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riassunto libro iuso, Schemi e mappe concettuali di Antropologia Sociale

riassunto libro iuso esame antropologia sociale

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 05/07/2024

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Essesse 🇮🇹

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COSTRUIRE IL PATRIMONIO CULTURALE - IUSO
CAPITOLO UNO: IL VENTO E GLI ASFODELI. FEDERICO II E L’USO SOCIALE DELLA STORIA A
TORREMAGGIORE
C’è grande fermento al castello, frotte di ragazzi arrivano, è agosto e fa molto caldo, si dà inizio alla
vestizione: calzamaglie, lunghi abiti di cotone o velluto prendono il posto delle t-shirts.
L’atmosfera si tinge di toni festaioli, nell’aria qualche squillo di tromba, rullio di tamburo e cavalli
trepidanti. Ci si mette in fila secondo le disposizioni dell’organizzatore, fin oltre il tramonto
bisognerà incedere lenti e maestosi per le strade di un paese assolato e semideserto, le cui strade
si popoleranno piano piano, man mano che il corteo procederà, fino ad aggregare gente la sera, al
momento dei giochi equestri e della sfida tra le contrade.
Siamo in puglia, precisamente a Torremaggiore (provincia di Foggia): questo corteggio storico è il
precipitato di un fenomeno molto complesso in cui una cittadina muta il suo rapporto con la storia,
vede emergere nuovi attori sociali mediatori di cultura, riconquista luoghi condensatori di memoria
ecc ( uso sociale della storia). Tale espressione trova origine nell’ “uso pubblico della storia”
termine utilizzato da Habermas indicante i fenomeni in cui la storia è rappresentata e messa in
scena attraverso altri media (es. arte, letteratura, monumenti) per un pubblico più vasto.
Qui, I cittadini diventano attori di un coinvolgimento che può portare a una variazione della propria
coscienza storica (Gallerano)
1.1 CORTEO STORICO DI FEDERICO II E DI FIORENTINO
Nel 2012 questo corteo è arrivato alla sua 28esima edizione ed è piuttosto imponente. Abbiamo
oltre duecento figuranti, accompagnati da arcieri, musici e sbandieratori. Le figure che sfilano per
le vie di Torremaggiore impersonano Federico II di Svevia, i reggenti e il popolo di Fiorentino -
cittadella medievale in cui lo stupor mundi è morto- e diversi rappresentanti delle quattro contrade
di TM (Santa Maria dell’Arco, Torrevecchia, Codacchio, San Nicola e Santa Maria della Strada) tutte
frutto di una creazione degli ideatori del corteo. I loro nomi sono presi da toponimi che
precedevano la fondazione dell’agglomerato urbano. Il corteo prende avvio dal castello ducale
della cittadina, arriva al corso principale e prosegue verso la pineta, fino allo stadio municipale.
Fino a pochi anni fa esso si concludeva lì, con il Palio delle Contrade, i giochi equestri, tiro alla fune,
tiro con l’arco e la proclamazione della contrada vincitrice. Ma dal 2008 è stato introdotto, come
evento di chiusura, e per rievocare la distruzione della città di Fiorentino, un “incendio del castello”
per il quale sono state spostate sul Piazzale de Sangro, antistante il castello, le varie competizioni e
la proclamazione della contrada vincitrice.
L’assetto del corteo è binario e si basa su due elementi: Federico II e Fiorentino, anche la sua
doppia titolazione Corteo storico di Federico II e Fiorentino consente l’articolazione di due regimi
dell’evocazione e della rievocazione: regimi discorsivi grazie ai quali senza un’eccessiva sfida alla
veridicità storica, si può realizzare a TM un corteo dedicato ad un personaggio che forse lì mai ci fu,
ma che nel suo territorio è transitato, trovando la morte.
Alla base di questo corteo vi è dunque un preciso evento storico, che legò Federico II a Fiorentino:
egli amava la Puglia (specialmente zona de La Capitanata). Nel 1250 è a Foggia e si dedica a
numerose battute di caccia, durante una di queste è colto però da un malore: la dissenteria di cui
soffriva si trasforma in infiammazione intestinale con febbre ed è costretto a rifugiarsi in una
domus che si era fatto costruire, proprio a Fiorentino. Lì le sue condizioni non migliorano e,
accorrono al suo capezzale importanti figure della sua corte. Morirà tra le braccia di suo figlio
Manfredi, dopo aver dettato il suo testamento. (sul suo conto erano state fatte previsioni secondo
le quali sarebbe morto sub florem)
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COSTRUIRE IL PATRIMONIO CULTURALE - IUSO

CAPITOLO UNO: IL VENTO E GLI ASFODELI. FEDERICO II E L’USO SOCIALE DELLA STORIA A

TORREMAGGIORE

C’è grande fermento al castello, frotte di ragazzi arrivano, è agosto e fa molto caldo, si dà inizio alla vestizione: calzamaglie, lunghi abiti di cotone o velluto prendono il posto delle t-shirts. L’atmosfera si tinge di toni festaioli, nell’aria qualche squillo di tromba, rullio di tamburo e cavalli trepidanti. Ci si mette in fila secondo le disposizioni dell’organizzatore, fin oltre il tramonto bisognerà incedere lenti e maestosi per le strade di un paese assolato e semideserto, le cui strade si popoleranno piano piano, man mano che il corteo procederà, fino ad aggregare gente la sera, al momento dei giochi equestri e della sfida tra le contrade. Siamo in puglia, precisamente a Torremaggiore (provincia di Foggia): questo corteggio storico è il precipitato di un fenomeno molto complesso in cui una cittadina muta il suo rapporto con la storia, vede emergere nuovi attori sociali mediatori di cultura, riconquista luoghi condensatori di memoria ecc ( uso sociale della storia). Tale espressione trova origine nell’ “uso pubblico della storia” termine utilizzato da Habermas indicante i fenomeni in cui la storia è rappresentata e messa in scena attraverso altri media (es. arte, letteratura, monumenti) per un pubblico più vasto. Qui, I cittadini diventano attori di un coinvolgimento che può portare a una variazione della propria coscienza storica (Gallerano) 1.1 CORTEO STORICO DI FEDERICO II E DI FIORENTINO Nel 2012 questo corteo è arrivato alla sua 28esima edizione ed è piuttosto imponente. Abbiamo oltre duecento figuranti, accompagnati da arcieri, musici e sbandieratori. Le figure che sfilano per le vie di Torremaggiore impersonano Federico II di Svevia, i reggenti e il popolo di Fiorentino - cittadella medievale in cui lo stupor mundi è morto- e diversi rappresentanti delle quattro contrade di TM (Santa Maria dell’Arco, Torrevecchia, Codacchio, San Nicola e Santa Maria della Strada) tutte frutto di una creazione degli ideatori del corteo. I loro nomi sono presi da toponimi che precedevano la fondazione dell’agglomerato urbano. Il corteo prende avvio dal castello ducale della cittadina, arriva al corso principale e prosegue verso la pineta, fino allo stadio municipale. Fino a pochi anni fa esso si concludeva lì, con il Palio delle Contrade, i giochi equestri, tiro alla fune, tiro con l’arco e la proclamazione della contrada vincitrice. Ma dal 2008 è stato introdotto, come evento di chiusura, e per rievocare la distruzione della città di Fiorentino, un “incendio del castello” per il quale sono state spostate sul Piazzale de Sangro, antistante il castello, le varie competizioni e la proclamazione della contrada vincitrice. L’assetto del corteo è binario e si basa su due elementi: Federico II e Fiorentino, anche la sua doppia titolazione Corteo storico di Federico II e Fiorentino consente l’articolazione di due regimi dell’evocazione e della rievocazione : regimi discorsivi grazie ai quali senza un’eccessiva sfida alla veridicità storica, si può realizzare a TM un corteo dedicato ad un personaggio che forse lì mai ci fu, ma che nel suo territorio è transitato, trovando la morte. Alla base di questo corteo vi è dunque un preciso evento storico, che legò Federico II a Fiorentino: egli amava la Puglia (specialmente zona de La Capitanata). Nel 1250 è a Foggia e si dedica a numerose battute di caccia, durante una di queste è colto però da un malore: la dissenteria di cui soffriva si trasforma in infiammazione intestinale con febbre ed è costretto a rifugiarsi in una domus che si era fatto costruire, proprio a Fiorentino. Lì le sue condizioni non migliorano e, accorrono al suo capezzale importanti figure della sua corte. Morirà tra le braccia di suo figlio Manfredi, dopo aver dettato il suo testamento. (sul suo conto erano state fatte previsioni secondo le quali sarebbe morto sub florem )

