Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Segatori capitolo quarto, Sintesi del corso di Sociologia Politica

quarto capitolo sociologia dei fenomeni politici Segatori

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/04/2020

margheriitarossi3
margheriitarossi3 🇮🇹

4.3

(9)

8 documenti

1 / 22

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
4. L’INTERMEDIAZIONE TRA LA SOCIETA’ E LA POLITICA
I gruppi di pressione
In genere, il rapporto tra l'individuo e il sistema politico-sociale è mediato da canali, forme associative e
modalità di espressione che variano nel tempo, nello spazio e per tipologia. Ciò dipende da esigenze
funzionali: le principali funzioni che intercorrono tra la società e la politica sono:
Quelle dell’articolazione degli interessi; designa il processo attraverso cui gli individui e i gruppi
formulano domande alle strutture decisionali politiche. È svolta da: singoli cittadini, gruppi di
pressione, movimenti sociali.
Quelle dell’aggregazione degli interessi; designa la funzione di conversione delle domande in
scelte politiche alternative. È svolta da: partiti, leader politici, burocrazia pubblica.
Gruppi di pressione: insiemi di persone, unite da interessi di vario tipo (economici, sociali, professionali,
culturali, etnici, ecc.) che si mobilitano volontariamente per difendere e perseguire questi interessi, e che
svolgono diverse attività strumentali allo scopo di condizionare e influenzare la società in generale e
soprattutto per influire sui processi decisionali della sfera politica, che comprende i partiti e lo Stato
inteso come potere legislativo, esecutivo e burocratico.
Tre caratteristiche dei gdp presenti nella definizione:
1. Il primo stadio, che si concentra sull’insieme di persone legate da comuni interessi,
corrisponde al gruppo di interesse.
2. il secondo, che pone l’accento sul processo di mobilitazione per la difesa e il perseguimento
di quegli interessi, viene più propriamente definito gruppo di pressione.
3. il terzo, che implica il ricorso a diverse attività strumentali per condizionare e influenzare,
si dice lobby.
La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che generalmente tutti i gruppi di pressione siano gruppi
di interesse, ma che non tutti i gruppi di interesse diventino gruppi di pressione. Fino a quando il gruppo
opera nell’ambito (sociale, economico, culturale) del non politico, esso resta gruppo di interesse e va
classificato come tale. Se e quando entra in politica, e finché vi rimane, diviene gruppo di pressione.
La parola lobby ha origine dal nome del luogo nel quale si esercita l’azione di persuasione di coloro che
agiscono per conto dei gruppi di pressione, come le hall degli alberghi, le anticamere e i corridoi
parlamentari. Infatti il lobbista è considerato un tipico “manovratore” da anticamera e da corridoio.
Teorie del pluralismo politico
La condizione fondamentale delle teorie del pluralismo politico è la compresenza di differenti gruppi di
pressione. Nella tradizione del pensiero filosofico e politologico, la presenza e il ruolo dei gruppi vengono
generalmente collocati in tre famiglie di pluralismo: cristiano-sociale, liberal-democratico e socialista. In
chiave storica, tali filoni tengono uniti fenomeni di lunga durata, preceduti dalle esperienze pluralistiche del
mondo classico e accompagnati in età contemporanea dalle vicende del cosiddetto neocorporativismo.
Epoca romana: esistevano già le corporazioni, cioè unioni di individui che facevano lo stesso mestiere o
professione e che erano tutelate da appositi statuti. Le corporazioni, spesso col nome di gilde, continuarono
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16

Anteprima parziale del testo

Scarica Segatori capitolo quarto e più Sintesi del corso in PDF di Sociologia Politica solo su Docsity!

4. L’INTERMEDIAZIONE TRA LA SOCIETA’ E LA POLITICA

I gruppi di pressione In genere, il rapporto tra l'individuo e il sistema politico-sociale è mediato da canali, forme associative e modalità di espressione che variano nel tempo, nello spazio e per tipologia. Ciò dipende da esigenze funzionali: le principali funzioni che intercorrono tra la società e la politica sono:  Quelle dell’articolazione degli interessi ; designa il processo attraverso cui gli individui e i gruppi formulano domande alle strutture decisionali politiche. È svolta da: singoli cittadini, gruppi di pressione, movimenti sociali.  Quelle dell’aggregazione degli interessi ; designa la funzione di conversione delle domande in scelte politiche alternative. È svolta da: partiti, leader politici, burocrazia pubblica. Gruppi di pressione : insiemi di persone, unite da interessi di vario tipo (economici, sociali, professionali, culturali, etnici, ecc.) che si mobilitano volontariamente per difendere e perseguire questi interessi, e che svolgono diverse attività strumentali allo scopo di condizionare e influenzare la società in generale e soprattutto per influire sui processi decisionali della sfera politica, che comprende i partiti e lo Stato inteso come potere legislativo, esecutivo e burocratico. Tre caratteristiche dei gdp presenti nella definizione:

  1. Il primo stadio, che si concentra sull’insieme di persone legate da comuni interessi, corrisponde al gruppo di interesse.
  2. il secondo, che pone l’accento sul processo di mobilitazione per la difesa e il perseguimento di quegli interessi, viene più propriamente definito gruppo di pressione.
  3. il terzo, che implica il ricorso a diverse attività strumentali per condizionare e influenzare, si dice lobby. La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che generalmente tutti i gruppi di pressione siano gruppi di interesse, ma che non tutti i gruppi di interesse diventino gruppi di pressione. Fino a quando il gruppo opera nell’ambito (sociale, economico, culturale) del non politico, esso resta gruppo di interesse e va classificato come tale. Se e quando entra in politica, e finché vi rimane, diviene gruppo di pressione. La parola lobby ha origine dal nome del luogo nel quale si esercita l’azione di persuasione di coloro che agiscono per conto dei gruppi di pressione, come le hall degli alberghi, le anticamere e i corridoi parlamentari. Infatti il lobbista è considerato un tipico “manovratore” da anticamera e da corridoio. Teorie del pluralismo politico La condizione fondamentale delle teorie del pluralismo politico è la compresenza di differenti gruppi di pressione. Nella tradizione del pensiero filosofico e politologico, la presenza e il ruolo dei gruppi vengono generalmente collocati in tre famiglie di pluralismo : cristiano-sociale , liberal-democratico e socialista. In chiave storica, tali filoni tengono uniti fenomeni di lunga durata, preceduti dalle esperienze pluralistiche del mondo classico e accompagnati in età contemporanea dalle vicende del cosiddetto neocorporativismo. Epoca romana: esistevano già le corporazioni, cioè unioni di individui che facevano lo stesso mestiere o professione e che erano tutelate da appositi statuti. Le corporazioni, spesso col nome di gilde, continuarono

