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SOFOCLE
VITA (pag. 138-139)
- (^) Sofocle con la sua lunga vita (90 anni) attraversa quasi tutto il IV° secolo a.C., questo vuol dire che vede in prima persona i fatti più rilevanti di quel secolo, dalla vittoria greca contro la Persia alle ultime fasi della guerra del Peloponneso.
- Sofocle è dentro la vita della polis perché ricopre numerose cariche pubbliche (elenco pag. 139): è membro del collegio degli Ellenotami (tesorieri della lega delo-Attica), è due volte stratego (una con Pericle e una con Nicia), lo stratego è una della cariche elettive quindi è molto importante; poi prende parte al collegio dei Probuli (è un collegio di commissari speciali che dopo la sconfitta di Atene in Sicilia, nel 413 a.C, dovettero redigere una nuova costituzione e preparare il governo oligarchico dei 400).
- Sofocle fu eroicizzato (gli ateniesi lo venerarono come un eroe caro agli dei, innalzarono un santuario e stabilirono per lui dei sacrifici). Fu eroicizzato col nome Dexion (dal verbo dekomai e vuol dire colui che ospita, per il fatto di aver accolto in casa sua la statua di Astedio). Nel 421 a.C. introdussero in Attica il culto di questo dio.
- È una biografia di rara perfezione, le testimonianze antiche definiscono Sofocle nel migliore dei modi.
- (^) È il tragico che vince di più perché esordisce nel 469-468 a.C. e vince almeno 18 volte e quando non vince risulta secondo. È un vincente nella vita.
- (^) Più chiaro rappresentante del pieno classicismo greco ; insieme a ?? è rappresentato come l’emblema dell’Atene di Pericle.
- In Eschilo la sofferenza è un veicolo necessario alla conoscenza ed è motivata da una colpa, abbiamo visto come all’interno dell’Orestea la successione colpa-pena si compone, nelle generazioni, nell’approdo alla giustizia di Zeus.
- (^) Il teatro di Sofocle è un teatro di grandi personaggi (Aiace, Antigone, Edipo, Elettra), di potente protagonismo; sono personaggi di grandezza ancora eroica, ma posti in un mondo che non è a loro misura.
- I personaggi di Sofocle non colgono il senso e la necessità del progetto divino, tuttavia lo accettano con rispettosa venerazione.
- (^) Aristotele ci dice che Eschilo ha per protagonisti gli dei, Sofocle gli uomini come dovrebbero essere e Euripide gli uomini come sono.
- C’è un singolare sincronismo antico che li riunisce tutti e tre: secondo il quale nel girono in cui i greci vinsero a Salamina (battaglia in cui combatte Eschilo), Sofocle quasi 17enne avrebbe guidato il coro che cantava il Peana per la vittoria e quel giorno sarebbe nato Euripide.
- (^) È un modo per coagulare più personaggi intorno allo stesso evento.
- Un personaggio che ha la vita costellata di successi privati e politici compone i drammi più disperati del teatro occidentale, portando sulla scena personaggi che incarnano l’infelicità e il dolore esistenziale.
- (^) Del successo di cui gode in vita fa parte anche la sua amicizia con Pericle e con Erodoto.
- (^) Gli Alessandrini attribuiscono a Sofocle 130 drammi, a noi ne sono arrivati solo 7 riportati dal codice Mediceus Laurentianus (Firenze); in più ci sono migliaia di frammenti grazie ai soliti papiri di Ossirinco. Tra i frammenti c’è giunto anche gran parte di un dramma satiresco.
- (^) Più chiaro rappresentante del pieno classicismo greco ; insieme a ?? è rappresentato come l’emblema dell’Atene di Pericle.
- (^) Però, dietro alla sua forma equilibrata e razionale, è percorso da una scena ambigua, sotterranea ↪︎ La perfezione formale nasconde dei significati profondi, sfuggenti e quasi inquietanti;
Sofocle è proprio questo, è il tragico più ambiguo, quello con la concezione esistenziale più negativa.
