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Riassunto intero del libro, Sbobinature di Storia

Lo studio dei traumi sociali e politici e della loro memoria: i Trauma studies e i Memory studies, alla cui origine c’è la seconda guerra mondiale e la Shoah.

Tipologia: Sbobinature

2020/2021

Caricato il 17/01/2023

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michela-mugione-1 🇮🇹

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LA MEMORIA, I TRAUMI, LA STORIA
Premessa
lo studio dei traumi sociali e politici e della loro memoria dà origine a due filoni strettamente legati
tra di loro: i Trauma studies e i Memory studies, alla cui origine c’è la seconda guerra mondiale e la
Shoah.
Affrontando il tema dei traumi e della loro memoria si riporta alla luce la storia delle vittime,
studiando anche le vicende dei sopravvissuti e le ferite di cui gli individui portano i segni. Questo
volume tratta innanzitutto di tipologie e usi, storiografici e sociali, della memoria, distinguendo i
vari ambiti attraversati da processi di elaborazione del lutto con l’insieme di diverse caratteristiche
e dinamiche: le memorie pubbliche e quelle individuali, le contraddizioni e le dissonanze.
Successivamente il volume si concentra su due filoni di studi: le memorie legate alla seconda
guerra mondiale In Europa e in Italia e quelle riguardanti le catastrofi naturali, ossia quelle che
attraverso la distruzione dei luoghi spezzano le vite individuali e quelle dell’intera comunità, come
i terremoti.
La seconda guerra mondiale divide il 900 tra memorie di faglie politiche ed etiche che sono
soggette alla manipolazione della sfera pubblica. Con la caduta del muro che divideva l’Europa
emergono invece memorie silenti a lungo rinchiuse nelle strette cerchie familiari. Si fa strada
quindi una memoria di vittime non sempre pacifica, riproponendo talvolta contrasti e divisioni
generando nuovi cicli di violenza. La memoria della guerra si presenta da questo punto di vista
come un processo senza fine che cambia e si trasforma con il susseguirsi delle diverse generazioni,
influenzando di conseguenza il mondo attuale.
La catastrofe invece può un gran numero di vittime e distruggere un’intera comunità. Ah spesso
conseguenze sul piano politico, non di certo comparabili con quelle di una guerra, ma una grande
catastrofe può comunque provocare trasformazioni istituzionali rilevanti, far cadere governi o
interrompere lo sviluppo economico.
Questi due eventi rappresentano dei turning point cruciali, dividono cioè le vite in un prima e un
dopo segnando le memorie e le nostalgie degli individui producendo disorientamento, la perdita
dello spazio fisico, degli oggetti e spezzando la continuità delle storie. In base a ciò infatti durante e
dopo la guerra si sono verificati veri e propri spostamenti di popolazioni: deportazioni sotto le
occupazioni naziste e sovietiche, fughe spinte dalla violenza e dalla paura, trasferimenti stabiliti
dalle potenze vincitrici nei trattati di pace. Intere popolazioni non perdono solo una casa ma una
storia, una cultura, un’intera comunità.
Infine è necessario fare una profonda differenza di questa letteratura di riferimento: sulla guerra si
è sviluppata Un’enorme storiografia dove gli studi si concentrano sulla multidimensionalità della
memoria, sul rapporto tra memorie individuali e memorie pubbliche; sulle catastrofi invece la
letteratura storiografica è limitata. Queste ultime vengono considerate “incidenti” e in quanto tali
non soggetti al controllo dell’azione umana, motivo per cui il loro studio viene lasciato
interamente alle scienze dure.
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LA MEMORIA, I TRAUMI, LA STORIA

Premessa

lo studio dei traumi sociali e politici e della loro memoria dà origine a due filoni strettamente legati tra di loro: i Trauma studies e i Memory studies , alla cui origine c’è la seconda guerra mondiale e la Shoah. Affrontando il tema dei traumi e della loro memoria si riporta alla luce la storia delle vittime, studiando anche le vicende dei sopravvissuti e le ferite di cui gli individui portano i segni. Questo volume tratta innanzitutto di tipologie e usi, storiografici e sociali, della memoria, distinguendo i vari ambiti attraversati da processi di elaborazione del lutto con l’insieme di diverse caratteristiche e dinamiche: le memorie pubbliche e quelle individuali, le contraddizioni e le dissonanze. Successivamente il volume si concentra su due filoni di studi: le memorie legate alla seconda guerra mondiale In Europa e in Italia e quelle riguardanti le catastrofi naturali, ossia quelle che attraverso la distruzione dei luoghi spezzano le vite individuali e quelle dell’intera comunità, come i terremoti. La seconda guerra mondiale divide il 900 tra memorie di faglie politiche ed etiche che sono soggette alla manipolazione della sfera pubblica. Con la caduta del muro che divideva l’Europa emergono invece memorie silenti a lungo rinchiuse nelle strette cerchie familiari. Si fa strada quindi una memoria di vittime non sempre pacifica, riproponendo talvolta contrasti e divisioni generando nuovi cicli di violenza. La memoria della guerra si presenta da questo punto di vista come un processo senza fine che cambia e si trasforma con il susseguirsi delle diverse generazioni, influenzando di conseguenza il mondo attuale. La catastrofe invece può un gran numero di vittime e distruggere un’intera comunità. Ah spesso conseguenze sul piano politico, non di certo comparabili con quelle di una guerra, ma una grande catastrofe può comunque provocare trasformazioni istituzionali rilevanti, far cadere governi o interrompere lo sviluppo economico. Questi due eventi rappresentano dei turning point cruciali, dividono cioè le vite in un prima e un dopo segnando le memorie e le nostalgie degli individui producendo disorientamento, la perdita dello spazio fisico, degli oggetti e spezzando la continuità delle storie. In base a ciò infatti durante e dopo la guerra si sono verificati veri e propri spostamenti di popolazioni: deportazioni sotto le occupazioni naziste e sovietiche, fughe spinte dalla violenza e dalla paura, trasferimenti stabiliti dalle potenze vincitrici nei trattati di pace. Intere popolazioni non perdono solo una casa ma una storia, una cultura, un’intera comunità. Infine è necessario fare una profonda differenza di questa letteratura di riferimento: sulla guerra si è sviluppata Un’enorme storiografia dove gli studi si concentrano sulla multidimensionalità della memoria, sul rapporto tra memorie individuali e memorie pubbliche; sulle catastrofi invece la letteratura storiografica è limitata. Queste ultime vengono considerate “incidenti” e in quanto tali non soggetti al controllo dell’azione umana, motivo per cui il loro studio viene lasciato interamente alle scienze dure.