a esistere nel Medioevo ed oltre: erano caratterizzate dal fatto di essere associazioni che si occupavano di tutti gli aspetti della vita degli associati. Età moderna: due eventi consentono di riconsiderare radicalmente il rapporto tra i gruppi di interesse e lo Stato: la seconda rivoluzione inglese alla fine del Seicento e la Rivoluzione francese alla fine del Settecento. Tali eventi sono importanti in quanto la prima rivoluzione introdusse il principio di libertà anche nei confronti del potere statale , e la seconda il principio di uguaglianza dei cittadini. A partire dai suddetti dati storici si possono approfondire le tre diverse tradizioni teoriche sul pluralismo:  Pluralismo cristiano-sociale : l’uomo è una creatura di Dio ed egli si sviluppa nelle comunità naturali come la famiglia, la parrocchia, il villaggio. Tale assunto porta con sé due importanti conseguenze: la prima è che l’essenza divina e naturale dell’individuo e delle sue comunità attribuisce un carattere organicista ai cosiddetti corpi intermedi. La seconda è che la pretesa dello Stato moderno di avere la sovranità assoluta sugli individui che fanno parte di esso vada respinta o quantomeno accolta sempre con riserva.  Pluralismo socialista : tale filone, prevalentemente teorico ma con qualche tentativo di applicazione pratica, si sviluppa prima della traduzione totalitaria del marxismo fatta dall’URSS e dai paesi del socialismo reale. Francia, Inghilterra e Jugoslavia sono i principali paesi della sua elaborazione. In Francia, le idee pluralistiche di tipo socialistico nascono dall’unione tra positivismo e socialismo. Saint-Simon, Fourier, Durkheim ribadiscono l’importanza delle associazioni professionali per superare l’individualismo delle teorie liberiste e le pretese astratte dello Stato. Ma è soprattutto Proudhon che conferisce una veste politica non statale a questo tipo di pluralismo: secondo lui la vera emancipazione umana si può realizzare solo nei gruppi sociali, federati tra loro, nell’ambito dei quali l’uomo può manifestare ogni suo bisogno. In Inghilterra, in un contesto contraddistinto dallo sviluppo industriale e dalla vita delle fabbriche, Cole teorizza il socialismo delle gilde , nel quale prova a mettere insieme la lezione marxiana con la pratica del sindacalismo all’interno di uno Stato pluralistico. Secondo Cole, il metodo democratico va esercitato soprattutto nelle gilde, autonome organizzazioni di produttori e consumatori, professionisti e utenti. Ed interagendo tra loro, tali organizzazioni danno vita al tessuto di una società che sia contemporaneamente socialista e democratica. A quest’aria della sinistra britannica, anche se con caratteri diversi, si può associare anche il pensiero di Laski, che contrappone al monismo della sovranità statale una sovranità multicentrica, negoziata e federale, in quanto gli individui sono iscritti a una pluralità di appartenenze, non riconducibili ad una sola. Egli afferma che la sovranità dello Stato viene a mancare laddove il popolo ha delle riserve sul dovere di ubbidire ad esso. E ciò succede in quanto le varie comunità cui appartengono le persone sono delle vere e proprie unità morali e identitarie. Nell’ultima fase del regime del Maresciallo Tito, nell’ex Jugoslavia, il progetto più rilevante di questo filone socialista si deve al politico e intellettuale sloveno Kardelj. Egli, in stretto contatto con Tito, in particolare all’inizio degli anni Settanta del Novecento, contribuì ad elaborare la cosiddetta “ via jugoslava al socialismo ”. Così, nel 1974, fu incaricato di redigere la nuova Costituzione del 1974. In quest’ultima Kardelj immise i tre principi fondamentali della sua teoria: la proprietà sociale (né statale , né privata), l’autogestione di fabbriche e fattorie , il federalismo dei partiti e delle regioni. Tale modello entrò in crisi soprattutto per problemi di compatibilità economica e per la riemersione delle celebri rivendicazioni indipendentiste da parte delle varie etnie jugoslave.

USA: la diffusione dei gruppi di interesse diviene un fenomeno sempre più accettato, soprattutto sotto il presidente Roosvelt, che considera l’uguaglianza dei gruppi importante tanto quanto l’uguaglianza dei cittadini. Un contributi significativo alla Group Theory lo dà Truman nel 1951, quando esce il suo saggio The Government Process , dove riprende ed amplia alcune tematiche di Bentley. Egli infatti si concentra su:  Le caratteristiche dei gruppi di pressione.  Il rapporto tra l’azione di tali gruppi e la democrazia.  L’importanza dell’opinione pubblica. Riguardo la natura dei gruppi, Truman si dimostra molto attento agli sviluppi della psicologia sociale, integrandola con componenti psicologiche e culturali. Un gruppo è tale in quanto i suoi membri interagiscono significativamente tra di loro, assumendo atteggiamenti condivisi. Inoltre, la vita delle associazioni è fortemente caratterizzata da uno “stampo democratico”, grazie al quale esse riproducono al loro interno le pratiche delle istituzioni democratiche come le regole della rappresentanza (elezioni periodiche, voto a maggioranza, ecc.). Secondo lui, tale aspetto è la migliore garanzia della compatibilità dei gruppi con il sistema democratico , aspetto al quale si aggiunge un fondamentale elemento che Truman chiama “ sovrapposizione di iscrizioni a più associazioni ”. La parte finale della riflessione trumaniana è dedicata all’efficacia dell’azione dei gruppi di pressione. Considerate le dinamiche lobbistiche che contraddistinguono sempre più la società statunitense del suo tempo, Truman evidenzia la necessità che le associazioni investano nel campo della comunicazione, che è un processo di educazione e di propaganda. Diventa così possibile, a suo parere, conquistare quell’opinione pubblica specifica che può rivelarsi la migliore sponda degli interessi di un gruppo. L’incontro problematico tra l’attività delle lobby e il potere delle istituzioni rappresentative (i parlamenti e i governi eletti dal popolo ogni tot anni) è destinato ad essere una sfida permanente sia per gli studiosi di scienze politiche sia per gli attori politici. Delle lobby si teme la capacità di far prevalere interessi particolari rispetto a quelli generali ; delle istituzioni rappresentative si lamenta il loro collegamento spesso troppo generico con i bisogni della popolazione. Lo studioso che affronta in maniera più chiara la questione e chiude il cerchio della Group Theory è il politologo americano Dahl. Dahl : secondo lui la democrazia di cui parlano i filosofi è un principio astratto ed irreale e, ciò che esiste, è invece un insieme di prassi di alcuni paesi che solitamente vengono considerati democratici. Osservando tali prassi, si può essere d’accordo sul fatto che un regime debba essere considerato tanto più democratico quanto più risulti inclusivo (analizzando il grado di partecipazione popolare ammessa) e quanto più sia aperto alla critica (analizzando il grado di dissenso pubblico consentito). A suo parere le condizioni dovrebbero essere:  Elezione dei rappresentanti.  Elezioni libere e regolari.  Suffragio universale.  Diritto di presentarsi alle elezioni (elettorato passivo).  Libertà di espressione.  Libertà di associazione. Però questi requisiti non sono sufficienti a superare i limiti di efficacia e di produttività della maggioranza istituzionale. Il problema è che essa si regge sulla maggioranza numerica degli elettori, ma non tiene conto

