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terzo capitolo sociologia dei fenomeni politici Segatori
Tipologia: Sintesi del corso
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La socializzazione politica La politica dalla prospettiva degli individui. L’approccio più lineare è di prendere i percorsi biografici delle singoli persone e porsi le domande: come gli individui entrano in contatto con la politica? Come vengono a conoscenza dei suoi diversi aspetti? Come la inquadrano? Come si fanno delle idee e maturano atteggiamenti e opinioni, fino ad occupare ruoli di rilievo? Le risposte si trovano nello studio del processo di ‘ socializzazione’ o ‘ inculturazione’ , che va a formare la ‘ personalità di base’ , cui segue la costruzione dell’ ’identità sociale’. Socializzazione – processo con cui un individui apprende e interiorizza nozioni, prescrizioni di ruolo, valori, orientamenti affettivi e giudizi sulla società (socializzazione aspecifica ) o su sfere particolari di essa (socializzazione specifica ). Socializzazione politica – socializzazione specifica , è l’insieme di esperienze che nel processo di formazione dell’identità sociale dell’individuo contribuiscono a modellare l’immagine che ha di se stesso nei confronti del sistema politico e nel definire i rapporti che instaura con le istituzioni pubbliche , un iter di apprendimento che ha come risultato la maturazione di orientamenti, emozioni, atteggiamenti verso gli oggetti della politica, e lo sviluppo di capacità cognitive ed espressive necessarie all’agire politico (Oppo). Con le trasformazioni sempre più veloci delle condizioni socio-culturali che accompagnano individui e comunità, il processo (la socializzazione) e il prodotto (l’identità sociale) non sono statici ma dinamici, non singolari ma plurali (identità multiple). È complesso giungere a generalizzare i tratti e gli esiti attraverso analisi empiriche. Il problema è che ogni generazione (persone della stessa età che si affacciano insieme sulla scena sociale di una società) vive una combinazione di condizioni di socializzazione diversa da quella delle generazioni precedenti e delle generazioni contemporanee ma appartenenti a contesti geografici e politici diversi. Tale affermazione ha un valore relativo per le comunità storiche, ma vale per le società dinamiche. (esempio: la socializzazione politica di un bambino nato a Berlino Est nel 1975 o nel 1980 è diversa da quella di uno nato nella stessa città nel 1990, dopo la caduta del muro). Nel processo di socializzazione politica occorre tenere conto degli aspetti morfologici ricorrenti (presenza di contenuti, riferimenti a fasi di vita, agenti, modi ed effetti) e delle condizioni storiche dei contesti specifici. Conseguenze sul piano epistemiologico: I contributi della psicologia sociale, dell’antropologia culturale e della sociologia non vanno considerati in modo astratto, ma devono essere letti tramite operazioni di storicizzazione, relative al contesto politico e allo stato degli agenti, dei mezzi e dei soggetti di socializzazione. le operazioni di storicizzazione del contesto e del regime politico servono a suggerire e a concludere questioni concettuali, come la misura della natura intenzionale o imposta del tipo di socializzazione politica o quella della natura inconscia e ambientale.
sul piano empirico si può parlare di diversi processi di socializzazione quante sono le generazioni entrate in scena in determinati momenti storici e paesi. È agevole prendere in esame le differenti scuole sociologiche sulla socializzazione politica in generale e sugli aspetti strutturali o morfologici del processo che la realizza. Tale passaggio è necessario in quanto, mentre alcune scuole si limitano al piano descrittivo o interpretativo, altre propongono teorie normative sui percorsi formativi graditi per il mantenimento o il perseguimento di questo o quel modello di società. Due tradizioni privilegiano il doppio approccio analitico e normativo , focalizzando però in maniera diversa il problema di partenza: Funzionalismo : come si mantiene in equilibrio la società e come è possibile salvaguardare tale equilibrio. Marxismo : chi e come tiene sottomessa la società e cosa si deve fare per liberare gli esseri umani da ciò e costruire una società giusta. Sono due posizioni simmetriche, ma capovolte. Il processo di socializzazione assume un ruolo decisivo. Nel funzionalismo sociologico l’investimento sul tema della socializzazione inizia con Durkheim. La società è in equilibrio finché le vecchie generazioni trasmettono alle nuove valori e modelli culturali (socializzandole). Nel ‘900 la bandiera dello struttural-funzionalismo è ripresa da Parsons , che si preoccupa della tenuta del sistema sociale partendo dalla teoria dell’azione, conosciuta sui tesi di Weber, Durkheim e Pareto. Il percorso è significativo perché conduce lo studioso a circoscrivere il senso dell’azione sociale alla