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Riassunto: Yoga - Giorgio Renato Franci, Sintesi del corso di Filosofia

Riassunto di ogni paragrafo del testo, è però assente l,'ultimo capitolo "Yoga tra modernità e globalizzazione" (pagg. 104-121).

Tipologia: Sintesi del corso

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Le parole indiane sono scritte senza gli usuali diacritici.
Giorgio Renato Franci
YOGA
1. Il mondo dell'asceta.
Le motivazioni.
Inquadramento storico culturale per capire pratiche, modi di vita e motivazioni dei cultori dello yoga nel corso del tempo. I
più antichi testi indiani, raccolti nel corpus del Veda, rivelano un atteggiamento molto positivo di fronte al mondo, un
solido attaccamento ai beni terreni, come forza, ricchezza, salute, longevità sentiti e desiderati con adesione sincera in
un'ottica che non sembra distinguere dai valori sacri le realtà naturali e anche i prodotti dell'attività umana. Nella
preparazione, anche interiore, e poi nel compimento dei riti, con una partecipazione approfondita fino a livelli di
concentrazione e/o esaltazione sovrumana, s'incentra l'esperienza spirituale vedica più antica.
Nel grande corpus del Veda i testi più antichi (II e I millennio aC) sono riuniti nelle Samhita "raccolte" dei testi di base
(inni, canti, formule sacrificali e magiche). I testi vedici delle età successive mostrano la marea montante delle pratiche e
delle speculazioni ritualistiche, ma anche, specialmente nelle opere che concludono il corpus, le Upanisad, l'emergere di
problematiche spirituali e filosofiche, le prime definizioni di cosa sia lo yoga... Nell'età immediatamente successiva al
periodo delle Upanisad più antiche, che possiamo definire come epoca assiale, sorgono delle grandi correnti spirituali
extravediche. È in quest'epoca che si afferma la figura dell'asceta casto, un ideale di vita in contrasto con quello vedico
del padre di famiglia che compie i sacrifici, cioè si avvia un processo di rovesciamento dell'ideologia sacerdotale che
esaltava il sacrificio e la continuità dell'istituto familiare.
A. Motivazioni spirituali: In un mondo che in genere gli indiani ritengono senza principio e senza fine, tutte le forme
dell'esistenza sono trascinate nel processo di un divenire infinito (samsara), in cui si passa da una vita a un'altra, e
quindi si passa anche da una morte all'altra: una catena che può giustamente essere sentita come dolorosa e dalla
quale si sente la necessità di liberarsi. L'individualità umana secondo il modo di vedere indiano non è il nostro io
permanente, ma uno tra gli infiniti modi di essere in un divenire infinito.
B. La successione infinita di nascite può essere vista anche come un infinito allontanamento dal sommo bene, le
Upanisad avevano individuato nella scoperta dell'identità dello spirito in noi, l'atman, con lo spirito assoluto, il
brahman, mentre il jainismo vede il sommo bene soprattutto come isolamento e distacco totale dallo spirito del mondo
del divenire e il buddhismo lo vede nel raggiungimento del nirvana: idee e ideali anche profondamente diversi, che
però convergono in una ricerca ascetica di distacco da questo nostro mondo. Il sommo bene è comunque sempre
visto come una condizione di liberazione e di libertà (chiamata mukti, moksa o nirvana): una completa emancipazione
dai dolori e dalle limitazioni dell'esistenza.
C. Le tre grandi tradizioni spirituali indiane, induismo, jainismo e buddhismo, concordano nel riconoscere che il divenire è
retto da una legge universale e costante, quella del karman, che significa "azione". In particolare l'atto rituale, che ha
effetti certi anche se non immediatamente visibili, ma poi viene usata anche per indicare i frutti di tutte le azioni, le
quali costituiscono come dei semi destinati a fruttificare nelle esistenze successive. Il processo andrà dunque avanti
all'infinito, a meno che non si riesca q spezzare la catena del samsara quando ci si trova nelle condizioni adatte,
soprattutto la condizione umana, che costituisce un bene rarissimo e prezioso, un'occasione quasi unica di cui
avvalersi per la ricerca spirituale, perché intessuta di consapevolezza e capacità di acquisire merito. Spezzare la
catena è possibile soprattutto, anche se non solo, mediante la prassi ascetica. Lo yoga può dare la vittoria definitiva
su questa catena, come ben mostra il dio Siva, considerato il signore dello yoga e dei suoi cultori, che tra i suoi vari
epiteti ha quello di "vincitore della morte".
Questi sono alcuni forti motivi che possono aver spinto a una scelta di vita ascetica, comunque concepita e attuata.
D. Ci possono essere anche stati motivi di carattere sociale. La cultura indiana è sempre stata molto rigida sul piano
della prassi sociale -> sistema delle caste, situazione delle donne. La scelta ascetica poteva nascere dall'esigenza di
sottrarsi a un ordine sociale prepotente e soffocante, da un bisogno di autentica autonomia. L'asceta rappresenta
istanze individualistiche. Alcuni studiosi hanno messo in risalto la coincidenza temporale tra l'urbanizzazione
crescente della società indiana nel VI secolo aC e in quelli immediatamente successivi e l'affermazione tumultuosa
dell'ascetismo (-> nuova atmosfera di libertà).
E. Accanto a motivazioni che possiamo far derivare dai valori spirituali largamente condivisi all'interno della società
indiana antica, accanto anche a delle motivazioni che possiamo chiamare di natura sociale, ci si può chiedere che
peso possano aver avuto motivazioni più intime. L'ascetismo indiano condivide con le tradizioni ascetiche delle altre
culture vari tratti fondamentali: il carattere difensivo contro le tentazioni proprio delle regole ascetiche, i cui divieti
nascondono desideri fortissimi, il sogno infantile di onnipotenza che si esprime nel convincimento largamente diffuso
degli yogin provetti possiedano poteri straordinari, l'aggressività esercitata talora sugli altri, ma per lo più soprattutto
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Le parole indiane sono scritte senza gli usuali diacritici.