Nel 1255, le truppe papali di Alessandro IV attaccano Fiorentino, distruggendola in buona parte e i sopravvissuti cercano rifugio presso l’abbazia benedettina di Terre Maioris , dove l’abate feudatario Leone li accoglie, ricevendo in dono l’effige del santo di Mira. Il corteo storico vediamo che non narra la morte di Federico II, bensì l’arrivo dei profughi a Torremaggiore, che nel discorso degli organizzatori è considerata la continuazione demica di Fiorentino. Questa è dunque la prima parte del corteo (rievocazione storica). La seconda parte invece l’evocazione di un dì di festa alla corte di Federico II. (ricordo e celebrazione di un personaggio storico che ha fatto ai fiorentinesi e torremaggioresi l’onore di morire sulla propria terra. Nella sua struttura più complessa, acquisita nel 1994, il corteo snoda le due parti, delineando un’articolata organizzazione logica e temporale. (messa del palio, visita guidata a Fiorentino, piccolo corteo in ricordo dell’arrivo dei profughi e gran corteo storico) Qui, l’evento corteo si fissa nella memoria e nella storia del paese come tradizione a sé stante, assumendo i contorni di una “memoria culturale”, così come di patrimonio. 1.2 SCAVARE NEL PASSATO Agli inizi degli anni Ottanta a Fiorentino c’era solo il vento e gli asfodeli. Una collinetta, uno sperone esposto ai venti, ripido e disseminato di fiori sul quale si trovava in cima una torre medievale in cattivo stato. Ai piedi della collinetta vi era un’anonima masseria abitata da una famiglia di mezzadri. Nessuno avrebbe mai pensato che da questo luogo silenzioso e isolato sarebbe partita una dinamica culturale capace di sovvertire l’ordine del discorso storico locale. Un luogo che viene istituito come parco archeologico nel 2007. Le trasformazioni hanno inizio nel 1982, quando un progetto di ricerca sulle cittadelle fortificate di Capitanata porta a TM una squadra di archeologi professionisti. Settembre era il “mese degli archeologi”, questo mese avrebbe poi ospitato le primissime edizioni del corteo storico, diventando il “mese federiciano”. Dopo varie peripezie burocratiche e di rivalità con la città di Lucera, TM ha continuato a cercare partners e fondi per l’attivazione del parco archeologico e l’ampliamento del relativo museo. Con gli scavi eseguiti da un gruppo di giovani volontari del luogo, poi, cambia il rapporto con il tempo, con un tempo passato pieno di storia. È proprio questo il compito dell’archeologia, trasformare la tradizione in storia. 1.3 NUOVI PROTAGONISTI, NUOVI MEDIA, NUOVA STORIA L’esperienza della collaborazione con tali archeologi è stata per i ragazzi esaltante e rivelatrice. All’inizio, pochi erano considerati i personaggi di rilievo che in questa cittadina avevano avuto i loro natali: Luigi Rossi (musicista barocco), Nicola Sacco (compagno di Bartolomeo Vanzetti, celeberrima vittima di un’ingiusta condanna della legge statunitense). Nessuno dei due personaggi tuttavia rappresentava un’identità cittadina. C’erano poche famiglie, per lo più possidenti di grandi appezzamenti di terreno, proprietari di case maestose. I ragazzi che in questi primi anni Ottanta maneggiano i resti provenienti da <fiorentino hanno imparato la storia del paese a scuola, ricordandosi principalmente di due eventi (il terremoto del 1627 e nel 1255 ospitalità dei profughi) Di questo passato remoto rimaneva solamente un piccolo rione a ridosso del castello “Il Codacchio”, che aveva ospitato la prima chiesa di TM. Era un quartiere degradato, abitato da famiglie rom e immigrati. Il castello stesso era trascurato e non testimonia un grande passato. La cittadina aveva due pubblicazioni di riferimento : Emanuele Jacovelli e Don Tommaso Leccisotti. Piano piano diventa un autore letto dai giovani del paese, che incominciano ad inquadrare meglio la storia di tale cittadina. Il gruppo di giovani torremaggioresi legge, si informa e nell 1987 si costituisce in associazione con il nome di Centro attività culturali don Tommaso Luccisotti.