- Sofocle è un uomo che ha una vita fortunata, un uomo religioso, ma dalle sue tragedie non emerge mai una visione provvidenziale della realtà, piuttosto una visione molto cupa. Edipo a Colono “La sorte migliore è non nascere, dopo la sorte migliore è tornare subito, non appena apparsi alla luce, là da dove si è venuti.” Vv.1186-1192 ne l’Edipo re “Generazioni di mortali, la vostra vita è il nulla, in pari conto io tengo! Quale uomo attinge felicità più salda di un’illusione che balugina a rapida declina?”
INNOVAZIONI DRAMMATURGICHE
La tradizione attribuisce a Sofocle importanti cambiamenti.
- Secondo Aristofane fu lui che introdusse il terzo autore (aumentare l’aspetto dialettico del dramma).
- È Sofocle che rompe con la trilogia legata, ovvero compone drammi indipendenti.
- Aumenta il numero di coreuti da 12 a 15, divisi in due semicori guidati da parastàtes.
- Poi introduce la scenografia.
- L’ultimo aspetto che caratterizza la drammaturgia di Sofocle sono le innovazioni musicali, perché introduce nella tragedia due armonie nuove e utilizza soprattutto un gran numero di strumenti musicali.
IL PERSONAGGIO DI SOFOCLE
Il teatro di Sofocle è incentrato sui grandi personaggi isolati.
- Sofocle costruisce tragedie di un personaggio in cui l’individuo riempie tutta la scena ↪︎ questa è una novità perché la trilogia legata era rappresentativa di un genos, ma Sofocle risente dell’evoluzione culturale operata dai sofisti, che avevano reso l’uomo artefice della sua storia. [ Anche Euripide fa un teatro di personaggio, ma Euripide porta in scena la fragilità, la dissociazione interiore del personaggio. es: L’Amedea di Euripide vuole uccidere i figli per tutta la tragedia. ]
- I personaggi di Sofocle invece sono monolitici, la loro tragicità è nell’ impossibilità di cambiare. ↪︎ C’è stato un critico americano, Knox, che in un suo saggio ha sostenuto che è Sofocle a darci l’idea nostra attuale dell’eroe tragico: l’eroe sofocleo, senza l’aiuto degli dei, prende una decisione che scaturisce dalla sua natura, ovvero dallo stato più profondo del suo animo e mantiene ciecamente questa decisione anche fino all’autodistruzione. es: Antigone decide di seppellire il fratello Polinice e a nulla serve il proclamo del re Creonte che lo impedisce; perché Antigone preferisce la morte a rinunciare al suo ideale. es: Edipo che inizia la vicenda cercando il colpevole della peste a Tebe e si ostina in questa ricerca, fino a quando non capisce di essere lui stesso il colpevole.
- Quindi i personaggi sofoclei, pur immersi nella realtà lottano fino in fondo per i valori in cui credono e sono profondamente soli anche quando accanto a loro ci sono dei personaggi che vogliono dialogare.
- Al fianco dei protagonisti spesso appaiono personaggi di spalla. es: Ismene (sorella di Antigone) E’ lei a creare il primo conflitto nella tragedia, perché quando viene a conoscenza dell’ostinazione di Antigone a voler seppellire il fratello, Ismene cerca di convincere la sorella a rinunciare all’impresa asserendo che lei e Antigone sono donne e impedite nel gestire una situazione del genere.
es: Edipo rappresenta l’umanità nelle sue espressioni più alte, ma è pure un esempio di uomo duramente colpito. All’inizio della tragedia Edipo è isotheos, mentre alla fine della tragedia è l’ultimo degli uomini ↪︎ ma gli dei non colpiscono i personaggi per crudeltà gratuita o per invidia, semmai per dimostrare che ciò che per gli uomini è il sommo della grandezza, per loro è nulla.
