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Segatori capitolo secondo, Sintesi del corso di Sociologia Politica

Secondo capitolo di sociologia dei fenomeni politici Segatori

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/04/2020

margheriitarossi3
margheriitarossi3 🇮🇹

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1. LA CONCENTRAZIONE DEL POTERE POLITICO
Le forme pre-statali e lo Stato originario
Vi sono forme di concentrazione territoriale del potere antecedenti allo Stato moderno, identificate grazie
all’antropologia politica negli anni ‘30 del 1900. Prima di analizzarli, è importante fare tre considerazioni: 1.
Come il termine politica si associa alle società primitive. Blandier sostiene che sia associabile a quelle
società, a patto che si ricerchino nelle dimensioni fondative dei rapporti interni ed esterni le strutture e i
processi ai quali facciamo riferimento universalmente (potere, autorità, legittimità); 2. La grande varietà di
situazioni analizzate rende difficile (ma non impossibile) la costruzione di tipologie generalizzabili. All’atto di
classificare bisognerebbe porsi su un livello più astratto o idealtipico; 3. Non tutte le situazioni possono
essere analizzate in chiave evolutiva.
Le macro variabili che condizionano lo strutturarsi della dimensione politica nei gruppi umani sono
essenzialmente due, con l’aggiunta della terza variabile simbolico-sacrale:
Forme di economia – società nomadi basate su caccia e raccolta, società nomadi che aggiungono
l’agricoltura temporanea, società stanziali […]
Legami di parentela – tipi di matrimonio (monogamici/poligamici ma soprattutto
endogamici/esogamici); ruolo di donne e anziani; valore dei figli per sesso; importanza dei lignaggi.
Dimensione simbolico-sacrale – quando e quanto il sacro viene chiamato in causa.
Grazie a tutti questi fattori si è arrivati alla classificazione dei sistemi politici preindustriali, suddivisi in
sistemi non centralizzati e sistemi centralizzati.
Sistemi politici non centralizzati:
Bande – organizzazioni sociopolitiche delle società di caccia e raccolta. Tipiche del paleolitico, sono
piccoli gruppi territoriali autonomi, 20 – 50 persone circa. Consistono solo in due tipi di unità
sociale: le famiglie e la banda delle famiglie imparentate. Relativamente non-integrate (definizione
di Sahlins). Le decisioni vengono prese dall’intero gruppo su base egalitaria e la leadership, che è di
tipo funzionale più che coercitivo, appartiene ai cacciatori più abili o all’influenza degli anziani.
Tribù – gruppi più ampi delle bande, con maggior controllo delle risorse alimentari e più sedentari.
È caratteristico il sodalizio pan-tribale che si attiva in caso di minaccia sui territori controllati. La
struttura regolativa ruota attorno a lignaggi, clan, associazioni volontarie e non. (lignaggio = gruppi
che riconoscono una discendenza comune; clan = gruppi di lignaggio che fanno riferimento alla
discendenza da un antenato comune mitico). Possono avere rilevanza le associazioni, che portano
ad una notevole varietà di sistemi di potere nella tribù. Kirchhoff delinea solo due tipi di clan: 1.
Clan unilaterali esogamici: economia basata su un' agricoltura migratoria e forme primitive di
allevamento animale. Politica della riproduzione di tipo esogamico centrata sulla circolazione delle
donne con l’apertura alle relazioni esterne al clan, vitale per la sopravvivenza e la circolazione dei
beni; 2. Clan conici: importanza degli individui dei gruppi direttamente legata alla prossimità della
relazione con l'antenato comune, da cui arrivano in principio aristocratico e un conseguente
orientamento endogamico, (ci si sposa tra parenti), è il presupposto di una società stratificata ed
economicamente più differenziata. Questi ultimi, grazie alla maggior concentrazione del potere,
risultano più longevi e forti rispetto ai primi. Secondo Kirchhoff, i clan conici fanno da congiunzione
con la storia antica dei Greci, Romani, Germani. È infatti nel clan conico che nascono gli aristoi e gli
stessi clan conici corrispondono con la sippe dei Germani e con le gens romane.
Sistemi politici centralizzati:
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1. LA CONCENTRAZIONE DEL POTERE POLITICO

Le forme pre-statali e lo Stato originario Vi sono forme di concentrazione territoriale del potere antecedenti allo Stato moderno, identificate grazie all’antropologia politica negli anni ‘30 del 1900. Prima di analizzarli, è importante fare tre considerazioni: 1. Come il termine politica si associa alle società primitive. Blandier sostiene che sia associabile a quelle società, a patto che si ricerchino nelle dimensioni fondative dei rapporti interni ed esterni le strutture e i processi ai quali facciamo riferimento universalmente (potere, autorità, legittimità); 2. La grande varietà di situazioni analizzate rende difficile (ma non impossibile) la costruzione di tipologie generalizzabili. All’atto di classificare bisognerebbe porsi su un livello più astratto o idealtipico; 3. Non tutte le situazioni possono essere analizzate in chiave evolutiva. Le macro variabili che condizionano lo strutturarsi della dimensione politica nei gruppi umani sono essenzialmente due, con l’aggiunta della terza variabile simbolico-sacrale:  Forme di economia – società nomadi basate su caccia e raccolta, società nomadi che aggiungono l’agricoltura temporanea, società stanziali […]  Legami di parentela – tipi di matrimonio (monogamici/poligamici ma soprattutto endogamici/esogamici); ruolo di donne e anziani; valore dei figli per sesso; importanza dei lignaggi.  Dimensione simbolico-sacrale – quando e quanto il sacro viene chiamato in causa. Grazie a tutti questi fattori si è arrivati alla classificazione dei sistemi politici preindustriali, suddivisi in sistemi non centralizzati e sistemi centralizzati. Sistemi politici non centralizzati:  Bande – organizzazioni sociopolitiche delle società di caccia e raccolta. Tipiche del paleolitico, sono piccoli gruppi territoriali autonomi, 20 – 50 persone circa. Consistono solo in due tipi di unità sociale: le famiglie e la banda delle famiglie imparentate. Relativamente non-integrate (definizione di Sahlins). Le decisioni vengono prese dall’intero gruppo su base egalitaria e la leadership, che è di tipo funzionale più che coercitivo, appartiene ai cacciatori più abili o all’influenza degli anziani.  Tribù – gruppi più ampi delle bande, con maggior controllo delle risorse alimentari e più sedentari. È caratteristico il sodalizio pan-tribale che si attiva in caso di minaccia sui territori controllati. La struttura regolativa ruota attorno a lignaggi, clan, associazioni volontarie e non. (lignaggio = gruppi che riconoscono una discendenza comune; clan = gruppi di lignaggio che fanno riferimento alla discendenza da un antenato comune mitico). Possono avere rilevanza le associazioni, che portano ad una notevole varietà di sistemi di potere nella tribù. Kirchhoff delinea solo due tipi di clan: 1. Clan unilaterali esogamici: economia basata su un' agricoltura migratoria e forme primitive di allevamento animale. Politica della riproduzione di tipo esogamico centrata sulla circolazione delle donne con l’apertura alle relazioni esterne al clan, vitale per la sopravvivenza e la circolazione dei beni; 2. Clan conici: importanza degli individui dei gruppi direttamente legata alla prossimità della relazione con l'antenato comune, da cui arrivano in principio aristocratico e un conseguente orientamento endogamico, (ci si sposa tra parenti), è il presupposto di una società stratificata ed economicamente più differenziata. Questi ultimi, grazie alla maggior concentrazione del potere, risultano più longevi e forti rispetto ai primi. Secondo Kirchhoff, i clan conici fanno da congiunzione con la storia antica dei Greci, Romani, Germani. È infatti nel clan conico che nascono gli aristoi e gli stessi clan conici corrispondono con la sippe dei Germani e con le gens romane. Sistemi politici centralizzati:

Regimi dei capi (ranghi) – è più complesso rispetto alla tribù per due aspetti: la densità superiore di popolazione e la maggiore efficienza nella capacità produttiva. Il capo ha un certo grado di potere coercitivo utile a disciplinare le disuguaglianze che si vanno a formare tra gruppi e persone e per la redistribuzione del surplus economico. La vicinanza al capo in termini di lignaggio va a formare una gerarchia di ranghi.  Stati stratificatiStato originario – il più rilevante sistema centralizzato, sul quale possiamo porci tre domande di fondo: 1. Quando e dove si afferma – tra il 5500 aC e il 1000 dC in molte aree come la Sumeria in Mesopotamia, la Valle del Nilo, la Valle dell’Indo in India, la Valle del Fiume Giallo in Cina, la civiltà Maya in Mesoamerica e gli Inca nella Valle Cuzco in Perù. Nel XIX secolo uno Stato con queste caratteristiche venne formato dagli Zulu nell’Africa sudorientale; 2. In cosa consiste – Gli Stati originari sono stati definiti da Claessen e Skalnik come organizzazioni centralizzate socio-politiche per la regolazione delle relazioni sociali in società complesse e stratificate, divise in almeno due strati fondamentali o in due classi sociali in via di formazione: governanti e governati. Si tratta di rapporti caratterizzati dal dominio politico dei primi e dall' obbligo tributario dei secondi, legittimato da un ideologia comune; 3. Motivi dell’avvento – sull’origine dello Stato originario si sono formate numerose teorie sia ricorrendo a spiegazioni monocausali sia ricorrendo ad approcci sistemici basati sull’interazione di più variabili. Le teorie monocausali hanno messo al centro della loro attenzione a) un conflitto interno b) un conflitto esterno c) la civiltà idraulica d) la pressione demografica e la densità economica e) il ruolo della leadership. Conflitto interno – si deve ad Engels influenzato da Lewis Henry Morgan. In “l’origine della famiglie, della proprietà privata e dello Stato”, egli sostiene che lo Stato sia l’esito finale di un processo che parte dalle trasformazione dei modi di produzione, nella conseguente introduzione della proprietà privata e nell’innovazione tecnologica che crea un surplus economico. Grazie al surplus, la classe imprenditoriale si appropria dei mezzi di produzione e tutela i propri interessi di fronte allo scontento del resto della popolazione promuovendo la creazione di una struttura centralizzata permanente che detiene e può usare la forza per salvaguardare il nuovo ordine. Fried spiega che la formazione di una stratificazione sociale, e il conseguente conflitto, comportano la formazione di uno Stato. Conflitto esterno – si deve a Robert Carniero con la teoria della “circoscrizione ambientale”. Secondo questa teoria un gruppo umano, insediato in territorio aperti e attaccato dai nemici esterni più forti si metterà in salvo trasferendosi in altre aree piuttosto che unificando si politicamente. Diversa è la situazione di quelle popolazioni che occupano zone coltivabili circoscritte che sono circondate da deserti, montagne o mari. In tal caso, per fronteggiare gli aumenti demografici e gli attacchi esterni, esse devono giocoforza unirsi politicamente e aumentare le capacità produttive costituendo di fatto lo Stato. Civiltà idraulica – elaborata da Karl Wittfogel. Nota come la produzione agricola delle civiltà insediate in vallate segnate da fiumi (es: Nilo, Perù) siano strettamente legate alla pratica dell’irrigazione. Si resero conto che con un efficacie controllo del flusso idraulico si poteva fertilizzare il suolo in maniera programmata. Ciò portò all’aumento della produttività e anche alla formazione di un gruppo di specialisti del settore che si trasformò in un’élite politico-amministrativa di Stati centralizzati e spesso dispotici. Circolo della pressione demografica e della densità economica – Documentato da Boserup e Harris. Il circolo Si riverbera sulle forme più complesse di organizzazione politica. Ester Boserup ha osservato come una notevole crescita di popolazione dovuta al miglioramento delle condizioni di produzione postuli di per sé l'introduzione di più elevate strutture sociali e politiche. Harris ha rimodulato il discorso, sostenendo che le visioni del mondo di una società e i suoi modelli organizzativi sono strettamente correlati alle modalità adattive, (tecnologiche e complessive), della società al suo ambiente fisico. Ciò soprattutto in riferimento al

