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I SINDACI – SEGATORI, Sintesi del corso di Scienza Politica

I SINDACI – SEGATORI SINTESI Solo dei capitoli 3-4-5

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020
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I SINDACI – SEGATORI
CAPITOLO TERZO – L’IDONEITÀ DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI FINO AGLI ANNI ‘60
IL CLIMA POLITICO E IL RUOLO DEI PARTITI
In riferimento agli anni ’40, ’50 e ’60, la letteratura eco-politica ha individuato un’articolazione territoriale
dei climi politici italiani assai ricca e complessa. La suddivisione postula l’esistenza di 4 macro-aree
omogenee; il Nord-ovest o zona industriale, il Nord-est o zona bianca, il Centro o zona rossa, il Sud e il
Lazio, con le restanti regioni. Il Nord-ovest presenta il più variegato mix nazionale di attività produttive
(industrie grandi e medie), c’è diffusione sia del voto di sinistra (specie socialista) che di quello
democristiano e, in parte, laico (liberale e repubblicano). Il Nord-est, dove sono attestate la piccola e media
industria e la conduzione diretta in agricoltura, oltre che una radicata pratica religiosa (cattolica), prevale la
Democrazia cristiana. Al centro, che rivela caratteri analoghi al Nord-est per l’industri domina il PCI. Nel
Lazio e nel Sud, terre di latifondo e di terziario tradizionale, si ritorna a un pluralismo di rappresentanze,
anche se con tendenziale predomini della DC e della destra. In particolare, due aree (nord-est e centro) la
presentano un insediamento di politiche contrapposte (la bianca e la rossa), mentre le altre due
manifestano connotazioni non particolarmente rigide e anzi suscettibili di mutamento. Ciò è spiegabile, per
le prime, soprattutto con il radicamento territoriale delle due subculture politiche in anni antecedenti lo
stesso periodo fascista, e per le seconde, con un’attenzione centrata più sull’azione dei governi che sulle
stesse subculture. Per il periodo postbellico in termini di “arena politica”, “questo significa che nel
Mezzogiorno si ha il grado più elevato di fluidità elettorale e che quindi si svolgono le battaglie politiche più
redditizie, mentre lo scontro frontale è tipico delle regioni nord-occidentali, che insieme al Mezzogiorno, si
contrappongono alle vere subculture del Centro e del Nord-est”. I diversi territori si pongono di fronte alle
grandi fratture (cleavages) che segnano le tappe d’avanzamento di un paese verso le condizioni della
modernità e dell’equilibrio politico. Farneti ha osservato che i conflitti generati dai cleavagesterritoriali,
funzionali e culturali possono essere ridefiniti dai partiti politici, e quindi trasformati in elementi di
coesione. I partiti hanno il compito di gestire l’interazione tra società politica e società civile. E, per fare
questo, hanno a disposizione 3 strumenti principali: l’ideologia, l’organizzazione e l’occupazione dei pubblici
poteri, che è insieme il fine e il mezzo del loro sviluppo. Nelle zone con climi politici “fluttuanti” (in
prevalenza il Sud e il Nord-ovet), il più importante indicatore di tendenza è fornito dall’uso che i partiti
fanno dei 3 strumenti. È pur vero che i partiti, definendo tra il 1947 e il 1953 il quadro generale dei poteri e
delle risorse dei comuni, delimitano già in partenza con forti vincoli le piste di scorrimento e le eventuali
ambizioni degli amministratori locali. Prendendo il caso della Democrazia cristiana, esso si è affermato
attraverso 3 cicli degasperiano (fino al ’53), fanfaniano (dal ’54 al ’59) e doroteo (dagli anni ’60 all’inizio
degli anni ’70). La concezione di De Gasperi riguardo alla Dc era quella del partito che si identifica con la
nazione (non con lo stato), di un partito-sistema sociale, interclassista. Il partito di Fanfani, più che il
partito-sistema sociale di De Gasperi, sta ormai diventando il partito-Stato, un “partito di governo
permanente” che successivamente verrà descritto come controllore e gestore, attraverso i suoi uomini,
dello Stato sociale allargato, con riferimento all’amministrazione centrale, agli enti pubblici e agli enti locali.
Così, almeno fino al termine degli anni ’60, la Democrazia cristiana sembrò tutelarsi scegliendo una specie
di posizione mimetica tra società civile e Stato: un modo soft, e in fondo democratico, di continuare ad
essere partito-regime. All’inizio degli anni ‘760, solo il 25,3% dei dirigenti nazionali democristiani accoglie
per sé la definizione di “professionisti della politica”, di contro al 65,5% dei dirigenti comunisti. Nello stesso
periodo, la stragrande maggioranza dei militanti democristiani si dischiara più leale verso la Chieda e le
associazioni cattoliche che verso la DC. Il legame tra amministratore locale e parlamentare capo-corrente, è
debole fino alla metà degli anni ’50, e finisce con l’acquistare sempre più rilevanza soprattutto a partire
dall’affermazione dei dorotei.
Le condizioni della rappresentanza sono radicalmente diverse sono nella sinistra, ed in particolare nel PCI.
In particolare l’immagine che emerge dal paragone on altri partiti del movimento comunista internazionale
non coincide con l’immagine che scaturisce dal confronto con gli altri partiti italiani, a rappresentanza
individuale e pigliatutto. In rapporto ai “partiti fratelli” del movimento internazionale, come ad es. il Partito
Comunista Francese, il PCI appare diverso per 3 motivi:
a) È un partito di quadri e di massa, ovvero “un partito di massa bolscevico”.
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I SINDACI – SEGATORI

