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Seconda guerra mondiale, materiale di quinto superiore
Tipologia: Sbobinature
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In Europa, nonostante ci sia un non trascurabile movimento pacifista nell'opinione pubblica, neanche vent'anni dopo la fine del conflitto mondiale che ha devastato il continente soffia di nuovo un vento di guerra. Nel cuore degli anni Trenta le maggiori potenze europee, anche quelle democratiche, stanno correndo al riarmo: la Gran Bretagna rafforza l'esercito, la marina e l'aeronautica; la Francia costruisce un imponente sistema di fortificazioni in gran parte ai confini con la Germania, la Linea Maginot. Si tratta di una muraglia considerata invalicabile da contrapporre alla Linea Sigfrido tedesca. La Linea Maginot, che sarà costituita da alloggiamenti fortificati, fossati, ostacoli anticarro, e da filo spinato che le darà in maniera evidente come il modello a cui tutti si rifanno sia ancora quello della Grande guerra: tutti immaginano cioè, logoranti guerre di posizione. La costruzione della Linea Maginot, iniziata alla fine degli anni Venti, è una delle immagini più efficaci per descrivere il clima di montante incertezza degli anni Trenta. Nessuno crede più davvero che la guerra sia una faccenda evitabile, che la diplomazia possa tenere al sicuro il mondo e l'Europa. La Grande guerra ha spalancato gli occhi sull'orrore, e i trattati che hanno tentato di chiuderla non hanno posto le basi per una pacifica convivenza. A metà degli anni Trenta anche il riarmo del Reich procede svelto, inizialmente in segreto e poi sfidando esplicitamente il trattato di Versailles: come abbiamo visto, nel 1935 la Germania reintroduce la coscrizione militare obbligatoria e comincia la ricostruzione delle proprie forze armate. Lo stesso anno con un plebiscito riottiene il territorio della Saar e nel marzo 1936 Hitler comincia l'occupazione della Renania, che era stata demilitarizzata dopo il conflitto. È un momento cruciale per la fragilissima pace europea: Gran Bretagna e Francia non riescono a opporsi con decisione alla Germania nazista e la lasciano fare. E l'Italia fascista, che nel 1934 ha di fatto bloccato il progetto tedesco di annessione dell'Austria, è ormai definitivamente dalla sua parte. Nel 1936 infatti, dopo la proclamazione dell'Impero fascista. l'avvicinamento tra le due dittature bellicose che scalpitano per ampliare i loro domini si può dire compiuto, anche grazie agli sforzi in questo senso del genero di Mussolini,Ciano, divenuto ministro degli Esteri. Tra la primavera e l'estate si infittiscono le visite tra i diplomatici e i politici dei due paesi, la cui intesa si rafforza nell'idea di una lotta contro il nemico comune: l'Unione Sovietica, che nel frattempo è entrata nella Società delle Nazioni. A fine ottobre del 1936 Italia e Germania sottoscrivono il primo impegno formale a sostenersi l'un l'altra: l'Asse Roma-Berlino, annunciato il 1° novembre, non è ancora un'alleanza militare ma consacra il definitivo avvicinamento tra i due paesi. Subito dopo, la Germania stipula con il Giappone il patto anticomintern, con cui i due paesi si impegnano a lottare contro il comunismo internazionale, contro il Comintern appunto, l'Internazionale comunista guidata dalla Russia di Stalin. L'Italia fascista e la Germania nazista sperimentano per la prima volta la loro collaborazione sul campo militare nella Penisola iberica, dove dal luglio del 1936 una sollevazione dei militari guidati da Francisco Franco sta cercando di rovesciare il governo democraticamente eletto, la Repubblica del Fronte popolare, guidata da comunisti, socialisti, repubblicani e partiti autonomisti con l'appoggio degli anarchici. È il primo confitto che ha luogo sul suolo europeo dal 1918 ed è un conflitto interno al paese: la guerra civile spagnola. Poche ore dopo aver formalizzato l'Asse Roma-Berlino, Mussolini e Hitler si dichiarano sostenitori di Fran-co, riconoscono il suo governo golpista e sono pronti a sostenerlo inviando in Spagna uomini e armamenti. Con la guerra di Spagna, anche la lotta contro il fascismo assume definitivamente una dimensione europea: sono molti gli antifascisti italiani rifugiatisi all'estero e ancor di più quelli che da tutta Europa accorrono a combattere Franco e i suoi alleati. Parigi, 19 giugno 1937 si celebrano i funerali di Carlo e Nello Rosselli. Carlo era stato, il fondatore del movimento politico Giustizia e Libertà, nato otto anni prima, proprio a Parigi. Tra i primi a sostenere la necessità di un intervento armato a sostegno della Repubblica spagnola, aveva più volte sottolineato come il pericolo del fascismo fosse ormai esteso a macchia d'olio su tutto il continente. Come abbiamo visto osservando i modi in cui parte dell'antifascismo si riorganizzza in clandestinità dopo il passo fatale della secessione dell'Aventino, a contrastare il diffuso consenso - o per lo meno una sorta di
"accettazione passiva". Carlo era dovuto tornare in Francia dalla guerra di Spagna per curarsi una flebite con dei bagni termali, e suo fratello Nello lo aveva raggiunto dall'Italia. Il 9 giugno del 1937, in Normandia, vengono raggiunti da una banda di sette sicari, che li uccidono. Gli assassini sono di una setta francese chiamata Cagoule, legata al regime fascista italiano. La verità sulla morte dei fratelli Rosselli non verrà mai del tutto accertata in sede giudiziaria. ai funerali, otto giorni dopo, ci sono antifascisti da tutta Europa, e di ogni credo politico: dagli anarchici ai repubblicani, dai socialisti ai comunisti. questa scena ci dice Che il 1937, un anno cruciale per le sorti dell'Europa e del mondo intero, inizia a definirsi il campo di battaglia della guerra all'orizzonte, che contrappone un antifascismo plurale e composito all'Asse della violenza, guidato dalla Germania di Adolf Hitler e dall'Italia di Benito Mussolini, al quale a fine anno si aggiunge anche il Giappone. Il 6 novembre del 1937 Galeazzo Ciano esulta la firma del Patto [anticomintern]. Rivedendo l’Italia, la Germania e il Giappone che si univano per una possibile futura guerra. Il patto anticomintern tra Germania e Giappone è stato allargato all'Italia, che l'11 dicembre abbandona anch'essa la Società delle Nazioni, dimostrando la fragilità dell'equilibrio globale. Il Giappone si avvicina ai due fascismi europei, Italia e Germania, in nome di un convergente approccio nazionalista, imperialista e mili-tarista, in cui la violenza non è considerata solo uno strumento necessario per raggiungere i propri scopi, ma anche un valore. All'insegna della pretesa di superiorità e della volontà di potenza, il nuovo Asse della violenza persegue tenacemente e ferocemente obiettivi molto simili: l'azzeramento dell'opposizione politica, l'annientamento dell'"altro" e l'ampliamento dello "spazio vitale". Nessuno si deve mettere di traverso, ostacolando il sogno di dominio. In Giappone, parallelamente a quanto accade in Italia e in Germania. l'aggressività in politica estera procede di pari passo con il crescere dell'autoritarismo interno, ma a differenza dei due regimi europel, nella regione lo Stato nipponico sembra non avere rivali. A cavalo tra gli anni Dieci e gli anni Venti il Giappone aveva sviluppato la propria potenza navale e dato impulso all'industria pesante, mentre un'incalzante propaganda iniziava a suggerire alla popolazione giapponese la predeterminazione a un destino di grandezza e di superiorità. Anche per questa ragione i soldati erano stati mandati a combattere nel 1918-1919 al fianco delle armate bianche controrivoluzionarie e contro l'Armata rossa, con l'obiettivo di scongiurare il rischio di un "contagio" rivoluzionario. Ma