Giorgio Renato Franci

YOGA

1. Il mondo dell'asceta.

Le motivazioni. Inquadramento storico culturale per capire pratiche, modi di vita e motivazioni dei cultori dello yoga nel corso del tempo. I più antichi testi indiani, raccolti nel corpus del Veda , rivelano un atteggiamento molto positivo di fronte al mondo, un solido attaccamento ai beni terreni, come forza, ricchezza, salute, longevità sentiti e desiderati con adesione sincera in un'ottica che non sembra distinguere dai valori sacri le realtà naturali e anche i prodotti dell'attività umana. Nella preparazione, anche interiore, e poi nel compimento dei riti, con una partecipazione approfondita fino a livelli di concentrazione e/o esaltazione sovrumana, s'incentra l'esperienza spirituale vedica più antica. Nel grande corpus del Veda i testi più antichi (II e I millennio aC) sono riuniti nelle Samhita "raccolte" dei testi di base (inni, canti, formule sacrificali e magiche). I testi vedici delle età successive mostrano la marea montante delle pratiche e delle speculazioni ritualistiche, ma anche, specialmente nelle opere che concludono il corpus, le Upanisad , l'emergere di problematiche spirituali e filosofiche, le prime definizioni di cosa sia lo yoga... Nell'età immediatamente successiva al periodo delle Upanisad più antiche, che possiamo definire come epoca assiale, sorgono delle grandi correnti spirituali extravediche. È in quest'epoca che si afferma la figura dell'asceta casto, un ideale di vita in contrasto con quello vedico del padre di famiglia che compie i sacrifici, cioè si avvia un processo di rovesciamento dell'ideologia sacerdotale che esaltava il sacrificio e la continuità dell'istituto familiare. A. Motivazioni spirituali: In un mondo che in genere gli indiani ritengono senza principio e senza fine, tutte le forme dell'esistenza sono trascinate nel processo di un divenire infinito ( samsara ), in cui si passa da una vita a un'altra, e quindi si passa anche da una morte all'altra: una catena che può giustamente essere sentita come dolorosa e dalla quale si sente la necessità di liberarsi. L'individualità umana secondo il modo di vedere indiano non è il nostro io permanente, ma uno tra gli infiniti modi di essere in un divenire infinito. B. La successione infinita di nascite può essere vista anche come un infinito allontanamento dal sommo bene, le Upanisad avevano individuato nella scoperta dell'identità dello spirito in noi, l' atman , con lo spirito assoluto, il brahman , mentre il jainismo vede il sommo bene soprattutto come isolamento e distacco totale dallo spirito del mondo del divenire e il buddhismo lo vede nel raggiungimento del nirvana : idee e ideali anche profondamente diversi, che però convergono in una ricerca ascetica di distacco da questo nostro mondo. Il sommo bene è comunque sempre visto come una condizione di liberazione e di libertà (chiamata mukti , moksa o nirvana ): una completa emancipazione dai dolori e dalle limitazioni dell'esistenza. C. Le tre grandi tradizioni spirituali indiane, induismo, jainismo e buddhismo, concordano nel riconoscere che il divenire è retto da una legge universale e costante, quella del karman , che significa "azione". In particolare l'atto rituale, che ha effetti certi anche se non immediatamente visibili, ma poi viene usata anche per indicare i frutti di tutte le azioni, le quali costituiscono come dei semi destinati a fruttificare nelle esistenze successive. Il processo andrà dunque avanti all'infinito, a meno che non si riesca q spezzare la catena del samsara quando ci si trova nelle condizioni adatte, soprattutto la condizione umana, che costituisce un bene rarissimo e prezioso, un'occasione quasi unica di cui avvalersi per la ricerca spirituale, perché intessuta di consapevolezza e capacità di acquisire merito. Spezzare la catena è possibile soprattutto, anche se non solo, mediante la prassi ascetica. Lo yoga può dare la vittoria definitiva su questa catena, come ben mostra il dio Siva , considerato il signore dello yoga e dei suoi cultori, che tra i suoi vari epiteti ha quello di "vincitore della morte". Questi sono alcuni forti motivi che possono aver spinto a una scelta di vita ascetica, comunque concepita e attuata. D. Ci possono essere anche stati motivi di carattere sociale. La cultura indiana è sempre stata molto rigida sul piano della prassi sociale -> sistema delle caste, situazione delle donne. La scelta ascetica poteva nascere dall'esigenza di sottrarsi a un ordine sociale prepotente e soffocante, da un bisogno di autentica autonomia. L'asceta rappresenta istanze individualistiche. Alcuni studiosi hanno messo in risalto la coincidenza temporale tra l'urbanizzazione crescente della società indiana nel VI secolo aC e in quelli immediatamente successivi e l'affermazione tumultuosa dell'ascetismo (-> nuova atmosfera di libertà). E. Accanto a motivazioni che possiamo far derivare dai valori spirituali largamente condivisi all'interno della società indiana antica, accanto anche a delle motivazioni che possiamo chiamare di natura sociale, ci si può chiedere che peso possano aver avuto motivazioni più intime. L'ascetismo indiano condivide con le tradizioni ascetiche delle altre culture vari tratti fondamentali: il carattere difensivo contro le tentazioni proprio delle regole ascetiche, i cui divieti nascondono desideri fortissimi, il sogno infantile di onnipotenza che si esprime nel convincimento largamente diffuso degli yogin provetti possiedano poteri straordinari, l'aggressività esercitata talora sugli altri, ma per lo più soprattutto