- (^) La distanza tra uomini e dei è assolutamente incolmabile , quanto più l’eroe supera i limiti della comune umanità, tanto più paradossale è il modo in cui il dio lo colpisce. es: Edipo, risolutore di enigmi (enigma della sfinge), è incapace di risolvere l’interrogativo più elementare per un uomo, ovvero quello della sua identità. es: Aiace, valoroso combattente e primo personaggio di Sofocle giuntoci, viene spinto alla follia dalla divinità, per cui si accanisce contro un gregge di pecore scambiandole per gli Achei.
- (^) Nella vita scenica degli eroi sofoclei è centrale il tema del raggiungimento della conoscenza , che non determina la loro salvezza, ma la loro sciagura. ↪︎ Di qui viene una tipica situazione drammatica di Sofocle: l’uomo passa dalla grandezza alla miseria, dalla fortuna all’infelicità, ma crede fino all’ultimo di andare nella direzione giusta
- per cui in questo modo favorisce inconsapevolmente la propria rovina.
- (^) ll divino opera nel destino umano ma in modo incomprensibile ai mortali: la volontà degli dei non si manifesta, gli oracoli ingannano e il progetto divino rimane segreto.
- (^) L’eroe di Sofocle è il primo personaggio moderno della storia del teatro Occidentale ↪︎ il personaggio è isolato, non perché sia ribelle, ma contro la sua volontà; questo perché una forza esterna, che può essere il destino (Edipo), la malattia (Filottete), un nemico (Aiace)lo pone di fronte al suo dolore separandolo dalla collettività.
- L’eroe sofocleo grandeggia per le sue qualità morali e intellettuali; Sofocle per esaltare questi aspetti del personaggio, gli pone accanto delle figure sbiadite , dei personaggi di spalla. es: Ismene per Antigone
- In alcuni drammi dell’ultimo periodo, l’isolamento del personaggio è accentuato dal fatto che Sofocle porta sulla scena vecchi e malati. es: come nella tragedia di Filottete, un eroe greco abbandonato sull’isola di Lemno, perché una ferita provocata da un morso di un serpente, lo fa urlare di dolore e le sue urla impediscono la celebrazione dei rituali. ↪︎ Filottete è un uomo zoppo su un’isola deserta. es: Edipo dell’Edipo a Colono è un vecchio cieco e vagabondo. Però questi uomini non sono relitti, hanno una conoscenza della vita e del dolore, che li fa giganteggiare sugli altri.
- Costruire tutta una tragedia intorno a un protagonista e al suo destino, ha per conseguenza che il personaggio di Sofocle assuma uno spessore psicologico che chiaramente non aveva il personaggio di Eschilo. ↪︎ C’è in Sofocle un processo di interiorizzazione , che produce delle figure psicologicamente complesse.
- (^) Già gli antichi avevano notato l’abilità nel delineare il carattere e le motivazioni psicologiche dei personaggi; perché Sofocle non mostra semplicemente le sofferenze dell’eroe, ma anche come il protagonista assuma consapevolezza delle sue debolezze e della sua natura.
- (^) Per Eschilo, invece, il destino di un eroe si può riassumere in “tì draso” per Sofocle invece αρτι μανθάνω ovvero “ora capisco”; un’espressione che denota la dolorosa consapevolezza della realtà che il personaggio comprende solo nell’ultimo istante doloroso.
- (^) È tipica di Sofocle la μεταβολή , cioè il mutamento profondo che investe il protagonista nell’istante in cui riconosce il suo destino e capisce che non si può opporre.
- (^) Sono solo tre i personaggi di Sofocle che rimangono uguali a sé stessi : Aiace, Antigone ed Elettra; che comunque per quanto abbiano una forza e una determinazione sovrumana, hanno anche loro dei momenti di debolezza. es: Antigone condotta a morte lamenta la sua giovinezza sprecata es: Elettra piange sulle ceneri del fratello creduto morto. es: Aiace prima di uccidersi si preoccupa per il proprio cadavere e rivolge un commosso addio alla patria e ai luoghi che lo hanno visto combattere.