dell’intensità dei bisogni e degli interessi che possono essere manifestati dalle minoranze. Quindi le suddette condizioni dovrebbero essere integrate da altri requisiti:  Il controllo pubblico dell’agenda politica.  La consapevolezza informata dei passaggi formativi della deliberazione politica.  L’inclusione nei processi deliberativi. E tali regole dovrebbero corrispondere ad un intento sostanziale, di tipo etico , dei cittadini. Dato che tali attività dovrebbero svolgersi prima delle elezioni, nel periodo tra un’elezione e l’altra e dopo le elezioni, ecco che viene ad essere pienamente legittimato il ruolo dei gruppi di pressione. Inoltre Dahl ritiene che sociologicamente tale prassi debba essere propriamente chiamata poliarchia , ossia presenza contemporanea di più centri di potere in azione , piuttosto che democrazia. Ovviamente, l’associabilità della poliarchia all’idea di democrazia rimane strettamente legata a tutte le suddette condizioni del pluralismo sociale e politico. Tipologie di gruppi di interesse si possono avere sia in riferimento al livello di strutturazione, sia in riferimento all’oggetto. Livello di strutturazione: una tipologia classica è quella di Almond e Powell, i quali distinguono tra:  Gruppi di interesse anomici : caratterizzati da un’organizzazione minima e da un’attività non costante, anche se l’attribuzione di anomia dipende spesso dall’uso di mezzi non convenzionali e a volte violenti.  Gruppi di interesse non associativi : si basano su criteri naturali (parentela, etnia, regionalità) o di classe/ceto. Essi funzionano come società semplici e hanno al centro capifamiglia, capi religiosi e simili.  Gruppi di interesse istituzionale : hanno carattere formale e si tratta di gruppi specializzati, formati da burocrati o ufficiali, ordini religiosi, collocati nell’ambito di organizzazioni come i partiti politici, le assemblee legislative, la burocrazia, l’esercito e le confessioni religiose.  Gruppi di interesse associativi : hanno una struttura stabile, un personale professionale a tempo pieno e precise regole di funzionamento al loro interno. Eseguono compiti di rappresentanza degli interessi di categorie e gruppi specifici. Possono essere i sindacati dei lavoratori, le associazioni di industriali e commercianti, le organizzazioni con denominazioni religiose o etniche, alcuni tipi di gruppi civici. Essi hanno diversi vantaggi, come la loro forza organizzativa, ma anche il riconoscimento della loro rappresentatività, cioè hanno la legittimazione dell’autorità pubblica. Oggetto: a seconda dell’oggetto delle loro attività, i gruppi di pressione si possono distinguere per:  La natura particolaristica e privata degli interessi tutelati: vi appartengono tutte quelle lobby che difendono gli interessi di specifiche categorie di produttori e/o venditori (petrolieri, fabbricanti di armi, multinazionali del tabacco, produttori di alcool, ecc.).  La natura generale e pubblica degli interessi tutelati: ne fanno parte quei gruppi che si fanno portatori di interessi riconducibili non ad una sola categoria di cittadini e utenti, ma all’intera popolazione (ambientalisti, pacifisti, associazioni di consumatori attivi contro le contraffazioni, associazioni di tutela delle minoranze etniche, culturali, sessuali, ecc.).

 Una solida ipotesi interpretativa sulla correlazione tra la forza/debolezza di uno dei due attori collettivi e la forza/debolezza dell’altro. Dato che i gruppi di interesse possono intervenire su partiti ad almeno quattro livelli (elettorale, interno all’organizzazione, sulle dichiarazioni programmatiche, nel momento decisionale), alcuni autori hanno individuato tra le due organizzazioni quattro tipi di relazioni:

  1. Neutralità : si ha quando un gruppo di pressione non si schiera con nessun partito, pur essendo quest’ultimo ancora il protagonista della scena politica. Essa si preferisce quando si pongono in essere due condizioni: se gli interessi da tutelare sono particolari e tendenzialmente trasversali, e se il sistema politico funziona con l’alternanza al governo di differenti partiti (sistemi bipartitici e simili).
  2. Egemonizzazione : avviene quando un gruppo è in posizione dominante su un partito; questa è la situazione in cui, in modo solo formalmente indiretto, un gruppo di pressione ha accesso alle pubbliche decisioni.
  3. Simbiosi : si verifica quando il partito e uno o più gruppi, senza che vengano meno le proprie specificità, instaurano rapporti di mutuo sostegno, essendo consapevoli di far parte della medesima famiglia politica e ideologica. La simbiosi è tipica delle relazioni tra un partito e un sindacato: generalmente è il partito a dettare la linea, ma in alcuni momenti può accadere che sia il sindacato a sollecitare bruscamente il partito.
  4. Occupazione : è la situazione opposta a quella dell’egemonizzazione, si ha quando c’è l’occupazione di un gruppo da parte di un partito. Ciò avviene soprattutto quando l’associazione o il gruppo di interesse ha luogo dallo stesso partito o comunque si trova in posizione subordinata ad esso. In tali casi il partito, specialmente se è al governo, controlla strettamente il gruppo, ne nomina i dirigenti e ne determina le scelte. Italia: nel secondo dopoguerra si manifestano rapporti simbiotici , se non di “parentela” e di occupazione , nelle due principali famiglie ideologiche: quella cattolica e quella comunista. Nella prima, intorno al centro costituito da dalla Chiesa di Roma e dalla Dc, ruotano associazioni religiose (Ac), educative, di lavoratori, sindacali (Cisl), di produttori agricoli (Coldiretti), del tempo libero e dello sport, reti di cooperative ed altre associazioni imparentate di dirigenti, lavoratori autonomi, commercianti, ecc. Il cuore della famiglia “rossa” invece è occupato esclusivamente dal Pci (e, in parte, dal Psi prima dell’avvento di Craxi). Strettamente legati al Pci vi sono la Cgil, un’associazione di genere (Udi), associazioni sportive e del tempo libero (Arci) e numerose organizzazioni parallele a quelle “bianche” nei diversi settori di attività. La diffusione di autonomi gruppi di interesse sembra essere inversamente proporzionale alla centralità e alla forza dei partiti nei sistemi politici. Usa: il ruolo dei gruppi è da sempre molto importante, mentre le strutture di partito acquistano importanza solo al momento delle primarie e del voto. Europa continentale: l’organizzazione di massa dei partiti politici, anche laddove ha dato il via ad altre associazioni, ha sempre assegnato ad esse un carattere di subordinazione, riducendone quindi l’autonomia. Rapporti diretti tra gruppi di pressione e pubblica amministrazione Nella tradizione statunitense ed anglosassone tendono ad essere frequenti sia gli accordi sempre mutevoli e contingenti di svariate associazioni con la burocrazia pubblica, sia i cosiddetti “ triangoli di ferro ”, cioè la partecipazione congiunta a decisioni riguardanti specifiche politiche pubbliche di gruppi di interesse,

