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seneca e l'età imperiale, Appunti di Letteratura Classica

seneca e l'età imperiale: riassunto e spiegazione

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 31/01/2022

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LETTERATURA LATINA (età imperiale)
1 Il filosofo e il potere
Lucio Annèo Seneca è uno dei pochi personaggi, nella storia della
filosofia, che abbia potuto realizzare, almeno per qualche tempo, l’utopia
platonica dei filosofi al potere. Egli, infatti, oltre a trattare le principali
tematiche dello stoicismo – la corrente filosofica nella quale si riconosceva
–, quali la fugacità del tempo, l’imperturbabilità del saggio, la morte come
destino ineluttabile, cercò di mettere in pratica le sue concezioni filosofiche,
senza limitare il proprio impegno politico alla stesura di trattati, ma
intervenendo in prima persona come precettore e consigliere
dell’imperatore Nerone.
1.1 VITA E MORTE DI UNO STOICO
La nascita in Spagna e la formazione Lucio Annèo Seneca nacque in
Spagna, a Cordova (città di tradizioni repubblicane, che si era schierata con
Pompeo al tempo delle guerre civili), da una ricca famiglia provinciale di
rango equestre (il padre è Seneca il Vecchio), negli ultimi anni precedenti
l’era volgare, forse nel 4 a.C. Venne presto a Roma, dove fu educato nelle
scuole retoriche, in vista della carriera politica, e filosofiche (ebbe fra i suoi
maestri lo stoico Attalo e Papirio Fabiano, un ex retore vicino alla scuola
stoico-pitagorica dei Sestii, caratterizzata da tendenze ascetiche nonché da
curiosità naturalistiche).
La fama e l’esilio Attorno al 26 d.C. si recò in Egitto (al seguito di uno
zio prefetto); al ritorno a Roma, nel 31, iniziò l’attività forense e la carriera
politica, ottenendo un successo cospicuo se è vero che Caligola (37-41),
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∙ LETTERATURA LATINA (età imperiale)

1 Il filosofo e il potere

Lucio Annèo Seneca è uno dei pochi personaggi, nella storia della filosofia, che abbia potuto realizzare, almeno per qualche tempo, l’utopia platonica dei filosofi al potere. Egli, infatti, oltre a trattare le principali tematiche dello stoicismo – la corrente filosofica nella quale si riconosceva –, quali la fugacità del tempo, l’imperturbabilità del saggio, la morte come destino ineluttabile, cercò di mettere in pratica le sue concezioni filosofiche, senza limitare il proprio impegno politico alla stesura di trattati, ma intervenendo in prima persona come precettore e consigliere dell’imperatore Nerone.

1.1 VITA E MORTE DI UNO STOICO

La nascita in Spagna e la formazione Lucio Annèo Seneca nacque in Spagna, a Cordova (città di tradizioni repubblicane, che si era schierata con Pompeo al tempo delle guerre civili), da una ricca famiglia provinciale di rango equestre (il padre è Seneca il Vecchio), negli ultimi anni precedenti l’era volgare, forse nel 4 a.C. Venne presto a Roma, dove fu educato nelle scuole retoriche, in vista della carriera politica, e filosofiche (ebbe fra i suoi maestri lo stoico Attalo e Papirio Fabiano, un ex retore vicino alla scuola stoico-pitagorica dei Sestii, caratterizzata da tendenze ascetiche nonché da curiosità naturalistiche). La fama e l’esilio Attorno al 26 d.C. si recò in Egitto (al seguito di uno zio prefetto); al ritorno a Roma, nel 31, iniziò l’attività forense e la carriera politica, ottenendo un successo cospicuo se è vero che Caligola (37-41),

geloso della sua fama oratoria, arrivò a decretarne la condanna a morte, da cui lo avrebbe salvato un’amante dell’imperatore. Non si salvò però dalla relegazione che, nel 41, gli comminò il nuovo imperatore Claudio, con l’accusa di coinvolgimento nell’adulterio di Giulia Livilla, figlia minore di Germanico e sorella di Caligola (ma in realtà si voleva colpire l’opposizione politica coagulatasi attorno alla famiglia di Germanico). Dall’esilio a precettore di Nerone Nella selvaggia, inospitale Corsica Seneca restò fino al 49, quando Agrippina riuscì a ottenere da Claudio il

∙ 2 I Dialogi e la saggezza stoica

Lo stoicismo moderato di Seneca Le singole opere dei Dialogi costituiscono trattazioni autonome di aspetti o problemi particolari dell’etica stoica, il quadro generale in cui l’intera produzione filosofica senecana si inscrive (uno stoicismo, comunque, che ha stemperato l’antico rigore dottrinale, sulle orme della cosiddetta «scuola di mezzo», e non conosce chiusure dogmatiche). La composizione dei Dialogi si colloca lungo tutto l’arco della vita di Seneca, ma ben pochi di essi sono databili con sicurezza, cosicché risulta difficile cercare di seguire un eventuale sviluppo del suo pensiero, o collegarlo alle sue vicende biografiche.