1. I PERCORSI DELLA MEMORIA E DELL’OBLIO

1. Memoria, memorie La memoria gioca un ruolo importante già a partire dall’Ottocento con la costruzione degli Stati- nazione. In questo caso la memoria è intesa come una costruzione istituzionale e si oggettiva in simboli, monumenti, celebrazioni che ricordano di conseguenza eventi, personaggi e luoghi significativi. Il memory boom di fine ‘900 e invece legato a due fenomeni contraddittori. Memorie emerse dalla rappresentazione della seconda guerra mondiale secondo un’interpretazione in bianco e nero del conflitto: antifascisti contro fascisti, resistenti contro collaboratori. Con la caduta dell’universo comunista invece sono emerse le memorie delle vittime e dei traumi subiti e chi non aveva avuto fino ad allora riconoscimento della sua sofferenza lo inizia a richiedere, talvolta fino a pretenderlo. Si generano così conflitti di memoria, contese fra le vittime. Dai monumenti la memoria pubblica si trasferisce nei memoriali legandosi all’esperienza dei soggetti: nomi, fotografie, le storie individuali tendono a costruire la trama delle celebrazioni dei musei, delle opere architettoniche. D’altro canto, con la guerra fredda si propongono spesso con violenza nuovi nazionalismi che pretendono di rappresentare un luogo rifacendosi a una lunga memoria. Come ad esempio La Serbia per rivendicare il territorio del Kosovo si rifaceva a una battaglia del 1389, oppure i conflitti fra ucraini e russi che si ripropongono ancora oggi e si nutrono di antiche memorie fatti di violenza e spazi contesi da tempo. Ancora, possiamo fare l'esempio del conflitto israelo- palestinese che si alimenta sulle rovine archeologiche e sul loro significato. Esistono diversi modi di intendere la memoria e diversi modi di studiarla:

  • Confino offre una nozione di memoria che viene usata per significare cose estremamente differenti che hanno un comune denominatore come argomento: i modi in cui la gente costruisce il senso del passato. Secondo Confino quindi è necessario articolare il concetto di memoria in ambito culturale, sociale e politico;
  • Assmann invece distingue tra quattro tipi di memoria, la memoria mimetica che riguarda l’agire, la memoria delle cose e dello spazio materiale, la memoria comunicativa che si trasmette attraverso il linguaggio e la memoria culturale che si realizza istituzionalmente e si traduce in riti e monumenti. Fra questi diversi tipi di memoria si crea un rapporto che va analizzato per comprendere il passaggio dal ricordo vissuto, quindi dalla memoria comunicativa, a quello istituzionalizzato e quindi alla memoria culturale. La memoria comunicativa Siri ferisce al passato prossimo, sono ricordi che un essere umano condivide con i suoi contemporanei, quindi esperienze trasmesse tra generazioni vicine. La memoria culturale è invece istituzionalizzata e si orienta in base a punti fissi nel passato, ad esempio in alcune società orali ci sono figure specifiche addette a tramandare il ricordo. Tra la memoria comunicativa e quella culturale si può creare un vuoto di comunicazione, un gap tra il tempo del passato prossimo e il tempo delle origini. A tal proposito ci rifacciamo al concetto di floating gap , una lacuna fluttuante tra il passato prossimo, il passato recente e il passato remoto, ossia il tempo delle origini. Questo gap dipenderà dai rapporti fra le generazioni, dalle diverse tipologie di potere e delle istituzioni. In questo senso l’atto di memoria è un atto contro l’oblio, la ricerca del ricordo è alla base

donne delle classi lavoratrici, Negli Stati Uniti invece ci fu un’attenzione sulla gente comune con la finalità di rappresentare l’America nelle sue diversità culturali. Non meno importante e il tema della schiavitù preso in considerazione attraverso le storie di vita di schiavi e del loro passaggio alla condizione di libertà. Gli studiosi erano quindi spinti dall’esigenza di comprendere sia dal punto di vista politico che civile e di denunciare, portando alla luce storie di ingiustizia sociale. Per i critici invece queste testimonianze, essendo fonti soggettive basate su una memoria mutevole, non possono essere considerate fonti storiche attendibili. La realtà storica si dovrebbe ricostruire attraverso fonti certe, documenti scritti. La storia orale invece secondo gli studiosi ci riporta al particolare, al concreto e ai modi in cui le persone collegano sé stesse nella storia. La testimonianza è fondamentale perché dà la possibilità e il potere dimostrare una singola vita, una particolare realtà anche se ci si trova spesso di fronte a fonti che possono essere diverse tra di loro e dalle nostre. Inoltre con queste fonti non è tanto importante la verità, è importante anche il falso poiché quest’ultimo ci può far capire come quell’evento e visto da un certo gruppo storico e sociale. Ad esempio una donna rievoca l’eruzione del Vesuvio del 1944 insieme alle deportazioni dei tedeschi, l’eruzione diventa così immagine simbolica della guerra. In altre narrazioni invece l’eruzione si riferisce ai bombardamenti. In realtà nel 1944 la Campania era un territorio liberato ma la sofferenza degli abitanti non era finita, la fame, le malattie, le distruzioni hanno portato nella memoria un episodio della guerra, quella vera. I ricordi dei grandi eventi che hanno colpito una generazione possono poi trasmettersi attraverso la memoria familiare. I traumi provocati dall’esilio e dallo sterminio, ad esempio, si trasmettono fra le generazioni e nelle famiglie uno dei figli detiene il ruolo di “candela della memoria”, di anello di congiunzione tra passato e presente. Si formeranno quindi memorie mitiche chi andranno a costruire una narrazione familiare andando ad oscurare altre memorie.

3. Le memorie del trauma Nel caso della Shoah risulta esserci una memoria tardiva legata ai lunghi anni di silenzio imposti dai regimi comunisti. Sono molti i sopravvissuti che per molto tempo non hanno potuto e voluto narrare la loro esperienza. E’ il dolore degli altri che rimanda alla fragilità della vita umana e provoca immedesimazione e distanza nello stesso tempo. Le testimonianze nonostante tutto rimangono fonti indispensabili per capire la storia, in particolare la storia dei traumi. Attraverso la tecnologia la voce raccolta nei documentari si sostituirebbe alla storia che a sua volta verrebbe restituita ai suoi veri autori. Non si parla di ciò che i tedeschi hanno fatto agli ebrei ma di ciò che l’uomo ha fatto all’uomo. Accade quindi la cosiddetta di un evento traumatico che viene fatto risalire alla natura e alla follia dell’uomo. Non basta quindi condannare e ammonire, occorre capire come e perché la Shoah ha potuto aver luogo. Voci diverse si contendono il ruolo di vittime e si prestano al gioco politico creando quindi una lotta tra gruppi diversi per raffermare le proprie memorie e le proprie ragioni storiche. Il moltiplicarsi di queste memorie può condurre a percorsi di esclusione o vittimizzazione, possono nascere di nuovo violenze per contestare o per guadagnare potere, offrendo opportunità di rivincita. A tal proposito quindi lo studioso deve da un lato esercitare controllo e resistenza alla memoria di queste vittime, dall’altro deve riuscire a catturare la dimensione affettiva delle loro esperienze. Deve quindi praticare il cosiddetto empatich unsettlement. Questo turbamento empatico gioca un ruolo cruciale nella storia, turba la voce narrante e conduce ha un intenso dialogo critico e oggettivo al tempo stesso e conduce anche ad una risposta affettiva alla voce delle

vittime.