- (^) Esistono poi personaggi in cui invece il mutamento è proprio strutturale , ovvero che il mutamento è nella loro vita scenica. es: nell’Antigone, muta in peggio Creonte, il nuovo signore di Tebe, subentrato ad Edipo; Si presenta sulla scena con l’intenzione di governare i Tebani con mitezza e giustizia secondo il principio per cui i buoni vanno premiati e i cattivi puniti. ↪︎ Ma quando iniziano le contrarietà (Antigone che inizia ad opporsi al suo decreto) Creonte si fa sempre più arrogante e prepotente fino ad acquisire quei tratti di autoreferenzialità e violenza che sono tipici del tiranno. es: in questo senso muta anche Edipo (ma non solo un cambiamento dovuto agli dei: da uguale agli dei a pari al nulla = mutamento esterno). All’inizio si presenta sulla scena come un sovrano attento, premuroso e pieno di dignitosa gravità, ma poi si abbandona a un’idea scomposta contro Creonte, che in questa tragedia è un personaggio buono, e soprattutto contro Tiresia.
- Le sofferenze di cui i personaggi sono vittime non si traducono in un’acquisizione per la collettività, non c’è il principio “attraverso la sofferenza l’apprendimento”; si tratta semplicemente di una serie di sconfitte nell’individuo schiacciato da forze incomprensibili per tutti, che sono immersi in questa realtà oscura e dolorosa, i personaggi sono condannati all’errore e alla sofferenza e diventano emblema dell’eroe tragico.
- (^) La grandezza del personaggio è accentuata dal fatto che quando inizia la tragedia, la scelta tragica è già stata fatta ; mentre in Eschilo la tragedia consisteva proprio nella scelta tragica.
- (^) L’ atmosfera per cui si compiono i destini dei personaggi è quella del tempo es: nell’Edipo a Colono, Sofocle dice che solo gli dei non sono toccati da morte e da vecchiaia; gli uomini sono sottoposti nel fluire dei giorni e degli anni a eventi sempre nuovi (sciagure, mutamento, alternanza di sfortuna e sventura). ↪︎ Gli uomini sono sottoposti nel fluire dei giorni e degli anni a eventi sempre nuovi, sciagure, mutamento, alternanza di fortuna e sfortuna; il dolore e la consapevolezza giungono improvvisi in un solo giorno a rovesciare l’esistenza dell’uomo, a mostrare quanto sono fragili le basi della vita umana. es: Edipo dice, nell’Edipo re, “Questo giorno ti darà la vita e ti distruggerà” ↪︎ lo dice poco prima di scoprire il suo passato.
- (^) Il momento della consapevolezza è un’istante che matura poco a poco nella trama, è il prodotto di un destino che si prepara da tempo; si vede bene nell’Edipo re dove l’azione appartiene tutta al passato, mentre ciò che avviene sulla scena è solo la ricostruzione degli eventi, e con questo si ha il faticoso riconoscimento del destino del protagonista.
- La morte è il momento per cui il tempo dell’individuo si incontra con il tempo del cosmos; nella morte l’individuo capisce qual è il senso della sua esistenza. ↪︎ In Euripide invece a dominare tutto è il caos, il personaggio quando muore è una vittima inutile e la sua morte è priva di giustificazione. ↪︎ Nella vicenda di Edipo, di cui tratta l’Edipo Re e l’Edipo a Colono, Edipo da reietto della società umana, diventa un eletto di cui è narrata l’apoteosi (ascesa al cielo).
- (^) Sofocle che è religiosissimo, anche se gli dei sono lontani e le loro decisioni sono incomprensibili, mentre quelli di Eschilo erano garanti di dikè; Sofocle rappresenta il senso delle vicende umane come inafferrabile.
