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Un Anno a Pietralata: L'esperienza didattica di Albino Bernardini in una periferia di Roma, Schemi e mappe concettuali di Pedagogia

RIASSUNTO UN ANNO A PIETRALATA

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

Caricato il 01/03/2022

chiaraottaviani0216
chiaraottaviani0216 🇮🇹

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UN ANNO A PIETRALATA
Un Anno a Pietralata, pubblicato per la prima volta nel 1968, racconta l’avventura
didattica di Albino Bernardini in una periferia di Roma degli anni Sessanta. Grazie a
questo, molti insegnanti videro in lui un esempio da seguire che merita ancora oggi
di essere riscoperto.
Le motivazioni che portarono il maestro sardo a realizzare la sua esperienza
didattica nella borgata romana ci obbligano a indagare quel risveglio culturale che
nell’Italia del secondo dopoguerra aveva visto gettare le basi di una democrazia e,
nella storia della scuola, mettere in discussione modelli e paradigmi.
Il libro rappresenta uno straordinario documento storico sulle condizioni
dell’infanzia nelle borgate.
Da qui nasce la denuncia appassionata di un’istruzione che all’inizio degli anni
Sessanta, non riusciva ancora a includere uno stile di insegnamento che
scommettesse sulle capacità e sulle potenzialità dei bambini.
Quello che più colpisce Bernardini è l’innevare i metodi didattici di valori civili,
riuscendo a restituirci un modello di docente completo.
MAESTRO IN UNA SOCIETA’ IN TRASFORMAZIONE
Bernardini nel 1960 arrivò a Roma per assumere l’incarico nella scuola elementare
di Pietralata, una delle tante borgate di periferia cresciute per, le migrazioni delle
popolazioni del Sud.
Per quei nuclei familiari la vita chiusa di borgata era segnata da scarsa
alimentazione, mancanza di servizi e da una precarietà economica che rendeva
l’esistenza ancora più dura.
Nella sua esperienza sarda, Bernardini, aveva già verificato che nelle zone di
sottosviluppo i diritti dei più poveri sono spesso ignorati, e per questo si era battuto
a fianco delle famiglie dei contadini sardi nella conquista della terra, pagando la sua
lotta con 4 mesi di carcere.
Come maestro aveva verificato che nei contesti di disagio socio-economico, era
ancora presente il fenomeno dello sfruttamento minorile e che spesso i bambini
stentavano a raggiungere i livelli minimi nello studio, perché affaticati da
occupazioni in soccorso alle famiglie.
In sostanza, la scuola della repubblica era “un ideale non realizzato” perché invece
di realizzare un’occasione di emancipazione, rimaneva bloccata e continuava a
eseguire disuguaglianze.
Il sistema andò in crisi proprio alla fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 quando il
Paese ancora povero e arretrato, entrò in una fase di modernizzazione.
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UN ANNO A PIETRALATA