4. I traumi e le storie di vita Nella storia orale si raccolgono innanzitutto storie di vita punto una storia di vita e unica, e la vicenda di un individuo che ci rimanda ad un contesto di cui è parte, illuminandolo per noi. Una storia quindi e come una torcia immersa nel buio, quella luce non è tutta la realtà, ma è parte di quella realtà, ci suggerisce delle tracce da seguire per approfondire l’intero quadro. Il nostro compito al suo interno è quello di costruire un ponte tra le scelte personali e il contesto storico, sociale e culturale in cui l’individuo si trova. Le biografie sono segnate da diversi periodi e da grandi avvenimenti storici che le persone si trovano ad attraversare. Mannheim a questo proposito parla di “unità generazionale”, mentre altri studiosi utilizzano il concetto di “coorte”. Una coorte non è semplicemente una generazione nata in un certo periodo ma una generazione che ha partecipato agli stessi avvenimenti in un determinato periodo della sua vita punto su questi eventi si costruisce la periodizzazione storica e si identificano le generazioni. Sono soprattutto i grandi traumi assegnare e differenziare le generazioni, come le guerre, i genocidi, le catastrofi naturali. In tal senso ogni generazione diventa portatrice di una propria memoria. Nello stesso tempo storico convivono quindi diverse coorti di età che producono una pluralità di prospettive e punti di vista, differenze interne in relazione al genere, ai gruppi sociali e alle appartenenze politiche. La storia di vita ci dà accesso anche a un’altra dimensione: il modo in cui un individuo immagina, ricostruisce e presenta la propria vicenda Mediante un racconto di ciò che si conosce di sé stessi. A tal proposito compaiono altri livelli autobiografici legati alle modalità del raccontare, cioè lo stile narrativo, i tempi del racconto e il modo in cui il passato si congiunge con il presente. Il racconto di sé è sempre un evento relazionale, un patto autobiografico: è un accordo implicito che l’autore prende con sé stesso e con chi si immagina che lo leggerà. Al suo interno quindi troviamo un io narrante , soggetto pensante che racconta di sé rivolgendosi ad un altro soggetto; un io testimone che è rappresentato da un interlocutore o da più interlocutori a cui la narrazione è destinata ed infine l’ io narrato cioè l’oggetto del narrare. Questo tipo di racconto si snoda intorno all’evento, che diventa una sorta di turning point intorno a cui si tesse la storia di vita. Quindi nel racconto c’è un prima e un dopo completamente diversi. Con tutto ciò possiamo affermare come gli eventi traumatici non sono soggetti all’oblio, in quanto il trauma è una ferita non rimarginata, l’evento pur di emergere anche se non rielaborato mentre il ricordo è come una fotografia stampata nella mente. Le memorie più difficili da rielaborare sono quelle legate adatti di violenza e di umiliazione che si sono subiti direttamente o che sono stati inflitti ad una persona cara e qui giace la differenza tra il ricordo della violenza di guerra e il ricordo della catastrofe. Ciò che accomuna entrambe le esperienze traumatiche è la perdita: la perdita del luogo, la perdita di una persona cara. Queste esperienze, queste narrazioni occupano oggi l’intera memoria pubblica e culturale e sono rappresentate dai musei, dai memoriali, dalle giornate della memoria in ricordo di vittime di eventi luttuosi.

2. L’EUROPA E LE DIFFICILI MEMORIE DELLA GUERRA

La testimonianza acquista un vero e proprio ruolo sacrale ed etico nella narrazione stessa e in questo senso la narrazione sembra centrarsi sul rapporto tra la normalità presente e l’inimmaginabile vissuto. La testimonianza resta una fonte fondamentale, ci permette di accedere all’esperienza al vissuto di quelle donne, di quegli uomini e bambini consentendoci di affrontare da vicino il tema dello sterminio per ricostruire il contesto e i momenti cruciali. Le testimonianze raccolte ci hanno permesso di ricostruire Un altro aspetto della storia della Shoah su cui gli studiosi si erano poco soffermati: il momento della liberazione e il difficile ritorno alla vita. La liberazione fu un processo che avvenne nel corso del tempo talvolta assai lungo. Molti sopravvissuti infatti erano tutt’altro che felici poiché per gli ebrei scampati al lager era impossibile ritornare a casa. Si erano perse le famiglie, gli amici, le case stesse. Quindi la liberazione non si presenta come una conclusione né come la fine della tragedia, ma segna il ritorno ad una condizione umana difficile da riacquistare. Le fonti orali hanno dato un contributo importante nel far emergere la storia delle donne nell’olocausto. Nel 1983 compariva la prima raccolta di testimonianze femminili a cura di Vera Laska che aveva intenzione di valorizzare il ruolo delle donne in questo contesto. Viene pubblicato in seguito il testo più importante intitolato Donne nell’olocausto , con cui la storia delle donne nella Shoah a si trasforma in storia di genere. In questi racconti appaiono il corpo, la maternità, i rapporti familiari, la separazione. Il rapporto tra generazioni risulta essere quindi uno dei temi cruciali della storia orale ed emerge con forza nella trasmissione della memoria del trauma. In molti casi chi aveva sofferto direttamente la persecuzione aveva perso una parte della famiglia o si era salvato da una situazione tragica, ma comunque non era in grado o non voleva raccontare tale storia ai figli. C’è stato quindi bisogno di molti anni per elaborare il lutto. E sono oggi le testimonianze della seconda generazione che ci raccontano tutto questo.

3. La Shoah, l’occupazione sovietica, la memoria dei territori dell’Europa orientale e in URSS Esiste anche un’altra storia rimossa che ancora oggi stenta ad emergere: quella degli ebrei deportati nei Gulag con l’invasione sovietica. Molti ebrei subirono la condanna ai lavori forzati e con loro vennero deportate le famiglie. Con queste storie si ripropone l’immagine drammatica delle razzie che caratterizzavano la guerra, con cui vennero catturate intere famiglie dove madri e bambini erano sempre divisi dai padri. Anche se erano deportati tutti nello stesso periodo, le storie dei testimoni sono tutte diverse tra di loro a seconda della loro nazione di origine. Una delle testimonianze di una donna tornata dalla Siberia a sei anni evoca la dura situazione del paese nel 1945- 1946, In cui erano tutti così contenti di ritrovare la propria famiglia. Mentre altri affermavano come la fine della guerra risultava essere come l’inizio, se non peggio. I deportati di origine polacca ottennero il rimpatrio poiché la loro nazione di appartenenza era comunque uno stato indipendente mentre i baltici non furono oggetto di nessun accordo di rimpatrio e dovettero quindi attendere altri anni per ritornare nella loro terra. Scrivono i ricercatori che le interviste con i figli di questi ebrei testimoniano un sentimento di solitudine e di isolamento che ha imposto il silenzio alle famiglie e di cui soffrono ancora i figli. Nonostante tutte le contraddizioni che ancora oggi si sentono, si risvegliano i ricordi di tutta una comunità ebraica d’europa, spesso spinta da una terza- quarta generazione cresciuta a volte in paesi lontani che vuole ricostruire la storia dei propri antenati e della loro cultura dispersa. Nasce così il Museo Polin a Varsavia che viene costruito dove sorgeva il ghetto e ricostruisce la storia

