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Riassunto "L’Italia repubblicana. Nazione e sviluppo. Nazione e crisi" F. De Felice, Dispense di Storia Contemporanea

Riassunto della parte relativa agli anni '70 della Repubblica italiana tratta dal libro "L’Italia repubblicana. Nazione e sviluppo. Nazione e crisi" di F. De Felice, usato per la parte monografica dell'esame di storia contemporanea

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 27/12/2022

AsiaRea
AsiaRea 🇮🇹

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1. Le novità degli anni '70
Società. Vi sono due dati principali che caratterizzano questo decennio. Il primo sono i numerosi
conflitti sociali che dilagano a livello mondiale. Essi scaturiscono da problematiche socio-politiche
non più reversibili, segnano la fine del consenso che aveva segnato gli anni precedenti, e l'inizio
della nuova dimensione culturale del mondo contemporaneo.
Economia. Il secondo dato è la fine della fase espansiva, che aveva diffuso un benessere senza
precedenti. La crescita economica si arresta, il sistema produttivo è subordinato a logiche politiche e
lo stato non corregge più le disfunzioni dell'economia di mercato. Sorgono per l'America economie
rivali, come quella di Germania e Giappone. Per questo, nel 1971, il presidente Nixon rinuncia agli
accordi di Bretton-Woods (1944) sulla convertibilità del dollora in oro, e passa a un'economia di
tipo protezionisfico.
Politica. È un tempo di disordine internazionale, in cui si distinguono altre problematiche comuni,
quali l'eccesso di domanda all'interno del sistema produttivo, e la crisi della democrazia dovuta alla
debolezza dei governi. Non si riescono a ridefinire i rapporti con i paesi comunisti, e crollano i
rapporti di produziozione internazionali .È infatti un periodo di forte instabilità politica, che vede
una costante scomposizione e ricomposizione dei blocchi di potere. In America vi è una crisi
istituzionale; in Inghilterra entra in crisi il rapporto tra laburisti e conservatori, in cui i primi
perdono potere e soffrono la rottura con le Trade Unions; mentre in Francia entra in crisi il ruolo di
De Gaulle. Tutti i governi danno risposte precarie alla crisi.
2. La politica "ridefinita"
Società. L'italia espresse la sua "maturità sociale" e la sua indipendenza politica ed economica alla
fine degli anni '60, attraverso l'emergere del movimento studentesco e delle lotte operaie. Le
tematiche di questi movimenti non hanno alcun precedente storico, sono il frutto dello sviluppo e
della socializzazione raggiunta durante l'epoca della Golden Age. Il movimento sociale italiano
evolve sulla stessa linea dei movimenti europei e statunitensi, e condivide con essi diversi tratti
identitari: la rapida diffusione dell'informazione, grazie ai mass media, e ancora più importante, dal
punto di vista ideologico e culturale, il contesto delle grandi democrazie occidentali e la tematica
del socialismo, da distinguere naturalmente dall'esperienza sovietica.
Politica. L'Italia è l'unico paese dell'Occidente in cui, grazie alla presenza del PCI, si stabilisce un
rapporto concreto tra i protagonisti del movimento e tra il nucleo storico d'ispirazione socialista, che
influenzerà profondamente il "maggio italiano", e che metterà in evidenza le contraddizioni e le
stesse difficoltà di collocazione dello stesso PCI. A studiare queste dinamiche è il sociologo Carlo
Donolo, il quale individua le novità ideologiche apportate dai movimenti francese e italiano: i nuovi
soggetti del conflitto sociale e i nuovi confini della politica. Nelle sue prime fasi il movimento
studentesco parte dalla tematica dell'autoritarismo e della sua critica, per poi passare a un processo
più ampio di politicizzazione della società di messa. In questo modo si abbattono i confini di una
politica fatta di organismi specifici, che isolavano e disperdevano la questione sociale. Emergono
quindi i soggetti protagonisti delle dinamiche sociali, che si manifestano in forze tecniche e
intellettuali. Si scontrano quindi una politicizzazione territoriale fondata sullo Stato e una
politicizzazione indotta dalla socializzazione e fondata sulla propria condizione produttiva: due
concezioni, due gerarchie, due linguaggi differenti.
• Economia. Dal punto di vista economico la questione sfocia in ambito internazionale. Il decennio
'60 viene definito un decennio di conflitto economico mondiale, mentre l'imprenditore italiano
Pesenti costruisce un paragone allarmante con la crisi del '29. Maturano numerose tensioni e
difficoltà internazionali, dovuti a un'inadeguatezza degli strumenti di governo dell'economia, che
Pesenti riconduce a sua volta al capitalismo monopolistico di Stato, ovvero il corrispondente del
linguaggio comunista per l'economia keynesiana. Si era in un clima di incertezza, poiché non si
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1. Le novità degli anni '