Un Anno a Pietralata, pubblicato per la prima volta nel 1968, racconta l’avventura didattica di Albino Bernardini in una periferia di Roma degli anni Sessanta. Grazie a questo, molti insegnanti videro in lui un esempio da seguire che merita ancora oggi di essere riscoperto. Le motivazioni che portarono il maestro sardo a realizzare la sua esperienza didattica nella borgata romana ci obbligano a indagare quel risveglio culturale che nell’Italia del secondo dopoguerra aveva visto gettare le basi di una democrazia e, nella storia della scuola, mettere in discussione modelli e paradigmi. Il libro rappresenta uno straordinario documento storico sulle condizioni dell’infanzia nelle borgate. Da qui nasce la denuncia appassionata di un’istruzione che all’inizio degli anni Sessanta, non riusciva ancora a includere uno stile di insegnamento che scommettesse sulle capacità e sulle potenzialità dei bambini. Quello che più colpisce Bernardini è l’innevare i metodi didattici di valori civili, riuscendo a restituirci un modello di docente completo. MAESTRO IN UNA SOCIETA’ IN TRASFORMAZIONE Bernardini nel 1960 arrivò a Roma per assumere l’incarico nella scuola elementare di Pietralata, una delle tante borgate di periferia cresciute per, le migrazioni delle popolazioni del Sud. Per quei nuclei familiari la vita chiusa di borgata era segnata da scarsa alimentazione, mancanza di servizi e da una precarietà economica che rendeva l’esistenza ancora più dura. Nella sua esperienza sarda, Bernardini, aveva già verificato che nelle zone di sottosviluppo i diritti dei più poveri sono spesso ignorati, e per questo si era battuto a fianco delle famiglie dei contadini sardi nella conquista della terra, pagando la sua lotta con 4 mesi di carcere. Come maestro aveva verificato che nei contesti di disagio socio-economico, era ancora presente il fenomeno dello sfruttamento minorile e che spesso i bambini stentavano a raggiungere i livelli minimi nello studio, perché affaticati da occupazioni in soccorso alle famiglie. In sostanza, la scuola della repubblica era “un ideale non realizzato” perché invece di realizzare un’occasione di emancipazione, rimaneva bloccata e continuava a eseguire disuguaglianze. Il sistema andò in crisi proprio alla fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 quando il Paese ancora povero e arretrato, entrò in una fase di modernizzazione.

In quel periodo di grande trasformazione, anche il ruolo della scuola cambiò, assumendo sempre di più centralità nel dibattito politico. L’essere maestro si traduceva nel realizzare una scuola elementare realmente in grado di non escludere nessuno, studiando e praticando le misure più opportune. Inoltre, il processo di democratizzazione delle istituzioni scolastiche aveva suscitato negli ambienti intellettuali, un dibattito vivace sui contenuti, sui metodi e sulle finalità. Andavano in cerca libri che ci dessero qualcosa di nuovo. Per Bernardini aggiornarsi e studiare rispondeva ad un’urgenza etica, perché hai maestri era stato chiesto di ampliare il raggio d’azione e di rispondere con specifiche competenze alle nuove sfide educative. Nella cultura pedagogica italiana si erano diffusi il pensiero di Dewey, Piaget, Makarenko, Vygotckij… Bernardini guardò con interesse anche le esperienze del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), un’aggregazione di docenti che in quegli anni offrì al travagliato rinnovamento della scuola dell’obbligo posizioni tanto scientificamente aggiornate quanto socialmente impegnate. Si concedeva grande libertà d’azione agli insegnanti per tutelare la libertà degli alunni, si puntava in primis sulla ricerca e sul lavoro comune, ponendo alla base del processo di insegnamento e apprendimento la relazione, si proponeva il confronto e gli scambi di esperienze. L’ESPERIENZA DIDATTICA Con questa prima opera, dal linguaggio non professionale, Bernardini ci mostra la durezza dell’insegnare in un ambiente resistente e/o oppositivo alla cultura e all’istruzione e si propone come maestro-scrittore capace di conoscere gli aspetti dei ragazzi. Egli è pianamente consapevole che laddove c’è miseria e povertà, i programmi preconfezionati rischiano di essere inadeguati e per questo va profondamente rinnovato l’approccio. Bernardini nel compiere il suo lavoro di maestro è, nel contempo, osservatore attento e acuto dei fenomeni sociali (educatore=osservare), e sperimenta che il metodo della scuola nuova ha tra le sue componenti il coraggio, la volontà, la pazienza, ma anche la capacità di intervenire tempestivamente nei momenti cristici. Al maestro viene affidata una classe terza composta da 12 ragazzi, studenti difficili, problematici e per questo rifiutati e emarginati. I genitori vanno assolutamente coinvolti nel processo di apprendimento dei figli, valorizzandoli quanto i ragazzi. Essi dovranno collaborare all’azione educativa, sentendosi finalmente compresi nella loro dura e precaria quotidianità.