millenaria degli ebrei in Polonia dalle origini fino ad oggi punto non è stato facile il percorso che ha portato alla rielaborazione della memoria poiché in tutto il periodo comunista vigeva il silenzio. La storia dell’aiuto che offrirono i diversi governi, le diverse autorità pubbliche e religiose, riemerge ancora adesso con grande difficoltà. È stato molto più facile additare come unica colpevole la Germania nazista. Il Libro nero che raccoglieva la documentazione dello sterminio nei territori sovietici venne vietato. E non solo. La partecipazione alla preparazione del libro costituì uno dei capi d’accusa principali. Ogni manifestazione o traccia che ricordasse lo sterminio degli ebrei venne cancellata. E’ significativo da questo punto di vista il caso di Kiev Dove furono massacrati più di 33.000 ebrei, vennero spogliati di averi e indumenti, disposti sull’orlo di un dirupo e fucilati alla schiena. Nello stesso periodo fu negata l’autorizzazione ad una commemorazione ebraica fino al gennaio del 2001, quando nei pressi del dirupo fu collocata una croce in memoria, furono poste delle lapidi ed eretta una scultura anche se nessuno alludeva esplicitamente alla strage degli ebrei.

4. La memoria della Shoah in Italia e degli anni 70 la decisione di costruire il memoriale della deportazione italiana al blocco 21 Di Auschwitz. Fu l’associazione italiana degli ex deportati a prendere l’iniziativa e a curare il progetto che fu assegnato a uno dei più importanti studi di architettura, al pittore siciliano Samonà e all’autore Primo Levi che scrisse i testi. Il memoriale intendeva evocare la storia che precedeva e seguiva l’esperienza della deportazione. Di questo memoriale due sono le caratteristiche importanti due punti il linguaggio astratto che doveva evocare e non narrare la storia in maniera letterale, e l’astrazione che rimandava all’impossibilità di descrivere la morte di massa e alla complessità delle vicende di deportazione. Più che spiegare si intendeva provocare un’emozione. Col passare degli anni il memoriale cominciò a deteriorarsi, il linguaggio non era più adeguato alle domande e alle esigenze dei tempi. La deportazione politica finiva da parte e al centro della scena risultava esserci la deportazione razziale. L’impulso di scrivere fu quasi un obbligo per alcuni, al fine di testimoniare quell’esperienza che si era vissuta come un obbligo morale, secondo Primo Levi, verso gli ammutoliti i sommersi che non potevano più raccontare. Inizialmente non comparissero gli scritti sulla Shoah. In Italia dovettero negoziare in un certo senso il loro ritorno, il ritorno degli scampati per i quali non fu facile tornare in possesso dei beni, riprendere le carriere interrotte precedentemente e fare accettare la propria storia fu necessario tenere un profilo basso, cercare di tornare alla vita normale come se nulla fosse avvenuto. Il silenzio delle istituzioni in un primo periodo assecondò il silenzio delle vittime che avevano il bisogno di dimenticare. A partire dagli anni 90 invece le memorie si moltiplicarono, con l’istituzione del giorno della memoria la Shoah diventa la rappresentazione centrale della deportazione. La storia della Shoah tende ad ufficializzarsi e ad assumere un significato socialmente condiviso, diventa doxa, discorso sociale. Per il giorno della memoria si è scelti il giorno 27 gennaio, giorno della liberazione Di Auschwitz, data di valenza internazionale che andava a rafforzare l’idea dell’olocausto come evento unico. In questi ultimi anni si sono intraprese strade diverse per collocare vicende, nomi e biografie in contesti precisi, ritornando ai luoghi in cui avvennero le discriminazioni e le deportazioni. Un esempio e il memoriale della Shoah di Milano, costruito al binario 21 della stazione centrale, da cui partirono circa 20 convogli con centinaia di deportati. Venti targhe in cemento con caratteri in bronzo ricordano i convogli e di fronte c’è il cosiddetto “Muro dei nomi” lungo 67 metri, il quale

crescere da soli, altri invece hanno rivisto i loro genitori dopo molti anni. La guerra e la guerra fredda spostano popolazioni, intrecciano storie, determinano destini. Mentre in Grecia la guerra civile reprime i comunisti e li caccia oltre il confine, nei paesi dell’Europa orientale (come l’Ungheria) i comunisti reprimono quelli che considerano anticomunisti. Qui la guerra non finisce nel 1945. Come l’Ungheria, anche la Polonia visse un tragico dopoguerra, dove nel periodo di transizione al comunismo fu attraversata da vendette. La Polonia aveva vissuto in guerra la violenza di una doppia occupazione, quella dei nazisti e quella dei sovietici. Durante il regime comunista le autorità permisero le ricerche sull’occupazione razzista ma non su quella sovietica. In seguito un’inchiesta mostro come gran parte dei polacchi considerava l’occupazione sovietica peggiore di quella tedesca e molti riguardavano di più le sofferenze patite a causa della politica sovietica. Il caso di questo processo è stato rilevante per quanto riguarda il caso del massacro della foresta di Katyn dove erano stati assassinati migliaia di prigionieri polacchi, militari e civili. Nel passaggio verso la democrazia fu la collaborazione con il regime sovietico e non quella con i nazisti a venire disprezzata. Per i tedeschi occidentali risultava essere un cammino di rinascita dalle rovine, per gli orientali invece la violenza sovietica risultava essere un’esperienza scioccante e brutale. In questi territori i sovietici contro le popolazioni e i gruppi sociali considerati nemici del popolo, operarono una politica repressiva attraverso le deportazioni, l’imprigionamento e il lavoro forzato. Le prime deportazioni iniziarono con il patto Molotov- Ribbentrop del 23 agosto 1939 nei territori occupati della Polonia, dove l’obiettivo principale era quello di purgare gli abitanti dei gruppi sociali ed etnici come gli impiegati dello Stato, i militari, i membri delle classi potenti e le loro famiglie. La seconda ondata si verificò nel 1944 con l’arrivo dell’Armata russa e colpì coloro che vivevano accusati di nazionalismo e i membri della resistenza nazionale contro il nazismo. Furono poi deportate intere popolazioni appartenenti a nazionalità sospette accusate di nutrire sentimenti anti russi e di collaborazionismo con i tedeschi. Interi territori vennero svuotati e ripopolati con abitanti delle regioni circostanti. In queste deportazioni le persone venivano trasportate sui carri di bestiame, al loro arrivo venivano chiuse in campi circondati dal filo spinato e privati del cibo. Queste deportazioni finirono soltanto con la morte di Stalin ma non tutti furono liberati e solo con la caduta definitiva dei regimi comunisti si pose fine a questo oblio. Caratteristica della deportazione sovietica risulta essere la lunga durata, poiché coloro che sono stati deportati ad esempio da paesi che poi rimarranno nell’unione sovietica in seguito e sono stati condannati ai lavori forzati come traditori rimarranno nei campi tutto il tempo della pena, se non di più. Le storie di vita raccolte dagli studiosi francesi fino ad ora narrate ci aiutano a penetrare in questo universo e a capire il ruolo della deportazione e della violenza subita. La memoria della sofferenza vissuta a causa dei soprusi subiti durante la dominazione sovietica diventa una vera e propria memoria nazionale.