su di sé, imponendosi sofferenze, digiuni... Le personalità degli asceti indiani mostrano spesso segni di un equilibrio raggiunto, maturo, quale che ne sia il livello e quale che sia il prezzo che è stato pagato per questa conquista. F. Non sono da escludere le motivazioni economiche. Il singolo asceta o le comunità vivono di quanto viene loro elargito da coloro che si dedicano ad attività produttive. Polemica di dissidenti indiani che accusavano di sfruttamento delle credulità popolare quanti traevano da vivere dall'esercizio di una vita dichiaratamente consacrata a finalità spirituali, ma in realtà dedita a pratiche viziose e disoneste. Gli "yogin", asceti rinuncianti e non solo. Ciò che si dirà qui riguarda gli yogin in quanto asceti rinuncianti che si pongono fuori della società. Comunque non tutti gli yogin sono asceti rinuncianti. L'asceta rinunciante è in fuga dalla società in cui fino ad allora è vissuto. 1ª caratteristica. Gli asceti possono essere individui che vivono da soli, per un periodo più o meno breve di tempo, talora soli del tutto, talora invece con rapporti più o meno sporadici o frequenti con altri "colleghi", o anche sempre in gruppo o in convento. 2ª caratteristica. Ci sono asceti totalmente slegati da ogni appartenenza, numerosi altri sono invece inseriti in comunità. A seconda del dio di cui si proclamano devoti si può parlare di yogin visnuiti, sivaiti, e così via. In genere il loro aspetto dichiara anche l'appartenenza: per esempio gli asceti visnuiti si possono riconoscere soprattutto per la presenza di segni verticali sulla fronte, gli asceti sivaiti perché invece hanno sulla fronte segno orizzontali. 3ª caratteristica. Garanti delle regole, ma anche maestri di vita e di saggezza sono coloro che, progrediti per primi nel cammino, hanno raggiunto la meta e si aprono ad aiutare gli altri: i guru (= autorevole). Il guru ha alcune funzioni d'importanza fondamentale: costituisce un modello e un punto di riferimento per il discepolo, dà quell'insegnamento orale che eventuali testi scritti non possono sostituire e insegna le rette pratiche (posizioni da assumere, tecniche respiratorie...). Dal guru si ottiene in particolare l'iniziazione a una determinata corrente spirituale. 4ª caratteristica. L'India conosce anche il fenomeno dei cosiddetti nirguru ("senza maestro"), persone che hanno raggiunto da sole quei traguardi spirituali. Attraverso un lungo processo di compromessi e di assestamenti si è definita una specie di itinerario ideale di vita, il sistema unitario degli asrama (" fasi dell'esistenza ordinata ") che vuole che la vita dei maschi delle classi superiori si articoli in quattro fasi che si susseguono in un ordine fisso: di studente casto, di padre di famiglia, poi, quando si sia diventati nonni, avendo ormai adempiuto all'obbligo di assicurare continuità alla famiglia per garantire il rispetto dei doveri sacrificali, si dovrebbe andare via di casa per ritirarsi nelle foreste, e infine, a conclusione, dovrebbe venire la scelta della vita di rinunciante del tutto privo di rapporti sociali, morto al mondo. Nel senso che quando esce dalla comunità si compiono i riti funebri, quando morirà non se ne compiranno più. Il rinunciante: casto, errante senza meta e senza casa, mendico, spesso nudo o vestito di stracci, in cerca anche frequentemente di disonore sociale, è un "non uomo", spesso paragonato agli animali, ai vermi.

2. Da tempo immemorabile:

La prima parte della storia dello yoga.

Le origini. Datazioni precise non sono spesso possibili nella storia indiana. Una prima grande ipotesi ha collegato lo yoga con lo sciamanesimo, ciò con quell'insieme di credenze e di pratiche al cui centro si colloca lo sciamano : specialista professionale dei rapporti fra il mondo umano e il mondo degli spiriti. Destinato a questa sua attività per eredità familiare o per caratteri psichici particolari, come forme di squilibrio o ipersensibilità, che però, invece di costituire un handicap, vengono utilizzate a vantaggio del gruppo sociale. Grazie ad un rapporto privilegiato con il regno del soprannaturale, appare in grado di contribuire a risolvere le crisi (malattie e conflitti) che insorgono nella sua comunità, ha sia funzioni mediche, sacerdotali che profetiche. Ma da tutto questo cosa si può trarre? Se si pensa alla figura classica dello yogin , signore di se, distaccato dalla natura, dalla società e dalle sue vicende, e lo si mette a confronto con gli sciamani, estatici, talora posseduti dagli spiriti, com la loro psichicità irrequieta ed instabile, la differenza non potrebbe apparire più grande. Se invece si pensa a forme di yoga più popolare, intessute anche di operazioni magiche, di rapporti conflittuali o di dominio con gli spiri, ecc., la differenza sembra molto meno significativa. In alcuni documenti visivi della grande cultura del III millennio aC., conosciuta come civiltà dell'Indo o, dal nome delle sue principali città, di Mohenjo-daro o di Harappa, molti studiosi hanno creduto di cogliere tracce evidenti di yoga. Un busto rappresenta un uomo barbuto che indossa un abito decorato con figurazioni di trifogli e tiene gli occhi socchiusi come accade in fasi meditative dello yoga. Un sigillo mostra poi un singolare personaggio forse tricefalo che sta seduto, sembra tranquillamente, in mezzo ad animali e fiere. Ha attirato l'attenzione soprattutto il suo modo di stare seduto: a gambe aperte con le ginocchia volte verso l'esterno in direzione opposta con i calcagni che si toccano, una posizione ben poco naturale e che richiama analoghe posture dello yogin. L'identificazione di questo personaggio con uno yogin arcaico può apparire abbastanza plausibile. Per il suo star seduto in mezzo ad animali feroci si è pensato al dio Siva,

Yoga e arte. Lo yoga ha significato molto anche per l'arte e per la riflessione sull'arte. Non solo ha fornito figure e leggende di asceti alle opere letterarie, temi per la poesia come quelli del distacco e della rinuncia, ma si è inserito nella vita stessa dei protagonisti del fare artistico: gli attori che si preparano alla loro parte, specie se si tratta di teatro sacro, con lunghe meditazioni immedesimative, gli artisti figurativi che s'ispirano concentrandosi fin quasi alla fusione con i modelli sacri. Tratto distintivo che unisce arte e yoga: la liberazione che sottrae al dominio del tempo, cioè emancipa dalla catena samsarica del karman , grazie ad un'esperienza universalizzante.