corrispondenza con le aspettative e i ruoli sociali, e gli fornisce gli strumenti per affrontare la questione del rapporto tra l’individuo e la società. In un lavoro con lo psicologo Bales, ricostruisce il ruolo fondamentale della famiglia nucleare nella socializzazione degli individui. Confluiscono in questa visione aspetti della lezione freudiana (la funzione del super-io e l’interazione/introiezione della figura materna e degli altri adulti significativi) e alcune generalizzazioni dell’analisi sociologica degli anni ’50 del ‘900, come la differenziazione e la complementarietà dei ruoli tra marito (ruolo funzionale) e moglie (ruolo espressivo). Non attribuisce solo alla famiglia la funzione di agenzia di socializzazione (il bambino crescendo deve cercare un’autonomia emozionale nella scuola e nel gruppo dei pari), ciò non impedisce che sulla scia del suo pensiero si crei nella sociologia statunitense del periodo un clima culturale fondato su tre assunti:
ruolo fondamentale è svolto dal linguaggio come insieme di simboli e significati di cui l’individuo si appropria. Nei primi anni di vita, la mente si costituisce intorno ad un Me , l’insieme organizzato degli atteggiamenti degli altri che un individuo fa propri , poi nello sviluppo del Sé (oggetto a se stesso, parte razionale) entra l’ Io , reazione ed elaborazione propria degli atteggiamenti altrui , (Mead). SE=ME+IO Un quarto tentativo teorico di affrontare il problema della socializzazione politica è di Percheron. La studiosa francese porta a sintesi un percorso di studi che analizza criticamente diverse esperienze e le rielabora con una propria proposta. Le influenze che la segnano di più sono quelle degli studiosi della psicologia cognitiva e analitica: Piaget, Kohlberg, Wallon e Erikson. Non può non tenere conto del clima strutturalista e dell’ etnometodologia (formulazioni di Sapir e di Bourdieu), da cui sviluppa una particolare attenzione verso i concetti di contexte e di milieu. La sua formazione è arricchita dalla conduzione di due sondaggi sul processo di socializzazione politica dei giovani francesi del 1975 e 1989. L’esito del suo percorso è che è possibile individuare un autonomo universo politico infantile che si costituisce con modalità complesse, le quali producono una concezione olistica della politica, un’identità e un codice simbolico. Il processo di socializzazione politica avviene in modo intuitivo e casuale, più che come iter formativo esplicito e intenzionale, in un rapporto di interazione con le persone e con i gruppi con cui il bambino entra in relazione. Tale scambio, dinamico e multilaterale, conduce a una personale rappresentazione del mondo in cui i concetti della politica (autorità, democrazia, partiti, forme di partecipazione) trovano un’organica collocazione. Sul piano dell’azione, l’individuo fa proprio un codice simbolico che gli permette di orientarsi nelle diverse situazioni, si tratta dell’uso di una langue da cui far nascere le paroles che l’attualizzano. Il tutto si riassume nell’acquisizione di un’ identità politica , concetto diverso da quello di personalità usato dagli psicologi, dagli antropologi e dai sociologi funzionalisti. Identità : il senso di appartenenza ad un gruppo sociale , di dimensioni ristrette o vaste (appartenenza municipale o nazionale), o a collettivi politici (partiti, aree di pensiero omogenee, come destra e sinistra). La caratteristica è di non rimanere cristallizzata nel tempo, ma di evolvere al mutare delle condizioni di ogni ambiente (environment) con cui l’individuo entra in contatto crescendo. Le teorie fin qui descritte presentano aspetti interessanti, ma in qualche caso parziali. Seguendo l’approccio descrittivo/interpretativo, da un lato si prendono in considerazione le variabili strutturali del processo formativo proposte dal funzionalismo sociologico e dalla psicologia cognitiva, dall’altro si collocano contestualizzandole e storicizzandole secondo il suggerimento di altre scuole. Per le teorie normative, è utile verificare l’attuazione in concrete vicende storiche. Primo aspetto morfologico: contenuti (il che cosa) della socializzazione politica. Nel corso degli anni ’60 del ‘900 molti sociologi statunitensi si dedicano allo studio delle tappe di familiarizzazione dei bambini con la politica. Easton e Dennis (1969) approfondiscono questo processo descrivendo il rapporto che si instaura tra i bambini e l’idea di autorità: Fase di satellizzazione: i bambini riconoscono l’esistenza di un’autorità legittimata a dare regole e ordini: i genitori, gli insegnanti, i pastori, i poliziotti e il presidente. Poi distinguono tra il ruolo delle autorità vicine (interne), i genitori e gli insegnanti, e quello delle autorità pubbliche (esterne), poliziotti e presidente. Idealizzazione delle figure di autorità pubblica: il bambino matura il convincimento che esse sono ‘buone’ e una specie di super-eroi pronti a intervenire in caso di necessità.