6. Le espulsioni: i tedeschi etnici, gli italiani di Istria e Dalmazia Un caso specifico che coinvolge il mondo occidentale e quello sovietico e quello dei tedeschi etnici che abitavano nelle regioni dell’Europa centrale, orientale e sud orientale. I tedeschi etnici subirono alla fine della guerra le violenze delle popolazioni che avevano patito l’oppressione nazista. Questa sorta di pulizia venne vista come una sorta di punizione collettiva e

venne giustificata in questi termini agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. I trattati infatti portarono fino in fondo questa purificazione etnica dei nazisti, con l’idea di dividere e di porre fine a quelle culture che caratterizzavano L’Europa centrale e orientale venendo viste come motivo di conflitto etnico. Queste espulsioni avvennero con una violenza estrema, i tedeschi etnici furono legati, issati e gettati nel fiume. In questo contesto l’otto maggio, giorno della liberazione dal nazismo per la Germania, era per i rifugiati egli espulsi il giorno dell’abbandono forzato delle loro case. Molti fuggiti avevano a lungo sperato di ritornare, altri sarebbero rimasti se avessero potuto. La loro vicenda risultava essere quindi univoca alla storia dell’occupazione nazista e dei loro crimini, ma il problema era riuscire ad integrarsi nella nuova patria non rivendicando identità passate e non rinnovando vecchie memorie. La terra lasciata rimase un punto fermo nella memoria degli espulsi che si trasformava tuttavia nel corso del tempo nella memoria di una intera generazione, quella che Assmann ha definito memoria comunicativa si trasforma in memoria culturale per le future generazioni. Questi espulsi interpretarono il loro esilio come una forma di espiazione per i crimini nazisti perpetrati da altri, differenziando dunque se stessi dai tedeschi nati nella zona occidentale. Anche in Italia si è assistito nel dopoguerra ad una vicenda simile, anche se di dimensioni minori. Nei territori dell’impero asburgico annessi all’Italia dopo il 1918 le popolazioni slave avevano subito una dura politica di repressione da parte delle autorità italiane. Il cosiddetto processo di italianizzazione forzata. Fu una violenza esercitata non solo su coloro che venivano considerati i fascisti, ma in generale verso tutta la popolazione italiana. Le violenze iniziarono nel 1943, dove gli italiani cominciarono a fuggire continuando anche negli anni successivi. L’ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 quando il Memorandum di Londra assegno definitivamente la zona A del territorio libero di Trieste Alitalia e la zona B alla Jugoslavia. L’esodo si concluse solo intorno al 1960 dove, soggetto a diverse interpretazioni, i profughi vennero usati politicamente: per i comunisti essi fuggivano da uno stato socialista perché erano nostalgici del nazionalismo fascista oh perché rifiutavano di accettare l’eguaglianza imposta dalla nuova politica; per la destra invece fuggivano dalla violenza del regime comunista ed erano vittime di una pace iniqua che assegnava alla Jugoslavia terre italiane. La storia è nota e anche molto dibattuta in questi ultimi anni da quando è stato istituito il Giorno del Ricordo con la legge del 2004 che sancisce la celebrazione civile di ogni 10 Febbraio, data in cui nel 1947 venne firmato il trattato di pace tra l’Italia e le potenze vincitrici con le modifiche dei confini orientali e la cessione alla Jugoslavia di territori italiani. Istria, Dalmazia, Trieste, Gorizia, un mondo complesso e multietnico, un mondo caratterizzato da molteplici memorie e identità. Le memorie che da entrambe le parti hanno costruito una narrazione nazionale semplificata. Anche nel caso dell’Italia i profughi istriani e dalmati, donne e uomini, nella loro individualità vennero emarginati e dimenticati vivendo in campi profughi per molti anni. La loro integrazione nella società italiana fu estremamente difficile e la loro comunità diventò una vera e propria entità astratta utilizzata soltanto negli scontri ideologici. Ma in questi ultimi anni la memoria è esplosa entrando in relazione con i nuovi discorsi politici e governativi: il Giorno del Ricordo nasce per loro iniziativa. Online nel sito dell’istmo reto si possono leggere le storie di vita dei profughi approdati a Torino e in Piemonte. Vennero accolti in campi e in centri di raccolta come caserme, ospedali, colonie e campi di internamento e di prigionia. Sono storie dimenticate o meglio mai veramente affrontate che vengono riportate alla luce dai diretti protagonisti. Questi ultimi nei loro racconti fanno emergere le drammatiche condizioni di vita in quei campi, ambienti malsani e isolati. Come i

non potevano chiedere e ottenere giustizia da qualche tribunale e inoltre si ricorda come non era permesso nessun commento negativo ai soldati durante la guerra. L’esperienza di questi stupri e quindi rimasta chiusa, è rimasta totalmente invisibile. Un drammatico caso di stupri di massa avvenne in Italia per opera dei soldati del corpo di spedizione francese, la violenza ultimate da questi ultimi avveniva ad opera di liberatori e non di nemici. Emerge quindi anche l’impossibilità di distinguere tra gli amici e i nemici. Lo stupro lascia quindi ferite aperte, essendo un atto che infrange l’integrità della persona, che provoca umiliazione e che peserà sul resto della vita. L’onore delle donne è visto come un segno distintivo, poiché attraverso le donne vengono colpiti anche gli uomini che non hanno saputo difenderle. Molti sono stati i tentativi per difendere le donne da questi stupri, come l’associazione delle donne del partito comunista che organizzo una manifestazione è una vera e propria battaglia parlamentare condotta dalla deputata Rossi per il riconoscimento dello stupro come violenza di guerra. Questo tentativo non ebbe esito positivo, facendo calare così ulteriore silenzio sulla questione. Eppure in quel periodo era uscito anche il libro di Moravia La Ciociara , dal quale anni dopo De Sica trasse il film per cui Sofia Loren vinse l’oscar. Ma anche con questo film si può notare come prevalevano commenti sugli attori, sulla regia, sul premio e non sul tema delle donne ciociare.

