Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Samuel Sharp, Letters From Italy, Dispense di Storia Culturale dell'Europa

Biografia di Samuel Sharp con approfondimento nei temi affrontati in Letters From Italy

Tipologia: Dispense

2019/2020
In offerta
30 Punti
Discount

Offerta a tempo limitato


Caricato il 23/05/2020

francesco_hall
francesco_hall 🇮🇹

4

(1)

4 documenti

1 / 10

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
INTRODUZIONE
«I lazzaroni sono i più squallidi miserabili che si possano immaginare: in nessun altro paese d'Europa se ne
vedono di somiglianti. Tra' facchini, forse, delle vetrerie londinesi si troverebbero due o tre straccioni come
questi. E sono a Napoli seimila di questi lazzaroni e non uno di essi dorme mai in un letto: tutti dormono su'
gradini che son davanti a' palazzi, o sulle panche della strada. Ne vedete alcuni e ciò è davvero
scandaloso sdraiarsi sotto i muri di Palazzo reale e lì starsene per tutta la giornata a riscaldarsi al sole
come tanti maiali: lo spettacolo è dei più disgustosi. Quasi tutti son presso che nudi: soffrono molto il freddo
e se il clima fosse lor meno propizio morrebbero tutti certamente.» (Lettera XXIV, pag 100-101)
Samuel Sharp (1709-1778) è nato in Giamaica (all’epoca uno
dei possedimenti dell’impero britannico nelle Indie
Occidentali). Scrisse le Letters from Italy (Lettere dall’Italia)
durante un suo viaggio nella Penisola compiuto tra 1765 e
1766. La sua vita è interessante per svariati motivi: primo fra
tutti per il suo duplice ruolo; da un lato quello di chirurgo, di
ricercatore e di pioniere nel campo della chirurgia oftalmica -
dall’altro quello di scrittore e di letterato quasi per caso. Nel
1732 conseguì il gran diploma che gli consentiva di esercitare
ovunque la propria professione di chirurgo. Diventò presto un
autorità in questo campo lavorando tra il 1733 e il 1757 presso
il Guy’s Hospital di Londra, e portando a termine diverse
pubblicazioni che riscossero un successo internazionale e
accrebbero la sua popolarità:
A Treatise on the Operations of Surgery;
A Critical Enquiry Into the Present State of Surgery;
A New Method of Opening the Cornea in Order to Extract
the Crystalline Humour;
On the Stypic Powers of Agaris.
Durante i vari soggiorni in Francia, ebbe modo di fare conoscenza e diventare frequentatore assiduo di Voltaire,
assumendo poi il ruolo di suo “accompagnatore” durante la permanenza dell’illuminista in Inghilterra. Nella
prima delle Letters confessa che, per raggiungere Venezia, ha preferito passare da Ginevra proprio per far
visita al francese. Dopo la descrizione del soggiorno presso la sua casa a circa quattro miglia di distanza da
Ginevra, Sharp esprime il desiderio di poter vedere alla luce una più adeguata traduzione in francese delle
opere teatrali di Shakespeare affinché i connazionali abbiano la possibilità di apprezzarle meglio. Membro
della Royal Society e dell’Académie Royale des Sciences dal 1749, otto anni dopo (1757), all’apice del suo
successo, fu costretto ad abbandonare l’incarico presso il Guy’s Hospital a causa di un insidioso asma che lo
stava affliggendo da qualche anno. Nonostante ciò continuo ad esercitare la professione fino al 1765 quando
il peggioramento delle salute lo persuase ad intraprendere un viaggio in Italia per godere della salubrità del
clima mediterraneo. La permanenza nella Penisola gli offrì l’occasione per togliersi i panni del chirurgo e
dedicarsi alla stesura di un diario sfruttando il proprio sguardo critico. Le lettere raccolte da Sharp
nell’epistolario sono 54 in totale, di cui le prime otto scritte da Venezia nel settembre 1765 e l’ultima scritta
da Lione nel giugno 1766 sulla via di ritorno. Rappresentano il resoconto, non privo di una buona dose di
pregiudizio, della percezione che il “viandante” inglese (per nulla incline alle facili emozioni) ha avuto delle
città che ha visitato (quali Padova, Loreto, Roma e Napoli) e degli abitanti che le popolano. Questo viaggio
della durata di nove mesi ci conduce nel clima culturale settecentesco del Grand Tour, sebbene il nostro
protagonista sia un viaggiatore molto singolare che fuoriesce, in qualche modo, dai classici schemi di questa
moda che fu una delle usanze più comuni tra quelle praticamente obbligatorie del XVIII secolo. Sharp
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
Discount

In offerta

Anteprima parziale del testo

Scarica Samuel Sharp, Letters From Italy e più Dispense in PDF di Storia Culturale dell'Europa solo su Docsity!

