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Sbobine Programmazione Sociale, Sbobinature di Teoria Sociale

Sbobinature Programmazione Sociale, esame conseguito con 30 studiando solo da questo documento. PS. la materia non è "Teoria sociale" ma "Programmazione e progettazione Sociale"

Tipologia: Sbobinature

2020/2021

In vendita dal 02/08/2022

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Programmazione sociale
Una parola importantissima legata alla progettazione, è cambiamento. Un progetto significa cambiamento, un
progetto nel sociale nasce sempre e comunque per avviare un cambiamento nelle cose. Che sia un bisogno di
un utente, o di una collettività, l’obiettivo è il cambiamento dello stato delle cose, dal punto zero con un progetto
si vuole passare a un punto uno ecc. La progettazione è un processo creativo mirato al cambiamento.
L’assistente sociale è l’agente che promuove il cambiamento, è una definizione che viene messa in discussione
perché noi assistenti sociali promuoviamo il cambiamento, ma siamo molto collegati all’obiettivo. L’analisi del
problema è una fase della progettazione ma saper analizzare un problema e un bisogno fa contraddistinguere il
fatto che un progetto sia pensato e fatto da un assistente sociali, i progetti sociali fatti da un assistente sociale
sono differenti da quelli fatti da altri operatori, perché abbiamo capacità di analisi differenti.
L’inquadramento concettuale della progettualità
La progettazione è fortemente legata alla creatività e all’immaginazione di quello che è il cambiamento
desiderato. Progettare viene dal verbo “prodigere” quindi “gettare in avanti”, vi è un senso di cambiamento
“lanciato nel futuro”.
Progettare significa immaginare, significa avere un’azione prefigurativa dal carattere ideativo, il progetto nasce
un’idea rispetto al problema, pensare a un progetto è pensare a qualcosa che fino ad allora non è stato fatto per
contrastare o prevenire un fenomeno - anche se non significa necessariamente “fare qualcosa di nuovo”, ma
pensarlo e attuarlo nel rispetto delle fasi previste -. Chi progetta oltre a farlo “per soldi”, lo fa per una fede nel
cambiamento delle persone, ha fede nella speranza umana. Progettare è la possibilità di migliorare la propria
condizione grazie all’intelletto nel senso che la progettazione nasce da un’idea e dalla dimensione creativa, ma
la progettazione è legata anche alla dimensione razionale, il progetto deve avere un suo metodo e un percorso
fatto di fasi scientificamente pensate e studiate che devono essere applicate.
La progettazione negli anni
Il concetto di progettazione proviene dal mondo delle scienze tecniche di ingegneria, il sistema di progettazione
non nasce nel mondo sociale, ma nelle scienze tecniche. In Italia si comincia a comprendere e a diffondersi a
partire dagli anni ‘70 perché si assiste a un consolidamento dello stato sociale soprattutto in termine di
normativa (la nascita dei servizi sul territorio, enti locali. Negli anni ‘70 ci sono stati dei cambiamenti, la crescita
del concetto di Welfare state e una necessità di programma i servizi attraverso dei fondi dedicati. Negli anni ‘80
matura ancora di più questa consapevolezza sia in termine di istituzioni e di organizzazione, alla crescente
domanda dei bisogni, servono dei servizi erogati sotto forma di progetti e prestazioni. Negli anni ‘90 ricordati in
Italia come gli anni in cui esplodono le dipendenze da sostanze e quindi in questi anni cresce la
consapevolezza di voler superare la logica dall’emergenza, uscire dalle emergenze, il sistema dei servizi sociali
soffre di questa cultura “dell’emergenza”. La parola emergenza ricorda il concetto di fretta, agire in fretta per
trovare una soluzione alla situazione di necessità, in realtà però progettare vuol dire fermarsi, pensare e
attraverso un metodo costruire le fasi del cambiamento quindi pensare alla dimensione del progetto.
L’emergenza quindi perde la sua forza e si il passo a quello che è il progetto. Quindi si cerca di superare la
forma di “emergenza”, ma di dare spazio al progettare risposte per bisogni complessi.
Negli anni 2000 abbiamo un bagaglio culturale molto più ricco rispetto alla progettazione, la progettazione fa già
parte del background dei servizi degli operatori, si cerca di specializzare questo sapere, infatti gli anni 2000
sono definiti come un periodo di crescita e di fortificazione delle strategie di progettazione nella gestionedei
servizi sociali sempre più a carattere manageriale ( per esempio le USL gradualmente si trasformano in ASL).
Dal 2000 in poi c’è una predominanza dell’impostazione progettuale, concettuale, legislativa prevista dalla 328,
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Programmazione sociale Una parola importantissima legata alla progettazione, è cambiamento. Un progetto significa cambiamento, un progetto nel sociale nasce sempre e comunque per avviare un cambiamento nelle cose. Che sia un bisogno di un utente, o di una collettività, l’obiettivo è il cambiamento dello stato delle cose, dal punto zero con un progetto si vuole passare a un punto uno ecc. La progettazione è un processo creativo mirato al cambiamento. L’assistente sociale è l’agente che promuove il cambiamento, è una definizione che viene messa in discussione perché noi assistenti sociali promuoviamo il cambiamento, ma siamo molto collegati all’obiettivo. L’analisi del problema è una fase della progettazione ma saper analizzare un problema e un bisogno fa contraddistinguere il fatto che un progetto sia pensato e fatto da un assistente sociali, i progetti sociali fatti da un assistente sociale sono differenti da quelli fatti da altri operatori, perché abbiamo capacità di analisi differenti. L’inquadramento concettuale della progettualità La progettazione è fortemente legata alla creatività e all’immaginazione di quello che è il cambiamento desiderato. Progettare viene dal verbo “prodigere” quindi “gettare in avanti”, vi è un senso di cambiamento “lanciato nel futuro”. Progettare significa immaginare, significa avere un’azione prefigurativa dal carattere ideativo, il progetto nasce un’idea rispetto al problema, pensare a un progetto è pensare a qualcosa che fino ad allora non è stato fatto per contrastare o prevenire un fenomeno - anche se non significa necessariamente “fare qualcosa di nuovo”, ma pensarlo e attuarlo nel rispetto delle fasi previste -. Chi progetta oltre a farlo “per soldi”, lo fa per una fede nel cambiamento delle persone, ha fede nella speranza umana. Progettare è la possibilità di migliorare la propria condizione grazie all’intelletto nel senso che la progettazione nasce da un’idea e dalla dimensione creativa, ma la progettazione è legata anche alla dimensione razionale, il progetto deve avere un suo metodo e un percorso fatto di fasi scientificamente pensate e studiate che devono essere applicate. La progettazione negli anni Il concetto di progettazione proviene dal mondo delle scienze tecniche di ingegneria, il sistema di progettazione non nasce nel mondo sociale, ma nelle scienze tecniche. In Italia si comincia a comprendere e a diffondersi a partire dagli anni ‘70 perché si assiste a un consolidamento dello stato sociale soprattutto in termine di normativa (la nascita dei servizi sul territorio, enti locali. Negli anni ‘70 ci sono stati dei cambiamenti, la crescita del concetto di Welfare state e una necessità di programma i servizi attraverso dei fondi dedicati. Negli anni ‘ matura ancora di più questa consapevolezza sia in termine di istituzioni e di organizzazione, alla crescente domanda dei bisogni, servono dei servizi erogati sotto forma di progetti e prestazioni. Negli anni ‘90 ricordati in Italia come gli anni in cui esplodono le dipendenze da sostanze e quindi in questi anni cresce la consapevolezza di voler superare la logica dall’emergenza, uscire dalle emergenze, il sistema dei servizi sociali soffre di questa cultura “dell’emergenza”. La parola emergenza ricorda il concetto di fretta, agire in fretta per trovare una soluzione alla situazione di necessità, in realtà però progettare vuol dire fermarsi, pensare e attraverso un metodo costruire le fasi del cambiamento quindi pensare alla dimensione del progetto. L’emergenza quindi perde la sua forza e si dà il passo a quello che è il progetto. Quindi si cerca di superare la forma di “emergenza”, ma di dare spazio al progettare risposte per bisogni complessi. Negli anni 2000 abbiamo un bagaglio culturale molto più ricco rispetto alla progettazione, la progettazione fa già parte del background dei servizi degli operatori, si cerca di specializzare questo sapere, infatti gli anni 2000 sono definiti come un periodo di crescita e di fortificazione delle strategie di progettazione nella gestionedei servizi sociali sempre più a carattere manageriale ( per esempio le USL gradualmente si trasformano in ASL). Dal 2000 in poi c’è una predominanza dell’impostazione progettuale, concettuale, legislativa prevista dalla 328,