CAPITOLO TERZO – L’IDONEITÀ DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI FINO AGLI ANNI ‘

IL CLIMA POLITICO E IL RUOLO DEI PARTITI

In riferimento agli anni ’40, ’50 e ’60, la letteratura eco-politica ha individuato un’articolazione territoriale dei climi politici italiani assai ricca e complessa. La suddivisione postula l’esistenza di 4 macro-aree omogenee; il Nord-ovest o zona industriale, il Nord-est o zona bianca, il Centro o zona rossa, il Sud e il Lazio, con le restanti regioni. Il Nord-ovest presenta il più variegato mix nazionale di attività produttive (industrie grandi e medie), c’è diffusione sia del voto di sinistra (specie socialista) che di quello democristiano e, in parte, laico (liberale e repubblicano). Il Nord-est, dove sono attestate la piccola e media industria e la conduzione diretta in agricoltura, oltre che una radicata pratica religiosa (cattolica), prevale la Democrazia cristiana. Al centro, che rivela caratteri analoghi al Nord-est per l’industri domina il PCI. Nel Lazio e nel Sud, terre di latifondo e di terziario tradizionale, si ritorna a un pluralismo di rappresentanze, anche se con tendenziale predomini della DC e della destra. In particolare, due aree (nord-est e centro) la presentano un insediamento di politiche contrapposte (la bianca e la rossa), mentre le altre due manifestano connotazioni non particolarmente rigide e anzi suscettibili di mutamento. Ciò è spiegabile, per le prime, soprattutto con il radicamento territoriale delle due subculture politiche in anni antecedenti lo stesso periodo fascista, e per le seconde, con un’attenzione centrata più sull’azione dei governi che sulle stesse subculture. Per il periodo postbellico in termini di “arena politica”, “questo significa che nel Mezzogiorno si ha il grado più elevato di fluidità elettorale e che quindi si svolgono le battaglie politiche più redditizie, mentre lo scontro frontale è tipico delle regioni nord-occidentali, che insieme al Mezzogiorno, si contrappongono alle vere subculture del Centro e del Nord-est”. I diversi territori si pongono di fronte alle grandi fratture (cleavages) che segnano le tappe d’avanzamento di un paese verso le condizioni della modernità e dell’equilibrio politico. Farneti ha osservato che i conflitti generati dai cleavages – territoriali, funzionali e culturali – possono essere ridefiniti dai partiti politici, e quindi trasformati in elementi di coesione. I partiti hanno il compito di gestire l’interazione tra società politica e società civile. E, per fare questo, hanno a disposizione 3 strumenti principali: l’ideologia, l’organizzazione e l’occupazione dei pubblici poteri, che è insieme il fine e il mezzo del loro sviluppo. Nelle zone con climi politici “fluttuanti” (in prevalenza il Sud e il Nord-ovet), il più importante indicatore di tendenza è fornito dall’uso che i partiti fanno dei 3 strumenti. È pur vero che i partiti, definendo tra il 1947 e il 1953 il quadro generale dei poteri e delle risorse dei comuni, delimitano già in partenza con forti vincoli le piste di scorrimento e le eventuali ambizioni degli amministratori locali. Prendendo il caso della Democrazia cristiana, esso si è affermato attraverso 3 