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Una panoramica dettagliata della religione vedica e della sua evoluzione.
Tipologia: Appunti
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(il dharma è principio che sovrasta e prescinde dal tempo, ma anche fulcro di un sistema di idee e credenze che si è trasformato nel corso del tempo) Un’alba dimenticata Il subcontinente indiano è stato abitato fin dai tempi più antichi, le sole testimonianze di cultura materiale però rendono difficile definire idee, credenze e valori. Era probabile però che ci fosse qualche forma di rapporto spirituale e pratico con realtà “sacre”. Questo fino alla civiltà urbana dell’Indo/vallinda/di Harappa o di Mohenjo-daro (dal nome dei due centri principali) =una delle più grandi manifestazioni della protostoria. 2500-1800/700 a.C.; Cadde in declino forse per ragioni di carattere climatico ed era ormai del tutto decaduta quando subentrarono le genti cui è attribuito il Veda; Scoperta negli anni ’20; Al suo apogeo si estendeva su una vastissima area con centri abitati regolati da norme urbanistiche e igieniche forse imposte da un gruppo dirigente sacerdotale; Tra gli oggetti di cultura materiale più noti ci sono: il bagno di Mohenjo-daro (forse usato per abluzioni rituali come quelle induiste), le varie raffigurazioni di personaggi femminili (dee madri probabilmente) associati ad animali fecondi; l’immagine di un uomo barbuto seduto in abito decorato con motivo a trifogli e occhi chiusi come nella concentrazione dello yoga; un sigillo raffigurante un personaggio (con forse tre facce e un copricapo costituito da due mezze lune che si incontrano al centro, per alcuni un toro assiso e per altri di sesso incerto) seduto in una posizione difficile e imperturbabile mentre è circondato da animali e fiere (possibile rappresentazione arcaica di Siva, signore dello yoga, chiamato anche Pasupati “signore degli animali” -l’interpretazione corrente lo intende come signore delle anime ancora legate all’ignoranza e al peccato-). La confluenza dei fiumi: “arya” e non “arya” L’induismo è come un grande fiume nato dalla confluenza di fiumi minori di diversa origine, nonostante gli stranieri siano generalmente considerati barbari (mleccha/barbara); è un processo di sintesi sempre in fieri. Perfino coloro che si definivano orgogliosamente “ arya ” (nobili, a discapito degli “ anarya ) sì scopri come avessero origine extraindiana quando all’inizio dell’800 iniziò a delinearsi il quadro della famiglia linguistica e poi etnica indoeuropea, originaria probabilmente della Russia meridionale. Tra le lingue indoeuropee antiche quelle degli indiani e degli iranici sono più strettamente legate, per le prime il primo documento scritto che attesta l’appartenenza al gruppo etnico-linguistico è il Veda. Dopo la separazione dal gruppo originario, indiani e iranici devono aver trascorso un lungo periodo insieme (lo provano la lingua, i rituali e i miti), ma il mondo iranico fu poi permeato dalla predicazione di Zarathustra per cui gli dei indoiranici “ deva ” decaddero ad esseri demoniaci. Tra gli elementi in comune all’interno del vasto gruppo indo-europeo vi sono l’idea del divino come realtà celeste, concezioni relative al destino dell’uomo e quella ideologia tripartita delineata da Dumezil (il sacerdozio e la connessa regalità sacro-magica, la funzione guerriera, quella produttiva di beni (ricchezza, fortuna).
I primi testi Il Veda: Significa “sapere”, è etimologicamente connesso con la visione e rappresenta la scienza sacra, di origine non umana. Una vastissima produzione letteraria orale tramandata oralmente (nonostante ad un certo punto la scrittura fosse ormai di uso normale) per millenni attraverso la fedeltà straordinaria di una catena di maestri. Si continuò a tramandarlo oralmente perché così si garantiva la riservatezza del messaggio, appannaggio esclusivo delle classi alte (soprattutto dei sacerdoti). Il corpus testuale è ritenuto sruti : rivelazione divina e poi opera dei vari maestri e discepoli in ascolto, a partire dalla visione dei veggenti ( rsi ) -la tradizione lo considera infallibile ed eterno ma poi ne fornisce interpretazioni molto diverse; la smrti è invece la tradizione autorevole, prodotta dall’uomo. Consta di 4 sottocorpora e, al loro interno, 4 livelli cronologicamente successivi e spesso collegati fra loro nelle ultime e prime parti, e i Vedanga: i sottocorpora: Samhita: raccolte di base Brahmana: testi brahmanici, si occupano soprattutto di rituale e propongono una dottrina del sacrificio e della sua forza suprema cui corrisponde l’affermazione della potentissima classe degli specialisti del sacro sul piano sociale, ai cui la comunità deve la sua prosperità e sicurezza Aranyaka: libri silvestri, destinati ad una recitazione fuori dall’abitato per via dell’utilizzo da parte di asceti usciti dal consorzio sociale o perché inadatti alla recitazione tra la gente per via della grande potenza sacra Upanisad: le “sessioni presso il maestro” che contengono, tra le altre cose, dottrine fondamentali e resoconti di discussioni private con discepoli scelti. Hanno contenuto metafisico e filosofico, costituiscono un genere letterario non ancora estinto- se ne compongono ancora per esporre le dottrine di maestri contemporanei. Le canoniche sono 108, ma le vediche del primo millennio a.C. sono solo 14. Con esse si conclude la rivelazione vedica. RGVEDA (La scienza degli inni) probabilmente la più antica (seconda metà del secondo millennio a.C.), si pensa abbia accompagnato gli arya al loro ingresso in India, costituendone il sapere tradizionale difeso gelosamente e ha fornito la base per gli adattamenti musicali del Samaveda. Samhita Brahmana Aranyaka Upanisad SAMAVEDA (la scienza dei canti) Samhita Brahmana Aranyaka Upanisad YAJURVEDA (la scienza delle formule sacrificali) Samhita Brahmana Aranyaka Upanisad ATHARVEDA (la scienza di maghi e stregoni)