che è il testo normativo di riferimento per il servizio sociale, la parola chiave della 328 è l’integrazione tra servizi , tra pubblico e privato, integrazione tra persone. Tutto questo filo rosso che lega i diversi articoli della 328 è possibile attuarlo attraverso il sistema di progettazione. Definizione di progettazione La progettazione è: Per Boutinet: “Un dispositivo metodologico, che sulla base di una previsione identifica strategie e azioni adeguate al raggiungimento, in un dato tempo e luogo, di obiettivi finalizzati al cambiamento.” La progettazione è un dispositivo metodologico*. Sulla base di una previsione si identificano delle azioni del progetto per raggiungere gli obiettivi. Le azioni devono essere collegate sempre ad un obiettivo, all’interno del progetto non agisco in maniera scollata dall’obiettivo, ma lo faccio tenendo a mente l’obiettivo del progetto. Non è detto che tutte le azioni siano utili alla realizzazione dell’obiettivo. *Metodologia : Con degli obiettivi prefissati da raggiungere si segue uno schema concettuale che guida le azioni del soggetto, carattere altamente razionale. Per Lanzara: (zanzara) La progettazione è un’attività cognitiva che sposta l’attenzione sulle competenze progettuali possedute dagli attori sociali e viene definita come attività esplorativa e costruttiva volta alla ricerca e alla definizione dei problemi.” La progettazione è un’attività cognitiva. Lanzara non si dedica tanto alla dimensione dell’obiettivo e della metodologia, ma si dedica a una dimensione dialogica, dedicandosi agli attori sociali definendo la loro attività come “esplorativa e costruttiva”, lo si deve fare avendo delle competenze ben precise, e questa azione deve essere sempre orientata alla ricerca e alla definizione dei problemi. Un progetto fatto con le lenti dell’assistente sociale è un buon progetto se fatto con una solida valutazione. Un progetto fatto con una cattiva valutazione del progetto ha un brutto risultato. Parlare dei bisogni con le lenti dell’assistente sociale, bisogna parlarne con un linguaggio adeguato. Il servizio sociale infatti è una disciplina di sintesi, bisogna avere quanti più saperi possibili per essere dei validi assistenti sociali e fare un buon progetto. Imparare a conoscere il contesto è una tecnica che va a acquisita e lo si fa tramite una conoscenza teorica - devo essere in grado di conoscere e avere una conoscenza macrostrutturale - ma anche tramite una conoscenza diretta del territorio, bisogna avere lenti sociologiche e antropologiche, questo fa di noi dei validi assistenti sociali ma anche degli assistenti sociali in grado di progettare. La progettazione nel sociale La progettazione nel sociale ha delle caratteristiche ben precise, si differenzia per la tipologia di servizi offerti. I servizi di cui ci occupiamo sono dei servizi molto delicati, dei servizi che entrano nella vita delle persone e che trattano dati sensibili, che trattano le storie di vita delle persone, il destino e la felicità delle persone. Si producono quindi dei servizi che si realizzano in interventi “di aiuto”. La progettazione ha una dimensione