3. Lo Yoga classico

Yoga e "Samkhya". Quello che si può chiamare Yoga classico è codificato negli Yogasutra ("Aforismi sullo yoga") attribuiti a Patanjali, di cui non si sa molto. Viene tradizionalmente incluso nel gruppo delle grandi scuole brahmaniche di pensiero e di spiritualità, i cosiddetti darsana. Si ricollega ad una radice drs , che significa "vedere", e indica la visione sia nel senso di "modo di vedere, punto di vista, opinione" sia nel senso di visione di sé che un guru dona a seguaci e visitatori. Lo Yoga di Patanjiali è darsana nel senso di "filosofia, scuola di pensiero". In realtà le descrizioni che alcuni dossografi* indiani hanno fatto dei darsana , e che presentano cataloghi e discussioni delle dottrine delle varie scuole, ci danno dei quadri molto vari sia per quanto riguarda il numero che per l'identità dei darsana presentati. Lo yoga in questi cataloghi è presente in compagnia di un altro darsana , il Samkhya. Comune al Samkhya attestato nell'epica e a quello ateo è la visione che contrappone allo spirito ( purusa ), cosciente e immoto, la natura ( prakrti ), realtà incosciente e dinamica la quale, misteriosamente attratta al movimento dallo spirito (che ha una sorta di funzione analoga a quella di una calamita), evolve attraverso una serie di principi chiamati tattva. -> Ê formato dal tema di un pronome dimostrativo ("quello") e da un suffisso - tva che serve a formare nomi astratti neutri. Potremmo dire che i tattva sono "entità che hanno la caratteristica di essere quello che sono", cioè costituiscono realtà distintive specifiche. L'elenco di questi principi o categorie si apre con una prima fase costituita da uno psichismo diffuso, non riferito a un soggetto determinato, la buddhi ("intelletto, intelligenza"): questo tattva è anche chiamato mahat ("grande"); viene poi l' ahamkara ("il produttore dell'io"), cioè il tattva che fa si che si cominci a riferire lo psichismo a un io. Il quadro evolutivo prosegue con le cinque facoltà sensoriali conoscitive (udito, tatto, vista, gusto e olfatto) e con le facoltà sensoriali di azione (cioè la capacità di parlare, prendere, generare) con il manas , l'organo che ha il compito di coordinare per quanto possibile in unità i dati dei sensi, i quali vengono tradizionalmente vengono immaginati come delle forze che si rivolgono all'esterno per captarne i messaggi, ciascun senso secondo la sua specifica competenza. Il processo continua con gli elementi sottili, cioè puri, che costituiscono rispettivamente la base della sonorità, della tangibilità, della visibilità, della gustabilità e si conclude con gli elementi materiali grossolani, che derivano dai precedenti ma se ne differenziano perché non si presentano allo stato puro, e sono lo spazio concepito come elemento, l'aria, il fuoco, l'acqua e l'aria. Come si può vedere, secondo questa concezione anche la vita psichica (intelligenza, pensieri, sentimenti) rientra nel dominio della natura e non fa parte dello spirito. Un ruolo essenziale nell'evoluzione descritta dal Samkhya giocano i guna , parola che in origine molto probabilmente significava "filo", ma in questo contesto indica delle proprietà o attributi o tendenze della natura, che in genere compaiono e s'intrecciano in vario modo e misura nei diversi aspetti della realtà. Essi, pur nella molteplicità delle manifestazioni del reale, sono sostanzialmente inquadrabili in tre grandi categorie: sattva , è la manifestazione più alta della natura, quella che più si avvicina all'intellettualità spirituale del purusa , e presenta caratteristiche di intelligenza, luminosità e bontà; il rajas (letteralmente "polvere") è il guna del movimento nelle sue varie forme e dell'instabilità, anche sul piano psicologico; infine il tamas ("tenebra") rappresenta tutto ciò che è di natura opposta al sattva : torpore e confusione mentale. La tripartizione dei guna è importantissima in tutta la civiltà indiana: serve a classificare tutto, dai cibi alle classi sociali. La letteratura dello Yoga classico. Di Patanjali, a cui sono attribuiti gli Yogasutra , non sappiamo niente, o quasi. Un Patanjali ben noto è il linguista e grammatico autore del Grande commento alla grammatica di Panini. Di solito lo si data attorno al II secolo prima della nostra era e la sua identificazione con il maestro yogin è tradizionalmente accettata dalla cultura indiana ma purtroppo è tutt'altro che sicura. I 195 aforismi degli Yogasutra sono raccolti in quattro capitoli, dedicati rispettivamente:

  • (^) al samadhi ("entasi"), il livello più alto dello yoga;
  • (^) al sadhana ("il metodo di realizzazione");
  • (^) ai mirabili poteri (" vibhuti ": "manifestazioni") che lo yoga permette di raggiungere;
  • (^) e infine all' "isolamento" liberatorio della natura. Gli argomenti trattati si accavallano e intersecano spesso. Il più antico commento agli Yogasutra è attribuito a Vyasa (VI sec della nostra era?). Vyasa sarebbe un nome autorevole nella tradizione indiana: gli sono attribuiti il Veda , il Mahabharata , le raccolte mitico-storiche dei Purana. In realtà questo nome indica, piuttosto che una persona precisa, un personaggio mitico cui si riconosce la funzione di ordinamento di una materia, di una sua spiegazione. *Dossografo. "Opinione, dottrina e -grafo. Nome con cui sono indicati coloro che raccolgono le dottrine e le biografie di filosofi.