- Gli uomini devono accettare la loro sorte senza pretendere di capirla perché nella rassegnazione al destino insondabile dell’esistenza sta la grandezza dell’essere umano.
scala di valori. ↪︎ Come nei versi finali del Filottete in cui Neottolemo afferma la superiorità delle cose giuste su quelle intelligenti (utili), quindi un rifiuto dell’utilitarismo della sofistica.
- (^) Nessuna delle figure più negative è dominata dalla logica del κ έ ρδος (guadagno). ↪︎ Creonte, nell’Antigone, anche se a suo modo, persegue il volere della polis. ↪︎ Odisseo, nel Filottete, agisce per mandato degli Atridi, non a suo titolo. ↪︎ Ismene, sorella di Antigone, e Crisotemi, sorella di Elettra, non partecipano all’iniziativa di Antigone ed Elettra non solo perché temono per la propria incolumità, ma anche per quel retaggio culturale per cui è doveroso per una donna essere obbediente e passiva.
- (^) Un altro aspetto della sofistica era la dialettica ν ό μος - φ ύ σις (legge e natura o convenzione e natura): per i sofisti ogni νόμος umano è arbitrario e infondato. Per Sofocle (come si vede nell’Antigone), che in questo coincide con il pensiero della tradizione aristocratica, sono infondati solo i nomoi umani che come l’editto di Creonte, che vieta qualsiasi sepoltura per Polinice, pretendono di regolare una materia che non spetta a loro come la materia religiosa. es: Stasimo del progresso / Inno all’uomo Antigone 332 - 375 (pag. 177)
- (^) E’ suddiviso in due coppie strofiche di 10 versi l’uno.
- (^) Sofocle parla dell’uomo come un τὸ δεινόν ↪︎ a seconda dei contesti, δεινός può significare straordinario nel bene (meraviglioso, mirabile) o straordinario nel male (temibile, mostruoso, terribile).
- (^) Secondo il testo, tranne che dalla morte, l’uomo sa difendersi da tutto grazie al pensiero e alla parola. Altri poeti avevano colto questa ambivalenza umana, ma è Sofocle che la coglie nel modo più profondo rendendola argomento di meditazione. ↪︎ L’uomo non è semplicemente l’esecutore di volontà divine che lo trascendono, ma è dotato di una sua capacità di azione che può orientare verso fini buoni o cattivi.
- (^) Il discrimine di questa scelta risiede ancora una volta in un corretto rapporto con il divino , quindi solo se non tenta di oltrepassare i limiti della natura umana.
- (^) Alla fine dello stasimo (v. 366), l’uomo δεινός nel male è definito ἄπολις (privo di polis) e quello che è δεινός nel bene ὑψίπολις (al vertice della polis). ↪︎ Espressioni che sono state variamente interpretate dalla critica (pag. 180).
- Queste espressioni creano un rapporto tra dimensione religiosa e dimensione comunitaria. ↪︎ abbiamo un concetto fondante della mentalità dei Greci. ↪︎ Aristotele spiegherà che un uomo non è uomo se non è incluso organicamente nella polis.
