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appunti presi su seminari di diritto canonico
Tipologia: Sintesi del corso
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Valori, norme e provvedimenti religiosi dinnanzi all'ordine pubblico della Repubblica laica PRIMO OSPITE:
- I limiti all’esercizio dei diritti inviolabili di religione e di coscienza L’ordinamento italiano tutela la libertà religiosa e di coscienza, ma al tempo stesso difende la propria identità costituzionale e la coerenza del sistema giuridico. Per farlo, si serve di strumenti che impediscano a norme o valori esterni di produrre effetti contrari ai principi fondamentali del nostro Stato. Tra questi strumenti spicca la clausola di ordine pubblico , che funge da filtro contro l’ingresso di norme o decisioni straniere incompatibili con i valori etici, politici, economici e sociali che fondano l’ordinamento italiano. Oggi questa clausola ha un’importanza crescente, poiché il diritto nazionale è costantemente esposto a influenze culturali e religiose molto diverse dalle proprie radici giuridiche. L’interazione con i diritti religiosi accresce il rischio di conflitto tra i valori dello Stato democratico e pluralista e quelli delle diverse confessioni. Ciò avviene sia per la diversità di fondamento (fede contro razionalità laica), sia per la presenza di nuove comunità religiose che non si riconoscono nei modelli tradizionali dei rapporti Stato–Chiesa, sia infine per la tendenza di alcune religioni storiche a riaffermare principi “non negoziabili”, configurando un proprio “ordine pubblico confessionale”. - La relatività dell’ordine pubblico: i provvedimenti religiosi dinanzi all’ordine pubblico della Repubblica laica L’ordine pubblico, oltre a essere una clausola generale del diritto internazionale privato, è divenuto anche uno strumento di equilibrio nel rapporto tra norme statali e norme religiose. Oggi la sua nozione giuridica è considerata tra le più fluide ed evanescenti , al punto che la dottrina parla di una vera e propria relatività dell’ordine pubblico. Questa relatività emerge nella varietà di qualificazioni che gli studiosi le attribuiscono: si parla di ordine pubblico “internazionale”, “interno”, “costituzionale”, “europeo”, “attenuato” o “di prossimità”. Ciò mostra quanto il suo contenuto vari a seconda del contesto, del tempo e della materia. Negli ultimi decenni, però, l’ordine pubblico ha assunto anche una funzione inclusiva : non serve più solo a difendere l’ordinamento nazionale, ma anche ad accogliere principi condivisi a livello sovranazionale. L’idea di un ordine pubblico europeo , infatti, tende a promuovere l’armonizzazione tra ordinamenti, favorendo la tutela dei diritti inviolabili della persona e una visione comune dei valori giuridici fondamentali. - L’ordine pubblico davanti a provvedimenti stranieri a connotazione religiosa Quando si valutano provvedimenti stranieri di natura religiosa, occorre verificare se e in quali condizioni essi possano produrre effetti in Italia. A tal fine, si applicano le norme del sistema italiano di diritto internazionale privato (legge n. 218/1995), le convenzioni internazionali e i regolamenti europei sul riconoscimento delle sentenze straniere. Il principio di fondo è che tali provvedimenti possono essere riconosciuti solo se compatibili con i valori e le norme fondamentali dell’ordinamento italiano. In caso contrario, l’ordine pubblico ne impedisce l’efficacia. - Ordine pubblico rispetto al diritto matrimoniale canonico e islamico Nel diritto canonico, il matrimonio è definito come eterosessuale, monogamico, indissolubile e sacramentale. Al contrario, il diritto civile italiano ha progressivamente abbandonato questi elementi, laicizzandosi: prima con l’introduzione del divorzio, poi con il riconoscimento delle
unioni civili e, più di recente, con forme di scioglimento sempre più rapide del vincolo matrimoniale. Questo distacco ha ampliato le differenze tra matrimonio canonico e matrimonio civile, rendendo più difficile il riconoscimento in Italia delle decisioni ecclesiastiche sul vincolo matrimoniale. In tale ambito, l’ordine pubblico agisce quindi in modo difensivo , per proteggere i principi laici della Repubblica. Diversamente, nei confronti del diritto di famiglia islamico , l’ordine pubblico italiano ha mostrato una tendenza inclusiva. Pur essendo istituti come il ripudio o la poligamia in contrasto con il nostro sistema, la giurisprudenza ha riconosciuto che, in alcuni casi, possono produrre effetti limitati e compatibili con i principi di uguaglianza e tutela della vulnerabilità. Le corti italiane, infatti, valutano gli effetti concreti del provvedimento, più che la sua forma religiosa. Così, nel 2023, un divorzio unilaterale pronunciato da un tribunale iraniano è stato riconosciuto in Italia, poiché non produceva effetti contrari ai nostri principi fondamentali. Anche in materia di poligamia, pur restando vietata come istituto, sono stati ammessi effetti previdenziali o risarcitori per evitare ulteriori discriminazioni nei confronti di soggetti vulnerabili.