il Giappone punta soprattutto al territorio cinese. Già all'inizio del Novecento, a conclusione della guerra russo-giapponese, la potenza nipponica si era assicurata il controllo del territorio cinese della Manciuria, della quale aveva ottenuto l'amministrazione temporanea dopo la Grande guerra. Nel settembre del 1931, i militari giapponesi erano tornati all'attacco, occupando una città cinese, e invadendo l'intera Manciuria, dove nel 1932 era stato creato lo Stato fantoccio del Manciukuò, controllato dalla potenza nipponica. Dopo l'occupazione era arrivata la condanna della Società delle Nazioni. In risposta, il Giappone, aveva deciso di uscire dall'organizzazione: era ormai lampante che tra gli interessi di molti Stati la pace non fosse più contemplata. Sul fronte interno, a metà degli anni Trenta i militari scalpitavano per prendere il potere, e nel 1936 il nuovo governo che firma il patto anticomminten è un governo autoritario che procede a una radicale militarizzazione del paese, sul modello dei fascismi europei. La strada per l'invasione della Cina è spianata. A luglio del 1937 il Giappone scatena la sua offensiva, con l'intenzione di approfittare anche delle divisioni tra i nazionalisti e i comunisti cinesi, i primi guidati da Chiang Kai-shek e i secondi da Mao Zedong, che hanno combattuto una lunga guerra civile ma che nei mesi precedenti hanno sospeso le ostilità, sollecitati da Stalin, proprio per affrontare insieme il nemico nipponico: il secondo Fronte unito, che fa seguito al primo, non riesce ad arginare la furia giapponese. I giapponesi, meglio armati, occupano rapidamente quattro grandi città cinesi: Pechino, Canton, Shanghai e Nanchino, la capitale della Cina. I vertici militari giapponesi hanno optato per una guerra totale, sperando di annientare il paese rapidamente, in modo da evitare che il conflitto coinvolga i paesi europei o l'Unione Sovietica. Le atrocità sono giustificate anche da sentimenti di superiorità razziale tipici dell'ideologia nazionalista, secondo la teoria dei "3 tutto": «prendi tutto, brucia tutto, uccidi tutto». La caduta di Nanchino, in particolare, segue un massacro indiscriminato: è uno degli episodi più brutali della storia del Novecento. Con la guerra d'Etiopia, la guerra di
«per tutti i poveri del mondo, contro ogni tirannia, per tutte le cose in cui uno credeva e per il nuovo mondo per il quale uno era stato educato». E questo il sentimento con cui molti antifascisti da ogni parte del pianeta si sono riversati nella Penisola iberica, a partire dall'estate del 1936, la Spagna dei primi decenni del Novecento era ancora un paese prevalentemente agricolo, dominato dall'aristocrazia terriera che sfruttava i contadini per mantenere i suoi privilegi. Affiancate dalla Chiesa, contraria a ogni tendenza modernizzatrice, e dalle forze armate, poche migliaia di famiglie ricche controllavano metà delle terre; numerosi terreni rimanevano così non coltivati, e il resto era diviso in minuscoli appezzamenti. La pover-tà, soprattutto nei campi, era evidente a chiunque La monarchia e i governanti, da parte loro, si limitavano a preservare questo stato di cose, suscitando l'opposizione di una parte della borghesia, quella con tendenze riformiste, e soprattutto delle classi popolari. E l'opposizione contadina e popolare in questi anni ha solidi riferimenti politici. A rappresentare le sue istanze- prima fra tutte la redistribuzione delle terre - sono in particolare i socialisti e gli anarchici con i rispettivi sindacati (l'Ugt, Unión General de Trabajadores), ma anche i comunisti e i repubblicani. Un primo tentativo di modernizzare il paese si registra tra il 1923 e il 1930, durante la dittatura di Miguel Primo de Rivera, generale dell'esercito che, approfittando della crisi seguita a una disastrosa campagna militare in Maroc-co, aveva attaccato con forza il parlamentarismo e ottenuto dal re il potere. Primo de Rivera ha attuato una prudente politica di riforme sociali e ha contribuito a sviluppare l'industria, soprattutto in Catalogna e nel nord del paese; ma, con le difficoltà che seguono la crisi del '29, perde consensi ed e costretto a dimettersi. Di lì a poco cade anche la monarchia: la vitto ria delle sinistre alle elezioni amministrative nella primavera del 1931, induce infatti re Alfonso XIII a lasciare il paese. La Spagna si dota quindi di una Costituzione e nasce la Repubblica, guidata dai repubblicani alleati con i socialisti riformisti e fortemente osteggiata dall'esercito, dalla Chiesa cattolica e dai possidenti agrari, i quali percepiscono il nuovo assetto come un pericolo per i privilegi accumulati nei secoli. in effetti il nuovo assetto politico-istituzionale scuote una situazione che pareva immutabile: in due anni - dal 1931 al 1933 si mettono in campo varie riforme economico-sociali. Se la riforma agraria, che avrebbe dovuto espropriare le terre non coltivate e destinarle a chi ne aveva bisogno, di fatto avrà un impatto molto limitato.Si realizza comunque interventi che favoriscono un progressivo miglioramento della vita dei cittadini iberici. ha aperto inoltre alle spinte autonomistiche di catalogna e Paesi Baschi, che rivendicano ampi margini di autonomia dal governo centralizzato di Madrid, e ha promosso la separazione tra Stato e Chiesa, sottraendo a quest'ultima il controllo capillare del sistema scolastico e confiscando. L'insoddisfazione per la poco coraggiosa riforma agraria delude però i sostenitori di sinistra e favorisce un avanzamento delle destre, che vincono le elezioni del novembre 1933, unite nel Fronte nazionale. Gran parte delle conquiste vengono così cancella-te, e si inaugura il cosiddetto bienio negro - 'biennio nero' - contrassegnato da una politica antioperaia che suscita ondate di proteste. La coalizione al governo vede la Ceda - Confederación Española de Derechas Autónomas -, formazione reazionaria cattolica appena sorta, affiancata dalla Falange, un partito guidato dal figlio di Primo de Rivera e dichiaratamente ispirato al fascismo italiano. Guidati dagli anarchici e dai comunisti, i tentativi di rivolta e di insurrezione, come quello capeggiato dai minatori nelle Asturie, nel 1934, vengono repressi nel san-gue. Sono oltre mille i ribelli morti negli scontri con la Legione straniera - un'unità militare di stanza nel protettorato spagnolo del Marocco - comandata dal generale Fran-cisco Franco y Bahamonde, che l'anno successivo diventa capo di tutte le forze armate. Il 1936 è l'anno di svolta. La paura che si imponga un regime di tipo fascista induce anche parte dei ceti medi e della borghesia spagnola progressista a sostenere le sinistre. Le nuove elezioni, indette per febbraio, vedono così la vittoria del Fronte popolare nel quale sono schierati socialisti, repubblicani, comunisti e i partiti autonomisti con l'appoggio degli anarchici, forza politica che ha un grande peso e un grande seguito in varie zone in Spagna, tra cui la Catalogna. Comincia una fase decisiva per il superamento dell'arretratezza e dell'ingiustizia strutturale della società spagnola: agli scioperi e alle occupazioni di fabbriche e terre si affiancano però anche violenze contro i religiosi e le loro proprietà. Aumentano gli scontri tra i falangisti e i partiti di sinistra, e crescono le tensioni all'interno delle stesse forze al governo, che non riescono ad accordarsi sulla politica di riforme che hanno in programma di realizzare. In questo clima i militari, appoggiati dalle destre reazionarie, dall'aristocrazia terriera e dalla Chiesa, maturano l'idea di rovesciare il soverno democraticamente eletto del Fronte popolare e prendere il controllo del paese con la forza. Iniziano i preparativi per il golpe.