  • Società. Vi sono due dati principali che caratterizzano questo decennio. Il primo sono i numerosi conflitti sociali che dilagano a livello mondiale. Essi scaturiscono da problematiche socio-politiche non più reversibili, segnano la fine del consenso che aveva segnato gli anni precedenti, e l'inizio della nuova dimensione culturale del mondo contemporaneo.
  • Economia. Il secondo dato è la fine della fase espansiva, che aveva diffuso un benessere senza precedenti. La crescita economica si arresta, il sistema produttivo è subordinato a logiche politiche e lo stato non corregge più le disfunzioni dell'economia di mercato. Sorgono per l'America economie rivali, come quella di Germania e Giappone. Per questo, nel 1971, il presidente Nixon rinuncia agli accordi di Bretton-Woods (1944) sulla convertibilità del dollora in oro, e passa a un'economia di tipo protezionisfico.
  • Politica. È un tempo di disordine internazionale, in cui si distinguono altre problematiche comuni, quali l'eccesso di domanda all'interno del sistema produttivo, e la crisi della democrazia dovuta alla debolezza dei governi. Non si riescono a ridefinire i rapporti con i paesi comunisti, e crollano i rapporti di produziozione internazionali .È infatti un periodo di forte instabilità politica, che vede una costante scomposizione e ricomposizione dei blocchi di potere. In America vi è una crisi istituzionale; in Inghilterra entra in crisi il rapporto tra laburisti e conservatori, in cui i primi perdono potere e soffrono la rottura con le Trade Unions; mentre in Francia entra in crisi il ruolo di De Gaulle. Tutti i governi danno risposte precarie alla crisi. 2. La politica "ridefinita"
  • Società. L'italia espresse la sua "maturità sociale" e la sua indipendenza politica ed economica alla fine degli anni '60, attraverso l'emergere del movimento studentesco e delle lotte operaie. Le tematiche di questi movimenti non hanno alcun precedente storico, sono il frutto dello sviluppo e della socializzazione raggiunta durante l'epoca della Golden Age. Il movimento sociale italiano evolve sulla stessa linea dei movimenti europei e statunitensi, e condivide con essi diversi tratti identitari: la rapida diffusione dell'informazione, grazie ai mass media, e ancora più importante, dal punto di vista ideologico e culturale, il contesto delle grandi democrazie occidentali e la tematica del socialismo, da distinguere naturalmente dall'esperienza sovietica.
  • Politica. L'Italia è l'unico paese dell'Occidente in cui, grazie alla presenza del PCI, si stabilisce un rapporto concreto tra i protagonisti del movimento e tra il nucleo storico d'ispirazione socialista, che influenzerà profondamente il "maggio italiano", e che metterà in evidenza le contraddizioni e le stesse difficoltà di collocazione dello stesso PCI. A studiare queste dinamiche è il sociologo Carlo Donolo, il quale individua le novità ideologiche apportate dai movimenti francese e italiano: i nuovi soggetti del conflitto sociale e i nuovi confini della politica. Nelle sue prime fasi il movimento studentesco parte dalla tematica dell'autoritarismo e della sua critica, per poi passare a un processo più ampio di politicizzazione della società di messa. In questo modo si abbattono i confini di una politica fatta di organismi specifici, che isolavano e disperdevano la questione sociale. Emergono quindi i soggetti protagonisti delle dinamiche sociali, che si manifestano in forze tecniche e intellettuali. Si scontrano quindi una politicizzazione territoriale fondata sullo Stato e una politicizzazione indotta dalla socializzazione e fondata sulla propria condizione produttiva: due concezioni, due gerarchie, due linguaggi differenti. - Economia. Dal punto di vista economico la questione sfocia in ambito internazionale. Il decennio '60 viene definito un decennio di conflitto economico mondiale, mentre l'imprenditore italiano Pesenti costruisce un paragone allarmante con la crisi del '29. Maturano numerose tensioni e difficoltà internazionali, dovuti a un'inadeguatezza degli strumenti di governo dell'economia, che Pesenti riconduce a sua volta al capitalismo monopolistico di Stato, ovvero il corrispondente del linguaggio comunista per l'economia keynesiana. Si era in un clima di incertezza, poiché non si