INTRODUZIONE

« I lazzaroni sono i più squallidi miserabili che si possano immaginare: in nessun altro paese d'Europa se ne vedono di somiglianti. Tra' facchini, forse, delle vetrerie londinesi si troverebbero due o tre straccioni come questi. E sono a Napoli seimila di questi lazzaroni e non uno di essi dorme mai in un letto: tutti dormono su' gradini che son davanti a' palazzi, o sulle panche della strada. Ne vedete alcuni – e ciò è davvero scandaloso – sdraiarsi sotto i muri di Palazzo reale e lì starsene per tutta la giornata a riscaldarsi al sole come tanti maiali: lo spettacolo è dei più disgustosi. Quasi tutti son presso che nudi: soffrono molto il freddo e se il clima fosse lor meno propizio morrebbero tutti certamente. » (Lettera XXIV, pag 100-101)

Samuel Sharp (1709-1778) è nato in Giamaica (all’epoca uno dei possedimenti dell’impero britannico nelle Indie Occidentali). Scrisse le Letters from Italy ( Lettere dall’Italia ) durante un suo viaggio nella Penisola compiuto tra 1765 e

  1. La sua vita è interessante per svariati motivi: primo fra tutti per il suo duplice ruolo; da un lato quello di chirurgo, di ricercatore e di pioniere nel campo della chirurgia oftalmica - dall’altro quello di scrittore e di letterato “quasi” per caso. Nel 1732 conseguì il gran diploma che gli consentiva di esercitare ovunque la propria professione di chirurgo. Diventò presto un autorità in questo campo lavorando tra il 1733 e il 1757 presso il Guy’s Hospital di Londra, e portando a termine diverse pubblicazioni che riscossero un successo internazionale e accrebbero la sua popolarità:

A Treatise on the Operations of Surgery ;  A Critical Enquiry Into the Present State of Surgery ;  A New Method of Opening the Cornea in Order to Extract the Crystalline Humour ;  On the Stypic Powers of Agaris.

Durante i vari soggiorni in Francia, ebbe modo di fare conoscenza e diventare frequentatore assiduo di Voltaire, assumendo poi il ruolo di suo “accompagnatore” durante la permanenza dell’illuminista in Inghilterra. Nella prima delle Letters confessa che, per raggiungere Venezia, ha preferito passare da Ginevra proprio per far visita al francese. Dopo la descrizione del soggiorno presso la sua casa a circa quattro miglia di distanza da Ginevra, Sharp esprime il desiderio di poter vedere alla luce una più adeguata traduzione in francese delle opere teatrali di Shakespeare affinché i connazionali abbiano la possibilità di apprezzarle meglio. Membro della Royal Society e dell’Académie Royale des Sciences dal 1749, otto anni dopo (1757), all’apice del suo successo, fu costretto ad abbandonare l’incarico presso il Guy’s Hospital a causa di un insidioso asma che lo stava affliggendo da qualche anno. Nonostante ciò continuo ad esercitare la professione fino al 1765 quando il peggioramento delle salute lo persuase ad intraprendere un viaggio in Italia per godere della salubrità del clima mediterraneo. La permanenza nella Penisola gli offrì l’occasione per togliersi i panni del chirurgo e dedicarsi alla stesura di un diario sfruttando il proprio sguardo critico. Le lettere raccolte da Sharp nell’epistolario sono 54 in totale, di cui le prime otto scritte da Venezia nel settembre 1765 e l’ultima scritta da Lione nel giugno 1766 sulla via di ritorno. Rappresentano il resoconto, non privo di una buona dose di pregiudizio, della percezione che il “viandante” inglese (per nulla incline alle facili emozioni) ha avuto delle città che ha visitato (quali Padova, Loreto, Roma e Napoli) e degli abitanti che le popolano. Questo viaggio della durata di nove mesi ci conduce nel clima culturale settecentesco del Grand Tour , sebbene il nostro protagonista sia un viaggiatore molto singolare che fuoriesce, in qualche modo, dai classici schemi di questa moda che fu una delle usanze più comuni tra quelle praticamente obbligatorie del XVIII secolo. Sharp

appartiene alla seconda fase del Grand Tour quando, durante il secondo Settecento, l’età media dei “turisti” era aumentata, indizio che il viaggio oramai assecondava il piacere di spostarsi in quanto si era svuotato del suo significato esclusivo di percorso di studio necessario alla formazione del proprio status sociale (una specie di rito di passaggio). L’immagine dell’Italia annotata nelle impressioni dei numerosi itineranti settecenteschi, appariva ben lontana dalla magnificenza dei suoi fasti antichi.