Tra il 17 e il 19 luglio 1936 è il generale Francisco Franco a mettere a frutto la lunga cospirazione: a capo di un gruppo di militari di stanza in Marocco, Franco avvia la sollevazione contro il governo repubblicano e, con altri generali e militari ribelli, sbarca sul territorio spagnolo. In diverse aree del paese gli insorti, i cosiddetti nazio- nalisti, agiscono in contemporanea. All'indomani del tentato colpo di Stato sono però effettivamente sotto il controllo degli insorti solo il territorio marocchino, una piccola porzione dell'Andalusia e una fascia di territorio che dal nord-ovest del paese (Galizia e León) arriva fino alla Navarra, I ribelli invadono inoltre l'Aragona settentrionale, regione confinante con la Catalogna, ma non arrivano alle due principali città del paese, la capitale Madrid e Barcellona. Perché questo pronunciamiento - vale a dire "colpo di Stato" - non incontra un successo immediato. In mano alle forze del Fronte popolare che sostengono la Repubblica rimangono dunque, oltre a gran parte dell'Andalusia e all'estremo nord del paese (Asturie e Paesi Baschi), le città di Madrid e Barcellona con le rispettive regioni circostanti e - questione cruciale - le loro industrie. Qui gli anarchici possono contare decine di migliaia di militanti. E qui in molti sperano che la situazione possa generare una rivoluzione. È iniziata la guerra civile. Fin dalle prime ore la tensione tra le diverse forze del fronte repubblicano - e soprattutto tra anarchici e altri partiti della coalizione - è alle stelle. Barcellona è il cuore degli eventi. l'amministrazione municipale -, la sera del 18 luglio, si rifiuta di distribuire le armi alla Cnt, la Confederazione dei sindacati degli anarchici, i quali decidono di occupare le armerie e di procurarsi indipendentemente automobili, autocarri, bombe a mano e armi di vario tipo per far fronte al golpe. La mattina del 19 luglio i militari di diverse caserme lasciano le rispettive postazioni per occupare edifici strategici e reprimere gli anarchici in armi, ma oltre a incontrare una strenua resistenza vengono beffati dai nazionalisti di Franco. In tutta Barcellona sfrecciano veicoli contrassegnati da scritte e sigle rivoluzionarie. in particolare anarchiche e del Poum (Partito operaio di unificazione marxista), e bandiere rosso-nere della Cnt e della Fai (Federazione anarchica iberica), e la popolazione in armi riesce a fermare l'insurrezione dei militari. La mattina successiva gli anarchici sterrano l'attacco decisivo alla caserma Atarazanas. Barcelona mostra alla Spagna e al mondo intero che è possibile resistere all'offensiva dei franchisti. La spinta egualitaria muove le zone repubblicane: si proce-de alla sistematica collettivizzazione di fabbriche e campagne (soprattutto in Catalogna e in Aragona) e le donne - specialmente operaie - trovano un nuovo protagonismo ben rappresentato dal movimento delle Mujeres Libres (le 'donne libere'). Ma i franchisti nel giro di poche settimane occupano quasi metà del territorio spagno-lo, e la priorità che si afferma settimana dopo settimana è la guerra. gli anarchici organizzano colonne armate di operai da inviare sul fronte aragone-se, per evitare che la città di Saragozza cada in mano ai nazionalisti di Franco. Molti militanti repubblicani nelle città e nelle campagne si scagliano con violenza contro il clero spagnolo, e non mancano le fucilazioni sommarie di svariate migliaia di falangisti, industriali, agrari e in generale esponenti dei ceti medio-alti e delle destre: il "terrore rosso" scatenato da frange di militanti repubblicani, viene condannato e osteggiato dai dirigenti dei partiti di sinistra e dai sindacati. Parallelamente cala come una scure la repressione franchista, ed è parte integrante della strategia dei generali insorti. Si parla di "terrore bianco" dei militari franchisti, che punta ad annientare con ferocia ogni forma di dissenso. Nessuno è più al sicuro. Ad agosto il poeta repubblicano e antifascista García Lorca, intellettuale spagnolo ormai di primissimo piano in tutto il mondo, viene assassinato in Andalusia su ordine del governatore civile di Granada, franchista. Due mesi dopo il rettore dell'Università di Salamanca Miguel de Unamuno, un conservatore cattolico, sferra la sua offensiva pubblica contro gli insorti. In estate, Unamuno aveva appoggiato la sollevazione dei militari, chiamando gli intellettuali di tutti i paesi a combattere contro la Repubblica. le sue parole contribuiscono a mostrare al mondo la sollevazione franchista per quella che è: il regno del terrore. Molti storici sono concordi nel definire lo stravolgimento dell'Europa - che ha investito il mondo intero - tra il 1914 e il 1945, ovvero tra l'inizio del primo e la fine del secondo conflitto mondiale, una "guerra civile europea", segnata da uno scontro politico-ideologico tra sinistre e destre, innescato anche dalla Rivoluzione russa, e da una costante presenza di conflitti e tensioni di impronta nazionalista.
leggono, e molti di loro lo fanno. Il ruolo della propaganda e del mondo della cultura è centrale in questa guerra, per informare e sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale e perorare la causa dell'anti-fascismo. Come abbiamo visto, per militanti e intellettuali di tutto il mondo, la guerra civile spagnola è l'occasione per sostenere la Repubblica con il loro lavoro. (Pablo Picasso, il quale con Guernica,parla del bombardamento aereo con cui il 26 aprile del 1937 l'aviazione tedesca, e l'aviazione italiana radono letteralmente al suolo la cittadina basca di Guernica con il tacito assenso dei franchisti, diventerà uno dei più potenti manifesti artistici di lotta alla barbarie e agli orrori della guerra. Accorrono al fronte anche tanti altri scrittori e intellettuali come l'inglese George Orwell «Se mi aveste chiesto perché mi ero arruolato nella milizia - scrive lo scrittore Orwell - vi avrei risposto: "Per combattere contro il fascismo", e se aveste insistito per sapere a favore di cosa avrei combattuto, la mia risposta sarebbe stata "la dignità comune"».) Pochi giorni dopo la distruzione di Guernica, mentre le destre hanno trovato l'unità formale sotto il partito della Falange nazionalista, divampa infatti il conflitto all'interno dello schieramento repubblicano. L'obiettivo dei comunisti è evitare a tutti i costi che la guerra generi una rivoluzione: Stalin ha dettato ai comunisti una linea moderata chiedendo di difendere solo la Repubblica spagnola, nonostante questa sia una democrazia liberale in nessun modo interessata all'abolizione della proprietà privata o al comunismo, e di fermare ogni spinta rivoluzionaria. Stalin vuole mostrare che il socialismo si limita all'Urss, ma nel resto d'Europa i comunisti sono pronti a lottare per la democrazia. Allineandosi con le ultime disposizioni del Comintern, ora favorevole a sostenere, in nome della lotta contro i fascismi, la linea più moderata dei fronti popolari, i comunisti stalinisti difendono così la Repubblica, promuovendo una politica che tenga unite le sinistre e garantisca loro l'appoggio della borghesia progressista, ma frenano a ogni costo qualunque istanza più radicale dei compagni di lotta, evitando la rivoluzione. È la Catalogna, dove gli anarchici e gli altri componenti del fronte antifascista più decisi a portare cambiamenti radicali nella società spagnola sono particolarmente determi-nanti, a diventare il centro di una sorta di guerra civile all'interno della guerra civile. Nonostante sia un'occasione per affrontare unitariamente i fascismi - franchismo spagnolo, nazismo tedesco e fascismo italiano -, per l'Unione Sovietica la guerra di Spagna si rivela, infatti, fin da subito, allo stesso tempo, l'opportunità di liberarsi dei "nemici interni", vale a dire delle anime della sinistra che non condividono le direttive di Mosca. Le divisioni tra i comunisti stalinisti, gli anarchici e i "comunisti dissiden-ti" del Poum sfociano in scontri - soprattutto tra le vie di Barcellona, nei primi giorni di maggio del 1937. E il mayo sangriento (il 'maggio insanguinato'): gli stalinisti non esitano a scatenare la caccia all'uomo contro i loro stessi compagni di lotta. Lo scontro tra le due fazioni si fa aspro e inizia una feroce repressione che stronca definitivamente la fragile unità dell'antifascismo internazionale su terra iberica. i militanti anarchici, insieme a quelli del Poum e a chiunque venga considerato non allineato a quanto dice Mosca, vengono ritenuti degli infiltrati, una "quinta colonna" fascista da annientare. Dopo la repressione comunista, operata con la regia di Mosca, il movimento anarchico è così fortemente ridimensionato, mentre il Poum viene infine dichiarato fuorilegge. Dalla fine del 1937 le sorti del conflitto sono segnate, e quella che si consuma nei quindici mesi seguenti è una sorta di lunga agonia della Re-pubblica: nonostante in molti ora facciano appello all'unità, questa non c'è più. I nazionalisti, con il costante appoggio di Italia e Germania, conquistano luoghi cardine per la riuscita della guerra. Nei primi mesi del 1938 la Repubblica subisce due duri colpi: perde la città di Teruel e l'aviazione italiana bombarda Barcellona causando centinaia di morti e migliaia di feriti. I franchisti intanto riescono a raggiungere il Mediterraneo, separando Madrid da Barcello-na, dove si trasferiscono il governo e lo stato maggiore repubblicano. A luglio cade Valen-cia, e la fallimentare controffensiva repubblicana sul fiume Ebro, nella vicina Catalogna, e un'altra disfatta: dopo quasi quattro mesi di combattimenti, a novembre i repubblicani cedono, e ripiegano a est del fiume. Si annuncia alla Società delle Nazioni che le Brigate internazionali, per decisione della Repubblica, si ritireranno dal combattimento, I combattenti stranieri come l’Italia e la Germania, accettano la decisione, e salutano il popolo spagnolo. Mentre i bombardamenti su Barcellona proseguono incessantemente. A dicembre del 1938 anche il governo repubblicano esce da Barcellona, e ripiega su un'altra città catalana: Girona. È la fine. il 26 gennaio del 1939 Barcellona, il capoluogo catalano che ha eroicamente resistito fin qui, cade nell'ultima offensiva. Così capitola l'intera Catalogna. In poche settimane centinaia di migliaia di persone in rotta - la