sapeva se la crisi avrebbe prodotto un periodo di "anarchia capitalistica", o se, mettendo in evidenza le disfunzioni gestionali dell'economia, essa avrebbe riformulato le regole di fondo e avrebbe portato alla costituzione di un nuovo ordine. Quali furono alcuni fattori determinanti di questo periodo? Innanzitutto, il doppio ruolo del dollaro, di moneta nazionale e di equivalente per i pagamenti internazionali. Esso determinava uno strumento di forte pressione economica sugli altri paesi industriali, influiva sulle scelte di politica economica e rendeva ancora più deboli i paesi di recente industrializzazione. Nel 1971 la scelta di Nixon di rinunciarvi rese ben chiari i termini del conflitto mondiale. Ci si può poi richiamare al modello Pavitt per spiegare come un altro fattore di crisi fosse l'emergere delle nuove economie concorrenti di Germania e Giappone, che passarono dal II al I gruppo di classificazione. (Nota. Tassonomia di Pavitt: dal significato dello stesso termine "tassonomia", quella di Pavitt è una classificazione gerarchica delle imprese industriali, sulla base delle fonti e della natura delle opportunità tecnologiche, delle innovazioni, dell'intensità della ricerca e dello sviluppo e della tipologia delle conoscenze). Nesso tra la crisi mondiale e la modificazione del rapporto tra masse e politica:

  1. La stessa modificazione del rapporto indicava un processo di trasformazione di fondo, e proprio esso sarebbe stato l'elemento determinante.
  2. Rottura del "compromesso sociale" o "compromesso del liberismo limitato", su cui si era fondata l'espansione del ventennio precedente. Ciò significa che precedentemente era stato privilegiato l'intervento dello Stato nell'economia (Keynes) e la sua intraprendenza nazionale in termini di politica economica. Adesso viene meno il rapporto di fondo fra Stato ed economia, la quale non risulta più gestibile dal primo. Questo è dovuto sopratutto all'eccessivo intensificarsi dei rapporti internazionali e al contemporaneo declino della potenza egemone. I paesi europei mostrano minore disponibilità ad accettare la politica economica statunitense, con la quale il paese si sottraeva a agli stessi vincoli da esso imposti, e tendono a costituire un tipo di economia alternativa, ovvero collettiva.
  3. Il risultato finale dei due punti precedenti è allora la centralità del discorso sulle finalità delle società industriali e sulla gerarchia dei valori socialmente accettabili. Viene allora problematizzato il rapporto fra democrazia e mercato. I rapporti tra masse e politica dipendono quindi direttamente dalla capacità dello Stato di elaborare una risposta alla crisi. 3 - 4. Crisi mondiale e crisi italiana Economia. La specializzazione produttiva dell'Italia durante la fase di crescita fu l'industria dei beni di consumo durevoli a basso contenuto tecnologico. Questo fu un primo elemento di crisi. In primo luogo, allontanava l'Italia dagli altri paesi, i quali lavoravano maggiormente sull'innovazione tecnologica come strumento di difesa e sull'ampliamento dei rapporti di produzione internazionale; in secondo luogo portava il paese a subire la concorrenza dei paesi asiatici di recente industrializzazione. Dopo la prima ondata di scontri sociali, negli anni '70 fu avviata una rinnovata politica economica deflattiva, i cui tratti principali erano:
  4. Aumento della produzione
  5. Incremento delle esportazioni
  6. Crollo degli investimenti
  7. Stagnazione dell'occupazione Si costituiva così il paradosso di un paese fortemente attivo nelle esportazioni estere di merci, capitali e persone, pur con una bilancia tecnologica in passivo (relativa agli scambi internazionali monetari, aka bilancia dei pagamenti). Vi era comunque una sottoutilizzazione della capacità produttiva e si eludevano le soluzioni alle reali necessità civili. A causa delle lotte sociali, lo Stato è anche impossibilitato a comprimere i salari e ad aumentare i prezzi (per supplire ai costi produttivi) per attenuare le conseguenze della crisi; ne viene messa in discussione la stessa gerarchia aziendale.