Questa “nuova storia” permea le generazioni attraverso una serie di attività e di pratiche ne nebulizzano, ovvero diffondono in maniera quasi impalpabile l’evento corteo e il nuovo patrimonio che esso rappresenta. Negli ultimi anni Ciro Panzone, ideatore del corteo, sta riscrivendo la storia di TM, dedicando un intero volume a Federico II, per illustrare il personaggio e la natura dei suoi rapporti col territorio. Il testo possiede tre caratteristiche specifiche:

  • Non parte dalla fondazione del paese ma dalla storia della località
  • È ricchissimo di illustrazioni, che occupano tanto spazio quanto la scrittura
  • Parallelamente alla storia del paese, descrive la storia del regno, poi della nazione di cui è stato parte. CAPITOLO DUE: MIO FEUDO ADDIO, IL RISCATTO DI ALBEROBELLO Cos’erano i trulli prima di divenire abitazioni? nel momento in cui ci interroghiamo su di essi, i trulli si perdono e ci fanno perdere. Secondo de Simone, i Truddhi sono abitazioni contadinesche fatti di pietre irregolari che, poste l’una accanto all’altra, sorgono digradando verso la cima [...] Essi, appaiono in documenti scritti solo a partire dal 18esimo secolo, quando due eruditi viaggiatori percorrono le inospitali strade della Puglia. Risultano strani nell’aspetto, e vengono presentati come misteriose costruzioni preistoriche. Secondo Berteaux, il trullo è la casa tipica di una civiltà anteriore ai Greci e ai Romani, che prosperava nel bacino del mediterraneo in epoca preistorica ma anche una costruzione che, per il suo alto grado di adattabilità e potenzialità di rifunzionalizzazione, trascende le epoche, sopravvivendo e perpetuandosi in quanto autoctona La datazione di queste costruzioni è pressoché impossibile e definisce Alberobello come la “città dei trulli”, la “capitale del trulli”. 2.1 INTERLUDIO Qui (19'000 abitanti), solo un numero ristretto di persone vive nei trulli, destinati prevalentemente al mercato turistico o trasformati in negozi e musei. Da quasi un secolo i trulli sono stati classificati monumento nazionale. Migliaia di turisti visitano la città ogni anno, diventando una vera e propria attrazione turistica. Ma come si è arrivati a questo? (Alberobello è stata riconosciuta come patrimonio dell’umanità a partire dal 1996). Gran parte degli abitanti non vive più nei trulli, essendo poco pratici per risiedervi. Buona parte del loro fenomeno e la loro attuale valorizzazione sono fondate su una ricca letteratura perfettamente integrata dal discorso locale. Vi sono più di duecento testi che riflettono su tale paese, la dimensione narrativa sicuramente non può essere trascurata. 2.2 UNA FAVOLA STORICA PER UN PAESE DA FIABA Ruppi individua tre elementi cruciali nella storiografia di Alberobello:
  • La forza della tradizione degli storici locali
  • Importanza della storia orale come risorsa della storia scritta
  • Predominanza della logica narrativa nei racconti storici La cittadina annovera un gruppo consistente di storici: Lippolis, Morea, Martellotta e Contento sono coloro che, dopo aver pubblicato numerosi articoli, sono arrivati a scrivere un libro o più. Tutti veneravano un antenato comune, Pietro Gioia, originario del comune al quale la città dei trulli è per lungo tempo appartenuta, cioè Noci. Egli fu l’unico che, dal 1839, iniziò a far luce sulle origini di Alberobello. All’epoca Alberobello era un feudo, un avamposto e appendice di Noci dominata da un conte scaltro e spietato, Gian Girolamo II d’Aragona, conte di Conversano.

All’inizio del XVI secolo, la foresta di Noci fu occupata dal Conte, che intendeva disboscarla per coltivarne il terreno. A questo scopo fece erigere delle Caselle (termine locale utilizzato per designare i trulli). Il piccolo agglomerato si ingrandì velocemente, trasformandosi ben presto in un vero e proprio villaggio. Per gli abitanti però la situazione era critica, non possedevano nulla, pagavano per alcuni servizi essenziali e non avevano alcun diritto civico. Il XVII secolo è il periodo di riferimento per gli storici locali, i loro resoconti favolosi terminano nell’evento decisivo e inatteso del maggio 1797: in primavera, il re Ferdinando IV di Borbone, in occasione delle nozze di suo figlio Francesco, si reca in Puglia, percorrendola in ogni suo angolo. Sette uomini abitanti della cittadina, stanchi delle loro condizioni, denunciano il loro caso al re, che li riceve personalmente. Qualche settimana più tardi, Alberobello diviene, per decreto regio, città autonoma. Successivamente s ciò, fu costruita la prima casa a un piano, utilizzando la malta. E’ la Casa d’Amore, tutt’ora visibile e visitabile, che segna la fine dell’interdetto. Queste nuove abitazioni diventarono l’emblema della libertà, cambiare casa significava entrare nel mondo della modernità. Il 27 maggio 1797 inizia così la storia di Alberobello, polo della modernità. 2.3 DAL TUGURIO AL MONUMENTO, DALMONUMENTO AL SITO In questa corsa verso la modernità, le autorità di Alberobello contribuirono all’abbandono dei trulli, promulgando nel 1844 il primo Regolamento della polizia urbana e rurale del Consiglio comunale, che vietava la costruzione di abitazioni in pietra a secco su tutto il territorio comunale. La vitalità però viene imbrogliata da decreti legislativi. Dal 1910 il Rione Monti, quartiere a vocazione proletaria, diviene Monumento nazionale. Il 1911 è per Alberobello un momento glorioso, in occasione della prima mostra di Etnografia Italiana, nella sezione regionale e tra le costruzioni “etnoografiche” trovò posto un vero trullo, fatto costruire espressamente per l’occasione. Nel 1922, oltre al riconoscimento del suo valore archeologico, al sito venne assegnato anche un valore paesaggistico. Nell’anno successivo venne nominato un ispettore preposto alla sorveglianza contro ogni attentato grave all’integrità dei trulli. Il Rione Monti, la Casa d’Amore e il Trullo Sovrano (noto per le sue dimensioni, è costituito da 12 trulli, disposti intorno ad un trullo centrale) vengono dichiarati monumenti nazionali. Giuseppe Notarnicola, è il cronista di tali metamorfosi. Pubblicò I trulli di Alberobello, dalla preistoria al presente e, in qualità di membro del partito fascista, ispettore onorario alla sovrintendenza ai Monumenti di Bari negli anni Trenta Si moltiplicarono le visite di personaggi illustri (es. Gabriele D’annunzio) che annota nel suo diario di viaggio l’impatto che Alberobello ebbe su di lui, definendola come un’esperienza onirica. Sono questi gli anni in cui Alberobello comincia a pianificare la sua vocazione turistica, caratterizzata da un patrimonio da celebrare, conservare, riprodurre e mettere a disposizione dei consumatori. Queste pratiche di valorizzazione iniziano a coinvolgere nuove figure, per esempio Mariano Marraffa. Egli, storico, donerà al sindaco un testo dattiloscritto di 140 pagine La storia dei trulli di Alberobello nelle scuole, nelle biblioteche, nei circoli di lettura e nel turismo. Rappresenta a pieno titolo il primo testo a ripercorrere la storia del paese fino alla conversione patrimoniale e turistica. 2.4 I TURISTI AD ALBEROBELLO E IL MISTERO DELL’AJA PICCOLA Dopo la Seconda guerra mondiale, con lo sviluppo turistico in atto, i due quartieri della zona monumentale e panoramica si sono distinti secondo un percorso piuttosto originale. Il quartiere eminentemente turistico è il Rione Monti: i trulli qui, vengono rifunzionalizzati come negozi, con merci in esposizione. Numerosi sono anche bar e ristoranti. Diverso è il caso invece