8. Le donne: icone della sofferenza e dei mali della guerra le donne sono una vera e propria immagine simbolica della guerra e della sofferenza. Sara l’autrice Elsa Morante a proporre il ritratto memorabile di una madre che attraversa la guerra incarnando dolori e contraddizioni, lottando con tutte le sue forze contro la violenza della storia per salvare suo figlio nato dall’aggressione di un soldato tedesco. E una madre anche la protagonista del film Germania pallida madre , in cui la donna partorisce una bambina sotto un bombardamento e poi vada distrutta tra violenze cercando cibo e mezzi per sopravvivere. Questa donna rappresenta la forza, la resilienza. In Italia invece troviamo i film di Rossellini e De Sica che propongono figure di donne che si sarebbero radicate nella memoria nazionale. Ricordiamo il film Roma città aperta, dove una moglie rincorre il marito che si allontana e viene ferita a morte. Il cinema neorealista quindi mise al centro l’esperienza e la sofferenza delle persone comuni e non ebbe nell’immediato una buona accoglienza. Anche i racconti orali la sofferenza della guerra trova espressione nel dolore delle madri dove prevale l’immagine della Mater dolorosa che simboleggia il dramma della morte. Appaiono sullo sfondo anche figure religiose come la croce, Maria che piange e che accompagna il corpo del figlio. Ci sono quindi in questo caso figure di madri che proteggono e che salvano. Donne che salvano gli uomini virgola che accolgono soldati, che si prendono cura dei corpi abbandonati praticando le virtù quotidiane, le quali si caratterizzano per un altruismo rivolto a persone concrete, fatto di atti rivolti ad esseri umani a loro cari, come un parente. Queste pratiche permettono dunque alla società di sopravvivere e rialzarsi nel dopoguerra, e il tentativo di preservare una vita civile secondo una pratica che potremmo anche definire con il concetto di resilienza, utilizzato per studiare la risposta delle comunità alle catastrofi e che misura la capacità adattiva di un gruppo nell’affrontare un’emergenza. Sono ancora alle donne ad essere protagoniste nell’accompagnare i corpi dei loro cari al cimitero. Immagini di donne con bare in testa a simboleggiare il ruolo predominante e la forza che hanno. Non c’è solo il tema della violenza subita ma anche quello della fraternizzazione e del matrimonio.

Si contano infatti mi registri Dello Stato civile i matrimoni fra donne napoletane e soldati alleati a Napoli all’epoca arrivando a contare più di 2000 unioni. L’autrice di questo registro è arrivata ad intervistare anche alcune di queste spose che hanno raccontato i motivi del loro innamoramento. Questi soldati agli occhi delle donne risultavano essere belli, vincitori, diversi, proprio “come gli attori americani”. Emerge però anche una fitta documentazione che riguarda gli scontri tra italiani e soldati per le donne e le aggressioni alle giovani e che rivela la presenza di un fenomeno che si pensava riguardasse soltanto il nord, cioè le tonsure. Le donne venivano denudate perché accusate di frequentare i soldati alleati punto il corpo delle donne era simbolicamente il corpo della nazione che non può essere violata. Le donne hanno così il dovere di mantenersi integre per salvarne l’onore. Infine, colpendo il loro corpo gli uomini tentano di ristabilire il controllo sulle donne. “È nelle donne che si salva la patria” scriveva il Don Chisciotte. La donna appare in una doppia veste impersonata nella religione cristiana dalla coppia opposta di Eva e di Maria. Maria, la donna madre, incarna la virtù ma anche il dolore, la sofferenza e la capacità di sopportazione. Eva invece e peccatrice e tentatrice e gli uomini ne sono le vittime. Eva e Maria convivono in tutte le guerre e in tutti i dopoguerra, accanto alla Mater dolorosa c’è quasi sempre la peccatrice e insieme convivono nella memoria.

9. La memoria dei bombardamenti Quasi ovunque ci si trovava di fronte alla situazione paradossale di dover celebrare la liberazione insieme alla distruzione della propria città. In tutti i paesi bombardati si sono formate memorie locali, familiari e individuali che sono riemerse soltanto dopo molti anni. Non c’è città o paese bombardato che non ricordi le rovine e non ritorni con nostalgia a quel passato. A tal proposito, a grande distanza dalla guerra, sono riemersi monumenti ad alto valore simbolico e di diverso tipo. Un testo classico sul tema dei bombardamenti e della memoria- oblio è quello di Sebald intitolato Storia naturale della distruzione , in cui ci si interroga sui motivi dell’oblio narrando l’apocalisse, l’esperienza che aveva vissuto la popolazione tedesca. Lo scrittore introduce anche temi riemersi negli ultimi anni legate a vere e proprie rovine e catastrofi, come il racconto su Hiroshima. Nel narrare il momento di questa catastrofe egli descrive il silenzio angoscioso dei sopravvissuti. Un silenzio assordante, come un lamento che rimaneva soffocato in gola. Un silenzio che rappresentava l’idea e l’obiettivo di pensare ad una ricostruzione del paese. In questo contesto le narrative di ricostruzione servirono a trasformare simbolicamente il significato della bomba e della distruzione. La bomba veniva commemorata non in termini di sofferenza e di perdita, ma sottolineando le trasformazioni, la rinascita e il progresso in seguito ad essa. Di conseguenza le vittime divennero vittime per la pace piuttosto che per la guerra. I sopravvissuti vennero trasformati in testimoni di un movimento internazionale per la pace. Le narrazioni contrastavano però con i sentimenti di molti sopravvissuti e dei parenti delle vittime che espressero il loro dolore di fronte a questa manipolazione politica del loro lutto. Anche in Italia come in Giappone la distruzione fu trasformata è oscurata da discorsi legati alla ricostruzione, alla modernità e al progresso. La memoria pubblica ha scelto di oscurare in questo senso le responsabilità. Il ricordo chiama in causa la guerra con la sua brutalità, con le sue tragedie dove le vittime non sono altro che Marty d’innocenti. Così recitano le lapidi del nord, ma testi simili si trovano anche al sud. Parole arcaiche che reinterpretano morti e sofferenze subite da una popolazione disarmata come sacrificio consapevole per la patria. Questo tipo di linguaggio segnala una difficoltà, quella di inserire queste storie in una cornice politica, dovendo evocare le violenze

percorrere ancora i vicoli e le centinaia di scale attraverso cui si sviluppa il paese facendo diventare così il villaggio un vero e proprio monumento nazionale creando un museo multimediale all’ingresso del paese diroccato. Una critica alla retorica della memoria è quella che è stata definita “contro-monumenti”, spazi memoriali concepiti per sfidare la loro esistenza stessa e far vedere ciò che non è stato rappresentabile né a parole né in immagini. Sono opere quindi che ricordano l’assenza. Il più significativo da questo punto di vista è e il paradigma dei contro monumenti, un’opera di un’artista tedesco e una israeliana inaugurato ad Amburgo. E una colonna di piombo alta 12 m che si abbassa fino a scomparire gradualmente. Su questa colonna furono poste firme, scritte di commemorazione ma anche insulti e frasi antisemite e rabbiose facendo divenire così il monumento uno specchio sociale che riflette i sentimenti della popolazione. Importante e anche la proposta Eisenman- Serra per costruire il grande memoriale della Shoah: 4000 pilastri diversamente posizionati di altezza variabile che formano un labirinto immerso nella città. Quest’ultimo non è né un monumento parlante che rappresenta la tragedia, né un contenitore di oggetti e immagini. Ma è un monumento che farli affiorare il ricordo dell’olocausto che può essere soltanto vissuto rendendo il passato attivo nel presente. Il memoriale di Berlino far rivivere a ciascuno di noi quei tempi, il cammino attraverso questi pilastri produce un senso di smarrimento che catapulta il visitatore in un altro tempo con il medesimo stato d’animo delle vittime e delle persone di quel tempo.

