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quarto capitolo sociologia dei fenomeni politici Segatori
Tipologia: Sintesi del corso
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I gruppi di pressione In genere, il rapporto tra l'individuo e il sistema politico-sociale è mediato da canali, forme associative e modalità di espressione che variano nel tempo, nello spazio e per tipologia. Ciò dipende da esigenze funzionali: le principali funzioni che intercorrono tra la società e la politica sono: Quelle dell’articolazione degli interessi ; designa il processo attraverso cui gli individui e i gruppi formulano domande alle strutture decisionali politiche. È svolta da: singoli cittadini, gruppi di pressione, movimenti sociali. Quelle dell’aggregazione degli interessi ; designa la funzione di conversione delle domande in scelte politiche alternative. È svolta da: partiti, leader politici, burocrazia pubblica. Gruppi di pressione : insiemi di persone, unite da interessi di vario tipo (economici, sociali, professionali, culturali, etnici, ecc.) che si mobilitano volontariamente per difendere e perseguire questi interessi, e che svolgono diverse attività strumentali allo scopo di condizionare e influenzare la società in generale e soprattutto per influire sui processi decisionali della sfera politica, che comprende i partiti e lo Stato inteso come potere legislativo, esecutivo e burocratico. Tre caratteristiche dei gdp presenti nella definizione:
a esistere nel Medioevo ed oltre: erano caratterizzate dal fatto di essere associazioni che si occupavano di tutti gli aspetti della vita degli associati. Età moderna: due eventi consentono di riconsiderare radicalmente il rapporto tra i gruppi di interesse e lo Stato: la seconda rivoluzione inglese alla fine del Seicento e la Rivoluzione francese alla fine del Settecento. Tali eventi sono importanti in quanto la prima rivoluzione introdusse il principio di libertà anche nei confronti del potere statale , e la seconda il principio di uguaglianza dei cittadini. A partire dai suddetti dati storici si possono approfondire le tre diverse tradizioni teoriche sul pluralismo: Pluralismo cristiano-sociale : l’uomo è una creatura di Dio ed egli si sviluppa nelle comunità naturali come la famiglia, la parrocchia, il villaggio. Tale assunto porta con sé due importanti conseguenze: la prima è che l’essenza divina e naturale dell’individuo e delle sue comunità attribuisce un carattere organicista ai cosiddetti corpi intermedi. La seconda è che la pretesa dello Stato moderno di avere la sovranità assoluta sugli individui che fanno parte di esso vada respinta o quantomeno accolta sempre con riserva. Pluralismo socialista : tale filone, prevalentemente teorico ma con qualche tentativo di applicazione pratica, si sviluppa prima della traduzione totalitaria del marxismo fatta dall’URSS e dai paesi del socialismo reale. Francia, Inghilterra e Jugoslavia sono i principali paesi della sua elaborazione. In Francia, le idee pluralistiche di tipo socialistico nascono dall’unione tra positivismo e socialismo. Saint-Simon, Fourier, Durkheim ribadiscono l’importanza delle associazioni professionali per superare l’individualismo delle teorie liberiste e le pretese astratte dello Stato. Ma è soprattutto Proudhon che conferisce una veste politica non statale a questo tipo di pluralismo: secondo lui la vera emancipazione umana si può realizzare solo nei gruppi sociali, federati tra loro, nell’ambito dei quali l’uomo può manifestare ogni suo bisogno. In Inghilterra, in un contesto contraddistinto dallo sviluppo industriale e dalla vita delle fabbriche, Cole teorizza il socialismo delle gilde , nel quale prova a mettere insieme la lezione marxiana con la pratica del sindacalismo all’interno di uno Stato pluralistico. Secondo Cole, il metodo democratico va esercitato soprattutto nelle gilde, autonome organizzazioni di produttori e consumatori, professionisti e utenti. Ed interagendo tra loro, tali organizzazioni danno vita al tessuto di una società che sia contemporaneamente socialista e democratica. A quest’aria della sinistra britannica, anche se con caratteri diversi, si può associare anche il pensiero di Laski, che contrappone al monismo della sovranità statale una sovranità multicentrica, negoziata e federale, in quanto gli individui sono iscritti a una pluralità di appartenenze, non riconducibili ad una sola. Egli afferma che la sovranità dello Stato viene a mancare laddove il popolo ha delle riserve sul dovere di ubbidire ad esso. E ciò succede in quanto le varie comunità cui appartengono le persone sono delle vere e proprie unità morali e identitarie. Nell’ultima fase del regime del Maresciallo Tito, nell’ex Jugoslavia, il progetto più rilevante di questo filone socialista si deve al politico e intellettuale sloveno Kardelj. Egli, in stretto contatto con Tito, in particolare all’inizio degli anni Settanta del Novecento, contribuì ad elaborare la cosiddetta “ via jugoslava al socialismo ”. Così, nel 1974, fu incaricato di redigere la nuova Costituzione del 1974. In quest’ultima Kardelj immise i tre principi fondamentali della sua teoria: la proprietà sociale (né statale , né privata), l’autogestione di fabbriche e fattorie , il federalismo dei partiti e delle regioni. Tale modello entrò in crisi soprattutto per problemi di compatibilità economica e per la riemersione delle celebri rivendicazioni indipendentiste da parte delle varie etnie jugoslave.