direttamente correlati con la situazione specifica delle varie sfere. Anche il sistema politico va a definirsi o ristrutturarsi in riferimento agli stessi fattori per poi retroagire di nuovo con logica circolare su di essi. Approccio storico: il processo storico di realizzazione dello Stato moderno è lungo, articolato e complesso, e inizia con il declino dell'Impero romano, a causa soprattutto delle invasioni barbariche. L'area degli scambi e delle relazioni commerciali passa dal Mediterraneo all'Europa continentale, e si apre così un vuoto di potere colmato solo inizialmente dall’Impero carolingio, dall'incoronazione a imperatore di Carlo Magno nel Natale dell'anno 800. I carolingi, però, non riescono a tenere sotto controllo la vastità dei territori e del popoli insediati in Europa. A partire dai secoli finali del primo millennio si apre uno scenario apparentemente universalistico, ma sostanzialmente frammentato, particolaristico e disordinato. In questo contesto si apre il percorso di institutional building che conosce tre tappe, di cui la terza è appunto la nascita dello Stato moderno. I. La prima tappa è il consolidamento del sistema feudale. Il suo presupposto è costituito dalla condizione di pesante in sicurezza a cui erano soggette le popolazioni stanziali, dedite quasi totalmente all’agricoltura e all’allevamento. Così si sviluppò una struttura gerarchica in cui era prevista un'articolazione di aree di amministrazione di diverse dimensioni. Il rapporto di dominio sul territorio avveniva tra un dominus e un vassus, o Vassallo, sulla base di alcune regole fondamentali: la prima regola definiva il rapporto di scambio, con essa il dominus concedeva al vassus un beneficium, consistente in terra, attrezzature e uffici da cui ottenere comunque un vantaggio materiale. La seconda regola era rappresentata dalla concessione dell'immunitas, ovvero dell’esenzione della sottomissione ad altre autorità e, nel caso del vassus, il conferimento diretto della giurisdizione sul territorio. il Vassallo poteva nominare valvassori e valvassini, mentre gli agricoltori e gli allevatori erano suddivisi in contadini liberi e servi della gleba. In questo assetto, la sfera parentale amicale giocava ancora un grande ruolo: era soprattutto essa che il Vassallo andava a richiamare per l'affidamento dei compiti di collaborazione e per la creazione della milizia armata che poteva intervenire con la coercizione per il controllo del territorio. A minacce esterne o richieste illegittime del dominus si pose via via rimedio con il ricorso all’incastellamento che riguardava tanto l'intero insediamento abitato (che veniva circondato da mura fortificate) quanto la residenza del Signore che assumeva la forma del mastio o del cassero. Il sistema feudale non scomparve ha fatto nei secoli successivi, ma spesso convisse con altre forme di organizzazione politica. In Francia venne abolito soltanto dopo la Rivoluzione francese, mentre in altre parti d'Europa, come in Germania o in Sicilia, l'impianto feudale rimase in vita per buona parte dell'Ottocento articolando la stessa struttura gerarchica con titoli e ranghi diversi. Sotto un apparente coerenza il feudalesimo si caratterizza per la frammentazione e la divisione dei poteri, specie a partire dal momento in cui i feudatari pretendono e ottengono il diritto di successione per i propri discendenti. II. La seconda tappa del institution al building è costituita dalle organizzazioni politiche prodotte dalla cosiddetta società dei ceti , che si sviluppa su una base più associativa. L'economia feudale, agricola e statica, produce la necessità di funzioni complementari e dinamiche. Così, nei borghi sorti intorno ai Castelli e nelle città sopravvissute al processo di feudalizzazione, cominciano a svilupparsi attività artigianali e commerciali i cui membri si organizzano in artes o corporazioni del mestiere. Nei nuclei urbani convivono tanto i secundi milites della nobiltà Fondiaria (all'inizio attorno alla figura del visconte) quanto i nuovi soggetti imprenditoriali borghesi. La richiesta profondamente antifeudale di autonomia e autogestione si innesta nella stessa logica del diritto feudale del immunitas. Ma la communitas cittadina, che ha il suo momento genetico nel X secolo, si differenza del precedente sistema politico base feudale per almeno tre elementi: 1. superamento della base personale e prevalentemente giuridica del potere 2. mutamento della struttura economica sottostante 3. passaggio da un' impronta prevalentemente militaristica del rapporto politico ad una più sociale.

Nella società dei ceti, quindi, i componenti godono per la comune condizione in cui si trovano della medesima posizione in ordine ai diritti e ai doveri politici e per il fatto di goderne insieme elaborano e praticano forme di gestione della loro posizione che sono comunitarie o per lo meno rappresentative. III. La terza tappa degli Standestaat non risolve completamente la questione di fondo, ossia quella della debolezza di una pluralità di ordinamenti di piccole dimensioni senza un effettivo potere d'ordine superiore che consentisse il governo di comunità più vaste. Nasce però da questo iter pregresso la spinta che porta all’affermazione dello Stato moderno. Inizialmente è la vivacità commerciale culturale e politica delle città del 1300 e del 1400 a colpire l'attenzione degli studiosi: essi sono propensi a riconoscere i presupposti dello Stato moderno nella dinamicità delle città italiane e baltiche del Rinascimento, che però erano troppo circoscritte territorialmente e troppo periferiche per proiettarsi con successo verso il controllo di spazi assai più vasti. Approccio strutturale-istituzionale: Lo Stato nasce con il costituirsi delle monarchie assolute in Francia, Spagna e Inghilterra tra la metà del XV secolo e la metà del XVII secolo, in un periodo chiuso dalla pace di Westfalia (1648). La convergenza di tre processi che in origine partono da dinamiche proprie è ciò che porterà a tale risultato.  Processo economico – i borghi al centro dei feudi e le vecchie città risorte con il Rinascimento svegliano l’economia feudale preoccupata di garantire l’autoconsumo dei contadini e la rendita signorile. Il passaggio da un’economia centrata sull’autoconsumo ad una centrata sullo scambio, e la possibilità di realizzare maggiori surplus, porta con sé due esigenze: la richiesta di definire spazi mercantili più estesi e la domanda di maggiore sicurezza per le nuove pratiche commerciali e sociali.  Processo culturale, religioso e ideologico – consiste in due movimenti: la destabilizzazione del ruolo unificatore dell’Europa ricoperto dalla Chiesa di Roma e l’emergere di teorie secolari sui fondamenti del potere politico. Nel XVI secolo arrivano a definizione i nuovi equilibri del rapporto tra la sfera religiosa e civile, in un clima di dispute e compromessi tra il papato e i principi-re per la nomina dei vescovi territoriali. Le soluzioni sono di tre tipologie: - L’affermazione dell’autonomia di Chiese nazionali nei paesi più avanzati nel processo di unificazione - La diffusione delle Chiese riformate con la scissione della Chiesa di Roma, dopo la proclamazione delle tesi di Lutero (principati del Nord e Centro Europa) - Il valore identitario e il controllo della Chiesa di Roma, rinforzata dalla Controriforma, nei paesi sostenitori dello scontro con l’impero ottomano. Nei primi due casi si aprono le porte alla legittimazione della spinta autonomistica dei principi territoriali. Si fa strada la produzione teorica che sostiene le ragioni, non necessariamente teocratiche, di un forte e autonomo potere statale. È il caso, in Italia, di Niccolò Machiavelli (1469-1527) che prova a sostenere in riferimento all’oggettività storica (libera repubblica romana) e al realismo politico (uso della forza e del potere politico scissi dalla morale), la causa di un principe unificatore della nazione italiana. In Francia Bodin (1529-1596) pubblica Les six livres de la République, in cui afferma l’importanza del principio di sovranità, intesa come un potere assoluto, indivisibile e perpetuo che è dello Stato. In Inghilterra Hobbes (1588-1679) interpretando il clima di guerra civile tra vecchia aristocrazia latifondista e borghesia emergente come lotta a-storica di tutti contro tutti, formula la teoria sulla necessità della ricerca della pace, da conseguire tramite un contratto in cui tutti gli individui rinunciano ai propri diritti per metterli nelle mani dello Stato assoluto (animale artificiale).