3. L’ITALIA: I CONFLITTI E LE FRATTURE DELLA MEMORIA

1. Le memorie dei reduci: partigiani, sbandati, soldati Nel volume di Contini, Memorie della guerra civile , la celebrazione della resistenza come risposta della nazione al fascismo e al nazismo ah caratterizzato le narrative della maggior parte dei paesi europei. Bermani è stato il primo storico a ricostruire con un lavoro di scavo nelle memorie dei partecipanti la guerra dei garibaldini in Valsesia, il quale ha raccolto tantissime storie di azioni militari, morti e violenze subite e inflitte, rapporti con le donne e storie riguardanti anche la morte di cui si parla in maniera molto più leggera poiché oggi si è interessati accogliere il lato emotivo dell’esperienza. La morte così appare come un fenomeno naturale: è normale ammazzare un fascista come è altrettanto normale poter essere uccisi. Diverso invece è un altro libro che concerne la storia orale sui partigiani, una storia che compare come un lungo dialogo, un incontro tra alcuni protagonisti è l’autore stesso. Si viene a creare così un gioco con il tempo e con la memoria in cui prendono forma rimorsi, paure e l’incontro con la morte. L’autore pone domande inconsuete cercando di colmare la distanza tra l’oggi e il tempo remoto per entrare nella logica di quegli anni. Ci sono in questo testo voi racconti di diversi casi accaduti, come la formazione balilla che, dopo l’uccisione di 17 partigiani, fucilò 39 fascisti già condannati a morte. C’è un altro aspetto interessante in questo lavoro ed è l’analisi del tema della scelta dell’otto settembre. I due testimoni principali avevano preso due decisioni diverse in quella data: la fuga e la diserzione da un lato e l’arruolamento tra i partigiani dall’altro. Queste due storie anche se diverse per scelta avevano però un identico segno di valore, la solitudine che accomunava le scelte di entrambi, come la stessa fatica solitaria, lo stesso periodo. Altro valore in comune risultava essere il gesto di resilienza, la ribellione che corrispondeva al vissuto di entrambi e rendeva uguali

le loro esperienze. Con questo racconto possiamo capire come da quel momento storico i percorsi si differenziarono: una parte minoritaria finì nelle bande partigiane mentre la maggioranza si nascose e fuggì per tutto il periodo dell’occupazione tedesca. Fu molto complesso intraprendere scelte per i giovani maschi che dovettero prendere in considerazione in determinate circostanze e situazioni: chi militava in gruppo vicino al proprio paese aveva la possibilità di andare e venire, rifugiarsi a casa nei momenti difficili, per chi invece era forestiero si prospettavano scelte più difficili e rischiose. Facendo un esempio di quest’ultimo caso, un soldato partito nel 1940 poteva incontrare diverse sorti, poteva finire in Africa e diventare prigioniero, poteva rimanere nella condizione di nemico. Molti di questi soldati sarebbero tornati in patria soltanto nel 1947, quando già in Italia era stata proclamata la Repubblica senza aver potuto partecipare a nessuno di quegli eventi decisivi della vita politica. I soldati italiani quindi dissero ambiguità e contraddizioni durante la guerra, erano prigionieri su tutti i fronti, non erano né veri amici né veri nemici di nessuno, sfuggivano alla divisione della guerra. Le storie raccolte negli anni 90 restituiscono la figura di uomo molto lontana da quella del combattente, dell’eroe che si sacrifica per la patria. Risulta prevalere invece la figura di un uomo avventuroso, amante del rischio e delle donne, la cui tenacia si misura non nell’arte del combattimento ma nella capacità di garantirsi sopravvivenza. Al centro di tutte le storie militari si pone poi il momento della sconfitta e della svolta, il momento in cui da soldati di un esercito Siri diventa uomini comuni. Momenti che risultano essere un turning point , un rovesciamento nella propria storia, un nodo intorno a cui si avvolge il racconto e quindi la propria vita. Dopo l’otto settembre quindi la maggioranza dei soldati scelsero di non combattere più, si combatte quasi solo se obbligati altrimenti si ritornava a casa o si sceglieva la condizione di prigioniero proprio per non combattere più. I testimoni finiti i prigionieri dei tedeschi nel centro nord non aderirono ha la Repubblica di Salò perché non volevano più combattere e perché non avrebbero voluto trovarsi nelle condizioni di lottare contro una parte dell’Italia che era già nelle mani degli alleati. I soldati catturati e deportati in Germania invece si trovarono di fronte ad una scelta: accettare di tornare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o della Repubblica di Salò oppure rimanere prigionieri. La maggior parte dei soldati scelse la prigionia, atto interpretato come opposizione di massa al fascismo. Questa opposizione in Germania assunse quindi toni eroici perché la scelta è stata interpretata come un atto antifascista. Come possiamo vedere ogni storia risulta essere diversa, ogni vicenda è poco conosciuta e frequentata dai media poiché hanno trovato pochi linguaggi e immagini con cui confrontarsi. La narrazione della prigionia in Germania ad esempio si divide in due parti, come se fosse avvenuto un corto circuito tra memorie pubbliche e memorie individuali. È la storia stessa della guerra a produrre questo corto circuito: da un lato abbiamo la cattura, la deportazione, l’arrivo nei lager che accomunano tutti, dall’altro abbiamo i racconti delle vittime che appaiono sopraffatti da quest’unica forma di persecuzione. In base a queste ultime eh la prima persona plurale il soggetto della narrazione, d’altro lato però il soggetto non diventa più solo vittima ma protagonista attivo. Le storie si fanno così individuali, i testimoni si descrivono come tanti Ulisse in giro per il mondo sofferenti ma curiosi per quella nuova esperienza.

2. Le donne e la lotta armata Dopo la Seconda Guerra Mondiale i nostri soldati sconfitti e prigionieri potevano difficilmente esse e rappresentati come guerrieri vittoriosi difensori della patria. Ancora una volta erano gli uomini in

da Eduardo De Filippo in Napoli milionaria e da Rossellini in Paisà.