Tra i viaggiatori inglesi (soprattutto Sharp, il cui cognome - tradotto in “acuto” o “tagliente” – gli calza a pennello) sopravviveva un’avversione nei confronti della Penisola e dei suoi abitanti, basata una serie di leit motives (quali l’influsso negativo esercitato dalla Chiesa cattolica) che additavano l’Italia ad esempio di decadenza morale e politica. In questo atteggiamento prevaleva « una dose più o meno sincera ed autentica di soddisfazione, di compiacimento per il fatto di appartenere invece ad un paese prospero e libero »^1. Tra gli inglesi dell’epoca era diffuso un forte senso di superiorità dettato dalla convinzione di appartenere ad un popolo eletto da Dio e invincibile (uscito sconfitto, in effetti, solo successivamente dalla Guerra d’Indipendenza Americana). L’avversione nei confronti del cattolicesimo, secondo Linda Colley, non nasce così dal nulla, bensì ha una propria origine storica. Nel suo libro Britons: Forging The Nation spiega come, tra il 1707 e 1837 , il cattolicesimo, diffuso in gran parte del continente Europeo (ad esempio nelle storiche nemiche: Francia e Spagna), fornì al Regno Unito (formatosi dopo l’Act of Union del 1707) un formidabile “altro” tramite il quale definire se stesso e la propria identità. Avvenne così un meccanismo di identificazione attraverso la distinzione dall’altro. La minaccia rappresentata dalla Francia e dalla Spagna, con le loro forme di governo, fedi e forze militari, permise ai sudditi e alle tradizioni protestanti di Scozia, Galles e Inghilterra di unirsi sotto un’unica bandiera e un unico sovrano per sfidare e scacciare l’ansia dell’altro; un ombrello e rifugio sotto il quale vari gruppi identitari potevano riunirsi contro un nemico comune. Il Regno Unito si auto-promuoveva come veicolo di opportunità commerciali, maggior sicurezza religiosa e maggior libertà costituzionale, stabilità domestica, protezione dalle invasioni, accesso a migliori opportunità lavorative e, in generale, portatrice di benessere. Prese vita così un senso di patriottismo e consenso, nell’idea di un’unica nazione dove tutti potevano contribuire al fine del benessere comune.

Nonostante le critiche, l’Italia già in quel periodo era uno straordinario museo all’aria aperta dove erano rimaste intatte meravigliose tracce di un glorioso passato; davanti all’incanto e alla seduzione di questi luoghi e di questi scenari ricchi di suggestioni, i toni polemici di Sharp si moderavano.

« Certi luoghi delle Alpi offrono un bellissimo e pur tremendo aspetto: essi mi dettero il primo grande spettacolo, davvero meraviglioso. Credo che la città di Venezia, emergente dalle acque con le incantevoli sue isole adiacenti, potrebbe essere considerata come la seconda delle meraviglie c’ho visto: e mi permetterei di nominare la Chiesa di S. Pietro in Roma, come la terza di quelle, malgrado che le sue bellezze non derivino dalla natura ma soltanto dall’opera dell’arte - ma non può fare a meno di giudicare lo stato di miseria che vede davanti ai suoi occhi: gran numero di mendicanti e monaci che le davano un aspetto tetro, la cui colpa ritiene sia dell’orgoglio della Roma moderna - Soprattutto ammiro il cielo, la terra e il mare di Napoli! Le isole, le colline, il golfo, le costruzioni che scendono, come in anfiteatro, fino al mare rendono l’aspetto di questa città cosa di una infinita bellezza. » ( Lettera XVII, pag. 67 )

Tuttavia, nelle sue visite a Pozzuoli, Miseno, Pompei, Ercolano e ad altri siti di importanza archeologica, Sharp indicava l’incuria e l’abbandono delle bellezze artistiche lasciate al degrado e ai saccheggi. Era pronto a scommettere che in Inghilterra qualunque benestante avrebbe accettato di autotassarsi pur di conservare lo splendore di opere di inestimabile valore storico-culturale; al contrario:

«A Napoli il re, o piuttosto la reggenza, s’impadronisce delle statue, dei quadri, etc., appena vengono scavati e li fa trasportare a uno dei Reali Palazzi, dove perdono la metà del loro pregio ». ( Lettera XXXIV, pag. 146 ).