I MARUT: compagni di Indra GLI ADITYA: i figli di Aditi (tra i quali Visnu) Il sacrificio (cruento e non cruento) è il centro dell’esperienza spirituale dell’uomo vedico: può essere solenne e vedere la partecipazione di sacerdoti, oppure domestico, senza. Accanto ad esso si praticavano scongiuri, incantesimi, fatture magiche. I riti andavano compiuti con estrema precisione poiché l’errore era ritenuto un pericolo. All’uomo-microcosmo del nostro pensiero rinascimentale, in India corrisponde l’idea di un universo- grande uomo, quindi la prospettiva di una misura umana estensibile fino all’infinito. Un inno, di importanza capitale per l’ideologia sociale e non solo, contenuto nell’ultimo libro del Rgveda , celebra il sacrificio di un gigantesco uomo primordiale dai mille occhi, mille teste, mille piedi dal cui smembramento sarebbe nata la realtà e le suddivisioni sociali (dalla bocca i sacerdoti, dalle braccia i nobili guerrieri, dai fianchi gli uomini che producono, dai piedi i servi). “ ATMAN ”: respiro nel significato di intima realtà spirituale di ciascun essere “ PRANA ”: respiro nel significato di soffio vitale Nei Brahmana si trovano opinioni teologiche, etimologie più o meno fantasiose, narrazioni mitiche, si incentrano sulla dottrina del sacrificio, come origine e forza suprema dell’universo e compare Prajapati “il signore della progenie” e “ BRAHMAN ”. Con questo, considerato la forza che sprigiona dal sacrificio ben compiuto e dalla parola sacra ben recitata (realtà assoluta e universale), gli altri perderanno di importanza (questo processo caratterizzerà la seconda fase dell’induismo “brahmanesimo”). Gli Aranyaka continuano lo stile e i contenuti dei Brahmana lungo una linea di interiorizzazione meditativa del sacrificio. Nelle Upanisad , influenti poi sulla successiva tradizione induistica, sono esposte molte dottrine: dalle prime attestazioni dello YOGA (insieme di pratiche psico-fisiche tese a controllare ciò che in noi non è spirito), alla BHAKTI (la devozione amorosa alla divinità), un rapporto di amore mistico fondato su una partecipazione reciproca, consacrato autorevolmente nella Bhagavadgita e poi successivamente riarticolato. Ha molti elementi in comune con la mistica occidentale di carattere sentimentale-affettivo (la compresenza di uno sforzo umano di purificazione e di un avvicinamento del dio, fasi di separazione, crisi, beatitudine finale nell’identità, unione o vicinanza con la divinità. C’è nella bhakti un’apertura universalistica che ha espressione nel caratteristico abbandono e rifugio presso il dio e che ne fa la via per gli ultimi, ispirando iniziative di rinnovamento sociale. al SAMSARA (l’idea che la vita di tutti e del tutto è un divenire continuo nel quale a chiunque può toccare qualunque stato dell’essere in un processo infinito- ci si può liberare ponendosi al punto di identificazione del brahman-atman -che nelle Upanisad sono la stessa cosa) e al KARMAN (per cui la condizione della rinascita non è casuale, ma dipende dal frutto delle opere compiute) L’induismo post-vedico Il periodo fondante che va dal VIII al V secolo a.C., di straordinari rivolgimenti e personalità creative, è stato chiamato da Karl Jaspers “assiale” (riferendosi all’umanità intera- India, Cina, Palestina, Iran, Grecia). In India ci fu una vastissima gamma di maestri (taluni dimenticati, altri influenti) nel contesto di un’epoca di crisi politica e sociale, incertezze, fughe dal mondo e ricerca di linee di pensiero più personali. Si affermano tendenze materialistiche, scettiche, un ordine di monaci fatalisti, ma soprattutto due tradizioni extravediche: buddhismo e jainismo, che ispirano, stimolano e sfidano l’induismo. L’induismo postvedico è quindi più complesso e molteplice del vedismo. Di carattere panindiano, ha una documentazione più ricca e eterogenea, in più lingue, in più generi
letterari e il centro del culto non è più il sacrificio, ma la puja (l’adorazione dell’idolo con cui si ha un rapporto diretto di cura affettuosa che predispone alla diffusa bhakti ) Le principali fonti letterarie del periodo postvedico Anche se nessuna opera dovrebbe poter competere con il Veda, si utilizzano anche altri testi nelle scuole e il Veda viene interpellato in modo molto selettivo. Le Upanisad , come detto, continuano ad essere composte sebbene non facciano parte della sruti , ma sono testi di devoti sivaiti, visnuiti, dello yoga. Tra i testi non vedici i più importanti: Mahabharata: (vastissimo poema) “la grande storia dei discendenti di Bharata” Tradizionalmente attribuito a Vyasa, supposto autore anche di altre opere, è una sorta di enciclopedia di tradizioni, leggende, morale raccolte intorno alla lotta tra due fazioni (con due capi imparentati) per il dominio dell’India settentrionale; all’inizio della battaglia decisiva vi si inserisce la BHAGAVADGITA: un poemetto che svolge la funzione di risolvere problemi morali sull’azione, la violenza, la nonviolenza, i doveri castali, le vie spirituali ecc Ramayana: (vastissimo poema) “la marcia di Rama” Attribuito a Valmiki, narra del rapimento da parte del demone Ravana, di Sita, moglie dell’eroe divino Rama e della conseguente guerra vinta da Rama e il suo esercito di scimmie tra cui Hanumant somiglianza col ciclo troiano; di enorme fortuna in India e in Asia sudorientale (tra le interpretazioni c’è il Ramcaritmanas di Tulsidas, capolavoro in hindi) Dharmasastra: “trattati sul dharma” Tra cui il più antico è attribuito a Manu, progenitore degli uomini Purana: “antichi” Trattano l’origine/emissione del mondo le sue riemissioni dopo le fasi di riassorbimento, le genealogie degli dei e dei rsi , le diverse epoche, le gesta delle dinastie regali in un’eterogenea raccolta Liriche, poemetti, trattati, aforismi (sutra), composizioni musicali Tantra “tessuto, trama” che trattano di dottrine, yoga, ritualistica
2. IL “DHARMA” E IL MONDO L’espansione dell’induismo Non ha mai avuto una esplicita vocazione missionaria, ciononostante si è diffuso nel tempo (la sanscritizzazione invece ha riguardato la diffusione dell’induismo alto all’interno dell’India). Per quanto riguarda le spinte verso l’esterno ce ne sono state due: una nel primo millennio d.C. verso il Sudest asiatico e una dall’800 ad oggi di pari passo con i flussi migratori verso le Figi, Mauritius, Trinidad, Guyana, Suriname. In realtà poi, attraverso il buddhismo, la cultura indiana ha influenzato moltissimo anche Asia centrale e orientale. India maior Corrisponde geograficamente al 1) SUBCONTINENTE INDIANO, 2) INDOCINA, 3) INDONESIA che insieme compongono una vasta area di influenza della cultura indiana formatasi a seguito di pacifici scambi e assimilazioni da parte degli indocinesi e indonesiani (già i nomi sono eloquenti), affascinati dai modelli culturali indiani. È il sanscrito e non le lingue popolari ad aver mediato questa influenza, la quale ha generato un meticciato culturale di affascinante complessità. In Indocina l’importanza dell’induismo (soprattutto attraverso il sincretismo dello sivaismo e del linga -fallo regale) ha ceduto nel tempo rispetto a buddhismo e islam. In Indonesia l’induismo fu soppiantato dall’islam nel XVI secolo, ma ha lasciato tracce indelebili come attestano i monumenti e la
