Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Riassunto Divine Oscenità, Sintesi del corso di Letterature comparate

Riassunto libro Divine Oscenità esame Letterature Comparate

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 21/09/2019

francesco-rota-1
francesco-rota-1 🇮🇹

4.3

(3)

2 documenti

1 / 7

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
Divine oscenità
1. La danza di Ame-no-uzume-no-mikoto
Non esiste nella tradizione occidentale un vero e proprio mito di fondazione del teatro. Tali infatti non
possono essere considerati né le leggende riferite a Tespi né le costruzioni eziologiche proposte da Platone.
Spostandoci verso Oriente, il Trattato sull’origine del teatro della tradizione induista rivela che gli dei
avrebbero chiesto a Brahma (divinità creatrice dell’universo) “qualcosa che ci distragga, che si possa vedere
e sentire” e che Brahma avrebbe allora plasmato il Teatro. Alla nascita di quest’ultimo, Indra, una delle
divinità, avrebbe dichiarato che “gli dei non sono in grado né di riceverlo né di conservarlo, né sono adatti a
comprenderlo e a farne uso”. Dal mito induista affiora dunque un’attribuzione della nascita dello spettacolo
a una richiesta di divertimento fatta dagli dei, ma allo stesso tempo un’estraneità di qualsivoglia dio alle
attività proprie di rappresentazione, che vengono invece affidate agli umani.
Tali indicazioni suggeriscono che racconti sull’origine del teatro possano essere stati sottoposti nella storia
a una sorta di censura, soprattutto per quanto la partecipazione di divinità a tale creazione. In effetti,
esistono miti in cui una manifestazione divina godi di una messinscena (ad esempio vicende in cui un dio,
abbandonato il proprio corpo metafisico, indossi una personalità seconda che viene offerta in spettacolo a
un qualche pubblico), ma si tratta sempre di esempi che comportano gravi pericoli di perturbamento di
quel potere divino che costituisce la divinità.
Nel mito babilonese e assiro della Discesa d’Ishtar agli inferi, la Signora della Vita giunge alle soglie del
regno sotterraneo e incontra un portiere inviatole da sua sorella Ereshkigal, Signora dei Morti; ad ogni
porta del Palazzo della Terra, il portiere costringe Ishtar a spogliarsi delle sue vesti e ornamenti. La
svestizione della dea, ritualmente scandita, corrisponde alla perdita del suo sacro involucro (il costume che
la rende ciò che è, una dea), nonché la resa del suo potere divino che la porteranno alla sua completa
eclisse dalla vita sulla Terra.
Tracce di spettacoli messi in scena da divinità, ma di carattere più comico, trapelano invece dalla letteratura
greca e latina, come:
il mito di Efesto che, tradito dalla moglie Afrodite con Ares, decise di costruire una rete d’ora in cui
intrappolare i due amanti per poi mostrarli nudi a tutto l’Olimpo greco (Omero, Odissea).
oppure quello di Zeus (riportato dall’opera di Plauto) che si travestì da Anfitrione per conquistare la
moglie Alcmea, messa poi anche incinta dal dio.
Sono questi tutti esempi in cui il rapporto tra l’immagine divina e coloro che la contemplano è mediato da
schermi riferibili a una dimensione di gioco spettacolare (la rete di Efesto è per esempio una vera e propria
macchina scenica).
Se ne può concludere che ciò che avviene è una manifestazione divina non libera ma necessitata, connessa
spesso alla caduta del dio o nel mondo degli inferi o nella tentazione di un congiungimento sessuale.
Considerate queste scene infamanti in cui gli dei sono costretti ad esibirsi, non può dunque stupire che si
dica che gli dei non possano avere nulla a che fare col dramma o che comunque non intendano essere
soggetti a una de-sacralizzazione operata dalle tecniche profane dello spettacolo.
Tra le molte espressione delle arti sceniche, solo una può essere praticata dagli dei: la danza. Nel mito
giapponese sulle origini del teatro Nō (o meglio del suo diretto antenato, il sarugaku), trascritto dal
drammaturgo Zeami, la Grande-Divinità-che-illumina-il-cielo (Amaterasu) si confina, offesa, in una grotta;
gli altri dei si riuniscono per riconquistarne la fiducia, e tra di loro si fa avanti Ame-no-uzu-me-no-miko
(Uzume la sciamana) che esegue un canto e una danza “in stato di possessione divina”. Per ascoltarne
meglio la voce, Amaterasu esce prudentemente dalla grotta, divertita dalla danzatrice. Lo spettacolo non
appare qui come palliativo a un qualche momento di tedio celeste, ma in quanto risolutore di una “crisi
cosmica”.
pf3
pf4
pf5

Anteprima parziale del testo

Scarica Riassunto Divine Oscenità e più Sintesi del corso in PDF di Letterature comparate solo su Docsity!