Le fasi della progettazione nel sociale A prescindere del tipo di progetto realizzato, dal contesto, dalla duratura, dai destinatari, o da altri elementi, è fondamentale, importantissimo, essenziale rappresentare il percorso di un qualsiasi progetto di intervento attraverSO le cinque fasi della progettazione nel sociale. Come si fa un progetto?

1. Ideazione La fase di ideazione è una fase preliminare, dove si possono dire cose scollegate. Nella fase di ideazione c’è un grande slancio creativo, ma è anche una fase molto grezza che deve nascere, crescere e evolversi. Si inizia a mettere a fuoco quale possa essere il cambiamento. E’ il luogo della nascita dell’idea, ed è un’idea che deve prendere forma attraverso il contratto preso tra i soggetti coinvolti. Si ipotizza la realizzazione di un progetto per produrre questo cambiamento in qualche modo “sognato”. Il progetto e l’idea di progetto ha a che fare con una dimensione utopica, una dimensione di sogno, è un sogno un qualcosa che ancora non è stato provato. Possiamo intenderla come una forma di utopia che prende forma sotto la forma di ipotesi di intervento, si inizia a mettere a fuoco quale può essere questo cambiamento rispetto al bisogno sociale espresso. I partener del progetto rispetto a un insight creativo hanno l’impulso all’idea, oppure potrebbe essere un fatto amministrativo (un bando) che dona l’impulso all’idea. Esiste una forte circolarità che va dall’azione al pensiero e viceversa, c’è un impulso al fare, concentrandosi sulla dimensione riflessiva. L’esperienze e il bagaglio di esperienze spesso fatte sul campo vanno a determinare forti influenze sulla nascita delle idee progettuali. La progettazione non nasce da un vuoto sociale, ma può nascere dalla connessione tra risorse umane, risorse finanziarie, risorse materiali ecc. La nascita di un progetto può anche derivare da un desiderio trasformativo della realtà. Il progetto può nascere dall’individuazione di un aerea a rischio, per esempio un interesse da tutelare, oppure il progetto può nascere da un’idea caratterizzata da alta innovazione sociale. 2. Attivazione L’ideazione viene snocciolata, e si pensa a quale contributo si può dare rispetto all’idea condivisa. I partner* , ovvero i soggetti che partecipano al processo progettuale e non devono essere identificati come i singoli professionisti di un servizio, ma come enti, organizzazioni e servizi. cominciano a dichiarare e a mediare il loro ruolo all’interno del progetto. I partener possono essere:

  • soggetti del settore pubblico , quindi comuni, enti, ASP, servizi del ministero della giustizia
  • soggetti del settore privato , quindi le aziende, chi si occupa di profit,
  • soggetti del terzo settore , parrocchie, fondazioni, cooperative, comitati di cittadini, l’universo di soggetti che non sono né strettamente pubblici né strettamente privati, ma sono del terzo settore.
  • Partner: soggetto che non deve essere identificato come il singolo professionista ma come enti, organizzazioni e servizi. In fase di attivazione si definiscono i ruoli, quindi quali contributi si possono dare, contributi intesi sia in termini di risorse umane, sia in termini di risorse strumentali, background culturale, esperienza lavorativa nel settore, qual è il tempo che abbiamo a seconda del bando (il tempo è specificato nel bando). E i partner cominciano a condividere tra di loro in che modo vogliono affrontare e contrastare il problema (strategia di azione). Quanto più è radicato l’ente, tanto più è il contributo valido.