importanti. Sorse, soprattutto per esigenze coloniali, una classe media in buona parte mista e plasmata dalla cultura inglese e quindi europea che portò al significativo fenomeno storico del Rinascimento induista. Un movimento intellettuale di riappropriazione in chiave “moderna” e critica del passato che vide pochissimi musulmani prendervi parte e che ebbe effetti d’elite e anche duraturi in campo religioso, pur non scalfendo la supremazia dell’induismo tradizionale. Sorsero vari samaj “società” attorno a intellettuali con interessi religiosi a partire dal primo: l’ Atmiyasabha “assemblea spirituale” del brahmano bengalese Ram Mohan Roy (1772-1833) che diede poi vita al Brahmasamaj “società dei devoti al brahman”. Uomo colto e curioso di altre religioni (soprattutto il cristianesimo -propose l’introduzione del Padre Nostro ma rifiutava l’incarnazione), tento di depurare l’induismo di molti aspetti ritenuti intollerabili (idolatria, rogo delle vedove, poligamia, ecc). La storia successiva del Brahmansamaj è fatta di progressismo, allontanamento e riavvicinamento all’induismo e vari scismi. Dopo una fase di notevole influenza sull’intelligentsia, queste società elitarie hanno perso gran parte della loro forza e i loro aderenti sono ridotti, amaramente, ad una condiziona castale separata. Un’altra società è la Devsamaj “società divina” fondata dall’ateo positivista Satyananda Agnihotri che faceva da dio, superuomo liberatore dell’umanità. Anche questa è stata relegata a gruppo marginale. Ben diverso è il caso dell’Aryasamaj “società degli arya” intorno al brahmano Dayananda Sarasvati che volle tornare al Veda liberando l’Induismo dagli apporti “degenerativi” postvedici. Un tentativo legittimo di riscatto culturale e morale che si è tradotto però in un nazionalismo intollerante. Ramakrsna (1834-1886) era un brahmano povero e ignorante che, dapprima tormentato dal desiderio di incontrare la divinità, perviene alla meta suprema di induismo, cristianesimo e islam: insiste sulla purezza interiori, il ritorno a se stessi e l’esperienza diretta con un insegnamento di grande tolleranza interreligiosa e utile per la situazione coloniale. Il suo prediletto, Narendranath Dutt (o Svami Vivekananda) si mosse su quella scia e si fece maestro di un messaggio missionario. Nel 1893 si reca al World’s Parliament og Religions e da allora inizia l’espansione induista in Occidente poiché si costruiscono templi, conventi e centri in America e Europa. Per lui il “genio” dell’India era la spiritualità. Tra le personalità rilevanti di fine 800 Rabindranath Thakur, nato in una famiglia di ricchi signori di elevati interessi intellettuali e spirituali, è conosciuto per la sua lirica in cui la passione amorosa non può che collegarsi alla spiritualità della bhakti. Gandhi (1869-1948) e il suo pensiero furono influenzati da una fortissima dimensione spirituale che lo portarono a introdurre pratiche e idee proprie dell’ascetismo classico nell’impegno mondalo politico e sociale (rinuncia, nonviolenza -scelta consapevole dei forti e non scelta obbligata dei deboli, e come atteggiamento interiore di non odio piuttosto che come semplice assenza di violenza esteriore- castità, satyagraha “attaccarsi alla verità” come unica forza, digiuno come purificazione ed espiazione). Nonostante l’influenza occidentale, il suo nucleo fondamentale è induistico ( bhakti , l’identificazione tra verità e realtà, tra verità e dio, ma anche la fede intensa in un Dio personale “Ram”). Egli guardava con interesse alle altre religioni, ma credeva che tutti gli esseri fossero figli di Dio, non solo Gesù; e appoggiava il sistema castale, in quanto naturale diversificazione degli uomini connessa al karman e alla rinascita, purchè non significasse privilegi/sofferenze. Si impegnò duramente contro gli elementi più conservatori e sul tema degli intoccabili intrattenendo un dialogo con Ambedkar, leader della casta discriminata. Nei suoi scritti affermò le loro origini elevate e ne condannò la condizione così da influenzare la costituzione dell’India indipendente. Prima di morire si convertì al buddhismo, in cui vedeva un movimento indiano di liberazione meno strutturalmente legato alle forme costrittive della società castale. Mentre egli fu visto in chiave induistica come una manifestazione divina, Ambedkar fu una sorta di santo buddhista sceso in terra per salvare i reietti.
Tra le figure induiste più note del nostro secolo il bengalese Aravinda Ghos/Aurobindo (1872-1950): educato alla maniera inglese, divenne in patria un radicale anti-inglese e, accusato di terrorismo, si salvò fuggendo e dedicandosi alla ricerca spirituale. Fondò con Myrra Alfassa Richard una comunità di indiani e stranieri dove insegnava lo Yoga integrale mediante opere dottrinali e poetiche. Le sue dottrine sono risultate molto attraenti per indiani e stranieri. Ramana detto il Maharsi “grande veggente” (n. 1879) sperimenta una “morte iniziatica”: ha un’improvvisa esperienza di morte ma l’atman non ne era stato toccato, e poi un’altra. Non aggiunge praticamente niente alla tradizione nondualistica upanishadica, ma affascina in lui il costante richiamo al vero io, la cui ricerca è il solo scopo sensato della vita, la riscoperta di una realtà sempre esistente, della nostra essenziale beatitudine. L’induismo in Occidente La seconda espansione induista si è aperta a fine ‘800 con la diffusione di idee e gruppi religiosi in Europa e America. In realtà, già dall’età ellenistica, con i resoconti degli incontri di Alessandro coi gimnosofisti, l’india coi suoi asceti e santi e favolose ricchezze è sempre stata nell’immaginario occidentale la terra incantata della spiritualità. Dall’esempio di Plotino che cercò di raggiungere l’India o dell’indiano virtuoso descritto da Dante nel paradiso, questo fascino è stato in passato piuttosto una simpatia, che solitamente non comportava conversioni. Da qualche decennio a questa parte, però, l’induismo (attraverso alcuni suoi maestri) si è mostrato disponibile ad accogliere tra le sue fila persone di origine non indiana. I maestri con i movimenti più noti sono stati Vivekananda, Aurobindo (più incentrati sul miglioramento interiore, anche se non mancano elementi di solidarietà sociale) e Gandhi (più legato alla sfera politica, sociale e religiosa). È impossibile delineare il quadro intero dei movimenti induistici in Occidente -anchè perché si aggiorna continuamente- ma, escludendo il fenomeno dello yoga (sia come pratica di fitness, che come disciplina meditativa), si può parlare di alcune grandi tendenze: Jiddu Krishnamurti (indicato come messia dalla Theosophical Society) si impegnò nella lotto contro i condizionamenti della mente (come le tradizioni spirituali) che per lui la ingabbiavano: maestro paradossale che predicava contro la necessità dei maestri. Maharsi Mahes Yogi maestro della tecnica della meditazione trascendentale, trasmessa mediante apposite iniziazioni e di sicuro successo pratico (“sentiero meccanico per la realizzazione di Dio”: molto discusso per il suo stile managerial-tecnologico. Rajneesh (controverso per l’ostentazione e il culto della sua persona, “guru trickster”): maestro di dottrine sapientemente ibride tra Occidente e Oriente, ma presentate con tecniche da venditore, e di una ricerca personale e libera in se stessi che può sembrare una regressione ad una naturalità irresponsabile. Il movimento bhaktico degli Hare Krishna, (ISKCON fondata a NY nel 1966) che si ispira a Caitanya, diffuso in Occidente dallo Swami Bhaktivedanta Prabhupad, propone una disciplina religiosa intensiva e puritana e un impegno durissimo e totalizzante. L’Occidente vive una grave crisi di valori, religiosi e sociali; il mondo dello sfruttamento intensivo e del consumismo ipertrofico appare in contrasto con le esigenze di una vera interiorità, quando non la fagocita. Non sa proporre risposte adeguate all’esigenza di un rapporto non predatorio con la natura e l’ambiente. L’india e l’induismo hanno molto da dire e da dare al riguardo, attraverso le discipline meditative e di perfezionamento interiore e favorendo la riscoperta di valori e arti dello spirito che appartengono ormai al passato. L’induismo oggi E’ un tempo questo di importanti trasformazioni per l’India, che in qualche caso affronta baldanzosamente e in altri subisce preoccupata la sfida. È soggetto attivo di una ricerca scientifica
La Trimurti (l’immagine della divinità nelle 3 forme dell’origine -Brahman-, conservazione -Visnu-, e distruzione -Siva-) ha poco a che fare con la trinità cristiana ed è piuttosto il risultato di un lavorio teologico a tendenza sincretistica. Attesta in documenti letterari dai primi secoli della nostra era, sono rare le rappresentazioni iconografiche; la più famosa è quella di Ellora. Dei grandi e piccoli Siva, Visnu e la Dea madre sono divinità particolarmente popolari alle quali si associano correnti devozionali simili a vere e proprie religioni. SIVA, a parte la sua presenza nella fase più antica del vedismo come epiteto di Rudra, acquista vita propria alla fine del periodo vedico partendo proprio dai tratti caratteristici di Rudra e incorporando quelli di altre divinità molteplicità delle forme, dei campi di azione e dei poteri con cui si presenterà: violento e terribile-identificato col tempo distruttore e con la morte (è il distruttore del mondo/signore del processo cosmico e re dei danzatori “Nataraja” rappresentato nella danza tandava); dio degli asceti-quindi autoviolento- (è rappresentato come un grande asceta, seminudo, corsparso di cenere, cinto di teschi, adorno di serpenti, assiso in meditazione) che cercando la vittoria sul tempo e primo yogin; dio della fecondità e della generazione, adorato sotto le varie rappresentazioni del linga ( fallo), ha come necessaria controparte la yoni (“genitali femminili” e quindi anche nascita, luogo del riposo, origine, casa, fertilità); Il suo animale è il toro Nandin , è sposo felice di Durga , e padre del dio della guerra a sei teste Skanda e del signore degli ostacoli Ganesa, dalla testa elefantina; Lo sivaismo è un insieme molteplice di credenze, culti, dottrine che conosciamo quando praticate in gruppo e che sono state favorite da dinastie come i Cola nell’India meridionale. Tra le correnti sivaite più antiche quella dei Pasupata “seguaci del Signore degli animali”: asceti volutamente indecorosi (credevano di acquisire merito spirituale rimanendo sporchi, russando e lasciandosi deridere); i Kapalika, e gli Aghora (seguaci dello Siva terribile, dediti ai sacrifici umani; quella tradizione nondualistica del Kashmir che insiste sull’identità con Siva; quella dualistica dello Saivasiddhanta che insegna le vie verso l’unione col dio; i Virasaiva/Lingayat “eroi sivaiti/portatori del linga” che portarono una forte carica di innovazione sociale con la critica al sistema delle caste ma alla fine loro stessi permisero al loro interno suddivisioni di tipo castale, per loro Siva è l’assoluto eterno, è grazie a questa devozione che si può raggiungere la liberazione dalla catena delle rinascite. La MADRE DIVINA appare per la prima volta nella civiltà vallinda come signora della fecondità, della vita e forse della morte e della rinascita, molto poco presente nel periodo vedico (che vede solo figure femminili minori) riemergerà dopo nell’ambito di una sacralità femminile rinnovata. Tra queste varie figure la sposa di Siva ha una centralità assoluta e una varietà di epiteti associati a storie sacre e stili di devozione diversi: Kali (nera), Durga (inaccessibile), Parvati (montanara-figlia dell’Himalaya-dunque terribile e aspra), Uma, Annapurna (piena di cibo), Kamaksi (occhi d’amore), Minaksi (occhi di pesce), Madurai. Kali, adorata soprattutto nell’India nordorientale (Bengala soprattutto), è rappresentata nuda, col volto minaccioso, la lingua di fuori, adorna di teschi e mani mozzate e le braccia armate. Per lei si compivano sacrifici umani e oggi animali, che ricordano la sua uccisione di un demone-bufalo. Terribile coi nemici, essa è tutta amore per i fedeli in un dualismo ambiguo. È possibile anche una sua interpretazione di alto livello metafisico che la vede come sacra potenza (sakti) del dio (che è soprattutto Siva) senza cui questo non sarebbe attivo. Da questo