Lo scrittore Laurence Sterne certamente allude a Sharp nel romanzo A Sentimental Journey (scritto due o tre anni dopo le Letters From Italy ) in riferimento al personaggio Mundungus descritto come un viaggiatore

(^1) Venturi

nella conversazione, al cicaleccio, al cinguettio, al chiacchiericcio. Il cicisbeo, definito da Sharp come « l’invenzione più distruttiva per la società che io conosca » ( Lettera XLIII, pag. 210- 211 ), con l’affermarsi della conversazione salottiera e il precisarsi del ruolo femminile divenne un elemento accessorio ma indispensabile per garantire alla donna libertà, sicurezza di movimento e prestigio sociale. All’epoca era scandaloso per una nobildonna non avere il proprio cicisbeo e, addirittura, nei contratti matrimoniali veniva spesso specificato che la moglie di un nobile avesse diritto al proprio cavalier servente. Per l’autore questo scambio di mogli praticato in Italia distrugge tutto l’affetto e riguardo che si deve avere per i figli, mentre i genitori inglesi, sebbene non siano esenti da qualche tradimento, sarebbero più affettuosi verso i figli (a volte esageratamente). Inizia a parlare di questo tema nella lettera V scritta da Venezia, condannandola severamente; Sharp ritiene che la galanteria sia tanto epidemica a Venezia (definita una seconda Cipro, ove ambi i sessi di ogni stato si consacrano a Venere, e influendo negativamente in ambito famigliare) che sono poche le dame a non esserne contagiate, infatti nessuna può uscire in luogo pubblico senza il proprio Cavaliere Servente. Sostiene che in Italia non ci sia donna maritata che non abbia il proprio cicisbeo, il cui principale impiego è di disonorare il marito (con la signora che ha così poco riguardo che a nessuno è ignota la persona al suo fianco). Descrivendo le caratteristiche di questa relazione, afferma che il Cavaliere è sempre la solita persona ed è l’unico a cui lei sia legata; che, oltre a questa nobile occupazione, è obbligato ad accompagnarla all’opera, di sedere con essa da solo a sola nel suo palchetto. Dopo l’opera la conduce al casino di lei e vi rimangono alle volte tutta la notte soli, non tralasciando alla mattina di recarsi alla messa prima di separarsi. Il casino è una stanza (vicino San Marco) distante dall' abitazione della signora, presa in affitto per un intero anno come asilo per lei e il proprio cicisbeo (inviolabile dallo sposo). Un marito che fosse abbastanza malaccorto da voler turbare i due amanti, passerebbe generalmente per un uomo senza esperienza di mondo e sarebbe l'oggetto delle più pungenti beffe. D’altro canto, secondo lo Sharp, il marito ha la propria vendetta in quanto non perde l’occasione di essere il Cavaliere Servente di qualche altra donna.

« Mi viene detto che sarebbe talmente ridicolo per un marito apparire in pubblico con la propria moglie, che non vi è esempio di tale fenomeno. ». ( Lettera V, pag, 19 )

Se una gentildonna decidesse di conservare la fedeltà coniugale, e stare senza cicisbeo, ella sarebbe obbligata a restare in casa in solitudine, poiché nessun’altra gentildonna vorrebbe mostrarsi in pubblico con lei. Accade raramente che la sposa si trattenga per molti mesi da questo costume, infatti ci sono molti esempi dove l’oggetto del matrimonio non è il marito bensì il Cavalier e stesso, per il cui bene il matrimonio è solo un pretesto che funge da schermo « I cicisbei sono in parte schiavi e in parte tiranni delle loro signore; e le signore sono gelose de' loro quanto in altri paesi de' loro sposi. Ogni tanto la dama e il Cavaliere si separano a favore di altri, ma questo appare un punto delicato da evitare il più possibile come con i divorzi ».

In un‘epoca in cui la distinzione del bene e del male, le idee di innocenza, di decoro, di castità sono appena note in Italia: « Un vecchio signore napoletano mi assicurò che i mariti non hanno poi tutti i torti; essi, resi incostanti dal clima, non possono mantenersi fedeli alle loro mogli per molti mesi e però le povere donne sono costrette a consolarsi. » ( Lettera XVIII, pag. 75 )

Parlando delle gentildonne di Firenze ne riferisce che hanno generalmente tre cicisbei per ciascuna: il primo è il cicisbeo d' onore; il secondo è quello incaricato di raccogliere i guanti o il ventaglio, se avviene che cadano dalle mani della signora; il terzo è il cicisbeo sostanziale. Suppone invece che Roma sia la città più casta d’Europa, forse grazie all’influenza della sobria corte papale: ci sono poche donne in pubblico, difficilmente hanno amanti e i cicisbei sono più innocenti rispetto alle altre città (Venezia sarebbe la peggiore). Mentre il re di Torino, secondo l’inglese, è una persona la cui virtù lo spinge a tentare inutilmente di rimuover dal suo regno l’abitudine « depravata » del cicisbeismo ormai ben radicata.