- (^) Questi versi sono la summa dell’ antropologia di Sofocle che coincide con quella greca di età classica. Questa antropologia prevede che le virtù umane si realizzino al meglio solo nella dialettica uno-tutto :
- nel rapporto con gli dei, la libertà umana si esalta per mezzo della sottomissione ↪︎ rassegnandosi al mistero dell’esistenza l’uomo acquisisce la sua grandezza, quindi può anche essere premiato dalla divinità;
- nel rapporto con gli altri uomini, l’individualità si precisa attraverso la condivisione di valori ed esperienze es: Filottete, abbandonato nell’isola di Lemno e costretto a vivere selvaggiamente con solo l’arco di Eracle, quando i Greci giungono nell’isola per riportarlo a Troia, rappresenta un’etica eroica chiusa e sterile perché si rifiuta di lasciare l’isola di Lemno per odio contro i capi greci che ve lo hanno abbandonato; alla fine della tragedia, quando Neottolemo spiega l’inganno che ha bramato per portargli via l’arco e decide di ridagli l’arco, Filottete, di fronte all’onestà di Neottolemo, cede e si avvia con il giovane verso la nave. ↪︎ Per uno spirito fiero come quello di Filottete è un grande sacrificio dimenticare le
offese, ma l’uomo si pone al fine della tragedia al servizio della κοινωνία (“comunità”). EDIPO A COLONO 668 - 719 (pag. 239) TESTAMENTO SPIRITUALE di SOFOCLE / I NARCISI DI COLONO
- il primo stasimo dell’Edipo a Colono; è un’esaltazione del demo attico a Colono, suo luogo natale.
- (^) la lettura tradizionale di questo stasimo ne esaltava il lirismo e la contemplazione della bellezza dei luoghi.
- Un’analisi diversa è stata invece proposta dal grecista Dario Del Corno nel 1998 in un saggio intitolato I narcisi del Corno in cui questo stasimo è presentato come il testamento spirituale di Sofocle in cui si sovrappongono diversi elementi che alludono alla morte di Edipo e a quella di Sofocle, alla situazione drammatica di Atene e alla speranza di una salvezza per la città.
- (^) Colono è il “paese dei forti cavalli”, è un epiteto che rimanda al mito, il quale narra che nella disputa tra Atena e Poseidone per il possesso dell’Attica, Poseidone con un colpo di Tridente fece balzare fuori dalla terra un cavallo, mentre Atena fece balzare fuori un ulivo, cosa che spiega come l’ulivo fosse sacro in Attica.
- (^) Secondo il mito Procne si sarebbe trasformato in usignolo dopo aver ucciso il proprio figlio Iti ↪︎ il canto dell’usignolo è dolce e doloroso insieme perché porta alla morte ↪︎ l’alpha privativo deve suggerire la morte. v. 681: Il narciso è caro a Demetra e Persefone (divinità dell’Ade); Narciso allude a ναρκή (“paralisi”, da cui deriva narcosi), la paralisi che precede la morte. ↪︎ E' un fiore legato alla morte, perché è stato l’ultimo fiore raccolto da Core prima di essere rapita da Ade. Con il narciso è citato il croco che spende gran parte del suo ciclo vitale sotto terra per poi risorgere alla luce. Anche il croco è sacro a Demetra.
- (^) Quindi si colgono dei riferimenti diversi: uno esplicito che rimanda alla richiesta che Edipo fa di essere accolto a Colono, demo di Atene; l’altro, allusivo, che adombra la venuta di Edipo nel territorio della morte (tramite i segni di morte del croco e del narciso).
- (^) Edipo vive l’ultimo momento della sua esistenza terrena ma a livello testuale si trova già nel territorio della morte.
- (^) Non solo, il tema della morte di Edipo, si ricollega al terribile momento storico che Atene sta vivendo perché sta per cedere a Sparta ↪︎ quindi Sofocle ricorda quelli che erano i punti di forza dell’antica polis (vv. 705 - 719): l’ulivo (che rimanda ad Atene) e, in una sorta di composizione ad anello, il cavallo (che rimanda a Poseidone) e, negli ultimi 4 versi, l’immagine del mare su cui Atene aveva costruito la sua egemonia e potenza marittima.
- (^) Abbiamo una evocazione non solo degli dei protettori (Atena e Poseidone), ma è anche un modo per fare appello al fatto che Atene, tramite i suoi valori culturali, potrà risorgere e poi anche un invito a riappropriarsi del male, a riprendere l’antica politica marittima. Nel complesso Sofocle incita gli Ateniesi a riappropriarsi delle proprie radici , a rivalutare le loro nobili tradizioni per ricominciare un cammino di ricostruzione sotto la guida e l’aiuto delle divinità.