alle altre sfere della società. In Europa è avvenuta la separazione tra la sfera politica e quella religiosa, consiste nella scissione avvenuta tra il XVI e il XVIII sec. tra lo Stato e le Chiese. Il processo di differenziazione tra la sfera politica e quella economica è stato descritto da un sociologo del ‘900, Parsons , che, ricordando come le due sfere un tempo coincidessero, osserva che ora il proprietario terriero non è più anche il signore, dato che questa seconda funzione è stata assunta dall’autorità politica. Allo stesso modo si compie il processo di differenziazione tra la sfera della politica e quella dei rapporti primari (parentali e amicali). I vassalli che amministravano i feudi in nome del signore di grado superiore erano i parenti, i compagni d’arme e i soldati del signore. Con il consolidamento dello Stato moderno il sovrano punta ad eliminare il modello ereditario del possesso delle cariche. Il passaggio da un sistema semi-privato ad uno pubblico controllato dal re è espresso dal caso della Francia tra la metà del ‘400 e la metà del ‘600, da Luigi XI a Luigi XIV, il ‘Re Sole’ che porta a compimento la ristrutturazione dell’amministrazione pubblica. Grazie a questa nuova amministrazione, il re coglie tre risultati: ridimensiona il potere di potenziali concorrenti (altri nobili); realizza un utile dalla vendita ai funzionari delle cariche e degli uffici lasciati liberi dai primi; si guadagna la fedeltà degli intendenti e degli ufficiali. A differenza delle precedenti forme della politica, lo Stato moderno si caratterizza per la capacità di coercizione , esercitata in modo monopolistico e per l’organizzazione di una macchina burocratica che ha un’efficacia maggiore perché più razionale nel dispiegamento dei ruoli e delle regole dell’intero regno. L’architettura istituzionale diventa più chiara quando il re accentua la tradizione di origine signorile, scegliendo i primi ministri e gli aiutanti non tra gli aristocratici, ma tra i ‘politici di professione’, i chierici, i letterati e i giurisperiti. La scelta di queste figure solleva il re dalla preoccupazione di scegliere pericolosi concorrenti con pretese per i propri eredi, poi i professionisti, con ulteriori specificazioni, affolleranno i parlamenti dei regimi democratici. Nella transizione dal sistema feudale allo Stato moderno, attraverso la monarchia assoluta, si compiono altri due processi originati dalle componenti di razionalizzazione introdotte dagli attori del mutamento delle altre sfere sociali: il superamento dell’ordinamento patrimoniale e del vecchio istituto giuridico del gubernaculum (= il Re non è soggetto alle leggi) affremandosi quindi l’istituto della iurisdictio (= il Re deve assoggettarsi alla legge). Nel primo periodo dell’assolutismo l’ordinamento patrimoniale privatistico tende a sopravvivere, successivamente (‘600) comincia la separazione tra il patrimonio personale del sovrano e quello della Corona, tra la proprietà privata e pubblica. Al ruolo del sovrano vengo associati elementi giuspubblicistici e si sviluppa un’idea di governo vicina alla concezione della politica attuale: perseguire il bene comune. Il patrimonialismo non è ancora oggi scomparso del tutto dallo scenario dei sistemi politici e si ripresenta nei regimi sultanistici. Uno degli elementi costitutivi dello Stato moderno è il concetto di popolo. Il popolo è un attore collettivo, che vede cambiare la sua connotazione e il suo peso politico nel tempo. Nella polis è il demos , che corrisponde sociologicamente ai liberi agricoltori e pastori, diversi dagli aristocratici. Nella Roma antica è il populus , gli strati più popolari e la plebe, che vedono riconosciute in certi periodi forme di rappresentanza tribunizia contrapposte ai poteri senatoriali dei patrizi. Nel Medioevo e fino alla Rivoluzione francese, il popolo è il corpo sociale dei ceti non aristocratici con elevata dinamicità : artigiani, commercianti, imprenditori, liberi professionisti. Quando lo Stato assume la forma democratica, il popolo diventa il soggetto del potere costituente. Rousseau è tra i primi a teorizzare il principio della sovranità popolare , lo Stato appartiene al popolo e non al principe. La nazione è una costruzione sociale, storicamente determinata. Il suo contenuto si carica nel tempo di due significati, in un’accezione pre-Rivoluzione francese indica una comunità di sangue, di terra, di lingua e di costumi. Nel periodo delle rivoluzioni 700-800 si aggiunge un significato politico, equivale ad un popolo con un comune progetto politico che costituisce il fondamento dello Stato unitario , per il quale i francesi ripropongono il significato della parola Repubblica. Un’analogia è quella di classe in sé e per sé di Marx. Si

definisce, nell’800, come un popolo consapevole di condividere una stessa origine, uno stesso destino e volontà. Nel 1882 Renan riconosce nella nazione ‘la volontà di vivere insieme’, ‘il plebiscito di tutti i giorni’. L’idea di nazione e il sentimento di identità nazionale furono evocati dalle minoranze attive dei popoli che, in Italia, in Germania, in Ungheria e in Polonia, non avevano ancora raggiunto un proprio Stato nazionale. Giuseppe Mazzini esaltò la componente emotiva, religiosa e volontaristica dell’idea di nazione per affermare il principio di autodeterminazione dei popoli in vista della costruzione di uno Stato liberale e democratico. Nella prima metà del ‘900 però il concetto di nazione cambia in nazionalismo conducendo ad esiti opposti di quelli auspicati in senso liberale e democratico. Con la diffusione delle idee marxiste dell’internazionalismo proletario, soggetti e gruppi con interessi contrapposti non esitarono ad enfatizzare i vincoli di sangue, di terra-patria, di lingua, di religione e di cultura per imporre regimi autoritari e totalitari, in nome del nazionalismo. Lo Stato moderno resta tra le forme di concentrazione di potere meglio organizzate e più resistenti nel tempo. Il sistema democratico Con il consolidamento dello Stato moderno ci si pone il problema di quello che in chiave storica è definito regime mentre in chiave funzionalista è definito sistema dello Stato. Questo concetto sta a indicare le risposte che ruotano attorno alla questione “chi detiene ed esercita il potere politico, come e perché”. Le soluzioni presentano notevoli diversità nel tempo e nello spazio, in quanto i fattori che le definiscono sono tipici in ogni paese. È comune la forma degli stessi fattori, relativa a tre aspetti: 1. immutabilità della cultura istituzionale pregressa 2. dinamica delle forze socio-economiche 3. elaborazione ideologica delle minoranze attive degli intellettuali che si occupano di potere. La costruzione del sistema democratico è frutto di due movimenti che investono tanto la base della società, quanto i suoi vertici. Bobbio ha osservato come la crescita della democrazia possa e debba essere letta tanto dal basso (ex parte populi) quanto dall'alto (ex parte principis). Il passaggio dallo Stato assolutistico allo Stato costituzionale riguarda in primo luogo le persone che costituiscono la popolazione di uno Stato. Con la rottura apportata dall’Umanesimo e del Rinascimento, avviene l’avvio del processo di individualizzazione. Elias sostiene che l'Identità dell'io tende col tempo a sostituirsi all’Identità io-noi per poi giungere, in epoca contemporanea, ad affermarsi addirittura come un io-senza-noi. Sociologicamente, gli individui emergenti vengono riclassificati in base a categorie di status/ruolo e di spazio come nobili (possidenti fondiari), borghesi (artigiani e commercianti residenti nei borghi) e villani (contadini residenti nelle campagne). Con l’affermazione dello Stato assoluto le definizioni antropologiche e quelle sociologiche confluiscono nella categoria giuridica del suddito, totalmente sottoposto al sovrano. Per Hobbes accettare la cessione dei diritti individuali è l’unica condizione per uscire dalla guerra di tutti contro tutti, ma presto i ceti sociali emergenti (borghesia) non sono più disposti a sottostare a tale condizione, né a sopportare l’esclusione dal potere politico. La lotta tra la fine del XVII secolo e il XX secolo capovolge lo status di suddito in quello di cittadinanza, e l’individuo si trasforma da suddito in cittadino. Tale status corrisponde all’acquisizione di tre tipi di diritti: civili, politici e sociali, (Marshall). Diritti, cui fanno da contrappeso corrispondenti doveri. Quindi, la via ex parte populi che conduce alla democrazia può essere colta nell’esperienza inglese perché precede storicamente le altre esperienze nazionali. La conquista da parte dei singoli dei diritti civili di cittadinanza (i diritti all’integrità della persona, all’inviolabilità del domicilio e della corrispondenza, alla libertà di movimento e di manifestazione di opinione, alla proprietà privata). La rivendicazione della libertà di movimento deriva dalla necessità degli imprenditori proto-capitalisti di procurarsi manodopera per le fabbriche delle città mettendo in discussione ‘l’asservimento’ delle masse contadine al latifondo. (J.Locke difende il diritto alla libertà e alla proprietà privata nei limiti della quantità che si riesce a mantenere con il