Crescendo, l’individuo si rende conto che le istituzioni politiche hanno un’identità e una continuità al di là della personalizzazione delle cariche e, nel caso statunitense, le individua nel Congresso, nei parlamenti dei singoli Stati, nella Corte Suprema e nei meccanismi elettorali. Infine avviene il riconoscimento e l’apprezzamento distinto delle istituzioni e delle persone in carica che si associano ad esse. Pur avendo una connotazione idealtipica e un fondamento di lungo periodo nella psicologia cognitiva (il bambino passa da una fase di onnipotenza ad una di satellizzazione e poi di desatellizzazione rispetto all’autorità) gli stadi e i contenuti della socializzazione politica sono diversi in relazione a due variabili. Posizione di classe e di ceto della famiglia del socializzando. L’appartenenza al sottoproletario più che alla piccola borghesia, al proletario o all’alta borghesia, è decisiva nella disposizione ad apprendere nozioni politiche, nella definizione dell’orientamento verso le autorità esterne, poliziotti e amministratori pubblici, del gruppo primario e quindi dell’individuo che ne fa parte. Il ruolo formativo della scuola può essere includente o escludente e nella trasmissione dei valori e delle informazioni politiche rispetto a ragazzi di estrazione sociale diversa, abbondante, di rinforzo o indisponente. Alcune fasi del processo risultano condizionate dalla posizione politica della famiglia e finiscono non in un’unica percezione positiva, ma in una gamma di sentimenti che vanno dal consenso all’ostilità. L’universo politico di riferimento che corrisponde al regime politico. Le modalità e i contenuti del processo di socializzazione pubblica variano a seconda dell’ambito di un regime totalitario, autoritario o democratico. Tralasciando i regimi che si ispirano a fondamentalismi religiosi in cui le istituzioni clericali (incluse quelle educative) si sovrappongono con i poteri civili, i casi più significativi di sistemi totalitari o autoritari, in cui si pianificano forme di educazione politica dei giovani, sono quelli dell’Urss, della Germania nazista e dell’Italia fascista. Al di là delle contrapposizioni ideologiche tra bolscevismo e nazi-fascismo, tutti e tre i regimi presentano tre caratteristiche comuni:
Ragazzi: Deutsche Jungvolk a 10 anni (il giovane popolo tedesco). Hitler-Jugend a 14 anni. Ragazze: Jungmadel a 10 anni (La giovani vergini). Bund Deutscher Madel a 14 anni (Lega delle fanciulle tedesche). La formazione della Gioventù prevede una parte dottrinale (la costruzione del Reich, l’importanza della purezza della razza e dei legami di sangue, la teoria dello spazio vitale) e una pratica, costituita dalla cura del corpo e dall’addestramento paramilitare per inculcare ordine e disciplina. Le ragazze devono imparare ad essere buone madri, come corrispettivo al servizio militare maschile. L’impegno educativo è rinforzato dalla partecipazione alla mobilitazione, che dal 1934 viene svolta il sabato, giornata nazionale della gioventù , e il mercoledì, giorno della veglia. I campeggi, con le pratiche che in essi si svolgono, inducono i giovani a far propria la disciplina dell’esercito, nel 1939 il 98% dei giovani ne fa parte. I tre regimi non forniscono ai giovani banali nozioni su oggetti politici, ma puntano ad inculcare una visione del mondo, un’idea sacra dell’autorità politica e della sua personalizzazione ( Piccolo pad re per Stalin, Duce per Mussolini e Fuhrer per Hitler) e un’identificazione demonizzante per i nemici del popolo o della nazione. Tutto crea identità predefinite in modo scientifico: uso dei proclami radiofonici e cinegiornali, obbligo di indossare uniforme nei riti di massa. Nei regimi liberal-democratici la socializzazione politica avviene in condizioni diverse. I ragazzi e le famiglie sono in climi politici con libertà di espressione e pluralismo degli attori, partiti o gruppi di opinione. In tali sistemi i condizionamenti maggiori derivano dall’appartenenza di classe e di ceto e dai livelli di istruzione. Ai funzionalisti di scuola statunitense, sfugge la constatazione elementare che le famiglie, le scuola e i media delle società occidentali trasmettono una visione etnocentrica del mondo e una naturalizzazione dei propri sistemi politici come buoni e giusti , a prescindere da considerazioni sul relativismo storico e geografico dei regimi. Per chi è occidentale ed è abituato all’apertura dei regimi democratici, ciò è comprensibile e desiderabile (nessuno vorrebbe la riproposizione di regimi autoritari o totalitari), ma scientificamente nessun sistema politico può fare a meno di socializzare i suoi nuovi membri ai propri valori e regole. La questione del quando : le considerazioni e le implicazioni relative ai contenuti (il che cosa) della socializzazione politica suggeriscono di prendere in esame le fasi di vita in cui tale processo si sviluppa, ovvero la questione del quando. I risultati delle ricerche dei sociologi americani e la descrizione delle politiche formative dei regimi totalitari, confermano la tesi che il periodo di fissazione dei valori, degli oggetti e dei giudizi politici coincide con l’infanzia o con l’adolescenza. Gli psicologi cognitivi ci ricordano che in tale fase funzionano meglio i meccanismi dell’imitazione , dell’apprendimento e dell’interiorizzazione delle motivazioni da parte dei membri di un sistema sociale e politico. Tale teoria, ottiene numerose conferme dagli studi su società o coorti di persone non coinvolte da mutamenti per lunghi periodi, ma trova il suo limite nel verificarsi di situazioni contro-fattuali. I livelli in cui possono verificarsi cambiamenti sono molteplici: A livello macro possono aversi cambi di regime politico che costringono i giovani all’aggiornamento degli schemi appena appresi e coinvolgono anche gli individui di tutte le
