





Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
1 / 9
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!






Non è utile allo stato solo chi elegge i candidati, difende gli accusati e decide della pace e della guerra; ma [anche] colui che esorta la gioventù, che in tanta carenza di buoni principi introduce la virtù negli animi, (colui) che afferra e trattiene coloro che si precipitano (di corsa) verso la lussuria e il denaro e, se non altro, almeno (li) trattiene; conduce servizio pubblico da privato cittadino (= conduce in privato un lavoro pubblico). È, forse, ancora superiore (= più utile) colui che ripete agli interpellanti (= a coloro che glielo chiedono) le parole dell’assistente tra i pellegrini e i cittadini come pretore della città, rispetto a chi (dice) che cosa sia la giustizia, che cosa il rispetto, che cosa la pazienza, che cosa il vigore, che cosa il disprezzo della morte, che cosa la conoscenza delle divinità, quanto sia un premio gradito avere una buona coscienza? (= quanto sia un bene poco oneroso la buona conoscenza?) Dunque, se dedichi (= converti) agli studi il tempo che hai sottratto agli incarichi pubblici, non hai abbandonato né hai rinunciato (= ti sei sottratto) al tuo compito: infatti non presta servizio solo colui che si trova sul campo di battaglia e difende l’ala destra o sinistra, ma anche chi sorveglia le porte e si assume una postazione meno pericolosa ma non inutile (= oziosa). Se ti sarai richiamato agli studi, avrai evitato ogni fastidio nella vita e non desidererai che venga notte per noia (= fastidio) della luce, e non sarai un peso per te né inutile per gli altri. SIAMO NOI CHE RENDIAMO BREVE LA VITA (1) La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lamenta della malignità della natura, poiché siamo generati per uno spazio breve di tempo (= per un breve tempo), poiché questi intervalli di tempo a noi concesso scorrono così velocemente, così rapidamente fino a tanto che esclusi molti pochi (tutti) gli altri la vita li abbandona nella stessa preparazione alla vita. E per questo male generale, come è ritenuto (= come si ritiene), non si lamentarono (= lamentò) solo la folla e il popolo sconsiderato: quesat condizione ha suscitato i lamenti anche di uomini illustri. Di lì esiste la famosa (= quella) esclamazione di Aristotele, per nulla conveniente ad un uomo saggio che discute con (= critica) la natura: “essa ha concesso agli animali così tanta vita (= così tanta di vita / così tanto tempo) che si protrae per cinque o dieci generazioni (consecutive); all’uomo, generato per imprese così grandi e importanti, stabilisce un limite tanto più vicino”. Non abbiamo poco tempo (= poco spazio di tempo) ma (ne) abbiamo perso molto. La vita è abbastanza lunga e ci è stata data abbondantemente per il compimento delle più grandi cose, se fosse impiegata tutta bene; ma quando scorre attraverso lusso e disimpegno, sentiamo che sta passando, quella che non abbiamo capito che è già passata. (4) È così: non riceviamo una vita breve, ma (la) rendiamo (tale), e non siamo poveri di essa ma prodighi (= dissipatori). Come delle ricchezze vaste e ingenti, quando sono giunte presso un cattivo padrone vengono dissipate istantaneamente, mentre, anche se modeste, se sono state
affidate ad un buon custode crescono con l’uso, così la durata della nostra vita si distende molto per chi ne dispone bene. (1) Perché ci lamentiamo della natura? Quella si è comportata generosamente: la vita se sai utilizzarla (bene) è lunga. Una insaziabile avidità domina uno, uno zelo instancabile per le fatiche inutili (domina) un altro; uno trasuda vino, un altro è intorpidito dall’inattività; un’ambizione sempre legata al giudizio altrui affatica un altro, il desiderio incalzante di commerciare spinge un altro a viaggiare per tutte le terre e per tutti i mari con la speranza del guadagno; il desiderio di combattere tortura alcuni, sempre (non mai) ansiosi o per pericoli estranei o agitati per i propri; e ci sono perfino (alcuni) che un ingiusto ossequio per i superiori consuma in una schiavitù volontaria; (2) trattiene molti la ricerca della bellezza altrui ola cura della propria; moltissimi che non seguono nessuna certezza (niente di stabile), una volubilità vaga, incostante e scontenta di sé ha buttato a capofitto in mezzo a decisioni inusuali; ad alcuni non piace nessun luogo in cui dirigere la rotta, ma il destino (= morte)li coglie intorpiditi e sbadigliando, a tal punto che non dubito che sia vero ciò che è stato scritto presso il più importante dei poeti sotto forma di oracolo “è piccolissima la parte di vita in cui viviamo”. In realtà tutto il restante spazio non è vita ma tempo. (3) I vizi (le occupazioni civili) incalzano e incombono (=urgono) da ogni parte e non consentono di alzarsi o di fissare lo sguardo in contemplazione del vero ma anzi premono verso il basso e mantengono fissi verso il desiderio. Non è mai lecito per loro ritornare a sé (=ritrovare sé stessi); se talvolta capita casualmente un certo momento