maggior parte delle quali civili- lasciano il paese, dirette verso la Francia. si stima che gli esuli della cosiddetta Retirada siano moltissimi, circa un terzo dei quali aveva preso direttamente parte alla lotta. Uno degli ultimi combattenti stranieri a passare il confine è Longo, con l'ultimo gruppo delle sue Brigate Garibaldi. il 27 marzo le truppe nazionaliste entrano a Madrid, benedette dal nuovo papa, Pio XII, che si rallegra con Franco per la «vit-toria tanto desiderata della Spagna cattolica». Quattro giorni dopo i franchisti e i fascisti italiani occupano Alicante, l'ultima città ancora repubblicana. La guerra è finita, comincia la repressione: Francisco Franco scatena immediatamente la cosiddetta feroz matanza (il feroce massacro') contro gli avversari politici e chiunque sia ritenuto loro fiancheggiatore, È nata un'altra dittatura di stampo fascista, che durerà ben 40 anni, fino alla morte di Franco nel 1975. Le potenze democratiche non si sono opposte ai fascismi e non hanno trovato soluzioni strutturali alla crisi dei rifugiati ora devono pagarne le conseguenze. Tre mesi dopo aver siglato il "patto d'acciaio" con l'Italia, il 23 agosto del 1939, il ministro degli Esteri tedesco, accolto dalle svastiche all'aeroporto di Mosca, ha firmato un patto di non aggressione decennale con il suo omologo russo. L'Unione Sovietica comunista, da mesi impegnata in scontri con i giapponesi ai suoi confini orientali, si accorda con quello che dovrebbe essere il suo irriducibile nemico ideologico, vale a dire la Germania nazista, con la quale negli anni precedenti aveva comunque mantenuto rapporti commerciali e di collaborazione nei settori industriale e bellico. Il patto prevede un protocollo segreto che sancisce la spartizione della Polonia tra le due potenze: Germania e Urss vi definiscono le rispettive zone di influenza nel paese che entrambi i regimi vogliono distruggere, ritenendolo un "mostruoso" prodotto territoriale dei trattati di Versailles. Il protocollo segreto assegna ai tedeschi il controllo della Lituania e ai sovietici quello di Finlandia, Estonia, Lettonia e Bessarabia (l'attuale Moldavia). In seguito vengono fatti aggiustamenti, e in particolare la Lituania viene integrata nella sfera d'influenza dell'Urss in cambio di una porzione di territorio della Polonia maggiore per la Germania, compresa la provincia di Var-savia, dove Stalin prevedeva che si sarebbe incontrata una più accesa resistenza. Per i militanti antifascisti di tutto il pianeta il patto Ribbentrop-Molotov o patto Hitler-Stalin è uno shock, anche se molti comunisti giustificano questa mossa sostenendo che Stalin abbia bisogno di tempo per potersi organizzare, con l'obiettivo ultimo di attaccare i nazisti. L'Unione Sovietica, però, ha così lasciato a Hitler le mani libere per compiere il passo decisivo verso la guerra europea. Otto giorni più tardi un gruppo di soldati polacchi, ingaggiati dai tedeschi, assalta la stazione radio di una città al confine tra il territorio tedesco e la Polonia, e lancia un proclama antigermanico. È il culmine del piano architettato dai nazisti per scatenare il conflitto. Il primo cadavere della nuova guerra è quello di un contadino di 43 anni, Franciszek Honiok, assassinato dai nazisti che lo presentano come soldato del commando polacco rimasto ucciso durante l'assalto alla radio. La mattina del 1° settembre 1939 Hitler recita la sua parte. La stampa polacca, condanna fin da subito l'inganno ma nessuno le dà ascolto. Inizia così l'invasione della Polonia, che viene attaccata dall'esercito tedesco, da nord, da ovest e da sud, passando per la Slovacchia e la Slesia. L'Italia proclama immediatamente la "non belligeranza"'. Due giorni dopo l'invasione, il 3 settembre. Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania, ma senza intervenire direttamente nel conflitto. Le due potenze, lo abbiamo detto, avevano lasciato la Repubblica spagnola e la Cecoslovacchia al loro destino in nome della politica dell'appeasement e negli ultimi mesi (tra il 1938 e il 1939) non hanno insistito per concretizzare con l'Unione Sovietica un'alleanza antinazista. Due settimane più tardi, il 17 settembre, l'Urss invade la "sua" porzione di territorio in Polonia, facendo decine di migliaia di prigionieri tra i militari polacchi mentre Hitler sta per entrare a Varsavia, che cade dopo tre settimane di scontri. In meno di un mese la Wehrmacht (un esercito?) e l'Armata rossa hanno praticamente annientato l'esercito polacco e la Polonia ha perso la sua indipendenza, e il 28 settembre Hitler e Stalin possono firmare un ulteriore accordo, un "trattato di amicizia" che sancisce i nuovi confini. Il territorio in mano ai navisti viene in parte annesso alla Germania e in parte rinominato Governatorato generale, sotto il pugno di ferro di un gerarca nazista. La Polonia, caduta nella duplice morsa di Hitler e Stalin, paga un prezzo di sangue spaventoso fin dall'apertura del conflitto, segnato anche dalla guerra aerea indiscriminata.
precedente in Spagna, gli abitanti delle zone di frontierae di Parigi si riversano su treni stracolmi con l'obiettivo di raggiungere il sud del paese. Quasi tutti torneranno nelle settimane seguenti quando la situazione sarà tornata a una calma relativa, confermando che i nazisti non hanno intenzione, almeno in questi primi mesi di occupazione, di devastare il paese come hanno fatto sul fronte orientale. La Francia, alla quale a nulla è servito il supporto del corpo di spedizione britannico, si è arresa rapidamente (l'armistizio è firmato il 22 giugno a Rethondes, la stessa località in cui i tedeschi avevano ufficializzato la resa alla fine della Grande guerra) e viene divisa in due parti: il Nord - dove c'è anche la capitale Parigi - sotto il diretto controllo della Germania nazista, e il Sud governato dalla Repubblica di Vichy (dal nome della città in cui ha sede il suo governo), uno Stato collaborazionista* che parteciperà a ogni livello alle atrocità dei nazisti, sotto la guida del maresciallo Philippe Pétain. Nel nord del paese i reparti dell'esercito francese che non sono stati accerchiati e che non sono stati in grado di fermare l'avanzata irresistibile della Wehrmacht si trovano incagliati con le truppe britanniche sulle spiagge di Dunkerque, attorniati dai nemici. A cavallo tra il 26 maggio e il 3 giugno 1940, l'operazione Dynamo permette a molti di loro di salvarsi, grazie al supporto fondamentale della popolazione inglese: sono infatti i pescherecci, guidati da civili che attraversano la Manica daranno un contributo decisivo all'imbarco di moltissimi soldati, per due terzi inglesi, che ripiegano così verso la Gran Bretagna con il trauma della disfatta che gia si intreccia con il bisogno di rivalsa. Proprio dall'Inghilterra il generale Charles de Gaulle dà il via al movimento di resistenza France Libre, con l'appello del 18 giugno in cui da Radio Londra invita alla resistenza alla guerra mondiale. In questi giorni di giugno, in risposta, dalla Francia iniziano a partire migliaia di lettere per Radio Londra, una strenua e non trascurabile minoranza è intenzionata ad accogliere l'appello di de Gaulle. E in tutti i paesi occupati la resistenza rimane accesa a contrastare il serpeggiante collaborazionismo; subito, però, a fronte della devastante e brutale avanzata del Terzo Reich, ci si pone il problema di come ravvivarla. Come l'appello di de Gaulle bene esemplifica, la propaganda antinazista nei paesi occupati dalla Germania avrà un ruolo cruciale, anche perché molte abitazioni in Europa sono ormai dotate di apparecchi radio. È proprio attraverso la propaganda "aperta" che dalla Gran Bretagna, paese che ospita vari governi dei paesi occupati dai nazisti che in seguito all'invasione tedesca si sono lì rifugiati, si esortano le popolazioni sottomesse a ribellarsi ai nazisti: via radio e attraverso i volantini o i giornali che la Raf (Royal Air Force) britannica lancerà per tutta la durata della guerra sull'Europa occupata. Come i volantini, è dal cielo che arriva l'attacco che fa vacillare anche la Gran Bretagna: da luglio del 1940 la Luftwaffe - l'aviazione militare tedesca - e il Corpo aereo italiano scatenano una pioggia di bombe che devasta l'isola, e in particolare la capitale Londra e la città di Coventry, in quella che passerà alla storia come la battaglia d'Inghilterra. Nel frattempo nei mari prosegue la battaglia dell'Atlantico che, iniziata con lo scoppio della guerra, proseguirà con diversa intensità fino alla sua conclusione. Qui, come nel primo conflitto mondiale, i tedeschi fanno ampio uso di sottomarini e perpetrano una lunga serie di attacchi navali per impedire gli approvvigionamenti in arrivo dagli Stati Uniti e dalle colonie britanniche, minando la capacità di resistenza del nemico. Tuttavia, rimasta di fatto l'unica avversaria della Germania nazista, che vuole indurla alla resa, la Gran Bretagna tiene per aria e per mare. L'operazione "Leone marino", cioè lo sbarco tedesco in Gran Bretagna per liquidare tutta l'Europa nord- occidentale in pochi mesi, fallisce, e grazie a diversi elementi: la superiorità della flotta e dell'aviazione britannica, appoggiata dai suoi dominions, il supporto economico degli Stati Uniti, ma anche la reazione compatta della società inglese che, a differenza di gran parte dei paesi europei, ha marginalizzato le pulsioni filo-fasciste presenti al suo interno, anche nei piani più alti della società. Una reazione che assume, nell'immaginario europeo, le sembianze del primo ministro inglese Winston Churchill, il quale, alla guida di un governo di unità nazionale, si intesta il titolo di campione della lotta ai fascismi. Alla Germania nazista, il cui obiettivo di dominio e di conquista dello "spazio vitale" è in continuo divenire, non resta che volgersi ancora una volta a est, in una vasta area geografica percepita come propria di diritto, dove le popolazioni locali vanno fatte schiave o sottomesse, e le risorse sistematicamente de-predate, con l'aiuto dei collaborazionisti locali e degli Stati che si alleano alle potenze dell'Asse, allargando la macchia nera che si espande sul continente.
