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SOFOCLE E IL SUO TEATRO, Appunti di Greco

appunti molto dettagliati su Sofocle e le sue principali opere (Aiace, Antigone, Trachinie, Edipo re, Filottete, etc.), nonché interpretazioni varie delle tragedie e commenti sullo stile, la drammaturgia e le concezioni generali dell'autore

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 18/04/2018

Utente sconosciuto
Utente sconosciuto 🇮🇹

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SOFOCLE
AIACE
Fu composto intorno al 450 a.C. È ambientato nel campo acheo durante il periodo finale della
guerra di Troia. Il coro è costituito dai marinai di Salamina
Prologo
È una delle parti più significative. Compaiono Aiace, Odisseo e Atena.
ANTEFATTO:
Quando Achille morì fu deciso che le sue armi fossero date al più forte degli Achei, che avrebbe
dovuto essere Aiace; ma gli Atridi, siccome lo odiavano, decisero di darle ad Odisseo. Offeso,
Aiace decide di vendicarsi uccidendo tutti e tre, ma Atena lo fa impazzire, cosicché si avventa sula
bestiame dell’accampamento, credendo di fare strage di Achei.
Di notte Atena sveglia Odisseo e lo invita ad andare a vedere cosa sta facendo e in che condizione è
Aiace. La dea gli mostra l’eroe in questo stato di follia e addirittura lo chiama fuori dalla tenda e si
prende gioco di lui. Poi si rivolge a Odisseo chiedendogli cosa provi a vedere Aiace in quelle
condizioni; l’eroe, incredibilmente, si mostra sgomento e quasi lo compatisce e si rende conto che
gli uomini sono delle marionette in mano agli dei. La dea conclude l’episodio dicendo che ciò deve
essere una lezione morale e far capire che gli dei amano le persone oneste e puniscono i tracotanti e
malvagi (anche se per ora non si capisce che nesso ci sia con Aiace).
I° episodio
Aiace rinsavisce ed è distrutto per ciò che ha fatto; questo perché in lui sono importanti i valori
aristocratici, valori competitivi in una cultura di vergogna; per lui è importante l’αρετή per
raggiungere la τιμή e il κλέος άφθιτον. Facendo quello che ha fatto, non solo non si è vendicato,
cosa che compromette già di per sè la sua τιμή, ma uccidendo il bestiame si è coperto di ridicolo e
ha rovinato la propria reputazione. Di conseguenza manifesta l’intenzione di uccidersi. La scelta del
suicidio è determinata anche dal timore del giudizio del padre, che lo aveva mandato a Troia con
l’obbligo di tornare coperto di gloria; e invece lui corre il rischio di tornare coperto di ridicolo. In
questo episodio compare la GENESI DEL SUPER IO di Freud, il quale vede in esso una delle parti
fondamentali della psiche. Il super io è la parte che ci indica e impone dei valori nei modelli di
comportamento e negli obbiettivi; si può dire che esso sia ISTANZA PARENTALE
INTERIORIZZATA, cioè sono le aspettative, le esigenze e i valori dei genitori, che il bambino
interiorizza, trasformandoli in super io. In questo passo della tragedia emerge l’istanza del padre (la
gloria) che nel figlio diventa super io.
II° episodio
La mogli Tecmessa cerca di dissuaderlo facendo leva sul fatto che così facendo lascerà lei e il loro
figlio soli, in una condizione di debolezza. Ma Aiace è irremovibile. Questo episodio ricorda quello
di Ettore e Andromaca, ma qui cambia il comportamento dell’eroe: Ettore, infatti, è comprensivo
con la moglie, mentre Aiace è duro e le impone il silenzio. Compare un’antitesi di valori: Aiace
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Scarica SOFOCLE E IL SUO TEATRO e più Appunti in PDF di Greco solo su Docsity!

SOFOCLE

AIACE

Fu composto intorno al 450 a.C. È ambientato nel campo acheo durante il periodo finale della guerra di Troia. Il coro è costituito dai marinai di Salamina

Prologo

È una delle parti più significative. Compaiono Aiace, Odisseo e Atena.

ANTEFATTO: Quando Achille morì fu deciso che le sue armi fossero date al più forte degli Achei, che avrebbe dovuto essere Aiace; ma gli Atridi, siccome lo odiavano, decisero di darle ad Odisseo. Offeso, Aiace decide di vendicarsi uccidendo tutti e tre, ma Atena lo fa impazzire, cosicché si avventa sula bestiame dell’accampamento, credendo di fare strage di Achei.

Di notte Atena sveglia Odisseo e lo invita ad andare a vedere cosa sta facendo e in che condizione è Aiace. La dea gli mostra l’eroe in questo stato di follia e addirittura lo chiama fuori dalla tenda e si prende gioco di lui. Poi si rivolge a Odisseo chiedendogli cosa provi a vedere Aiace in quelle condizioni; l’eroe, incredibilmente, si mostra sgomento e quasi lo compatisce e si rende conto che gli uomini sono delle marionette in mano agli dei. La dea conclude l’episodio dicendo che ciò deve essere una lezione morale e far capire che gli dei amano le persone oneste e puniscono i tracotanti e malvagi (anche se per ora non si capisce che nesso ci sia con Aiace).

I° episodio

Aiace rinsavisce ed è distrutto per ciò che ha fatto; questo perché in lui sono importanti i valori aristocratici, valori competitivi in una cultura di vergogna; per lui è importante l’αρετή per raggiungere la τιμή e il κλέος άφθιτον. Facendo quello che ha fatto, non solo non si è vendicato, cosa che compromette già di per sè la sua τιμή, ma uccidendo il bestiame si è coperto di ridicolo e ha rovinato la propria reputazione. Di conseguenza manifesta l’intenzione di uccidersi. La scelta del suicidio è determinata anche dal timore del giudizio del padre, che lo aveva mandato a Troia con l’obbligo di tornare coperto di gloria; e invece lui corre il rischio di tornare coperto di ridicolo. In questo episodio compare la GENESI DEL SUPER IO di Freud, il quale vede in esso una delle parti fondamentali della psiche. Il super io è la parte che ci indica e impone dei valori nei modelli di comportamento e negli obbiettivi; si può dire che esso sia ISTANZA PARENTALE INTERIORIZZATA, cioè sono le aspettative, le esigenze e i valori dei genitori, che il bambino interiorizza, trasformandoli in super io. In questo passo della tragedia emerge l’istanza del padre (la gloria) che nel figlio diventa super io.

