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Sintesi Decolonizzare il Museo
Tipologia: Sintesi del corso
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Decolonizzare il museo, Giulia Grechi
Introduce il concetto di museo come luogo in cui regnano dinamiche coloniali. Il punto di vista dell’Europeo rispetto a manufatti di altre culture è egemonico; si pone come dominante: l’istituzione museale costruisce ciò che mostra in un ottica eurocentrica, attraverso quest’ottica detiene (o crede di detenere) la conoscenza di un’altra civiltà. Questa visione è del tutto interiorizzata da chi vive in Europa, di conseguenza il primo passo per decolonizzare è riconoscere certe forme di discriminazione, a partire dal fatto che i manufatti di culture altre presenti in qualcunque museo etnografico in Europa sono stati sottratti con la forza, in modo sistematico durante il colonialismo. Nonostante l’attività di colonizzazione sia cessata, la mentalità coloniale resta nelle popolazioni occidentali in modo sistematico e né influenza il pensiero. Guardando continuamente al nostro modo di narrare la realtà abbiamo reso il sapere eurocentrico il sapere universale. Di conseguenza il museo etnografico che abbiamo creato, rappresenta una realtà speculare, simile a ciò che vuole rappresentare ma filtrata da gerarchie di razza e di sesso. La narrazione che viene creata tramite gli oggetti ne è deformata, le popolazione che potrebbero riconoscersi negli oggetti non potrebbero riconoscersi nel modo in cui questi vengono raccontati. La pulsione a classificare, archiviare, conservare non è propria di tutti i popoli e non è corretta per qualsiasi oggetto che viene mostrato in questo tipo di museo. È infatti un tratto tutto occidentale, probabilmente sviluppatasi a fianco al sistema capitalistico, di nuovo un sistema completamente eurocentrico. Quindi l’obiettivo è scardinare queste visioni attraverso approcci nuovi per ridare agli oggetti le relazioni primarie che sono venute meno nel museo mettendo in discussione la sua autorità. Il modello di museo occidentale deve essere ricostruito, i dati che usa nella catalogazione di manufatti spesso sono frammentati e portano a risultati fallimentari, proprio perché raccolti in un ottica inadatta.
George Batailles e il dizionario critico metalinguistico; analisi del concetto di museo. Come i surrealisti estraggono gli oggetti dal loro contesto per dargli un contesto nuovo, così Batailles de-familiarizza il concetto di museo per mettere in luce le norme che questo luogo crea. Batailles parla del museo come luogo di accumulazione influenzata dall’economia capitalistica che si sviluppa in Europa che ha generato industrie basate sull’accumulazione, la conservazione, il collezionismo. Questi concetti hanno favorito l’attitudine a classificare e categorizzare, organizzare; prerogative del tutto occidentali lontane dalla distribuzione e dissolvimento praticati in altre culture (un esempio di questo può essere la prima azione del Gruppo Gutaj e in generale la loro poetica). Attraverso l’archiviazione emerge una proiezione dell’io; la soggettività occidentale ammanta gli oggetti trattati. Lo sguardo europeo diventa quello universale attraverso il quale filtrare la realtà, tutto il resto è altro da sé, si viene a creare una dicotomia fondante (mi sono chiesta se questo non renda tutti gli altri popoli uguali fintanto che essi siano diversi da noi) tra noi e loro.
Secondo Foucault, il museo è un eterotopia: un luogo reale che, pur essendo situato in una specifica posizione geografica, funziona come un "altro" spazio, un luogo di alterità che mette in discussione le norme e le gerarchie sociali dominanti. Foucault dice: L’idea di accumulare tutto, l’idea di costruire un luogo per ogni tempo che sia a sua volta fuori dal tempo, inaccessibile alla sua stessa corruzione, il progetto di organizzare così una sorta di accumulazione perpetua e indefinita del tempo in un luogo che non si sposta, tutto ciò appartiene alla nostra modernità. Il museo e la biblioteca sono eterotopie tipiche della cultura occidentale del XIX secolo. In questo modo l’Europa organizza la propria visione di sé e della diversità, elevando l’Europa a portatrice di modernità e sviluppo industriali (come se solo queste cose possano essere giuste e solo il nostro modo di vivere possa essere corretto). é in questa maniera che l’Europa modella la propria immagine di sé; un paese orientato allo sviluppo e alla modernità, di cui essere fieri cittadini e che porterà il progresso in tutto il mondo. Anche lo spettatore né è così plasmato, ma lo spiegano meglio molti altri prima di lei, e chiaramente lei non è alla pari. Questo modo di agire è