agenzie burocratico-amministrative e commissioni parlamentari, mentre in alcuni Stati europei si è sviluppato in alcune fasi il modello del neocorporativismo. I triangoli di ferro rispecchiano meglio la teoria pluralista: essi possono essere svariati e coinvolgere tanti gruppi per quante sono le aree di intervento della pubblica amministrazione. Invece, il neocorporativismo, prevede il solo coinvolgi mento di associazioni particolarmente significative per rappresentanza, numero di iscritti e posizione occupata nel ciclo nazionale di produzione della ricchezza. Durante il Novecento l’idea del corporativismo è stata usata dai regimi autoritari di destra, come il fascismo italiano. Le corporazioni del programma fascista furono pensate come riproposizione del modello medievale, in cui le persone erano in rapporto con lo Stato come membri di una categoria sociale e professionale. In tale concezione, il compito statale era quello di realizzare una sintesi degli interessi delle corporazioni, mentre queste ultime dovevano portare i propri membri all’unità organica nello (e con lo) Stato. Invece il neocorporativismo delle società democratiche consiste nella realizzazione di accordi programmatici da parte degli esecutivi politici nazionali, dei sindacati dei lavoratori e delle associazioni imprenditoriali. Esso si è sviluppato prima nei paesi scandinavi, poi si è allargato in paesi come Austria, Svizzera, Belgio, Olanda, ed ha avuto un periodo di successo anche in Italia, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento. I suoi effetti vengono considerati in maniera ambivalente: in positivo, c’è da affermare che esso porta più agevolmente alla riduzione della conflittualità sul lavoro, al controllo dell’inflazione, alla salvaguardia dell’occupazione; in negativo, è stato visto che esso finisce col privilegiare i gruppi più forti a discapito di quelli più deboli. In ogni caso, il neocorporativismo non è di semplice adozione, in quanto l’aumento della frammentazione delle forze politiche e dei gruppi di interesse, l’antagonismo delle varie posizioni, le riserve di fondo sulla sua democraticità, fanno in modo che esso possa essere messo in atto solo in situazioni straordinarie. Oggi i gruppi di pressione sembrano avere crescente importanza nei processi decisionali pubblici, accomunando, specialmente nell’ultimo decennio del XX secolo, America ed Europa. I motivi di tale avvicinamento possono essere tre:

  1. La crisi dei partiti di massa europei e la loro trasformazione in partiti burocratico-professionali.
  2. Il deficit fiscale dello Stato e la necessità di sostituire il modello del government con quello della governance.
  3. La ridefinizione degli assetti istituzionali e lo snellimento degli apparati pubblici. Rispetto ad USA e Unione Europea , i gruppi di interesse sono stati al centro di due processi tra loro correlati: la grande espansione del loro numero e del loro ruolo, l’accresciuta sofisticatezza delle tecniche lobbistiche usate e lo sviluppo e il continuo aggiornamento delle normative di controllo sul loro operato, per impedire la diffusione di clientelismo e corruzione. Al centro di tali normative assumono importanza tre condizioni:
  4. La registrazione pubblica delle lobby e dei lobbisti.
  5. La trasparenza dei loro contatti e dei loro contributi nei confronti di politici e funzionari.
  6. Gli organismi e le modalità di controllo della regolarità delle suddette condizioni. I movimenti sociali Spesso vi sono situazioni storiche in cui determinati bisogni sociali, interessi economici e politici, istanze collettive di riconoscimento identitario non trovano adeguata espressione né sufficiente rappresentanza nei gruppi di pressione (la cui azione è generalmente circoscritta) e neanche nei partiti politici. In presenza di

tutte le sue forme, per un uso più libero del corpo e della sessualità, iniziative per la riappropriazione delle città con particolare attenzione a alloggi e servizi. Nei decenni successivi nascono da questo clima i single issue movements (movimenti monotematici) che si attivano per la tutela dell’ambiente, la pace, la solidarietà internazionale. Sono tipi di mobilitazioni dettate da una “ convinzione ”.

  1. L’ultimo scenario è quello della dimensione della globalità e ha origine dai processi di globalizzazione. In contrapposizione al globalismo, sostenuto dalle multinazionali e garantito da organismi internazionali come il Fmi e il G8, nasce nel 1999 a Seattle il movimento no (o new) global; esso è più propriamente un movimento di movimenti, i quali, pur essendo spinti da tematiche precise (ecologia, solidarietà internazionale, antimilitarismo, ecc.), si ritrovano nella parola d’ordine “un altro mondo è possibile”. Teorie sui movimenti sociali Nell’Ottocento è soprattutto in Europa che vengono sviluppate le più importanti teorie sui movimenti sociali.  Da un lato troviamo il pensiero di grandi maestri come Marx, Durkheim e Weber. Offre più spazio alle dinamiche oggettive e all’intenzionalità razionale dei protagonisti delle mobilitazioni  Dall’altro vi è l’apporto di pionieri della psicologia collettiva come Le Bon e Tarde. Qui le stesse mobilitazioni vengono viste come fenomeni di gruppo irrazionali. Marx : le contraddizioni stanno nei rapporti di produzione basati sullo sfruttamento di una classe da parte di un’altra (classi che per lui corrispondono a borghesia e proletariato); e il passaggio del proletariato da una condizione di classe in sé ad una condizione di classe per sé (in cui compare la coscienza di classe) è fondamentale per risvolti rivoluzionari. Weber : è l’elemento culturale (spesso religioso) che spiega l’origine delle più importanti trasformazioni socio-economiche, come l’avvento del capitalismo. Durkheim : affronta il problema dell’integrazione sociale in un’epoca contraddistinta dal passaggio da forme di produzione preindustriali a forme di produzione industriali. A parer suo, l’equilibrio sociale si può trovare nella solidarietà organica (cioè la complementarietà dei mestieri nella divisione del lavoro e l’importanza delle associazioni professionali e di categoria) che deve sostituire la solidarietà meccanica dell’identità dei ruoli. Però egli conclude che, in entrambi i casi, è nelle situazioni di “effervescenza collettiva” che gli individui costruiscono e ricostruiscono la società. Più immediato è invece il contributo offerto dalla psicologia collettiva. Le Bon : considera le mobilitazioni di piazza del proletariato e del sottoproletariato una regressione intellettuale degli individui, una prevalenza dell’irrazionalità ed una propensione per la violenza. Nel Novecento il discorso diviene molto più articolato, in quanto entrano in scena anche i sociologi statunitensi. Vengono elaborati diversi tipi di modelli, che possono distinguersi tra quelli che si concentrano su un determinato aspetto del fenomeno (come ad esempio la mobilitazione collettiva) e quelli che si occupano di tutta la complessità del concetto di movimento. Il principale modello è quello formulato da Smelser nella sua opera Theory of Collective Behaviour (teoria del comportamento collettivo); secondo