l’immagine popolare della dea che danza sul cadavere del marito (Savasiva “siva cadavere”) a significare che senza l’eccitazione e la potenza data dalla polarità femminile, la realtà sarebbe un oceano immoto. La dea è quindi il principio di ogni divenire, l’origine prima della maya e la potenza in noi, strumento di liberazione, la kundalini (il serpente arrotolato che preclude l’accesso ai livelli più alti della coscienza e che, risvegliato, apre la via verso perfezione e beatitudine) Anche la sposa di Visnu (Lakshmi o Sri) può fungere da sakti, sebbene sia una figura che di rado è assurta al primato, più spesso è personaggio mitologico e relegata al suo ruolo coniugale e materno, ma molto popolare. È dea della fortuna, ricchezza, bellezza, amore e senza note di erotismo. VISNU (Hari, Narayana, Madhusudana “uccisone di Madhu”) dio supremo da due millenni e dio unico per molti seguaci da due come Siva, ha anch’egli antenati vedici piuttosto modesti ma più importanti di quelli di Siva: era già dio vero, alleato e amico di Indra. Amichevole verso gli uomini o un gruppo particolare, ha incorporato nel tempo figure divine in origine indipendenti poi considerate sue manifestazioni/discese “avatara” come Rama o Krishna. È raffigurato come un giovane quadrumane, con le braccia che reggono una clava, un disco, un fiore di loto e una conchiglia, il corpo blu, porta il gioiello Kaustubha e i peli sul petto formano un ricciolo Srivatsa “amato da Sri”. Gli Smarta “tradizionalisti”, continuatori del rituale domestico vedico, di solito adorano Visnu, Siva, Durga e Surya “sole” e Ganesa/Ganapati, pur riconoscendone altri. Il culto di Surya è stato a lungo diffuso, forse per influenza iranica (la stessa del sole invitto), ma ora non più. Ganesa invece, nonostante i suoi devoti più diretti (Ganapatya) non siano più diffusi, resta un dio popolare per chi è in difficoltà. Le altre divinità di origine vedica si sono ridotte in importanza e in considerazione rimanendo figure mitiche o letterarie: Indra (divenuto capo dei Lokapala, dio della pioggia e supermago), Agni (divenuto anche protettore dell’arte culinaria), Varuna (divenuto dio delle acque con ancora qualche funzione di giudice giustiziere), Yama (mitico dio della morte ma decaduto anch’egli in importanza e in “terrore”), Kubera (il nano panciuto signore delle ricchezze, signore degli Yaksa), Kama (amore, anche in senso erotico). Tra i personaggi non umani ricordiamo: gli Yaksa e le loro donne (Yaksini- accusate di rapire i bambini a scopo malefico) sono dei geni della vegetazione e dei villaggi; le splendide Apsaras, ninfe voluttuose; i Gandharva loro compagni (con tratti centaureschi) e musici celesti; i Vidyadhara che volano e possono trasformarsi; i Naga -testa umana e corpo di serpente- custodi delle ricchezze; i grandi veggenti vedici Rsa, sette dei quali identificati con l’Orsa maggiore; i Manu nostri progenitori nei vari cicli. Nell’induismo tutto può essere soprannaturalizzato in una linea di grande fluidità che va dagli dei alle forme infime dell’essere: gli Asura, rivali sconfitti dei Deva, vivono in palazzi infernali, i Raksasa (chiamati eufemisticamente “protettori”, i Pisaca mangiatori di carne cruda (dai quali prende il nome l’unione per ratto), i Vetala “vampiri”. Tra gli animali la vacca è enormemente venerata e così anche la sua controparte soprannaturale Surabhi “la profumata” che esaudisce i desideri; il toro Nandin, il serpente Sesa/Ananta; il serpente Vasuki che funge da frusta per frullare l’oceano di latte e ottenere l’ambrosia; l’avvoltoio gigante/misto con l’uomo Garuda che cavalca Visnu; l’oca selvatica hamsa; il kokila (volatile) il cui canto eccita gli innamorati; il cakora (altro uccello) che si ciba di raggi lunari: tutta una fioritura leggendaria attorno a volatici reali o immaginari. Se si è persa la verità e il culto sulla pianta del soma, altre piante sono ancora venerate, come l’asvattha (il ficus religiosa sotto cui Buddha raggiunse il risveglio spirituale), il loto “padma”, il basilico “tulasi”. Infine sacri possono essere monti (il Meru, l’asse del mondo, o l’Himalaya padre delle dee Ganga e Parvati), i fiumi (Ganga, Sarasvati, Yamuna, Krishna), le pietre (come la salagrama simbolo di Visnu). Quello induista è un mondo in cui il divino è una presenza molteplice e costante.
narrano delle origini e trasmessi in un’atmosfera profondamente evocativa, le riattualizzano; altri raccontano le origini di rituali, voti, pratiche. I Purana e i poemi epici sono ricche fonti di storie divine o eroiche dove si può scorgere talvolta un ricordo leggendario di fatti reali. Il genio letterario dell’India si è espresso con particolare ricchezza nella leggenda e nella fiaba, che richiamano più volte la tradizione mediterranea.
4. LE FORME DELLA VITA L’uomo e il suo destino La Taittiriya-upanishad parla di 5 involucri/tesori “ kosa” ( fatti di cibo, soffi vitali, pensiero, coscienza e beatitudine) che si fanno via via più sottili e racchiudono il principio autentico del nostro essere. In ambiente yogico e tantrico si sono sviluppate concezioni che considerano non solo corpo materiale e spirito, ma anche il corpo sottile, percorso da migliaia di arterie nadi (le più importanti sono Ida a sinistra, Pingala a destra e Susumna -con i cakra- al centro) che costituiscono una specie di spina dorsale non fisica. Alla morte il corpo fisico si dissolve nei suoi elementi, quello sottile invece trasmette al nascituro caratteristiche e predisposizioni secondo il maturare del KARMAN. Il karman è una fondamentale dottrina panindiana. Dal suo significato di “azione” originario, ha significato l’atto rituale nel Veda e poi anche i suoi frutti (certi sebbene invisibili). Finisce per significare soprattutto “legge di retribuzione degli atti compiuti” a partire dalla Brhad-aranyaka-upanishad si diventa buoni per azioni buone e cattivi per azioni cattive. La dottrina panindiana del samsara gli è strettamente connessa: il karman governa il processo infinito del divenire di tutta la realtà, la catena senza principio e senza fine delle rinascite e delle rimorti. Le azioni sono seme che fruttifica per lo più in altre vite in un processo inesauribile. 