II° episodio

La mogli Tecmessa cerca di dissuaderlo facendo leva sul fatto che così facendo lascerà lei e il loro figlio soli, in una condizione di debolezza. Ma Aiace è irremovibile. Questo episodio ricorda quello di Ettore e Andromaca, ma qui cambia il comportamento dell’eroe: Ettore, infatti, è comprensivo con la moglie, mentre Aiace è duro e le impone il silenzio. Compare un’antitesi di valori: Aiace

rappresenta i valori eroici, mentre Tecmessa i valori umani. Per lui i valori di riferimento sono assoluti e irrinunciabili. Lei, invece, invita Aiace ad adattarsi ai vari momenti della vita, anche se sono sfavorevoli. Si potrebbe vedere una contrapposizione tra gli ideali aristocratici e tradizionali e quelli della gente comune e più moderni. Aiace ribadisce che le alternativa sono due: o vivere onorevolmente o morire onorevolmente.

III° episodio

Avviene un colpo di scena. Aiace pronuncia un monologo in cui sembra rinunciare al suicidio. Su questo cambio di idea sono state fatte alcune ipotesi:

  • Alcuni dicono che è proprio del suo carattere cambiare idea così facilmente. Ed ecco perché si può parlare di MONOLOGO INGANNATORE, cioè Aiace avrebbe finto di accantonare l’idea del suicidio per agire più liberamente e non essere ostacolato. Però questa ipotesi è poco convincente perché non si capisce come una donna o chicchessia possa impedirgli di uccidersi, essendo un uomo fortissimo.
  • Altri sostengono che l’eroe si immagini come sarà la sua vita se non si uccidesse, accettando di vivere con quella vergogna

Questo monologo dà una falsa speranza alla moglie e al coro che irrompe nella scena con un canto di gioia. Ma alla fine trae la conclusione che non si può adattare a vivere in quel modo.

Il suicidio (pagina 117)

Aiace, solo sulla spiaggia, pianta la spada sull’arena e, dopo aver pronunciato un ultimo discorso, si getta sulla spada. Il significato immediato del suicidio è la volontà di sfuggire al disonore, cosa insopportabile per la sua natura. Ma questa non è l’unica motivazione: si può dire che lo abbia fatto anche per ripicca nei confronti degli dei, che gli hanno procurato un tale disonore; infatti togliendosi la vita, riesce a liberarsi dalla vergogna e raggiungere il κλέος άφθιτον. Il suicidio è quindi (come in altre tragedie di Sofocle) fonte di onore, perché con la morte realizza i suoi valori.

II° parte

Con la morte del protagonista inizia la seconda metà dell’opera. Alcuni studiosi l’hanno criticata dal punto di vista strutturale, ritenendola inutile per la tragedia; in realtà anch’essa ha una sua funzione. L’elemento di continuità è Aiace, che anche se è morto è protagonista; infatti sulla scena rimane il suo cadavere e tutti i personaggi parlano di lui. Gli Atridi si rallegrano della sua morte e lo condannano anche all’insepoltura. Essi vengono rappresentati con antipatia, soprattutto Menelao perché era spartano. Arriva poi Teucro, fratellastro di Aiace, che chiede di celebrare gli onori funebri del fratello. Ne segue un dibattito con giudizi sull’eroe, funzionale alla tragedia perché alla fine il pubblico può formulare un giudizio completo e definitivo dell’eroe. La svolta si ha con l’arrivo di Odisseo (struttura ad anello); egli si schiera dalla parte di Teucro e gli Atridi si lasciano convincere. Il finale consiste nel riconoscimento dell’onore di Aiace, che riesce a raggiungere ciò che perseguiva. Il tutto si compie anche con i fatti avvenuti dopo la sua morte. Odisseo si inserisce nell’antitesi di ideologia, già comparsa nel II° episodio, perché rappresenta come Tecmessa i valori collaborativi e sa adattarsi alle varie situazioni. In questa antitesi Sofocle non prende posizione né per gli uni né per gli altri valori. Certamente la figura di Aiace appare grandiosa, però deve

individualistici, quali l’ηδονή (ricerca del piacere personale) e la φιλία (legami affettivi). Ciò si realizza in primo luogo obbedendo alle leggi. Dopo di che arriva una guardia che riferisce che qualcuno ha trasgredito il suo editto, gettando un po’ di terra sul cadavere di Polinice. La cosa fa infuriare Creonte, che in un primo momento accusa le sentinelle di essersi fatte corrompere; poi ordina di trovare il colpevole. È una reazione significativa perché emerge la sua natura collerica e il fatto che non ascolta mai le ragioni degli altri; la sua reazione nei confronti di chi lo contraddice è sempre aggressiva. Inoltre tende a vedere intorno a sé sempre inganni.

I° stasimo (pagina 126)

Il coro rimane profondamente colpito e intona un canto che è il più famoso di Sofocle. Il coro è meravigliato del fatto che qualcuno abbia trasgredito alle leggi. Nella I° strofa la meraviglia suscita una riflessione sul progresso che l’uomo con le sue capacità e audacia ha realizzato. È un tema importante per quel periodo di progresso e di trasformazioni, in cui viveva Sofocle. Il coro in questa strofa esalta l’agricoltura e l’arte della navigazione, attività con cui l’uomo domina la terra e il mare. Nella II° strofa l’audacia e la capacità dell’uomo sono viste in un altro ambito, cioè nel fatto di aver ottenuto il dominio su tutti gli altri esseri viventi, o con la caccia o l’allevamento. Nella III° strofa non c’è un elemento comune: il coro parla di diverse realizzazioni del progresso umano, come l’uso della parola e il pensiero, l’impegno civile (capacità di costruire una società organizzata), l’arte edilizia, la medicina. Però alla fine aggiunge un limite: la morte. La critica si è chiesta se Sofocle abbia una concezione positiva o negativa del progresso. Qualcuno dice che l’autore vede nel progresso una forma di ubris, perché tentando di dominare la terra, il mare e gli animali, l’uomo supera i suoi limiti. In realtà il tono che usa in queste strofe non è negativo. Inoltre non compare più la divinità: tutto è frutto dell’uomo. Nella IV° e ultima strofa il coro dice che l’uomo può usare la sua audacia e intelligenza per fare del bene oppure del male. Quindi il progresso di per sé non è buono o cattivo; lo è il modo con cui lo si utilizza. Ecco dunque che comprendiamo il significato della parola che utilizza all’inizio per l’uomo: δειμός (meraviglia), che significa sia “spaventoso”, “terribile”, “negativo” e “funesto”, sia “grande”, “meraviglioso”, “potente” e “capace”. Quindi l’uomo è tutte queste cose. Ciò che conta è la scelta morale che fa. L’uomo agisce bene se rispetta le leggi dello stato, che devono essere (come dice il coro) conformi alla morale e alle leggi divine (nel testo “conformi alla giustizia degli dei”). Facendo così egli sarà considerato grande nella città. Se invece agirà male e sarà arrogante verrà cacciato da essa. Quindi il banco di prova di un uomo è la polis. Nelle ultime due frasi pronuncia parole di disprezzo per chi trasgredisce alle leggi (in questo caso chi ha dato sepoltura a Polinice), ma alla fine della tragedia, capiremo che si riferisce anche a Creonte. Rispetto ad altri pensatori, come ad esempio Protagora e Anassagora, crede che il progresso sia frutto dell’uomo; però rispetto a loro c’è una grande differenza: essi credevano che l’uomo fosse svincolato dalla volontà degli dei e attribuivano al progresso solo un significato positivo. Sofocle, invece, nell’ultima strofa dice che l’uomo deve essere sottomesso agli dei, seguendo le loro leggi, affinché il progresso sia positivo.