Nel 1960 si trasferisce con la sua famiglia a Roma, nello stesso anno ottiene l’incarico per insegnare in una scuola della borgata di Pietralata, dove gli viene affidata una classe di bambini provenienti da famiglie del sottoproletariato urbano. Da questa esperienza didattica nasce Un anno a Pietralata. A quest’opera, nel 1973, s’ispirerà Vittorio De Seta, per realizzare Diario di un maestro, un film di grande successo, prodotto dalla RAI. Per il “Maestro di Pietralata” quegli anni sono caratterizzati da una frenetica attività, che lo conduce a visitare numerosissime scuole della Penisola, accompagnata da una profonda riflessione sulla necessità di migliorare i fondamenti pedagogici del sistema educativo italiano. Nel 1977 va in pensione, lascia dunque l’insegnamento ma non abbandona la scuola. Pienamente coinvolto dal valore educativo delle favole, ad un certo punto della sua vita si dedicherà a scrivere storie senza finale, invitando quindi i ragazzi stessi a completare la trama ed inviargli per lettera la conclusione da loro inventata. Bernardini muore il 31 marzo del 2015 nella sua casa di Bagni di Tivoli (Roma) a 98 anni. ARRIVO A SCUOLA Bernardini appena entrò nella classe dell’istituto di Pietralata chiese di vedersi con le mamme dei bambini, per capire come questi si comportassero al di fuori della scuola per educarli sia al livello didattico che al livello sociale. Chiese alle mamme quali fossero le abitudini della vita familiare, il rispetto, ed altre notizie. La prima cosa che fece fu dividere i ragazzi in dei gruppi, scegliere un capogruppo andando ad attivare piano piano quel senso di responsabilità, perché grazie alla pedagogia di Makarenko il collettivo pedagogico è molto importante. Molti bambini erano ripetenti, molti vivevano ancora nelle catapecchie costruite ai tempi del fascismo. L’INVASIONE Il secondo giorno di scuola le mamme dei bambini andarono davanti la scuola per protestare perché loro non potevano rinunciare al proprio lavoro per mandare i loro figlia a scuola. Visto l’accaduto tutti gli altri maestri cominciarono a giudicare il comportamento dei genitori, tranne Bernardini. Finite le proteste molti di loro non entrarono, così il maestro si domandò che fine avessero fatto. Bernardini dovette attendere parecchi giorni prima di iniziare il suo

lavoro. Ma finalmente verso i primi di ottobre la frequenza si era regolarizzata e poté dare inizio al suo piano didattico. Come prima attività chiese a questi bambini di raccontare un evento per loro significativo. Da qui emersero tante situazioni di disagio che circondavano la vita di questi alunni. LA SOLLEVAZIONE La situazione si faceva sempre più critica, così Bernardini cominciò a farsi delle domande. Il suo tentativo di suscitare nei ragazzi l’interesse per lo studio con i metodi comuni non trovata nessun aggancio. La sua tolleranza e fiducia si stavano quasi esaurendo. Molti di loro rispondevano a mali modi nei confronti del Maestro, minacciandolo con parole inappropriate, e utilizzavano gesti violenti tra di loro. La maggior parte era interessata ad argomenti di delinquenza (risse, omicidi,). Inoltre usavano questi piccoli alibi per farsi sospendere, perché così non erano obbligati a frequentare la scuola. Bernardini sofferma che sospendere un ragazzo sarebbe stato fargli un favore. La sospensione, in questo caso, era un assurdo pedagogico , perché il bambino ritornava a vivere costantemente in strada. ROBERTO Lo scopo di Bernardini era quello di far venire tutti i giorni i bambini a scuola affinché loro potessero imparare le giuste regole. Un giorno uno di loro, Roberto, non si presentò a scuola e così il Maestro chiese ai suoi compagni dove si trovasse. Tutti risposero che il ragazzo amava andare tutti i giorni in una catapecchia abbandonata, senza tetto e piena di calcinacci. Così Bernardini decise di andarlo a riprendere per portarlo sulla buona strada. Come si potrà vedere il Maestro, a differenza dei suoi colleghi, vuole cambiare la situazione di questi ragazzi e indirizzarli nella buona strada, insegnando loro a leggere e scrivere ma anche il modo di sapersi comportare davanti alle situazioni. RIUNIONI CON I GENITORI Inizialmente non era solito svolgere le riunioni tra genitori a Pietralata, perché la maggior parte degli insegnati pensava che questi erano soltanto delle persone ignoranti e maleducati in grado di far figli e di non dargli un giusto esempio. Diversamente era per il Maestro, Bernardini il quale era convinto che le discussioni tra insegnate e genitori avrebbero portato a qualcosa di buono, a volte anche indispensabile. Infatti i genitori non avevano mai sentito parlare di riunioni, e, soprattutto, non riuscivano a vedere in esse alcun immediato o futuro beneficio. Così il Maestro decise di convocare i genitori anche per conoscere certe situazioni familiari che chiarirono molti atteggiamenti di alcuni alunni.