cicli – degasperiano (fino al ’53), fanfaniano (dal ’54 al ’59) e doroteo (dagli anni ’60 all’inizio degli anni ’70). La concezione di De Gasperi riguardo alla Dc era quella del partito che si identifica con la nazione (non con lo stato), di un partito-sistema sociale, interclassista. Il partito di Fanfani, più che il partito-sistema sociale di De Gasperi, sta ormai diventando il partito-Stato, un “partito di governo permanente” che successivamente verrà descritto come controllore e gestore, attraverso i suoi uomini, dello Stato sociale allargato, con riferimento all’amministrazione centrale, agli enti pubblici e agli enti locali. Così, almeno fino al termine degli anni ’60, la Democrazia cristiana sembrò tutelarsi scegliendo una specie di posizione mimetica tra società civile e Stato: un modo soft, e in fondo democratico, di continuare ad essere partito-regime. All’inizio degli anni ‘760, solo il 25,3% dei dirigenti nazionali democristiani accoglie per sé la definizione di “professionisti della politica”, di contro al 65,5% dei dirigenti comunisti. Nello stesso periodo, la stragrande maggioranza dei militanti democristiani si dischiara più leale verso la Chieda e le associazioni cattoliche che verso la DC. Il legame tra amministratore locale e parlamentare capo-corrente, è debole fino alla metà degli anni ’50, e finisce con l’acquistare sempre più rilevanza soprattutto a partire dall’affermazione dei dorotei. Le condizioni della rappresentanza sono radicalmente diverse sono nella sinistra, ed in particolare nel PCI. In particolare l’immagine che emerge dal paragone on altri partiti del movimento comunista internazionale non coincide con l’immagine che scaturisce dal confronto con gli altri partiti italiani, a rappresentanza individuale e pigliatutto. In rapporto ai “partiti fratelli” del movimento internazionale, come ad es. il Partito Comunista Francese, il PCI appare diverso per 3 motivi: a) È un partito di quadri e di massa, ovvero “un partito di massa bolscevico”.

b) I massimi dirigenti perseguirono l’obiettivo dell’inserimento nello Stato attraverso alleanze popolari e democratiche. c) Dal dopoguerra si diffuse la parola d’ordine della “via nazionale al socialismo”, che esprime l’autonomia del PCI nei confronti del PCUS, leader dei partiti fratelli. Togliatti contestualizzando i punti, affermò che: a) e b) l’idea-guida è quella del “partito nuovo”, cioè di un partito della classe operaia e del popolo che interviene nella vita del paese con un’attività costruttiva. Il 1956 rappresenta uno dei principali spartiacque della storia del PCI: prima c’è sì la sconfitta del 1948, ma anche la vittoria del ’53 a seguito della campagna di mobilitazione contro la cosiddetta “legge-truffa” e la grande compattezza dei militanti. A differenza di quanto accade nella DC, il condizionamento del partito nella scelta e sui comportamenti degli eletti è fortissimo in entrambe le fasi, e almeno fino agli anni ’60. Se il candidato democristiano vive il più delle volte una doppia appartenenza, e quindi una lealtà diversificata tra partito e Chiesa, quello comunista sperimenta una sostanziale identità tra “chiesa” e partito, nel senso che la chiesa “è” il partito.