CAPITOLO TRE: PIAZZA NAVONA, PER UN’ANTROPOLOGIA NEL PRESENTE

Saggio a quattro mani scritto con Daniel Fabre, si tratta del risultato di una ricerca su Piazza Navona, condotta in occasione della ricerca collettiva Piazza Navona, ou Place Navone, la plus belle et la plus grande. Questa parte di città è indissolubilmente spazio fisico e spazio sociale. Il nostro presente poi vediamo come sia tormentato dalla nostalgia della piazza, luogo al centro del pensiero di importanti architetti-urbanisti mediterranei (es. George Candilis e Ricardo Bofill) Osservando Piazza Navona allo stato attuale partiamo da una doppia constatazione. La prima riguarda una definizione generale della piazza, come spazio pubblico che differisce in primo luogo dalla strada (spazio di deambulazione non lineare) Secondo Rousseau e Durkheim, essa offre un luogo in cui la società si incarna, per definizione è uno spazio aperto nel quale prende corpo una pluralità sociale eterogenea. È anche ricca di eventi sociali che le sono propri. La seconda constatazione riguarda più specificatamente Piazza Navona: uno spazio scenografico puntellato da monumenti periferici e centrali. Ha i tratti di un museo d’arte e di architettura a cielo aperto. 3.1 IL RITMO DELLA PIAZZA La piazza vive e si muove seguendo un ritmo perfettamente articolato. La mattina presto domina il rumore delle fontane e i negozi sono ancora chiusi. Verso le 10 si iniziano a sistemare i tavolini all’aperto, si vedono guide che accompagnano i turisti (spesso distratti dagli artisti e musicisti che interessano la metà nord) La metà sud della piazza è invece costellata da pittori dipingono silenziosamente. L’Unico rumore che resta costante è quello delle fontane, percepito come un suono armonioso. 3.2 LUOGO E NON LUOGO Fare etnografia a Piazza Navona oggi richiede una netta selezione dei livelli e delle prospettive. La città, e la piazza in particolare, è diventata per i moderni il luogo per eccellenza in cui si percepisce e si oggettivizza il movimento del tempo. Si oppone il luogo al non-luogo (Marc Augé) che individua fra le caratteristiche della nostra modernità la proliferazione di spazi di scambio e circolazione (es. supermercati ed aeroporti). Il non-luogo è un luogo di incroci senza incroci, di contatti senza scambi, quei luoghi che la sociologia urbana definisce “spazi di traffico”. Piazza Navona è un perfetto esempio di non-luogo. Abbiamo due modalità di occupazione della piazza che si intersecano ma che possono anche sovrapporsi: uno spazio di sosta e uno spazio di circolazione. Inoltre, ci sono due modi di percepire questo spazio attrattivo che è Piazza Navona, da una parte c’è lo sguardo di chi si attarda sull’architettura, sugli spettacoli di strada e sull’incessante movimento della folla, dall’altra l’offerta commerciale di oggetti posti come souvenirs ai turisti. Siamo dunque in pieno non-luogo, poiché nelle città europee gli spazi di questo tipo non hanno più nulla di specifico e tendono ad assomigliarsi per l’uniformità delle tecniche/oggetti destinati a captare l’attenzione del passante. Ci sono delle relazioni fra i residenti? Occasione di forgiare legami? Reciproche conoscenze? 3.3 QUESTO NON-LUOGO È CASA MIA In realtà la reciproca conoscenza esiste ma non si dipana nella simultaneità: la relazione fra le persone che vivono parte della propria vita a Piazza Navona poggia sempre sulla rievocazione del passato. E’ col tempo, attingendo la propria materia dal passato che si elabora la forma delle esistenze familiari di questa piazza: tempo della giornata, del calendario e della vita.

Parliamo di Raimondo, anziano-bottegaio che dà sulla piazza; di Paolo, proprietario di una bancarella; Onofrio gestisce un minimarket; Renato, portiere e sua moglie Elena. Dietro di loro c’è ancora un altro gruppo di abitanti: politici, artisti, esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura. Tutte le narrazioni raccolte rievocano, con sfumature emotive dettate dalla situazione del testimone, un’epoca d’oro di Piazza Navona, cronologicamente situata intorno agli anni Sessanta, età idilliaca degli “ultimi” di Piazza Navona, la migliore di cui ci si ricordi a memoria d’uomo. Quando e come tutto è cominciato a cambiare? Sicuramente anche la stessa amministrazione cittadina ha avuto un ruolo negativo in tutta questa faccenda. 3.4 LO SPIAZZO E LA PIAZZA Il passaggio da luogo collettivamente abitato, ricco di relazioni sociali e di memorie comuni, a non- luogo della modernità essenzialmente destinato ai flussi del traffico turistico sembra oggi pienamente compiuto. Piazza Navona resiste in quanto luogo non solo nella memoria dei suoi residenti, ma anche grazie al fatto che, a differenza di altre piazze destinate al consumo e alla circolazione, conosce una metamorfosi periodica dovuta ad una particolare calendarizzazione. Essa ha i suoi tempi. Iscritti nel calendario delle stagioni. Il mercato della befana, ad es, che si tiene lungo tutto il periodo natalizio è una vera e propria istituzione. Oggi però non è più un luogo di incontro per le famiglie romane, ma è voluto e sostenuto dai ristoratori che operano sulla piazza, che si preoccupano di farla vivere anche durante il periodo morto (novembre-febbraio). Oggi, il mercato si è spostato a Campo de’ Fiori. Sono troppi gli artisti che aspirano a esibirsi sulla piazza: pittori, attori e cantanti lottano per accedervi, come veri e propri gladiatori. 3.5 FRA CENTRO E MARGINE Ci sono piazze che sono palcoscenici per l’autorità. Luoghi in cui, in maniera ricorrente nella vita, si esibiscono la potenza ed il potere, è così a Roma per Piazza Venezia. Al contrario, ci sono delle piazze che sono periodicamente investite dai protagonisti della critica, del contro-potere, che può arrivare a raccogliere masse protestatarie, come accade in Piazza San Giovanni. Piazza Navona, dal canto suo, ci appare come un concentrato di tempi e valori. La romanità storica le ha lasciato in eredità una forma, quella dello Stadio di Domiziano, che le epoche successive hanno rivestito con espressioni architettoniche molto diverse fra loro. Qui, non ci si sente sovrastati o schiacciati come avviene ad es. a Piazza Venezia col Vittoriano. Eppure, essa si afferma come “meraviglia del mondo” che non basta vedere, ma dentro la quale bisogna immergersi. Spesso purtroppo subisce atti di vandalismo, soprattutto verso la Fontana dei Fiumi, esposta lì senza alcuna protezione. Luogo e non-luogo, spiazzo e piazza, centro e margine ci sembrano essere le possibili prospettive di un’osservazione e di un’interpretazione che rendono più leggibile il ruolo centrale che questa piazza svolge nella vita romana. L’esempio di Piazza Navona mostra che lo spazio urbano è la proiezione di temporalità collettive multiple, in discussione e sempre contradditorie. CAPITOLO QUATTRO: SALVARE IL POSSIBILE, L’INONDAZIONE DI FIRENZE Dopo alcuni giorni di piogge torrenziali, nella notte del 4 novembre 1966, verso le 3 del mattino, l’Arno inondò Firenze. Purtroppo, questa città non era nuova alle inondazioni, ne ha conosciute molte, ma quella del 1966 è stata indubbiamente la peggiore. Una delle ragioni che potrebbero aver contribuito al disastro