Divine oscenità

  1. La danza di Ame-no-uzume-no-mikoto Non esiste nella tradizione occidentale un vero e proprio mito di fondazione del teatro. Tali infatti non possono essere considerati né le leggende riferite a Tespi né le costruzioni eziologiche proposte da Platone. Spostandoci verso Oriente, il Trattato sull’origine del teatro della tradizione induista rivela che gli dei avrebbero chiesto a Brahma (divinità creatrice dell’universo) “qualcosa che ci distragga, che si possa vedere e sentire” e che Brahma avrebbe allora plasmato il Teatro. Alla nascita di quest’ultimo, Indra, una delle divinità, avrebbe dichiarato che “gli dei non sono in grado né di riceverlo né di conservarlo, né sono adatti a comprenderlo e a farne uso”. Dal mito induista affiora dunque un’attribuzione della nascita dello spettacolo a una richiesta di divertimento fatta dagli dei, ma allo stesso tempo un’estraneità di qualsivoglia dio alle attività proprie di rappresentazione, che vengono invece affidate agli umani. Tali indicazioni suggeriscono che racconti sull’origine del teatro possano essere stati sottoposti nella storia a una sorta di censura, soprattutto per quanto la partecipazione di divinità a tale creazione. In effetti, esistono miti in cui una manifestazione divina godi di una messinscena (ad esempio vicende in cui un dio, abbandonato il proprio corpo metafisico, indossi una personalità seconda che viene offerta in spettacolo a un qualche pubblico), ma si tratta sempre di esempi che comportano gravi pericoli di perturbamento di quel potere divino che costituisce la divinità. Nel mito babilonese e assiro della Discesa d’Ishtar agli inferi, la Signora della Vita giunge alle soglie del regno sotterraneo e incontra un portiere inviatole da sua sorella Ereshkigal, Signora dei Morti; ad ogni porta del Palazzo della Terra, il portiere costringe Ishtar a spogliarsi delle sue vesti e ornamenti. La svestizione della dea, ritualmente scandita, corrisponde alla perdita del suo sacro involucro (il costume che la rende ciò che è, una dea), nonché la resa del suo potere divino che la porteranno alla sua completa eclisse dalla vita sulla Terra. Tracce di spettacoli messi in scena da divinità, ma di carattere più comico, trapelano invece dalla letteratura greca e latina, come:  il mito di Efesto che, tradito dalla moglie Afrodite con Ares, decise di costruire una rete d’ora in cui intrappolare i due amanti per poi mostrarli nudi a tutto l’Olimpo greco (Omero, Odissea).  oppure quello di Zeus (riportato dall’opera di Plauto) che si travestì da Anfitrione per conquistare la moglie Alcmea, messa poi anche incinta dal dio. Sono questi tutti esempi in cui il rapporto tra l’immagine divina e coloro che la contemplano è mediato da schermi riferibili a una dimensione di gioco spettacolare (la rete di Efesto è per esempio una vera e propria macchina scenica). Se ne può concludere che ciò che avviene è una manifestazione divina non libera ma necessitata, connessa spesso alla caduta del dio o nel mondo degli inferi o nella tentazione di un congiungimento sessuale. Considerate queste scene infamanti in cui gli dei sono costretti ad esibirsi, non può dunque stupire che si dica che gli dei non possano avere nulla a che fare col dramma o che comunque non intendano essere soggetti a una de-sacralizzazione operata dalle tecniche profane dello spettacolo. Tra le molte espressione delle arti sceniche, solo una può essere praticata dagli dei: la danza. Nel mito giapponese sulle origini del teatro Nō (o meglio del suo diretto antenato, il sarugaku), trascritto dal drammaturgo Zeami, la Grande-Divinità-che-illumina-il-cielo (Amaterasu) si confina, offesa, in una grotta; gli altri dei si riuniscono per riconquistarne la fiducia, e tra di loro si fa avanti Ame-no-uzu-me-no-miko (Uzume la sciamana) che esegue un canto e una danza “in stato di possessione divina”. Per ascoltarne meglio la voce, Amaterasu esce prudentemente dalla grotta, divertita dalla danzatrice. Lo spettacolo non appare qui come palliativo a un qualche momento di tedio celeste, ma in quanto risolutore di una “crisi cosmica”.