USA: la diffusione dei gruppi di interesse diviene un fenomeno sempre più accettato, soprattutto sotto il presidente Roosvelt, che considera l’uguaglianza dei gruppi importante tanto quanto l’uguaglianza dei cittadini. Un contributi significativo alla Group Theory lo dà Truman nel 1951, quando esce il suo saggio The Government Process , dove riprende ed amplia alcune tematiche di Bentley. Egli infatti si concentra su: Le caratteristiche dei gruppi di pressione. Il rapporto tra l’azione di tali gruppi e la democrazia. L’importanza dell’opinione pubblica. Riguardo la natura dei gruppi, Truman si dimostra molto attento agli sviluppi della psicologia sociale, integrandola con componenti psicologiche e culturali. Un gruppo è tale in quanto i suoi membri interagiscono significativamente tra di loro, assumendo atteggiamenti condivisi. Inoltre, la vita delle associazioni è fortemente caratterizzata da uno “stampo democratico”, grazie al quale esse riproducono al loro interno le pratiche delle istituzioni democratiche come le regole della rappresentanza (elezioni periodiche, voto a maggioranza, ecc.). Secondo lui, tale aspetto è la migliore garanzia della compatibilità dei gruppi con il sistema democratico , aspetto al quale si aggiunge un fondamentale elemento che Truman chiama “ sovrapposizione di iscrizioni a più associazioni ”. La parte finale della riflessione trumaniana è dedicata all’efficacia dell’azione dei gruppi di pressione. Considerate le dinamiche lobbistiche che contraddistinguono sempre più la società statunitense del suo tempo, Truman evidenzia la necessità che le associazioni investano nel campo della comunicazione, che è un processo di educazione e di propaganda. Diventa così possibile, a suo parere, conquistare quell’opinione pubblica specifica che può rivelarsi la migliore sponda degli interessi di un gruppo. L’incontro problematico tra l’attività delle lobby e il potere delle istituzioni rappresentative (i parlamenti e i governi eletti dal popolo ogni tot anni) è destinato ad essere una sfida permanente sia per gli studiosi di scienze politiche sia per gli attori politici. Delle lobby si teme la capacità di far prevalere interessi particolari rispetto a quelli generali ; delle istituzioni rappresentative si lamenta il loro collegamento spesso troppo generico con i bisogni della popolazione. Lo studioso che affronta in maniera più chiara la questione e chiude il cerchio della Group Theory è il politologo americano Dahl. Dahl : secondo lui la democrazia di cui parlano i filosofi è un principio astratto ed irreale e, ciò che esiste, è invece un insieme di prassi di alcuni paesi che solitamente vengono considerati democratici. Osservando tali prassi, si può essere d’accordo sul fatto che un regime debba essere considerato tanto più democratico quanto più risulti inclusivo (analizzando il grado di partecipazione popolare ammessa) e quanto più sia aperto alla critica (analizzando il grado di dissenso pubblico consentito). A suo parere le condizioni dovrebbero essere: Elezione dei rappresentanti. Elezioni libere e regolari. Suffragio universale. Diritto di presentarsi alle elezioni (elettorato passivo). Libertà di espressione. Libertà di associazione. Però questi requisiti non sono sufficienti a superare i limiti di efficacia e di produttività della maggioranza istituzionale. Il problema è che essa si regge sulla maggioranza numerica degli elettori, ma non tiene conto
dell’intensità dei bisogni e degli interessi che possono essere manifestati dalle minoranze. Quindi le suddette condizioni dovrebbero essere integrate da altri requisiti: Il controllo pubblico dell’agenda politica. La consapevolezza informata dei passaggi formativi della deliberazione politica. L’inclusione nei processi deliberativi. E tali regole dovrebbero corrispondere ad un intento sostanziale, di tipo etico , dei cittadini. Dato che tali attività dovrebbero svolgersi prima delle elezioni, nel periodo tra un’elezione e l’altra e dopo le elezioni, ecco che viene ad essere pienamente legittimato il ruolo dei gruppi di pressione. Inoltre Dahl ritiene che sociologicamente tale prassi debba essere propriamente chiamata poliarchia , ossia presenza contemporanea di più centri di potere in azione , piuttosto che democrazia. Ovviamente, l’associabilità della poliarchia all’idea di democrazia rimane strettamente legata a tutte le suddette condizioni del pluralismo sociale e politico. Tipologie di