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Schema sintetico del libro: piattaforme e partecipazione politica
Tipologia: Sintesi del corso
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Dietro l’idea di piattaforme digitali totalmente automatizzate ed efficienti si nascondono tre principali relazioni di potere, basate su diverse forme di estrazione.
Gli Stati moderni dipendono sempre più dalle piattaforme per il proprio funzionamento e spesso non hanno né le competenze né la volontà politica per limitarne il potere. Si sviluppa così un rapporto ambiguo: gli Stati chiedono dati e strumenti di controllo, mentre le piattaforme vendono tecnologie di sorveglianza. Questi sistemi, addestrati su dati sbilanciati, tendono a produrre discriminazioni e a riproporre modelli di classificazione riduttivi ed essenzialisti.
La crescita delle reti sociali non è neutrale: algoritmi di ranking e raccomandazione valorizzano alcuni contenuti e utenti a scapito di altri. Le regole della comunicazione sulle piattaforme rispondono a una logica economica, e per anni le aziende hanno evitato responsabilità sui contenuti per ridurre i costi di moderazione. Negli ultimi anni, però, sono state spinte a investire nella moderazione, assumendo di fatto un potere normativo che può arrivare a censurare anche attori politici, come dimostrato dalla sospensione degli account di Donald Trump nel 2021.
La moderazione si divide in:
- algoritmica, basata su sistemi automatici di riconoscimento;
- umana, svolta da moderatori spesso reclutati in paesi terzi, che applicano rigidamente linee guida aziendali. Questo sistema è spesso opaco e incoerente e ha un carattere poco democratico, poiché le norme incidono su utenti che non partecipano alla loro definizione. Tuttavia, le piattaforme risentono anche della legislazione statale e della pressione collettiva degli utenti. Lo spazio discorsivo delle piattaforme è regolato da quattro fattori principali:
Con il Web 2.0 i dati sono prodotti in modo decentralizzato dagli utenti ma analizzati in modo centralizzato a fini commerciali. Anche le norme sociali e l’azione dello Stato vengono rimodellate dalla piattaformizzazione. Le piattaforme, attraverso le loro funzionalità, incoraggiano specifiche forme di soggettività e relazioni, influenzando opinioni politiche e azioni collettive. Opportunità Le piattaforme riducono:
Infine, la crescente digitalizzazione delle organizzazioni non implica maggiore democrazia. Come osserva Feenberg, la ricerca dell’efficienza tende spesso a ra ff orzare il potere delle élite manageriali, più che la trasparenza e la responsabilità verso la base. Capitolo 2 – Democrazia, piattaforme e partecipazione Secondo Huntington, un coinvolgimento limitato dei cittadini è una condizione necessaria per la governabilità delle democrazie liberali. La crisi dei partiti di massa del secondo dopoguerra ha ridotto la capacità dei leader di governare efficacemente, contribuendo a una crisi della rappresentanza ancora in corso. Questa crisi ha due dimensioni:
- verticale: crescita dell’astensionismo, calo dell’iscrizione ai partiti e della fiducia nei confronti della politica; - orizzontale: instabilità politica e difficoltà nel formare governi di coalizione duraturi. L’emergere di partiti personali, populisti, movimenti e partiti digitali è al tempo stesso sintomo e causa di questa crisi, poiché ridefinisce il rapporto diretto tra leader e cittadini.
La teoria degli e ff etti limitati sostiene che i media rafforzano più che modificare le opinioni. Tuttavia, gli opinion leader influenzano i cittadini meno politicizzati (flusso comunicativo a due fasi). Le piattaforme hanno investito in moderazione e fact-checking, riducendo in parte le fake news, ma la selezione delle informazioni resta fortemente condizionata da interessi e reti sociali degli utenti. Voto digitale e democrazia diretta Le democrazie liberali limitano la partecipazione popolare soprattutto al momento elettorale. I social non offrono strumenti per deliberare collettivamente, perciò sono nati software dedicati alla partecipazione. Il voto elettronico e l’i-voting possono ridurre i costi e favorire la partecipazione di specifiche categorie, ma pongono problemi di sicurezza e rischiano di amplificare il divario digitale. La prima generazione di e-democracy era poco incisiva. Dalla metà degli anni 2000 emerge una democrazia digitale di seconda generazione, caratterizzata da:
Le piattaforme democratiche funzionano in modo simile a quelle commerciali: i dati sono sia il prodotto sia la base del processo. Il database, tecnologia strutturalmente centralizzata, richiede un’autorità che gestisca accesso e controllo. Seguendo Feenberg, anche tecnologie progettate per aumentare l’efficienza tendono a ra ff orzare il potere di chi le gestisce. Nel caso delle piattaforme democratiche, la gestione dei dati comporta:
I partiti digitali emergono in due ondate:
1. prima generazione (dal 2006): partiti come il Partito Pirata, centrati su diritti digitali e struttura reticolare; 2. seconda generazione: partiti-movimento come M5S, Podemos e France Insoumise, che adottano piattaforme partecipative. Secondo Gerbaudo, i partiti digitali cercano di superare la crisi del partito tradizionale e presentano sette tratti principali: 1. crescita rapida degli iscritti tramite registrazione gratuita; 2. delocalizzazione dei processi organizzativi;
3. ascesa di iper-leader carismatici; 4. una base reattiva (“suspance”) mobilitabile dalla leadership; 5. nuovo plebiscitarismo interno; 6. riduzione degli intermediari; 7. centralizzazione distribuita, che rafforza leader e iscritti a scapito della burocrazia. Molti di questi tratti erano già presenti nell’era televisiva, ma il partito digitale utilizza un medium ibrido, sia broadcast sia molti-a-molti. Si distinguono quindi:
La presenza di una piattaforma è una condizione necessaria ma non sufficiente per definire un partito come democratico. La democratizzazione dipende dall’interazione tra:
- architettura software, - norme, - pratiche d’uso. In base alle funzionalità, le piattaforme possono essere plebiscitarie, deliberative o ibride. Un problema centrale è il trade-off tra specializzazione (maggiore qualità deliberativa) e ampiezza della partecipazione.