internazionali fanno avanzare l’idea di passare dai diritti di cittadinanza ai diritti della persona tout court.

  1. Spinta per l’introduzione di diritti di quarta generazione, riferiti a ciò che circonda gli esseri umani, alla tutela dell’ambiente e ai diritti degli animali. Evoluzione ex parte principis: procediamo in via idealtipica. La prima forma Stato che segna il passaggio dall’assolutismo al costituzionalismo è quella dello Stato liberale : un apparato che si impegna a garantire nel patto tra sovrano e cittadini (la Carta) i diritti civili di cittadinanza. Lo Stato liberale non realizza il principio democratico, si limita al riconoscimento delle libertà civili. Lo Stato liberal-democratico prende forma quando al riconoscimento dei diritti civili si aggiunge quello dei diritti politici in estensione. Il criterio di inclusione politica è una condizione necessaria ma non sufficiente per l’affermazione della liberal- democrazia. Al suo completamento occorre che lo Stato sia organizzato sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario , secondo la formula di Montesquieu, e una precisa disposizione degli apparati coercitivi e burocratici al rispetto delle garanzie riconosciute ai cittadini. Si ha uno Stato liberal- democratico e sociale (Stato sociale) se anche i diritti sociali entrano nei diritti di cittadinanza garantiti dall’autorità pubblica. Le modalità di assicurazione dei diritti sociali hanno dato vita a modelli diversi di welfare State:  Titmuss ha distinto tra modello residuale , modello acquisitivo-performativo e modello istituzionale- redistributivo.  Esping-Andersen distingue modello liberale , modello conservatore-corporativo e modello socialdemocratico. Importante è la presenza nell’ordinamento di una previsione organica di un sistema di sicurezza sociale. Tale previsione rispecchia le due formule collegate del finanziamento (contributivo o fiscale) e dei destinatari (lavoratori o cittadini). Gli Stati post-assolutistici si dispiegano con la sequenza: Stato liberale (pre-democratico), Stato liberal- democratico, Stato sociale occupazionale (puro e misto), Stato sociale universalistico (puro e misto). A definire i regimi come democratici è sufficiente la seconda tappa, quelle successive rafforzano il concetto di cittadinanza grazie al riconoscimento dei diritti sociali. Gli Stati Uniti d’America sono un paesi liberal- democratico, ma non uno Stato sociale all’europea nonostante gli sforzi di Obama di rendere la protezione sociale di tipo pubblico. Non possono essere considerati democrazie i regimi socialisti dell’Europa dell’Est prima del 1989, nonostante un’auto-attribuzione dei caratteri democratici. La proclamazione dell’Unione Sovietica e degli altri Stati satelliti di perseguire una ‘democrazia sostanziale’, non può far dimenticare l’assenza del riconoscimento dei diritti civili e politici, sulle questioni della libertà e del pluralismo. Maurizio Ferrera propone una classificazione quadripartita con da un lato gli Stati sociali con un modello occupazionale puro o misto e dall’altro gli Stati sociali con un modello universalistico puro o misto.  Modello occupazionale puro di Stato liberal-democratico e sociale = finanziamento su base contributiva e fruizione da parte dei soli contributori. Ne fanno parte Francia, Belgio, Germania e Austria.  Modello occupazionale misto di Stato liberal-democratico e sociale = stati nati con una logica occupazionale, poi contaminati dalla logica universalistica. Ne fanno parte Svizzera, Olanda, Irlanda e Italia.  Modello universalistico puro di Stato sociale = finanziamento su base fiscale generale e fruizione universale. Ne fanno parte Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia.