l’autore l’azione sociale è formata da quattro componenti, disposte gerarchicamente dall’alto verso il basso :

  1. Valori.
  2. Norme (cioè le regole mediante le quali i valori orientano i comportamenti).
  3. Mobilitazione delle motivazioni (il convincimento degli attori sulla bontà delle norme).
  4. Risorse , cioè la disponibilità dei mezzi per raggiungere gli obiettivi dell’azione. Il problema sorge quando in una delle componenti viene a crearsi una tensione ( strain ), che può disturbare e modificare l’equilibrio precedentemente raggiunto. Ed è così, secondo Smelser, che scatta il comportamento collettivo, cioè “ una mobilitazione sulla base di una credenza che ridefinisce l’azione sociale ”. Dunque il “collective behaviour” scatterebbe in presenza di:  Una propensione strutturale. si riferisce all’esistenza di condizioni oggettive e di risorse che spingono ad agire  Una tensione.  Una credenza generalizzata, che si afferma e si diffonde. Si origina da un processo di auto caricamento e fa sperare nel rovesciamento della minaccia in una soluzione eccezionale.  Una mobilitazione.  Un determinato quadro di controllo sociale. Se lo strain si produce a livello di risorse , le credenze che possono ristabilire l’equilibrio possono essere di due tipi: isteriche , in cui si cerca sfogo nella distruttività, o di soddisfazione , in cui si trova la fine dell’incertezza in situazioni favorevoli alternative. La componente mobilitazione delle motivazioni è ristrutturata dalla credenza ostile. In tal caso si ritrova l’equilibrio mediante l’individuazione di un capro espiatorio o di un nemico da espellere o da aggredire violentemente. Le teorie successive tentano di superare i limiti del modello smelseriano. L’approccio della mobilitazione delle risorse infatti evidenzia il carattere strategico dei movimenti sociali. Secondo studiosi come Tilly e McCarthy, affinchè si sviluppi un’azione collettiva è necessario po ssedere risorse materiali e relazionali e, soprattutto che si verifichino condizioni che permettano l’impiego e la distribuzione di tali risorse per realizzare gli scopi del movimento. Tale impostazione privilegia soprattutto la ricorrenza di tre caratteristiche:
  5. Un calcolo razionale di costi/benefici.
  6. L’esistenza di reti solidali ben sviluppate.
  7. Il rientro “negoziale”, una volta ottenuti i risultati sperati, nell’ambito della “normalità istituzionale”. Un approccio simile a questo, che porta a considerare le interazioni sociali razionalmente, è quello del political process. Ma mentre la teoria della mobilitazione delle risorse si focalizza sui vantaggi ottenibili dalla gestione strategica delle proprie risorse, tale modello si riferisce al dato esterno della struttura delle opportunità politiche. L’analisi comparata fatta in diversi paesi ha mostrato come i movimenti di protesta siano più moderati nelle situazioni in cui:

Nella dinamica , però, l’autore chiarisce la propria interpretazione. Dopo aver ripreso da Freud le due classi di impulsi, eros e aggressività, Alberoni afferma che la loro dislocazione, fissazione e ambivalenza procede mediante tre principi:

  1. Lo scarico dei due impulsi dà piacere quando essi si rivolgono ad oggetti investiti dello stesso segno.
  2. La fissazione delle cariche avviene in base al principio di reciprocità.
  3. Maggiore è l’importanza dell’oggetto, minore è il grado di tolleranza. L’ultima teoria è quella che si appoggia, innovandolo, all’approccio struttural-marxista. L'attenzione di Touraine è rivolta al modo in cui vari tipi di relazioni sociali mantengono o modificano una società: Egli definisce la dinamica dei movimenti attraverso tre principi che richiamano il rapporto tra l'individuo e la società: l'identità, l'opposizione e la totalità. Il principio di identità corrisponde alla definizione che l'individuo da di sé stesso. Quando esplode il conflitto, scatta il principio di opposizione che permette di rafforzare la percezione del sé. Il principio di totalità è il sistema d'azione storica di cui gli avversari si disputano il dominio. L'orientamento di Touraine, espresso con un eccesso di astrazione, è ripreso in modo più chiaro da Alberto Melucci. Secondo lui bisogna rifarsi alla distinzione fatta da Alberoni tra fenomeni collettivi di aggregato e fenomeni collettivi di gruppo. I primi corrispondono alle “ condotte di crisi ”, che, non rientrano nella categoria dei movimenti; invece i secondi sono il presupposto dei movimenti sociali in quanto sono vere e proprie “ azioni collettive ”. Queste ultime possono manifestarsi a diversi livelli della struttura sociale (o sistemi di azione):  Il sistema dei rapporti di classe.  Il sistema politico.  L’organizzazione sociale. Tali livelli sono autonomi, anche se sono interdipendenti e disposti gerarchicamente. E dato che ad ogni sistema d’azione corrisponde un tipo di condotta, Melucci introduce le due condizioni che che definiscono l’azione collettiva come azione sociale e il movimento sociale. La prima corrisponde all’ “ insieme delle condotte conflittuali all’interno di un sistema sociale ”; il secondo emerge quando alla suddetta azione collettiva si aggiungono “ tutte le condotte conflittuali che infrangono le norme istituzionalizzate nei ruoli ”. Un movimento sociale quindi è tale quando all’unità interna corrisponde una mobilitazione esterna non compatibile ad uno o a tutti i tre livelli della struttura sociale (o sistemi di azione). La corrispondenza tra i livelli della struttura sociale, i tipi di azione collettiva e la presenza della condizione della forzatura sistemica porta alla classificazione di tre tipi di movimenti:
  4. Movimenti di classe
  5. Movimenti rivendicativi (delle loro combinazioni sono movimenti politici di classe).
  6. Movimenti rivendicativi e/o di classe. I movimenti di classe per oggetto hanno un contenuto simbolico crescente e una divisibilità decrescente. Successivamente Melucci recupera altre dimensioni di analisi. La sfida che emerge non è più solo rappresentata dalla rivendicazione per il controllo delle risorse, bensì dalla riconquista di spazi culturali autonomi. Per i nuovi movimenti sociali i bersagli diventano così il mercato e lo stesso Stato.

