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Nella ricostruzione storica dello sviluppo delle forme di Stato, occupa un ruolo centrale il rapporto tra società e stato. In modo particolare, il problema della forma di stato rappresenta questione difficile e decisiva della teoria dello stato, in quanto riguarda il rapporto tra pluralità sociale e unità statale (rapporto caratterizzante, sin dalle origini, lo sviluppo storico dello stato moderno). Grazie al contributo di Giovanni Althusius , tale riflessione inizia proprio nel periodo centrale della formazione dello stato moderno in Europa (secolo XVII). Il pensiero di Althusius esprime un postulato di difesa della società dalle ingerenze del potere statale e una reazione contro le pretese totalizzanti di questo; esprime anche un’istanza di Wechselwirkung (interazione) tra tutte le componenti della società e di sinergia tra diverse cerchie sociali, la cui azione, a poco a poco, termina nell’unità statale complessiva. Il pensiero althusiano era influenzato dalla teologia delle chiese riformate e fu una risposta alle teorie contemporanee dell’accentramento assolutistico di BODIN, e fu il primo a dare luogo ad una teoria di un federalismo basato sulla sussidiarietà. La riflessione althusiana prevedeva: il superamento della contrapposizione dualistica tra : sovrano e popolo, re e aristocrazia, Reich e ceti e un assetto federalistico su base sussidiaria ( che presupponeva il popolo come un insieme organizzato di corpi collettivi: città, province, gilde, ceti e famiglie). In quest’ottica, la politica venne concepita (cosi come prevedevano anche le teorie dell’assolutismo) come un processo fortemente unitario, lasciando l’individuo, e gli antagonismi individuali, sullo sfondo. Si possono menzionare altri due importanti aspetti del pensiero althusiano: -da un lato, pone l’accento sulla “ concordanza” alla quale è affidato il compito di evitare che interessi individuali e bene comune divengano fattori di un gioco a somma zero -dall’altro lato, il concepire la politica come → processo unitario e fortemente integrato , caratterizzato dall’ impiego combinato dei principi di gerarchia e di comunità – presuppone un ordine diseguale tra le varie articolazioni della società. La teoria federalistica di Althusius resterà a lungo considerata nella storia del federalismo tedesco, ispirando concezioni di stampo organicistico degli enti territoriali (presenti ad esempio nella letteratura tedesca del periodo preweimariano). Nel periodo preweimariano, Hugo Preuss ha tentato di elaborare una teoria della sovranità fondata sulla Genossenschaft (comunità, ente cooperativo): sui corpi locali portatori della sovranità sul territorio. Secondo tale pensiero : la volontà comune si forma attraverso organizzazioni sociali parziali; ed è nei comuni, negli stati e nel Reich che vengono individuati i livelli di un’articolazione su più piani del potere politico-sociale (sono le forme di organizzazione di una comunità di autogoverno dei cittadini) Preuss utilizzò modelli ispirati alla sussidiarietà e concepì lo stato solo come “ un anello nella gigantesca catena degli organismi ” e il diritto pubblico come un continuum , che, partendo dalle unità più semplici, risale a poco a poco alle entità più complesse. Si tratta di indirizzi che, muovendosi nell’ottica di assetti federati su base sussidiaria,erano tesi ad assumere un orientamento polemico nei confronti delle tendenze costituzionali del Reich guglielmino. Quest’ultimo si andava indirizzando verso quel modello di stato burocratico-istituzionale (indicato da Max Weber ) caratteristico della statualità moderna. Il pensiero politico e giuridico tedesco, già dalla fine del XVIII secolo, era orientato sulla incomunicabilità tra “sfera politica” e “sfera non politica” (sfere prive di connessione tra di loro). Al contrario, la società civile (compresa la pubblica opinione e i movimenti) fu considerata come il luogo della “ legittimazione ”, dove si radicano gli elementi di sopravvivenza del sistema politico (in essa si formano nuovi elementi di legittimazione ). Più tardi, nella metà del XIX secolo, la dottrina dello stato (del diritto pubblico) ha considerato in negativo la società civile , intendendola come l’insieme dei rapporti non regolati dallo stato, in particolare: è ciò che “residua” una volta delimitato per bene l’ambito in cui si esercita il potere statale. Risulta evidente che il rapporto tra stato e società è stato sempre oggetto di dibattito
nel pensiero tedesco (si pensi al dibattito novecentesco sullo “spazio pubblico”, in un clima caratterizzato dall’ascesa del pluralismo, nel XX secolo). Tale dibattito ha influenzato profondamente gli itinerari della dottrina dello stato e della costituzione. I gravi conflitti politici derivanti dalle guerre di religione hanno rappresentato: la giustificazione storica della formazione dello stato moderno ma anche il fondamento della sua legittimazione. Quindi, la necessità dello stato deriva dalla condizione naturale di antagonismo e di conflittualità esistente nel tessuto sociale; lo stato moderno è chiamato ad assicurare l’ unità e una convivenza pacifica e ordinata. Più tardi, dai primi decenni del XX sec., la dottrina del diritto costituzionale si è domandata se il dualismo tra società e stato non fosse coerente con un assetto in cui il potere statale era nelle mani di ceti ristretti e di elites sociali, ma non più adeguato agli scenari dischiusi dall’allargamento della partecipazione politica e degli assetti statali delle democrazie pluralistiche: essi non concepiscono più un unico soggetto detentore della sovranità. Gli stati di democrazia pluralistica devono attualmente confrontarsi con un sostrato sociale non più concepito (mentre lo era alla nascita dello stato moderno) come un aggregato di individui considerati atomisticamente. La riflessione teorica ha seguito 2 strade diverse per rispondere agli interrogativi di fondo riguardanti il rapporto tra stato e società nelle democrazie pluralistiche:
L’etica del discorso habermasiana ha impresso una svolta comunicativa all’individualismo Kantiano giacchè l'individuo che partecipa al discorso pubblico è un essere socializzato, ed anche la razionalità, che attraverso di esso si manifesta, è un fenomeno sociale e comunicativo. Non sono comunque mancate critiche alla concezione habermasiana sulla democrazia discorsiva , che, però, hanno seguito itinerari differenti , alcuni interni all’etica discorsiva, altri orientati dalle teorie sistematiche, altri riconducibili ad indirizzi di pensiero neoliberali. Una prima critica è stata rivolta alla eccessiva rigidità dello schema centro-periferia, in relazione al rapporto tra spazio pubblico istituzionalizzato e non istituzionalizzato. La spaccatura dello spazio pubblico in due aree distinte tenderebbe a trascurare le reciproche compenetrazioni tra le due aree che, soprattutto nelle moderne società occidentali, operano a stretto contatto. Infatti, costruire il rapporto tra le due aree tenendo distinta quella periferica, che contiene tutte le energie del popolo, ma è priva di poteri decisionali dal centro, dove, invece, vengono prese le decisioni, significa non tenere conto che elementi di spontaneità si hanno anche al livello delle istituzioni. Un secondo filone di critiche proviene, in particolare, dalla “teoria dei sistemi sociali” elaborata da LUHMANN , secondo la quale l’approccio di Habermas è inadeguato alla comprensione della complessità sociale, in quanto sopravvaluta la forza dei legami consensuali , trascurando che l’intersoggettività può sfociare sì nell’ accordo ma anche nella disunione , può cioè produrre consenso così come dissenso. Gli indirizzi di pensiero neoliberali, dal canto loro, hanno criticato innanzitutto il tentativo di costruire lo spazio pubblico come trascendente dalla sfera privata , concepita, quest’ultima, come il luogo dell’individualismo egoistico, anziché come quello dell’autorganizzazione della società. Secondo questo indirizzo di pensiero, sia la “ teoria dei sistemi ” che “ la democrazia discorsiva ” non possono essere più sostenute a fronte della complessità sociale crescente, in quanto presuppongono una concezione egoistica dell’individuo, il quale tenderebbe a curare solo i propri interessi privati. Secondo le concezioni neoliberali questa prospettiva sarebbe riduttiva. Esse, invece, valorizzano la portata costitutiva dell’ordine sociale che le relazioni fra gli individui è in grado di sviluppare. Lo spazio pubblico nasce, così, da questa rete di relazioni che si costituisce nella società ed è costituito dalla coordinazione della produzione di regole da parte dei privati , che riversano in essa le proprie esperienze e i propri saperi maturati nella società , e non si configura, invece, come un “momento esterno e più alto”, frutto di una moralità e di una razionalità superiori alla sfera priv
di trasparenza e di responsabilità, e che essa è definita, pertanto, in termini normativi e non meramente fattuali , perchè rinvia anche a puntuali scelte organizzative dell'ordinamento. HÄBERLE , dal suo canto, elabora la teoria della costituzione come “processo pubblico”. Egli muove dalla premessa che, poiché la Costituzione si fonda sull’equilibrio tra continuità e mutamento , essa si regge non solo su congegni che assicurino la sua supremazia, ma anche su processi evolutivi che le permettano di adeguarsi agli sviluppi del tempo (sia passati che futuri). Haberle non rifiuta, dunque, la teoria dei limiti del potere politico, ma propone una rilettura del costituzionalismo più coerente con le domande di integrazione poste dalle società pluralistiche, nelle quali la costituzione si pone, allo stesso tempo, come stimolo e limite, come norma e compito da svolgere. In questo quadro, lo spazio pubblico assume un rilievo centrale , in quanto tale concezione dinamica rinvia a chi concretamente plasma la realtà costituzionale. I consociati, vivendo la Costituzione, la interpretano ; in questo modo, il processo politico non resta separato dall’interpretazione della Costituzione, poiché esso rifluisce in un “processo pubblico”, che è la sede dove vengono formulate opzioni e punti di vista che possono dare impulso a sviluppi dell’interpretazione costituzionale e che, per questa via, divengono costituzionalmente rilevanti. Tutto ciò si riflette sulla stessa configurazione della democrazia e del popolo : “pubblico” è appunto lo “spazio” in cui la società si organizza democraticamente. Non sorprende che, muovendo da queste premesse, Haberle sia pervenuto successivamente a costruire sulle fondamenta della “ società aperta degli interpreti ” una concezione della res pubblica in cui vi è una più marcata attenzione al nesso fra democrazia e spazio. Quest’ultimo inteso, appunto, come lo “spazio” in cui la società si organizza democraticamente. Ne deriva una concezione della res pubblica che si fonda sulla “triade” privato/pubblico/ statale , i cui termini sono differenziati nella loro identità, ma non scorrelati, perché interagiscono in un foro di interdipendenze per arrivare al significato profondo del “bene comune” , che in una società pluralistica non è monopolio dello stato, ma si alimenta da una società organizzata in uno spazio pubblico.