Modello universalistico misto di Stato sociale = stati nati con una logica universalistica, poi contaminati dalla logica occupazionale. Ne fanno parte Nuova Zelanda, Canada e Regno Unito, che hanno visto ridimensionare le aperture dalle politiche neoliberiste di Margaret Thatcher. Le classificazioni fanno riferimento a modelli idealtipici ed hanno un carattere indicativo. Nel passaggio dal piano teorico a quello delle vicende storiche entrano in gioco due elementi che relativizzano gli etichettamenti semplificati: abbiamo paesi che arrivano agli stessi risultati muovendo da tradizioni culturali e istituzionali diverse da un lato, e dall’altro l’evoluzione dei rapporti economici e delle strategie di politics e di policy non si interrompe, inducendo a ipotizzare continue trasformazioni anche nelle situazioni più consolidate. Quella della tradizione anglosassone e quella continentale Sono due concezioni di Stato diverse. Lo Stato dell’utilitarismo inglese è il frutto del contratto tra soggetti privati per evitare ingiustizie, è il ‘male minore’, lo Stato minimo. Lo Stato etico di Hegel non è visto come il prodotto di un contratto tra privati, ma si impone di necessità dell’altro. Per gli Stati Uniti d’America, secondo Toqueville, lo sviluppo del sistema liberal-democratico di origine anglosassone può contare sullo spirito di libertà dal colonialismo inglese e sulla forza dell’autonomia dei cittadini singoli e associati, anche se non si radica sulle laceranti lotte di classe tra nobiltà e borghesia (e tra borghesia e proletariato) che sono alla base delle democrazie europee. Nonostante le politiche autoritarie e totalitarie della prima metà del ‘900, dopo la seconda guerra mondiale la liberal-democrazia accomuna i paesi dell’Europa occidentale, del Nord America, dell’Australia, della Nuova Zelanda e paesi emergenti come l’India, con l’apertura a politiche di welfare più o meno estese. La sfera politica delle liberal-democrazie è investita da due fenomeni che ne alterano la fisionomia: Il primo fenomeno è la globalizzazione economica, accompagnata dalla ripresa di ideologie neoliberiste. Grazie ad essa le élites economico-finanziarie impongono ai titolari del potere nelle istituzioni pubbliche la rinegoziazione dei rapporti di forza tra politica ed economia. Il secondo è la diffusione della televisione, che ha trasformato i canali tradizionali della socializzazione, dell’informazione e della comunicazione politica. Giocano qui un ruolo di rilievo i professionisti delle tecniche di persuasione, che usano la televisione per manipolare i cittadini-spettatori, i quali assumono un ruolo passivo e non di partecipazione. Tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, i risultati sono tre: 1. Crisi dei sistemi di welfare State e tendenza verso una loro ridefinizione con ridimensionamento dell’intervento pubblico e la riaffermazione del ruolo del mercato; 2. Evoluzione della democrazia in regimi di ‘post-democrazia’; 3. Rinascita di nuovi fenomeni di partecipazione socio-politica dal basso. [Con il termine post-democrazia il politologo Colin Crouch (2003) indica lo svuotamento dei sistemi democratici (che rimangono tali nelle strutture formali) da parte di oligarchie che si appropriano delle funzioni esecutive e che controllano le fasi delle elezioni. Le vicende britanniche di Tony Blair e quelle italiane di Silvio Berlusconi ci mostrano come il potere si concentri nelle mani di lobby economiche, tecnocrazie, burocrazie pubbliche e organi intergovernativi, coperti e garantiti dalla personalizzazione delle leadership politiche.] Funzionali alla post-democrazia sono il controllo dei media (Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi) e la trasformazione dei partiti tradizionali in strumenti di mobilitazione elettorale (New Labour britannico, il movimento olandese di Pim Fortuyn e Forza Italia). Le regole della democrazia sono rispettate apparentemente, ma di fatto i processi che portano alla selezione della classe politica e alle decisioni di governo diventano esclusivi ed elitari in una commistione di interessi pubblico-privati. L’uso della comunicazione pubblica e i suoi strumenti (in primis la televisione) è diventato un potere e un bene strategico di democrazia allo stesso modo dei classici poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. I regimi non democratici

Abbiamo quattro fattispecie : 1. regimi autoritari burocratico-militari, (dominati da coalizioni di ufficiali dell’esercito e di alti burocrati, godendo dell’appoggio di istituzioni tradizionali, della Chiesa, di gruppi sociali di grandi possidenti terrieri e industriali conservator), 2. regimi a stalinismo organico, (tentano di superare i limiti di consenso di stabilità dei regimi militari con ‘strutture organiche’ di tipo corporativo. Anche grazie al rilancio di forme societarie moderne, si propongono come alternativa alle liberal- democrazie basate sul riconoscimento del ruolo degli individui nello Stato. Affidano la rappresentanza degli interessi a un numero circoscritto di categorie che hanno i caratteri della obbligatorietà, della non competitività , della differenziazione funzionale e di un’ordinata gerarchizzazione. Hanno ricevuto e ricevono il consenso di strutture che privilegiano i corpi sociali intermedi, mostrando una matrice clerico- fascista, ma non nella forma estrema.), 3. regimi autoritari di mobilitazione delle società post- democratiche, (si impongono nelle situazioni in cui alla spinta ugualitaria provocata dal mutamento politico in senso democratico, e alle sollecitazioni provocate dallo sviluppo economico, non corrisponde l’adeguamento delle mentalità e dei vecchi modelli sociali e culturali dominanti. Il fascismo italiano e il franchismo spagnolo essendo il frutto della reazione dei ceti in declino rispetto alle classi emergenti, si proclamano ‘rivoluzionari’ mirando ad ‘animare’ il popolo sull’idea nazionalista e sull’organizzazione corporativa degli interessi. Sono nati con atti di rottura verso le precedenti esperienze democratiche, quindi per una maggiore energia), regimi autoritari di mobilitazione dopo l’indipendenza, (caratterizzano i paesi usciti dal dominio coloniale o dalla sudditanza verso una potenza straniera ad esempio Africa, nell’area sub- sahariana e nel Maghreb).  Regimi totalitari : presentano una presa sui governati intensa e completa, radicale. Le ‘ istituzioni totali’ (Goffman) sono organizzazioni che allontanano e separano i soggetti istituzionalizzati dal resto della società ; vi è l’internamento in strutture concentrate e rette da regolamenti vincolanti per tutti i momenti della loro vita; vi è l’incombenza pervasiva dei detentori del potere di controllo (le carceri, i manicomi, le caserme, i conventi di clausura, ma anche gli ospedali, i collegi e altri tipi di ricovero). Non perseguono solo scopi punitivi, ma anche di cura e di edificazione morale. I regimi totalitari elevano l’intera società ai criteri che ispirano e regolano le istituzioni totali. ‘ L’essenza del totalitarismo sta nel fatto che annulla ogni differenza tra Stato e gruppi sociali e tra Stato e personalità individuale’ (Eckstein e Apter). Ciò grazie al convincimento del gruppo dirigente (avanguardia illuminata) di aver compreso il senso dell’esistenza e la natura dei rapporti degli esseri umani (inclusi gli obblighi morali e comportamentali) e di essere chiamato ad affermarla per un ‘messianismo politico’. Talmon ha collocato il rilancio delle credenze messianiche nel ‘700, nel pensiero di Rousseau e dei giacobini, sostenendo che il totalitarismo si basa ‘sull’assunzione di un’unica ed esclusiva verità in politica’. I regimi totalitari controllano l’ideologia politica su tutti gli ambiti di vita, così anche l’aspetto repressivo si manifesta con modalità più dure rispetto ai regimi autoritari. Arendt ha osservato che è il terrore la vera essenza del totalitarismo. Componenti morfologiche dello Stato totalitario di Friedrich :

  1. Un’ideologia onnicomprensiva
  2. Un partito unico, guidato da un solo uomo, impegnato ad imporre l’ideologia
  3. Un potere di polizia fondato sul terrore
  4. Il monopolio dei mezzi di comunicazione
  5. La subordinazione completa delle forze armate del potere politico
  6. Un sistema centralizzato di pianificazione economica e il controllo delle organizzazioni