3 fasi di sviluppo del karman: prarabdha ( cominciato- maturato, sta già dando frutti nell’esistenza presente), samcita ( accumulato- messo insieme nelle vite passate, sta ancora maturando), samciyamana/agamin (in processo di accumulazione- che si semina nell’attuale esistenza e frutterà in vite future. Il karman è di colori diversi: nero per il malvagio, bianco per i virtuosi, bianco e nero per la gente comune. Ognuno di loro dà frutti corrispondenti. Il karman dello yogin non è né bianco né nero, e non dà frutti. Si possono avere rinascite diversissime a seconda della condizione del karman al momento della morte; la vita umana è quella in grado di accumulare merito spirituale più di qualsiasi altro essere quindi ha una centralità assoluta nel cammino del perfezionamento interiore. Il karman ha una forza insuperabile e può portare alla rassegnazione fatalistica, ma non preclude la speranza, anche se fornisce una poderosa motivazione al sistema delle caste e dell’immobilità sociale. Risposta indiana al problema del determinismo e del libero arbitrio, pone un vincolo pesante su passato e presente, lasciando una relativa libertà per il futuro. Ci sono dei rituali di espiazione per alleviare o “inaridire” il karman , un esempio è il trasferimento di merito da maestro a discepoli in alcune dottrine oppure anche il rito per i defunti la cui condizione nell’aldilà, grazie ai vivi, viene migliorata. Un ruolo decisivo nell’annullamento del karman ce l hanno le discipline ascetiche e gnostiche tramite la liberazione spirituale “ moksa/mukti ” che si può raggiungere alla morte “ videhamukti ” o mentre si è in vita “ jivanmukti ”. Secondo la Mandukya-upanishad, che studia i suoni che compongono la sillaba sacra “ om ” nella fonologia indiana, l’esperienza quotidiana umana consta di 3 stadi: veglia (per il mondo materiale), sogno (per l’esperienza di un mondo separato) e sonno profondo/coscienza prajna. Il quarto stato
non è parte dell’esperienza quotidiana ed è indefinibile perché le parole umane sono inadatte: è la realtà infinita nonduale del brahman supremo. L’organizzazione sociale: classi e caste, purezza e impurità La società induista è organizzata in caste (dal portoghese “lignaggio”) e il sistema castale, seppure sia da alcuni ritenuto elemento essenziale dell’induismo, è tipico e influente sul mondo indiano in generale. Conosciuto sin dai primi contatti con gli Europei, ogni casta è un gruppo sociale ereditario chiuso, prevalentemente ma non esclusivamente di natura professionale e legato a norme precise (matrimonio e commensalità) che si inquadra in una più ampia visione gerarchica della realtà di stampo appunto induista. Le caste rispondono ad un’esigenza di distribuzione nell’ordine sacro. Vengono consacrate nell’inno 90 del decimo libro del Rgveda ma risalgono almeno (per principio generale) alle origini indoeuropee. Le 4 grandi caste/classi sono chiamate VARNA: i sacerdoti - brahmini - con compiti sapienziali, didattici e ritualistici; i nobili guerrieri - kshatriya - che combattano per proteggere i sudditi e usano la violenza o minacciano di farlo per garantire l’ordine, e fanno compiere i sacrifici e sostengono la classe brahmanica; la gente comune - vaisya - che si occupa di bestiame, agricoltura, artigianato e commercio e ha doveri di studio e rituali; i servi - sudra - che servono le tre classi i cui uomini sono chiamati dvija “nati due volte” dopo la cerimonia di iniziazione dalla quale i servi sono esclusi All’interno delle varna c’è un universo di migliaia di caste chiamate jati “nascita”. Al di fuori delle varna ci sono i fuoricasta, gli intoccabili ( paria è solo il nome di un sottogruppo) che comprendono i figli di rapporti nei quali la donna è di una casta molto più in alto, o persone dedite ad attività connesse con la morte o altrettanto impure/contaminanti, quindi da tenere alla larga. In realtà i “fuoricasta” costituiscono delle caste anch’essi e per loro quel lavoro impuro è il dharma che può consentire una migliore rinascita. Questa è stata ed è una tragica piaga nella storia dell’induismo, di vastissime dimensioni. I doveri specifici Il dharma è il quadro di riferimento al quale deve far capo integralmente l’esistenza, lo insegnano il Veda, la tradizione autorevole e l’esempio dei buoni. Ci sono diversi tipi di dharma: quello universale: l’insieme di norme etiche non connesse alle condizioni sociali che - teoricamente- vincola tutti gli induisti e che consta di valori come l’autocontrollo, la purezza, la veridicità (rispetto della fondamentale identità tra essere e verità- virtù che continua tradizioni indoiraniche), la nonviolenza “ ahimsa” (estesa al massimo, come rispetto per la vita in generale- che ha portato, insieme a buddhismo e jainismo, a sviluppi nella direzione dell’ecologismo fattivo senza pari o, più banalmente, al vegetarianesimo) quelli specifici, cioè relative ad una casta o professione: es: il dharma (dovere) di un guerriero/di una moglie/di un adolescente, il dharma (legge/norma) di un certo tempo è per forza diverso da quello di 100 anni prima. In particolare il dharma specifico del varnasramadharma (cioè la combinazione del dharma castale con quello collegato alla fase dell’esistenza che si sta vivendo) assume grande importanza e può entrare in conflitto con quello universale. Le fasi dell’esistenza ordinata
come Ardhanarisvara o le tradizioni relative agli occasionali cambiamenti di sesso. All’altro estremo troviamo la negazione del sesso mediante castrazione: il seme degli hijra è così pensato in natura, che rende più fecondi i campi e più abbondanti le piogge. I valori della saggezza mondana L’induismo è un’istituzione totale o quasi, che pervade tanti campi del vivere e dell’agire che noi non associamo alla spiritualità, ma ci sono aspetti della cultura e della vita sociale indiana che pur inquadrandosi nella sua grande cornice, lo lasciano poi sullo sfondo. Un esempio può essere il Kamasutra nel quale appare evidente la ricerca del piacere amoroso in quanto tale; oppure la scienza politica che sfrutta la sopraffazione e l’inganno e la credulità popolare. In virtù di ciò sono state chiamate filosofie del successo, poiché considerano come unica meta effettiva la perfetta realizzazione delle ambizioni nel loro campo specifico. Forse è un nostro limite non vederci anche nobili interessi spirituali, o forse si tratta di figure eroiche simili al perfetto di alcue vie di potenza. Di certo ad accompagnare le grandi esperienze della spiritualità induistica ci sono casi deviati e corrotti, asceti ignoranti e avidi (come rappresentato nelle farse).