I soggetti e i nuclei ideologici I movimenti in genere si originano da “ minoranze attive ” che corrispondono a nuclei interni di “ vettori collettivi ”. Secondo Gallino, i vettori più efficaci e ricorrenti sono: classi sociali, élites politico-militari, gruppi etnici, nazionalisti e religiosi, generazioni. Il discorso sui soggetti comprende anche altre due questioni:  Se la spinta iniziale è dovuta ad individui attrezzati e consapevoli o ad individui sfruttati e emarginati.  La distinzione tra capi e seguaci. Si è scoperto che di solito un movimento ha origine da soggetti culturalmente e professionalmente preparati, che diventano le avanguardie della svolta. Per quanto riguarda la distinzione tra capi e seguaci, i leader dei movimenti, specialmente se molto carismatici, sono fondamentali, in quanto svolgono molte funzioni: elaborano le ideologie (dettando le linee guida), le strategie e inoltre si identificano essi stessi come simboli dei movimenti. Le modalità organizzative e decisionali: generalmente si possono individuare due tipi di figure, i leader e gli individui con ruoli strumentali (addetti alla comunicazione, al servizio d’ordine, alla realizzazione di slogan, ecc.), ed inoltre vi sono diverse forme di incontro (riunioni e assemblee). Dalla fine del XX secolo assumono poi importanza fondamentale come modalità di comunicazione e di collegamento i social network del web. E in parallelo con la ridefinizione del ruolo del capo come semplice portavoce, nei movimenti new global e nel click activism si adotta una modalità decisionale molto innovativa rispetto al passato. Nelle assemblee dei movimenti sessantottini (soprattutto quelli marxisti) ad esempio, vigeva la ferrea regola dell’unanimismo o comunque delle decisioni prese a maggioranza. Nei movimenti più recenti invece, purché non vi sia incompatibilità con la linea generale dell’intero collettivo, ogni gruppo può portare avanti i propri obiettivi e le proprie modalità d’azione a patto che se ne assuma la responsabilità e se ne faccia direttamente carico. Le forme di mobilitazione: l’efficacia dell’azione di un movimento si vede dai risultati che le sue mobilitazioni riescono a raggiungere. A questo scopo vengono adottate diverse tattiche che si possono ricondurre a tre logiche:

  1. La logica dei numeri : tiene conto del fatto che, nelle democrazie rappresentative, il numero conta. Una mobilitazione di massa può essere usata sia come risorsa in proiezione elettorale sia per la creazione di un “clima di opinione”. Le forme di protesta che si rifanno a questa logica sono le grandi manifestazioni di piazza, i cortei, la raccolta di firme per petizioni e referendum.
  2. La logica del danno : emerge maggiormente la radicalità del conflitto. Questa forma di protesta ha sempre un costo per chi la attua e, dipende dalle regole giuridiche: si può avere infatti lo sciopero come delitto (non solo non si viene pagati e si rischia di essere licenziati, ma si viene anche puniti penalmente), lo sciopero come libertà (cade la terza conseguenza, ma non le prime due) e lo sciopero come diritto (in cui rimane la prima conseguenza). Altro tipi di danno sono il boicottaggio, gli attentati e gli atti di violenza contro cose e persone, come quelli messi in atto ad esempio dalle BR o dai Black Block.
  3. La logica della testimonianza : consiste soprattutto nella pratica della non violenza (scioperi della fame, marce pacifiche, ecc.) e in varie forme di disobbedienza civile, come l’obiezione militare, quella fiscale, ecc.

situazioni in cui la presenza dei partiti e storicamente consolidata e la loro presa sul sistema è molto forte, le politiche pubbliche sono spesso elaborate all'interno dei partiti e da qui trasferite in ambito istituzionale.  Automantenimento : spesso per il perseguimento della missione partitica i dirigenti politici cercano risorse finanziarie e relazionali entro e oltre i confini della legalità. Questo aspetto genera due problemi: da un lato il proliferare di giudizi sui costi della politica, che alimentano il qualunquismo e l'anti-politica; dall'altro il ricorso a forme di concussione e corruzione da parte della classe dirigente. Bisogna inquadrare tre coordinate fondamentali per inquadrare l’argomento.

  1. Nonostante la parola partito derivi da parte (lat. pars) e sia stata usata sin dall’antichità per indicare la lotta per il potere delle diverse frazioni, cioè dei gruppi sociali (dai partiti di Silla e Mario ai guelfi e i ghibellini), oggi per partito si intende piuttosto un’organizzazione complessa nell’ambito di un sistema in cui si sono affermate la laicizzazione della politica, l’inclusività dei cittadini, il principio di rappresentanza e il pluralismo politico.
  2. Duverger, classificando i partiti in base alla loro origine, ha operato una distinzione tra partiti di origine interna al sistema politico ( origine elettorale o parlamentare) e partiti di origine esterna (costituitisi sull’onda di fenomeni sociali).
  3. Il combinarsi di fattori sociali e di dinamiche istituzionali porta ad una continua trasformazione dei partiti politici, quindi non bisogna fissare l’idea di partito in un unico modello, come ha fatto anche Duverger, il quale ha erroneamente considerato il partito di massa come la declinazione ottimale e definitiva della forma partito. La teoria di Rokkan Le radici delle divisioni politiche che tra l’altro prefigurano l’avvento dei partiti di massa sono messe bene in evidenza da Rokkan , per il quale i due processi paralleli di costruzione dello Stato nazionale e della rivoluzione industriale sono ognuno segnati da due fratture (cleavages). Nel primo caso abbiamo una frattura centro/periferia (che porta alla nascita dei partiti regionalisti) e una frattura Stato/Chiesa (dalla quale scaturiscono i partiti liberali e i partiti confessionali). Nel secondo caso abbiamo una frattura città/campagna (che porta alla nascita dei partiti dei contadini) e una frattura capitale/lavoro (dalla quale nascono da un lato i partiti conservatori e di destra e dall’altro i partiti socialisti e di sinistra). Analizziamo ora i vari tipi di partito in base ai loro aspetti più importanti:  Origine  Finalità  Organizzazione Il partito dei notabili , individuato da Ostrogorski, nasce storicamente in Europa nel periodo in cui furono concesse le prime costituzioni e nel contesto dei parlamenti eletti a suffragio ristretto su base di censo. Esso è un partito di rappresentanza individuale avente come scopo la difesa degli interessi dei proprietari terrieri e della borghesia ed è una forma di associazione senza una struttura burocratica stabile. E’ coordinato da notabili eletti in parlamento e, solo nel periodo elettorale, da comitati di benestanti locali. L’introduzione