GLI UOMINI DEL POTERE POLITICO LOCALE

Vi sono state delle vicende significative per quanto riguarda la ricostruzione dell’identità professionale dei sindaci in 3 aree a ridosso o corrispondenti dal 1915 al 1947. A livello generale è possibile individuare 5 linee di tendenza: a) Benestanti, professionisti e industriali sono i ceti che esprimono il maggior numero di sindaci nel periodo pre-democratico e fascista. b) I coltivatori sono un’altra componente rilevante del panorama politico locale, specialmente in corrispondenza dei comuni ad elevata ruralità. È interessante notare che la presenza dei coltivatori tra i sindaci tende a risalire in occasione delle elezioni democratiche. c) Commercianti e artigiani, operai e braccianti, pensionati e studenti, pur con frequenze relative minori degli altri ceti, sono la principale spia dei passaggi tra i diversi tipi di regime. d) Insegnanti e militari conoscono una sorte felice nell’apogeo del periodo fascista (1926 e 1933). La natura pedagogica del ruolo dei primi e la fedeltà istituzionale dei secondi li rende utili al regime al potere. e) Dirigenti e impiegati rivelano un trend di crescita costante che, più dalle condizioni politiche, sembra dipendente dalla lenta e graduale espansione di ruoli del terziario. Se alle elezioni del 1915, ultimo appuntamento dell’era giolittiana, predominano nell’ordine benestanti, coltivatori, professionisti e industriali, alle prime elezioni democratiche del 1920-21 le curve dei benestanti e dei professionisti-industriali denunciano una netta caduta, mentre crescono quelle dei coltivatori, dei commercianti-artigiani e degli operai-braccianti. Durante, invece, gli anni del fascismo: la nomina dei podestà del 1926 premia cli ceti considerati più affidabili dal regime (benestanti, professionisti e industriali) e penalizza pesantemente i coltivatori, gli artigiani e gli operai. Vi è la predominanza di alcuni anziché di altri ceti in rapporto alle caratteristiche socio-economiche in base alle diverse aree. Nel Canavese è altissima la quota dei sindaci coltivatori e di commercianti e artigiani; nella provincia di Roma quella dei benestanti agricoli e di professionisti e industriali; nelle provincie di Bari e Brindisi quella dei professionisti e industriali e quella dei benestanti. Conseguentemente, anche alle prime elezioni del secondo dopoguerra, nel Canavese al primo posto i coltivatori, a Roma i commercianti e gli artigiani, a Bari e Brindisi i professionisti e gli industriali. Il quadro complessivo che esce da questi dati, per la prima metà del secolo, la ricorrenza di 2 elementi:  A livello socio-economico, l’identità degli amministratori locali riflette la netta predominanza del settore primario e delle professioni tradizionali, sugli altri settori che appaiono comunque in graduale crescita.  A livello politico, la differenziazione determinata dall’alternarsi di regimi non democratici e di regimi democratici, comporta che i primi privilegino palesemente i gruppi cointeressati fedeli alla gestione autoritaria del potere. La rappresentanza di massa nei consigli comunali non presenta particolari sorprese: se, da un lato gli eletti provenienti dal settore terziario sono leggermente sovrarappresentanti rispetto a quelli dell’industria e dell’agricoltura che vantano percentuali più alte tra la popolazione attiva in generale, dall’altro le categorie più numerose tra i semplici consiglieri sono nell’ordine quella dei coltivatori diretti, dei pubblici dipendenti

premeva per l’abbandono delle vecchie forme autoritarie e poco trasparenti di gestione delle funzioni pubbliche.

  1. Forma espressiva – insistita, dura, non accomodante e talvolta ai limiti della legalità – della protesta.
  2. Crescita di una nuova generazione di persone orientate alla politica. La nuova generazione che diventa maggiorenne sulla scena sociale presenta 2 connotazioni di fondo: non disdegna il protagonismo diretto e ha voglia di impegno politico. Il ciclo della mobilitazione non si conclude a mani vuote:  Il primo obiettivo viene conseguito tramite la stipula di una serie di contratti collettivi di lavoro, in cui si realizza l’inquadramento unico tra operai e impiegati, un abbattimento delle differenze salariali tra le diverse categorie.  Il secondo, approvazione in Parlamento della legge 300 del 1970, o “Statuto dei diritti dei lavoratori”.  Quanto al terzo obiettivo, finisce con lo spingere i governi locali verso un’identità e un ruolo più attivi. Vi è un salto di consapevolezza e di esperienze, per quanto riguarda le donne impegnate nel movimento, su 3 piani:
  3. Organizzativo e mobilitativo.
  4. Emancipazione – secondo la quale le donne devono lottare per acquisire gli stessi diritti dei maschi – e si afferma l’idea di liberazione, che comporta la denuncia di una situazione di minorità delle donne.