a novembre del 1940 l'Ungheria, la Romania e la Slovacchia si uniscono all'Asse, e i piani di Hitler per iniziare l'offensiva in Oriente si fanno sempre più definiti: sebbene l'Unione Sovietica si proponga addirittura, di entrare nel patto tripartito (di cui diremo a breve), attraverso una missione diplomatica del ministro Molotov a Berlino, il giorno stesso in cui il ministro sovietico riparte dalla capitale tedesca Hitler dà ordine ai suoi generali di preparare l'attacco all'Urss. Il 18 dicembre il Führer firma infine la direttiva (nome in codice: operazione Barbarossa) per lanciare l'invasione dell'Unione Sovietica, in preparazione da mesi, violando così il patto. A giugno del 1940 anche l'Italia fascista, come abbiamo anticipato, è entrata nel conflitto, conducendo la sua "guerra parallela" all'alleato nazista, con le stesse pratiche e con obiettivi complementari. Nel discorso con cui Mussolini annuncia l'ingresso in guerra, È giunta dunque, di nuovo, l'ora di combattere: ma questo conflitto sembra del tutto nuovo. Abbiamo visto come la guerra sia nel dna del fascismo fin dalla sua nascita, e come con la "riconquista" della Libia e le operazioni belliche in Africa orientale si sia inaugurato uno stato di guerra permanente, rinnovato con la partecipazione al conflitto spagnolo e, infine, con l'occupazione dell'Albania. Il graduale percorso di avvicinamento al suo alleato naturale, la Germania nazista, aveva trovato proprio in Spagna il suo primo banco di prova, e a giugno del 1940, quando ormai la Wehrmacht si appresta ad entrare a Parigi, il duce dichiara il suo ingresso in guerra dopo nove mesi di "non belligeranza", contro le democrazie occidentali. L’Italia vuole stabilire un "nuovo ordine mediterraneo" nel quale l'Italia sia padrona. Con il controllo dell'Albania, delle isole dell'Egeo - il Dodecaneso - e della Libia è già assicurato un dominio che, nei disegni di Mussolini, deve espandersi con la stessa rapidità con cui Hitler è dilagato a est (in Polonia), a nord (in Scandina-via) e sta ora dilagando a ovest, ai danni della Francia settentrionale. Le operazioni militari sono immediate: la "pugnalata" alle spalle della Francia già sconfitta, iniziata il 21 giugno, si rivela disastrosa (molti morti) e all'Italia viene concessa solo una risibile porzione di territorio da occupare nella Francia sud-orientale, ma non è che l'inizio. Fin da subito iniziano i raid aerei sulla Palestina britannica, il più noto dei quali rimarrà il bombardamento di Tel Aviv, il 9 settembre. In agosto gli italiani invadono la Somalia inglese dall'Etiopia, e dalla Libia attaccano l'Egitto, sperando di raggiungere il Canale di Suez, ma la controffensiva britannica li spingerà quasi fino a Tripoli. Il 27 settembre l'Italia si impegna con la Germania e il Giappone al sostegno reciproco con il patto tripartito, detto anche Asse Roma-Berlino-Tokyo, che riconosce per la durata di dieci anni le rispettive pretese imperiali
indirettamente - alle potenze dell'Asse o a regimi amici che la Germania nazista, anche con il supporto dell'Italia fascista, dà il via al suo attacco contro l'Unione Sovieti-ca, con l'operazione Barbarossa da tempo pianificata, una delle invasioni più devastanti della storia dell’umanità. Il 22 giugno 1941 i tedeschi attaccano l'Unione Sovietica lungo tre direttrici. Da nord, attraversando le Repubbliche baltiche, puntano su Leningrado (già Pietrogrado, il simbolo dell'odiata Rivoluzione bolscevica), potendo contare sul supporto della Finlandia che intende riprendersi i territori perduti l'anno prima. Dal centro, muovendosi dalla Polonia occupata verso le pianure della Bielorussia, hanno come obiettivo raggiungere Mosca. Da sud, partendo dai territori dei loro alleati, si dirigono attraverso l'Ucraina verso il Caucaso. Oltre a italiani e tedeschi Ci sono altri combattenti dell'Asse: rumeni, ungheresi, slovacchi e i cobelligeranti finlandesi. Insieme sferrano un attacco letale nelle "battaglie di frontiera" combattute dal confine più settentrionale a quello più meridionale, che inaugurano la devastante offensiva che infrange il patto Ribbentrop-Molotov. Uno degli obiettivi principali dell'operazione Barbarossa, insieme al petrolio del Caucaso, è il "granaio" ucraino, Hitler ha messo in conto di lasciar morire i sovietici, una volta occupate le loro terre, per nutrire i tedeschi: è il cosiddetto Hungerplan (il 'piano fame'). Anche qui, come in Polonia e come in Jugoslavia, le rappresaglie sui civili e le fucilazioni sommarie sono parte fondante della conquista dello "spazio vitale" da domare e colonizzare. E anche qui. fin dai primi giorni di conflitto, ci si rende conto che la nuova guerra è totale. Gli abitanti, considerati parte di una "razza" inferiore, devono essere annientati o fatti schiavi. A differenza di quella sul fronte occidentale. questa è una guerra di sterminio, comparata esplicitamente da Hitler alla "conquista dell'America" che portò all'annientamento delle popolazioni precolombiane: il piano generale per l'Oriente nazista, elaborato nella prima fase della guerra, è un progetto di colonizzazione dell'Europa orientale, che prevede l'annientamento di molti “slavi". Dopo due settimane i sovietici hanno già perso la Polonia orientale, la Lituania, la Lettonia, gran parte della Bielorussia e una parte del "granaio" ucraino ma, ritirandosi, i russi mettono in atto la strategia della "terra bruciata", distruggendo il più possibile di quanto incontrano sul loro cammino per impedire all'invasore di sfruttare le risorse delle aree occupate. E il ritmo dell'avanzata nazifascista inizia a rallentare. la Grande guerra patriottica, così è definita la difesa dell'Urss dai sovietici, è una questione di vita o di morte: tutta la società è mobilitata per cercare di arginare l'inarrestabile marcia del nemico, mentre dal canto suo Hitler spera di chiudere la partita a oriente in qualche settimana, massimo in tre mesi. L'estate del 1941 accentua così a dismisura il carattere ideologico del conflitto: gli Alleati - vale a dire le democrazie liberali e i paesi aggrediti, ai quali si aggiunge la Russia comunista - intenderanno la lotta come uno scontro di civiltà volto a riaffermare valori universali, innanzitutto l'antifascismo, in contrasto con il progetto di dominio nazi-fascista delle potenze dell'Asse. L'attacco all'Unione Sovietica ha dunque vuole compattare il fronte degli antifascisti europei. delusi da anni di ambiguità da parte delle democrazie e dal colpo di scena del patto Ribbentrop-Molotov. Ora i sostenitori della democrazia e quelli del socialismo hanno di nuovo chiaro contro chi devono combattere. l'antifascismo europeo converge finalmente verso il comune nemico. Come vedremo, l'ingresso in guerra del Giappone al fianco di Italia e Germania e degli Stati Uniti con gli Alleati renderanno questo conflitto a tutti gli effetti planetario. Il 5 settembre del 1941 Le speranze in un'offensiva lampo letale che annienti i sovietici entro i tre mesi si infrangono presto sulla tenuta delle difese dell'Urss: nonostante il fronte si stabilizzi, l'Armata rossa resiste e i partigiani locali colpiscono sistematicamente l'esercito tedesco nelle retrovie. L'estate volge al termine con i tedeschi che hanno fatto ampie conquiste a sud - a partire dalla capitale ucraina Kiev -, sono penetrati in maniera preoccupante al centro (dove Mosca è in pericolo) e a nord hanno come obiettivo Leningrado, affiancati anche dalla División Azul, un'unità di volontari arrivata dalla Spagna franchista. Il cerchio intorno alla città si stringe: mentre i finlandesi attaccano la sua parte settentrionale, i tedeschi iniziano a bombardarla e a cingerla d'assedio con gli italiani e gli spagnoli. Lo scopo è cancellare la città sovietica dalla faccia della terra. Mentre più a sud riescono a tenere sotto scacco la Wehrmacht nei pressi di a nord, a Leningrado, i sovietici imbastiscono così una strenua resistenza. Intanto, nei primi giorni di dicembre, i russi cominciano la controffensiva. Hitler ordina ai suoi di non cedere, commettendo un errore: è alle porte l'inverno, che si dimostrerà un fedele alleato dei sovietici, e la controffensiva di Mosca - che per alcuni storici è il punto di svolta della guerra - mostra che il vento sta