Per gli studenti invece, quell’esperienza di solidarietà divenne subito un momento di esaltazione: alla fortuna di partecipare ad una delle più importanti operazioni di salvataggio patrimoniale della storia dell’umanità, si aggiungeva la consapevolezza di un gesto che affermava un’appartenenza. Le ragioni che animavano questo sentimento di adesione erano molteplici: innanzitutto patrimoniale, ci si mobilitava perché bisognava esserci, perché salvare quel patrimonio era un gesto obbligato: Firenze era il suolo su cui marciare, il fango l’insegna da conquistare. 4.3 MOBILITAZIONE DEI SIMBOLI E LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI L’espressione “cadere nel fango” si utilizza normalmente per designare una disfatta, un’umiliazione subita. Per questo, la definizione di angeli del fango risuona piuttosto sorprendente, quasi come un ossimoro. Ma il potenziale paradosso si chiarisce subito, poiché gli angeli sono coloro che hanno liberato Firenze dal fango (quest’ultimo appare nello stesso tempo un simbolo e un segno d’appartenenza). La visita di Ted Kennedy e la fondazione del CRIA ( Committee for the Rescue of Italian Arts gestito da Jacqueline Kennedy, ha raccolto dei fondi per pagare i materiali e il personale per la restaurazione di una parte del patrimonio artistico danneggiato dall’inondazione.) diedero grande risonanza mediatica alla catastrofe: tutti i giornali occidentali parlarono di questa notizia. Su tale evento si impresse definitivamente il sigillo della catastrofe naturale, ovviamente, così facendo, vennero messi in secondo piano tutti i discorsi relativi alle possibili responsabilità umane. Ciò che è certo è che la stampa italiana ha celebrato gli angeli del fango e il circuito di solidarietà che, anche a livello mondiale, ha portato a Firenze denaro e aiuti. Insomma, l’inondazione è stata concepita attraverso i simboli del patrimonio e del fango, della solidarietà e del sentimento di perdita. Nella scena irrompeva così una nuova generazione. 4.4 IL DISCORSO, O DELLA CATASTROFE COME OPPORTUNITA’ Quella vissuta a Firenze il 4 novembre 1966 è una catastrofe che richiede molto più di semplici procedure di emergenza. Il fiume Arno straripa in più punti, invadendo anche le vie del centro e la furia degli elementi si scatena sulla città [...] Queste parole vengono pronunciate dal giornalista Gianni Minoli. La catastrofe si rivelerebbe così, una sinistra opportunità, una cartina di tornasole che permette di svelare la vera natura degli uomini e l’importanza dei tesori che li circondano. La violenza della natura e la forza della reazione ad essa costituiscono i due poli di un discorso più o meno consapevole che utilizza le emozioni per obliterare ogni responsabilità umana e fondere la bellezza del patrimonio minacciato con quella dell’azione di salvaguardia. 4.5 LA MEMORIA DELL’EVENTO E DELLA MOBILITAZIONE Il discorso fatto finora è inevitabile che sia nato con l’evento stesso: lavorare sull’inondazione del 1966 significa necessariamente lavorare, in buona parte, sulla memoria dell’avvenimento. L’inondazione si fa emblema e permane ancora sui luoghi: a Firenze diverse targhe indicano il livello raggiunto dall’acqua, molti affreschi recano i segni del fango ecc Ma la memoria dell’evento passa soprattutto attraverso il ricordo della mobilitazione. Il grosso del discorso verte sulla natura di questa esperienza: la solidarietà, l’entusiasmo dei giovani, l’emozione nata dal fatto di frequentare ragazzi provenienti da ogni angolo del pianeta. La memoria della catastrofe e delle operazioni di salvataggio segue un doppio binario: quello della collettività e quello dell’istituzione: in occasione del trentennale dall’inondazione si sono succedute delle manifestazioni commemorative che hanno portato alla costituzione di un’associazione il cui scopo era quello di preparare la grande festa degli angeli del fango: il grande raduno degli angeli del fango sarà poi celebrato ogni anno con l’istituzione di una giornata europea del volontariato, che avrà come centro Firenze. La riunione fu anche l’occasione per rinnovare