gruppi di interesse si possono avere sia in riferimento al livello di strutturazione, sia in riferimento all’oggetto. Livello di strutturazione: una tipologia classica è quella di Almond e Powell, i quali distinguono tra: Gruppi di interesse anomici : caratterizzati da un’organizzazione minima e da un’attività non costante, anche se l’attribuzione di anomia dipende spesso dall’uso di mezzi non convenzionali e a volte violenti. Gruppi di interesse non associativi : si basano su criteri naturali (parentela, etnia, regionalità) o di classe/ceto. Essi funzionano come società semplici e hanno al centro capifamiglia, capi religiosi e simili. Gruppi di interesse istituzionale : hanno carattere formale e si tratta di gruppi specializzati, formati da burocrati o ufficiali, ordini religiosi, collocati nell’ambito di organizzazioni come i partiti politici, le assemblee legislative, la burocrazia, l’esercito e le confessioni religiose. Gruppi di interesse associativi : hanno una struttura stabile, un personale professionale a tempo pieno e precise regole di funzionamento al loro interno. Eseguono compiti di rappresentanza degli interessi di categorie e gruppi specifici. Possono essere i sindacati dei lavoratori, le associazioni di industriali e commercianti, le organizzazioni con denominazioni religiose o etniche, alcuni tipi di gruppi civici. Essi hanno diversi vantaggi, come la loro forza organizzativa, ma anche il riconoscimento della loro rappresentatività, cioè hanno la legittimazione dell’autorità pubblica. Oggetto: a seconda dell’oggetto delle loro attività, i gruppi di pressione si possono distinguere per: La natura particolaristica e privata degli interessi tutelati: vi appartengono tutte quelle lobby che difendono gli interessi di specifiche categorie di produttori e/o venditori (petrolieri, fabbricanti di armi, multinazionali del tabacco, produttori di alcool, ecc.). La natura generale e pubblica degli interessi tutelati: ne fanno parte quei gruppi che si fanno portatori di interessi riconducibili non ad una sola categoria di cittadini e utenti, ma all’intera popolazione (ambientalisti, pacifisti, associazioni di consumatori attivi contro le contraffazioni, associazioni di tutela delle minoranze etniche, culturali, sessuali, ecc.).
Una solida ipotesi interpretativa sulla correlazione tra la forza/debolezza di uno dei due attori collettivi e la forza/debolezza dell’altro. Dato che i gruppi di interesse possono intervenire su partiti ad almeno quattro livelli (elettorale, interno all’organizzazione, sulle dichiarazioni programmatiche, nel momento decisionale), alcuni autori hanno individuato tra le due organizzazioni quattro tipi di relazioni:
agenzie burocratico-amministrative e commissioni parlamentari, mentre in alcuni Stati europei si è sviluppato in alcune fasi il modello del neocorporativismo. I triangoli di ferro rispecchiano meglio la teoria pluralista: essi possono essere svariati e coinvolgere tanti gruppi per quante sono le aree di intervento della pubblica amministrazione. Invece, il neocorporativismo, prevede il solo coinvolgi mento di associazioni particolarmente significative per rappresentanza, numero di iscritti e posizione occupata nel ciclo nazionale di produzione della ricchezza. Durante il Novecento l’idea del corporativismo è stata usata dai regimi autoritari di destra, come il fascismo italiano. Le corporazioni del programma fascista furono pensate come riproposizione del modello medievale, in cui le persone erano in rapporto con lo Stato come membri di una categoria sociale e professionale. In tale concezione, il compito statale era quello di realizzare una sintesi degli interessi delle corporazioni, mentre queste ultime dovevano portare i propri membri all’unità organica nello (e con lo) Stato. Invece il neocorporativismo delle società democratiche consiste nella realizzazione di accordi programmatici da parte degli esecutivi politici nazionali, dei sindacati dei lavoratori e delle associazioni imprenditoriali. Esso si è sviluppato prima nei paesi scandinavi, poi si è allargato in paesi come Austria, Svizzera, Belgio, Olanda, ed ha avuto un periodo di successo anche in Italia, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento. I suoi effetti vengono considerati in maniera ambivalente: in positivo, c’è da affermare che esso porta più agevolmente alla riduzione della conflittualità sul lavoro, al controllo dell’inflazione, alla