fasce d’età. Se si escludono i cittadini di paesi a grande stabilità politica di lungo periodo (Regno Unito, Usa), questa esperienza ha accomunato i popoli di gran parte del mondo. Un secondo mutamento riguarda le trasformazioni degli attori e delle regole in seguito a processi sociali interni ad un regime: l’esplosione del ’68 in molte regioni del mondo (Usa, Francia, Cecoslovacchia, Italia), la fine dell’apartheid in Sud Africa, gli effetti della spinta verso un’individualizzazione da parte del capitalismo, in cui la società dei produttori lascia il posto a quella dei consumatori. A livello individuale, sopraggiungono eventi biografici che conducono a riorientare il proprio posizionamento politico: esperienze di trasferimento in altri contesti di vita, casi di mobilità sociale, in ascesa e in declino. Il riferimento a queste situazioni non annulla l’enfasi attribuita alla socializzazione politica della prima infanzia degli studi dei funzionalisti americani degli anni ’50 e ’60. Il condizionamento del primo periodo di vita mantiene una sua vischiosità per il resto dell’esistenza di un individuo. Ma accanto alla socializzazione va considerato il ruolo dei processi di ri-socializzazione. Nelle strategie di imprese industriali e delle agenzie formative dei lavoratori, si parla di formazione continua e di educazione degli adulti. Ciò vale anche per la politica, sia in chiave intenzionale che preintenzionale. Invece di distinguere tra socializzazione politica primaria e secondaria, è più appropriato parlare di socializzazione politica continua (Sigel). La variabilità si ritrova anche nel modo di essere e di operare delle agenzie di socializzazione (il chi socializza e come), prese singolarmente e nella loro combinazione. L’approccio tradizionale le elenca con un criterio interno/ esterno: Famiglia. Scuola. Parrocchie o altre organizzazioni religiose. Gruppo dei pari. Organizzazioni politiche. Sistema dei media. Un esercizio di storicizzazione mostra che nessuna di queste agenzie mantiene la stessa configurazione nel tempo, né la stessa importanza. La famiglia , sia allargata che ristretta, non ha più la stabilità che aveva nelle società tradizionali. Separazioni, divorzi, nuove convivenze producono effetti instabili nella formazione politica dei figli, diminuendo la presa del gruppo primario rispetto agli altri soggetti di riferimento più incisivi. La scuola , la parrocchia e le associazioni giovanili di partito attraversano momenti di fortuna alterni, e accusano un declino di appeal tra il XX e il XXI secolo. Il gruppo dei pari è importante perché, insieme alla famiglia, è l’ambito di condivisione delle scelte razionali e delle esperienze emotive. Nella de-satellizzazione dai genitori è per il ragazzo il primo nucleo di sperimentazione di un’identità sociale e politica autonoma. Qui trovano slancio i processi di imitazione e di motivazione. Nella relazione tra pari ci si esercita in ruoli differenti di autorità (da leader non solo da subordinato) e si definiscono insieme
testimonianze dirette, di tipo soggettivo e oggettivo, dell’esistenza di correlazione tra un fattore di causazione e un conseguente comportamento politico. Esempio: una percentuale significativa (maggioranza) della gioventù tedesca socializzata dal regime nazista, ha seguito il Fuhrer fino alla fine della sua parabola. Gli echi di tale esito sono descritti in un libro di Arendt del 1963 intitolato La banalità del male. Anche nei paesi a regime liberal-democratico vi è correlazione tra la socializzazione politica primaria e i comportamenti politici. Mantenendo ferme alcune condizioni di base (la forza del senso di appartenenza domestica nelle situazioni politiche confuse o conflittuali), risulta che al primo appuntamento elettorale della loro vita i giovani abbiano scelto riproducendo il voto dei genitori, o meglio quello paterno. Il processo di socializzazione politica è ineludibile ed è produttore di effetti, mostra anche tre aspetti:
Queste considerazioni chiamano in causa la funzione sociale delle minoranze attive più che delle maggioranze silenziose. La socializzazione politica riguarda entrambe le categorie, perché gli individui ne sono segnati nel diventare membri di una società. La partecipazione politica La partecipazione consiste nel prendere parte, tutelando interessi, nell’essere parte, condividendo un’identità, di un sistema sociale. La partecipazione politica è il far parte di un sistema politico , e corrisponde agli atteggiamenti e comportamenti con cui gli individui intervengono nei processi decisionali del sistema politico e delle sue organizzazioni (partiti), cercando di condizionarne o determinarne la qualità degli esiti. Gli studi sulla partecipazione politica ricevono attenzione dalla sociologia statunitense negli anni ’50 e ’60 del ‘900. Questo filone utilizza metodi empirici ma l’approccio etnocentrico si risolve nel circoscrivere l’argomento ad una dimensione troppo ristretta. Opera una doppia riduzione del fenomeno della