Esempio: Vale di più un partner colosso dall’esterno oppure un soggetto che ha vissuto nel contesto del problema in prima persona? Entrambi, ma quello in prima persona riesce a dare un contributo più valido. Si analizza la domanda della committenza* ( da dove viene il bando a cui sto partecipando per la finanziamento per la realizzazione del mio progetto? ). Per fare il progetto bisogna avere chiaro chi è il committente, sia in maniera formale che in maniera strategica nel senso che se è una fondazione privata che promuove un bando, e mette a disposizione un fondo, la fondazione ha una serie di principi, valori e schemi operativi e quindi bisogna fare attenzione e pensare a un progetto in quel senso. Se invece viene dal ministero, l’organizzazione del progetto deve essere diversa. *Committenza: il soggetto che mi da il mandato per fare il progetto, colui che mi finanzia. Il soggetto che mette a disposizione il fondo per la realizzazione del progetto. Come si crea una partenership? Per affrontare il problema la partnership deve condividere la stessa definizione del problema *, le stesse strategie d’azione e gli stessi obiettivi prefissati. Se non si condividono questi ultimi, è una partnership fallace. Le partnership possono non avere confini, si possono avere collaborazioni che vanno oltre i confini regionali, nazionali ecc. E’ importante trovare attori che siano capaci di valorizzare le loro esperienze sul campo ( know how ), ed è importante costruire una rete ad alta reciprocità, questo scambio che è anche uno scambio di aiuti e di condivisione di spazi, pensieri e luoghi, è una rete che deve comunicare, una rete che deve dialogare. I soggetti della partnership: Il soggetto promotore , da impulso alla creazione delle partnership. Il soggetto titolare , è il soggetto che nel corso del progetto ha un ruolo di coordinamento, tiene le fila del progetto. Il soggetto finanziatore , è il soggetto che da i fondi e mette al bando le risorse. Il soggetto realizzatore , è il soggetto che svolge le attività. Questi ruoli non sono tutti a compartimenti stagni, ovvero il soggetto promotore può essere anche un soggetto realizzatore e così via, chiaramente ciò non vale soltanto per il soggetto finanziatore che non si occupa di fare fisicamente le attività, non si occupa di coordinarle, ma bisogna ad esso rendere conto delle attività del progetto. *Definizione condivisa del problema: è un requisito fondamentale, inanzitutto bisogna chiarire qual è il problema, si procede a una costruzione sociale del problema, e si da attenzione agli organi di decision making (i soggetti dell’apparato politico e amministrativo), e ascolto degli stakholder (le persone che hanno e Che vivono il problema).

3. Progettazione Denominata come la fase di stesura del progetto cartaceo, è la fase del patto che viene fatto tra i diversi partner, prende forma il progetto - il progetto prende forma, non vita, perché prende vita nella fase di realizzazione -. Quando si chiede di pensare a un progetto la prima cosa che si risponde è subito pensare

Esempio: Un problema molto diffuso è che non si riesce a coinvolgere l’utenza, magari perché le azioni pensate sono azioni scollegate dalla realtà, o gli obiettivi pensati sono troppo elevati rispetto al contesto. Non c’è un giusto o uno sbagliato, bisogna pensare al contesto, alle situazioni e eventualmente a nuove strategie.

5. Verifica Questa fase prevede sia la valutazione ex-post, ma anche valutare e ridefinire il progetto, si torna indietro e si riparte, si ridefinisce il progetto. Questa fase prevede l’impatto che quel progetto ha sul territorio, quindi in che modo il territorio, la comunità e le persone sono cambiate attraverso il progetto. Quindi è una valutazione specifica e mirata. Approcci della progettazione sociale: modelli e contenuti E’ vero che le fasi della progettazione sono cinque, ma è vero che cambiano gli approcci della progettazione e il modo in cui si progetta. In progettazione sociale si individuano tre grandi approcci:

  • Il sinottico razionale , si riferisce a una dimensione univoca e il potere decisionale e progettuale è concentrato su un unico soggetto. Questo tipo di modello ha delle conseguenze precise. Si utilizza in situazioni emergenziali. E’ un approccio meccanicista (A produce B, B produce C), che rimanda ad una causalità di tipo lineare, non prevede una complessità particolare. Questo tipo di modello non considera le variabili intervenienti. Questo modello proviene dalle scienze economiche, si parte dal presupposto che ci sia una presunta corrispondenza tra gli output previsti e gli output ottenuti. Il contesto più adeguato per questo modello è predeterminato, senza considerare vincoli e parametri. Gli obiettivi sono specificati tra gli attori fin dall’inizio.Si da per scontato che il problema sia chiaro e non ambiguo, che gli obiettivi siano esplicitamente dati fin dall’inizio, essi non possono essere modificati o ridiscussi nel corso della progettazione. La tappa privilegiata delle fasi della progettazione, per questo modello, è la progettazione perché essendo un unico soggetto che progetta non si dedica particolarmente ai momenti dell’ideazione e attivazione. E’ scarsa la presenza della tappa “attivazione”, quando è presente si riferisce alla ricerca di finanziamenti. I lati negativi Queste fasi comunque ci sono, ma mancando la collegialità ci si concentra sulla fase della progettazione perché si privilegia un’alta definizione e strutturazione ex ante del progetto e perché il progetto è costruito su una conoscenza dei bisogni di tipo tecnicistico, senza la partecipazione dei soggetti portatori del problema. Ci possono essere delle distorsioni, è chiaro che la situazione emergenziale non consente il confronto con altri soggetti e se questo non confronto, pur essendo funzionale riguardando la tempestività delle risposte queste ultime potrebbe non essere efficace perché non si ascoltano le persone. Non è percepito come flessibile, è rigido, perché lo studio del contesto e del bisogno viene fatto a monte senza le persone, è un approccio che esula il contatto con la realtà. In un approccio di tipo sinottico, il progetto viene costruito a partire da una comprensione “a priori” dei bisogni, o comunque estranea e lontana dai soggetti “portatori del problema”. Questo approccio non aiuta a pensare il progetto come uno strumento +flessibile capace di adattarsi lungo il processo, di orientare i processi decisionali, di definire a tappe successivi altri elementi.
  • Il concertativo e partecipativo , prevede una collettività di soggetti che partecipa in maniera condivisa alla definizione del problema, questo modello si appoggia moltissimo al modello costruttivista nel senso che il costruttivismo sociale diventa l’approccio teorico di sfondo.Il costruttivismo, sostiene che ciò che definiamo realtà è un costrutto personale, un’interpretazione, un modo particolare di osservare, spiegare e rappresentarsi il mondo che è costruito attraverso l’esperienza e la comunicazione.Sul piano del processo e di progettazione le conseguenze sono che il problema e l’ambiente non sono dati “a priori” come fatti oggettivi, il processo di interazione tra i diversi attori prosegue in tutte le sue tappe e scambiare e confrontare le reciproche percezioni del “problema” è un passaggio indispensabile che si colloca a monte di un progetto. Ogni attore continua a essere portatore di aspettative, presupposti cognitivi, posizioni di potere diverse e ad avere ampi margini di autodeterminazione e negoziazione. Si presta a situazioni in cui si può progettare in maniera ordinaria. Questo modello si muove su una dimensione processuale ovvero una dimensione partecipativa, si sottolinea particolarmente l’aspetto della dimensione sociale, prevede anche una progettualità dialogica ovvero uno scambio verbale continuo per le attività da implementare. Essendo coinvolte le persone che vivono in prima persona il problema, il livello emotivo è abbastanza elevato. Se nel sinottico razzionale il progettista prendeva il libro e faceva il suo progetto predefinito, adesso in questo modello non c’è solo questo passaggio ma oltre a questo si va ad ascoltare le persone rispetto alla definizione del problema. I problemi sociali non sono caratterizzati da una casualità lineare, ed esistono sempre più letture dei bisogni e più ipotesi interpretatie. Questo coinvolgimento delle persone non è come qualcosa di scontato, il ruolo degli operatori non è quello di distribuire ricette e soluzioni ma di aiutare ad “aiutarsi”, promuovere empowerment a livello di individui e di comunità. La realtà è co-costruita in base all’esperienza e alla comunicazione interpersonale. In questo approccio si parte da un’ipotesi di cambiamento di una data realtà che è confrontata, negoziata, concertata con i destinatari; troviamo, infatti, che rispetto all’approccio precedente, la tappa privilegiata, per questo modello, è l’attivazione, si parte dall’ipotesi che il cambiamento sia un’ipotesi negoziata e confrontata.
  • Il modello euristico , che deriva dal verbo greco “eurisko” “io cerco, io trovo” è un modello che prevede una continua ridefinizione del sistema progettuale e delle attività e degli obiettivi da raggiungere, ha un basso livello di strutturazione progettuale. Mentre l’approccio concertativo realizzava una progettazione flessibile in cui si definivano alcuni obiettivi e altri rimanevano “aperti”, questo terzo apporccio non individua proprio obiettivi specifici a priori. Una motivazione alla base di questo approccio è la constatazione che molti progetti pensati per “aiutare” hanno prodotto effetti indesiderati. Si presta in concetti molto poco strutturati, per esempio quelli della cooperazione nazionale. E’ un approccio continuamente cangiante, che pone l’accento sulla definizione del problema e su come affrontare il