alcune richieste già sottoposte allo stato, riguardanti la richiesta di ulteriori fondi e la possibilità di rendere autonoma la Biblioteca Nazionale che in tal modo, potrebbe cercare in maniera indipendente i finanziamenti da destinare al restauro delle opere ancora danneggiate. La Commemorazione, dunque, riveste una duplice funzione: una retrospettiva, imperniata sulla celebrazione della solidarietà di quel periodo; la seconda, prospettica, prevede la perennizzazione dell’evento e della mobilitazione, al fine di renderli emblematici e l’ideazione di progetti rivolti al futuro, realizzabili grazie all’ottenimento dei mezzi per portare avanti la ricostruzione. Ma, il motore delle iniziative è stata la ricostruzione o fissazione della memoria degli angeli del fango attraverso una sorta di operazione di censimento partita su internet. Il quarantennale ha dato vita ad una consistente produzione culturale. Per molti ex-giovani, poi la mobilitazione di Firenze fu una sorta di annuncio del maggio 1968: volontà di agire sul mondo. In realtà però, in privata sede, gli angeli del fango affermeranno di essere partiti per Firenze guidati da una sorta di pulsione per la salvaguardia, assumendo il ruolo di custodi di un patrimonio immenso. CAPITOLO CINQUE: IL PALAZZO DELLE MEMORIE NELLA CITTA’ DEL DIARIO 5.1 LUOGHI CHE PARLANO A Nordest della Toscana troviamo luoghi come: Arezzo, con la sua piazza in pendenza e gli affreschi di Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco; Anghiari (confine tra Emilia-Romagna e Umbria); Borgo San Sepolcro, i cui campanili punteggiano gli affreschi di Piero, suo illustre cittadino ecc Questi nomi, e luoghi, ci parlano perché ospitano le espressioni canoniche dell’arte italiana, opere centrali del nostro patrimonio culturale. Pieve Santo Stefano (Toscana), paese di poco più di 3200 abitanti, sembra trovare collocazione, con qualche foto e riga di testo, nelle guide turistiche. [Pieve, dl latino plebem, popolo, termine diffuso in tutta l’Italia centrale e settentrionale, designa una divisione ecclesiastica dell’Alto Medioevo equivalente ad una sorta di parrocchia rafforzata nelle sue funzioni. Il termine, che designava il popolo cristiano, fu esteso in seguito ai villaggi privi di una traduzione riconosciuta] 5.2 ZOOM In un’altra regione italiana, Pieve Santo Stefano non si sarebbe contraddistinta negativamente per la neutra modernità dei suoi edifici/vie o per l’assenza di opere d’arte. Ma al cospetto dei vicini Anghiari e Sansepolcro il vuoto e la banalità si fanno stridenti. Nessun artista di fama, scomparsi i palazzi d’interesse monumentale >> complesso del “parente povero”. I visitatori sono messi in guardia dagli abitanti stessi: gli edifici di Pieve sono di recente costruzione, la piazza è sfigurata da una costruzione risalente agli anni Settanta ecc Qui, la ricostruzione non ha tenuto conto della continuità e della coerenza architettonica. Il passaggio dalla Pieve “bella” a quella moderna (due realtà antitetiche) si incarnava in una figura specifica: Omero Gennaioli, testimone della ricostruzione del paese dopo la Seconda guerra mondiale, che si è ritagliato il ruolo di storico del paese. È a lui che bisognava rivolgersi per la Pieve che non c’è più. Passeggiando per i vicoli del paese, ci si trovava davanti ad un paesino non solo sfigurato, ma addirittura negato dalla ricostruzione: niente è stato riedificato/riprogettato secondo le forme e lo stile precedenti. Tutto è sorprendentemente nuovo, come volendosi dimenticare/cancellare il passato nella sua interezza, con le relative tracce. Durante la Seconda guerra mondiale, pieve si trovava sulla Linea Gotica (linea del fronte che divideva l’Italia occupata dai tedeschi dall’Italia che stava per essere liberata dagli alleati)

La volontà dei giovani organizzatori era quella di portare in scena i testi giunti in finale.. L’Archivio divenne così un’occasione per dedicarsi al teatro attraverso percorsi alternativi: a partire dal 1990 la cerimonia del premio fu impreziosita da spettacoli all’aperto Ci furono ovviamente accese polemiche e tensioni, i finalisti non accettavano di essere “messi in scena” e nel giro di cinque anni il conflitto sfociò in una vera e propria crisi, che comportò lo scioglimento della giuria e la sospensione dello spettacolo teatrale (recentemente aggiunto) durante la cerimonia di premiazione. Trentotto anni dopo la sua fondazione, la manifestazione del Premio Pieve, si è trasformata in una sorta di happening dell’autobiografia che comprende l’esposizione dei manoscritti originali pervenuti durante l’anno, alcuni laboratori d’informazione autobiografica. La presentazione di libri in concorso a Pieve pubblicati nell’anno in corso, un picnic folkloristico e la manifestazione finale della domenica pomeriggio, nel corso della quale i finalisti e il vincitore vengono presentati al pubblico. L’Archivio oggi si presenta come centro di conservazione e valorizzazione della scrittura autobiografica. Esso, presenta una struttura agile, composta da due impiegate comunali, una collaboratrice a contratto e un gruppo di volontari, si muove in diversi ambiti: nell’archivio vero e proprio, nell’organizzazione del premio, nella produzione editoriale con la pubblicazione di libri e della rivista, nel cinema, nell’opera di promozione via internet. L’attività editoriale, assieme a quella archivistica, è divenuta centrale. Un ufficio stampa è costantemente attivo per promuovere le pubblicazioni uscite dall’Archivio. E’ nata anche una rivista “Prima Persona” con l’Association pour l’autobiographie et le patrimoine autobiographique : distribuita dall’editore Forum Editrice di Udine, fu concepita dallo stesso Saverio Tutino e da alcuni responsabili dell’archivio. Nel giro di poco tempo Pieve è diventato luogo di ricerca universitaria, facendovi confluire numerosi studenti e ricercatori, organizzando anche due convegni (1999 e 2003). Parallelamente, l’avventura del teatro è proseguita. (Antiche Prigioni Teatro). Da questa è nata anche una seconda compagnia (la Compagnia del Capo Trave) Ma queste non erano le uniche attività promosse dall’ Archivio diaristico nazionale: importante fu anche l’incontro con Nanni Moretti, da cui sono nati nove documentari. Elemento centrale nella vita dell’Archivio è diventato Internet: è possibile consultare le sue attività, i suoi programmi, pubblicazioni e novità. La riuscita del progetto di valorizzazione del patrimonio autobiografico sembra avere come primo effetto quello di confermare il valore dell’Archivio, in quanto agente e luogo dell’iniziativa patrimoniale. La vita e le attività dell’Archivio si svolgono al riparo della quotidianità pievese, all’interno di un isolato circoscritto dalle mura del Palazzo Pretorio, i cui confini vengono valicati solo nel mese di settembre, quando va in scena la cerimonia del premio che attira un cospicuo numero di turisti. Non tutto è durato però: il gruppo di giovani volontari, dopo il breve. Fermento iniziale, è andato esaurendosi e l’Archivio ha dovuto rivolgersi altrove, andando a reclutare i suoi collaboratori tra gli abitanti dei paesi vicini (Sansepolcro, per es). Negli anni poi, si sono succedute varie dimostrazioni di diffidenza e ostilità. L’Archivio, non incarna Pieve, ma piuttosto il suo Consiglio Comunale che ha sempre annoverato membri influenti dell’istituzione.