di pace, come in alto mare nel quale dopo una tempesta permane una certa agitazione, ondeggiano, né mai per quelli è possibile un po’ di ozio né per loro può esistere un attimo di sospensione dai propri desideri. (4) Pensi che io parli di costoro i cui vizi sono palesi? Guarda quelli alla cui felicità si accorre e sono soffocati dai loro stessi beni. A quanti (quanto numerosi) la ricchezza è di peso! A quanti l’eloquenza e la quotidiana preoccupazione di mostrare il proprio ingegno spremono il sangue! Quanti impallidiscono a causa dei continui piaceri! A quanti la folla dei clienti che li circonda non lascia nessuna (niente di) libertà. Infine considera tutti costoro, da quelli più in basso a quelli più alti: questo chiede un avvocato (assistenza legale), questo glielo dà, quello è imputato (chiamato in tribunale), quello lo difende, quell’altro giudica, nessuno rivendica sé stesso a sé stesso (=si dà da fare), ciascuno si prodiga per un altro. Interroga (chiedi) sui nomi di coloro che imparano a memoria, vedrai che costoro sono noti (si conoscono) attraverso queste caratteristiche: quello è al servizio di quell’altro, questo di quello; nessuno al proprio. LA VITA MONDANA E L’INUTILE AFFANNARSI DEGLI UOMINI (1) Per questi il prossimo (consiglio) sarà di non affaticarci o per (cose) inutili o in modo inutile, cioè di non desiderare le cose che non possiamo avere o, una volta ottenute, tardi capiamo la vanità dei nostri desideri dopo tanta fatica. Cioè (facciamo in modo che) o la fatica non sia
per la distruzione altrui e per la propria, se avrà abbattuto questo giogo; e (giova) parlare così con sè stessi: (2) “Sono dunque io quello che fra tutto i mortali sono piaciuto e sono stato scelto per fare le veci degli dei in terra? Sono l’arbitro della vita e della morte delle genti: quale sorte e condizione ciascuno abbia, è stato posto nella mia mano; che cosa la fortuna vuole che sia dato a ciascuno dei mortali, pronuncia attraverso la mia bocca; popoli e città percepiscono motivo di gioia in base alle nostre decisioni (del princeps); nessuna parte del mio principato prospera mai senza il mio consenso; tutte queste migliaia di spade che il mio desiderio di pace tiene nel fodero, verranno sfoderate ad un mio solo gesto; quali popoli verranno distrutti completamente, quali fatti emigrare, a quali verrà data la liberà, a quali strappata, quali ne vengono fatti schiavi, e le teste di quali re è necessario che venga consegnata la corona regia, quali città crollino, quali nascano. (3) In tanto grande potere su tutte le cose, l’ira non mi ha mai spinto a dare punizioni ingiuste, non (mi ci ha spinto) l’impeto giovanile, non l’orgoglio o la superbia degli uomini che spesso ha sottratto pazienza anche ai cuori più tranquilli, non lo stesso orgoglio di voler mostrare il proprio potere attraverso il terrore, atteggiamento glorioso ma frequente nei massimi comandi. La spada è nascosta, anzi legata, presso di me, sotto di me c’è il risparmio anche di un sangue vile, nessuno a cui manca ogni virtù non è presso di me graziato per (con) il solo nome di essere umano. (4) Tengo nascosta la severità, sempre a portata di mano la clemenza. Mi regolo così come se fossi in procinto di essere rendere conto alle leggi. In un primo tempo sono stato commosso dall’età di uno, un’altra volta di un altro, ho perdonato uno per la sua dignità, un altro per la sua umiltà. Ogni volta che non avevo trovato alcun altro motivo di misericordia, oggi se gli dei mi chiedessero conto (di quello che ho fatto) sono pronto a enumerare tutto il genere umano. LIBERTÀ E SUICIDIO (4) Pertanto il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. Si renderà conto (= vedrà) di dove sarà destinato a vivere, con chi, in che modo, che cosa farà. (5) Pensa sempre qual è la sua vita, non quanta. Se gli capitano molte disgrazie e cose che turbano la sua tranquillità, si chiama fuori (= si suicida). E non lo fa soltanto quando ha estrema necessità, ma quando la sorte inizia ad essere per lui dubbia, considera attentamente se per caso non debba porre fine (alla sua vita) in quel momento. (8) Tuttavia, talvolta anche se la morte gli starà molto vicino (incomberà) e saprà che gli è stata inflitta la pena di morte, non presterà mano alla sua pena (non si ucciderà prima di essere ucciso): lo farebbe a suo vantaggio (se gli servisse). È una sciocchezza morire per paura della morte: aspetta, viene colui che ti uccide. Perché te ne preoccupi? Perché ti sobbarchi la responsabilità della crudeltà altrui? Forse che invidi o vuoi perdonare il tuo carnefice? (9) Socrate avrebbe potuto porre fine alla sua vita con il digiuno e morire di fame piuttosto che per il veleno; tuttavia trascorse 30 giorni in carcere e in attesa della morte, non con questa idea, cioè che potessero avvenire molte cose (in quei giorni) o che un così lungo periodo di tempo garantisse molte speranze, ma per offrire sé stesso (obbedire) alle leggi, (ma) perché agli amici potesse dare la possibilità di usufruire dei suoi ultimi giorni.