del suffragio universale fa poi in modo che nasca il partito di massa. Esso nasce tra gli ultimi decenni del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, quando il movimento operaio entra in parlamento con i primi partiti socialisti. Duverger mette in evidenza questo aspetto parlando di partiti di origine esterna al parlamento. Per quanto riguarda le sue caratteristiche, è un partito di integrazione di sociale, contraddistinto da una forte ideologia e da una robusta organizzazione burocratica, basata sul funzionariato professionale e diffusa capillarmente in tutto il territorio. In esso vige un assetto gerarchico e il suo finanziamento è assicurato dalle quote di tesseramento, da feste e da iniziative collaterali. E dopo la seconda guerra mondiale, i partiti di massa giungono ad un tale sviluppo che Duverger ritiene che essi rappresentassero ormai la forma matura di partito politico. Ma per effetto delle politiche riformiste ed a causa del venir meno del conflitto di classe, si attenuano le conseguenze delle fratture teorizzate da Rokkan. Ed è così che Kirchheimer teorizza il diffondersi del partito pigliatutti (catch-all party). Il principale obiettivo di questo partito è massimizzare i consensi nel c.d. “mercato elettorale”, assumendo la logica di un’impresa che punta ad ampliare a trecentosessanta gradi il target dei propri acquirenti. In esso vengono messi da parte i proclami ideologici che vengono sostituiti da parole d’ordine generiche ed inoltre si evita di fare riferimenti ai bisogni di una specifica classe sociale, per “ammiccare” a tutti gli elettori. Dal punto di vista organizzativo esso si caratterizza per un’organizzazione leggera, in cui i leader si appoggiano ad esperti di comunicazione politica, sondaggisti e media planners. Il finanziamento, infine, deriva dalla sponsorizzazione di gruppi di interesse e da risorse pubbliche. L’avvento del partito pigliatutti rappresenta una rottura rispetto al passato, venendo meno il ruolo del partito come casa madre in cui riconoscere un’identità e un’appartenenza. E così esso progressivamente si trasforma in partito elettorale professionale , cioè in una sorta di “impresa politica” che funge soprattutto da organizzatore di campagne elettorali. Esso si impone in primis in paesi in cui la liberal-democrazia si instaura precocemente, come Usa e Gran Bretagna. Il partito cartello e il partito personale sono due varianti del partito elettorale professionale. Il cartel party o partito cartellizzato, è stato definito così da Katz e Mair in riferimento ai problemi di finanziamento derivanti dalle trasformazioni organizzative dei partiti. La progressiva diminuzione dei tesseramenti di massa e delle sponsorizzazioni legali fa in modo che i partiti presenti in parlamento diano vita a forme collusive, che corrispondono a veri e propri cartelli tra imprese , per ottenere finanziamenti tramite risorse pubbliche. Il partito personale enfatizza il ruolo del capo, il quale è un leader carismatico che trasforma radicalmente e in maniera personalistica il partito (come nel caso di Tony Blair con il Partito Laburista, Casini con l’UDC e Fini con FLI) oppure addirittura lo “crea ” (come ha fatto Berlusconi con Forza Italia prima e col PDL poi, Bossi con la Lega Nord e Di Pietro con l’IDV). A proposito dei partiti di Berlusconi si è parlato di partiti azienda. Il declino dei vecchi partiti di massa e l’insediamento nello Stato dei partiti professionali elettorali ha offerto spazio ai cosiddetti movement parties. Essi sono nuclei di partiti che nascono da movimenti e che spesso sono caratterizzati dalla parzialità degli interessi rappresentati. Tra di essi possiamo trovare: partiti monotematici (come i partiti dei pensionati, dei consumatori, degli automobilisti, delle donne, ecc.); partiti della sinistra libertaria ed ecologista; partiti post-industriali di estrema destra (come i movimenti xenofobi e populisti); partiti basati sull’etnicità. Tipologie di voto Una prima distinzione tra le tipologie di voto va fatta tra voto utile o strategico e voto espressivo. Specialmente nei maggioritari, spesso un elettore deve decidere se il suo voto debba “contare” in senso stretto o se debba avere soprattutto un significato di testimonianza simbolica. Altra diversificazione, più accreditata, è quella fatta da Parisi e Pasquino, i quali, tenendo conto del caso italiano, hanno distinto tra voto di appartenenza , voto di opinione e voto di scambio. Il voto di appartenenza si caratterizza per la profonda identificazione tra l’individuo e il partito. La sua base sociale è costituita da classi e gruppi subalterni e, rappresenta un voto di conservazione. Esso è tipico dei simpatizzanti dei partiti social-