II° episodio (pagina 120)

Rientra la guardia ch è soddisfatta perché ha trovato il colpevole: Antigone. Il re congeda la guardia e inizia un dialogo con la nipote. Ella ammette di essere stata lei e di aver trasgredito, pure essendo a conoscenza dell’editto. Il re si infuria e chiede spiegazioni. Nella sua risposta all’inizio troviamo la motivazione più macroscopica (non la più importante) del suo gesto: un motivo ETICO- RELIGIOSO; ella dice di aver obbedito alla legge degli dei, che impone la sepoltura di tutti gli uomini, e che la legge di Creonte non è in linea con quella divina. Dice anche di aver agito così per

paura di incorrere in una PUNIZIONE DA PARTE DEGLI DEI, ma questo è secondario. LA LEGGE DI CREONTE PER I GRECI DI QUEL TEMPO:

A quel tempo la legge di Creonte era percepita veramente come qualcosa di empio. La sepoltura per i Greci era molto importante:

  • per motivi LOGICI: era inutile perseguitare le persone dopo la morte.
  • per motivi RELIGIOSI: si riteneva che il corpo fosse dovuto a Ades e lasciare un cadavere sopra le terra era un oltraggio verso di lui. Solitamente i corpi dei nemici si seppellivano, anche se lontano dalle città.

Poi emerge da parte sua il desiderio di morire, poiché da tempo soffre a causa delle disgrazie della famiglia: è figlia di un unione incestuosa, il padre si è accecato ed è andato in esilio, la madre si è suicidata, ha visto i fratelli farsi la guerra e morire entrambi e ora uno è condannato a rimanere insepolto. Interviene il corifeo: con la frase “non sa cedere ai mali” si ricollega al desiderio di morte: ella ha degli obiettivi e dei valori e vuole realizzarli a tutti i costi e non accetta i limiti della vita ed è per questo che tende alla morte. La risposta di Creonte è sintomatica innanzitutto per un motivo: di fronte alle questioni divine e di δίκη non dice nulla; questo conferma che il re non sa ascoltare gli altri. In questo caso la sua reazione ha una chiara motivazione: infatti, non solo si trova di fronte alla trasgressione di una sua legge, ma anche alla trasgressione da parte di una donna del potere maschile. Ad un certo punto accusa pure Ismene di avere complottato con la sorella; Creonte ha i tratti del tiranno e confermarlo è che vede complotti da parte di tutti, oltre al fatto che i Tebani abbiano paura di lui. Poi la donna pronuncia un’altra frase da cui emerge un’altra motivazione secondaria: la GLORIA. Poi dice che il coro la pensa come lei, ma che ha paura a dirlo (più avanti si scoprirà che non è vero); questa è una frase significativa perché fa capire il clima di paura che c’era alla corte di Creonte. Segue una sticomitia in cui emerge la logica di Creonte, che è lineare e logicamente giusta. La logica che Antigone gli oppone è molto diversa: da una parte una logica umana, dall’altra una logica divina. Da una sua risposta emerge la motivazione etica che la ispira: IL VALORE DELLA φιλία. La φιλία è un atteggiamento di benevolenza e amicizia che si ha verso alcuni (e non tutti come nel caso dell’amore cristiano), e non esclude l’odio verso altre persone. È quindi la φιλία verso il fratello che l’ha portata ad agire così. La sua è una φιλία che si lega al VALORE DELLA FAMIGLIA e ad un VALORE AFFETTIVO. Questa risposta si oppone a ciò che Antigone aveva detto nel I° episodio, cioè che bisogna mettere al primo posto lo stato e al secondo posto la φιλία. Con questo risposta, invece, Antigone ribalta il concetto perché per lei viene prima la φιλία. Antigone dice di essere nata per la φιλία, ma la manifesta solo verso Polinice: infatti disprezza la sorella, odia lo zio ed è indifferente nei confronti del fidanzato Emone (figlio di Creonte). Ella non è quindi coerente con il principio che enuncia, perché non prova per nessun vivente questa φιλία e ciò, assieme al fatto che ha il coraggio di pensarla diversamente dagli altri, la porta ad essere sola (tipico dell’eroe). L’ultima frase di Creonte ribadisce il fatto di sentirsi attaccato sia come re che come uomo.

Lo scontro di Creonte con il figlio (pagina 122)

In questo episodio entra in scena Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone. Precedentemente Antigone è stata condannata a moire murata viva in una grotta. Emone supplica il padre di liberare la ragazza e dalla risposta del padre emergono nuovamente i principi della sua linea politica. Dice che il bene supremo è lo stato, a cui bisogna subordinare tutto il resto. L’obbedienza alle leggi deve essere assoluta, come anche quella al capo, che è stato scelto dai cittadine (emerge quasi una sorta di

con gli dei il suo difetto è il medesimo: tiene conto solo del suo pensiero, tant’è che lo attribuisce agli dei. Questo significa che Creonte è unilaterale. Qualche critico ritiene che egli, anche se non sembra, sia un personaggio debole e che maschera la sua fragilità con un atteggiamento aggressivo; questo sembrerebbe spiegare il suo improvviso cambio di idea.

Cerca quindi di rimediare e corre alla grotta per liberare Antigone (la scena è raccontata da un messaggero), ma la trova impiccata. Giunge poi anche Emone, che si avventa sul padre e poi si uccide; anche la regina Euridice si uccide. La scena finale ci presenta Creonte fuori di sé e distrutto dal dolore.