È necessario acquisire o possedere sia una conoscenza generale del problema, sia una conoscenza di come esso si manifesta e delle sue peculiarità nel gruppo o territorio dove si svolgerà l’intervento. Se si desidera modificare un comportamento, bisognerebbe conoscere il significato psicologico che riveste per il target il comportamento da prevenire o modificare. Per definire e analizzare il problema si può ricorrere alla conoscenza già acquisita nel settore, alla letteratura specialistica; a dati e statistiche epidemiologiche o d’altro tipo, oppure bisognerà organizzare una ricerca ad hoc con la quale cercare di acquisire le conoscenze mancanti. Come la scelta del problema, anche la sua definizione e la sua analisi sono inevitabilmente collegate ai valori, alle credenze, ai costrutti personali. È importante quindi cercare di capire chi può condividere la scelta di lavorare su quel problema e l’analisi fatta dello stesso. Chi può essere contrario alla realizzazione del progetto e capire quanto l’opposizione possa essere superata o comunque essere così forte da interferire con la possibilità di realizzare l’intervento stesso. Ancora prima bisogna interrogarsi su come si è arrivati alla decisione di affidare la progettazione al team che se ne sta occupando. Chi ne fa parte, chi n’è escluso? Questa è una fase delicata, perché si tratta di stabilire alleanze, di coinvolgere le persone, i gruppi, le istituzioni che possono contribuire; di cercare di non far sentire esclusi alcuni che potrebbero risentirsi e boicottare il progetto. 4.3 Identificazione degli obiettivi Obiettivo o scopo generale e sotto obiettivi Porre degli obiettivi significa esplicitare cosa si desidera cambiare, in chi, in che senso, in quale misura. I cambiamenti, e quindi gli obiettivi, possono riguardare: ● caratteristiche dei singoli individui, come ad es. conoscenze, competenze, atteggiamenti ecc.; ● i rapporti fra due o più persone, come la qualità o quantità delle relazioni amicali, familiari ecc.; o fra due o più sistemi, ad es. il grado e le modalità di collaborazione fra due servizi