FURTI IN CLASSE

Con l’avanzare del tempo a Pietralata cominciarono i furti. I bambini sapevano tutto a riguardo, quali fossero le tecniche seguite e quali gli stratagemmi adoperati per non farsi scoprire. Infatti, come afferma Bernardini, i bambini vengono influenzati da ciò che li colpisce e quindi uniformando a questo il loro comportamento. Così molti di loro fatti prendere dalla smania del rubare perché contagiati dai fatti esterni, lo fecero per reazione. In classe si rubavano oggetti a vicenda e facevano sparire sempre qualcosa dalla cancelleria scolastica. Bernardini si confrontò anche con altre maestre le quali avevano trovato un rimedio chiudendo i cassetti; ma secondo il Maestro questo non avrebbe fatto capire ai bambini il gesto del rubare. Cosi fece una riunione con i genitori per discutere solamente di questo evento, e da qui molti genitori dissero che avevano notato che in determinati periodi mancavano più oggetti, ma non avevano pensato all’influenza esterna. Così il Maestro trovò un rimedio; si discusse e si scrisse sulle conseguenze del furto, cosicché esso cominciò a diventare fatto obbrobrioso e il ladro un essere sgradevole e non più come un eroe da esaltare e cercare di imitare, ma persona da evitare e da detestare. MONTE PECORARO Nella periferia di Pietralata c’è una zona chiamata Monte Pecoraro che non si capisce bene se si tratta di terra accumulata da tempo per opera dell’uomo, oppure di una collinetta naturale. Di questo Monte nella classe di Bernardini si parlava continuamente e dalle storie sentite o vissute ogni tanto veniva fuori un argomento che trattava sempre storie legate alla vicenda del sesso. Inizialmente il Maestro cercò in tutti i modi di non parlare di questo argomento, ma si rese conto che il cercare di dimenticare, di ignorare, anche quando si trattava di problemi già delicati, anziché affrontarli subito, non fosse molto educativo. Così decise di effettuare una gita scolastica andando sul posto con lo scopo da una parte di scoprire cosa succedesse realmente, dall’altra di unire all’uscita didattica la creatività andando a cercare l’argilla per eseguire i lavoretti. Divise i gruppi ed assegnò loro un preciso incarico (responsabilizzazione). Da questa esperienza venì furi l’idea che il luogo andava prendendo un significato diverso. IL DIRETTORE Un giorno il direttore dell’istituto decise di parlare con la classe del Maestro, ma il suo modo di fare fece scatenare nei bambini un atteggiamento critico. Il direttore parlava loro con aria prepotente e maleducata affermando cose in aperto contrasto