salvaguardia dell’occupazione; in negativo, è stato visto che esso finisce col privilegiare i gruppi più forti a discapito di quelli più deboli. In ogni caso, il neocorporativismo non è di semplice adozione, in quanto l’aumento della frammentazione delle forze politiche e dei gruppi di interesse, l’antagonismo delle varie posizioni, le riserve di fondo sulla sua democraticità, fanno in modo che esso possa essere messo in atto solo in situazioni straordinarie. Oggi i gruppi di pressione sembrano avere crescente importanza nei processi decisionali pubblici, accomunando, specialmente nell’ultimo decennio del XX secolo, America ed Europa. I motivi di tale avvicinamento possono essere tre:
tutte le sue forme, per un uso più libero del corpo e della sessualità, iniziative per la riappropriazione delle città con particolare attenzione a alloggi e servizi. Nei decenni successivi nascono da questo clima i single issue movements (movimenti monotematici) che si attivano per la tutela dell’ambiente, la pace, la solidarietà internazionale. Sono tipi di mobilitazioni dettate da una “ convinzione ”.
l’autore l’azione sociale è formata da quattro componenti, disposte gerarchicamente dall’alto verso il basso :
Nella dinamica , però, l’autore chiarisce la propria interpretazione. Dopo aver ripreso da Freud le due classi di impulsi, eros e aggressività, Alberoni afferma che la loro dislocazione, fissazione e ambivalenza procede mediante tre principi:
I soggetti e i nuclei ideologici I movimenti in genere si originano da “ minoranze attive ” che corrispondono a nuclei interni di “ vettori collettivi ”. Secondo Gallino, i vettori più efficaci e ricorrenti sono: classi sociali, élites politico-militari, gruppi etnici, nazionalisti e religiosi, generazioni. Il discorso sui soggetti comprende anche altre due questioni: Se la spinta iniziale è dovuta ad individui attrezzati e consapevoli o ad individui sfruttati e emarginati. La distinzione tra capi e seguaci. Si è scoperto che di solito un movimento ha origine da soggetti culturalmente e professionalmente preparati, che diventano le avanguardie della svolta. Per quanto riguarda la distinzione tra capi e seguaci, i leader dei movimenti, specialmente se molto carismatici, sono fondamentali, in quanto svolgono molte funzioni: elaborano le ideologie (dettando le linee guida), le strategie e inoltre si identificano essi stessi come simboli dei movimenti. Le modalità organizzative e decisionali: generalmente si possono individuare due tipi di figure, i leader e gli individui con ruoli strumentali (addetti alla comunicazione, al servizio d’ordine, alla realizzazione di slogan, ecc.), ed inoltre vi sono diverse forme di incontro (riunioni e assemblee). Dalla fine del XX secolo assumono poi importanza fondamentale come modalità di comunicazione e di collegamento i social network del web. E in parallelo con la ridefinizione del ruolo del capo come semplice portavoce, nei movimenti new global e nel click activism si adotta una modalità decisionale molto innovativa rispetto al passato. Nelle assemblee dei movimenti sessantottini (soprattutto quelli marxisti) ad esempio, vigeva la ferrea regola dell’unanimismo o comunque delle decisioni prese a maggioranza. Nei movimenti più recenti invece, purché non vi sia incompatibilità con la linea generale dell’intero collettivo, ogni gruppo può portare avanti i propri obiettivi e le proprie modalità d’azione a patto che se ne assuma la responsabilità e se ne faccia direttamente carico. Le forme di mobilitazione: l’efficacia dell’azione di un movimento si vede dai risultati che le sue mobilitazioni riescono a raggiungere. A questo scopo vengono adottate diverse tattiche che si possono ricondurre a tre logiche:
situazioni in cui la presenza dei partiti e storicamente consolidata e la loro presa sul sistema è molto forte, le politiche pubbliche sono spesso elaborate all'interno dei partiti e da qui trasferite in ambito istituzionale. Automantenimento : spesso per il perseguimento della missione partitica i dirigenti politici cercano risorse finanziarie e relazionali entro e oltre i confini della legalità. Questo aspetto genera due problemi: da un lato il proliferare di giudizi sui costi della politica, che alimentano il qualunquismo e l'anti-politica; dall'altro il ricorso a forme di concussione e corruzione da parte della classe dirigente. Bisogna inquadrare tre coordinate fondamentali per inquadrare l’argomento.