Ma nel caso italiano (1945-93), Galli ha parlato anche di bipartitismo imperfetto per indicare che in Italia la “preclusione” nei confronti del PCI ha impedito l’alternanza fisiologica al governo , come ad esempio accade in Gran Bretagna tra partito conservatore e partito laburista. Invece nel decennio 1994-2004 si è assistito nel nostro Paese ad una tendenza al bipolarismo intorno al centro, per cui le competizioni politiche hanno in genere premiato le alleanze che, andando da destra o da sinistra, hanno inglobato le liste poste al centro del sistema. Le élites Un’élite : un ristretto gruppo di persone che occupano le posizioni di vertice dei diversi assi (economico, politico, culturale, scientifico ecc.) di cui si compone una società. La parola élite ha origine latina (eligere, pars electa) e con essa si intende appunto la parte prescelta della società, con un’allusione iniziale ad una chiamata divina o ad una illuminazione. Le caratteristiche di un’élite sono:  La numerosità ridotta.  Il possesso di abilità o risorse che possano consentire a tale minoranza di eccellere in un determinato campo.  Il riconoscimento sociale che della superiorità che quel possesso comporta. La trasposizione della parola élite alla politica si deve a Pareto e Michels, grazie ai quali le élites cominciano ad essere considerate come piccoli gruppi di persone che esercitano potere e influenza sulla sfera pubblica e sulle decisioni politiche. L’espressione “ classe politica ” è stata invece introdotta da Mosca. La parola “ classe ” qui ha un senso molto diverso rispetto alla declinazione del termine fatta da Marx, per il quale la classe è costituita da individui aventi una stessa posizione nei processi di produzione determinati nell’età del capitalismo. Per Mosca la classe è una categoria statistica (una modalità di classificazione, appunto) e la classe politica si può individuare nella minoranza che governa. Egli inoltre distingue tra classe politica in senso stretto e classe dirigente in senso più generale. Come già anticipato, si deve a Mosca, Pareto e Michels la ripresa in età contemporanea degli studi (di machiavelliana origine) riguardanti il realismo politico. Pur ridotta ai minimi termini, la loro tesi è che ogni società è caratterizzata da una minoranza di governanti e una maggioranza di governati. Il contesto storico in cui si sviluppa questo pensiero è quello tre fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando si consolidano i regimi parlamentari e le idee ugualitarie del partito socialista, secondo il quale il governo delle oligarchie doveva essere sostituito dal governo delle masse. Gaetano Mosca : nella sua riflessione assume grande importanza il metodo positivista , in base al quale bisogna verificare empiricamente le classificazioni tradizionali di governo: da quella di Aristotele, che distingue tra regno, aristocrazia e democrazia, a quella di Montesquieu, che parla di monarchie assolute, temperate e repubbliche. Tale metodo consiste nel guardare ai fatti come realmente si presentano, operando una comparazione storica per cogliere gli aspetti strutturali costanti. Sulla base di tale metodo egli sostiene che Aristotele, Polibio, Montesquieu, Rousseau e tutti coloro che credono che la maggioranza della popolazione possa governare il paese abbiano torto. Egli sostiene che in tutte le società, più o meno sviluppate, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati. La prima è meno numerosa, avvolge tutte le classi politiche, monopolizza il potere ottenendo vantaggi da esso e prevale per nascita, ricchezza, meriti personali, ecc. ; la seconda è più numerosa, viene diretta e regolata dalla prima e fornisce ad essa i mezzi di sussistenza e quelli necessari all’attività politica. Ma ciò che è costante è l’organizzazione, in quanto la minoranza agisce attraverso intese che sono attuabili proprio perché i suoi membri sono pochi, mentre la maggioranza da questo punto di vista è disorganizzata. Inoltre, come già

detto, egli fa una distinzione tra classe politica in senso stretto, formata da poche persone al vertice del potere statale (come il Capo dello Stato e la sua cerchia ristretta) e classe dirigente, la quale sostiene la classe politica e consente ad essa di governare. Quindi la classe politica è data appunto dalle due suddette classi. Inoltre egli afferma che ogni classe politica ha la necessità di dare al proprio potere una giustificazione morale e giuridica, che egli chiama “formola politica”. Infine egli sostiene che c’è una differenza tra la tendenza democratica (nella quale il cambio della classe dirigente avviene tramite la sostituzione dei suoi dirigenti con elementi provenienti dal basso che quindi vanno verso l’alto) e la tendenza aristocratica (nella quale il ricambio della classe dirigente è frutto di un processo che va dall’alto verso il basso). Vilfredo Pareto: secondo Pareto la società può suddividersi in classe non eletta (che rappresenta il suo strato minore, quindi la sua maggioranza) e classe eletta (che è minoritaria e rappresenta un’élite costituita dagli individui più attivi e capaci). A loro volta le élites possono essere divise in classi elette di governo (i cui membri sono i politici in senso stretto, come i ministri e i parlamentari) e classi elette non di governo (composte da individui comunque eccellenti, ma che non partecipano alle attività di governo). Per lui il problema che si pone nella storia riguarda la qualità della composizione dell’élite e i meccanismi di ricambio, più o meno aperti o chiusi. Egli sostiene che le persone che fanno parte dell’élite dovrebbero possedere un giusto equilibrio di elementi quali la solidità delle proprie convinzioni, la forza, l’astuzia, la capacità di adattamento e la flessibilità. Ma l’attaccamento al potere porta ad aumentare gli atteggiamenti di furbizia e di cinismo a discapito della forza e della stabilità. Per questo motivo vi è necessità di un ricambio continuo e regolare (e di élites aperte), in modo che nuovi soggetti dotati di nuova linfa possano subentrare a quelli vecchi, appunto contraddistinti da atteggiamenti di furbizia e di cinismo. Sebbene Mosca lamenti il fatto che Pareto non gli abbia riconosciuto il ruolo di ispiratore della teoria dell’élite, in realtà, come visto, il modo di argomentare del secondo è molto diverso da quello del primo. Invece i due presentano elementi in comune per quanto riguarda l’aspetto biografico (Mosca ebbe diversi ruoli politici, a Pareto fu offerta la carica di senatore) e il fatto che entrambi privilegiano il metodo positivista. Anche Pareto mostra scetticismo verso un autentico mutamento politico, sostenendo che la classe politica è in uno stato di continua e lenta trasformazione e che, nel caso in cui avvengano mutamenti repentini, dopo un breve periodo la trasformazione torna ad essere lenta. Roberto Michels: nel 1911 egli pubblica l’opera “Studi sulle tendenze oligarchiche degli aggregati politici”e l’esito del suo lavoro lo porta ad enunciare la legge ferrea dell’oligarchia come tendenza delle organizzazioni, incluse quelle nate per perseguire obiettivi di uguaglianza e democrazia. Michels sostiene che:  Nei partiti di massa, la cui forza dipende dal numero degli iscritti, vi è il problema dell’efficacia e della rapidità delle decisioni.  Il modo migliore per risolvere questo problema è l’organizzazione.  L’organizzazione è tendenza all’oligarchia; le cause dell’oligarchia sono: a) la differenza tra le conoscenze dei leader e quelle degli iscritti; b) i leader controllano anche le casse e la stampa di partito, quindi vi è un palese squilibrio di potere; c) l’uso di tecniche da parte dei dirigenti per ampliare la propria sfera di autorità; d) il bisogno di rassicurazione da parte delle masse, che porta alla gratitudine nei confronti dei loro capi. A questa tesi di fondo, egli aggiunge altre due leggi: la distorsione dei fini e lo sconfinamento. Dunque, se l’organizzazione doveva essere un mezzo per pervenire a una maggiore efficacia decisionale, diviene invece fine a se stessa. Quindi legge del partito diviene eliminare tutto ciò che mette freno all’organizzazione stessa. Nella seconda stagione della sua vita, Michels compie allora un doppio salto: da