5.4 QUATTRO MODI DI DECLINARE IL LUOGO

L’Archivio vuole incarnare in sé la scrittura autobiografica, presentarla nelle sue diverse declinazioni, ribadendo che ciò è possibile solo a Pieve. In tal modo, la memoria locale è demandata ad altre istituzioni, la cui attività resta confinata nelle retrovie della vita associativa del borgo (es. Centro di documentazione storica della civiltà contadina Dina Dini, collocato in una scuola elementare, era un’educatrice di Pieve che collaborava alle ricerche del gruppo che più tardi ha creato l’associazione) Tale Centro, è la quintessenza del museo della civiltà contadina italiano: propone, su una vasta superficie un’ideale dimora contadina, è possibile percorrere fisicamente le stanze dei contadini di tre generazioni fa; possiede anche documenti che testimoniano le vite ordinarie del passato: libri contabili, lettere, ricette ecc Nonostante ciò, il Comune non gli accorda nessun tipo di impiego, e tutti i suoi membri sono essenzialmente volontari. Numerose associazioni animano la vita del borgo: dalle aziende autonome al gruppo di balli folkloristici il Trescone, passando per la Tiber Bocciofila (progetto: recupero della cucina tradizionale e delle ricerche archeologiche) Negli anni Settanta, e intorno alla metà del decennio nascono la festa popolare del 14 agosto e il gruppo folkloristico, nel 1978 ha luogo la prima partita di calcio in costume ecc, nel 1989 viene fondato il Centro di studi storici e di ricerche archeologiche. PSS ha vissuto dunque una vera e propria rinascita culturale, fondata sul continuo riferimento al passato. Questa tensione verso il recupero del passato ha portato in tutta l’Italia la creazione di innumerevoli feste e sagre locali, musei della civiltà contadina e cortei storici. Questa “invenzione della tradizione” ha preso quattro forme distinte: il calcio in costume e il corteo storico sono le espressioni emblematiche dello spettacolo della storia, il cui periodo di riferimento, in Toscana, è il Rinascimento delle città vecchie; i riti festivi, le ricette culinarie, musiche e danze della tradizione folklorica sono riscoperte da gruppi che si impegnano per la ricostruzione di una cultura popolare; il museo della civiltà contadina e i centro di studi archeologici si sono cimentati nella ricostruzione scientifica di un’enciclopedia materiale del territorio , infine, l’Archivio diaristico nazionale si è costituito come conservatore di tutte le vite scritte. Si è intrapresa un’opera di caratterizzazione del territorio attraverso una delocalizzazione della memoria: l’archivio è un oggetto virtuale che non fornisce alcun segno tangibile della sua appartenenza, dal momento che può contenere documenti provenienti/non dal territorio. 5.5 IO SONO LA MADONNA DEI DIARI Nel 2004, il Comune ha deciso di prolungare la festa della Vergine per farla coincidere con quella dell’Archivio (consegna del premio); l’albergo di Pieve ha accelerato i lavori di ristrutturazione, cambiando il nome in “Hotel Diario” ecc Per la prima volta, i cittadini di Pieve si sono domandati se l’Archivio, che suscita un notevole interesse al di fuori del confine del paese, non potesse essere un investimento, un’idea da commercializzare, da sfruttare economicamente. L’Archivio è stato posto come istituzione culturale della cittadina, della provincia e della regione, ha mostrato a pieno il suo interesse per la memoria locale. Esso ha elevato Pieve nell’empireo della cultura che conta e considera compiuta la sua missione avendo inventato un patrimonio. Adesso Pieve è diventata città, dopo tanti sguardi gelosi.

6.2 IL VITTORIALE COME OPERA

Dal 1923 d’Annunzio si avvalse delle competenze dell’architetto Giancarlo Maroni per trasformare radicalmente la villa. I suoi appartamenti furono ingranditi e ammobiliati con cura. Inoltre, acquisto dei terreni intorno alla casa per allargare il suo giardino e per installarci gli elementi di una scenografia. Gli esterni, imponenti e massicci, si sovraccaricano tanto quanto gli interni. Il Vittoriale, opera aperta fino agli anni Sessanta ripropone la stessa logica che anima la scrittura del poeta. Tutta la sua opera, del resto, è scandita dalla ripresa di classici, ma anche autori stranieri. Ricopiando da altri testi, è convinto di produrre comunque un’opera originale, in quanto è la sua aurea a investire la parola, la frase, l’idea che egli sceglie di riprendere. Anche il Vittoriale è stato realizzato secondo la stessa logica: infatti, nella dimora ciascuna facciata, tutti gli oggetti sono il risultato di un recupero di elementi già esistenti. Lui celebra i personaggi che hanno contribuito alla diffusione del modello estetico italiano (es. Dante, Da Vinci, Michelangelo ecc) Nella rappresentazione che egli fa di questo modello di bellezza, centrale è la nozione di unità, concretizzata anche nel corpo femminile; un corpo violato, mutilato e umiliato dalle invasioni e dalle occupazioni straniere. Il comandante affida al testo scritto tutti i gesti e sentimenti che accompagnano l’esperienza di creazione dell’opera architettonica, nel 1935 esce Il libro segreto: una messa in scrittura del luogo delle intenzioni, perfino dei suoi pensieri. Qui, descrive la visita di un ammiratore, usandola come pretesto per proiettare sulla pagina alcune stanze della sua residenza e per evocare le sensazioni ottiche e tattili che egli prova nel processo di costruzione della sua opera monumentale. 6.3 BELLEZZA SENZA FINE Per tutta la durata della visita agli appartamenti della Prioria, dimora del poeta, i passi non risuonano sui tappeti, la luce non offusca gli occhi...tuttavia, questa sensazione di calma è costantemente interrotta dalla moltitudine di oggetti che s’impongono allo sguardo. Questi formano una sorta di vortice statico che segue il visitatore da una stanza all’altra. Eleganti statue, soprammobili, foto, libri... gli interni evocano quella che definiremmo la fisicità dei movimenti del pensiero, che naviga tra i ricordi e i desideri, tra un passato trascorso e un presente concreto. Non si riesce a contare gli oggetti, ma nemmeno a distinguerli: è l’insieme a fare sensazione, l’ordine della loro disposizione ci cattura, producono uno sfumatissimo sentimento di confusione. Del resto, il luogo è pensato per far vibrare lo spirito, non per pacificarlo. Il Vittoriale è l’apoteosi dell’interno decadente, della sua ossessione del dettaglio e per il dettaglio. L’eccentricità non ha confini, la bellezza è potenzialmente infinita. Questo artista decadente ha incarnato anche un modello diametralmente opposto, quello del poeta-soldato, e depositario dello spirito della nazione. Questa dimensione la si vede negli esterni del Vittoriale. (es. l’architetto ha fatto piantare una foresta di magnolie, alberi sempreverdi e dal tronco regolare che raddoppiano visivamente e simbolicamente le ventisette colonne erette per ricordare le battaglie combattute dalle truppe italiane nella prima g.m. I giardini sono dunque un “teatro della memoria”, la topografia di un’anamnesi storica. 6.4 DONO E CONTRO-DONO. IL GESTO PATRIMONIALE Gli scritti dedicati al Vittoriale fanno spesso riferimento al momento di certificazione dell’attuale statuto della cittadella, cioè dell’atto notarile attraverso il quale il comandante ha donato allo Stato italiano la totalità della sua creazione. Si tratta di un gesto patrimoniale esemplare: il poeta ha perfettamente compreso che la continuità della sua opera sarebbe dipesa dalla sua capacità di