Le dottrine. Anche secondo Patanjali per superare la condizione esistenziale dolorosa si devono far cessare i rapporti con la mente e la natura, che ne sono la causa. Non tutto negli Yogasutra presenta una perfetta coincidenza con il Samkhya. Quest'ultimo presenta una suddivisione molto articolata degli organi e delle funzioni della mente, lo Yoga preferisce presentarli unitariamente, parlando di citta ("essere cosciente, pensare": è la mente-pensiero). Patanjali ammette un Dio-Signore, esempio perfetto e modello per chi aspira alla liberazione e assegna allo stato d'animo conseguente al rapporto col Signore, una possibile funzione essenziale nel sentiero liberatorio, ritiene possibile che il conseguimento della meta suprema derivi da una forma di dedizione mistica. Torniamo al cammino dell'asceta. Cammino cosparso di ostacoli, che lo yogin deve cercare di superare con un impegno diuturno* di tutto sé stesso. Gli atti direttamente ispirati da questo impegno non causano karman. I principali ostacoli sono rappresentati dai klesa, cioè "ignoranza, egotismo**, attaccamento, odio, desiderio di vivere". Del termine " klesa " sono state proposte traduzioni varie, che insistono sull'impurità o sulla dolorosità di questi ostacoli. Contro gli ostacoli lottano, si spera vittoriosamente, gli anga ("membro"). In numero otto, nello Yoga patanjaliano, sono come le membra di un essere nuovo che lo yogin farà nascere. Eccone un primo elenco: "Le otto membra dello yoga: costrizioni, ingiunzioni, posture, controllo del respiro, ritrazione, concentrazione, meditazione, enstasi" ne sono poi specificate caratteristiche e suddivisioni. La trattazione delle posture è ridotta al minimo essenziale: si dice soltanto che non devono essere tali per cui il corpo possa costituire un problema, o perché non è sufficientemente saldo, o perché la posizione assunta è dolorosa. Il corpo deve uscire dal campo dell'attenzione dello yogin. La ritenzione del respiro può essere lunga o breve ed è fondamentale perché con questa comincia la parte tutta concentrata sulle dimensioni mentali. I poteri: una questione complessa. Gli Yogasutra di Patanjali dedicano un'ampia trattazione ai poteri mirabili di cui, come di un appannaggio, entrerebbero in possesso gli yogin provetti. Tradizionalmente in India si pensa che la pratica yogica ai suoi livelli più alti dischiuda delle possibilità assolutamente impensabili per la gente comune: che tali poteri divengano accessibili non vuole però dire che ne sia consigliabile l'uso. La posizione di Patanjali sembra dunque essere improntata a una precisa gerarchia di valori: rispettosa si delle credenze comuni in India sui poteri yogici, ma ben precisa nel delimitare il loro ambito e nell'insistere sulla necessità della separazione da tutto ciò che rientra nel dominio della natura (e quindi anche da poteri che ci potrebbero apparire soprannaturali per la loro straordinarietà) e sul valore supremo della libertà dello spirito. Le filosofie induiste classiche e lo yoga. I filosofi di cui ora faremo cenno sono impegnati in una vita improntata a ideali di distacco da questo mondo, di ricerca di un bene superiore a tutto, asceti dunque per la maggior parte. Il darsana forse più importante storicamente è il Vedanta , ma più che una scuola filosofica è una specie di confederazione di scuole diverse e contrastanti tra loro, che hanno però sempre almeno un elemento in comune, io richiamo alle Upanisad vediche: fedeltà che permetteva ampi margini di autonomia di scelta tra le varie dottrine che le Upanisad insegnano. I Brahmasutra ("Gli aforismi sul brahman ") di Badarayana parlano a più riprese di yoga e anche di samkhya. Nei sutra 1-3 della prima sezione del II capitolo Badarayana respinge le dottrine samkhyane, secondo il commento di Sankara è perché la vera conoscenza può venire soltanto dalle dottrine che insegnano la non dualità tra il brahman e l'atman. Però Sankara ammette l'utilità della disciplina meditativa yogica. Per un altro grande commentatore e caposcuola, Ramanuja, lo yoga, pur ammettendo l'esistenza del Signore, riconosce però la natura come realtà separata dallo spirito, e Dio, che non è il brahman , ha una funzione ridotta. Le pratiche e i mezzi di concentrazione possono essere utili. Per Srinivasa, esponente della scuola Nimbarka, la soppressione delle funzioni della mente se non si connette in alcun modo col Signore serve a passare di là dal mondo non più di quanto la coda di un cane possa servire ad attraversare l'oceano. C'è però una forma di yoga positiva che si dedica alla meditazione sul Signore e non accetta le dottrine del samkhya.

4. Lo yoga del buddhismo.

Il buddhismo è uno yoga. La storia stessa del cammino che portò il giovane principe Siddharta a raggiungere il risveglio spirituale divenendo così il Buddha è intrisa di presenze yogiche. Nello yoga buddhista della tradizione antica non sembra che abbiano avuto grandi sviluppi autonomi le discipline delle posture e del controllo del respiro. Ci furono ben presto dei contrasti in cui monaci che esaltavano la via dell'introspezione si opposero a monaci che invece sostenevano il primato dello studio delle dottrine, la meditazione e le pratiche connesse. Le quattro nobili verità e lo yoga buddhista. Le quattro nobili verità (sul dominio che il dolore esercita sulle varie forme di vita e di realtà, sull'origine di esso, sulla scoperta della via per uscirne, e infine il nobile ottuplice sentiero che porta a liberarsi) sono il fondamento comune, dottrinale e pratico, del buddhismo. E il nobile ottuplice sentiero è la prassi della vita che devono seguire gli asceti e i laici, questi ultimi con una disciplina più blanda e con prevedibile minore velocità di progresso. *Diuturno. "Di lunga durata e continuità nel tempo." **Egotismo. "Atteggiamento che consiste nel culto di sé e nel compiacimento narcisistico della propria persona."