del suffragio universale fa poi in modo che nasca il partito di massa. Esso nasce tra gli ultimi decenni del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, quando il movimento operaio entra in parlamento con i primi partiti socialisti. Duverger mette in evidenza questo aspetto parlando di partiti di origine esterna al parlamento. Per quanto riguarda le sue caratteristiche, è un partito di integrazione di sociale, contraddistinto da una forte ideologia e da una robusta organizzazione burocratica, basata sul funzionariato professionale e diffusa capillarmente in tutto il territorio. In esso vige un assetto gerarchico e il suo finanziamento è assicurato dalle quote di tesseramento, da feste e da iniziative collaterali. E dopo la seconda guerra mondiale, i partiti di massa giungono ad un tale sviluppo che Duverger ritiene che essi rappresentassero ormai la forma matura di partito politico. Ma per effetto delle politiche riformiste ed a causa del venir meno del conflitto di classe, si attenuano le conseguenze delle fratture teorizzate da Rokkan. Ed è così che Kirchheimer teorizza il diffondersi del partito pigliatutti (catch-all party). Il principale obiettivo di questo partito è massimizzare i consensi nel c.d. “mercato elettorale”, assumendo la logica di un’impresa che punta ad ampliare a trecentosessanta gradi il target dei propri acquirenti. In esso vengono messi da parte i proclami ideologici che vengono sostituiti da parole d’ordine generiche ed inoltre si evita di fare riferimenti ai bisogni di una specifica classe sociale, per “ammiccare” a tutti gli elettori. Dal punto di vista organizzativo esso si caratterizza per un’organizzazione leggera, in cui i leader si appoggiano ad esperti di comunicazione politica, sondaggisti e media planners. Il finanziamento, infine, deriva dalla sponsorizzazione di gruppi di interesse e da risorse pubbliche. L’avvento del partito pigliatutti rappresenta una rottura rispetto al passato, venendo meno il ruolo del partito come casa madre in cui riconoscere un’identità e un’appartenenza. E così esso progressivamente si trasforma in partito elettorale professionale , cioè in una sorta di “impresa politica” che funge soprattutto da organizzatore di campagne elettorali. Esso si impone in primis in paesi in cui la liberal-democrazia si instaura precocemente, come Usa e Gran Bretagna. Il partito cartello e il partito personale sono due varianti del partito elettorale professionale. Il cartel party o partito cartellizzato, è stato definito così da Katz e Mair in riferimento ai problemi di finanziamento derivanti dalle trasformazioni organizzative dei partiti. La progressiva diminuzione dei tesseramenti di massa e delle sponsorizzazioni legali fa in modo che i partiti presenti in parlamento diano vita a forme collusive, che corrispondono a veri e propri cartelli tra imprese , per ottenere finanziamenti tramite risorse pubbliche. Il partito personale enfatizza il ruolo del capo, il quale è un leader carismatico che trasforma radicalmente e in maniera personalistica il partito (come nel caso di Tony Blair con il Partito Laburista, Casini con l’UDC e Fini con FLI) oppure addirittura lo “crea ” (come ha fatto Berlusconi con Forza Italia prima e col PDL poi, Bossi con la Lega Nord e Di Pietro con l’IDV). A proposito dei partiti di Berlusconi si è parlato di partiti azienda. Il declino dei vecchi partiti di massa e l’insediamento nello Stato dei partiti professionali elettorali ha offerto spazio ai cosiddetti movement parties. Essi sono nuclei di partiti che nascono da movimenti e che spesso sono caratterizzati dalla parzialità degli interessi rappresentati. Tra di essi possiamo trovare: partiti monotematici (come i partiti dei pensionati, dei consumatori, degli automobilisti, delle donne, ecc.); partiti della sinistra libertaria ed ecologista; partiti post-industriali di estrema destra (come i movimenti xenofobi e populisti); partiti basati sull’etnicità. Tipologie di voto Una prima distinzione tra le tipologie di voto va fatta tra voto utile o strategico e voto espressivo. Specialmente nei maggioritari, spesso un elettore deve decidere se il suo voto debba “contare” in senso stretto o se debba avere soprattutto un significato di testimonianza simbolica. Altra diversificazione, più accreditata, è quella fatta da Parisi e Pasquino, i quali, tenendo conto del caso italiano, hanno distinto tra voto di appartenenza , voto di opinione e voto di scambio. Il voto di appartenenza si caratterizza per la profonda identificazione tra l’individuo e il partito. La sua base sociale è costituita da classi e gruppi subalterni e, rappresenta un voto di conservazione. Esso è tipico dei simpatizzanti dei partiti social-