con quello che dal primo giorno di scuola Bernardini insegnava e mettendo in pratica attraverso una specifica organizzazione, ed ecco perché i bambini intervengono per giudicare e criticare. Quello che vuole affermare il Maestro è che in una classe specialmente come quella di Pietralata, in cui i bambini vivono in contesti disagiati, è opportuno seguire passo passo il loro rendimento senza cambiare metodi di approccio. LA CLASSE DI “SEMIRECUPERO” Un giorno venne affidata a Bernardini una classe di semi recupero, perché voleva portare a un convegno una concreta esperienza con dei bambini appartenenti a una situazione disagiata. Questi bambini erano sempre figli di sottoccupati giunti a Pietralata un po' da tutte le borgate che circondavano Roma. Il loro passato era molto visibile nel modo di vestire quanto mai trascurato e soprattutto nel comportamento e nel fiorito linguaggio romanesco, accompagnato dalla mimica. Come sempre proclamò il capo classe e come attività decise di far giocare i bambini per farli integrare al contesto scolastico. CARLO Un giorno il maestro vagando per il refettorio vide uno spettacolo raccapricciante. Un bambino a causa della sua vivacità veniva picchiato e buttato via dalla classe dalla sua maestra e la bidella. Bernardini incuriosito vide subito che in quel bambino c’era qualcosa che non andasse. Infatti Carlo, il nome del bambino, aveva assistito a scene familiari atroci e crudeli, era stato colpito da sensazioni laceranti e da emozioni sconvolgenti: i genitori si menavano e si minacciavano con i coltelli. Lui viveva con la zia ma stavano aspettando la chiamata dal collegio. Cosi Bernardini decise, anche se fossero pochi giorni di integrarlo nella sua classe. Prima di tutto voleva rendersi conto di quali fossero le sue capacità mentali e soprattutto del modo in cui reagiva alla sua grande sventura familiare. I traumi psichici da cui era stato colpito in seguito al dramma avevano arrestato il suo sviluppo. Carlo cominciò a scoprire l’amore verso la scuola e a integrarsi con i suoi nuovi compagni. Questo fu per il Maestro un’interessante esperienza, che permise di misurare il livello di preparazione che si andava maturando nel collettivo, ormai lontano dalle manifestazioni di gretto egoismo e dall’individualismo sconfortante dei primi momenti a scuola. IL CARTAIO IN CATTEDRA Bernardini decise di integrare nel suo piano didattico una novità, far venire in classe una persona per trattare argomenti che potevano interessare i ragazzi.

Lo scopo del Maestro era infatti ascoltare per poi farli ragionare sulle diverse tipologie di culture e società. COMUNIONE E CRESIMA Verso la fine di aprile iniziarono i preparativi per la cresima e la comunione. In questi giorni si era soliti mancare per tre giorni a scuola per fare il ritiro in chiesa. Per loro la comunione rappresentava un autentico “frutta regali”, l’occasione per fare una grossa mangiata che sognavano da tanto tempo, l’abito nuovo, l’allegria in casa e non una cerimonia che dovrebbe rappresentare la gloria e l’esaltazione dello spirito. Infatti quando i bambini ritornarono a scuola, Bernardini chiese loro di raccontare la giornata e da questi racconti emersero tutte queste aspettative. Infatti a quei tempi erano molto importanti i regali materiali, sia per quanto riguarda i bambini che gli altri insegnanti della scuola di Pietralata. IL FRATELLINO DI ROBERTO Bernardini organizzava le sue attività in assoluta parità dei sessi, gruppi misti, recite e canti corali. Un giorno affrontò un tema molto importante; l’evidente contraddizione tra l’educazione sessuale impartita dalle famiglie, che presentavano ogni riferimento al sesso come fonte di peccato e di immortalità, e quindi ne facevano un tabù, e l’esperienza del vagabondaggio che costringeva i ragazzi a venire a contatto con tutti gli aspetti della vita sessuale. Così cominciò la discussione con i bambini riguardante l’argomento. Si partì dalla nascita di uno dei fratellini di un bambino fino ad arrivare a scoprire l’argomento in rapporto agli animali. Questo fu molto utile perché il Maestro riuscì a far comprendere meglio il cammino dell’uomo, dal suo sorgere fino ai nostri giorni e riuscì a coltivare la curiosità nei bambini. PASSEGGIATA AL FIUME ANIENE Nel programma didattico del Maestro erano anche previste delle uscite didattiche. Così una mattina andarono ad esplorare il fiume Aniene; da questa uscita sorsero molte curiosità nei bambini e ben presto si accesero delle discussioni sulla vita e i nomi di tutto ciò che avevano catturato. L’ULTIMO GIORNO L’ultimo giorno di scuola in classe c’era aria di festa, tutti tirarono fuori qualcosa da sotto il proprio banco; fiori, dolci, bottiglie… Erano felici per la fine dell’anno e Bernardini notò un notevole miglioramento nei suoi ragazzi. La situazione era diversa, i bambini erano diventati più educati e in loro si vedeva quell’amore che all’inizio non c’era. Avevano appreso le regole del buon vivere.

