



Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Riassunto libro Divine Oscenità esame Letterature Comparate
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 7
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!




Nel Libro degli Eroi della civiltà degli Osseti, una fanciulla di nome Akula vive rinchiusa in una torre di ferro, senza mai posare lo sguardo su un uomo. Illustri Narti (eroi favolosi della tradizione osseta) tentano in ogni modo di vederla, ma senza successo. Un giorno allora si mettono a danzare in un “girotondo da tale slancio che la terra tremava sotto di loro” nella speranza di essere notati. Similmente, una seconda leggenda narra di un giovane Narti che, nel tentativo di attirare l’attenzione di una ragazza, inizia a suonare un flauto d’oro che fa danzare tutti gli animali della foresta a lui circostante. In entrambi i racconti troviamo donne paragonate ad astri di bellezza e di vita (“luce del cielo”, luce della luna, splendore del sole”) ed eroi mossi dalla necessità di costringere le donne a uscire dalla loro eclisse o perlomeno a lasciarsi nuovamente contemplare. Unico strumento di tale miracolo non può che essere, come nel mito di Zeami, la musica e la danza. Unica differenza tra i miti osseti e quello giapponese sta nel fatto che le danze risolutrici di una crisi cosmica sono gestita nei primi da nobili (ma pur sempre umani), mentre nel secondo da una divinità femminile. A conclusione del mito giapponese, Zeami afferma che le “precisazioni si troveranno nella tradizione orale”; il segreto non svelato dal drammaturgo è invece offerto nella versione del mito offerta dal Kojiki (cronaca che narra le origini del Giappone) che descrive lo spettacolo di Uzume in modo più esplicito: “tirò fuori le mammelle del seno, abbassò il cordone del perizoma fin dove appare vergogna”. Non è dunque solo una “voce indistinta” a risvegliare Amaterasu, ma l’irrefrenabile contagio del riso suscitato dalle movenze oscene del corpo denudato di Uzume. Il Kojiki, inoltre, definisce Uzume come “l’antenata delle danzatrici sacre”, ovvero un archetipo piuttosto che una divinità. Anche nell’olimpo giapponese, dunque, gli dei non hanno nulla a che fare con lo spettacolo in senso stretto, che viene affidato invece a una potenza inferiore ridotta a mediatrice sacra. Come sottolineato da Ortolani, studioso di teatro giapponese, il mito di Uzume presenta incontestabili parallelismi con i fattori chiave dei riti dello sciamanesimo (l’esplicito richiamo allo stato di trance assunto da Uzume e l’evidente scopo terapeutico della sua danza), documentati e analizzati sul campo da etnologi come il francese Michele Leiris. Oltre che nella performance, il mito di Uzume e antichi riti sciamanici giapponesi risultano simili anche nella presenza di identici “arredi di scena” (i rami dell’albero sacro, uno specchio, corde di paglia). Come accennato in precedenza, il teatro Nō ritroverebbe le sue origine dirette nei riti kagura (generatisi dal mito di Uzume). Lo studioso Honda Yasuji sottolinea come l’attore protagonista del teatro Nō (chiamato shite) spesso interpreti “un essere soprannaturale, dio, spettro, o persino anima assente” in una possessione divina praticamente identica a quella che avviene durante i riti sciamanici. Ortolani conclude sostenendo che, come il kagura, anche il teatro greco avrebbe avuto origini sciamaniche. In realtà, questa resta un’ipotesi indimostrabile. Tuttavia, per riportare un esempio, nello Ione di Platone, Socrate descrive il poeta come un “essere posseduto” da un dio, che parla mediante di esso. Per concludere, torniamo a citare il mito induista dell’origine del teatro. Nel Natyasastra, Brahma si sarebbe recato poi presso Bharata, depositario umano della scienza teatrale, per chiedergli di introdurre tra le forme canoniche dello spettacolo lo “stile Kaisiki”, ovvero lo stile erotico. È presto detto che questo stile non può esistere senza protagoniste femminili, e per questo motivo il creatore dell’universo Brahma invia sulla Terra delle “attrici semidivine”. Si potrebbe pensare dunque che anche nel caso del mito induista, l’origine del teatro sia legato a divinità femminili simili a Uzume.