5. LA DIMENSIONE CULTUALE Il tempio Nelle epoche più antiche non sembra ci siano stati templi: sicuramente potrebbero essere stati costruiti con materiali deperibili, però le modalità di esecuzione dei riti sacrificali vedici lasciano pensare che non servissero affatto. Probabilmente se ce n’erano, erano limitati a casi specifici. Le prime costruzioni a scopo rituale ci furono col buddhismo: stupa (tumuli contenenti reliquie del Buddha), caitya (sacrari), grotte (che potevano essere ingrandite artificialmente), ecc. Il tempio induista è la dimora del dio, o meglio una sua estensione fisica, e non l’assemblea dei fedeli come nel caso del cristianesimo. L’idolo vi sta al centro, nella garbhagrha “casa dell’embrione”, cioè una piccola cella che è atman: luogo di incontro tra il mondo fenomenico e la realtà divina. Al di sopra il sikhara , copertura tondeggiante che collega idealmente terra e cielo. Attorno sta uno stretto ambulacro che consente il giro della cella, ma le dimensioni sono esigue per il carattere sacerdotale dell’induismo. È il sacerdote, intermediario, che permette ai fedeli di intravedere l’idolo dalla porta della cella. Questa è la struttura di base, ma ci sono differenze regionali anche importanti e alla sobrietà del nord del paese si oppone al sud la fioritura di città templi con mura e alte torri. I templi induisti sono sempre stati decorati, soprattutto all’esterno, con scene e simboli di vario genere ma soprattutto di vita quotidiana e spesso di carattere erotico (a ricordare la profonda diversità di atteggiamento rispetto al mondo cristiano). I templi hanno una grande importanza sociale: sono centri di insegnamento di sapere tradizionale, musica, danza, luoghi di ritrovo per venditori e mendicanti, ma la loro frequentazione non è obbligatoria (possono bastare i piccoli rituali domestici), e di conseguenza si mantengono in vita grazie alle donazioni dei locali o dei benefattori o grazie a fortuite circostanze che li rendono mete di pellegrinaggi. Le immagini sacre Anche se il devoto induista vive in un mondo di teofanie, l’immagine divina non è superflua. Infatti l’induismo, nella stragrande maggioranza (coloro che non lo fanno preferiscono un rapporto solo interiore), pratica il culto delle icone divine, che possono essere di diverso tipo, non solo gli idoli dei templi. Gli dei sono rappresentati però secondo modelli definiti per ciascuno (talvolta uno ne ha diversi), un linguaggio gestuale analogo ai segni della danza, possono avere molti arti, molte teste,
possono essere seduti o in piedi, in movimento o immobili, soli o con altri. I materiali delle immagini sono i più diversi. L’idolo viene installato nel tempio solo dopo un rituale preciso che lo consacra e permette l’ “entrata” della divinità nell’oggetto di culto, il quale altrimenti non verrebbe accettato. I sacerdoti Nel periodo vedico si avevano diverse figure del sacerdozio: prima fra tutte il brahmano brahmàn incarnazione terrena del bràhman neutro, connesso all’ Atharvaveda , ma con una funzione molto più elevata e competente su tutta la ritualistica, esperto del sacrificio e supervisore durante la sua esecuzione. Altra importantissima era il purohita “ il preposto” officiante dei riti e cappellano familiare, consigliere dei capi. Con l’induismo postvedico il sacrificio tradizionale e le tradizionali specializzazioni perdono parte della loro ragion d’essere. Il brahmano conserva però il suo primato e tutt’ora gode di un certo prestigio, ma compaiono altre figure (non-brahmani) che si occupano di riti extravedici, impegnati nel servizio di templi e santuari, che fanno gli oroscopi, tengono lontano il malocchio. Il sacrificio, il rituale I sacrifici vedici si distinguono in: -domestici: semplici rituali quotidiani o legati a determinate esigenze/ricorrenze; -solenni: richiedono la presenza di specialisti (i quali possono essere assunti anche in particolari occasioni nei riti domestici) e con offerte quali vegetali, oggetti e spesso animali -anche molti. Tra i più importanti: Agnistoma “lode del fuoco”: primaverile, incentrato sulla preparazione e spremitura del soma Vajapeya “ bevuta per la vittoria: di 17/+ giorni, comporta una corsa di cavalli Rajasuya “consacrazione regale”: razzia simulata di vacche Asvamedha “sacrificio del cavallo”: il più imponente e complesso, prevede che la vittima sacrificale venga lasciata libera di pascolare ovunque per un anno, scortato da un gruppo di giovani a difesa del suo potere incontrastato di re. Il grande sacrificio cruento prevede il soffocamento e poi che la sposa principale del re giaccia col cavallo simulando un coito, mentre uomini e donne si scambiano proposte sessuali. Il cavallo viene poi smembrato e hanno luogo ulteriori sacrifici animali. È un rito questo compiuto per garantire la piena sovranità e prosperità. Celebrato almeno fino al ‘700. L’evoluzione successiva sottolinea la possibilità di un’interiorizzazione che coglie la natura sacrificale di pratiche di autoafflizione, come castità e pratiche ascetiche. Ciononostante la maggioranza della popolazione continua a praticare rituali non solo simbolici, quasi solo domestici, anche sacrifici cruenti (specie quelli dedicati a Kali, Durga, Siva) e la puja - il culto reso all’idolo in cui questo è fatto oggetto di premurose attenzioni quotidiane omaggiato continuamente con offerte. I sacrifici quotidiani sono, dal periodo vedico, 5: 1) agli dei tutti (un’oblazione nel fuoco di parti del cibo), 2) agli esseri (il sacrificio del gettare a terra del cibo per i diversi spiriti, 3) agli uomini (offrire ospitalità soprattutto agli asceti, 4) agli antenati defunti (a cui si offre acqua), 5) al brahman (con studio e recitazione di testi vedici e preghiere) La festa Gli induisti amano molto le feste, tanto da partecipare anche a quelle di altre confessioni (il Natale ad esempio) secondo occasioni e località. Il calendario delle feste induiste è ricchissimo, alcune locali e altre panindiane, alcune coinvolgono solo alcune comunità di devoti o caste, altre generali, le
Nel periodo postvedico e il trionfo del culto dell’immagine divina, che favorisce una relazione più diretta, questo cambia. Nella sua forma più elementare la preghiera è un omaggio -come lo sono molti mantra- ( namas : onore) al dio ed esistono forme poco più elaborate (“il signore Krishna è il mio rifugio). Gli inni invece sono generalmente molto ricchi di riferimenti mitici ed estesi, per compiacere il dio e celebrarlo e per felicitarsi nel parlare di lui, con frequenti enumerazioni di epiteti. I kirtana “glorificazioni” sono litanie cantate infinite volte tradizionali della bhakti visnuita; al culmine della loro ripetizione la japa (recita-invocazione del nome divino) sancisce l’incontro tra il devoto e il dio che, amato, riama. Il sacro nome è investito di un’importanza altissima, al punto che si dice che la sua ripetizione doni tutto quello che gli yogin conquistano con l’ascesi e che possa salvare in punto di morte. Questo è coerente col fatto che il dio della bhakti, amoroso e salvatore per tenerezza di cuore, salva e assiste laddove nota la sua presenza nel pensiero