3. Termini concreti di lotta, ovvero il diritto all’autodeterminazione della procreazione e all’aborto “libero,

gratuito e assistito”.

ASCESA E “NORMALIZZAZIONE” DI UNA NUOVA CLASSE POLITICA MUNICIPALE

Le elezioni amministrative del 1975 rappresentano il primo banco di prova per verificare la tesi della convergenza tra molti giovani protagonisti dei movimenti e il sistema politico in cerca di riadattamento- normativo e di personale. Dopo le scosse subite. Per quanto riguarda la distribuzione percentuale dei consiglieri comunali per età dal 1972 al 1987 (T.16) si evidenzia che a metà degli anni ’70 oltre il 50% dei consiglieri comunali italiani è costituito da ventenni e trentenni. Invece, le donne elette nei consigli comunali quasi raddoppiano tra il 1972 e il 1977 (T.17), continuando poi a crescere lentamente negli anni successivi. Ne 1975 l’ondata giovanilistica che penetra nelle istituzioni non è solo di facciata. Nel 1977 il numero di persone con più di 30 anni che rivestono la carica di assessore e sindaco registra una fortissima impennata (T.18). Tutti i partiti politici innovano profondamente la propria rappresentanza nel 1975, eleggendo nuovi giovani (T.19). L’incremento della quota di ventenni varia proporzionalmente da partito a partito. Rispetto al 1972, in cui cresce tra il 160 e il 170% (la DC e tutti i partiti minori), in altri tra il 180 e il 200% (Indipendenti, MSI, PSI), nel PCI addirittura del 225%. Nel biennio 1975-76 avviene la grande avanzata del PCI sia negli enti locali che nel parlamento nazionale, da un lato, la ripresa della capacità di osmosi tra questo partito e i movimenti, e dall’altro, la penetrazione dei giovani, attraverso tutti i partiti ma soprattutto attraverso lao stesso PCI, nei governi locali. Per quanto riguarda i ceti in declino e i ceti emergenti nell’arena politica municipale sono: coltivatori diretti, operai, artigiani e commercianti marcano nel 1975 una discesa che si rivelerà col tempo inarrestabile. A crescere in maniera progressivamente irresistibile sono i pubblici dipendenti e i colletti bianchi in genere (altri impiegati, tecnici e professionisti) (T.20). Il processo che ne derivò fu per questo segnato da 2 passaggi fondamentali: una prima fase di “apertura” verso i poteri locali; una seconda fase di lento ma inesorabile recupero del controllo del centro dello Stato. Il primo passaggio normativo degli anni ’70 corrisponde a una fase di apertura e apparente rafforzamento per le aree regionali ed i comuni. Per quanto riguarda il quadro dei principali provvedimenti legislativi che suffragano tale linea, si tratta di 3 pacchetti normativi che investono l’assetto istituzionale con l’avvio delle Regioni a statuto ordinario, le politiche urbanistiche e le politiche socio-sanitarie. Circa il primo pacchetto normativo, il Parlamento stabilisce con la legge 108 del 1968 le norme per l’elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario, prevedendo poi la legge 281 del 1970 a determinare le assegnazioni finanziarie necessarie al funzionamento delle stesse. Il ruolo delle autonomie