Elementi di distinzione tra un regime totalitario e uno autoritario:  Un’ideologia contro una mentalità  Assenza di pluralismo e il pluralismo limitato  Negazione di spazi di autonomia a organizzazioni economiche o culturali contro sostegni contrattati con gruppi sociali con una certa autonomia. Dal punto di vista empirico la questione è meno lineare. È un esempio di Stato totalitario l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche sotto Stalin. Alcuni storici rilevano che il potere esercitato dai suoi capi si ispira all’assolutismo zarista, l’Urss mostra le sei caratteristiche proposte e l’orientamento descritto circa la volontà dell’élite di governo di perseguire la ‘verità’, ridefinita da Marx, Engels e Lenin, fino ad includere la pratica del terrore. Appaiono totalitari anche altri regimi socialisti del ‘900: la Repubblica Popolare Cinese sotto Mao Tse-Tung, l’Albania di Hoxa, il Vietnam di Ho Chi Min, la Cuba di Fidel Castro. Il fascismo e il nazismo della prima metà del ‘900 hanno una collocazione tipologica più problematica, in quanto il fascismo di Mussolini è considerato un regime autoritario dato che molti elementi sostengono tale interpretazione: una mentalità specifica difficile da ricondurre a un’ideologia, il compromesso con la Chiesa cattolica alla quale riconosce spazi di autonomia, l’alleanza dei ceti imprenditoriali ma non l’assoggettamento. Da un certo punto si trovano tracce di un tentativo di presa totalitaria sul paese tramite il partito unico (tessera obbligatoria e giuramento di fedeltà per i dipendenti pubblici e i professori universitari), la promozione di organizzazione di tipo generazionale, di genere, professionali e paramilitari a controllo partitico, il controllo dei mezzi di comunicazione, le violenze contro gli avversari politici e la loro messa al bando (confino o prigione). Il nazismo tedesco è associabile ai regimi totalitari, ha infatti un’ideologia forte il disegno della gerarchia delle razze e degli esseri umani del Mein Kampf di Hitler, è sistematico il ricorso allo strumento del terrore (sterminio finale) di presunti ‘nemici’ come gli ebrei o di ‘esseri inadatti e inferiori’ come disabili, rom e omosessuali. Sul perché paesi come l’Italia e la Germania, con alle spalle stagioni democratiche, siano pervenuti a regimi autoritari e totalitari le spiegazioni non vanno ridotte al carisma dei capi. La Germania del primo dopoguerra trova la causa nel clima di disagio collettivo all’origine del nazismo. Il Reich tedesco venne travolto da quattro sollecitazioni: gli effetti sociali della rivoluzione industriale, la questione della formazione di uno Stato sociale, la definizione della sua Costituzione e la concorrenza in politica estera delle altre potenze imperiali. Arendt ha attribuito la nascita del nazismo anche ad altri tre fattori: la concessione veloce del diritto di voto alle masse in assenza di una tradizione di cultura politica liberale, la nascita e la crescita del Partito nazionalsocialista con un capo populista che consentiva un’identificazione rassicurante degli individui e la popolazione numerosa degli ebrei da additare come capro espiatorio. Nel caso del fascismo italiano e dell’avvento dell’Urss, è l’esplosione di dinamiche sociali profonde a condurre all’affermazione di regimi non democratici. In tempi recenti hanno riproposto tali caratteristiche alcuni Stati basati sul fondamentalismo islamico, come l’Iran di Khomeini e l’Afghanistan dei talebani.  Regimi post-totalitari : si riferiscono alle esperienze dei paesi dell’Est europeo usciti dalla crisi del comunismo, sono caratterizzati da una lenta transizione verso una maggiore apertura. Si collocherebbero in un “continuum che va da un post-totalitarismo ‘precoce’ a un post-totalitarismo ‘congelato’ fino a un post-totalitarismo ‘maturo” (Linz). Nel primo caso risulterebbe alta la vicinanza al regime totalitario, tranne che per l’introduzione di alcuni limiti al potere del leader. Nel secondo caso aumenta la tolleranza verso critiche della società civile. Nel terzo caso si hanno mutamenti delle dimensioni istituzionali, tranne l’intangibilità del ruolo guida del partito.

mondiale, in cui i nuovi mezzi tecnici e della comunicazione consentono una circolazione di idee, capitali, merci e persone, difficile da disciplinare. Gli Stati nazionali accusano l’indebolimento dei pilastri giuridici su cui si sono retti finora: la sovranità nazionale, i confini territoriali, l’assoggettamento fiscale degli individui e delle imprese, il modo di intendere e riconoscere la cittadinanza. Bagnasco descrive tale perdita di controllo da parte dello Stato su ambiti fondamentali della propria sfera di giurisdizione (e sul mercato) con l’espressione ‘ società fuori squadra’. Ciò avviene perché il controllo ‘verticale’ delle attività su un territorio, tipico della statualità tradizionale, viene scosso da forze ‘trasversali’ prodotte dal capitalismo nella globalità. Sono i flussi (comunicativi, finanziari, di merci e di persone) che mettono in discussione la solidità della strutture istituzionali tradizionali (Bauman, Urry). La politica registra altri affanni: con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo dell’Urss e dei paesi satelliti viene meno la contrapposizione dei due blocchi su cui si era retto l’equilibrio internazionale dalla fine della seconda guerra mondiale. L’ordine politico aveva un doppio registro: analitico, con gli Stati nazionali sovrani, e complessivo, con le aree di influenza controllate dagli Usa e la Nato e le altre dall’Urss e il Patto di Varsavia. Negli anni ’90 del ‘900 si ha il processo di destrutturazione dell’ordine politico, che ha due significati:

  1. L’indebolimento dello Stato nazionale
  2. La scomparsa delle forme di inquadramento internazionale degli Stati post 1945 (e dei criteri di regolazione). Di fronte alle speranze (liberazione e democrazia planetaria) e ai rischi (caos e sfruttamento) che questa situazione alimenta, Beck osserva che ‘ il politico nell’era globale non è morto, ma è migrato’. La riflessione sociologica ha suggerito di ridefinire l’ottica con cui guardare oggi al concetto di società e alla sfera politica. Beck ricorda come la sociologia ha costruito i suoi strumenti concettuali a partire da un ‘nazionalismo metodologico’, dall’identificazione della società con lo Stato nazionale. Le prospettive del cosmopolitismo metodologico sono state diversamente descritte da vari studiosi. C’è chi mette l’accento sul fatto che nuovi legami a scala planetaria vengono introdotti dalle reti (networks) costruite grazie alla potenza dell’ ‘ età dell’informazione’ (Castells 2002). Chi ha sostituito le vecchie mappe geopolitiche orizzontali degli Stati nazionali con paesaggi longitudinali (scapes) di tipo etnico, mediatico, tecnologico, finanziario e neoideologico (Appadurai). L’immaginario individuale e collettivo e i condizionamenti della vita quotidiana (il lavoro, i redditi, i consumi, i quadri normativi) mutano i modi di essere dalla ricollocazione nello spazio globale più che in quello nazionale. Rispetto alle anticipazioni della ‘immaginazione sociologica’, la realtà fattuale dello scenario politico mantiene una sua stabilità storica. La rincorsa dell’elemento ‘pubblico’ nei confronti della fuga della logica ‘privata’ della valorizzazione economica va letta in un contesto in cui vi è la compresenza di forme statali e forme post-statali. Una prima osservazione deve spiegare gli aspetti che connotano la tenuta o il ridimensionamento del ruolo degli Stati nazionali. L’analogia è con l’avvento delle grandi monarchie europee. Il principale fattore scatenante dell’innovazione istituzionale fu il mercato, la spinta degli imprenditori e dei commercianti proto-capitalistici per la ricerca di spazi di mercato più vasti portò alla scomparsa delle istituzioni feudali e comunali, favorendo la nascita dei grandi Stati francese, inglese e spagnolo. Quella dimensione del mercato risulta oggi inadeguata rispetto alle opportunità offerte dal processo di globalizzazione alle concentrazioni economiche più forti. La possibilità degli Stati di mantenere un controllo sulla manovra degli attori economici è connessa ad una combinazione di fattori: 1. il possesso di un elevato know how tecnologico nazionale; 2. la potenza economico-industriale; 3. la forza militare; 4. le caratteristiche che elevano la massa critica di incidenza in termini di popolazione e di ampiezza geografica.