di chi, anche nel drammatico marasma, cerca di invocarlo. Una forma ritenuta superiore è quella ajapa japa cioè senza suono. Questa pratica può dare adito al sospetto di una vacua esteriorità, un’abitudine solo verbale che andrebbe invece accompagnata sempre da venerazione e meditazione costante. Le tipologie di richieste/moventi per le preghiere: (richieste di beni materiali) frequenti, ma le meno specificamente induistiche; (richieste di aiuto morale) in particolare di liberazione dal peccato -es: Gangastotra; (richieste di scienza spirituale); (preghiere di carattere mistico) le più tipiche espressioni della bhakti , che può essere ricambiata, ma talvolta è tormentosa e furente. Si può desiderare l’unione con la divinità o solo il servizio presso di essa. La preghiera è spesso accompagnata da gesti che appartengono al linguaggio corporeo della danza indiana classica (segni mudra), gesti che provengono da comuni segni di omaggio ( anjali: le mani giunte) o che, come gli occhi chiusi, permettono l’isolamento. Altre espressioni corporee particolari cono la danza estatica o i rotolamenti per terra dei pellegrini. Due preghiere importantissime sono la Savitri/Gayatri che si recita da migliaia di anni ed è una preghiera a Savitar il dio sole e la Brhad-aranyaka-upanisad che sintetizza desideri elevatissimi e universali: “guidami dal non essere all’essere, guidami dalle tenebre alla luce, guidami dalla morte all’immortalità”. Le rappresentazioni sacre Un forte elemento di teatralità ha sempre accompagnato la vita religiosa degli induisti: è molto probabile che vi fossero danzatrici nella civiltà vallinda (per via dei culti della fecondità) e una dimensione scenica è evidente nel rituale vedico e nelle sue modalità. Nelle processioni - yatra- questo elemento diventa dramma, le più importanti si svolgono nel Bengala e nelle sole ore di buio coinvolgendo tutti. Queste sono apprezzate, al di là del contenuto rituale e religioso, in termini estetici. Ugualmente teatrali e devote sono quelle forme di teatro popolare rintracciabili nelle campagne, con le dovute differenze regionali. Si erge su tutte quella dell’India meridionale che si fonda sulle grandi storie dell’induismo, come il Kutiyattam e il Kathakali. Hanno un carattere più religioso i lila : spettacoli rituali o riti spettacolari che rievocano le storie divine di Krishna e soprattutto di Rama, la cui Ramlila è una sorta di affascinante mistero sacro: può essere arricchito di elementi teatrali costosi ed effetti speciali e gli attori, consacrati prima dello spettacolo, si identificano con la divinità per riprendere il loro status normale solo al termine. Le Devadasi , danzatrici-prostitute al servizio dei templi erano istruite per spettacoli di carattere sacro. Anche nel teatro indiano antico figurano elementi rituali: l’introduzione comprende una preghiera nandi di propiziazione del successo e di buon auspicio per le autorità religiose e politiche. Nasce questo infatti dall’incontro favorito forse anche da stimoli esterni, fra una teatralità diffusa fra tutti i
ceti e gusti molto raffinati propri di gente di corte. Esperienza teatrale e spirituale/religiosa sono connesse in molte culture. Nella trattatistica indiana questo viene spiegato con la nascita in cielo del teatro e rappresentazione degli dei come attori; si è giunti addirittura a parlare del teatro come di un quinto Veda adatto anche a coloro ai quali era precluso l’accesso alla rivelazione sacra. I pellegrinaggi ai luoghi santi Non abbiamo testimonianze di pellegrinaggi per l’epoca vedica ma in quella successiva la sua grande importanza è attestata. Lo elogiano i testi del dharma e ne tratta il Mahabharata promettendo ricompense esorbitanti ed elevazione sociale al ritorno. Probabilmente gli effetti più importanti, al di là dell’impegno individuale e del sacrificio personale, si verificavano non dopo, ma durante: occasione di grande libertà dai vincoli, di incontro di uomini e donne della più diversa estrazione sociale; è stato un grande strumento di unificazione culturale indiana, di scambio di notizie, miti e rituali, nuovi culti e idee. Chi vi partecipa offre il suo omaggio a Ganesa, agli antenati e ai brahmani, deve subire privazioni digiunando e praticando la castità e, una volta giunto, compie un’abluzione rituale e fa offerte e doni ai mendicanti. I luoghi sacri sono tirtha “guadi” che rimandano anche alla sacralità di acqua e fiumi. Sono tradizionalmente distinti in 3 macrocategorie: mobili (cioè maestri e santi: veri guadi umani verso la spiritualità), mentali (cioè le virtù) e immobili (cioè concreti e geograficamente determinati). Tra questi ultimi Prayaga è sede di una delle principali fiere religiose di tutta l’India (il Kumbhamela) , Gaya dove gli induisti vicini portano pinda (piccoli globi di riso o farina per i defunti), Vrndavana (il bosco del basilico dove Krishna trascorse la sua fanciullezza). Ci sono poi 4 centri-cornice che delimitano l’India: Badrinath a nord, Dvarka a ovest, Ramesvaram a sud e Puri a est. A Puri si svolge la grande processione dedicata a Krishna sotto le cui ruote si gettavano suicidi i devoti particolarmente zelanti. Tra tutte le città sante Banaras/Kasi/Varanasi è la prima per sapere tradizionale: qui, un tempo chiamata “selva di beatitudine” maestri tra cui il Buddha risiedevano nelle sue foreste e predicavano; massimo centro spirituale dell’induismo, (in particolare del dio Siva, è considerata essa stessa un enorme linga del dio) si dice che qui ci si possa spezzare i piedi con un sasso per restarvi per sempre. In associazione a questo, è anche la meta dei pellegrini che giungono per morirvi, cremati in uno dei ghat “scalinate” che immettono al Gange. Morire, anche suicidi, qui è di buon auspicio. La geografia sacra è però inesauribile in India, la sacralità attribuita alle acque riguarda in misura minore anche le montagne (chiamate alcune con nomi di divinità femminili) che sono mete di pellegrinaggio -soprattutto le loro grotte, in cui si celano linga di Siva e maestri di saggezza. Tradizioni regionali Moltissime sono le tradizioni locali e queste possono avere un respiro molto ampio, vista l’estensione delle regioni indiane. Nel Bengala (oggi diviso fra Bangla Desh e Bengala occidentale) l’islam -maggioritario nel primo- e l’induismo -maggioritario nel secondo- si sono reciprocamente influenzati e l’induismo tantrico si è fatto influenzare dal buddhismo. Ne derivano i Baul (poeti “ventosi/matti” molto popolari ispirati dalla sahajiya, dalla bhakti visnuita e dal sufismo) e tradizioni particolari come quella relativa alla dea Manasa e alla sua devota Behula, o la celebrazione del mela. Lo stesso ordinamento castale presenta particolarità qui per l’assenza di ksatriya: i vaidya (medici) e kayastha (originariamente scrivani) li sostituiscono nel secondo varna. Nel Maharastra, con Bombay, meritano una menzione i pellegrini varkari devoti di Vithoba (dio fanciullo in cui si riconosce una forma di Krishna), la divinità Mariai signora del colera celebrata da preti intoccabili di ceppo mahar e il dio panindiano Ganesa qui celebrato con una grande festa.