cambiando. Nelle stesse ore, a diversi fusi orari di distanza, la guerra investe anche l'Oceano Pacifico. Manca poco all'attacco che amplierà a dismisura il conflitto. Se era impossibile che l'operazione Barbarossa passasse inosservata, e in effetti i nazisti al momento dell'invasione avevano trovato le truppe sovietiche schierate sul confine ad attenderli, quello che accade sull'Oceano Pacifico è invece una doccia gelata per l'opinione pubblica mondiale. I giapponesi sferrano prima un attacco in Malesia britannica, e dopo scatenano l'offensiva alla base americana di Pearl Harbor con l'obiettivo di eliminare la flotta statunitense dal Pacifico. I due atti di guerra fanno parte di un piano più ampio che punta al controllo di Singapore, di Hong Kong, delle Filippine, della Thailandia, della Birmania meridionale e dell’Indonesia, per mettere in sicurezza una vasta zona nella regione pacifica e in parallelo ampliare ulteriormente i propri domini. Abbiamo visto, infatti, che il Giappone - legato dal settembre 1940 alla Germania e all'Italia con il patto tripartito, o Asse Roma-Berlino-Tokyo mira a costruire un Impero asiatico del Sol Levante, ambizione comparabile a quella tedesca sull'Europa centro-orientale e a quella italiana sul Mediterraneo. Seguendo questi piani di dominio sul Pacifico, nel 1940 il Giappone ha già occupato l'In-docina francese (corrispondente grossomodo agli attuali Laos. Cambogia, Vietnam) e imposto un protettorato in Thailandia. Inoltre da tempo era impegnato in una violenta penetrazione in Cina; dando seguito a questo piano di occupazione. Nello stesso anno, il tentativo di conquistare terreno a scapito dell'Unione Sovietica si è infranto contro la resistenza dell'Armata rossa, con la quale firma nell'aprile del 1941 un patto di neutralità. In questo quadro si sono inseriti gli Stati Uniti, che chiedono al Giappone di arrestare la sua politica espansionistica, sottoponendolo tra il 1940 e il 1941 a un pesante embargo* commerciale, ed esigendo poi il ritiro delle truppe giapponesi dalla Cina e dall'Indocina francese. L'influenza della potenza militare ed economica nordamericana nella regione asiatica rappresenta un pericoloso ostacolo ai piani espansionistici giapponesi. Il timore di uno scontro impari sul teatro di guerra convince gli alti gradi dell'esercito nipponico della necessità di procedere a un attacco a sorpresa, mirato e micidiale. Dal momento che i vertici della flotta statunitense del Pacifico non si aspettano un'incursione giapponese, a Pearl Harbor, come racconta Beevor. Ed è così che arriva la guerra, domenica 8 dicembre, con una squadra di aerei che prende il volo dalla flotta di portaerei mandata a ridosso della base impreparata a difendersi. Quando arriva la seconda ondata di aerei giapponesi, una folta coltre di fumo impedisce loro di vedere al meglio i bersagli. E quando l'attacco termina, la Marina militare statu-nitense, la US Navy, conta le vittime e attesta i danni, Ma le portaerei sono salve: non erano a Pearl Harbor. Poche ore dopo, gli statunitensi vengono attaccati anche nelle Filippine, dove i giapponesi distruggono in poche ore metà della loro forza aerea dell'Estremo Oriente, e in altri presidi minori, come l'isola di Wake, non distante dalle Hawaii, e quella di Guam, nelle Marianne, dove si arrendono. Proseguono intanto gli attacchi ai possedimenti inglesi e nel giro di sei mesi la marina imperiale nipponica arriverà a dominare tutto il sud-est asiatico, dalla Birmania alla Papua Nuova Guinea, dall'Indonesia alle Filippine. Fino alla fine del 1941 la guerra si combatte in prevalenza sul territorio europeo e riguarda per lo più i paesi europei, anche quando coinvolge alcune colonie situate in Africa settentrionale e in Africa orientale. Al movimento France Libre del generale de Gaulle, per esempio, hanno aderito già nel 1940 diverse colonie africane, asiatiche e territori del Pacifico e dell'arcipelago polinesiano. Ma il conflitto era stato appunto una faccenda in gran parte tra europei, affiancati da contingenti o da resistenti locali. Quello che accade a dicembre del 1941 è una svolta, che salda definitivamente il lungo conflitto già in corso in Estremo Oriente con quello che ha travolto l'Europa. A Pearl Harbor il Giappone attacca gli Stati Uniti, ed entrambe sono due potenze - di primissimo piano - non europee. La potenza americana non era del tutto esterna alla guerra: dal marzo 1941 con il Lend-Lease Act ('legge affitti e prestiti') appoggiava i paesi amici - innanzitutto la Gran Bretagna - rifornendoli di armamenti a prezzi vantaggiosi, e ad agosto dello stesso anno Churchill e Roosevelt hanno sottoscritto la Carta Atlantica, un documento in cui si ipotizza un nuovo ordine pacifico per il pianeta, poi sottoscritto dalle altre nazioni che si oppongono a quelle del patto tripartito. Ma il tentativo della potenza nordamericana di intervenire nelle grandi questioni geopolitiche non entrando militarmente nel conflitto viene messo definitivamente alla prova da Pearl Harbor. L'attacco giapponese ha infatti un grande impatto sull'opinione pubblica statunitense, che era in massima parte "isolazionista", vale a dire contraria a intervenire direttamente nel conflitto scoppiato in Europa. Con
Nel 1942-1943 i britannici bombardano sistematicamente l'area produttiva della Ruhr e varie altre zone della Germania: Amburgo, ad esempio, da luglio del 1943 è colpita da una 'tempesta di fuoco' che la ridurrà in una distesa di macerie. Le città bombardate a tappeto sono irriconoscibili. Città simbolo dell'incrudelimento della guerra senza quartiere al nazismo sarà Dresda. gli Alleati sbarcati nel continente europeo, prima nell'Italia meridionale e poi l'anno successivo in Francia (Normandia e Pro-venza), troveranno un panorama che ricorre in tutti i paesi occupati, in cui si intrecciano collaborazionismo e resistenza. In tutti i paesi occupati o annessi diverse persone e gruppi appoggiano i nazifascisti: dagli industriali ai latifondisti, dai borghesi alle alte sfere religio-se, fino a membri degli strati più umili della società, un numero non indifferente di persone diventa così collaborazionista, scegliendo di fiancheggiare quelli che paiono essere, indiscutibilmente, i vincitori. Dalla delazione degli oppositori e degli ebrei alla partecipazione armata, questa collaborazione con l'occupante è dettata in parte da op-portunismo, in parte da convergenze ideologiche: abbiamo visto come in tutta Europa nei due decenni precedenti, siano presenti movimenti che si ispirano, come il nazismo al fascismo italiano; tra il 1939 e il 1942, e poi ancora nei tre anni successivi, tutti i partiti fascisti dell'anteguerra, che si proclamano "nazionali" e nazionalisti nonostante appoggino l'occupazione straniera, trovano nuova linfa. L'esempio più noto di collaborazionismo è quello del governo filo-nazista in Norvegia, oltre alla già citata Repubblica francese di Vichy. Ma troviamo casi analoghi anche nei Paesi Bassi e in Belgio, nei paesi baltici e in Ucraina. In tutti questi casi le milizie collaborazioniste - francesi, belghe, olandesi, norvegesi, ucraine, lettoni, estoni, lituane, slovacche, jugoslave - contribuiscono con centinaia di migliaia di uomini alla guerra e allo sterminio di civili. Le Croci frecciate ungheresi, partito filo-nazista costituitosi già negli anni Trenta, si distingueranno ad esempio per la spaventosa ferocia negli ultimi mesi di guerra, quando i nazisti le metteranno a governare il paese. In parallelo, in tutti i paesi occupati, non pochi locali si arruolano anche in unità militari naziste aperte agli stranieri, come le Waffen SS. In tutti i territori occupati dai nazifascisti, in maniera più o meno incisiva, si sviluppa specularmente una resistenza armata affiancata da altre forme di opposizione all'occupante e ai collaborazionisti locali. Si può dunque sostenere che la Resistenza in Europa comincia a settembre del 1939, in Polonia, con l'inizio della guerra stessa, e che nasce ovunque arrivino le truppe dell'Asse. Decine di migliaia sono le lettere che, per canali regolari o clandestini, arrivano nelle mani dei familiari dei resistenti di tutta Europa, partigiani e partigiane che, dall'Unione Sovietica alla Francia, dalla Norvegia alla Grecia, si sono