trasferendola sul piano comico: Demetra, con il suo riso, ne assume in sé l’essenza per umiliare e sopraffare (come visto nella versione del Papiro Berlinese) la dea. L’aspetto della Dea Trivia non doveva essere tanto dissimile da quello di una figura, chiamata la Gorgone e raffigurata su un rilievo etrusco come una “Grande Madre che strangola il leone con le braccia e tiene le gambe aperte nell’atteggiamento dell’esibizionismo rituale”. Come già accennato, non sono rare le statuette raffiguranti figure femminili nude e in posizioni oscene, spesso riprodotte con il corpo mostruosamente sfigurato al fine di isolare una parte del corpo in particolare. Una collezione di terrecotte prieniche, ad esempio, esibiscono Baubo con un corpo privo di testa e tronco e distinto da un faccione che viene a disegnare i tratti del ventre facendosi mento del pube. Non a caso lo spettacolo osceno della dea è stato anche interpretato come danza del ventre, e la rappresentazione dell’organo genitale che si fa volto non è altro che una “maschera comica del Femminile”. In una delle statuetta dell’Asia Minore di cui si parlava precedentemente, dal lembo sinistro di Baubo emerge una cetra; mentre in un’altra, troviamo Iside (talvolta interpretata invece come Baubo) seduta a gambe divaricate su di un maiale (simbolo di femminilità) e con in mano una scala. I caratteri dell’immagine di Baubo sono spesso stati dunque interpretati come simbolo di fecondità, ma in realtà non vi sono documenti che leghino la dea alla fertilità: se è vero che la dea ha avuto un figlio, è anche vero che questo la “pre-esiste” in assoluta autonomia. Considerando che nel mito la danza oscena è avvenuta tra sole donne, e che l’oscenità è data dall’organo genitale femminile (mentre quello maschile è completamente assente, a meno che non sia apparso come “giocattolo”), è possibile anche interpretarla come richiamo della libido femminile disgiunta dalla funzione materna (autocompiacimento erotico). Piacere femminile che viene poi demonizzato riducendo la dea promotrice al rango di ombra infera, e dichiarando che il riso femminile provocherà la perdita dell’umanità di Demetra (iniziatrice di morte nel mito di Demofonte). Per concludere, ritroviamo le stesse danze oscene anche nel rito di Bubasti (antico Egitto), documentato da Erodoto: donne e uomini salivano su delle barche (veri e propri palcoscenici itineranti), cantavano, ballavano, suonavano nacchere e flauti, e le donne “si tiravano su le vesti a ogni città che incontravano lungo il fiume”.
Nell’ambito specialistico della danza, invece, è ovvio citare il balletto parigino del cancan (descritto da contemporanei come “uno scatenamento gestuale”, e da un dizionario dell’epoca come un “ballo epilettico”). L’origine della danza (e del suo nome) è incerta, ma tra le varie ipotesi avanzate c’è una danza festiva in cui le lavandaie di Monmartre agitavano e sollevavano le loro gonne. A fine Ottocento Oscar Wilde scrive Salomè, dramma in atto unico in cui la donna protagonista, diventata in età medievale simbolo di diabolicità del nudo femminile e di qualsivoglia esibizione spettacolare, si esibisce in una danza-spogliarello davanti agli occhi del tetrarco di Galilea Erode Antipa. Arrivati dunque al Novecento, citeremo tre sequenze filmiche di esibizionismo bambico: nel film What? di Roman Polanski (1972) la svampita ragazza americana protagonista si aggira nei meandri della lussuosa villa in cui si è rifugiata, vestita solo di una giacca d’un pigiama maschile, e scopre il suo sesso per esaudire il desiderio del vecchio e malato proprietario della casa. in Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Oshima (1976) la protagonista alza la parte inferiore della veste per rispondere al desiderio di un anziano e lercio vagabondo. nel Piccolo diavolo di Roberto Benigni (1988) l’ingenuo demone Giuditta viene sconvolto da “quella cosa sotto la gonna” di una donna di nome Nina, in realtà demone anch’essa che finisce per prendere possesso del suo corpo. Per quanto riguarda invece il teatro contemporaneo, citiamo ancora: una versione di Mario Missiroli dei Giganti della montagna di Pirandello (1979) in cui appare Maria Maddalena, nuda, calata dall’alto sul palcoscenico. lo spettacolo Aujourd’hui c’est mon anniversaire di Tadeusz Kantor (1991),ambientato nello studio di un pittore in cui troneggia una cornice che inquadra un’attrice incaricata di riprodurre l’Infanta di Velázquez. La comparsa viene ad un certo punto sostituita da un’attrice che, per tentare di imitarne la posa, afferra e alza i lembi del suo cappotto, scoprendo e agitando gambe e pube (provocando le risa dei personaggi che la stanno osservando).