Nel Libro degli Eroi della civiltà degli Osseti, una fanciulla di nome Akula vive rinchiusa in una torre di ferro, senza mai posare lo sguardo su un uomo. Illustri Narti (eroi favolosi della tradizione osseta) tentano in ogni modo di vederla, ma senza successo. Un giorno allora si mettono a danzare in un “girotondo da tale slancio che la terra tremava sotto di loro” nella speranza di essere notati. Similmente, una seconda leggenda narra di un giovane Narti che, nel tentativo di attirare l’attenzione di una ragazza, inizia a suonare un flauto d’oro che fa danzare tutti gli animali della foresta a lui circostante. In entrambi i racconti troviamo donne paragonate ad astri di bellezza e di vita (“luce del cielo”, luce della luna, splendore del sole”) ed eroi mossi dalla necessità di costringere le donne a uscire dalla loro eclisse o perlomeno a lasciarsi nuovamente contemplare. Unico strumento di tale miracolo non può che essere, come nel mito di Zeami, la musica e la danza. Unica differenza tra i miti osseti e quello giapponese sta nel fatto che le danze risolutrici di una crisi cosmica sono gestita nei primi da nobili (ma pur sempre umani), mentre nel secondo da una divinità femminile. A conclusione del mito giapponese, Zeami afferma che le “precisazioni si troveranno nella tradizione orale”; il segreto non svelato dal drammaturgo è invece offerto nella versione del mito offerta dal Kojiki (cronaca che narra le origini del Giappone) che descrive lo spettacolo di Uzume in modo più esplicito: “tirò fuori le mammelle del seno, abbassò il cordone del perizoma fin dove appare vergogna”. Non è dunque solo una “voce indistinta” a risvegliare Amaterasu, ma l’irrefrenabile contagio del riso suscitato dalle movenze oscene del corpo denudato di Uzume. Il Kojiki, inoltre, definisce Uzume come “l’antenata delle danzatrici sacre”, ovvero un archetipo piuttosto che una divinità. Anche nell’olimpo giapponese, dunque, gli dei non hanno nulla a che fare con lo spettacolo in senso stretto, che viene affidato invece a una potenza inferiore ridotta a mediatrice sacra. Come sottolineato da Ortolani, studioso di teatro giapponese, il mito di Uzume presenta incontestabili parallelismi con i fattori chiave dei riti dello sciamanesimo (l’esplicito richiamo allo stato di trance assunto da Uzume e l’evidente scopo terapeutico della sua danza), documentati e analizzati sul campo da etnologi come il francese Michele Leiris. Oltre che nella performance, il mito di Uzume e antichi riti sciamanici giapponesi risultano simili anche nella presenza di identici “arredi di scena” (i rami dell’albero sacro, uno specchio, corde di paglia). Come accennato in precedenza, il teatro Nō ritroverebbe le sue origine dirette nei riti kagura (generatisi dal mito di Uzume). Lo studioso Honda Yasuji sottolinea come l’attore protagonista del teatro Nō (chiamato shite) spesso interpreti “un essere soprannaturale, dio, spettro, o persino anima assente” in una possessione divina praticamente identica a quella che avviene durante i riti sciamanici. Ortolani conclude sostenendo che, come il kagura, anche il teatro greco avrebbe avuto origini sciamaniche. In realtà, questa resta un’ipotesi indimostrabile. Tuttavia, per riportare un esempio, nello Ione di Platone, Socrate descrive il poeta come un “essere posseduto” da un dio, che parla mediante di esso. Per concludere, torniamo a citare il mito induista dell’origine del teatro. Nel Natyasastra, Brahma si sarebbe recato poi presso Bharata, depositario umano della scienza teatrale, per chiedergli di introdurre tra le forme canoniche dello spettacolo lo “stile Kaisiki”, ovvero lo stile erotico. È presto detto che questo stile non può esistere senza protagoniste femminili, e per questo motivo il creatore dell’universo Brahma invia sulla Terra delle “attrici semidivine”. Si potrebbe pensare dunque che anche nel caso del mito induista, l’origine del teatro sia legato a divinità femminili simili a Uzume.