territoriali; ● le caratteristiche di servizi, gruppi, organizzazioni, o dell’intera comunità territoriale. Quando l’intervento si rivolge a singoli individui o a piccoli gruppi gli obiettivi riguardano caratteristiche individuali e, a volte, interindividuali. Quando l’intervento si rivolge a sistemi più complessi i cambiamenti possono riguardare sia le caratteristiche delle singole persone incluse nel sistema, sia le caratteristiche stesse del sistema sul quale s’interviene. A volte si può effettuare un intervento con l’obiettivo di far sì che non avvenga un cambiamento, quando, in assenza di un intervento, la previsione sarebbe un peggioramento. Prima di definire gli obiettivi specifici, vengono fissati uno o più scopi generali e spesso l’intervento nasce proprio a partire da essi. Lo scopo generale è una dichiarazione d’intenti, desideri, formulato in modo abbastanza ampio e vago. Gli scopi così formulati sono adeguati come punto di partenza, come obiettivi generali, ma debbono poi essere seguiti dalla specificazione di obiettivi più chiari, che diano meno spazio ad interpretazioni soggettive, che possano essere operazionalizzati, che indichino cioè chiaramente quali specifici cambiamenti ci si aspetta e che portino in modo abbastanza univoco ad individuare degli indicatori adeguati. Gli obiettivi così formulati possono chiamarsi obiettivi specifici o anche obiettivi operativi o risultati attesi. La formulazione degli obiettivi specifici è indispensabile se si vuole valutare l’efficacia dell’intervento. In un progetto si possono generalmente distinguere diversi livelli di obiettivi: ● uno scopo generale od obiettivo generale, che indica un’aspirazione, una direzione, una formulazione generica e abbastanza stratta; ● alcuni sotto obiettivi. Quando l’obiettivo o scopo generale è molto ampio, prima di passare alla definizione degli obiettivi specifici, sarà utile scinderlo in più sotto obiettivi, dai quali poi discenderanno gli obiettivi specifici. I sotto obiettivi sono ancora abbastanza ampi ma già delimitano e definiscono meglio gli scopi che s’intende raggiungere;

Quando le attività previste sono svolte separatamente con le singole persone, si possono sia porre obiettivi individualizzati, sia obiettivi che si riferiscono complessivamente a tutte le persone alle quali viene rivolto l’intervento. In quest’ultimo caso l’ipotesi di base è che i bisogni siano molto simili e l’intervento, pur svolto singolarmente, sarà standardizzato. Si parla invece di obiettivi individualizzati quando, all’interno di alcuni scopi generali, si fissano obiettivi specifici e diversi per i singoli “casi”, di cui il progetto si fa carico. Questi vengono decisi possibilmente in èquipe e, ad intervalli regolari, si valuta se c’è stato o no un avvicinamento verso gli obiettivi posti e, nel caso, si ridiscutono. Obiettivi e valori: condivisione degli obiettivi Gli obiettivi non devono essere dissonanti con i valori della popolazione target, altrimenti si pongono altri e più complessi problemi. Se più persone debbono collaborare per raggiungere un obiettivo è importante che l’obiettivo sia chiaro e che venga interpretato da tutti nello stesso modo. Questa situazione ideale non si verifica spesso, infatti succede che i diversi attori coinvolti nell’intervento, compresi i diversi operatori impegnati nella fase realizzativa, a volte, pur condividendo i valori di cui il progetto è portatore e pur motivati dalla sua riuscita, interpretano diversamente gli obiettivi, perché questi non erano stati formulati chiaramente, e/o non erano stati sufficientemente discussi. Quando si stabiliscono gli obiettivi, è importante altresì la collaborazione di un espero nel settore in cui sarà effettuato l’intervento, che può coincidere o no con colui che stende il progetto o con gli operatori che poi lo realizzeranno. Egli dovrebbe essere capace di discriminare fra obiettivi raggiungibili ed irraggiungibili rispetto alla disponibilità di modelli/tecniche adeguate.

Obiettivi strumentali o intermedi Se un progetto ha necessità, per essere realizzato, di svolgersi in più fasi, allora gli obiettivi delle prime fasi possono non riguardare i beneficiare, ma ad es. l’esito di corsi di formazione necessari per poi realizzare le attività rivolte direttamente ai beneficiari. In questi casi gli obiettivi delle attività formative possono essere denominati obiettivi strumentali o intermedi, in quanto il loro conseguimento è “strumento” per raggiungere l’obiettivo finale. 4.4 Beneficiari dell’intervento o popolazione bersaglio Già dal momento in cui si delinea lo scopo generale e ancor più quando si fissano gli obiettivi specifici, si sono individuati i beneficiari dell’intervento, cioè su quale popolazione sono attesi i cambiamenti desiderati. Sarà importante conoscere le loro principali caratteristiche socio-demografiche come pure i valori, le credenze e le abitudini che li contraddistinguono. Queste conoscenze saranno utili sia per stabilire le modalità di contatto più opportune, sia per capire se le attività che saranno ipotizzare potranno essere accettate, gradite o comunque saranno realizzabili con quella particolare popolazione. Una questione estremamente importante riguarda se, quanto e in che modo, i beneficiari percepiscono il problema sul quale si cerca di intervenire e se ritengono desiderabile o meno il cambiamento cui mira l’intervento. Quando le attività non sono rivolte direttamente ai beneficiari, due situazioni sono le più frequenti. Nella prima, il progetto s’interessa solamente di fornire competenze, conoscenze agli educatori, medici, ecc., lasciando poi all’iniziativa delle singole persone, che si sono formate, di applicare o no le competenze apprese con i beneficiari e sviluppare autonomamente progetti o iniziative. Nell’altro caso, invece, il progetto iniziale prevede più fasi. In una fase le attività di formazione sono rivolte agli educatori, medici ecc. e nella fase successiva questi ultimi applicano le nuove competenze sotto la supervisione degli operatori impegnati nella fase di formazione. Contatto della popolazione Molte delle attività previste dai progetti presuppongono un coinvolgimento attivo della popolazione bersaglio, che quindi dovrà essere contattata e dovrà dare la propria adesione al progetto. Bisognerà quindi prevedere già in fase di progettazione le modalità di contatto da utilizzare.