Considerazioni generali

Creonte è autore di ubris? Partendo dal presupposto di avere sempre ragione, che significa non riconoscere i propri limiti, Creonte finisce per identificare lo stato con sé stesso e senza rendersene conto si mette al di sopra degli dei perché emana leggi contro quelle divine. La sua ubris, inoltre, è molto pericolosa perché lui ha il potere quindi ricade su molte persone. Quindi travalica ampiamente i limiti dell’uomo. Però Crente non è un malvagio perché ha buone intenzioni e pensa di fare il bene della comunità; inoltre molti suoi principi a quel tempo erano condivisibili, però lui commette essenzialmente due errori:

  • Si contraddice, cioè enuncia dei principi e poi si comporta in maniera opposta: ad esempio, dice che lo stato viene al primo posto, ma di fatto si serve di esso per affermare sé stesso ed è lo stato che alla fine serve lui.
  • Parte spesso da principi validi, ma li porta a conseguenze che sono inaccettabili: dire che alle leggi si obbedisce comunque è vero, però dire che la propria volontà è legge, è sbagliato.

Per questa sua ubris viene punito con una punizione molto significativa, in quanto lui, che all’inizio credeva di essere prefetto dal punto di vista morale e intellettuale, dovrà rendersi conto che ha sbagliato tutto; inoltre, lui che incentrava tutta la sua attenzione nella dimensione pubblica e trascurava quella affettiva, viene colpito in quest’ultima. I critici si chiedono se dopo il pathos è sguito un mathos: non è chiaro. Antigone e Creonte sono personaggi molto simili per la loro unilateralità, cioè entrambi affermano principi sacrosanti, ma alla fine ne trascurano altri altrettanto importanti. Inoltre entrambi non vogliono mai cedere e sono solo, anche se per motivi diversi. Ambedue sono produttori di morte: Antigone perché si suicida, Creonte perché causa la morte di tre persone. Il problema dal punto di vista politico è se allo stato e alle leggi bisogna sempre dare obbedienza assoluta. Creonte dice di sì; quest’opinione era assai diffusa e sostenuta da due intellettuali prestigiosi:

  • SOLONE, che in un frammento dice le stesse cose di Creonte
  • PLATONE, che nel Critone racconta che Socrate quando era in prigione rifiutò di scappare perché alle leggi bisogna dare obbedienza assoluta, anche quando sono sbagliate e ingiuste.

Antigone dice, invece, che affinché le leggi dello stato siano valide, devono uniformarsi a leggi morali e divine. Sofocle sembrerebbe stare dalla parte di Antigone, ma non in modo assoluto, perché lascia in problema aperto. Hegel vede in questa tragedia l’antitesi tra lo stato (Creonte) e la famiglia (Antigone); secondo lui entrambi sbagliano perché sostenendo una, negano l’altra. Per lui

tutte e due le istituzioni devono riuscire a coesistere. Cerri ritiene che Creonte rappresenti i decreti emanati dall’assemblea popolare, mentre Antigone le antiche norme e leggi della tradizione; secondo lui Sofocle lancia un MESSAGGIO POLITICO-CONSERVATORE, che sostiene che le nuove leggi non devono andare contro quelle emanate un tempo dall’aristocrazia. Heremberg sostiene che Creonte sarebbe la controfigura di Pericle, che tramite la figura negativa del re, Sofocle vorrebbe criticare. Secondo lui, infatti, Creonte con il suo razionalismo di fatto regna in modo laico, senza tener conto delle leggi divine, e lo stesso farebbe Pericle. Questa ipotesi è stata confutata perché né Creonte né Pericle erano laici. Anzi, dal discorso attribuito allo statista riportato da Tucidide, emerge una frase vicina al pensiero di Antigone.

TRACHINIE

Il titolo prende il nome dal coro di abitanti della città tessala di Trachis.

Prologo

È costituito da un monologo pronunciato da Deianira, moglie di Eracle, la quale si trova a Trachis e aspetta il marito di ritorno da una delle sue imprese. La donna pronuncia un detto antico, che si trova anche in Erodoto, secondo cui per dire se una persona abbia avuto una vita felice o infelice, bisogna aspettare che essa si sia conclusa. Ma Deianira dice che per lei non è necessario aspettare perché lei è già infelice. Poi racconta il motivo della sua infelicità: quand’era giovane fu promessa in sposa dal padre al Fiume Acheloo, divinità dall’aspetto terribile e cangiante, che suscitava in lei όκνος (turbamento, paura). Fortunatamente arrivò Eracle che si batté con Acheloo, che fu vinto. Sebbene sembrasse che le si sarebbe prospettato un destino felice, in realtà l’oknos ritornò ben presto perché Eracle era sempre lontano da casa e lei temeva che morisse o la tradisse. La paura raggiunge il culmine in quella giornata perché è a conoscenza di un oracolo che dice che proprio in quel giorno il marito o morirà o vivrà da allora in poi serenamente. Arriva poi il loro figlio Illo, che annuncia il ritorno del padre. Sembrerebbe quindi che tutto sia andato bene. Ma la gioia di Deianira dura poco perché Eracle ha portato con sé uno stuolo di schiave; tra queste anche una giovane bellissima, che attira subito l’attenzione di Deianira per il suo portamento regale. La donna chiede prima al messaggero e poi all’araldo Lica chi sia questa giovane. Dopo alcune reticenze, egli rivela che è la ragazza di cui Eracle si era innamorato: Iole, figlia del re di Ecalia. Siccome il re non aveva voluto dargliela in sposa, Eracle aveva attaccato la città, la aveva distrutta, uccidendo il re, e aveva portato con sé tutte le donne, tra cui Iole come concubina. Per Deianira si aggiunge quindi un altro oknos.

La gelosia di Deianira (pagina 129)

Deianira ha paura di essere estromessa dalla sua condizione di moglie, obiettivo massimo per una donna. Ora si trova ad avere in casa una concubina più giovane e bella, come lei stessa ammette, e quindi le attenzioni di Eracle saranno solo per lei. Ciò la turba, ma non le fa provare odio verso Iole, verso cui ha pure parole di compassione. Per Eracle ha solo un po’ di risentimento, subito sostituito da compassione, perché lo considera malato. Qui emerge la sensibilità e nobiltà d’animo della donna, che è incapace di odiare. Questo dipende dal fatto che ha sofferto e quindi è capace di comprendere. Pur non provando odio, la situazione è però insostenibile per lei e prende quindi una decisione, seppur con molta titubanza. Deianira fin’ora non aveva mai preso alcuna iniziativa; la

Eracle è presentato come un eroe fortissimo e coraggiosissimo, caratterizzato da impulsi e desideri passionali violenti, che non è in grado e non vuole controllare. Bensì cerca di soddisfarli, senza tener contro che ciò causa spesso sofferenze negli altri. Il fatto che distrugga una città e non tenga contro della moglie per soddisfare l’amore per Iole ne è un esempio; ma anche la reazione con Lica. È questa una forma di ubris, perché significa andare oltre i propri limiti. Sofocle non parla specificamente di un ubris, quindi, quand’anche ci fosse, a lui interessa non la sua responsabilità morale, ma il modo in cui reagisce ai dolori. I suoi valori sono quelli omerici: l’onore e la gloria da conquistarsi con l’arete in modo competitivo. Per lui la famiglia è un elemento secondario, infatti non è mai a casa e la moglie serve solo per dare figli; Deianira è invece l’opposto e questo riassume la loro antitesi.