trasferendola sul piano comico: Demetra, con il suo riso, ne assume in sé l’essenza per umiliare e sopraffare (come visto nella versione del Papiro Berlinese) la dea. L’aspetto della Dea Trivia non doveva essere tanto dissimile da quello di una figura, chiamata la Gorgone e raffigurata su un rilievo etrusco come una “Grande Madre che strangola il leone con le braccia e tiene le gambe aperte nell’atteggiamento dell’esibizionismo rituale”. Come già accennato, non sono rare le statuette raffiguranti figure femminili nude e in posizioni oscene, spesso riprodotte con il corpo mostruosamente sfigurato al fine di isolare una parte del corpo in particolare. Una collezione di terrecotte prieniche, ad esempio, esibiscono Baubo con un corpo privo di testa e tronco e distinto da un faccione che viene a disegnare i tratti del ventre facendosi mento del pube. Non a caso lo spettacolo osceno della dea è stato anche interpretato come danza del ventre, e la rappresentazione dell’organo genitale che si fa volto non è altro che una “maschera comica del Femminile”. In una delle statuetta dell’Asia Minore di cui si parlava precedentemente, dal lembo sinistro di Baubo emerge una cetra; mentre in un’altra, troviamo Iside (talvolta interpretata invece come Baubo) seduta a gambe divaricate su di un maiale (simbolo di femminilità) e con in mano una scala. I caratteri dell’immagine di Baubo sono spesso stati dunque interpretati come simbolo di fecondità, ma in realtà non vi sono documenti che leghino la dea alla fertilità: se è vero che la dea ha avuto un figlio, è anche vero che questo la “pre-esiste” in assoluta autonomia. Considerando che nel mito la danza oscena è avvenuta tra sole donne, e che l’oscenità è data dall’organo genitale femminile (mentre quello maschile è completamente assente, a meno che non sia apparso come “giocattolo”), è possibile anche interpretarla come richiamo della libido femminile disgiunta dalla funzione materna (autocompiacimento erotico). Piacere femminile che viene poi demonizzato riducendo la dea promotrice al rango di ombra infera, e dichiarando che il riso femminile provocherà la perdita dell’umanità di Demetra (iniziatrice di morte nel mito di Demofonte). Per concludere, ritroviamo le stesse danze oscene anche nel rito di Bubasti (antico Egitto), documentato da Erodoto: donne e uomini salivano su delle barche (veri e propri palcoscenici itineranti), cantavano, ballavano, suonavano nacchere e flauti, e le donne “si tiravano su le vesti a ogni città che incontravano lungo il fiume”.