Una conseguenza diretta di questo sistema amministrativo sarà la disillusione del movimento operaio, che accortosi dell'impossibilità di raggiungere i risultati sperati sfocerà in una migrazione di massa, che introdurrà problematiche culturali inedite.

  1. Le forze politiche e il referendum sul divorzio - Politica. Il contesto politico in cui si avvia il movimento operaio è quello del centro-sinistra, sempre più estenuato e svuotato di capacità effettiva di governo. Le elezioni del '68 danno la maggioranza al PCI, ma ad avere un ruolo determinante nella bilancia politica saranno le stesse lotte operaie, che rende evidente l'esaurimento delle forze di centro-sinistra e che avvia un lungo periodo di precarietà governativa. Dopo le elezioni del '68 il partito democristiano governatore da Leone è sostituito da un governo di centrosinistra governato da Rumor. È proprio la DC ad essere investita maggiormente dai disordini sociale, e perde la sua capacità di mediazione politica. La risposta democristiana al movimento è operaio è uno spostamento interno verso destra e verso il pensiero fanfaniano, che isolerà Moro e le sinistre. In questo contesto di divisione nascono, da parte di Moro, il pensiero e la necessità di una politica ridefinita, nella quale la DC debba farsi "alternativa a sé stessa", per affrancarsi dai processi storici in atto e recuperare una tradizione politica e culturale con la quale comprendere il nuovo panorama sociale. Solo così, secondo moro, si potrà affrontare la crisi. Il primo fattore più lampante di uno spostamento verso destra è l'adozione da parte della DC di una politica di "reversibilità delle alleanze", che con il governo Andreotti e Malagodi porta all'abbandono della forma di centro sinistra. Leone viene eletto presidente della Repubblica, con l'appoggio determinante del Movimento Sociale Italiano. Cominciano a insinuarsi la "strategia della tensione" e le sempre più estese forme di militarizzazione politica nate dai movimenti sessantottini. - Referendum. All'interno di questo quadro di scelte politiche viene a delinearsi il caso del referendum abrogativo dell'istituto del divorzio, introdotto solo pochi anni prima. È proprio questo elemento ad assegnare al biennio 73-74 un carattere priodizzante. La questione del referendum viene trasformata in una più grande battaglia politica, nella quale la DC, all'inizio del '74, decide di contrastare le forze avversarie di sinistra invece che cercare un possibile accordo. Dietro l'appoggio della DC al referendum abrogativo sul divorzio non vi è un semplice rilancio dell'anticomunismo, bensì la questione viene ad assumere motivazioni più profondamente radicate nella mentalità della classe media. Vi è un vasto tema critico della modernità come corrimpento dei valori passati. Il divorzio acquista quindi un significato simbolico, che dopo aver turbato la società, reso difficile il lavoro e provocato l'inflazione, investe anche la dimensione famigliare e dei valori comunitari. Si lancia un appello agli strati più profondi e arretrati del paese, cercando di rilanciare un modello militarizzato di nazionalizzazione; si cerca di ricostruire un blocco sociale attraverso una sorta di populismo integralista, ricomponendo la scelta tra manovre di politica economica e forze sociali in movimento. È uno scontro che provoca una guerra civile ideologica, attraverso la quale gli apparati statali cercano di manovrare i mezzi d'informazione e il pronunciamento plebiscitario. La sconfitta della proposta abrogativa della DC porterà al declino stesso del partito, con un conseguente riemergere delle forze politiche di sinistra. Il fallimento del modello militarizzato riporterà alla luce due questioni, di cui la prima già affrontata: come far pesare quella scelta civile sulla gestione della crisi e sul ricollocamento internazionale del paese? La seconda questione è quella della riforma dei partiti, della loro rappresentanza e della loro sovranità. La battaglia referendaria conferì nuova forza al PCI, quello stesso partito che da 30 anni si era opposto al modello militarizzato. L'istituto del referendum sarà utilizzato più volte nel corso di questi anni e determinerà lo spostamento delle scelte e delle opinioni politiche in un clima socio-politico aggravato dallo stesso disordine che esso provocava. Si apre adesso il contrasto tra "paese leale" e "paese legale". Si tratta di uno scontro culturale, che partendo dalla critica della gestione politica democristiana, si estende a tutto il resto della dimensione politica, analizzando i caratteri di massa dei partiti costruitisi dopo il fascismo. Viene a