Che cosa sarebbe stato più sciocco che disprezzare la morte, temere il veleno? (10) Scribonia, donna saggia, fu la zia di Druso Libone, giovane tanto sciocco quanto nobile, che nutriva speranze maggiori di quanto ciascuno avrebbe potuto sperare in quel determinato periodo, o lui stesso in qualsiasi (periodo). Essendo stato accompagnato malato dal senato alla lettiga, non certamente con molta gente al seguito (infatti tutti i parenti avevano abbandonato quello non tanto quanto un colpevole ma quanto un cadavere) incominciò a chiedersi se aspettare la morte o procurarsela. A lui Scribonia disse “perché ti piace fare il lavoro di un altro?”. Non lo convinse: portò le mani a sé (si uccise) non senza motivo. Infatti dopo il terzo o il quarto giorno, uno che è in procinto di morire, se continua a vivere fa il lavoro di un altro secondo la volontà del proprio nemico. (11) Pertanto non si può parlare in generale di questa situazione, quando una forza esterna determina la morte, se si debba anticiparla o aspettarla; infatti sono molte le cose che possono convincere in una direzione o nell’altra. Infatti se un tipo di morte avviene in mezzo ai tormenti, l’altro è semplice e immediato, perché mai non si dovrebbe porre mano a questo? Nello stesso modo in cui uno in procinto di navigare sceglierà la nave, uno in procinto di abitare (sceglierà) la casa, così uno che è in procinto di uscire dalla vita il tipo di morte. (12) Inoltre nello stesso modo in cui certamente non è migliore una vita più lunga, così certamente è peggiore una morte più lunga. In nessun momento più che in (relazione alla) morte dobbiamo scegliere come comportarci secondo il nostro animo. A chi capita, muoia qua nel modo in cui gli è venuto d’istinto: sia che si serva della spada, sia del cappio, sia del veleno che scorre nelle vene, continui e rompa i vincoli della schiavitù (=vita). Ciascuno deve far approvare la sua vita anche agli altri, la sua morte solo a sé stesso: la migliore è quella che piace. (13) Si pensano scioccamente queste cose: “qualcuno dirà che io mi sono comportato poco coraggiosamente, qualcuno che ho avuto troppa paura, qualcun altro che ci sarebbe stato un certo modo di morire (tipo di morte) più coraggioso”. Tu vuoi pensare di avere tra le mani quella decisione che non riguarda la fama! Tieni conto solo di questo, di sfuggire al destino il più velocemente possibile; in qualunque modo ci saranno quelli che giudicheranno male il tuo operato. (14) Troverai anche degli intellettuali (professori di saggezza) che affermano che non (=negano) bisogna fare violenza alla propria vita e considereranno nefasto diventare interruttori di sé (=suicidi) perché bisogna aspettare la fine che la natura ha deciso. Chi sostiene ciò non vede che chiude la strada della libetà: la legge eterna (di natura) non fece niente di meglio che darci un solo modo di entrare nella vita, molte uscite. (15) Forse che io dovrei attendere la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso invece uscire dalla vita in mezzo ai tormenti e ai dolori? Questa è l’unica cosa per la quale non possiamo lamentarci della vita: non trattiene nessuno. Le cose umane sono ordinate in modo positivo, cioè che nessuno sta male se non per colpa sua. Ti piace? Vivi. Non ti piace? È lecito tornare da dove sei venuto. (16) Per farti passare il mal di testa spesso hai versato del sangue, una vena si apre per indebolire il corpo. Non è necessaria una ferita profonda a dividere le viscere (=squartarti): con uno stiletto ci si apre la strada a quella famosa libertà e la serenità si conquista con un piccolo gesto.