Quindi, a proposito dei matrimoni: «… il caso e il buon senso potrebbero rendere questo genere di unioni alle volte anche piacevole, anche amichevole, se la moda abominevole ed infernale che consiglia alle spose

di procurarsi un cicisbeo subito che è scesa dall’altare non fosse un sicuro mezzo per allontanare qualsiasi affetto il quale potrebbe sorgere … da noi l’interesse comune del padre e della madre per i loro piccini, ne’ quali ritrovano, forse, riprodotti i loro tratti, non poco aiuta a dissipare qualche dissidenza: per lo meno costringe la moglie e il marito a vivere apparentemente in buone relazioni. In Italia, invece, la certezza dell’attaccamento di ogni moglie a un amante ammorza e spegne qualsiasi affetto che il marito potrebbe sentire per lei o per i figliuoli .» ( Lettera XVIII , pag. 72- 74 ). Difatti un marito è certo che il primogenito appartiene a lui solo, purchè nasca nel primo anno del suo matrimonio.

Ritiene : «Vi dico che se gl’italiani si dovessero separare per ragioni d’indifferenza o di infedeltà sarebbero tanti i divorzi quanti i matrimoni. Da noi se de’ coniugi si dividono per difetto d’amore, altri parecchi possono ben rimanere uniti, perché si amano. Ma l’amore è, in Italia, un sentimento affatto sconosciuto tra marito e moglie … Io dico: Come sarebbe possibile che marito e moglie si stimassero, e molto meno che si amassero, quando sono uniti senza nessuna volontà loro? I genitori non consultano mai i desideri dei figli: essi provvedono soltanto alla prosperità della futura generazione, contenuta in due parole: Fortuna e famiglia. Questo è così precisamente vero che gli sposi si conoscono di rado avanti che il contratto matrimoniale sia stabilito … » ( Lettera XVIII, pag. 71- 72 )

In generale l’autore sostiene che nelle città italiane (da Venezia a Firenze, passando per Bologna) la maggior parte dei nobili sono poveri in quanto prevale la tendenza a spartire l’eredità tra tutti i figli, anziché destinarla unicamente al primogenito. Poca attenzione è rivolta all’educazione dei figli e, per rialzare le finanze di famiglia, l’ambizione e di far sposare una figlia ad un nobile benestante, mentre tutte le altre femmine vengono spedite in convento dove rimarranno a vita se non trovano marito. Per quanto riguarda le famiglie di basso rango, con toni scioccati, Sharp ci riferisce che la nobiltà napoletana (a differenza di quella londinese o parigina) preferisce assumere servitori sposati, fenomeno che comporta sciami di bimbi per le strade e coppie che tengono in casa sei o sette figli nella stessa stanza.

CHIESA, SUPERSTIZIONE, IDOLATRIA, FESTE RELIGIOSE

Sharp sottolinea criticamente che, nonostante l’abbondanza di fondazioni di carità, il numero di mendicanti è estremamente notevole. La pratica del mendicare, per l’autore inglese, prospererà in tutti paesi cattolici fino a che questo tipo di carità continuerà ad essere inculcata da predicatori e confessori come la più perfetta delle virtù morali. Per fornire un esempio: «I conventi a Napoli sono ricchi e usano distribuire pane e brodo una volta al giorno a chi domanda questa carità: però i lazzaroni vivono principalmente di quella: altri o rubando o chiedendo l’elemosina, ottengono abbastanza per soddisfare alle loro necessità e anche per mantenersi sani e robusti.» ( Lettera XXIV, pag. 101 )

Opprime i cattolici di sarcasmi perché nell'anno osservano moltissime feste e, con furore, si scatena contro gli spettacoli religiosi. Come ogni buon viaggiatore protestante pregiudizioso non poteva assistere a questa pompa religiosa senza manifestare la propria intolleranza. Questi viaggiatori ritenevano le processioni degli spettacoli stravaganti, inventati dai pagani e contrari allo spirito del cristianesimo e ad una sana politica. Sharp si scatena contro questa condotta, e sostiene che i cattolici sono veri idolatri; tuttavia è certo che tale specie d' idolatria non chiuderà mai a questa buona gente 1' entrata in Paradiso. In un resoconto del miracolo di san Gennaro stigmatizzò con sufficienza la « mancanza di astrazione » della religiosità cattolica:

«… grande impressione la mancanza di astrazione che qui ho potuto notare. Mettete questi napoletani davanti a un’immagine per rammentar loro la Divinità, ed ecco che subito si prostrano e adorano l’immagine stessa. Son qui migliaia di persone che non s’astraggono, non si spiritualizzano, ma intendono queste cerimonie nel puro loro senso letterale o sensibile .» ( Lettera XXXVI, pag. 160 ).