spezzarsi lo stesso filo rosso dell'anti fascismo che omologava la prima scena politica del dopoguerra, e adesso si analizzano le dinamiche politiche da una visione più esterna e meccanica. L'affermazione delle forze radicali e laico-socialiste segna il maggior grado di divaricazione con la cultura cattolica e, per un certo periodo, con quella comunista.

**6. La crisi della DC e la proposta di Moro

  • Politica.** In vista della crisi politica, economica e sociale di quegli anni, nel 1974 Moro vara un governo tra DC e Partito Repubblicano (Moro presidente del consiglio e La Malfa vice presidente). Il suo governo "bicolore" era anche una risposta al compromesso storico di Berlinguer, dibattuto già da un anno. Moro fu l'unico all'interno della DC ad accogliere la proposta, ma non l'accetterà mai del tutto, ribadendo, con questa mossa politica, la diversità e l'alternatività dei due partiti. Moro vorrebbe inoltre consolidare un ponte verso un'esperienza di centrosinistra, mirante a rilanciare i principali aspetti riformatori di quest'ultimo. Si vuole inoltre rovesciare la linea delle reversibilità delle alleanze e far riemergere la convenzione di una democrazia protetta, senza opposti estremisti. L'ipotesi su cui si lavora è quella del "medio periodo": conquistare il tempo e lo spazio necessario perché i processi di distensione maturino e si consolidino. L'obbiettivo era mantenere aperta quella dialettica con le forze delle "società orizzontale" che si erano affermate col referendum. Nel 1975, poi, le elezioni regionali segnano un'ulteriore sconfitta della DC, indebolendo La Malfa e mutando le dinamiche di geografia politica. Nell'autunno 1975 il Consiglio Nazionale si conclude con la rimozione di Fanfani dalla segreteria del partito e la sua sostituzione con Zaccagnini. I socialisti escono dalla maggioranza e il governo bicolore di Moro rimane in piedi, non avendo ancora raggiunto gli obbiettivi prefissati. Nel 1976 un nuovo Congresso riconferma Zaccagnini segretario e nomina Moro presidente del partito. Ancora una volta la proposta governativa di Moro va aldilà delle reali possibilità governative, e la DC le subisce senza accettarle. Moro era ben consapevole di questi limiti, ma premeva sulla sua coscienza politica la necessità di un'autorità democratica riconosciuta. Rivendica inoltre il ruolo educativo-formativo dell'azione politica e di responsabilità collettiva che spetta al governo. La particolarità del caso italiano stava però nell'incapacità di ricostruire l'autorità che avrebbe dovuto unificare le masse. In sintesi, l'innovazione della proposta di Moro nel decennio 68-78 sta in tre elementi.
  1. La ricchezza della sua riflessione sul nuovo e sui processi aperti nella moderna società industriale.
  2. La sua concezione e la sua rappresentazione di una democrazia più ricca, più intensa e più articolata delle forme storicamente sperimentate, e il contesto del centrosinistra come ambito nel quale introdurla.
  3. La convenzione di "paese" e "potere" che prevalgono nella sua iniziativa politica: sensibilità intellettuale, apertura ai processi, alle domande e ai valori, e la consapevolezza che i mutamenti in corso sono ancora nelle mani delle istituzioni politiche esistenti.
  4. Derivante dalla convenzione di paese e potere sarà anche la sua singolare attenzione per il PCI, il quale più di ogni partito impersonava questo dualismo: paese, perché esso era la via di rappresentanza del movimento sociale, potere, perché esso deteneva la maggioranza in quanto forza politica consolidata. Ma, paradossalmente, anche per il PCI la convenzione di paese e potere non possono incontrarsi e applicarsi se non attraverso la mediazione della DC. - Politica estera. Tornava con Moro il problema centrale del ruolo del mercato a livello internazionale. Le linee che Moro persegue in quanto statista si rifanno a un'attenta analisi della fase di crisi, e alla ferma consapevolezza che al processo di distensione economica mondiale è ben connessa anche la possibilità di far compiere un passo in avanti all'Italia. Moro affermava che una giusta e lungimirante politica estera fosse la componente essenziale della stessa politica interna di sviluppo. Le scelte principali politiche compiute da Moro in ambito estero furono:
  5. Distensione e cooperazione con Est, Ovest e le realtà emerse dalla colonizzazione.