Eracle si contorce per il dolore e inveisce contro la mogli perché crede che lo abbia fatto apposta. Quindi, non solo soffre fisicamente, ma anche psicologicamente:

  • Innanzitutto perché rievoca le sue passate imprese e le confronta con la sua situazione attuale e questo lo avvilisce perché non può reagire.
  • E poi perché credeva di morire in battaglia o contro un mostro e invece sta morendo a letto gemendo come una partoriente. È curioso notare che Deianira è invece morta come una modalità maschile.

Interviene Illo che spiega le vere intenzioni della madre. Allora Eracle si ricorda di un oracolo che gli aveva predetto che sarebbe morto per mano di uno morto e capisce il senso dell’oracolo; capisce anche che tutto ciò è voluto dagli dei e quindi cambia atteggiamento: non inveisce più e accetta il suo destino. Alla fina il dolore innalza il personaggio perché passa da un eroismo solo fisico a un eroismo di tipo spirituale. Eracle ordina a Illo di portarlo sul Monte Eta e di ergere lì una pira per bruciarlo e dopo la sua morte di sposare lui Iole. Alla fine Illo protesta contro Zeus, che ha lasciato morire in un modo così miserabile il proprio figlio, eroe di tutta la Grecia. È possibile che Sofocle attraverso le sue parole abbia espresso un disagio nei confronti della divinità. Però l’atteggiamento prevalente e l’accettazione, che si evince dalla parole di Eracle (che dice che bisogna accettare il piano divino) e poi dalle ultime parole della tragedia, pronunciate dal coro, che dice che tutto è avvenuto per volontà degli dei.

Considerazioni generali

È una delle sua tragedie più pessimistiche. Entrambi i protagonisti sono colpiti in ciò che hanno di più caro, cioè nei loro valori:

  • Eracle nella sua forza fisica e nel coraggio
  • Deianira nel matrimonio e nell’amore

Entrambi prendono iniziative che pensano che avranno un certo esito, ma poi ne hanno un altro che li porta alla catastrofe. Il caso di Eracle è più complesso: con la freccia avvelenata vuole colpire Nesso, ma alla fine gli torna indietro attraverso la moglie. La stessa cosa succede con l’amore verso Iole, che gli si ritorce contro attraverso l’iniziativa di Deianira. Quindi anche l’amore gli si ritorce contro; queso conferma la concezione negativa che ha Sofocle dell’eros. Nelle sue tragedie l’amore viene visto come un impulso irrazionale che crea conflitti e sofferenze. In questa tragedia, come nelle altre, compare la concezione negativa dell’eros e i tempi del pessimismo greco, in particolar

modo la precarietà della condizione umana e l’impotenza degli uomini di fronte agli dei. Il piano divino è qui annunciato mediante due oracoli, che però sono molto ambigui. Gli oracoli pongono il problema se l’uomo sia libero nell’agire ; nella tragedia non si trova una vera e propria risposta:

  • Vernant individua, come in Eschilo, una doppia responsabilità: il piano divino si realizza mettendo gli uomini in una condizione tale che prendano iniziative che porteranno alla realizzazione del piano divino. Ad esempio Deianira viene messa nella situazione di tentare il tutto per tutto per riconquistare i marito col sangue di Nesso e così realizza l’oracolo che diceva che Eracle sarebbe morto per mano di un morto.

C. Segal dà a questa tragedia un’interpretazione antropologica. In questa tragedia troviamo due istituzioni che caratterizzano l’uomo: il matrimonio e il sacrificio, che sono la consacrazione e l’istituzionalizzazione di due istinti primitivi dell’uomo e di tutti gli altri animali: ossia la fame e l’impulso sessuale atti alla conservazione della vita (il primo individuale, il secondo collettiva). Il tema del matrimonio è evidente, il sacrifico è quello che Eracle sta realizzando quando arriva Lica a portargli la veste: Segal ha notato che in questa tragedia le due istituzioni vengono distrutte: il matrimonio con l’azione di Deianria e il suo suicidio, il sacrificio con la profanazione che Eracle fa uccidendo un innocente (Lica) durante il rituale. Gli autori di questa distruzione sono Eracle e Deianira, che rappresentano un unità civile (egli ha pure sconfitto dei mostri, simbolo della ferinità), però sono ancora coinvolti col mondo animalesco (soprattutto Eracle). Avviene così una sorta di rivincita del mondo animalesco che sembrava stato annientato. Però è significativo che alla fine Eracle tenti di ricostruire il matrimonio facendo sposare Illo e Iole, quindi con una nuova generazione, non più legata al mondo dei mostri.

Struttura

È una struttura modellata a quella dell’ Antigone. È adittica, cioè ci sono due parti distinte. La prima è incentrata sul personaggio femminile, la seconda su quello maschile. Entrambi i personaggi rappresentano la CATASTROFE. I due personaggi sono legati da un rapporto di parentela e i loro destini sono commessi come nell’ Antigone. In questa tragedia, diversamente dalle altre, compare il tema amoroso, che testimonia la rivalità di Sofocle con un nuovo autore: Euripide.

EDIPO RE

È la tragedia più famosa di Sofocle, perché venne lodata da Aristotele. La datazione è incerta, 425/410 a.C.

Prologo (pagina 133)

Edipo entra in scena e viene supplicato da un sacerdote. Edipo è re perche ha risolto l’enigma della Sfinge. Il sacerdote chiede aiuto perché la città è colpita da una pestilenza. Anche qui c’è Creonte, che però è un personaggio minore. Dai primi versi emerge che Edipo è un re premuroso che soffre con la sua città.

Entra in scena il coro che rimprovera l’incredulità della regina e del re negli oracoli e ribadisce che ci sono leggi emanate dagli dei che vanno sempre rispettate. Poi dice che il tiranno agisce con ubris e che essa sarà prima o poi punita:

  • Secondo alcuni il coro fa riferimento a Edipo e vede in lui una ubris e quindi la catastrofe finale è la punizione
  • Secondo altri sarebbe una paura di un’involuzione del suo governo in una tirannia e quindi diventi portatore di ubris, ma è una previsione.
  • Secondo altri ancora, sta facendo una riflessione generale sulla tirannide e sull’ubris che la caratterizza.
  • Oppure sarebbe un’allusione ad Alcibiade, che Sofocle temeva realizzasse un colpo di stato tirannico (nel 411, inoltre, c’era stato un colpo di stato, con un passaggio dalla democrazia all’oligarchia, che durò alcuni mesi).