IL SALUTO

Iniziate le lezioni del nuovo anno, Il Maestro, chiese ai suoi allievi di raccontare e scrivere, tutte le avventure dell’estate. Inoltre notò anche un notevole cambiamento nel linguaggio, si sforzarono a esprimersi solo in italiano. Un giorno però arrivo un comando per Villa Adriana, così che Bernardini fu costretto a lasciare Pietralata e la sua amata classe. Tutto questo provocò nei bambini rabbia e ribellione. Così riaffiorarono in loro vecchi istinti, abitudini e parole ormai cadute in disuso. RITORNO A PIETRALATA Bernardini tornato a Pietralata vide che molte cose erano cambiate, non c’era più il Monte Pecoraro, era stata montata una scuola prefabbricata, le case rotte e il rifugio dei suoi alunni non c’erano più. Rivide i suoi ex alunni bocciati da altri insegnati, ma notò che il corpo insegnate si era in parte rinnovato. C’erano alcuni giovani che guardavano la scuola in un nuovo modo, volevano lavorare e molte volte riuscivano a comprendere le ragioni e i motivi che avevano determinato la situazione a Pietralata. Al maestro gli venne affidata una nuova classe, e attuò sempre gli stessi metodi didattici includendo la scoperta dei talenti dei ragazzi. Misero in atto la stesura del giornalino scolastico dal quale ben presto dedicarono le loro energie con slancio ed entusiasmo. Insomma, si presenteranno nuovi problemi sulla vita. La loro vita di domani che non può dissociarsi da quella degli altri e di cui dovranno tenere conto, per andare avanti. IL MAESTRO MINISTERIALE Al rendere ancora più critica la situazione di distacco tra il Maestro e i suoi alunni fu l’arrivo di un nuovo collega, il suo pensiero era altrove, parlava come un uomo di 80 anni, e la sua voglia di far lezione era assente. I bambini si rifiutarono solo al pensiero di conoscerlo, perché ormai avevano trovato in Bernardini non solo un maestro ma anche un confidente, una figura ideale che tutti gli alunni cercano nei grandi ed imitano in ogni manifestazione del loro vivere. I principi di Bernardini, basati sul concetto della classe intesa come centro di vita collettiva, in cui ogni bambino aveva la possibilità di svilupparsi ed affermarsi attingendo alla collettività, erano fondamentali. Bisognava creare una scuola in cui si sentissero innanzitutto loro stessi, con la loro libertà, il desiderio sfrenato di fare, di realizzare; una scuola in cui fossero loro a cercare e trovare, a dar sfogo alla curiosità di conoscere e sapere, senza sentirsi strumenti della vita altrui.