L’attività di programmazione si rende indispensabile per gestire, indirizzare e coordinare tra loro la molteplicità degli interventi pubblici. Programmare significa quindi definire quali sono gli obiettivi e le priorità di intervento. Si tratta di un ciclo che, partendo dall’analisi e dalla proiezione delle condizioni di ambiente, si sviluppa attraverso la definizione degli obiettivi e la scelta dei programmi di azione idonei all’ottenimento degli obiettivi, prosegue con la quantificazione del fabbisogno finanziario richiesto dai programmi e con la verifica di disponibilità dei mezzi finanziari o dei modi per ottenerli, si completa con la realizzazione dei programmi e con il controllo sulla realizzazione e sugli effetti prodotti. Quando si utilizza il termine programma ci si riferisce solitamente all’operato di un attore con un’autorità centrale nei confronti di terzi. Tuttavia in alcuni settori si utilizza il termine programma anche per indicare un prodotto, un modello con indicazioni e metodiche molto standardizzate, concepito come ripetibile e trasferibile.

1. Qualche concetto 1.1 Politica, pianificazione e programmazione La programmazione è uno degli strumenti di una politica pubblica intesa come “un costrutto socio istituzionale complesso e deliberato”. “L’attore decisivo del policy making è il governo. Ciò significa che decisioni imprenditoriali private e decisioni prese da organizzazioni di beneficenza, gruppi di interesse, individui o altri gruppi sociali non sono politiche pubbliche”. Il termine “governo” deve essere interpreta toro nella sua accezione più ampia, comprendendo in questo modo le molteplici articolazioni dello Stato nelle diverse competenze e nei vari poteri loro attribuiti. Nei processi di decision making si possono distinguere due momenti e attori: “chi forma le decisioni” e “chi prende le decisioni”: prima la considerazione delle diverse opzioni e, successivamente, la scelta in considerazione della valutazione effettuata alla luce degli intendimenti e dei risultati attesi. La programmazione è un processo in cui i due momenti si rincorrono e si autoalimentano continuamente, soprattutto nella fase di conoscenza delle diverse opzioni relative al fenomeno che si vuole affrontare. “Da un lato i funzionari hanno bisogno di direttive politiche per la loro azione, e dall’altro la politica ha bisogno della struttura tecnica per avere informazioni e realizzare il programma”.

In questo rapporto tra tecnica e politica si possono individuare due fattori abbastanza discriminanti: la competenza, cioè la conoscenza analitica del fenomeno, e la forza dell’indirizzo politico. Il termine pianificazione indica comunemente l’attività processuale, di tipo concettuale ed empirico, che si conclude con la redazione di un “piano” contenente indicazioni a carattere tecnico-amministrativo. Nel tempo il termine pianificazione ha trovato applicazione in altri settori, assumendo significati diversi in relazione al suo contenuto. Si avrà una “pianificazione economica” se l’oggetto è costituito da problemi riguardanti la produzione di beni e servizi; una “pianificazione urbanistica” se l’obiettivo è quello di definire l’assetto territoriale di un’area; una “pianificazione dello sviluppo” se si propone l’obiettivo di gestire la programmazione dello sviluppo; una “pianificazione operativa” se riguarda gli aspetti teorici e le esperienze pratiche; una “pianificazione del management sociale” se tratta temi e problemi d’interesse sociale. La pianificazione è un meccanismo di ideazione, elaborazione, attuazione, controllo e verifica degli interventi espressione della discrezionalità amministrativa. Pianificare significa definire elementi che vincoleranno decisioni future: “decidere sulle decisioni”. La programmazione è lo strumento operativo di una politica tramite cui certi soggetti cercano di influenzare la dinamica di un sistema spesso complesso, orientandolo verso obiettivi prefigurati e utilizzando strumenti adeguati. Teagno evidenzia come tra piano, programma e progetto, in una catena logica che si muove dal macro al micro, “ognuno di essi rappresenta l’output del processo rispettivamente di pianificazione, programmazione, progettazione, ovvero di un percorso le cui fasi si ripetono, come in un modello frattale, nello stesso ordine, ma su scale di grandezza diverse, relativamente alle loro principali dimensioni”. 1.2 Progettazione La progettazione si riferisce al pensare, ideare qualcosa e studiare il modo di realizzarla in dimensioni temporali più limitate e con elementi di elaborazione tecnica specifici. Un progetto viene visto come un’entità autonoma che parte da una precisa e delimitata esigenza di cambiamento, introduzione di novità, realizzazione o sperimentazione di nuove opportunità, o servizi. Nel nostro campo, un progetto può essere uno strumento di una strategia che, come tale, ha caratteristiche di generalità e complessità di cambiamento, coinvolge un numero spesso molto articolati di attori e può, spesso deve, comprendere anche molti altri elementi (le norme, le risorse finanziarie, umane e tecnologiche ecc.). La progettazione traduce il percorso delineato nella programmazione sociale in una serie di obiettivi concreti che consentono di soddisfare le finalità della pianificazione sociale. 1.5 Programmazione sociale Nel nostro campo si può dire che la politica sociale è ciò che lo Stato fa per il benessere dei cittadini in risposta a un determinato rischio sociale, a partire da alcuni principi di base e attraverso l’insieme di specifiche norme e modalità operative che coinvolgono sfere sociali differenziate.