Edipo è caratterizzato da ubris?

  • Secondo alcuni Edipo è caratterizzato da ubris, che consiste nel suo atteggiamento tirannico e soprattutto nella sua fiducia nella capacità umana (e in particolare la sua) e nella ragione, che pensa sia uno strumento con cui si possa scoprire tutte le verità; è un ubris perché non riconosce i limiti umani. Edipo rappresenta quindi la cultura razionalistica del V secolo a.C., secondo cui l’uomo è in grado di raggiungere da solo la verità assoluta. È stato anche notato che Edipo usa spesso il verbo ευρίσκω, tipico di questa cultura scientifica, usato per esprimere le sorprendenti capacità dell’uomo.
  • Una seconda interpretazione ritiene che non sia corretto parla di un ubris. Edipo usa la sua intelligenza per salvare la città e non per scopi personali e inoltre si rivolge sempre agli dei. L’assassino di Laio, inoltre, non era una colpa grave, perché aveva ucciso di impulso uno sconosciuto che lo aveva pesantemente criticato.

Quand’anche Edipo non abbia una colpa morale, ha commesso due gravissime colpe oggettive, sposando la madre e uccidendo il padre; in questo modo ha sconvolto l’ordine ed è necessario che soffra molto per ristabilire l’ordine. Aristotele propende ad esclude l’ubris e la kakia, perché c’è stato un errore.

Il messaggero corinzio

Arriva un messaggero da Corinto che riferisce che il padre di Edipo, il re Polibo, è morto e che potrebbe succederlo al trono; però aggiunge anche che Edipo non era suo figlio, bensì un trovatello che aveva consegnato lui stesso ai regali di Corinto, dopo averlo ricevuto da un pastore tebano. Questa rivelazione, sconvolge Giocasta, che si ricorda di aver affidato suo figlio a un pastore tebano. Avendo questi dubbi, esorta Edipo a non indagare oltre, ma egli vuole fare il contrario. È interessante notare gli effetti di questa paura, che hanno sui due personaggi. La paura spinge li a non voler scoprire la verità, mentre per lui è il contrario. Sembrerebbe quasi che Giocasta si adatterebbe a questa situazione. Edipo pensa che non voglia che conduca le indagini perché lei teme che si scopra che lui abbia delle origini umili e che quindi possa essere fonte di vergogna per lei. Quasi per reazione lui si vanta di essere figlio della tyche o forse di un dio che abita il Citerone. In questo episodio la situazione si ribalta perché all’inizio Giocasta era serena, mentre Edipo era

sconvolto; ora invece la situazione psicologica si capovolge e ciò è funzionale alla tragedia e ha un significato esistenziale, nel senso che spesso gli uomini non sanno qual è la verità autentica e si trovano a formulare di volta in volta delle ipotesi diverse senza sapere mai quella giusta.

Edipo comprende il suo passato (pagina 143)

EDIPO: Se è necessario che anche io, o vecchio, indovini qualcosa, anche se non l’ho mai incontrato, mi sembra di vedere il pastore che cerchiamo da lungo tempo. E infatti la stessa età si accorda a quest’uomo nella sua lunga vecchiaia; inoltre ho riconosciuto coloro che lo conducono come miei servi, ma tu, avendo visto prima il pastore, potresti probabilmente precedermi nel riconoscerlo.

CORIFEO: Infatti l’ho conosciuto, sappi la certezza! Infatti era di Laio un fedele come nessun altro come pastore.

EDIPO: Chiedo prima a te, straniero di Corinto: parli di questo?

MESSAGGERO: Questo che vedi.

EDIPO: Proprio tu, vecchio, guardando di qua rispondimi su quanto eventualmente ti chiederò, tempo fa tu eri di Laio?

PASTORE: Servo non acquistato, ma cresciuto in casa.

EDIPO: Facendo quale lavoro o quale vita?

PASTORE: Ho seguito, il più della vita, il gregge.

EDIPO: Presso quali luoghi maggiormente stavi?

PASTORE: Era il Citerone, era il luogo vicino.

EDIPO: Dunque ricordi di aver conosciuto lì quest’uomo?

PASTORE: Mentre faceva che cosa? Di quale uomo parli?

EDIPO: Di questo che è qui vicino; sai di averlo mai incontrato?

PASTORE: Non tanto da dirlo in fretta sulla base della memoria.

MESSAGGERO: Certamente nessuna meraviglia, signore.

e ormai d’inverno io spingevo (il gregge) ai miei ovili, e questo agli ovili di Laio. Fra queste cose dico o non dico qualcosa che è stato fatto?

PASTORE: Dici la verità anche se è passato molto tempo.

MESSAGGERO: Dunque ora dimmi: non ti ricordi di avermi dato un bambino perché io lo allevassi come figlio?

PASTORE: Precisamente, signore.

EDIPO: Per quale scopo?

PASTORE: Perché lo facessi perire.

EDIPO: Dopo averlo partorito, sciagurata?

PASTORE: Per paura degli oracoli maligni

EDIPO: Di quali?

PASTORE: Si diceva che lui avrebbe ucciso coloro che lo avevano generato.

EDIPO: Perché dunque tu l’hai lasciato a questo vecchio?

PASTORE: Avendo provato pietà, o signore, avendo pensato che lo portasse in un’altra terra, dove lui stesso viveva; ma lo salvò per una grande sventura! Infatti, se tu sei colui che questo ha detto, sappi di essere infelice essendo nato.

EDIPO: Ahimè, ahimè! Tutto si potrebbe risolvere in modo chiaro. O luce, spero di vederti ora per l’ultima volta, (sono) io che risulto essere nato da chi non si sarebbe dovuto, convivere con chi non si sarebbe dovuto, aver ucciso chi non avrei dovuto.

È l’episodio in cui Edipo interroga il servo/pastore con l’aiuto del messaggero di Corinto. Il primo svolge il ruolo di magistrato, il secondo è l’aiutante e il terzo l’interrogato. Qui Edipo scopre la verità dopo l’interrogatorio. Il servo/pastore è colui che ha salvato Edipo, consegnandolo al messaggero di Corinto ed è anche l’unico testimone dell’assassinio di Laio. Edipo fa solo domande sul bambino di Laioi e Giocasta e non sulla morte del vecchio re; a lui interessa scoprire la propria origine. È un interrogatorio in cui emergono le personalità dei tre personaggi. Di Edipo emerge il carattere collerico e impaziente; la sua grandezza, perché va fino in fondo, anche se sa che la verità lo rovinerà. Del pastore emerge l’umanità, manifestatasi quando salvò il bambino e ora, che prova compassione per lui e non vuole dirgli una verità che lo sconvolgerà. Il messaggero corinzio appare più superficiale perché incita il pastore a dire la verità, senza rendersi conto degli effetti che avrà; forse spera di venire premiato da Edipo.