detto Exhibitionary Order= sistema culturale e sociale che determina come i beni vengono mostrati e fruiti in luoghi pubblici; questo ordine emerge dalla struttura stessa dei musei, che nascono al loro interno dei preconcetti sociali, pensiamo per un attimo al white cube. Dall’altro il modo in cui ci poniamo verso questi oggetti e la posizione di potere che assumiamo su di loro nel modo in cui lo mostriamo, ora rese trasparenti è detto mostrazione. Quindi per partire a parlare di esposizioni etniche, inizia introducendo i Freak Show, esibizioni di corpi con alterazioni genetiche o fisiche ma anche etnico-razziali, provoca sentimenti di attrazione e repulsione. I mostri sono così ambigui, col tempo diventeranno oggetto scientifico. Sicuramente l’aspetto più singolare è come questi corpi non fossero tollerabili nel quotidiano, ma piuttosto qualcosa da ricercare per guardare e di cui farsi beffa. Comportamenti abilisti e razzisti. Queste esibizioni diventeranno parte delle Esposizioni Universali europee in cui, al pubblico di massa, venivano mostrate persone dalle colonie. Chiaramente la mostrazione era fortemente stereotipata e manipolata anche attraverso la ripetizione degli eventi. L’obiettivo era quello di mostrare i selvaggi, colonizzati dagli europei superiori per razza e intelletto con il fine ultimo di aiutarli nell’evoluzione industriale; era un modo di mostrare il bene che stavano facendo gli europei “civilizzando” questi popoli, dai quali terreni gli europei estraevano tante OTTIME materie prime. Ma anche un modo di coinvolgere i cittadini nella discussione sul colonialismo e condividere con loro le vittorie e dello spirito dominatrice. Anche i luoghi in cui queste persone erano mostrate hanno un valore; erano di per sé riproduzioni di strade, paesaggi, villaggi che ricordano molto veri e propri parchi a tema come può essere Epcot Disneyland o nello specifico Small World, una giostra terrificante sempre Disneyland che mostra vari paesi rappresentati da qualche elemento iconico (tant’è che durante le Esposizioni, gli indigeni erano “disponibili” a scattare foto di gruppo). La visione che né risulta è assolutamente falsa, frammentata, in cui le visione delle culture non hanno confini netti ma finiscono per mischiarsi nell’immaginario dell’europeo che non ne conosce neanche la collocazione geografica. Dopo tutto, gli europei non avrebbero mai avuto la possibilità di viaggiare nei luoghi degli indigeni e attestare che quella rappresentazione era falsa, potevano unicamente e ciecamente fidarsi di ciò che gli veniva mostrato. La loro ignoranza era un agevolazione alla manipolazione a cui erano sottoposti.
generare colpa. Ma nella colpa e nel culto siamo tutti uguali. (Benjamin arriva fino ad affermare come il capitalismo in occidente si sia sviluppato parassitariamente al calvinismo, e alle altre religioni cristiane e ortodosse, DA APPROFONDIRE) Questo tipo di ammirazione verso l’oggetto è definita come “fanatismo”, l’adorazione dell’oggetto. Chiaramente l’oggetto dona a chi lo acquista delle qualità a esso associate; le qualità del corpo sono subordinate a quelle dell’oggetto appartenente. Benjamin spiega anche in che modo la società della prima metà del ‘900 viene manipolata verso determinati pensieri. Quindi parla sia delle Esposizioni Universali e delle Gallerie Commerciali Francesi come luoghi di estetizzazione, cattedrali della distrazione in cui il proletario diventa spettatore e cliente. La mostra dei prodotti diventano uno spettacolo che incatena e addormenta la società. Tutto questo non per giustificare i comportamenti razzisti dell’epoca ma per dargli contesto. In ogni modo il libro dovrebbe concentrarsi sulle esperienze degli indigeni, non dei bianchi. Nella stessa maniera viene mostrato il corpo indigeno, che per quanto simile al nostro, appare agli Europei come lontano e diverso; scatena il sentimento di perturbante descritto da Freud come familiare e straniero allo stesso tempo. Troppo umano per essere animale, troppo diverso per essere della stessa “specie” = che poi è quello che l’homo erectus pensava dei Neanderthal prima di averli, presumibilmente, sterminati. Il feticismo verso la merce si sposta sul corpo indigeno esposto come una merce. Nicholas Mirzoeff sottolinea come la mostrazione del corpo altro permetta anche di delineare il corpo giusto: abile e bianco. Certo è che simili idee vengono ancora mostrate in modi subdoli anche attraverso la propaganda pubblicitaria. Un esempio è proprio l’aumento dello stereotipo bianco nelle pubblicità. Costruzione della narrazione attraverso mezzi = I bianchi civilizzati hanno portato innovazione e igiene ai popoli altri definiti selvaggi. Le messe