costituirla come patrimonio comune e di legarla allo Stato, che avrebbe dovuto assumere l’obbligo di salvaguardarla. D’annunzio si fece concedere dallo Stato i fondi pubblici necessari per la gran parte dei lavori: più lo Stato avrebbe investito, più avrebbe avuto interesse a prendersi cura della villa. Nel 1923 redige e deposita il primo atto di donazione del Vittoriale. Ma la pubblicazione ufficiale su carta non basta, il gesto dà luogo anche ad un’esposizione della parola scritta. All’entrata della cittadella, incisa sul muro, si può leggere “Io ho ciò che ho donato”, frase divenuta il motto più celebre del Vittoriale e del suo creatore. Nel 1925 diventa monumento nazionale e nel 1937 diventa una fondazione amministrata da un consiglio e da un presidente nominato, ancora oggi dal Capo dello Stato. Oggi il luogo possiamo affermare che si presenta come un centro d’attività culturale a tutto campo: vi si realizzano ricerche, mostre, pubblicazioni ecc Prima della sua scomparsa, nel 1938, poté assaporare il gusto della sua gloria postuma. CAPITOLO SETTE: OH ROMEO, ROMEO; LA CASA DI GIULIETTA E L’ILLUSIONE LETTERARIA In Italia ci sono almeno due città degli innamorati, una è Venezia (quintessenza del romanticismo), poi c’è Verona, dove la Casa di Giulietta si è trasformata in un polo d’attrazione per migliaia di coppie. Qui, la dimora della protagonista della tragedia shakespeariana, sita in Via Cappello 23, apre le sue porte, permettendo a tutti di ammirare il suo noto balcone. Verona, sito UNESCO dal 2000, vanta di meraviglie quali: l’Arena, Piazza Bra, Piazza delle Erbe, Ponte Pietra... un misto tra arte, archeologia e letteratura. Verona propone diversi itinerari, fra i quali il più importante è sicuramente l’itinerario shakespeariano, detto anche tour della Verona shakesperiana. si snoda lungo le vie del centro, conduce verso casa di Giulietta e di Romeo, verso i portoni delle Bra (ingresso principale della città al loro tempo) fino alla tomba di Romeo e al famoso balcone di Giulietta. La dimora è composta da un casatorre alla quale è addossata una costruzione che conta due piani al lato del cortile. Situata nel centro, tra l’Arena e Piazza delle Erbe. Che siano realmente vissuti o no, tra la finzione e la realtà si opera un cortocircuito logico che è la chiave di volta di questo gigantesco fenomeno di patrimonializzazione della letteratura. 7.1 PER CHI VUOLE SAPERE Per chi vuole conoscere la vera storia della Casa di Giulietta la documentazione è molto ricca ed accessibile. Oltre a fonti erudite, abbiamo decine di documenti pubblicitari e internet. Per i visitatori della casa di giulietta, la domanda più frequente è se Romeo e Giulietta siano esistiti davvero. Il più delle volte la risposta la si cerca nelle opere di Shakespeare: la storia dei due giovani amanti si svolse a Verona nel 1303, segnata dalla guerra tra guelfi e ghibellini e dalle rispettive famiglie dei Montecchi (Romeo) e Capuleti (Giulietta). La rivalità tra le due famiglie era talmente accesa che Dante Alighieri la nominò nel VI Canto del Purgatorio. Alcuni turisti, tuttavia, visitano la Casa di Giulietta con uno spirito critico. 7.2 IL DISPOSITIVO E LA MEMORIA COLLETTIVA La patrimonializzazione della letteratura usufruisce di un processo che moltiplica i mezzi di circolazione della letteratura, che usufruisce di un processo che moltiplica i mezzi di circolazione della letteratura nello spazio pubblico grazie a strategie e dispositivi molto complessi, come per la stessa casa di giulietta che ha integrato elementi provenienti da ambiti diversi delle nostre tradizioni culturali. Per accedere alla casa si attraversa la lunga entrata che molte persone chiamano “tunnel”: in pochi metri essa porta il visitatore dalla penombra alla luce dorata e intima del coltile interno, dove ci si

questo processo attraverso un’ampia valorizzazione di elementi culturali. Cominciarono dappertutto imponenti lavori di restauro architettonico, recuperando al meglio i palazzi di epoca medievale e rinascimentale. Fu in questo momento che l’attenzione si concentrò sull’hospitum a Cappello. Di fatto, lo stallo Cappello (bassorilievo del cappello, simbolo dell’omonima famiglia, posto sulla chiave d’arco del passaggio che dà accesso al cortile) aveva già acquisito lo statuto di patrimonio letterario, lasciando libero corso alle elucubrazioni sulla somiglianza fra i nomi Cappello e Capuleti, e quindi alla possibilità che la casa fosse realmente stata la scena degli avvenimenti shakespeariani. Nell’arco di secoli, quest’idea spinse diversi viaggiatori a visitare la dimora. L’identificazione del luogo come teatro della storia dei due innamorati fu consacrata dalla letteratura stessa: noti sono i viaggi a Verona di Heine e Dickens, che hanno lasciato di questa casa una descrizione delusa e insieme sognante. Le visite di un pubblico colto composto anche da scrittori hanno contribuito all’individuazione di questa dimora come uno dei monumenti veronesi da valorizzare. Nel 1903, sotto la pressione dell’opinione pubblica, la città di Verona acquistò la dimora, che nel 1914 fu riconosciuta di interesse nazionale. Nel 1928 il Sindaco propose alla sovrintendenza di fare dei lavori di ristrutturazione, innescando una sorta di duello fra il Comune (realizzazione di interventi invasivi, a livello architettonico e artistico) e lo Stato (limitare i lavori strutturali alla conservazione dello stabile). Antonio Avena fu nominato direttore dei musei civici nel 1920, intendeva affermare l’autorità di Verona a livello nazionale, scommise su Shakespeare, quindi sulla letteratura. Rendere omaggio al grande poeta che aveva scelto la città di Verona e la sua storia come tela di fondo per il suo immortale capolavoro divenne il suo obiettivo principale. È a lui che si deve anche l’allestimento delle tombe dei due innamorati e l’idea di integrare un sarcofago alla facciata interna della casa per farne il balcone di Giulietta. Il Ministero però non approvò i lavori, ma Avena si oppose, radicando una volta per tutte il mito di Giulietta nella città di Verone e nella sua storia. 7.4 GIULIETTA SONO IO L’allestimento della Casa di Giulietta non mira a far sentire lo spirito dei luoghi né di mostrare plasticamente la sua opera. Qui il processo investe l’opera in sé, così com’è percepita dal pubblico (variegato, non composto solo da lettori). I turisti, non si rendono conto che Giulietta è essenzialmente un personaggio letterario, ma, malgrado ciò, tutti finiscono per consigliare la visita perché “ne vale la pena”. Ciò che conta alla fine è essere stati in un luogo-sigillo dell’alta letteratura, riaffermando i valori del sogno, del romanticismo e dell’amore, il valore dell’opera dunque non risiede tanto nel suo valore letterario, ma piuttosto nel messaggio trasmesso: l’amore assoluto, incarnato dalla passione dei due giovani amanti prende corpo in un luogo che permette una partecipazione che va al di là dell’identificazione propria dell’esperienza della lettura di un’opera; qui il luogo permette alla letteratura di diventare un realia e concede ai visitatori il privilegio di vivere la letteratura.