partecipazione: Ci si concentra sui regimi liberal-democratici con sistemi di democrazia rappresentativa. Ci si limita alle forme convenzionali della partecipazione. Occorre individuare le precondizioni del suo dispiegarsi, e dopo chiarire i concetti di fondo che ne illustrano la fenomenologia. Le precondizioni riguardano i momenti storici e i contesti della sfera della politica. Si possono avere: Situazioni straordinarie : fondazione di uno Stato, abbattimento o ricostruzione di un regime, emersione di identità o interessi non rappresentati o sottorappresentati, allargamento del suffragio […]. Situazioni ordinarie: corrispondenti a regimi stabili, democratici e non, e a sistemi di regole definite. Nel primo caso molti individui sono in una condizione di soglia, sono alle prese con il problema dell’inclusione, del passaggio dall’esterno all’interno del sistema politico. Il concetto che accompagna tale processo è quello di mobilitazione , che coincide solo in parte con quello di partecipazione. Processo di mobilitazione : si partecipa alla vita dei soggetti collettivi (movimenti, partiti) che spingono per l’inclusione. La mobilitazione è il presupposto per entrare a fare parte del sistema politico e dei suoi livelli di rappresentanza e di decisione. La mobilitazione è richiesta anche nelle situazioni ordinarie, nei regimi stabili totalitari, ma in quei casi si parla di mobilitazione indotta ed eterodiretta. Sono manifestazioni plebiscitarie che servono a canalizzare un assenso, la sollecitazione e l’obbligo a dire di si, più che un consenso, (con-venire, cercare insieme un’intesa), o un dissenso, una critica, un’opposizione. La partecipazione , invece, implica lo stare già dentro un sistema politico e può essere ristretta , come nei regimi autoritari e totalitari (decidono il leader e l’élite del partito dominante) o allargata a tutti i cittadini (suffragio universale), come nei regimi liberal-democratici. Il processo di democratizzazione è stato illustrato dal sociologo norvegese Rokkan, che lo ha rappresentato come superamento di quattro soglie di inclusione :
singoli o associati, sono fondamentali nel determinare il tipo di agibilità partecipativa; 3. La cultura politica del contesto. Le prime indagini sulle differenziazioni dei comportamenti politici (grado di passività o attivismo, dipendenza o autonomia) hanno portato a collegamenti con tipi diversi di cultura politica (Almond e Verba); 4. La natura dei mezzi e dei modi della comunicazione politica. Il ricevere informazioni e il reagire o l’attivarsi politicamente sono sempre stati e saranno funzioni dei canali comunicativi prevalenti. Un partito o una piazza sono un’altra cosa rispetto ad un salotto dove si fruiscono i programmi radiofonici o televisivi, condizione diversa anche dalla frequentazione della rete e delle sue piazze virtuali con interazioni diverse. Condizioni individuali o di ceto e di classe : 1. Gli elementi biografici di tipo oggettivo (sesso, età, istruzione, occupazione, reddito, residenza);
Il lavoro del sociologo politico è cogliere le manifestazioni della partecipazione al di fuori degli appuntamenti per il rinnovo della rappresentanza. Il dove della partecipazione è costituito dai movimenti e dai partiti. A coloro che attribuiscono un valore indiretto o limitato alle forme di coinvolgimento o di militanza, si può obiettare che un impegno nei movimenti e nei partiti è il frutto di un calcolo di convenienza secondo il quale l’agire come soggetto collettivo è più produttivo rispetto all’agire da soggetti individuali. Michels, nella Sociologia del partito politico nella democrazia moderna (1911), mostra che nei partiti di massa ciò finisce col reintrodurre forme di delega e di ritualizzazione del rapporto tra la base ed il vertice. In qualche passaggio storico, la partecipazione può canalizzarsi in luoghi e occasioni in cui l’elemento politico non è percepibile. Esempio: rapporti dell’istituto di ricerca Iard, che ha studiato i comportamenti dei giovani italiani dal 1984 in poi con cadenza periodica. Hanno registrato il declino dell’attivismo nelle associazioni giovanili dei partiti, e la crescita dell’impegno dei giovani nelle associazioni civili (solidaristiche, culturali, sportive). Nell’interpretazione di questo fenomeno gli analisti si sono divisi: emerge la caduta della partecipazione politica (associata alle questioni e alle istituzioni politiche); per altri il concetto di partecipazione politica dovrebbe essere allargato alle dimensioni fondative della civicness. Le pratiche di partecipazione nei movimenti politici e nelle associazioni hanno ricevuto un impulso dalla frequentazione del web da parte dei giovani. Sulla rete e sulle piazze virtuali (Facebook, Twitter) si sono moltiplicate le occasioni di informazione e di controinformazione, la diffusione di parole d’ordine condivise da masse di persone, il passaparola per la mobilitazione in luoghi e piazze. I social network hanno riattivato la voglia di partecipare, hanno reso obsoleti alcuni canali tradizionali, hanno prodotto rivoluzioni nelle aree con regimi autoritari, hanno fatto vedere come le potenzialità dell’Itc potessero declinare con un uso bottom-up e non solo top-down, e portare ad un aumento di democrazia. Il dove della partecipazione si connette al come e al chi. Nel disporre gli indicatori e le scale di intensità per misurare i gradi della partecipazione politica molti sociologi hanno fatto riferimento a contesti storici determinati. Sono emersi indicatori e scale focalizzati su aspetti localmente rilevanti, ma parziali se riferiti all’intera gamma teorica delle possibilità di azione politica. Un repertorio completo deve tenere conto di tre tipologie di indicatori :