Stasimo (pagina 147)

CORO: Ahi stirpi dei mortali, come vi calcolo mentre vivete, pari al nulla! Quale uomo infatti, riporta (ottiene) più di felicità? Che tanta da sembrare (di quella che basta per sembrare) felice e dopo esserlo sembrato declinare. Avendo il tuo destino, il tuo come esempio, o infelice Edipo, io non reputo felice nulla dei mortali. Tu che, avendo scagliato il dardo oltre il segno, ottenesti una prosperità non in tutto felice, o Zeus, avendo annientato la ragazza dagli artigli ricurvi, cantatrice di oracoli e ti ergesti come una torre in difesa della mia terra contro la morte. Per ciò sei chiamato mio re e fosti onorato nelle cose più grandi (ricevesti gli onori più grandi), regnando sulla grande Tebe. Ma ora chi è più sventurato a sentirne parlare? Chi convive con crudeli sventure, chi nei travagli per mutamento di vita? Ahimè, famoso capo di Edipo, a cui lo stesso grande porto bastò al figlio e al padre per cadervi dentro come sposo? Come mai i solchi tracciati dal padre poterono sopportarti sventurato in silenzio fino a tale punto? Il tempo che tutto vede ti scoprì contro la tua volontà, giudica per le nozze non nozze da tempo te, generante e generato. Ahi, figlio di Laio, magari,

magari non ti avessi mai visto! Come gemo grandemente (intensamente), versando grida dalla bocca. Ma, a dire il giusto, grazie a te io potei respirare e riposare i miei occhi.

L’episodio precedente si conclude con questo canto corale, che riflette sul destino di Edipo, che è passato dalla felicità all’abisso. Il coro non dimentica però i benefici che ha ricevuto da Edipo. Alla fine Edipo si ritira nel palazzo e poi si ripresenta accecato; è una sua decisione per espiare la colpa. Dice che avrebbe anche voluto otturarsi le orecchie. Questo ad un livello più superficiale significa che si vergogna talmente di sé stesso che non vuole più vedere né sentire quello che gli altri pensano di lui. Ad un livello più profondo è una forma di rifiuto del mondo, visto che lo ha messo in una condizione tale. Giocasta, invece, si impicca. Alla fine Edipo, cieco e distrutto, se ne va in volontario esilio.

Considerazioni generali

Come nelle Trachinie gli oracoli hanno una certa rilevanza e si realizzano sempre; fanno capire che tutto ciò che avviene fa parte di un piano divino che si realizzerà inevitabilmente. Però, come nell’altra tragedia, risultano incompleti e ambigui. È il fraintendimento dell’oracolo che porta Edipo a fare una cosa che poi lo porterà alla catastrofe. Questo pone un problema sulla libertà umana ; il testo non dà una risposta chiara. Viene rilevato che in proposito dell’accecamento, il coro, lo qualifica come azione volontaria e poi come un atto indotto dal δαίμων. Forse vuol dire che è una scelta determinata da una doppia motivazione; come nelle Trachinie gli dei tendono una trappola all’uomo, affinché causi la propria rovina. Samowite dice che la tragedia esprime il divario incolmabile tra dei e uomini; gli dei sanno tutto, gli uomini non sanno nulla; gli dei possono tutto e hanno un piano che si compirà, gli uomini non possono nulla. Questa è la verità di fondo della tragedia, indipendentemente dal fatto che Edipo sia colpevole o meno, cosa che passa in secondo piano. Il tema principale è l’IMPOTENZA DEGLI UOMINI DIFRONTE AGLI DEI. È chiaro che una simile ideologia andava contro la cultura ateniese di quel periodo, totalmente opposta. Sofocle vuole dimostrare che gli dei reggono tutto. È un ammonimento per i cittadini al rispetto delle leggi diviene e dei limiti umani. Si può dire che gli dei usino Edipo come un exemplum, indipendentemente che sia innocente, per fare capire che gli uomini, quand’anche siano momentaneamente fortunati (come Edipo), la loro condizione può essere mutata in un attimo. Questo messaggio sembrerebbe annichilire l’uomo, ma in realtà non è così: il personaggio ha una grandezza nell’affrontare la tragedia. Questa grandezza consiste principalmente in due cose:

  • La coerenza e il coraggio con cui persevera la sua indagine, anche quando si rende conto che lo porterà alla rovina
  • La scelta finale dell’accecamento, che prende volontariamente per punirsi.

Benché l’uccisione del padre e il matrimonio con la madre fossero involontari, Edipo si assume tutta la responsabilità; questo vuol dire che se l’uomo accetta con coraggio la propria condizione di infelicità, ha la possibilità di essere grande. Nella tragedia ci sono anche altre tematiche. Prima fra tutti quella della conoscenza: Edipo è l’eroe della conoscenza e rappresenta un’istanza caratteristica dell’uomo: vuole comprendere la realtà che lo circonda. Quindi il suo desiderio di conoscere è legittimo e lodevole. Però questa conoscenza alla fine lo distrugge; ciò significa che l’uomo vuole conoscere la verità, ma non è in grado di reggerla perché non la le risorse; e quindi emerge l’idea che la felicità può fondarsi solo sull’illusione e l’ignoranza, perché la conoscenza porta a comprendere l’infelicità umana. Nietzsche nota che questo eroe si trova a compiere degli atti

Alla fine essi coincidono. Inoltre, di norma l’ Αναγνώρισις viene fatta su un’altra persona, qui, invece, è fatta dal protagonista su sé stesso. Questa tragedia è importante anche perché rappresenta l’archetipo del giallo, cioè ha la medesima struttura del giallo: c’è stato un omicidio, che appartiene all’antefatto, e nella tragedia c’è l’indagine che porta alla scoperta dell’assassino.

FILOTTETE

È una delle ultime tragedie di Sofocle (aveva circa novanta anni).