  1. Oltre la censura cristiana: relitti ed effiorescenze superstiti Tracce e componenti strutturali del modello di Uzume e Baubo non spariscono con l’avanzare della Storia, ma anzi si ripropongono in contesti assai remoti rispetto a quelli in cui sono nati. La vita di santa Eugenia, ad esempio, viene tramandata così: una giovane patrizia romana si mette in viaggio e si interessa alla religione cristiana; si taglia i capelli, si vesta da uomo e viene scelta come abate in un monastero. Qui respinge le avance di una ricca vedova, che per ripicca la trascina in tribunale denunciando un tentativo di seduzione da parte di quello che lei credeva un uomo. Davanti al giudice Eugenia è costretta alla fine a strapparsi le vesti, mostrando il suo sesso al pubblico per rivelare la sua identità. La storia è probabilmente rimandata in termini edulcorati dall’agiografia cristiana, che ne estrapola i grandi temi del viaggio, travestimento, seduzione e processo risolto, anestetizzando il resto e senza lasciare spazio a nessun potenziale equivoco. Lo stesso sarebbe avvenuto con Sheela-Na-Gig (XI-XII secolo), immagine scolpita di una donna nuda che esibisce aperta un’enorme vulva, diffusa in centinaia di esemplari in chiese, abitazioni e castelli medievali d’Inghilterra e d’Irlanda. V’è incertezza riguardo il nome (forse “vecchia o strega del seno”), l’origine (forse celtica) e la possibile funzione scaramantica dell’immagine scolpita (enigmatica è tutt’ora la sua presenza in edifici cristiani). Nell’anonima chantefable Aucassine et Nicolette (XII-XIII secolo), il giovane Aucassin è innamorato della bella Nicolette, ma è contrastato dal proprio padre che pur di non far incontrare i due giovani, rinchiude il figlio in una prigione sotterranea; lì il giovane ricorda un episodio in cui Nicolette avrebbe fatto rinsavire un pellegrino (effetto da follia e ridotto a letto dalla malattia) alzando tutte le vesti e mostrando all’uomo il suo sesso. Il contesto è chiaramente ironico, ma l’effetto risanatore dell’atto osceno di questa narrazione si aggiunge comunque ai tanti esempi finora riportati. In una fiaba simile, in cui una ragazza viene violata dal fratello, questa lo uccide e morto gli mostra il suo sesso, intimandogli di rialzarsi (in un parallelismo di esposizione del sesso femminile e richiamo magico della vita). Nella farsa francese Fille bastelierre, una giovane ciarlatana racconta come il suo capo ciarlatano le abbia offerto di donarle tutto il suo sapere sotto forma di un atto sessuale. In questo caso non è la donna ad esibirsi, ma la ciarlatana impara dall’uomo come denudarsi senza pudore, e ad usare il proprio corpo come fonte di piacere. In seguito, la ragazza ripeterà lo stesso comportamento rituale “massaggiando” davanti al suo pubblico di guaritrice il membro di un paziente impotente, che oltre a “guarire” fisicamente, scoppia a ridere insieme alla folla. Attorno al 1580, Tommaso Garzoni insiste sugli aspetti licenziosi dei ciarlatani, che “hanno bisogna di ammonizioni, perché la loro commedia della piazza non sia oscena”. Similmente, Domenico Ottonelli ricorda come la commedia della piazza indulga più che volentieri a oltranze verbali ed esibizionistiche. Domenico Gori, agli inizi del Seicento, sostiene che il teatro antico avesse dei limiti di oscenità che il teatro moderno supera abbondantemente, e cita scene di baci e copulazione amorosa avvenute sui palchi della Commedia dell’arte. Moltissimi religiosi che scrivono su questa linea, finiranno inoltre per accostare la recitazione (soprattutto quella femminile) alla prostituzione, sostenendo che alle donne fosse dato un lavoro da attrici solo per essere “esibite” in scena come mera merce fascinosa. Ottonelli arriverà anche a dire che le attrici (e gli attori) sono persino peggio delle prostitute, in quanto ottengono permessi per fare il loro lavoro e ne fanno pubblicità per le strade.

Nell’ambito specialistico della danza, invece, è ovvio citare il balletto parigino del cancan (descritto da contemporanei come “uno scatenamento gestuale”, e da un dizionario dell’epoca come un “ballo epilettico”). L’origine della danza (e del suo nome) è incerta, ma tra le varie ipotesi avanzate c’è una danza festiva in cui le lavandaie di Monmartre agitavano e sollevavano le loro gonne. A fine Ottocento Oscar Wilde scrive Salomè, dramma in atto unico in cui la donna protagonista, diventata in età medievale simbolo di diabolicità del nudo femminile e di qualsivoglia esibizione spettacolare, si esibisce in una danza-spogliarello davanti agli occhi del tetrarco di Galilea Erode Antipa. Arrivati dunque al Novecento, citeremo tre sequenze filmiche di esibizionismo bambico:  nel film What? di Roman Polanski (1972) la svampita ragazza americana protagonista si aggira nei meandri della lussuosa villa in cui si è rifugiata, vestita solo di una giacca d’un pigiama maschile, e scopre il suo sesso per esaudire il desiderio del vecchio e malato proprietario della casa.  in Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Oshima (1976) la protagonista alza la parte inferiore della veste per rispondere al desiderio di un anziano e lercio vagabondo.  nel Piccolo diavolo di Roberto Benigni (1988) l’ingenuo demone Giuditta viene sconvolto da “quella cosa sotto la gonna” di una donna di nome Nina, in realtà demone anch’essa che finisce per prendere possesso del suo corpo. Per quanto riguarda invece il teatro contemporaneo, citiamo ancora:  una versione di Mario Missiroli dei Giganti della montagna di Pirandello (1979) in cui appare Maria Maddalena, nuda, calata dall’alto sul palcoscenico.  lo spettacolo Aujourd’hui c’est mon anniversaire di Tadeusz Kantor (1991),ambientato nello studio di un pittore in cui troneggia una cornice che inquadra un’attrice incaricata di riprodurre l’Infanta di Velázquez. La comparsa viene ad un certo punto sostituita da un’attrice che, per tentare di imitarne la posa, afferra e alza i lembi del suo cappotto, scoprendo e agitando gambe e pube (provocando le risa dei personaggi che la stanno osservando).