in scena di civiltà altre erano all’insegna del realismo, ma creavano una finzione attraverso strategie di rappresentazione e permettevano allo spettatore di alla costruzione scientifica dell’alterità. Lo spostamento di rappresentazione è sottile, tale da permettere allo spettatore ignorante di venire del tutto abbindolato dalle idee che il governo cerca di inculcargli, così il pubblico pensava di essere davanti ad una rappresentazione reale, oggettiva e adeguata. Avrei voluto che facesse una parentesi sull’orientalismo ma dubito che lei sappia cosa sia quindi integro: L'orientalismo è un termine usato dagli storici dell'arte, studiosi letterari e culturali per definire l'imitazione o la rappresentazione di aspetti delle culture del Medio Oriente, dell'Asia meridionale e dell'Asia orientale in opere occidentali. L’orientalismo pittorico, soprattutto tra il XVIII e il XIX secolo, è stato uno degli strumenti più potenti e ambigui attraverso cui l’Europa ha creato un’immagine dell’Oriente profondamente distante dalla realtà vissuta.Parliamo di un Oriente immaginato, erotizzato, statico, costruito per affascinare l’occhio europeo più che per rappresentare fedelmente culture, persone o ambienti reali. Il termine “orientalismo” è stato definito criticamente da Edward Said nel suo saggio del 1978, in cui sosteneva che l’Occidente ha costruito l’idea dell’Oriente non tanto per comprenderlo, quanto per controllarlo, dominarlo e renderlo "altro". Nel campo della pittura, l’orientalismo prende forma attraverso una produzione artistica che idealizza e stereotipizza il Medio Oriente, il Nord Africa, l’Asia Minore (non l’Estremo Oriente), creando un "teatro esotico" per il consumo europeo. I dipinti mostrano ambienti arabi, turchi o nordafricani come immutabili, fermi, arcaici, quasi congelati in un eterno passato biblico o
islamico. Il progresso, il dinamismo e la complessità sociale venivano deliberatamente ignorati. Questo serviva a giustificare la colonizzazione: se un popolo è fermo nel tempo, l’Occidente può “modernizzarlo”. Tra gli esponenti Jerome, Delacroix , Ingres Le rappresentazioni femminili sono dominate dalla figura dell’odalisca (concubina dell’harem), spesso nuda o seminuda, in pose languide, in ambienti lussuosi e sensuali. Queste donne non parlano, non agiscono: esistono solo per il desiderio maschile occidentale. Si tratta di una fantasia erotica coloniale, non di realtà: la vita reale delle donne nei paesi islamici era ignorata. L’Oriente è raffigurato come un museo del colore: tappeti, mosaici, turbanti, armi, spezie, tende, minareti — una ridondanza di segni che sovraccarica il visivo, oscurando il reale. Gli artisti visitavano (a volte) i luoghi, ma dipingevano per accontentare il gusto europeo, non per restituire l’esperienza vissuta. Oltre alla sensualità, l’Oriente è anche rappresentato come barbarico, crudele, caotico: luoghi di esecuzioni pubbliche, schiavitù, fanatismo religioso. Il messaggio implicito: “queste civiltà hanno bisogno della guida dell’Occidente civilizzato”. Jean-Loup Amselle ha affrontato la questione dell’opera Exhibit B di Brett Bailey all’interno del suo libro Il museo in scena. L’alterità culturale e la sua rappresentazione negli spazi espositivi (2017), nel capitolo sul museo e la contestazione. Ecco una sintesi critica delle sue posizioni principali: Cosa sostiene Amselle su Exhibit B Legittimità dello sguardo esterno vs appropriazione Amselle evidenzia che molte delle proteste sollevate nei confronti di Exhibit B ruotano attorno alla domanda: qual è il diritto di un artista bianco di rappresentare la sofferenza dei neri? In questo quadro, l’opera viene accusata da alcuni critici (soprattutto afrodiscendenti) di perpetuare un tipo di rappresentazione che assomiglia agli zoo umani, ovvero oggettificare corpi neri, renderli “oggetti da osservare” piuttosto che soggetti con agenzia propria. Contesto della protesta Amselle sottolinea che la contestazione non è solo estetica o formale, ma profondamente politica: si tratta di chi detiene il potere di definire, rappresentare, narrare. È una questione di identità, visibilità, autorappresentazione, ma anche di reti di potere culturale che storicamente limitano chi può parlare, chi può essere rappresentato e come. Valore dell’atto performativo e la denuncia storica Pur riconoscendo le critiche, Amselle attribuisce a Exhibit B una funzione di denuncia (coloniale, postcoloniale) che è centrale: l’opera cerca di rendere visibili continuità storiche (tra colonialismo, apartheid, razzismo contemporaneo) e di costringere lo spettatore a un confronto, ad uno sguardo che non può essere distratto. Limiti della protesta basata sull’identità