Il 6 dicembre 1765 Sharp ebbe modo di assistere, nella Cattedrale di Napoli, alla cerimonia della liquefazione del sangue di San Gennaro. Fornisce la propria spiegazione scientifica del “miracolo”: Avevo constatato, dal mio termometro, che stamane facesse più freddo che non ne abbia fatto durante tutto l’inverno; però sono

Sotto la lente d’ingrandimento di Sharp finirono anche i sermoni pronunciati dai predicatori per ‘istruire’ i fedeli ed indurli a seguire la retta via. Dichiarando che: « La gente seria e per bene de’ paesi cattolici non ha troppo bisogno di andare a udire la predica: così, di buoni predicatori non v’è abbondanza » ( lettera XXXIX, pag. 177 ), l’inglese rimase sorpreso dell’enfasi eccessiva di cui si avvalevano i predicatori, a suo dire, al limite del buon gusto e della superstizione: « Quando è finita la predica, o pur ne’ momenti in cui il predicatore vuole esporre le sofferenze e l’agonia del Signore che muore per salvare il mondo, egli afferra il Crocifisso e indica le insanguinate piaghe di Cristo. E se possiede pur un briciolo di commovente eloquenza non manca mai di trascinar l’uditorio a tali segni di contrizione e di orrore ch’è interessante assistervi; gli uomini si picchiano fortemente in petto e piangono disperatamente: e le donne escono in urli isterici spaventosi .» ( Lettera XXXIX, pag. 181-182 ) Emergeva, dunque, il confronto tra Illuminismo e Riforma, con quest’ultima che aveva consentito nei paesi cattolici il persistere di forme di devozione superstiziose (bersaglio anche di Voltaire nel Dictionnaire philosophique ), mentre non ne sopravviveva traccia nei paesi protestanti. Con sottile polemica Sharp accennò alla pratica religiosa protestante, che invece era ispirata da atteggiamenti misurati e niente affatto pervasi dalla brutalità che connotava le prediche cattoliche a cui aveva assistito e concludeva affermando che, nelle mani di un prete eloquente, il Crocifisso è ancora più spaventoso del solito.

Sharp successivamente si reca a Roma con l’intenzione di assistere alle funzioni della Settimana Santa (ritenendolo il miglior momento perché uno straniero visiti la Città Eterna). Chiama in causa: « una specie di gara tra le città d’Italia: si direbbe che ognuna d’esse s’adoperi a superare l’altra in una simile follia di superstizione ». Sharp ipotizza criticamente che se gli ori e argenti che giacciono nelle chiese circolassero all’interno della città, ciò gioverebbe all’economia locale e conseguentemente fornirebbe beni a migliaia di persone che invece patiscono la fame. Vuole dimostrare la contraddizione del papa che nel suo Stato dà la licenza ai bordelli; tuttavia rivela che le prostitute sono in diminuzione perché vengono tassate, registrate e obbligate a vivere lontane dai luoghi sacri (considerando la difficoltà nel trovare dimore lontane dai luoghi sacri); inoltre il pontefice permette la usura quando invece puntano il dito contro gli ebrei per la stessa pratica.

Sempre a proposito della superstizione, il diario del medico inglese contiene anche alcune riflessioni sulla ‘sanità’ napoletana. Disapprovava, a tal proposito, l’eccessiva fiducia che i medici napoletani riponevano nelle proprietà curative della neve e del ghiaccio, decantandone gli effetti miracolosi ottenuti su malori di varia natura, dalle infiammazioni cerebrali a quelle intestinali e polmonari. Si guardò bene dal disapprovare apertamente tali pratiche per non sembrare maleducato (lettera XXV, pag. 106), ma ciò non gli impedì, da medico, di appuntare nel proprio taccuino di viaggio le perplessità circa i risultati entusiastici di quelle cure, contrastanti con l’esperienza e la pratica esercitata a Londra tra ricerca innovativa e chirurgia d’avanguardia. Annotò, inoltre, che la cattiva alimentazione costituiva la causa principale dell’alta mortalità infantile di fronte alla quale la medicina napoletana non riusciva a porre un opportuno rimedio.

PROCESSI, CRIMINALITÁ

Dopo avere presentato gli Italiani come un popolo adultero e superstizioso, Sharp gli accusa di essere assassini.

Sharp menziona il diritto d’asilo: « Se un assassino tocca le mura di una chiesa (e molte mura sono di chiese in questa città) prima di essere acciuffato dagli sbirri, la Santa Chiesa non permette che sia impiccato. Per di più, se un uomo accoltella un altro davanti dieci testimoni, tutti fuggono, lasciando solo, nella via, l’omicida, giacché tutti colori che sono sorpresi accanto a un ucciso sono arrestati alla rinfusa e tratti davanti alla giustizia, che per parecchi giorni, talvolta per parecchie settimane, non li rimanda se non è sicura d’aver tra le mani il vero uccisore. » ( Lettera XXXII, pag. 136- 137 ). Ciò vuol dire che punta il dito verso la Chiesa che, in tal modo, protegge gli assassini dalla giustizia, reiterando quel leit motiv della religione cattolica come fonte della decadenza politica e morale in Italia

Sharp presenta il minuto popolo d’Italia come una turba di uomini malvagi e perversi, sempre pronti ad ammazzarsi. Non risparmia le persone distinte, asserendo che in Italia i costumi sono assolutamente corrotti, e che i due sessi sono in preda alla più orribile sfrenatezza.