abbandonare la politica di atlantismo per rendere più autonomo il contesto europeo e italiano. Nel settembre del 1973, sul quotidiano Rinascita, Berlinguer avanza la proposta del compromesso storico. Si tratta di una proposta coscienze degli elementi nazionali e internazionale e che vuole risolversi in una risposta positiva alla crisi italiana. Il compromesso storico non era altro che una riproposizione dell'alternativa democratica: l'incontro tra le grandi forze popolari e di massa del paese era la sola garanzia per la trasformazione. Il compromesso storico viene però investito da critiche e da letture in chiavi differenti e viene ricondotto a un'intenzione strategica. In realtà la formula del compromesso storico è esplicita in maniera alquanto vaga dallo stesso Berlinguer, il quale darà molteplici interpretazioni e risponderà di volta in volta alle critiche. Il compromesso storico contiene in sé comunque una grande novità: nata come proposta difensiva, viene piegato a interpretare, sistemare e dirigere un forte sonoramente a sinistra del paese. Allora la crisi cambierà diffinizione, da opportunità e potenzialità, diverrà un'emergenza da contrastare rigidamente. I dati essenziali che sostenevano il compromesso storico:

  1. Gravità della crisi italiana.
  2. Consapevolezza dell'appartenenza del passe a un'area politica, economica e militare da cui non poteva prescindere.
  3. Durezza dello scontro internazionale.
  4. Ampliare il consenso alle trasformazioni e impedire la spaccatura del paese.
  5. Ruolo dei ceti medi come forza di trasformazione anti-monopolistica Un'altra novità stava nella relazione con la DC, che orientava in modo diretto le sue scelte politiche e l'esito dello scontro interno. Nella forma, il compromesso è una richiesta alla DC di lealtà nazionale; nella sostanza, è una richiesta di legittimazione, in quanto componente democratica e antifascista vincitrice dello scontro interno. In sintesi, il compromesso storico continuava ad avere come punto di riferimento il modello militarizzato, cercandone al suo stesso interno gli elementi di neutralizzazione. Per Berlinguer, affinché l'Italia potesse uscire dalla crisi, era indispensabile un nuovo ordine economico e sociale superiore al precedente. La stessa crisi petrolifera del '73 viene vista come un'occasione per introdurre un nuovo modello di sviluppo e un nuovo corso economico. - Società. All'indomani del referendum Berlinguer analizzava e criticava le prospettive sociali venutasi a creare. Notava con negatività le spinte contraddittorie del neocapitalismo: la ricerca individuale del proprio benessere, la preferenza per impieghi che comportino minori responsabilità, conformismo ideologico e deperimento morale. Negli stessi anni 70 anche Pasolini delinea una critica sociale, quella che identifica le trasformazioni in atto nel paese con un processo di omologazione, accompagnata però da un individualismo cieco e arrogante. Identifica questa omologazione con l'esaurimento dell'antifascismo e l'emergere di quei fenomeni che definisce, al contrario, fascisti, suscitando grande scalpore. Queste sono le categorie pasoliniane, che in ogni caso non compongono fenomeni storicamente determinanti, poiché facilmente sostituibili dai termini "bene" e "male". Tra il 1975 e il 1978 un'inchiesta italiana condotta tra gli operai della Fiat dava importanti dati sull'evolversi della coscienza operaia. Si ricoscontrava una crescente delusione per gli esiti delle lotte, un sentimento di impotenza e di estraneità rispetto alle trasformazioni produttive e alla vita politica, percepita sempre più distante, oggetto di pochi esperti e non più portavoce di questioni quotidiane. Ma l'inchiesta presentava anche aspetti positivi, quali il diffondersi di una cultura operaia omogenea, fonte di orgoglio e coesione. In definitiva si può dire che negli anni '70 il PCI si avvicina a un governo di un paese industriale colmo di novità dirompenti e al tempo stesso di novità antiche non sciolte. **8. La solidarietà nazionale e il delitto Moro: la fine del dopoguerra
  • Politica.** Le elezioni del 1976 creano una nuova situazione politica: registrano una spinta a sinistra, portando il PCI a trionfare, ma al tempo stesso segnano un forte recupero della DC. È la prima volta che si riesce a raggiungere un minimo livello di compromesso, mediante l'appoggio