locali e di conseguenza i comuni sembrano mettere al proprio attivo 3 colpi che rappresentano altrettanti innovazioni rispetto al passato.  Il primo concerne la trasformazione effettuata nel 1972 del sistema dei controlli sugli atti degli enti locali, che avvien tramite la sostituzione del prefetto con i Comitati regionali di controllo, formati da membri di nomina regionale.  Il secondo riguarda la legge 382 del 1975, che amplia le competenze formali dei comuni, qualificandoli come organi di governo locale.  Il terzo ha a che fare con l’insieme delle deleghe dirette e indirette che i comuni ricevono dai decreti di trasferimento delle funzioni statali. Il secondo pacchetto normativo riguarda le leggi sull’urbanistica e sull’edilizia. Tra il 1962 e il 1972 ha luogo un’imponente migrazione interregionale che produce significativi abbandoni delle campagne e rilevanti processi di urbanizzazione. Per i Comuni le possibilità, ma anche i carichi di lavoro, sono notevoli. Da un lato, è necessario approntare politiche regolative e politiche distributive di taglio totalmente nuovo rispetto al passato, dall’altro, l’arretratezza della macchina amministrativa non facilita certo i rapporti con i cittadini che vogliono case e infrastrutture. Il terzo pacchetto normativo riguarda le politiche socio-sanitarie. In questi anni, però, il problema più rilevante per i Comuni risulterà essere quello delle entrate finanziarie. Nei 40 anni intercorsi dal dopoguerra lo Stato ha mutato nel tempo la sua natura: è un giocatore esso stesso dotato delle immense oste del gettito fiscale generalizzato; non è più lo stato “borghese” e monoclasse delle origini, ma lo stato pluriclasse dai mille centri decisionali e amministrativi; è il gestore diretto di servizi collettivi e non solo il depositario delle funzioni pubbliche. Un’altra trasformazione ha riguardato i partiti, in quanto appaiono sempre meno come “partiti di massa” e sempre più come “partiti pigliatutti” o “partiti professionali elettorali”. Quello che, inoltre, sicuramente aumenta negli anni ’80 è il numero dei professionisti della politica. La dimensione specialistica, rispetto al passato, conferisce a questi professionisti della politica locale anche un discreto potere decisionale autonomo. La relativa autonomia interna non sembra in contrasto con il coordinamento esterno assicurato dai partiti.

CAPITOLO QUINTO – LA SVOLTA DEGLI ANNI ’90 E IL PROTAGONISMO DEI SINDACI

IL NUOVO QUADRO NORMATIVO E L’ELEZIONE DIRETTA DEI SINDACI

Il sistema politico italiano comincia a produrre un insieme di output legislativi che fissano le nuove coordinate istituzionali per l’azione degli enti locali. Addirittura si può parlare di “ondate normative” che si riproducono a più riprese. Sono state almeno 3 ondate normative che caratterizzano il processo di ridefinizione dei poteri e delle regole dei Comuni.

  1. La prima ondata va dal 1990 al 1993 ed è caratterizzata dalla legge 142 del 1990, sul nuovo ordinamento delle autonomie locali, e dalla legge 81 del 1993, sull’elezione diretta del sindaco.
  2. La seconda ondata copre il periodo 1997-2000 ed è segnata da provvedimenti con finalità generali, ma che vanno ad incidere sulla vita degli enti locali. Ci si riferisce alla legge 127 del 1997 che innova tradizioni secolari eliminando il controllo preventivo sugli atti degli enti locali e riformando lo stato professionale dei segretari comunali, “la cui nomina è legata a un rapporto fiduciario con il sindaco”.
  3. La terza ondata avanza nei primi anni del Duemila e corrisponde all’approvazione della legge costituzionale 3 del 2001, riguardante le modifiche del Titolo V della seconda parte della Costituzione, nonché alla successiva presentazione del disegno di legge 1545 (La Loggia) per l’adeguamento dell’ordinamento alla legge costituzionale e del nuovo disegno di legge costituzionale 1187 (Bossi), giornalisticamente definito di devolution. Le leggi della “svolta” sono state:  La 142 del 1990 punta a introdurre elementi significativi nell’ordinamento degli enti locali. Le principali innovazioni riguardano: a) L’attribuzione ai Comuni e alle Province della potestà statutaria, vale a dire del potere/dovere di disciplinare in propri statuti l’organizzazione del governo dell’ente, sia sotto il profilo strutturale che sotto il profilo funzionale.