Prologo (pagina 152)

Si apre con il dialogo tra Neottolemo (figlio di Achille) e Odisseo. Siamo nell’isola di Lemno, che Sofocle si immagina completamente disabitata. Qui sbarcano i due personaggi con dei marinai (il coro). Siamo nell’ultimo anno della guerra di Troia e Achille è già morto. I due cercano Filottete che vi si trovava da dieci anni. Filottete faceva parte dell’esercito acheo, però era stato morso da un serpente su un’altra isola , che gli aveva creato una piaga inguaribile. Gli Achei vedendo che non era più in grado di combattere e infastiditi dalle sue urla e dal fetore lo portano e abbandonano su quest’isola. Gli avevano lasciato l’arco magico di Eracle per poter sopravvivere, per quanto fosse invalido. I due sono venuti perché secondo un oracolo dell’indovino Eleno era necessario l’arco per poter conquistare Troia. Poiché Filottete odia tutti gli Achei, Odisseo escogita un piano: mando avanti Neottolemo, che dovrà dire che ha litigato con gli Achei e vuole tornare in patria; in questo modo potrà ottenere la sua fiducia e poi rubargli l’arco. Subito dopo Neottolemo mostra reticenza, perché ritiene l’ordine sleale. In modo paterno Odisseo gli spiega che per raggiungere degli obiettivi talvolta è necessario usare l’inganno. Odisseo conserva i tratti caratteristici che sono l’eloquenza, l’intelligenza e la scaltrezza. Non è un personaggio positivo, ma non è nemmeno un malvagio perché non agisce in maniera egoistica per i propri interessi, ma per il bene dell’esercito. Sicuramente sbaglia nell’usare mezzi disonesti. Secondo alcuni Sofocle voleva alludere ad alcuni politici degli ultimi tempi, spregiudicati e ispirati dalle idee relativistiche dei Sofisti, che lui non approva. E interessante vedere come Odisseo assuma quasi la figura di maestro nei confronti di Neottolemo, ma alla fine i suoi insegnamenti si riveleranno sbagliati. Per ora Neottolemo dà retta a Odisseo

Filottete e Neottolemo (pagina 153)

Filottete è un personaggio sventurato, come tutti quelli di Sofocle, ma lui lo è fin dall’inizio e non solo alla fine. La sua sventura è molteplice: è tormentato da un dolore fisico (non raro in Sofocle) e da uno psicologico. Così è stato costretto a vivere in maniera quasi subumana. E la descrizione in molti passi è coerente con ciò. Questo tradimento lo rendo sfiducioso verso tutti gli uomini, ma mantiene ancora una parte dell’umanità e con Neottolemo usa anche parole affettuose; e dopo aver conosciuto la sua identità manifesta simpatia perché riconosce in lui una certa somiglianza caratteriale con se stesso. Lo chiama più volte figlio; secondo alcunicritici, siccome non ha potuto avere figli vede nel giovane un risarcimento per la sua mancata paternità. Nella tragedia sia Odisseo che Filottete si comportano in modo paterno con il giovane che non ha più suo padre: l’uno come maestro, l’altro come padre dal punto di vista affettivo. Dapprima lo stratagemma di Odisseo funziona ; a un certo punto Filottete ha una crisi e prima di svenire affida l’arco a Neottolemo il quale potrebbe fuggire, ma avviene una svolta: si pente e aspetta che Filottete riprenda i sensi per

dirgli tutta la verità e invitarlo ad andare a Troia. Il cambiamento di opinione non è frequente ( è presente anche in Creonte) e qui Sofocle lo giustifica anche su base psicologica. Neottolemo è figlio di Achille e quindi ha da lui ereditato l’impulsività, la generosità, l’affidamento alle passioni piuttosto che alla ragione e soprattutto la sincerità. Egli non può mentire perché è contro la sua natura. Sofocle sembrerebbe in contrasto con i Sofisti, secondo cui a determinare il carattere è la παιδεία: secondo lui, invece, è la φύσις a determinarlo. Lui ha ricevuto una cattiva paideia da Odisseo (riferimento alla cattiva paideia dei Sofisti), ma non è riuscita a incidere su di lui e la sua vera nature riemerge. Neottolemo dice la verità e gli chiede di venire a Troia. L’altro rifiuta, dopo averlo maledetto. Questo rifiuto è una sorta di suicidio perché non ha più l’arco per sopravvivere, ma l’odio per gli Achei è troppo forte. Nella scena seguente Neottolemo, che ha cambiato idea, torna nella grotta per restituire l’arco a Filottete; lo insegue Odisseo infuriato. In questa parte c’è un dialogo molto importante tra Odisseo e Neottolemo, che replica all’insegnamento di Odisseo che diceva che per raggiungere i propri obiettivi talora è necessario non essere onesti e quindi sacrificare i valori collaborativi per quello competitivi. Neottolemo dice che anche lui aspira a portare a compimento i valori competitivi, ma non a discapito di quelli collaborativi. Per lui entrambi i valori sono importantissimi, ma quelli collaborativi vengono al primo posto. Per Sofocle questo è il punto di vista corretto. In questa tragedia vediamo i continui cambiamenti di idea di Neottolemo, che sono dovuti alla sua giovane età; essi non sono infiniti, infatti alla fine riesce a trovare la giusta strada e capisce qual è il comportamento giusto in generale nella vita. Pertanto è un dramma di formazione, in cui l’eroe attraverso un errore raggiunge un apprendimento e una maturazione. Neottolemo ridà l’arco a Filottete che lo punta contro Odisseo facendolo scappare.

Finale (pagina 155)

Filottete fa capire dal suo racconto che il serpente era di guardia a un luogo sacro e quindi lo ha morso perché inavvertitamente aveva profanato quel luogo. Questo vuol dire che è contaminato, quindi se gli Achei lo hanno abbandonato non è per cattiveria, ma perché altrimenti sarebbero stati contaminati, quindi l’odio non ha senso. Neottolemo dice , in base ad un oracolo, che se andrà a Troia sarà liberato dai suoi mali e anche glorificato, perché fautore della caduta di Troia. Filottete manifesta la sua perplessità e alla fine rifiuta, perseverando nel suo odio verso gli Achei. Neottolemo quindi decide di riportarlo in patria pur sapendo dell’astio che avrà dagli Dei. Interviene poi deus ex machina, che è Eracle, che ordina a Filottete di andare a Troia per guarire e conquistare gloria. A questo punto, seppur senza entusiasmo, parte per Troia dopo aver salutato la natura dell’isola cui si era affezionato.

Considerazioni generali

Anche in questa tragedia si pone il problema sull’innocenza o colpevolezza dei personaggi. Ha commesso un ubris e quindi la sofferenza è una punizione?

  • Lo studioso Magdalena afferma che l’ubris consiste nel suo orgoglio per cui odia gli Achei e non vuole capire che essi hanno agito per necessità; e quindi la sofferenza è una punizione che alla fine lo porterà a una sorta di mathos , che consiste nel capire che deve andare a Troia. Questo mathos non è dovuto a un percorso interiore, ma è dovuto alla rivelazione di un dio.
  • Secondo altri non bisogna vedere nessun ubris e quindi questo dolore fa parte di un piano divino che l’uomo non può capire. Questo piano dapprima lo mette in una situazione