coscienza costante). Il buddhismo, come lo yoga, mira a liberare dalla schiavitù del tempo, in una dimensione di presenza mentale fondata su un costante presente. Si noti che la presenza mentale è diversa nei due metodi: in quello dell'acquietamento si connette con una concentrazione su supporti meditativi determinati ; nel metodo della visione penetrativa l'attenzione si rivolge, indeterminata , a tutto ciò che via via si presenta all'attenzione qui e ora. Tra i risultati dei due metodi meritano almeno un cenno il " conseguimento del frutto " che consiste nel raggiungimento del nirvana tramite il sentiero della visione penetrativa, e la "cessazione" che è una possibilità accessibile a coloro che hanno combinato i due metodi, e può essere considerato come un livello ulteriore di esperienza, di particolare intensità. Rapporti tra "samatha" (acquietamento) e "vipasyana" (visione penetrante). I due metodi sono degli stili di esperienza che variamente si articolano e si integrano, si può partire da un metodo e poi passare ad includere anche l'altro, e lo si può fare a vari livelli di progresso. Comunque, soprattutto la visione penetrativa e la sua integrazione con le pratiche più antiche dell'acquietamento costituiscono uno dei massimi apporti del buddhismo al sentiero delle realizzazioni spirituali. La meditazione nel "Mahayana". Il panorama delle possibilità offerte da quest'altra grande corrente del buddhismo appare più articolato, perché compaiono anche vie di salvezza strettamente religiose, per fede e per grazia, il Mahayana continua anche le antiche vie delle pratiche meditative. Ancora maggiore importanza assume lo yoga nella dottrina che vede nella sola coscienza la matrice della realtà. Tanto che la scuola che la insegna a preso il nome di Yogacara , "Pratica dello yoga". Lo yoga inteso come disciplina soprattutto meditativa e di autocontrollo, è essenziale per superare le nostre radicate tendenze all'illusione. Una delle caratteristiche principali del Mahayana , e cioè il riconoscimento di una serie ricchissima di figure che possiamo chiamare divine o semidivine, si è tradotta sul piano delle pratiche devote in espressioni di culto e meditazione; quest'ultima si esprime nella ripetizione e nell'intimo ascolto del nome di uno di questi personaggi, dei suoni e delle sacre formule che lo compendiano. I poteri e le conoscenze. Anche il buddhismo riconosce, come lo yoga, la possibilità di acquisizioni di poteri straordinari ( siddhi ), varie a seconda delle persone, del loro livello di maturazione spirituale: tra questi figurano anche le capacità eccezionali di conoscenza, le abhijna , possedute dai buddha e da altri esseri di elevatissima spiritualità. Comprendono: poteri magici di dominio sugli elementi, come l'ubiquità, la capacità di passare attraverso muri, rocce, montagne, di camminare sull'acqua, di volare: l'occhio divino, che permette di vedere attraverso le cose e scorgere il destino futuro degli esseri; l'orecchio divino; la conoscenza dei pensieri altrui e il ricordo delle esistenze precedenti. A questi poteri, generalmente considerati come acquisibili grazie al perfezionamento dei processi di purificazione e dell'esercizio mentale, si aggiunge e sovrappone un'ultima, suprema abhijna , collegata alla vipasyana , la conoscenza che produce il superamento delle passioni e delle impurità. Il fatto che si presentino lungo il cammino del perfezionamento è un buon segno, perché indica che si sta avanzando, ma al tempo stesso le siddhi possono produrre in chi le acquisisce sentimenti di orgoglio e di attaccamento, e magari indurlo a fermarsi soddisfatto a metà del cammino. Un confronto con lo Yoga classico. Le siddhi costituiscono un punto fermo della cultura indiana. Non si dovrà dimenticare la grande quantità di elementi comuni sul piano delle arti e delle tecniche di realizzazione di sé, a partire dalla purificazione iniziale e dal distacco, la condivisione del giudizio sul mondo e dei valori da ricercare come meta della ricerca spirituale.

5. Il tantrismo, lo yoga della potenza

e del dominio, lo yoga del corpo.

Tantra e tantrismo. La parola tantra molto probabilmente ha un significato originario di "telaio, tessuto" e dall'ambito dell'artigianato tessile è passata, un po' come la nostra parola "trama", a quello letterario, a significare libro, libro in genere, ma più specificatamente indica una sterminata massa di testi ritualistici e yogici, dai quali si è potuto ricavare un profilo complesso e in parte innovativo di dottrine e di pratiche e che è stato chiamato tantrismo, che è un orientamento dello spirito che coinvolge tutte le grandi tradizioni indiane. Siccome in queste dottrine si dà un grande rilievo alla presenza in noi di una suprema potenza e ai modi e ai mezzi per conquistarla e metterla in atto, sembra giusto, parlare di yoga della potenza e del dominio, mettendo in risalto questo aspetto che nel tantrismo non è certo unico, ma sicuramente di grande importanza. Le concezioni di fondo. Il tantrismo non costituisce un fenomeno unitario, però alcuni elementi di fondo sono ben chiari e sostanzialmente comuni. Tra questi elementi figura innanzitutto, variamente definita nelle diverse correnti, la concezione di una dualità fondamentale, e anche complementarità, tra un principio maschile e uno femminile, dualità alla base del tutto.

