenti e scanditi che accentuano l’estraniamento all’interno di un presente dilatato ed evanescente
- comportamenti da tenere di facciata e che regolano il mondo sommerso di regole e relazioni,
condizionato da fattori etnici, culturali, religiosi e dall’appartenenza di gruppi criminali che definiscono
anche una determinata gerarchia all’interno del centro.
La vita, oltre che da tempi e spazi, è scandita anche da un sistema sanzionario e penale che permette la
concessione di attività, l’ammissione di misure alternative alla detenzione e l’erogazione di permessi
premio: tutti fattori che migliorano la qualità della vita detentiva.
Proprio a causa dell’impostazione strutturale del carcere, è molto difficile costruire al suo interno un setting
educativo; per farlo, si deve come prima cosa conciliare:
- antinomia educare/punire tenere distinte la funzione di aiuto e quella di controllo. Il detenuto deve
sentirsi, seppur controllato, protetto e sostenuto anche grazie a uno spazio psicologico adeguato che gli
permetta di operare scelte in vista della responsabilizzazione
- antinomia autorità/libertà l’educatore deve fare chiarezza sul proprio ruolo e saper lavorare in rete: la
sola figura del professionista dell’educazione non basta per operare all’interno di un setting così complesso
e paradossale, per cui l’educatore pedagogico deve, innanzitutto, ricercare un’integrazione della propria
funzione con le altre professionalità dell’equipe.
Queste antinomie pedagogiche vanno sempre sottoposte a revisione, un loro adeguato approccio permette
il recupero della pedagogia antiautoritaria ed emancipativa, che a sua volta consente di uscire da
quell’approccio sistemico al detenuto che, attraverso una serie di pratiche trattamentali infantilizzanti
(disumanizzazione, perdita della dignità, negazione dell’identità), lo privavano della possibilità di
autodeterminarsi ed emanciparsi.
Oggi, il carcere, è un cantiere in cui l’approccio punitivo viene abbandonato, per lasciare spazio a uno
riabilitante attraverso la messa in rete delle professionalità educative e la riappropriazione del senso di
appartenenza a una comunità.
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IL CARCERE + DONNE DETENUTE

IL carcere, nel corso della sua evoluzione storica ha chiaramente subìto una serie di cambiamenti strutturali, che hanno contribuito a far adottare una diversa visione dei centri di detenzione e, quindi, anche una diversa organizzazione degli stessi. Se agli inizi del 900 i centri di detenzione erano prettamente dei luoghi in cui espiare la propria pena sottoforma di castigo per redimersi dal male, a partire dagli anni ’70 si tende ad ammorbidire l’approccio del castigo e si comincia ad abbracciare l’ottica della pena come tentativo di ri-educazione del detenuto, attraverso il lavoro, la religione e l’istruzione, per poi re-inserirlo nella società. Oggi, invece, si ha un approccio più mirato alla responsabilizzazione, anche grazie alla legge 354/75 che riforma l’ordinamento penitenziario inserendo figure educative per il supporto psicologico e pedagogico; tali figure professionali hanno il compito di delineare la personalità del detenuto e comprendere le cause ambientali che hanno condizionato negativamente il comportamento del detenuto, per poi progettare un intervento di ri-socializzazione mirato e ad hoc. Oggi, il centro di detenzione è definito come una comunità coatta in cui la vita del singolo è ristretta entro:

  • spazi identici, chiusi e mancanti di comfort
  • temi lenti e scanditi che accentuano l’estraniamento all’interno di un presente dilatato ed evanescente
  • comportamenti da tenere di facciata e che regolano il mondo sommerso di regole e relazioni, condizionato da fattori etnici, culturali, religiosi e dall’appartenenza di gruppi criminali che definiscono anche una determinata gerarchia all’interno del centro. La vita, oltre che da tempi e spazi, è scandita anche da un sistema sanzionario e penale che permette la concessione di attività, l’ammissione di misure alternative alla detenzione e l’erogazione di permessi premio: tutti fattori che migliorano la qualità della vita detentiva. Proprio a causa dell’impostazione strutturale del carcere, è molto difficile costruire al suo interno un setting educativo; per farlo, si deve come prima cosa conciliare:
  • antinomia educare/punire  tenere distinte la funzione di aiuto e quella di controllo. Il detenuto deve sentirsi, seppur controllato, protetto e sostenuto anche grazie a uno spazio psicologico adeguato che gli permetta di operare scelte in vista della responsabilizzazione
  • antinomia autorità/libertà  l’educatore deve fare chiarezza sul proprio ruolo e saper lavorare in rete: la sola figura del professionista dell’educazione non basta per operare all’interno di un setting così complesso e paradossale, per cui l’educatore pedagogico deve, innanzitutto, ricercare un’integrazione della propria funzione con le altre professionalità dell’equipe. Queste antinomie pedagogiche vanno sempre sottoposte a revisione, un loro adeguato approccio permette il recupero della pedagogia antiautoritaria ed emancipativa, che a sua volta consente di uscire da quell’approccio sistemico al detenuto che, attraverso una serie di pratiche trattamentali infantilizzanti (disumanizzazione, perdita della dignità, negazione dell’identità), lo privavano della possibilità di autodeterminarsi ed emanciparsi. Oggi, il carcere, è un cantiere in cui l’approccio punitivo viene abbandonato, per lasciare spazio a uno riabilitante attraverso la messa in rete delle professionalità educative e la riappropriazione del senso di appartenenza a una comunità.