2.1 LE CONSOLATIONES

Ad Marciam, Ad Helviam e Ad Polybium Il genere delle consolazione, già coltivato nella tradizione filosofica greca (vedi scheda qui sotto), si costituisce intorno a un repertorio di temi morali (la fugacità del tempo, la precarietà della vita, la morte come destino ineluttabile dell’uomo, ecc.), che anche Seneca riprende e rielabora nelle sue consolationes e attorno ai quali ruota gran parte della sua riflessione filosofica. La Consolatio ad

∙ 3.1 IL RAPPORTO CON IL PRINCEPS: IL DE CLEMENTIA

Un programma per il sovrano ‘illuminato’ L’opera in cui Seneca espone in maniera più compiuta la sua concezione del potere è il De clementia, opportunamente dedicato al giovane imperatore Nerone (negli anni 55-56) come traccia di un ideale programma politico ispirato a equità e moderazione. Seneca non mette in discussione la legittimità costituzionale del principato, né le forme apertamente monarchiche che esso ha ormai assunto: il potere unico era il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico governato dal lògos, dalla ragione universale, il più idoneo a rappresentare l’ideale di un universo cosmopolita, a fungere da vincolo e simbolo unificante dei tanti popoli che formano l’Impero; senza considerare, infine, che si era ormai imposto nei fatti, e non sembrava realistico confidare in quel miraggio di una restaurazione della libertas repubblicana che animava i circoli stoicheggianti dell’opposizione aristocratica. Il problema, piuttosto, è quello di avere un buon sovrano: e in un regime di potere assoluto, privo di forme di controllo esterno, l’unico freno sul sovrano sarà la sua stessa coscienza, che lo dovrà trattenere dal governare in modo tirannico. La clemenza (che non si identifica con la

4 La pratica quotidiana della filosofia: le Epistulae ad Lucilium

Dopo il ritiro dalla politica, l’individuo Se è vero che non si possono distinguere troppo nettamente, nell’elaborazione filosofica di Seneca, i due momenti dell’impegno civile e dell’otium meditativo (l’aspirazione ad assolvere una funzione sociale, nelle forme mediate concesse dalla situazione, resta forte anche nelle opere tarde), è tuttavia innegabile che nella produzione successiva al suo ritiro dalla scena politica egli si muove

soprattutto nell’orizzonte della coscienza individuale. L’epistolario a Lucilio L’opera principale della sua produzione tarda, e la più celebre in assoluto, è costituita dalle Epistulae ad Lucilium, una raccolta di lettere di maggiore o minore estensione (fino alle dimensioni di un trattato) e di vario argomento indirizzate appunto all’amico Lucilio (personaggio di origini modeste, un po’ più giovane di Seneca e proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore egli stesso). Se si tratti di un epistolario reale o fittizio è questione di cui si continua tuttora a discutere: non ci sono difficoltà insormontabili per credere alla realtà di uno scambio epistolare (varie lettere richiamano quelle di Lucilio in risposta), ipotesi peraltro non inconciliabile con la possibilità che altre lettere, specie quelle più ampie e sistematiche, non siano state effettivamente inviate e siano state invece inserite nella raccolta al momento della pubblicazione. L’opera ci è giunta incompleta, e si può datare a partire dal periodo del disimpegno politico (62-inizio 63); costituisce in ogni caso un unicum nel panorama letterario e filosofico antico. La funzione pedagogica delle epistole Seneca mostra piena consapevolezza, non priva di orgoglio, di introdurre nella cultura letteraria latina un genere nuovo, che egli tiene polemicamente a distinguere dalla comune pratica epistolare, anche quella di tradizione più illustre, rappresentata da Cicerone. Il modello cui intende uniformarsi è Epicuro, colui che nelle lettere agli amici aveva saputo perfettamente realizzare quel rapporto di formazione e di educazione spirituale che Seneca istituisce con Lucilio. Le sue lettere vogliono essere uno strumento di crescita morale, un

Quintiliano, rivoluzionaria sul piano del gusto (e destinata a esercitare grande influsso sulla prosa d’arte europea), affonda le sue radici nella retorica asiana – che nelle scuole di declamazione, a Seneca ben familiari, celebrava i suoi trionfi – e nella predicazione dei filosofi cinici: il suo tipico procedere mediante un ricercato gioco di parallelismi, opposizioni, ripetizioni, in un succedersi serrato di frasette nervose e staccate (le minutissimae sententiae deplorate da Quintiliano), con una sorta di tecnica ‘puntillistica’, produce l’effetto di sfaccettare un’idea secondo tutte le