Ma nel caso italiano (1945-93), Galli ha parlato anche di bipartitismo imperfetto per indicare che in Italia la “preclusione” nei confronti del PCI ha impedito l’alternanza fisiologica al governo , come ad esempio accade in Gran Bretagna tra partito conservatore e partito laburista. Invece nel decennio 1994-2004 si è assistito nel nostro Paese ad una tendenza al bipolarismo intorno al centro, per cui le competizioni politiche hanno in genere premiato le alleanze che, andando da destra o da sinistra, hanno inglobato le liste poste al centro del sistema. Le élites Un’élite : un ristretto gruppo di persone che occupano le posizioni di vertice dei diversi assi (economico, politico, culturale, scientifico ecc.) di cui si compone una società. La parola élite ha origine latina (eligere, pars electa) e con essa si intende appunto la parte prescelta della società, con un’allusione iniziale ad una chiamata divina o ad una illuminazione. Le caratteristiche di un’élite sono: La numerosità ridotta. Il possesso di abilità o risorse che possano consentire a tale minoranza di eccellere in un determinato campo. Il riconoscimento sociale che della superiorità che quel possesso comporta. La trasposizione della parola élite alla politica si deve a Pareto e Michels, grazie ai quali le élites cominciano ad essere considerate come piccoli gruppi di persone che esercitano potere e influenza sulla sfera pubblica e sulle decisioni politiche. L’espressione “ classe politica ” è stata invece introdotta da Mosca. La parola “ classe ” qui ha un senso molto diverso rispetto alla declinazione del termine fatta da Marx, per il quale la classe è costituita da individui aventi una stessa posizione nei processi di produzione determinati nell’età del capitalismo. Per Mosca la classe è una categoria statistica (una modalità di classificazione, appunto) e la classe politica si può individuare nella minoranza che governa. Egli inoltre distingue tra classe politica in senso stretto e classe dirigente in senso più generale. Come già anticipato, si deve a Mosca, Pareto e Michels la ripresa in età contemporanea degli studi (di machiavelliana origine) riguardanti il realismo politico. Pur ridotta ai minimi termini, la loro tesi è che ogni società è caratterizzata da una minoranza di governanti e una maggioranza di governati. Il contesto storico in cui si sviluppa questo pensiero è quello tre fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando si consolidano i regimi parlamentari e le idee ugualitarie del partito socialista, secondo il quale il governo delle oligarchie doveva essere sostituito dal governo delle masse. Gaetano Mosca : nella sua riflessione assume grande importanza il metodo positivista , in base al quale bisogna verificare empiricamente le classificazioni tradizionali di governo: da quella di Aristotele, che distingue tra regno, aristocrazia e democrazia, a quella di Montesquieu, che parla di monarchie assolute, temperate e repubbliche. Tale metodo consiste nel guardare ai fatti come realmente si presentano, operando una comparazione storica per cogliere gli aspetti strutturali costanti. Sulla base di tale metodo egli sostiene che Aristotele, Polibio, Montesquieu, Rousseau e tutti coloro che credono che la maggioranza della popolazione possa governare il paese abbiano torto. Egli sostiene che in tutte le società, più o meno sviluppate, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati. La prima è meno numerosa, avvolge tutte le classi politiche, monopolizza il potere ottenendo vantaggi da esso e prevale per nascita, ricchezza, meriti personali, ecc. ; la seconda è più numerosa, viene diretta e regolata dalla prima e fornisce ad essa i mezzi di sussistenza e quelli necessari all’attività politica. Ma ciò che è costante è l’organizzazione, in quanto la minoranza agisce attraverso intese che sono attuabili proprio perché i suoi membri sono pochi, mentre la maggioranza da questo punto di vista è disorganizzata. Inoltre, come già