La partecipazione più alta è tra gli uomini adulti, di istruzione superiore, appartenenti alla classe media e a maggioranze etniche (bianchi), sposati, con residenza di lunga data e attivi in gruppi e associazioni. La partecipazione più bassa è tra le donne, i più giovani e i più anziani, i meno istruiti, gli appartenenti alle classi sociali inferiori e alle minoranze etniche (di colore), i non sposati, con residenza rurale o instabile, con minimo impegno sociale, tranne per l’adesione a gruppi conflittuali. Tale generalizzazione è il frutto di fattori condizionanti, quali le forme di partecipazione privilegiate nell’analisi, il momento storico, l’ambiente politico, il sistema elettorale, la situazione socio- culturale della popolazione. Al variare di certe condizioni non è detto che si arrivi agli stessi risultati. La minore partecipazione delle donne alle forme convenzionali, come le elezioni, e alle cariche pubbliche, è messa in discussione dai movimenti femministi, attivi in forme non convenzionali, ogni volta che vengono toccati temi sensibili alla sfera privata (divorzio, aborto). L’indicatore di maggior coinvolgimento che si riferisce alla presenza delle donne nei parlamenti e nei governi assume valori diversi a seconda delle tradizioni culturali dei diversi paesi. I dati forniti dall’Osservatorio interparlamentare delle Nazioni Unite rilevano che nel primo decennio del 2000 le donne arrivano a quote fra il 38 e il 50% nelle assemblee elettive di Rwanda, Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia. Discorso analogo per i giovani. Essi appaiono tra i meno interessati a coinvolgersi nella partecipazione politica, ma risultano essere i protagonisti della mobilitazione politica: dal ’68 degli studenti alle manifestazioni anti G8, dalle marce della pace alle lotte per la tutela dell’ambiente. Nell’Italia del 1975, dopo proteste, un’ondata di giovani entrò nei consigli comunali di molte città, spostando verso il basso l’indice dell’età media degli eletti (Segatori). Sono le nuove forme di attivazione veicolate dai sociali network a rendere debole l’idea della passività giovanile. Un altro dato poco generalizzabile è quello della partecipazione della classe operaia. Il rapporto inverso (maggior numero di operai, minore partecipazione) può funzionare per la società statunitense, non ha funzionato per i paesi europei caratterizzati per lunghi periodi (anni ’50 fino anni ’80) dai partiti di massa socialisti e comunisti. Il senso di appartenenza dei lavoratori a tali partiti (caso italiano, della Porta 2001) ha consentito alle organizzazioni di celebrare momenti di partecipazione interna, e presenze massicce al voto elettorale. Accanto alla coscienza di classe o di un interesse specifico, abbiamo fattori istituzionali che portavano a considerare il voto come obbligo normativo e non dovere civico. Nelle liberal-democrazie mature, quando sfumano le contrapposizioni di classe e gli obblighi di natura giuridica, la percentuale degli iscritti ai partiti e degli elettori si abbassa. Ciò non può essere interpretato in maniera univoca. Hirshman paragona i partiti alle aziende commerciali, ed evidenzia tre modi con cui gli iscritti e i consumatori influiscono sulle strategie delle organizzazioni: La protesta (voice). L’abbandono (exit). La lealtà (loyalty). Qualsiasi organizzazione (partito, regime politico) mira alla massima lealtà , l’attaccamento affettivo e razionale, degli aderenti e cittadini rispetto alla rinuncia che è costosa per tutti. Di fronte al cambiamento sociale le organizzazioni che resistono sono quelle che consento l’espressione di voice , rilevatrice di coinvolgimento e di attenzione verso l’organizzazione. Il come e il chi della
partecipazione diventano chiari e si indagano le motivazioni che ispirano i comportamenti politici (il perché). Possono ricondursi tre tipologie: espressive , (spingono gli individui a soddisfare il bisogno psicologico di avere un’identità sociopolitica definita grazie all’appartenenza ad un gruppo, a un movimento o a un’organizzazione (il ‘noi politico’), a prescindere dai risultati che permetterà di conseguire), strumentali e miste. Le masse operaie e rurali che dagli ultimi anni ’30 dell’800 ai primi anni ’80 del ‘900 hanno aderito nei partiti socialisti e comunisti hanno alimentato l’adesione di sentimenti. La stessa motivazione ha caratterizzato l’adesione a organizzazioni religiose o a movimenti etnici da parte di individui che privilegiano un’identità collettiva rispetto a un ambiente sociale alieno, ostile. Un autore della rational choise è Downs, che nel 1957 scrive una Teoria economica della democrazia: un elettore sarà più motivato a partecipare alle elezioni quando le issues politiche sono definite con chiarezza e sono polarizzate. Percepirà meglio il proprio interesse e andrà a votare convinto che il proprio voto inciderà sul risultato. Olson (1983) si misura con un’analisi costi/benefici della partecipazione, (mobilitazioni, scioperi), arricchendola con lo studio delle conseguenze della distinzione tra vantaggi individuali e generalizzati come esito di