Nel mondo, inizio XXI sec., accanto agli importanti paesi del G6 (Stati Uniti d’America, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia, Italia) emergono i paesi Bric, Brasile, Russia, India, Cina, che soddisfano i requisiti richiesti dalle nuove dimensioni del mercato. A tali Stati che si muovono con la forza dei loro titoli ‘sovrani’ e con quella ‘collaterale’ di soggetti economici privati ad elevato impatto internazionale, si accompagnano la debolezza e il declino degli Stati che dispongono di minori risorse autodifensive. La perdita di sovranità dovuta alle dinamiche dell’economia mondiale produce la regressione della politica al livello dell’amministrazione e la riduzione del controllo del territorio nazionale alla gestione interna dell’ordine pubblico (Bauman). Nè gli Stati più forti né quelli più deboli riescono ad occupare e controllare come in passato uno spazio diventato ormai globale. La presidenza statunitense di George Walker Bush (2001-2009) è il più recente tentativo di una potenza statale di occupare il ruolo di ‘ guardiano del mondo .’ Il disegno egemonico di Bush, che ha come motivazione di partenza l’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 e si spinge fino alla proclamazione della ‘ Dottrina della guerra preventiva ’ contro i paesi dell’Asse del Male , non raggiunge l’esito atteso. La scelta del presidente Barack Obama, succeduto a Bush, a favore di una logica multilaterale, nasce da uno spirito orientato alla collaborazione internazionale, rivelando l’impossibilità di governare da soli un mondo tanto complesso. La penetrabilità delle vecchie frontiere statali e la fluidità delle relazioni globali redistribuiscono in modo differenziato i ruoli di potere nelle comunità. A determinare le sorti degli individui e dei popoli concorrono gli Stati, organismi di emanazione degli Stati più ricchi ma gestiti con logica non democratica, (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio o Wto), le grandi imprese multinazionali mosse da una logica di valorizzazione del capitale investito e altre associazioni che si muovono tra gli Stati e il mercato perseguendo obiettivi di solidarietà verso i paesi più poveri, come le Organizzazioni non governative (Ong). Emergono due caratteristiche:

  1. La difficoltà a trovare sintesi politiche internazionali accettate da tutti, di livello nazionale quanto globale
  2. Paradossalmente anche la necessità di mantenere in vita queste istituzioni giuridiche degli Stati che obbligano i vari soggetti a rispettare le regole delle relazioni internazionali (diritti di proprietà, contratti, disciplina dei titoli di borsa e delle obbligazioni, regolamentazione del lavoro meno garantista..). Saskia Sassen sostiene che, più che un’erosione della sovranità, siamo davanti ad una sua trasformazione, collocandosi al di fuori dei territori nazionalizzati la ‘nuova geografia del potere’. Su dove e come si esercita la nuova global governance ci sono diverse ipotesi.  Alcuni ritengono che questo ruolo sia svolto (o almeno spetti) dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. A sostegno ci sta il fatto che nell’Onu sono rappresentati tutti gli Stati del mondo e che le sue Agenzie operano a vantaggio di tutti i popoli e a tutti i livelli (locale, macroregionale e mondiale). I critici di tale visione ottimistica ricordano che l’Onu esiste perché non fa nessuna distinzione tra Stati democratici e non, non dispone di mezzi coercitivi propri per imporre le sue risoluzioni e che il suo Consiglio di sicurezza (con diritto di veto) nasce dalla seconda guerra mondiale e quindi non riproduce in modo adeguato i nuovi equilibri di potere internazionale, né le legittime richieste di partecipazione alle decisioni avanzate da tutti i paesi che ne sono esclusi.  Altri autori sostengono che ‘un nuovo ordine mondiale’ si sia imposto in via sostanziale. Hadt e Negri rilanciano il termine ‘impero’. È un tipo di potere che ‘ non dipende da un meccanismo contrattuale o dai trattati, né è deducibile da fonti federaliste. La fonte della normatività imperiale è una

Su questa strada stanno procedendo aree del mondo quali il Sud America e il mondo arabo, e l’Estremo Oriente, anche se con intese più moderate e in forme contrattate. Il XXI secolo costringe la politica a misurarsi con forme statali e post-statali. Se le dimensioni delle nuove polities si sono accresciute, rispetto ai processi evolutivi interni degli Stati nazionali occidentali degli ultimi secoli emerge un rischio di regressione: il deficit di democrazia degli organismi che governano gli spazi sovranazionali. Non riguarda solo gli attori anonimi e potenti che si collocano tra la tutela degli interessi degli Stati ricchi e le logiche di mercato (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Wto), ma anche istituzioni rappresentative come l’Onu e l’UE. Era inevitabile che su tale situazione si esercitasse lo spirito critico delle teorie sociologiche normative. In prosecuzione con la lezione kantiana della morale che vede gli uomini come fini (non come mezzi) e delle condizioni di una pace perpetua, Habermas augura per l’Europa “ la formazione di una sfera pubblica libera, in cui ci sia il riconoscimento delle differenze culturali nazionale e la produzione collettiva, al fine di prevenire una cultura politica e una cittadinanza europea comune. Beck conclude il saggio “Potere e contro-potere nell’età globale” osservando che il regime cosmopolitico può andare verso due direzioni opposte:

  1. Dispotismo, la cultura della paura, la continuità nell’appropriazione dei beni del mondo assicurata dal controllo armato ai soggetti più forti.
  2. Impedire la separazione tra democrazia e diritti umani, facendo in modo che le battaglie per la diffusione dei secondi (patrimonio della tradizione civica occidentale) siano a salvaguardia della prima su scala globale.