detto, egli fa una distinzione tra classe politica in senso stretto, formata da poche persone al vertice del potere statale (come il Capo dello Stato e la sua cerchia ristretta) e classe dirigente, la quale sostiene la classe politica e consente ad essa di governare. Quindi la classe politica è data appunto dalle due suddette classi. Inoltre egli afferma che ogni classe politica ha la necessità di dare al proprio potere una giustificazione morale e giuridica, che egli chiama “formola politica”. Infine egli sostiene che c’è una differenza tra la tendenza democratica (nella quale il cambio della classe dirigente avviene tramite la sostituzione dei suoi dirigenti con elementi provenienti dal basso che quindi vanno verso l’alto) e la tendenza aristocratica (nella quale il ricambio della classe dirigente è frutto di un processo che va dall’alto verso il basso). Vilfredo Pareto: secondo Pareto la società può suddividersi in classe non eletta (che rappresenta il suo strato minore, quindi la sua maggioranza) e classe eletta (che è minoritaria e rappresenta un’élite costituita dagli individui più attivi e capaci). A loro volta le élites possono essere divise in classi elette di governo (i cui membri sono i politici in senso stretto, come i ministri e i parlamentari) e classi elette non di governo (composte da individui comunque eccellenti, ma che non partecipano alle attività di governo). Per lui il problema che si pone nella storia riguarda la qualità della composizione dell’élite e i meccanismi di ricambio, più o meno aperti o chiusi. Egli sostiene che le persone che fanno parte dell’élite dovrebbero possedere un giusto equilibrio di elementi quali la solidità delle proprie convinzioni, la forza, l’astuzia, la capacità di adattamento e la flessibilità. Ma l’attaccamento al potere porta ad aumentare gli atteggiamenti di furbizia e di cinismo a discapito della forza e della stabilità. Per questo motivo vi è necessità di un ricambio continuo e regolare (e di élites aperte), in modo che nuovi soggetti dotati di nuova linfa possano subentrare a quelli vecchi, appunto contraddistinti da atteggiamenti di furbizia e di cinismo. Sebbene Mosca lamenti il fatto che Pareto non gli abbia riconosciuto il ruolo di ispiratore della teoria dell’élite, in realtà, come visto, il modo di argomentare del secondo è molto diverso da quello del primo. Invece i due presentano elementi in comune per quanto riguarda l’aspetto biografico (Mosca ebbe diversi ruoli politici, a Pareto fu offerta la carica di senatore) e il fatto che entrambi privilegiano il metodo positivista. Anche Pareto mostra scetticismo verso un autentico mutamento politico, sostenendo che la classe politica è in uno stato di continua e lenta trasformazione e che, nel caso in cui avvengano mutamenti repentini, dopo un breve periodo la trasformazione torna ad essere lenta. Roberto Michels: nel 1911 egli pubblica l’opera “Studi sulle tendenze oligarchiche degli aggregati politici”e l’esito del suo lavoro lo porta ad enunciare la legge ferrea dell’oligarchia come tendenza delle organizzazioni, incluse quelle nate per perseguire obiettivi di uguaglianza e democrazia. Michels sostiene che: Nei partiti di massa, la cui forza dipende dal numero degli iscritti, vi è il problema dell’efficacia e della rapidità delle decisioni. Il modo migliore per risolvere questo problema è l’organizzazione. L’organizzazione è tendenza all’oligarchia; le cause dell’oligarchia sono: a) la differenza tra le conoscenze dei leader e quelle degli iscritti; b) i leader controllano anche le casse e la stampa di partito, quindi vi è un palese squilibrio di potere; c) l’uso di tecniche da parte dei dirigenti per ampliare la propria sfera di autorità; d) il bisogno di rassicurazione da parte delle masse, che porta alla gratitudine nei confronti dei loro capi. A questa tesi di fondo, egli aggiunge altre due leggi: la distorsione dei fini e lo sconfinamento. Dunque, se l’organizzazione doveva essere un mezzo per pervenire a una maggiore efficacia decisionale, diviene invece fine a se stessa. Quindi legge del partito diviene eliminare tutto ciò che mette freno all’organizzazione stessa. Nella seconda stagione della sua vita, Michels compie allora un doppio salto: da