Tipica del tantrismo è anche l'insistenza sulla necessità e sul primato della pratica ( sadhana ), nella quale di norma si deve essere guidati; in essa hanno un ruolo essenziale riti, formule sacre, visualizzazioni e infine lo yoga, però non è necessariamente fondato su un'ascesi di rinuncia, quanto piuttosto collegato con la "fruizione" ( bhoga ), vale a dire instaurando con la realtà naturale nelle sue varie forme un rapporto diverso. Vengono cioè rivalutati gli istinti vitali, viene istituito con la realtà un rapporto che da un lato rivaluta e consacra aspetti della natura come ad esempio la sessualità e dall'altro lato assoggetta a tutto al dominio dello yogin , non più in fuga inorridita dal mondo, ma signore veramente libero nel mondo e sul mondo. Le fonti. La letteratura che presenta queste tradizioni immensa, questo può dare un'idea della vastità del fenomeno. Siamo di fronte ad una forma di esperienza che pervade tutte le grandi correnti spirituali indiane e che si esprime in tantra visnuiti, sivaiti, saktici, buddhisti: il tantrismo buddhista è noto come Vajrayana ("Veicolo del diamante"). Ai fini di fare un po' di chiarezza, presenteremo le opere suddivise secondo le divinità stesse. (-> Vedi pagg. 79/80) È possibile individuare delle categorie tematiche comuni:

  • Conoscenza: dottrine esoteriche.
  • Yoga: discipline pratiche.
  • Azione: regole da seguire per costruire consacrare templi e immagini sacre.
  • Comportamenti o perfezioni: norme relative a come si deve agire nei riti e della vita quotidiana. L'incertezza sulle datazioni non permette di dire con sicurezza quale tra le diverse tradizioni tantriche sia più antica. La produttività letteraria tantrica non si è espressa solo in sanscrito, ma anche nelle grandi lingue dell'India medievale e moderna come ad esempio il bengalese e la hindi. Il tantrismo ha ispirato e prodotto liriche, poemi e trattati. La ricerca sulle origini.
  1. Chiedersi da quali strati della composita cultura indiana emergano in piena luce dottrine e pratiche del tantrismo.
  2. L'esigenza di comprendere una forma di sacralità che per certi aspetti può sembrare tanto diversa dalle altre forme di spiritualità indiane.
  3. Ci si chiede come era il tantrismo originario, ammesso che si possa arrivare ad individuarlo.
  4. Ci si chiede se nell'incontro con le altre tradizioni spirituali si sia ibridato, o addirittura snaturato. Vari studiosi hanno ipotizzato che le pratiche tantriche derivino da riti arcaici di sessualità orgiastica, legati ai culti di fecondità, di sacralità femminile. Dobbiamo dare il giusto rilievo alla sua possibile preistoria remota, ma dobbiamo anche non dimenticare che il tantrismo è una cosa, gli sparsi e anche suggestivi elementi che parzialmente lo preannunciano non sono tantrismo finché non confluiscono in una sintesi, in una forma non unitaria ma riconoscibile per la sua peculiarità: soltanto a questo punto comincia la storia del tantrismo. Quando poi questa sintesi sia avvenuta non sembra si possa dirlo con certezza: è uno dei tanti casi d'incertezza cronologica della storia indiana. Si può comunque supporre che i primi testi di questa sintesi risalgano alla metà del primo millennio della nostra era. Il quinto "Veda". La novità del tantrismo è l'inversione dei valori che tradizionalmente costituivano la norma ideale della vita degli asceti, ha fatto sentire il bisogno di una spiegazione giustificativa: e cioè la necessità di tenere presente che siamo in una fase del divenire ciclico che è di profonda decadenza spirituale, pur preludendo a una nuova epoca di perfezione. Il tantrismo, nella visuale dei suoi seguaci induisti, si può definire come quinto Veda (come un corpus sacro che si aggiunge, dopo il Veda tradizionale ripartito in quattro specializzazioni, e con funzione analoga). Questa denominazione allude proprio all'universalità del suo messaggio, non concepito quindi solo per le caste e le classi alte a cui è riservata la rivelazione vedica, non rivolto quindi solo a gruppi socioculturali privilegiati, ma a tutti gli strati della popolazione. Il tantrismo rappresenta dunque un sentiero spirituale nuovo (specificamente adatto agli esseri umani di un'età di trasformazioni, anche politiche, di instabilità e di crisi dei vecchi statuti morali) ma anch'esso sacro. Alla creazione e alla diffusione del tantrismo, testi, insegnamenti ecc., hanno dato un contributo fondamentale esponenti della classe sacerdotale. Necessità del guru e della consacrazione. Date le caratteristiche di segretezza, vista la prevalenza degli aspetti pratici su quelli più propriamente speculativi e teorici, per la pericolosità stessa di certe pratiche se mal eseguite, tali da far precipitare all'inferno invece che far guadagnare la beatitudine, lo yoga tantrico richiede che ci sia un guru alla partenza per questo complesso cammino, e poi come guida nelle sue varie tappe. Ed è necessario che l'ingresso nella disciplina sia costituito da una vera e propria consacrazione ( diksa ). Tipi di yoga tantrico. Vari sono i tipi di yoga di cui parlano i testi tantrici, oltre al rajayoga ("yoga reale"). Con questo nome, non antico, si è sempre più inteso lo Yoga di Patanjali , ma originariamente ha avuto anche altri significati (lo yoga sessuale, il culmine dello yoga, il samadhi , ecc.); il hathayoga , cioè la disciplina che riconosce un rilievo determinante al dominio sul proprio corpo fino a superarne i limiti usuali; il mantrayoga fondato sulla ripetizione e meditazione di suoni sacri insegnati e

Le cinque pratiche. L'aspetto più conturbante dello yoga tantrico è costituito da una serie di pratiche chiamate pancatattva ("delle cinque categorie"). Si tratta di pratiche che assumono caratteristiche fortemente scandalose rispetto alla moralità corrente. Tanto che ne sono state elaborate versioni simboliche (non fisiche, ma meditative). Nella loro realtà non censurata le cinque m sono:

- madya^ ("liquore inebriante"); - mamsa^ ("carne"); - matsya^ ("pesce"); - mudra^ ("sigilli" o "gesti"); - maithuna^ ("accoppiamento sessuale"). L'asceta tantrico, vagliato e guidato dal maestro, affronta dopo una lunga preparazione la prova decisiva della sua vita, una prova in cui per. Affermare la propria signoria deve superare tutte le possibilità di vergogna, di disgusto, di sensi di dipendenza, scatenando nel suo corpo delle reazioni che deve saper controllare andando ben oltre i limiti della natura e anche dell'antica tradizione ascetica che si presenta a occhi tantrici come una ricerca di liberazione da , non come suprema libertà di. In. Particolare nell'atto sessuale si potrà cercare di superare il naturale svolgimento del coito che culmina nell'eiaculazione ritraendo lo sperma perché rifluisca verso l'alto: questa esperienza drammatica, paragonabile per intensità a una ritenzione del respiro prolungata fino al soffocamento, ma di controversa realizzabilità, farebbe compiere al seme virile un'ascesa fino al capo del praticante, dove si pensa che raggiunga l'unione con l'assoluto. Lo yoga del corpo. Si può dire, in generale, che tutto lo yoga è lo yoga del corpo, perché su di esso lavorano le più varie tradizioni yogiche, in modi diversi e a volte con finalità differenti. Ma c'è uno yoga che al corpo rivolge un'attenzione assolutamente primaria, e questo è il hathayoga , e collegata con esso l'alchimia. Hathayoga significa "yoga della forza, dello sforzo"; il termine allude alla difficoltà delle sue pratiche. Si può far cominciare la letteratura del hathayoga con due grandi maestri ( natha , "signori") probabilmente dell'XI-XII secolo, il mitico Matsyendranatha e Goraksanatha, ai quali sono attribuite varie opere. In un periodo che va dal XV al XVIII secolo sono stati composti alcuni manuali. Lo spirito del loro insegnamento appare molto differente da quello dello Yoga di Patanjali, anche se non mancano certo dichiarazioni che presentano il hathayoga come propedeutico allo Yoga classico. Le pratiche hathayogiche. Un gruppo di "sei azioni" costituisce un primo passo nel cammino hatayogico. Esse sono: - Dhauti , pulizia, che può essere interna, dei denti o del cuore. - Basti , lavaggio dell'addome. - Neti , introduzione in una narice di un cordoncino che poi viene estratto dalla bocca. - Trataka , fissazione dello sguardo su un oggetto senza battere ciglio, fino a lacrimare. - Nauli , scuotimento dello stomaco come preso da un vortice. - Kapalabhati , "illuminazione del cranio", costituente in una respirazione accelerata. Queste sei azioni, per le quali ovviamente si raccomanda la guida di un maestro, dovrebbero avere, come del resto gli altri esercizi, effetti terapeutici straordinari. Laddove Patanjali insegna, senza dilungarsi troppo in particolari, che l' asana dev'essere stabile e piacevole, il hathayoga propone invece un insieme di posture che richiedono una forte tensione. (-> Vedi pagg. 94-98) L'alchimia. Direttamente connessa con il mondo dello yoga tantrico è in India l'alchimia, la cui tradizione letteraria è piuttosto disordinata e confusa. Potremmo dire che lo yoga, specialmente quello tantrico, è una forma di alchimia, perché mira a trasporre il nostro essere in una condizione di supremazia assoluta, paragonabile a quella dell'oro tra i metalli, e l'alchimia è una forma di yoga, perché si propone di far raggiungere ai suoi cultori, per altre vie, le medesime mete trasformative che si propone lo yoga. Le mirabili capacità dei maestri dell'alchimia indiana furono notate da da grandi viaggiatori come il dotto musulmano al-Biruni, nella sua enciclopedica opera sull'India, e Marco Polo, che nel Milione notava che gli yogin , peraltro giudicati "perfidi e crudeli", vivono fino a 140 anni perché usano fin dall'infanzia come elisir di lunga vita una miscela di zolfo e mercurio. La filosofia di fondo degli alchimisti indiani è comune a quella dei tantrika , soprattutto sivaiti, ma anche buddhisti. Semmai aggiunge una particolare insistenza sulla necessità di possedere un corpo perfetto, soprattutto mediante elisir e anche in parallelo con la trasformazione dei metalli. L'alchimia indiana si fonda, almeno in parte, su tecniche ayurvediche di rafforzamento e longevità, che prendono il nome dal rasa ("succo" organico, "essenza"). Rasa è una delle parole fondamentali per entrare in contatto con la cultura indiana. In alchimia è il mercurio, che serve a produrre preparati allo scopo di perfezionare il corpo, ringiovanendolo e rendendolo indistruttibile. Il mercurio è identificato con Siva.

Diramazioni e applicazioni. Allo yoga fisico si collegano pratiche e applicazioni in diversi campi. Particolarmente importanti sono due tipi di applicazione, d'altronde almeno in parte collegati tra loro, la medicina e le arti marziali. I rapporti dello yoga con la medicina sono evidenti a più livelli, dato che entrambi si occupano dell'individuo nella sua singolarità e complessità, in una prospettiva psicosomatica ( Ayurveda , "scienza della longevità"). Potrebbe sembrare che le discipline come quelle yogiche si inspirino a visioni della vita profondamente diverse da quelle dei cultori delle arti marziali: la non violenza, il distacco e l'indifferenza di fronte alle cose del mondo. Però non è del tutto vero. Lo yogin , specialmente se pratica il hathayoga , e il cultore delle arti marziali si concentrano e lavorano sul corpo. In effetti vari praticanti delle arti marziali indiane le sentono come discipline yogiche o simili, legate a forme di iniziazione, insegnamenti segreti o tradizionali di guru venerabili. Ci sono anche pratiche in comune, come le discipline di controllo del respiro.

6. Yoga tra modernità e globalizzazione.

Da pag 104 a 121

L'incontro con lo straniero. I maestri del Novecento. Lo yoga migrante.