- L’ordine pubblico davanti a valori e norme religiose autoctone Il conflitto tra diritto statuale e valori religiosi non riguarda solo provvedimenti stranieri. Anche all’interno della comunità nazionale possono emergere tensioni tra norme religiose e principi costituzionali, soprattutto quando gruppi di fedeli rivendicano spazi di autonomia in nome della libertà religiosa. In questo contesto, l’ordine pubblico opera come filtro di equilibrio tra libertà confessionale e principi della Repubblica, attraverso diverse modalità:
- I provvedimenti religiosi dinanzi all’ordine pubblico della Repubblica laica Quando si analizzano i provvedimenti emanati da un ordinamento religioso, occorre distinguere due categorie di atti:
riconoscimento è infatti più complesso, perché soggetto al rispetto del principio costituzionale di laicità, che vieta la “circolazione automatica” di decisioni confessionali nel sistema civile italiano. In questo contesto, il limite dell’ ordine pubblico svolge una funzione decisiva: garantire la coerenza interna dell’ordinamento statale. Poiché la legge non fornisce una definizione univoca di “ordine pubblico”, la sua individuazione è affidata alla giurisprudenza. Riguardo alle sentenze canoniche di nullità matrimoniale, la giurisprudenza italiana ha oscillato nel tempo: da un iniziale atteggiamento di apertura quasi automatica, si è passati a una posizione più prudente, stabilendo che il riconoscimento è possibile solo quando la decisione non contrasti con i principi fondamentali dell’ordinamento. Nelle relazioni tra Stati, infatti, la contrarietà all’ordine pubblico è ormai invocata solo in casi di manifesta incompatibilità , come previsto anche dai regolamenti dell’Unione europea sul riconoscimento delle decisioni giudiziarie. Diverso è il caso della seconda categoria di atti confessionali , cioè quelli che riguardano esclusivamente materie spirituali o disciplinari, estranee alla competenza dello Stato. In tali ambiti, l’autonomia giurisdizionale delle confessioni religiose è riconosciuta come una delle principali garanzie della libertà religiosa. Lo Stato, per rispettare la propria laicità, non può ingerirsi nel merito di tali questioni. Tuttavia, può riconoscere un’efficacia indiretta a questi atti, ad esempio quando le leggi civili fanno riferimento a status o qualifiche religiose. Questa efficacia indiretta non può mai trasformarsi in efficacia civile piena, perché ciò violerebbe la separazione tra i due ordini. Da qui nasce il problema del controllo statale su tali atti: lo Stato può intervenire solo quando vi sia un conflitto tra le decisioni confessionali e i diritti fondamentali dei cittadini italiani. Già il Protocollo addizionale dell’Accordo di Villa Madama del 1984 chiariva che le decisioni ecclesiastiche possono produrre effetti civili solo in armonia con i diritti costituzionalmente garantiti. Questa interpretazione, condivisa anche dalla Santa Sede, riconosce quindi un’efficacia meramente indiretta agli atti religiosi. In passato, la giurisprudenza italiana (soprattutto prima della Costituzione del 1948) aveva interpretato in modo molto estensivo l’articolo 23 del Trattato Lateranense del 1929 , arrivando a riconoscere efficacia automatica alle decisioni ecclesiastiche, anche quando producevano effetti economici o restrittivi della libertà personale. Questa lettura era giustificata in base a una presunta equiparazione tra l’ordinamento canonico e quelli statali. A partire dagli anni ’80, però, la