La tardità con la quale nei tribunali d' Italia si ordinano i processi diede occasione al sig. Sharp di fare le più odiose riflessioni sul governo italiano: « Se non ricordo male è il Signor Addison il quale afferma che appena un napoletano non sa che farsene si caccia in saccoccia tutte le sue carte e pianta allegramente un processo; è perfettamente vero, e dico anzi che se il Regno di Napoli fosse grande come la Repubblica di Roma nel momento del suo splendore, e se ogni causa dovesse essere giudicata nella capitale, le migliaia di avvocati che qui si vedono sarebbero appena sufficienti. La prima volta che mi recai alla Vicaria credetti di essere uscito tardi di casa; le strade erano zeppe di avvocati che andavano a pranzo. Una folla enorme usciva dalla Vicaria e io credetti che il Tribunale si vuotasse. Invece, riuscito a penetrarvi, vi trovai lo stesso numero di gente che s'incontrerebbe ne' teatri di Londra la sera prima di una nuova rappresentazione! Benedetto paese, ove chi non è principe o pezzente è paglietta o prete » ( lettera XXXI, pag.133 )

Sostiene che sia la precarietà delle punizioni a fornire tanti delinquenti in questa città rispetto alle proprie dimensioni (confronto che fa con Londra). Pensa che nella città partenopea siano rinchiusi tra i seimila e i settemila criminali tra quelli in prigione e quelli nelle galere attraccate nel porto. Tuttavia la condizione di quest’ultimi è preferibile a quella dei tanti poveri che giacciono nelle strade, in quanto ai galeotti, è garantita per decreto regio la regolare razione di pane anche nell’eventualità di carestie (come quella del 1764 nel corso della quale, mentre i poveri gemevano, i carcerati e i galeotti godevano della più florida salute).

Molto frequentemente gli assassini riescono a scappare facendola franca (popolazione prona, non provano troppo orrore) poiché il metodo utilizzato nei processi lascia la porta aperta a migliaia di sotterfugi che eludono la giustizia o rendono i processi interminabili. Nonostante ciò a Napoli si possono trovare migliaia di avvocati che, secondo lo Sharp, riuscirebbero a risolvere in un attimo tutti i processi rimasti aperti a Roma, infatti, secondo lui, quando un napoletano non sa cosa fare si mette ad aprire una causa legale.

Per tutta 1' Italia il cadavere si porta sempre al sepolcro scoperto; e questa usanza (dice il sig. Sharp col solito suo tuono decisivo) è degna di biasimo, perchè «l’aspetto della morte non si dovrebbe rendere troppo famigliare al basso popolo, soprattutto se si pensi al molto zolfo che scorre nelle vene della plebe di Napoli. - Se un morto od un moribondo fossero un oggetto di terrore, un omicida proverebbe dei rimorsi nell’atto di commettere l'assassinio, o nell’istante dopo; ma vi sono dei mezzi di rendere gli uomini capaci di scannare un uomo od un porco con la stessa indifferenza.» ( Lettera XXXII, pag, 136 ). Con ciò suggerisce che l'usanza di trasportare i morti scoperti al sepolcro contribuisce a rendere gli uomini assassini, indurendo i loro cuori, facendo sì che si possa uccidere un uomo o un porco con la stessa indifferenza.

A Venezia notò una « infinità di picciolo teste di lione intorno al palazzo del doge, con bocche bastantemente capaci da ricevere - dai delatori - lettere o viglietti, con inscrizioni sopra di esse circa le diverse specie di denunzie ». Da ciò conclude che il governo veneto incentivava la pratica delle private denunzie, sfruttando informatori clandestini protetti dal silenzio. Sharp dice che la gente comune di Venezia (la quale non beve alcolici ma ama il gioco d’azzardo) è convinta di vivere nello Stato più libero d’Europa; una prova che lo testimonia sarebbe quella di potersi calare le braghe davanti a chi preferiscono ogniqualvolta volgono. L’autore nota come la Serenissima sia molto rigida verso il rispetto della quarantena nel Lazaretto; è abbastanza eloquente l’aneddoto citato da Sharp di un bambino che, qualche anno prima, era morto dopo che la polizia gli aveva sparato in strada per aver rubato del tabacco dal carico di un’imbarcazione in piena quarantena. Descrivendo le arringhe nei tribunali veneziani, di cui critica i toni e i comportamenti indecorosi, non può fare a meno di evidenziare il fastidio che prova uno straniere a doverle udire nel dialetto locale. La maniera in cui gli avvocati tentano di convincere i giudici e la platea, sembra avere una natura demoniaca anziché basarsi sulla ragione; agitazione e furia si manifestano attraverso toni, movimenti delle braccia e un continuo sali e scendi dal pulpito, trasformando l’arringa in una specie di danza frenetica in cui l’avvocato è costantemente in pericolo di far cascare la parrucca dalla propria testa.