Il carcere femminile è strettamente legato alla concezione della donna all’interno della società. Sin dal 1700 il trattamento della criminale è collegato al ruolo sociale della donna, cosicché non venga vista come un soggetto pericoloso, bensì eternamente pericolante: costantemente in balia della sua vulnerabilità, tant’è vero che le criminali potevano riabilitarsi soltanto adottando “i giusti comportamenti femminili”. A partire dalla fine del ‘700 inizia un periodo di riflessione sulle condizioni femminili in carcere: si ricordano il trattato di Beccaria “dei delitti e delle pene” e l’impegno di altre donne come Juliette Colbert di Maulévrier ed Elizabeth Fry, entrambe impegnate a denunciare le condizioni disumane in cui riversavano le donne in carcere, colpite al contempo da marginalità e separatezza. Nonostante tutti i tentativi di emancipazione delle donne per le donne, non si arriva a particolari svolte fino al secondo ‘900, periodo di inchieste (Gabriella Parca “voci dal carcere femminile”), rivolte (Milano, Roma, Torino) e riforme:

  • legge Merlin 75/58  regolamentazione della prostituzione
  • 354/75  norme sull’ordinamento penitenziario che pongono l’accento sull’importanza dell’umanizzazione del detenuto, abbracciando una logica rieducativa e riabilitativa favorendo l’empowerment. Inoltre, la stessa legge dedica uno spazio a parte prettamente per la detenzione femminile: viene regolamentata la condizione della maternità, istituiti gli asili nido all’interno dei centri di detenzione e viene data la possibilità alle mamme di tenere i figli fino ai tre anni d’età.
  • legge Gozzini 663/86  approccio della pena in termini di flessibilità: la risocializzazione del condannato è importante, vengono quindi adottate misure alternative alla detenzione come ad esempio la detenzione domiciliare
  • 2007 : “ women in prison and children of imprisoned mothers ”  coordinate sull’impatto della detenzione sulla vita sociale del nucleo familiare
  • 2010 “Regole di Bangkok ”  regolamentazione del trattamento delle donne detenute che trova la sua massima espressione nell’articolo 34 in cui si stabilisce l’obbligo di adottare politiche volte all’uguaglianza di genere e, quindi, anche un approccio mirato a tenere in considerazione i bisogni specifici delle detenute in qualità di donne.
  • 16/05/15 tavolo terzo degli stati generali dell’esecuzione penale (Tamar Pitch)  nel discorso della detenzione al femminile, la maternità non è l’unico argomento che va affrontato, ma anche quelli della sessualità, dell’affettività, dell’istruzione e della salute fisica/psichica. Il processo di disumanizzazione della detenuta comincia con la sua entrata in carcere: qui subisce una spoliazione spersonalizzante in cui viene privata di tutti i suoi averi e di qualsiasi elemento che possa ricondurre ad appartenenze. In quest’ottica è fondamentale, ad esempio, l’istituzione dell’ufficio per la detenzione femminile che, tra i vari obiettivi di cui si fa promotore, ha anche quello di proporre azioni positive per le detenute come quelli della narrazione e dell’autobiografia, importanti dispositivi per l’emancipazione e la responsabilizzazione. La detenzione femminile è caratterizzata da:
  • residualità numerica  la popolazione carceraria femminile è solo una piccola parte della popolazione carceraria generale, e trova spazio soltanto in quattro istituti su tutto il territori nazionale: Roma Rebibbia, Pozzuoli, Venezia Giudecca e Trani. Il restante della popolazione femminile è distribuito in altre 46 sezioni ricavate dai penitenziari maschili.
  • modelli stereotipati  la detenuta viene spesso vittimizzata e privata della consapevolezza delle sue azioni: dare significato al reato significa evitare atteggiamenti di passività, come conferma anche il documento corston report che ha dato una visione più ampia del concetto di vulnerabilità e del concetto stesso di donna all’interno della criminalità. La donna perciò non è vulnerabile ma portatrice di vulnerabilità che riguardano circostanza varie (domestiche, personali, socioeconomiche) e questa nuova concezione

carcere e tutte le contraddizioni che la caratterizzano in modo che la società esterna non volti le spalle a questa realtà ma che ragioni invece su come migliorarla.