battuti contro i nazisti e i collaborazionisti locali. Tra l'estate del 1942 e l'inizio del 1943 tutto cambia. Nelle tre aree geografiche in cui l'espansione delle potenze del patto tripartito era apparsa fino ad allora inarrestabile - il Pacifico, il Mediterraneo e l'Europa orientale - nel giro di pochi mesi tre sconfitte militari le fanno vacillare: è ciò che accade al Giappone nelle isole Midway, all'Italia a El Alamein, e alla Germania a Stalingrado. Si frantumano così, con queste tre sconfitte, i sogni imperiali delle tre nazioni alleate che hanno messo a ferro e fuoco il mondo. Osserviamole attraverso tre dettagli che sembrano minimi ma che ci permettono di capirne la portata epocale. Il primo: siamo di nuovo nel Pacifico, dove gli americani avevano salvato le loro portaerei dall'attacco giapponese a Pearl Harbor. E l'esito della loro offensiva alle isole Midway, a giugno del 1942, è l'esatto opposto: questa volta sono gli aerei statunitensi a piombare di sorpresa sul ponte di volo della portaerei Akagi che era stata protagonista a Pearl Harbor, distruggendola in pochi minuti. I nipponici, dopo le Midway, si mettono sulla difensiva, e gli statunitensi ne appro-fittano: attaccano nell'arcipelago delle Sa-lomone, al largo dell'Australia, e dall'inizio del 1943 con la vittoria di Guadalcanal cominciano la lunga controffensiva che occu- perà, il resto della guerra. secondo dettaglio: ci porta in Nordafrica dove il 21 giugno del 1942 le forze dell'Asse avevano occupato la città libica di Tobruk, da oltre un anno in mano agli Alleati. Il 29 giugno Benito Mussolini arriva all'aeroporto di Derna, nella colonia libica. Il duce resta in Cire-naica tre settimane, Tornerà in Italia amareggiato perché il generale tedesco Rommel, che già l'anno prima aveva dato manforte agli italiani nella lotta contro gli inglesi non è andato a omaggiarlo. In realtà Rommel fin dal 30 giugno, il giorno successivo all'arrivo di Mussolini, guida le truppe dell'Asse a un centinaio di chilometri da Alessandria d'Egitto, ma viene bloccato alla stretta di El Alamein: la "volpe del deserto", sulla quale si concentravano molte delle speranze dei due dittatori alleati, si è infine arenata, bloccata dall'esercito inglese.
Rommel rimarrà inchiodato per cinque mesi a El Alamein, che diventa teatro, tra luglio e novembre, di violenti scontri tra i due eserciti, fino a che la controffensiva britannica guidata dal generale Montgomery scaccerà i nazifascisti non solo dall'Egitto, ma anche dalla Libia. E così, finito il 1942, inizia a sfaldarsi definitivamente il sogno fascista di un impero mediterraneo: uno sbarco anglo-americano in Algeria e Marocco costringe le truppe dell'Asse a barricarsi in Tunisia, ribaltando anche qui le mire di un Mussolini che sperava di dilagare in Africa e che invece da lì verrà attaccato in patria. È proprio dall'Africa settentrionale infatti che gli anglo-americani partiranno per sbarcare in Sicilia, pochi mesi più tardi. alla fine l'Italia da paese occupante diventerà paese occupato, e gli italiani conosceranno la guerra in casa. «Vittoria o morte», scrive Hitler a Rom-mel il 3 novembre del 1942, rendendosi conto che, su tutti i fronti, il vento è cambiato. Spostiamoci allora su quello orientale, perché nell'anno che sta volgendo al termine le truppe sovietiche si sono delinitivamente riorganizzate con artiglieria e corpi corazzati, grazie da un lato al crescente sostegno materiale degli Alleati, Stati Uniti compresi, dall'altro a nuovi contingenti alluti dall'Estremo Oriente, dopo che Stalin si è assicurato che non verrà attaccato dal Giappone. È l'8 novembre e Hitler vuole prendere Stalingrado. Hitler riesce nell’impresa punta poi a Mosca da sud. La città è sotto assedio da agosto e a novembre le forze armate tedesche sono nel pieno della battaglia per espugnarla. Nonostante Hitler continui a sostenere che l'esercito sovietico è allo stremo, siamo in realtà alla vigilia del tracollo tedesco: Stalin-grado viene difesa metro per metro dai soldati e dai partigiani sovietici, e ai combattimenti partecipano anche le donne. Meno di tre settimane dopo l'ordine di Hitler, l'Armata rossa sfonda infatti le linee del fronte presidiate dalla Terza armata romena e, con il supporto dei resistenti, accerchia il nemico costringendolo presto alla ritirata. È l'operazione Urano, che dopo aver conquistato le posizioni romene attacca quelle tedesche. L'attacco è una vittoria anche grazie al sostegno offerto da sud dall'operazione Saturno e al diversivo chiamato operazione Marte, più a nord, nel settore della difesa di Mosca. Nelle intenzioni dell'Urss assume le vesti della vendetta degli dèi. Il 2 febbraio 1943 la battaglia per Stalingrado termina con la resa della Sesta armata tedesca; e le armate sovietiche e quelle del Terzo Reich si apprestano a fare il percorso inverso, da est a ovest, puntando a Berlino. Nei mesi successivi i sovietici inanellano una serie di vittorie su tutte le direttrici del fronte. Con 40 gradi sottozero e migliaia di soldati che si lasciano morire in terra, la ritirata dal fronte russo dei tedeschi con i loro alleati, italiani compresi, è infernale. A loro si uniscono milioni di civili tedeschi che si erano insediati a est. È in questa terribile ritirata, da far maturare una profondissima avversione per i nazisti e per i fascisti italiani; un'avversione che porterà alcuni di loro, pochi mesi più tardi, a scegliere di combatterli armi in pugno. Nello stesso gennaio del 1943, alla conferenza di Casablanca (in Marocco), gli Alleati decidono di aprire il fronte italiano, approfittando anche della vicinanza del paese alle coste del Nordafrica, ormai sotto il loro controllo, e stabiliscono che la guerra continuerà fino alla resa incondizionata delle forze dell'Asse; e a novembre, nella conferenza di Teheran, Roosevelt, Churchill e Stalin concorderanno l'attacco alle coste settentrionali della Francia per sferrare l'offensiva letale alla "Fortezza Europa" come è definita l'Europa continentale in mano alla Germania nazista. Con l'avanzare del 1943, dunque, dall'Asia all'Africa e all'Europa dell'Est si assiste a un ribaltamento completo del fronte, ma il conflitto durerà ancora due anni: i giapponesi nel Pacifico così come i nazifascisti in Europa combatteranno fino alla fine. Come abbiamo visto, a partire dall'ingresso in guerra nel giugno del 1940, l'Italia mussoliniana aveva conosciuto la guerra solo sul suolo straniero, da occupante. Nel paese il conflitto era però arrivato, attraverso i bombardamenti aerei degli Alleati, alcuni dei quali rimarranno scolpiti nell'immaginario collettivo: uno dei più devastanti si è abbattuto su Roma pochi giorni prima della "congiura", il 19 luglio. Seppur quasi tutti di minore intensità, ripetuti bombardamenti avevano preso di mira, negli anni e nei mesi precedenti, diverse città italiane: Catania, Palermo e Messina. Già nel 1942, l'effimero consenso intorno al regime aveva iniziato a vacillare. Nel 1943 si sgretola, in un processo che pare irreversibile. Nel marzo del 1943, imponenti scioperi, i primi significativi dopo vent'anni di dittatura, hanno lanciato un segnale inequivocabile del malessere generale. Le proteste sono iniziate a Torino. Il dissenso operaio si