L’autore avverte i lettori della scomodità e pericolosità di trovarsi nelle strade italiane quando fa buio. La mancanza di illuminazione (presente a Londra e solo in parte a Parigi) invita gli uomini a commettere atti atroci e vergognosi (dal cui rischio i cardinali, principi e nobili si salvaguardano usando delle lanterne mentre si spostano in carrozza), definendola come la più grande disgrazia di Roma e di tutta l’Italia.

sudici cappellacci: e i palchi sono generalmente vuoti. Tutti i signori e tutte le signore italiani sono indelicatissimi: hanno il mal vezzo di sputare da per tutto senza mai servirsi d’una pezzuola e senza cercare qualche riposto cantuccio; nella Cantina questa sozzatura è addirittura ributtante: non soltanto gli spettatori sputacchiano intorno ma pur su’ muri, così ch’è impossibile evitare d’insudiciarsi gli abiti. Forse l’estrema magrezza di molti napoletani è da attribuirsi all’abbondanza di queste secrezioni ». ( Lettera XXIII, pag. 93- 94 )

Il dramma italiano lo considera talmente poco coltivato che raramente si riesce a rappresentare tragedie; spiega di non aver avuto modo di assistere ad una commedia di più di tre atti. Il principale divertimento si manifesta coi doppi sensi, con gli equivoci banali, e pure con i gesti sconci (soffiarsi il naso, sputarsi in faccia) come s’usa in Inghilterra solo tra i pagliacci o nelle baracche alla Fiera di S. Bartolomeo. Tuttavia Sharp ammette che gli italiani, per loro natura, hanno un vero genio per la commedia; se solo il pubblico del teatro di prosa fosse più rispettabile ed elegante ciò ne gioverebbe agli attori che dimostrerebbero assai più grande talento di quel che mostrano attualmente (di fatto ignorano la critica e trascurano anche di imparare la loro parte).

Sharp giunge alla conclusione che, se qualcuno del gran mondo concedesse la sua protezione al teatro, contribuirebbe molto al miglioramento e progresso dei costumi e a quel della cultura di questo popolo (appello al granduca di Firenze e al Re di Torino). Del teatro fiorentino e torinese non ebbe una buona impressione, mentre pensa che la compagnia di commedianti veneziani sia forse la migliore d’Italia. In merito al teatro di Venezia attribuisce un importante ruolo ai gondolieri, investendoli come coloro che possono decidere l’esito positivo o negativo della ricezione di uno spettacolo teatrale quando, durante il lavoro, hanno conversazione con i gentiluomini che trasportano con la propria imbarcazione.

Un inglese giunge in Italia con l’idea che tutti gli italiani siano entusiasti per la musica e che abbiano un ingegno naturale migliorato dall’istruzione musicale. Sharp smentisce tutto ciò sostenendo che sono pochi i signori che suonano strumenti, mentre le signorine, educate in convento in assenza di istruzione musicale, quando si sposano non hanno il dovere di intraprendere l’ardua fatica d’imparare a suonare uno strumento: « In una udizione musicale il pubblico italiano non prova altro piacere se non quello che gli deriva dalla natura, mentre in Inghilterra le signore della buona società hanno (anche per la musica) un gusto acquisito, avendola già coltivata con assiduità ». ( Lettera XIX, pag. 79 ). Oltre che essere impossibile trovato un clavicembalo in fitto, nessun’opera o canzone è mai stata stampata (come a Londra e a Parigi), segno della « poca coltura musicale ». Inoltre sembra fermamente persuaso che i musicisti italiani facciano gran fortuna a Londra, e che al loro ritorno in Italia comperano delle bellissime terre col denaro degli inglesi.

CONCLUSIONI

Sharp concluse il suo viaggio nel giugno 1766 e si spense in Inghilterra dodici anni dopo (il 24 marzo 1778). In quel tour che avrebbe dovuto soltanto alleggerirlo dal peso dell’asma, prestò, invece, la sua penna alla letteratura di viaggio, inconsapevole, forse, di aver stimolato un’ampia e discussa polemica. Pochi mesi dopo aver pubblicato le Letters From Italy sulla fine del 1767, ne apparve a Londra una confutazione acerbissima, pubblicata in inglese; lo scrittore della confutazione era italiano e si chiamava Giuseppe Baretti.