esterno assicurato dal PCI al governo monocolore di Solidarietà Nazionale costituito da Andreotti (Governo Andreotti III). Ciononostante, durante il governo di SN il PCI non raggiunse gli obbiettivi proposti e logorò i suoi rapporti col paese. Nel 1979 invece la DC scende, e a recuperare vantaggio è il PSI. Questi rapidi spostamenti stanno a indicare che l'Italia era un paese ancora segnato da una forte instabilità politica. La flessione elettorale indica comunque un declino che segnerà tutto il prossimo decennio. Ma da cosa era carretterizzato il governo di solidarietà nazionale?

  1. L'esperienza del triennio 76-79 non era solo parte integrante dello scontro da anni aperto nel paese, ma ne era il prolungamento, direttamente derivante dall'esaurimento della centralità della DC.
  2. Si poneva come obbiettivo il recupero del "primato della politica" e, di conseguenza, la priorità di trovare una soluzione alla crisi, subordinando i problemi della società civile a quelli della ricostruzione economica.
  3. La segmentazione della crisi in una serie di questioni specifiche e particolari. Questo avrebbe dovuto impedire che la risoluzione della crisi si trasformasse in un'ulteriore crisi organica di sistema.
  4. Il governo non aveva un carattere di rottura, ma di continuità con i governi precedenti.
  5. Il criterio di "indifferenza" e di "non ostilità", che sono la traduzione operativa di questo modello politico. - Economia. Il settore prioritario dell'intervento era la politica economica. Il campo d'azione appariva ancora piu vasto e profondo rispetto ai governi precedenti, perciò si poteva ipotizzare un'azione rapida ed efficace. Gli obbiettivi erano:
  6. Reggere al meglio la guerra economica internazionale.
  7. Coordinare polifiche economiche di medio-lungo periodo.
  8. L'adesione dello Stato al sistema monetario europeo nel 1979, che ribadisce l'opinione a favore dell'integrazione europea. - Sequestro Moro. Il nodo con cui la nuova maggioranza dovrà confrontarsi ancor prima di diventare operativa sarà il rapimento Moro. Si crede che l'obiettivo delle BR fosse quello di interrompere la solidarietà nazionale. Questo però è un giudizio riduttivo, che tende a ricondurre l'accaduto pienamente all'emergenza terroristica, uno dei fattori principali per cui era stato proposto lo stesso compromesso. L'obbiettivo non era tanto interrompere la convergenza tra partiti, quanto più impedirne l'esistenza alla base, intervenuto quindi in modo diretto sui protagonisti politici e approfondirne la crisi latente. L'affare Moro segna il declino della DC e del PCI, incide su tutta la futura vicenda politica italiana e aggravare i contrasti tra gruppi dirigenti. Era l'esaurimento di un'intera fase politica. Con la fine dell'esperienza politica di solidarietà nazionale si ottiene molto di piu del tradizionale ampliamento del ceto politico: viene colpita la credibilità della strategia comunista, il collante del blocco sociale che aveva la possibilità di trasformare il paese. L'Italia si vede privata di uno dei suoi fattori di centralità politica e sociale. Dopo il 1979 il quadro di riferimento politico muta completamente e si trasforma il modo stesso di proporsi ed operare delle forze politiche. Si chiude così il lungo dopoguerra italiano.