Più in generale, sintetizzando, occorrono quattro passaggi: definire che cos’è, che cosa rientra nel bene comune, chi ne abbia il diritto di goderne e con quali regole. 2.2 Diritti e beni comuni Dal punto di vista della programmazione sociale, si può rintracciare una catena logica che connette strettamente i valori di una società ai diritti dei suoi cittadini e quindi agli obiettivi da raggiungere: ● valori: uguaglianza; ● diritti: fruizione di beni comuni; ● obiettivi: riduzione delle differenze nella loro disponibilità; ● azioni: da condurre per la riduzione delle differenze. In questo quadro i problemi che la programmazione deve risolvere sono: definire gli standard di benessere in rapporto allo sviluppo economico, all’ideale e alle aspettative della popolazione; fissare i criteri della distribuzione, la conseguente efficiente ed efficace allocazione delle risorse e dei beni e servizi in modo che siano rispettati i valori di democrazia sociale; assicurare che tale sistema redistributivo sia effettivamente operante. 2.5 Benessere, salute e programmazione Pur nati separati, i due concetti di benessere e salute, con il progredire delle evidenze scientifiche e del dibattito sulle connessioni tra i due mondi tendono sempre di più a integrarsi e a sovrapporsi. Parlando di salute possiamo individuare tre successivi e differenti approcci: da una primitiva idea di semplice condizione di assenza di patologie, nel 1946 l’Organizzazione mondiale della sanità allarga il campo definendo come essa sia “lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente come assenza dello stato di malattia o infermità”. Con la Carta di Ottawa, nel 1986 si opera un ulteriore passo avanti, verso una concezione dinamica o adattiva, indicando come “per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, un individuo o un gruppo deve essere capace di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i propri bisogni, di cambiare l’ambiente circostante o di farvi fronte”. Diventando un concetto positivo che valorizza, oltre alle capacità fisiche e le risorse personali e sociali, condizioni quali la pace, l’abitazione, l’istruzione, il cibo, un reddito, un ecosistema stabile, le risorse sostenibili, la giustizia sociale e l’equità, non è più una responsabilità esclusiva del settore sanitario. All’interno del nostro sistema sociale, l’approccio per valori-diritti-obiettivi ha sempre al suo centro quello che genericamente può essere chiamato benessere di una popolazione e dei singoli che la compongono, quale che sia la politica, e conseguente programmazione. La misurazione del benessere attraverso indicatori più articolati e condivisi “sottende possibili cambiamenti dell’azione politica e punta a realizzare un migliore funzionamento della democrazia in un’epoca nella quale la

crescita economica si è fatta più problematica e nella quale gli obiettivi di buon governo devono necessariamente andare “oltre il PIL”. Il dibattito teorico sviluppatosi negli ultimi decenni si è riverberato nei diversi campi del sociale, producendo una serie di strumenti di programmazione che tendono ad allargare l’attenzione, l’osservazione e l’intervento a settori che potremmo definire confinanti, in un’ottica e con l’obiettivo del benessere complessivo di un determinato territorio. Tra questi strumenti di programmazione possiamo ricordare: Agenda 21; Piani territoriali di coordinamento; Patti territoriali; Piano di sviluppo delle aree montane; Piani di zona; Piani e profili di salute; Piani operativi regionali della formazione e lavoro. 2.6 Principio di sussidiarietà È un principio che stabilisce che l’intervento dei diversi enti pubblici territoriali, nei confronti sia dei cittadini sia delle loro partizioni e suddivisioni amministrative, debba essere attuato esclusivamente come sussidio nel caso in cui il cittadino o l’entità di area più vicina sia impossibilitata ad agire per conto proprio o se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente. Questo principio ha due differenti articolazioni: quella cosiddetta “orizzontale”, quando ci si riferisce a bisogni dei cittadini che vengono soddisfatti dai cittadini stessi, magari in forma associata e/o volontaristica, e quella “verticale”, quando questi vengono soddisfatti dall’azione degli enti amministrativi pubblici man mano più distanti dal cittadino Colozzi sottolinea che tale principio assolve, nelle diverse articolazioni dello Stato, tre diverse e specifiche funzioni: una promozionale, nel senso di aiutare e mettere in condizione le aggregazioni sociali e gli enti pubblici di assolvere alla loro funzione; una protettiva, nel tentativo di rafforzarne le capacità e aumentarne l’autonomia, quando non ne siano ancora in grado; e una di responsabilizzazione degli attori, qualora vi sia un tentativo di scaricare sugli enti più lontani dal cittadino funzioni che sarebbero in grado di assolvere. L’applicazione del principio di sussidiarietà, se può essere semplice e lineare in campo di gestione e offerta di servizi, appare piuttosto problematico in campo di programmazione, in una logica di valori, diritti, obiettivi e azioni per la riduzione delle differenze sincroniche e diacroniche. Un’organizzazione del terzo settore può validamente, spesso con maggiore inventiva e dedizione rispetto a un intervento pubblico, occuparsi di uno specifico problema, ma il suo focus sarà, inevitabilmente, ben delimitato. Il suo intervento potrà anche essere visto come una buona modalità di garantire la fruizione del diritto alla salute, ma si tratterà, comunque, di un suo particolare aspetto. Solo la programmazione pubblica dovrebbe assicurarne l’inserimento in una visione globale dei diritti, nelle priorità tra tutti i possibili temi e problemi, in un sistema di regole di potere e responsabilità, in una visione territoriale di vasta area. Per fare programmazione occorre una visione ampia e lontana, collocata al livello dell’ambito territoriale in cui è stato definito il bene comune e di cui ci si vuole occupare.