M5S e Podemos hanno adottato una strategia tecnopopulista, combinando piattaforme commerciali e democratiche per ridurre i costi della politica e favorire l’autogoverno. Entrambi prevedono un’assemblea online degli iscritti come organo decisionale supremo, ma la convocazione è di fatto controllata dalla leadership, creando un’asimmetria di potere. Le piattaforme Rousseau e Participa Podemos condividono due affordance principali:
Sul piano quantitativo, l’impatto delle piattaforme è limitato:
L’affluenza alle consultazioni resta inferiore al 50%. Le cause principali sono:
Secondo:
di rappresentanza, ma uno strumento per valorizzare le competenze della comunità. Questa visione è più debole perché le opinioni degli esperti restano opinioni, non decisioni vincolanti.
Le piattaforme Adhocracy e LiquidFeedback (Lqfb) riflettono due concezioni diverse di democrazia liquida. Adhocracy (A1) adotta il modello del parlamentarismo diretto e si basa su:
1. alleanze discorsive: campagne su obiettivi specifici; 2. parlamenti specializzati, dove si propongono modifiche legislative; 3. delega transitiva, usata solo per partecipare alla deliberazione, non per votare al posto di altri. LiquidFeedback, invece, usa la delega come vera e propria rappresentanza politica. Le deleghe:
L’efficacia democratizzante di queste piattaforme dipende dal loro impatto sociale, politico e istituzionale. La loro adozione ha mostrato problemi rilevanti:
Le due principali a ff ordance di internet – comunicazione molti-a-molti e asincrona – hanno ridotto drasticamente i costi della comunicazione di gruppo, favorendo la nascita di reti e movimenti. Le piattaforme digitali hanno ulteriormente abbassato questi costi, consentendo processi sociali e politici autodiretti, ma allo stesso tempo hanno centralizzato il controllo dei dati. Nonostante la forte sorveglianza, la crescita delle piattaforme è dovuta a tre fattori:
1. gamificazione dell’interazione sociale; 2. personalizzazione algoritmica dei contenuti; 3. e ff etti di rete, che aumentano il valore sociale delle piattaforme. La base utente è il principale bene economico delle piattaforme: non serve solo alla pubblicità, ma contribuisce attivamente allo sviluppo delle funzionalità.
Molti movimenti nascono da hashtag e si sviluppano online prima di materializzarsi nello spazio pubblico. In questo senso, le piattaforme sostituiscono in parte le organizzazioni politiche come infrastrutture dell’azione collettiva. Anche nei regimi autoritari (Cina, Iran, Russia, Turchia), dove i social sono controllati o inaccessibili, essi possono comunque facilitare mobilitazioni, seppur con alti rischi per gli attivisti. In questi contesti si usano strumenti come VPN, Tor, Telegram e si sperimentano migrazioni verso piattaforme alternative (es. Mastodon).
I social facilitano la visibilità dei movimenti, ma non la garantiscono: essa deve essere costantemente riconquistata e dipende dagli algoritmi, dal tipo di contenuti e dal modello di business delle piattaforme. Immagini e contenuti possono essere riutilizzati in contesti diversi, assumendo nuovi significati. Questo provoca un collasso della temporalità, in cui passato e presente si sovrappongono, indebolendo l’idea di un futuro radicalmente diverso.
L’efficacia dei social varia in base al tipo di movimento:
- Black Lives Matter ha sfruttato video di violenze poliziesche; - Occupy ha utilizzato racconti autobiografici sulle disuguaglianze; - Me Too si è basato su testimonianze personali di violenze e molestie. La visibilità dipende quindi dal modo in cui i fattori sociali, economici e politici vengono mediati dalle piattaforme.
Le piattaforme agiscono come “agenti organizzativi”, sostituendo alcune funzioni delle organizzazioni tradizionali. Alla logica dell’azione collettiva (Olson) si affianca quella dell’azione connettiva, che permette ai partecipanti di personalizzare messaggi e slogan. Tuttavia, i movimenti non possono fare a meno del lavoro politico degli attivisti, necessario per prendere decisioni comuni. Per superare la contrapposizione tra azione collettiva e connettiva è utile distinguere:
- mobilitazione (ambito in cui i social sono efficaci); - organizzazione e deliberazione, che richiedono strumenti diversi. La teoria Communication Constitutes Organization sostiene che la comunicazione non avviene dentro le organizzazioni, ma le costituisce.
Non tutte le organizzazioni sono pienamente strutturate. Le organizzazioni parziali possiedono solo alcuni elementi (membership, regole, gerarchie, sanzioni). Le piattaforme aumentano l’organizzabilità, permettendo decisioni a distanza. Un esempio è Fridays for Future, coordinato globalmente tramite chat Telegram e strumenti digitali (sondaggi, videoconferenze). Le piattaforme favoriscono una leadership distribuita e rendono l’attivismo sempre più globale.
Your Priorities / Better Reykjavik (2008) è una delle prime piattaforme di successo. Si basa su:
- legislazione aperta (Your Voice); - bilancio partecipativo (My Neighborhood). Il suo successo dipende dall’impegno costante del Consiglio comunale, che esamina le proposte più votate garantendo continuità istituzionale.
Decide Madrid (2015) utilizza il software open source Consul e permette proposte, dibattiti e votazioni. Le proposte devono però passare da referendum e, dopo il cambio di maggioranza nel 2019, la piattaforma ha perso visibilità e fondi.