∙ 6 Le tragedie

Seneca e la fortuna del genere tragico Un posto importante nella produzione letteraria di Seneca è occupato dalle tragedie. Quelle di Seneca sono le sole tragedie latine a noi pervenute in forma non frammentaria. Oltre che per questa ragione, che ne fa una testimonianza preziosa di un intero genere letterario, le tragedie di Seneca sono importanti anche come documento della ripresa del teatro latino tragico (vedi pp. 17 ss.), dopo i tentativi poco fortunati che la politica culturale augustea fece per promuovere una rinascita dell’attività teatrale. Problemi di autenticità e cronologia Le opere ritenute generalmente autentiche sono nove (qualche dubbio sussiste solo per l’Hercules Oetaeus), tutte di soggetto mitologico greco. Molto poco, comunque, è ciò che sappiamo su di esse, sulle circostanze della loro eventuale rappresentazione o sulla data di composizione, sulla quale non è possibile avanzare illazioni nemmeno in base a criteri stilistici o, tanto meno, a presunti riferimenti a eventi contemporanei. Si elencano dunque nell’ordine in cui le trasmette la tradizione più autorevole.

La trama e i modelli greci delle nove tragedie L’Hercules furens, sul modello dell’Eracle euripideo, tratta il tema della follia di Ercole, che, provocata da Giunone, induce l’eroe a uccidere moglie e figli. Una volta rinsavito, e determinato a suicidarsi, Ercole si lascia distogliere dal suo proposito e si reca infine ad Atene a purificarsi. Le Troades, basate sulla contaminazione dei soggetti di due drammi euripidei, le Troiane e l’Ecuba, rappresentano la sorte delle donne troiane prigioniere e impotenti di fronte al sacrificio di Polìssena, figlia di Priamo, e del piccolo Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca. Le Phoenissae, unica tragedia senecana incompleta, modellata sulle Fenicie di Euripide e sull’Edipo a Colono di Sofocle, ruota attorno al tragico destino di Èdipo e all’odio che divide i suoi figli Etèocle e Polinice. La Medea, basata naturalmente sulla Medea di Euripide, ma forse anche sull’omonima, e fortunata, tragedia perduta di Ovidio, rappresenta la

∙ 7 L’Apokolokỳntosis

Il titolo Un’opera davvero singolare, nel panorama della vasta produzione senecana, è il Ludus de morte Claudii (come lo definiscono due dei tre manoscritti principali che lo trasmettono) o Divi Claudii apotheosis per saturam (secondo la definizione, a mo’ di glossa, del terzo). Il titolo sotto cui l’opera è più comunemente nota è quello, greco, di Apokolokỳntosis, che ci fornisce lo storico Dione Cassio (60, 35). Questa parola implicherebbe un riferimento al greco kolòkynta («zucca»), forse come emblema di stupidità, e andrebbe intesa come «deificazione di una zucca, di uno zuccone», con riferimento alla fama non proprio lusinghiera di cui Claudio godeva. L’operetta contiene infatti la parodia della

Seneca, pure per gli altri è stata proposta l’attribuzione al filosofo, anche se la paternità senecana è in molti casi difficilmente sostenibile. Il livello è generalmente decoroso ma non particolarmente brillante; alcuni di essi accennano all’esperienza dell’esilio del filosofo in Corsica; uno ricorda il nipote Lucano bambino

∙ 9 Seneca, la fortuna

Le opere filosofiche La fortuna di Seneca, dall’antichità all’età moderna, è imponente. Dopo la reazione al suo immediato successo, alimentata da Quintiliano e dal movimento arcaizzante, nella tarda antichità guadagnò presso i cristiani (è del IV secolo il falso carteggio con san Paolo) quel prestigio altissimo che durò per tutto il Medioevo e oltre, fino a influire profondamente sulla cultura gesuitica, ma anche su quella protestante. Le tragedie Più tarda (soprattutto dal XIV secolo in poi) la fortuna delle tragedie, che dopo aver agito come modello del teatro tragico rinascimentale italiano influenzarono profondamente, con il loro barocco truce e tenebroso, il teatro elisabettiano, soprattutto Shakespeare. Ma la loro azione fu rilevante anche sul teatro classico francese (Corneille, Racine, poi Voltaire) e su quello romantico tedesco; in Italia soprattutto Alfieri, nella sua violenta polemica antitirannica, ne mutuò la vibrante tensione.