demoratico cristiano (Pdc), eredi del Partito popolare di Don Sturzo, i liberali del Pli (il Partito liberale italiano) e la minuscola formazione Democrazia del lavoro (DI). i primi atti di resistenza armata da parte della popolazione:sono le cosiddette "quattro giornate" di Napoli dove, tra il 27 e il 30 settembre, i cittadini- animati dagli anarchici e dai giovanissimi "scugnizi" - riescono a cacciare i tedeschi prima ancora dell'arrivo degli anglo-americani. È iniziata la Resistenza. Intanto, dopo aver liberato Mussolini dalla sua prigionia sul Gran Sasso, i nazisti il 23 settembre permettono alla Repubblica sociale italiana (Rsi) di sorgere nell'Italia centro-settentrionale occupata: è un nuovo Stato fascista collaborazionista, con un suo esercito e un partito (il Partito fascista repubblicano), guidato da un Mussolini stanco e furente che fissa la sede del governo repubblicano o "repubblichino" (come è con spregio definito dagli antifascisti) a Salò, un paese sul Lago di Garda, in Lombardia (da cui il nuovo Stato prende anche il nome di Repubblica di Salo). Gli Alleati intanto continuano a risalire dal Meridione, ma già tra fine settembre e inizio ottobre i tedeschi riescono a bloccarne l'avanzata a sud di Roma, dove il fronte si incancrenisce lungo la cosiddetta linea Gustav che corre dal Tirreno all'Adriatico. La Penisola italiana viene dunque spezzata in due, e politicamente è divisa in quattro aree. Cè l'italia meridionale, da cui risalgono gli Alleati, che è in mano a un governo monarchico, il Regno del Sud, che dichiara guerra alla Germania non in qualità di alleato degli anglo-americani ma come cobelligerante: le sue forze armate, però, non si scontreranno mai in campo aperto con quelle della Rsi. Ci sono poi due"zone di operazioni" (la parte nord-orientale della penisola, divisa tra la "Zona di operazioni Prealpi" e la Zona di operazioni Litorale Adriatico"), direttamente annesse al Terzo Reich, che le gestisce militarmente e civilmen-te. E infine la parte centro-settentrionale occupata dai tedeschi nella quale i fascisti di Salò, formalmente al governo, collaborano attivamente con il nazismo. Nel vuoto istituzionale che segue l'armistizio c'è comunque un margine per agi-re, anche per chi non ha modo o intenzione di imbracciare personalmente le armi. Mentre le carceri si svuotano dei vecchi antifascisti e dei prigionieri alleati, la popolazione civile - e in particolare quella contadina - si distingue per un'enorme operazione di maternage di massa. (un atteggiamento materno, di donne che nutrono, ospitano e vestono i giovani militari italiani sbandati, e lo stesso fanno con gli stranieri in precedenza prigionieri). "Resistenza civile" indica coloro che, senza combattere in prima persona. ospitarono e protessero gli Alleati, i perseguitati o i partigiani, e che con questi ultimi collaborarono. Mentre "attendista" O "attesista" - la "zona grigia" di chi vuole stare alla larga dai guai e attende la fine della guerra. La maggioranza dei soldati riusciti a scampare ai nazisti torna a casa nelle zone liberate dagli Alleati o si nasconde o diventa partigiano. Il fascismo era stato «una grave malattia» e «le giornate di settembre» hanno escluso la possibilità che possa scomparire in modo pacifico. Quando il regime fascista implode, la composita rete di antifascisti si fa trovare pronta. Tra vecchi e nuovi antifascisti. La Guerra partigiana come di una guerra «di liberazione», «civile», «ideologica e politica quant'altre mai», una guerra che oppone due visioni del mondo inconciliabili e che è destinata non solo a liberare l'Italia dagli «invasori tedeschi e ad eliminare i traditori fascisti, ma a gettare le basi per un ordine nuovo politico e sociale», intesa come una «rivoluzione democratica». La guerra che ci si appresta a combattere è politica, perché vuole portare non solo a una liberazione dall'occupazione tedesca, ma a una trasformazione profonda del paese, ed è civile perché questa trasformazione si può raggiungere solo passando attraverso un conflitto armato che vede contrapporsi gli stessi italiani: i militanti antifascisti lottano contro coloro che aderiscono alla Repubblica di Salò. Una delle prime bande partigiane viene fondata, poche ore dopo I'8 settembre, da Duccio Galimberti e da altri undici antifascisti. Si inseriscono in questo contesto incandescente i 600.000 «no» degli Internati militari italiani, ai quali viene proposto di tornare a combattere per il fascismo e che si rifiutano di aderire alla Repubblica di Salò, muovendo
nei campi di internamento. Nell'Italia del 1943 la Resistenza È un'organizzazione difficile, anche per la ricorrente sensazione che gli Alleati non si fidino del tutto dei combattenti, temendo le anime più radicali, innanzitutto i comunisti. E grazie anche al bandi di Salò, che si rivelano sistematicamente un "autogol", i partigiani sono in gran parte ragazzi. Nei primi mesi del 1944 la "Fortezza Europa" nazista si trova sempre più stretta nella tenaglia nemica. Con il crollo del fascismo e lo sbarco alleato in Sicilia, gli anglo-americani avanzano da sud, risalendo la Penisola italiana, mentre dopo aver respinto l'Asse a Stalingrado, i sovietici hanno iniziato la loro marcia da est. In Europa, anche grazie all'ingresso nel conflitto degli Stati Uniti, le forze armate tedesche stanno dunque per cedere ovunque. Si decide allora, alla fine della primave-ra del 1944, di assestare il colpo definitivo attaccando anche da ovest. Nella conferenza di Teheran, in Iran, tra novembre e dicembre del 1943, Stalin, Roosevelt e Churchill hanno già concordato questa offensiva, da sferrarsi sulle coste settentrionali della Francia. L'obiettivo è appunto aprire un nuovo fronte nell'Europa occidentale, penetrare nel continente e dare il colpo di grazia alla fortezza nazista. 6 giugno 1944. l'obiettivo è sbarcare in Normandia, sulla costa settentrionale francese, è solo l'inizio dell'operazione Overlord, diretta da Montgomery. che ha già sconfitto in Nordafrica il generale tedesco Rommel, ora tra gli incaricati alla difesa della costa settentrionale francese. Dopo il reimbarco in Gran Bretagna dei soldati francesi e inglesi che erano rimasti accerchiati dai nazisti a Dunkerque nel 1940, se lo sbarco del 1942 in Francia era stato respinto agilmente dai tedeschi. questa volta la pianificazione dell'operazione è stata meticolosa: un massiccio sostegno di bombe dal cielo e dal mare, che definisce Lo sbarco in Normandia come un’operazione anfibia, il 6 giugno 1944 resterà scolpito nella storia del conflitto come il suo "giorno più lungo" secondo una definizione dello stesso Rommel, quello destinato a decidere l'esito della seconda guerra mondiale, se non altro a ovest. Le spiagge della Normandia interessate dallo sbarco e che rimarranno celebri sono denominate dagli Alleati Utah, Omaha, Gold, Juno e Sword, le prime due destinate all'attacco statunitense, le ultime tre a quello anglo-canadese. È da questi lembi di terra che inizia l'imponente avanzata alleata sul continente europeo. vediamo cosa accade prima dello sbarco e quali sono le condizioni che, accanto al massiccio dispiegamento di uomini e mezzi, ne assicurano il successo. Fin dall'anno precedente, con l'obiettivo di demoralizzare le truppe tedesche e rendere l'occupazione sempre più dispendiosa, gli Alleati avevano bombardato la Francia e poi invitato la Resistenza locale al sabotaggio dei maggiori nodi ferroviari e viari del paese. Alla vigilia del D-Day, il nome in codice usato per indicare lo scoccare del 6 giugno, I servizi segreti britannici (prima detti), i servizi segreti dei partigiani francesi guidati dal generale de Gaulle, avevano individuato moltissimi blocchi comunicativi (treni, strade ecc…). Alle 21.01 del 5 giugno, l'emittente radiofonica britannica, la Bbc, ha trasmesso circa duecento messaggi in codice per avvisare i partigiani francesi di passare all'azione, e iniziare a colpire le linee ferroviarie, le comunicazioni e rallentare i movimenti delle forze tedesche. I compiti sono rapidamente portati a termine. Lo stesso 6 giugno de Gaulle invita tutta la Francia alla rivolta per il patriottismo. (Magnifiche undici,foto testimonianze) Come abbiamo accennato, a combattere questa battaglia decisiva per sconfiggere il nazifascismo nella "Fortezza Europa" ci sono anche i resistenti locali, ma nonostante il supporto dall'interno. l'invasione alleata procede lentamente, dal momento che le truppe tedesche, non cedono facilmente. Concludendo comunque con una significativa avanzata degli Alleati. Le difese tedesche, anche se sono aiutate dal maltempo nel frattempo sopraggiunto, iniziano a cedere. con i tedeschi barricati a difendere le spiagge della Normandia dovrebbe esserci un insuperabile Vallo Atlantico un muro che, dal 1942, avrebbe dovuto essere eretto lungo le coste dell'Europa nord-occidentale, composto da diverse strutture in funzione antiuomo e anticarro che intrecciano il metallo e il filo spinato, per ostacolare ogni tentativo alleato di espugnare la "Fortezza". Si trattava di un progetto mastodontico che avrebbe reso l'Europa nazista impenetrabile, se solo ci fosse stato cemento, metallo e tempo a suffi- cienza. Ma è fallito. Il mito del Vallo Atlantico è stato cavalcato dalla propaganda nazista.