4. Le stragi nazifasciste E’ necessario anche ricordare le occupazioni della guerra fascista e i metodi usati per dominare le popolazioni occupate tra il 1940 e il 1943. È stata condotta una dura campagna di bombardamenti con l’obiettivo in primo luogo di disorganizzare la vita civile, sono stati poi creati campi di detenzione per intellettuali, contadini, impiegati e monaci accusati di avere offerto aiuto ai partigiani. La condivisione della storia di questo periodo avviene in seguito con la trasmissione di diversi documentari televisivi, come la guerra sporca di Mussolini, andato in onda per la prima volta nel 2008 su history Channel essendo stato rifiutato dalla Rai. Anche sulle stragi nazifasciste computer in Italia c’è stato un primo lungo silenzio. Dopo i massacri furono condotte diverse inchieste dai carabinieri dai carabinieri e dalla magistratura nei riguardi dei militari tedeschi colpevoli di stragi contro i civili italiani. Si scelse però di insabbiare centinaia di incartamenti e documenti che attestavano tutto ciò, nascondendoli in quello che è stato definito “armadio della vergogna”. Calò così l’oblio sulla violenza nazista e sulla collaborazione degli italiani rimuovendo questo periodo della nostra storia per anni. Sono stati gli anni ‘90 a riportare alla luce queste storie. Le prime stragi di civili condotte dai soldati tedeschi avvennero in Sicilia, quando ancora erano i nostri alleati, imponendo spesso con la forza la consegna di beni materiali cui la popolazione si opponeva con ribellione e disobbedienza. Queste violenze naziste seguirono poi nel corso del tempo lenti spostamenti del fronte aggiungendo anche alle zone di operazione. Subito dopo l’otto settembre le truppe tedesche si impadronirono delle caserme e delle armi occupando palazzi di potere, saccheggiando magazzini. Si verificarono scontri con soldati italiani che rifiutavano la resa e civili che difendevano luoghi e risorse. Nella prima fase dell’occupazione al centro nord, con la formazione Della Repubblica di Salò, i protagonisti della violenza furono spesso i fascisti. Diverse esecuzioni immediate di giovani si verificarono poi In Lazio, Umbria E Toscana. Queste violenze attraversarono tutto il paese dal 1943 al 1945 operando una politica di occupazione durissima cui la popolazione rispose con una inaspettata forza ed energia, sopraggiungendo così a vere e proprie insurrezioni spontanee come quelle di Napoli e di Acerra. Erano inoltre condivise pratiche di vendetta contro popolazioni traditrici: tutti coloro che non collaboravano si trasformavano in nemici e, poiché furono pochi a collaborare e molti a disobbedire, ciò scaturì la furia dei tedeschi. Multe furono le uccisioni sparse per la resistenza di contadini, pastori e cittadini comuni. Il culmine arriva però con la lotta antipartigiana. Qui si verificarono i massacri più crudeli della guerra nazista ai civili, in Toscana e in Emilia. Carlo gentile ha definito questi massacri risultati di vere e proprie campagne di annientamento, dove i soldati tedeschi circondavano vasti territori e uccidevano tutti coloro che si trovavano nella zona compresi donne e bambini. Ricordiamo come a Monte Sole furono trucidate più di 700 persone tra cui la maggior parte erano bambini sotto i 12 anni, massacro noto con il nome di Marzabotto. I reparti tedeschi poi cominciarono la ritirata incamminandosi verso le Alpi e fu in questo contesto che maturarono le stragi degli ultimi giorni. L’occupazione tedesca aveva raggiunto livelli di estrema violenza anche ai confini orientali con le stragi di Opicina a Trieste.

5. Le memorie divise il concetto di memoria divisa e la categoria usata in Italia per definire quelle memorie divergenti, diverse nei casi delle rappresaglie naziste. In Italia questi processi di divisione della memoria si concentrano sulle diverse interpretazioni della violenza nazista in risposta all’attività partigiana ed in questa logica i partigiani venivano visti come i veri responsabili delle morti dei civili. Per giustificare il coinvolgimento della popolazione civile nella repressione e nelle violenze si davano interpretazioni specifiche della guerra per bande: i partigiani si nascondono dietro la popolazione civile facendola come scudo e d’altro canto la popolazione ha il torto di assecondare la loro azione virgola di proteggere e nascondere i combattenti e per questo diventa essa stessa responsabile. I partigiani invece vengono accusati di avere attirato i tedeschi attraverso un’azione irresponsabile in vista della liberazione. Essi sono più colpevoli agli occhi della gente perché le loro azioni sono volontarie, potrebbero fermarsi, mentre i soldati tedeschi sarebbero obbligati a combattere e a seguire le leggi della guerra. Per quanto riguarda il significato della violenza, quest’ultimo varia a seconda della parte politica, della storia soggettiva e della posizione che si occupa in quanto civili o soldati. Tutti gli autori partono dalla constatazione di un conflitto tra memoria ufficiale e memoria locale che si ripropone all’interno della comunità. La vicenda è riconosciuta e ricostruita a partire dalla testimonianza di coloro che vissero quel momento storico per arrivare a cercare le ragioni della contesa. Quindi vengono confrontate le versioni della memoria orale con la documentazione scritta. D’altro canto le persone non riescono a ragionare nell’ottica nazista di una violenza esercitata senza regole per punire in maniera generica la popolazione, preferisce invece cercare spiegazioni nella necessità e nella fatalità della guerra. Si accetta la violenza indotta da un esercito in quanto composto da soldati obbligati a combattere e ad uccidere, piuttosto che da una banda di partigiani i quali hanno scelto volontariamente di combattere mettendo a rischio la vita propria e altrui. Alla base di tutto ciò risulta esserci una sorta di accettazione della guerra come un evento naturale proprio come le catastrofi e le epidemie, un evento in cui i soldati non sono che portatori di un fato che li comanda al di sopra di loro. In questi ultimi anni sono stati riscoperti e riportati alla memoria pubblica molti episodi di violenza nazista e di resistenza da parte delle popolazioni che dissero una breve ma durissima occupazione tedesca. I motivi di questa riscoperta e condivisione sono da un lato andare a riproporre la memoria della guerra attraverso l’esperienza dei civili che accomuna l’Italia con il resto d’Europa e dall’altro proporre un’attenzione alla storiografia e alla narrazione di queste memorie. Difficile è stata ad esempio per molti anni la memoria della strage di Caiazzo dove morirono interi nuclei familiari che vivevano fuori del paese e che soffrivano proprio questa scarsa appartenenza alla comunità. A pochi chilometri di distanza, a bellona invece si verificò una rappresaglia per vendicare un soldato tedesco ucciso. Subito dopo la strage si costituì un comitato presieduto dal fratello della vittima. L’anno successivo bene eretta una stele in memoria di questa grave perdita. Questi due casi mostrano come la memoria sia differenziata e legata alle vicende e alle caratteristiche delle comunità locali. Gli esempi possono essere molteplici non solo per il Sud. Un caso significativo a tal proposito è quello di Sant’Anna di Stazzema, dove nei borghi intorno alla chiesa furono massacrati più di 500 persone tra cui donne e bambini. Al seguito di questo massacro la comunità era distrutta virgola non si poteva accettare né spiegare una violenza così forte contro delle persone deboli e innocenti tra cui neonati e bambini piccolissimi. In una prima fase il ricordo di questo massacro veniva condiviso nella sfera privata di coloro che erano sopravvissuti, in seguito invece si ebbe una condivisione a livello nazionale della narrativa di