Cassazione ha radicalmente modificato questo orientamento. Con la sentenza delle Sezioni Unite del 1980, la Corte ha chiarito che l’articolo 23 non esclude la giurisdizione dello Stato, ma limita soltanto il controllo di merito sui provvedimenti ecclesiastici. Il giudice civile può comunque verificarne l’autenticità , la competenza dell’autorità che li ha emessi, e soprattutto la compatibilità con l’ordine pubblico e le leggi dello Stato. La successiva giurisprudenza — in particolare la sentenza n. 1882 del 1982 — ha ribadito che il rispetto dell’ordine pubblico costituisce un limite inderogabile, posto a tutela della sovranità statale e dei principi fondamentali della Costituzione. Oggi, in virtù dell’Accordo di Villa Madama, le sentenze ecclesiastiche possono essere riconosciute solo previa verifica da parte della Corte d’Appello , che deve accertare, tra gli altri requisiti, l’assenza di contrarietà all’ordine pubblico. Ciò non significa, tuttavia, che i provvedimenti confessionali non possano mai avere rilievo nell’ordinamento civile. Possono infatti generare effetti indiretti — ad esempio sulla posizione giuridica di un religioso o sull’attribuzione di benefici — ma lo Stato conserva sempre il potere di valutare eventuali violazioni di diritti costituzionalmente garantiti.
3 Paradossi sull’ordine pubblico
- Ordine pubblico ideale L’ordine pubblico materiale tutela la sicurezza, ossia il bene della vita, mentre quello ideale protegge i principi. Tuttavia, anche la tutela della sicurezza implica la salvaguardia di principi. Più lo Stato anticipa l’intervento, più la sicurezza si trasforma in tutela di principi; al contrario, ritardando l’intervento, il concetto di sicurezza si riduce alla protezione di principi astratti. -Ordine pubblico internazionale L’ordine pubblico internazionale nasce come concetto ideale, ma trova concretizzazione nella legge 218/95, che ne lega l’applicazione agli effetti delle sentenze. Questa materializzazione include sempre più i diritti inderogabili di matrice europea, che diventano un vero e proprio “controlimite” all’ordine pubblico nazionale. Il paradosso è che, mentre l’ordine pubblico internazionale dovrebbe tutelare la sovranità, di fatto tende a ridurla, favorendo un’armonizzazione dei diritti interni e limitando la discrezionalità dei legislatori nazionali. -Ordine pubblico europeo L’ordine pubblico europeo rappresenta l’identità giuridica e politica dell’Unione. L’articolo 49 del Trattato UE stabilisce che il rispetto di questo ordine è condizione per l’adesione, mentre l’articolo 7 prevede sanzioni per gli Stati membri che lo violano, fino alla sospensione dell’appartenenza. Tuttavia, l’articolo 4 riconosce il rispetto dell’identità nazionale degli Stati membri, introducendo una tensione interna. In caso di conflitto tra ordine pubblico europeo e identità nazionale, la giurisprudenza della Corte di Giustizia stabilisce la prevalenza dell’ordine pubblico europeo. PROF: Domanda: rapporto tra clausole generali di buon costume e ordine pubblico rispetto alle norme degli ordinamenti religiosi -buon costume è una nozione metagiuridica : serve a limitare quelle manifestazioni dei diritti religiosi che sono in contrasto con gli ordinamenti secolari, soprattutto quelle che contrastano con il diritto penale. -ordine pubblico è una nozione tecnica, che si può declinare in diversi modi (italiano, europeo, internazionale). Questo ha il compito di difendere l’identità del diritto accogliente