un’azione collettiva. Spesso i benefici di un’azione collettiva ricadono all’esterno del gruppo promotore, (e che ne ha pagato i costi), per l’interesse personale è razionale partecipare quanto non partecipare all’azione. È conveniente partecipare quando si mobilita un piccolo gruppo e i risultati sono correlati alla mobilitazione, mentre non conviene in presenza di grandi numeri senza che intervengono pressioni coercitive da chi ha deciso di partecipare. Free riders : coloro che approfittano dei benefici dell’azione collettiva senza pagare i costi della partecipazione. Date le molteplici forme della partecipazione politica nel tempo si è cominciato a parlare di motivazioni miste, per effetto di due fenomeni. Secondo Inglehart la generazione delle società occidentali alla fine degli anni ’60 ha superato i bisogni materiali, per andare verso i valori post- materialisti. Nella sfera pubblica tali valori coincidono con la richiesta di maggiori garanzie per la libertà di parola e di maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni di governo. Per esprimersi si sono privilegiati i movimenti sociali, i quali dopo il ’68, sono riemersi su tematiche ambientaliste e anti-globaliste alla fine del XX secolo. Nelle parole di questi giovani ( indignatos ) e di questi movimenti, (un altro mondo è possibile, giustizia e pace, ambiente e sviluppo sostenibile, più lavoro per tutti, se non ora, quando), è difficile separare motivazioni espressive e strumentali. L’essere e l’avere coincidono in un discorso che investe la qualità della vita privata e l’esercizio dei poteri pubblici. Si è prodotta un’evoluzione delle procedure democratiche di tipo istituzionale. I regimi liberaldemocratici hanno tradotto il principio della sovranità popolare nell’istituto della rappresentanza. I cittadini esercitano il potere votando > i rappresentanti eletti prendono le decisioni in loro nome. Nelle recenti democrazie, questo non appare più sufficiente. Il criterio della rappresentanza non è stato negato, ma sempre più spesso si affiancano ad esso prassi di democrazia partecipativa. Il fenomeno ha avuto un carattere volontaristico più che formale. Alcune pratiche partecipative hanno avuto un riconoscimento giuridico. Le due tipologie che esemplificano questa esperienza sono il bilancio partecipativo e i processi decisionali su questioni di rilevante impatto ambientale. Il bilancio partecipativo nasce tra la fine degli anni’80 e l’inizio dei ’90 a Porto Alegre, città di grandi dimensioni con elevato numero di abitanti, capitale dello Stato del Rio Grande do Sul. I sedici quartieri della città decidevano in assemblee pubbliche con la partecipazione diretta dei cittadini le priorità tra i vari investimenti,
Il termine ideologia nasce dalla filosofia positiva francese ed è usato per la prima volta da Destutt de Tracy tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’’800 per indicare la scienza delle idee e delle sensazioni. L’approccio degli idéologues è neutro ed antimetafisico, e si traduce nella volontà di studiare le idee come elementi materiali. Il significato si trasforma in senso spregiativo quando Napoleone, per reazione alle critiche rivolte dagli ideologi al suo governo, li accusa di essere dottrinati e fuori dalla realtà. Ripreso nel contesto tedesco si carica di elementi profondi e sostanziali. Qui impera l’idealismo hegeliano che considera il dispiegarsi dello Spirito Assoluto (il mondo delle idee) la forma perfetta della realtà (wirkliche Form) rispetto all’imperfezione e all’alienazione della vita materiale. Marx, rovesciando tale impostazione, individua nei rapporti di produzione la wirkliche Form della realtà e attribuisce l’ideologia alla forma apparente (Erscheinungsfirm). I primi costituiscono l’infrastruttura della società (le fondamenta, Grundlage), la seconda (religione, diritto, Stato) compone la sovrastruttura (l’edificio soprastante, Uberbau). Questa interpretazione accompagna Marx fin dalle prime opere. Nell’Ideologia tedesca, scritta con Engels tra il 1845 e il 1846 si legge: si distinguono gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per ciò che si vuole; ma essi si distinsero dagli animali quando cominciarono a produrre i mezzi di sussistenza, un progresso condizionato dall’organizzazione fisica. Producendo, gli uomini producono la loro vita materiale (1972). È il lavoro la categoria costitutiva dell’essere umano, a partire dai rapporti di produzione si genera la coscienza. La Prefazione a Per la critica dell’economia politica, afferma: nella produzione della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a gradi di sviluppo delle forze produttive. L’insieme di questi rapporti costituisce la struttura economica della società, la base sulla quale si fonda una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono forme della coscienza. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo politico e spirituale della vita (1957). Ideologia per Marx: le idee, i valori, le teorie con cui le classi dominanti giustificano il dominio costruito sui rapporti di produzione. L’ideologia si compone di false credenze, cui corrisponde la falsa coscienza di chi assume quelle credenze come naturali. Se l’argomentazione marxiana è a metà strada tra la filosofia, l’antropologia e la sociologia, per l’antropologia filosofica maturano le riflessioni di Nietzsche sul mondo delle verità illusorie e della cattiva coscienza in cui è immerso l’uomo. Influenzato da Schopenhauer, sviluppa una ricerca sull’umano nel 1878-79 (Umano troppo umano I e II), nel 1886-87 Al di là del bene e del male e Genealogia della morale e nel 1888 il Crepuscolo degli idoli e L’anticristo. Il nichilismo è il nulla inteso come esito della svalutazione dei valori della tradizione occidentale platonicocristiana, declinato in uno debole e difensivo e uno forte e creatore (il suo). Denuncia le illusioni consolatorie della morale reattiva dei servi, del cristianesimo come ancora di salvezza dei deboli, del razionalismo politico moderno associabili al concetto di ideologia come falsa coscienza. Dall’altro lato, afferma in positivo il nichilismo dell’Ubermensch, fatto di energia e di produzione di valori creativi umani, della volontà di potenza. Insieme a Marx e Freud costituisce la triade dei maestri del sospetto , si sviluppano nuovi pensieri grazie alla denuncia dell’alienazione indotta, dell’inconscio rimosso, delle pseudoverità consolatrici dei più deboli. La concezione dell’ideologia come falsa rappresentazione è sostenuta da Vilfredo Pareto. Usato nei Sistemi socialisti del 1902, nel significato di forma di percezione distorta della realtà, il concetto è spiegato nella teoria dell’azione presentata nel Trattato di sociologia generale (1916). Le coordinate del pensiero sono nella biografia intellettuale dell’autore, formatosi come matematico e ingegnere, diviene economista, per poi giungere alla sociologia. L’impostazione tecnico-scientifica lo porta ad
un approccio da positivista innovatore e rigoroso , quella sociologica deriva dall’insoddisfazione per l’homo oeconomicus , mosso da razionalità. Classificando le azioni umane come logiche e non, rileva come le seconde sono prevalenti sulle prime. Ciò perché alla base delle azioni ci sono i residui , nuclei di impulsi primari [vedi jedlowski] (di natura istintuale e pre-razionale) tra cui emergono persistenza degli aggregati e istinto delle combinazioni. L’uomo non accetta di presentarsi come un essere irrazionale, allora fa ricorso alle derivazioni , verniciature logiche di comportamenti che logici non sono. La categoria di derivazione riproduce la concezione dell’ideologia come falsità. Rispetto a Marx, Pareto destoricizza il concetto di ideologia, in quanto ciò che in Marx è il prodotto di una forma di società, in Pareto è il prodotto della coscienza individuale (Bobbio 1996). Per entrambi la vita si svolge a un doppio livello, reale (rapporti di produzione o residui istintuali) e delle rappresentazioni del reale. Il concetto di ideologia nei rapporti di dominio è una leva per smascherare e combattere la sovrastruttura borghese. Per Pareto la derivazione è una categoria della consapevolezza della scienza sociologica dell’ambiguità della condizione umana. Nel pensiero politologico che si sviluppa tra ‘800 e ‘900, il richiamo ad un concetto simile a quello di ideologia si deve a Mosca. Il suo ragionamento parte dal fatto che ogni élite politica ha la necessità di giustificare il potere in forme discorsive. Negli Elementi di scienza politica scrive: accade nelle società discretamente numerose e arrivata ad un certo grado di cultura, che la classe politica non giustifica il potere con il possesso di fatto, ma con una base morale e legale, facendolo scaturire come conseguenza di dottrine e credenze riconosciute ed accettate nella società che dirige (Mosca 1966). A ciò, Mosca, dà il nome di formola politica , e per dimostrare la sua esistenza presenta esempi riferiti a società e momenti storici diversi. La teoria non raggiunge la radicalità di pensiero di altri autori (quali Pareto), cui rimprovera il mancato tributo alla sua primazia concettuale. La formola non è imputata alla manipolazione dell’individuo, ma all’intenzionalità della classe politica, usata come principio di legittimazione (tema su cui Weber elabora una classificazione più solida). Per Mosca la narrazione ideologica ha il pregio di creare un clima di integrazione sociale. Il dato che le formole politiche non sono verità scientifiche, non vuol dire che siano inventate per beneficiare l’obbedienza delle masse. Esse corrispondono ad un bisogno della natura sociale dell’uomo, e questo bisogno di governare e sentirsi governato non sulla base della forza materiale ed intellettuale, ma su quella di un principio morale, ha la sua pratica e importanza. Lenin, Gramsci e Althusser sono consapevoli del ruolo della produzione di idee ai fini della riproduzione sociale, da proporre strategie di penetrazione e di controllo dell’immaginario collettivo. Lenin nell’opera Che fare del 1902, si teorizza l’organizzazione del potere ristretto, centralizzato e gerarchico, di un partito d’avanguardia con rivoluzionari di professione e volto all’educazione delle masse. Lenin critica i metodi rivendicativi delle Trade Unions e vuole superare i limiti degli organi di stampa miopi e localisti con il giornale Iskra (La scintilla), al fine di diffondere la necessità della lotta di classe e le ragioni del socialismo. Per Gramsci e Althusser l’ideologia svolge una funzione positiva a determinate condizioni. Per Gramsci la condizione è che non è il frutto di proiezioni individuali, ma una concezione organica che serve a mostrare la contrapposizione degli interessi delle masse dalla tradizione culturale diversa. Insiste sui concetti di egemonia (della sfera delle credenze) e di