sopporta di mangiare con loro e reputa un oltraggio alla sua posizione sociale sedersi allo stesso tavolo con uno schiavo. Dio santissimo! Quanti padroni ha tra costoro! (9) Vidi stare davanti alla porta di Callisto il suo (ex) padrone e colui il quale gli aveva assegnato il titolo (di schiavo), il quale gli aveva fissato il prezzo in mezzo agli altri schiavi (l’aveva venduto), lo escluse mentre gli altri entravano. Quello schiavo riunito nella prima decuria (che stava nel primo gruppo da 10 persone) nella quale il banditore prova la sua voce, lo ricompensò così. E quello stesso lo respinse a sua volta, e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto ma quante cose Callisto (ha fatto scontare) al padrone! (10) Ma pensa che costui che tu chiami schiavo è nato dal tuo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira nello stesso modo, vive nello stesso modo! Tu puoi tanto considerare quello libero quanto quello può considerare te schiavo. Durante lo scontro con Varo il caso degradò molti giovani di nobili origini che aspiravano attraverso il servizio militare alla carriera senatoria: fra quelli, (la sorte) fece uno pastore, uno custode di una casupola. Ora disprezza pure l’individuo che ha avuto tale sorte, nella quale proprio mentre la disprezzi puoi trovarti (anche tu). (11) Non voglio introdurmi in un discorso troppo difficile e discutere sul trattamento degli schiavi nei confronti dei quali siamo molto superbi, molto crudeli e molto aggressivi. Tuttavia questo è l’essenza del mio insegnamento: vivi con una persona che è inferiore nello stesso modo in cui vorresti che una persona superiore a te vivesse con te. Tutte le volte in cui ti sarà venuto in mente quanto ti è lecito nei confronti del tuo schiavo, ti venga anche in mente che lo stesso potere è lecito al tuo padrone su di te. (12) Dici “ma io non ho nessun padrone”. Fortunato te: ma forse ce l’avrai. Non sai forse a quale età Ecuba ha iniziato ad essere schiava, a quale Creso, a quale la madre di Dario, a quale Platone, a quale Diogene? (13) Vivi benevolmente con lo schiavo, addirittura amichevolmente, ammettilo nella tua conversazione, (ammettilo) anche nel prendere decisioni e nel banchetto. A questo punto tutte le mani dei raffinati grideranno: “non c’è niente di più umiliante, di più vergognoso di questa cosa”. Io potrei sorprendere questi medesimi, mentre baciano le mani degli schiavi altrui.
(1) Non potei gustare nessun’altra cosa in più, ma indirizzatomi a lui per ricavarne quante più cose potevo, incominciai ad affrontare la conversazione da lontano e cominciai a chiedere chi fosse quella donna che correva di qua e di là. (2) Disse: “È la moglie di Trimalcione, si chiama Fortunata, ed ella misura il suo denaro con il moggio. (3) E poco per volta dimmi prima che cosa fu? Il tuo protettore mi perdoni, non avresti voluto ricevere il pane dalla mano di quella. (4) senza perché né per come si è innalzata al cielo (=ha fatto carriera) e ora è il braccio destro di Trimalcione. (5) Insomma, se dicesse nel mezzo del pomeriggio che ci sono le tenebre, ci crederebbe. (6) Neanche lui sa quanto possiede, tanto è ricco; ma questa brutta troia provvede ad ogni cosa e dove non arrivi neanche a pensare. (7) È astemia, sobria (=non spende), di buoni comportamenti: vedendo lei vedi (la stessa quantità di) oro. Tuttavia è una pettegola (=mala lingua), in camera una gazza. Chi ama, ama; chi non ama, non ama. (8) Lo stesso Trimalcione possiede molti terreni, quanti i nibbi possono sorvolare, soldi da soldi (= più ha soldi e più continua a farne). Nella cassaforte del suo custode c’è più argento di quanto ciascuno ne possieda globalmente (=in tutto il suo patrimonio). (9) In verità la famiglia – ullallà! Per Ercole, penso che non ci sia la decima parte che conosca il suo padrone. (10) Insomma, chiunque tra questi idioti/arricchiti lo annienta (=introduce) in una foglia di ruta. (1) Non c’è nulla che tu pensi che quello compra. A casa sua nasce tutto: lana, limoni, pepe; se tu chiedessi del latte di gallina, lo troveresti. (2) Insomma, si produce una lana non particolarmente buona: ha comprato un ariete a Taranto e l’ha fatto accoppiare con il gregge. (3) Perché fosse prodotto a casa sua il miele attico, ordinò che venissero portate a casa sua le api da Atene; così (4) Proprio in questi giorni scrisse che gli fosse mandato il seme dei funghi