- (^) Quando sembra che gli dei abbandonino l’uomo le preghiere portano a sperare in una ripresa religiosa, favorita dagli dei.
- Al momento della disfatta in guerra Sofocle invita a compiere un percorso di ricostruzione sotto la guida delle divinità.
Sul punto di morire e porre fine ai suoi giorni, Aiace invoca Zeus perché gli conceda una sepoltura onorata e poi impreca contro gli Atridi invocando le Erinni perché perseguitino loro e tutto l’esercito. Poi c’è un ultimo pensiero per i genitori, per la luce del sole che tra poco non vedrà più, per la patria a cui non può far ritorno. A questo punto si getta sulla spada che era stata di Ettore. IL SUICIDIO DI AIACE 815-865 (pag. 173)
- (^) il suicidio è una scelta obbligata , priva di alternative. Aiace rifiuta la vita perché non ha più senso vivere in una società di vergogna. Ma con la morte Aiace è di nuovo εὐγενής. - (^) La morte non è rappresentat a in scena, pronuncia la sua ultima battuta e poi probabilmente si doveva nascondere tra gli spettatori. - (^) Inizia da questo punto la seconda parte della tragedia. ↪︎ Giudicata dai critici come fredda e da alcuni perfino ritenuta spuria. Però, in realtà, deve esistere nell’economia della tragedia perché la morte di Aiace deve essere seguita dalla sua riabilitazione. - (^) Il coro, prima del suicidio di Aiace, ha abbandonato l’orchestra e quindi ora abbiamo una epiparodo : Il coro e Tecnessa, venuti in cerca di Aiace, ne scoprono il cadavere. Compaiono sulla scena Teucro e gli Atridi (Menelao e Agamennone). Teucro vorrebbe dare sepoltura al defunto, Menelao adirato invece vieta il rito funebre. ↪︎ Sofocle sente molto il tema della sepoltura (anche nell’Antigone) perché negarla espone il corpo ai cani e agli uccelli e impedisce che l’anima vada nell’aldilà. La disputa tra Teucro e gli Atridi, che vogliono punire Aiace perché aveva nutrito dei propositi omicidi nei loro confronti dato che quando sterminò il gregge pensava di star sterminando i capi dei greci, termina con l’intervento di Odisseo che inaspettatamente prende le parti del morto, che in vita era stato il suo più grande nemico, ma anche l’uomo più degno di ammirazione dopo Achille. Odisseo dice che negare la sepoltura al defunto significa recare una grande offesa agli dei davanti ai quali un giorno tutti gli uomini dovranno comparire. A queste parole, a malincuore, Agamennone concede il permesso di seppellire Aiace. La tragedia si conclude con Teucro, Eurisace e il coro che si apprestano a rendere gli onori funebri al cadavere di Aiace. - (^) E’ una tragedia piena di trovate sceniche. ↪︎ Nel prologo compare un θεολογεῖον (piattaforma da cui parlano gli dei, in questo caso Atena). ↪︎ Anche Aiace parla da una macchina scenica, εγκύκλημα. - (^) Per la prima volta compare sulla scena un bambino , che è una maschera muta, ma che ha comunque grande importanza emotiva. - (^) Poi c’è il problema della morte di Aiace , preceduta dall’allontanamento del coro dall’orchestra e caratterizzata dal cambiamento di scena, perché il suicidio avviene in una spiaggia solitaria. E’ un’opera da palco scenico. - (^) La cosa più importante è la dimensione eroica di Aiace. - (^) Ci sono delle somiglianze con Eschilo nel rapporto uomo-divinità , quindi Aiace-Atena. Perché ci fa vedere la vicenda dell’eroe come un esempi di ubris punita. Aiace ha offeso Atena due volte con la sua arroganza: al momento della partenza per troia, in risposta alle esortazioni del vecchio Telamone, aveva affermato che egli avrebbe confidato solo in se stesso perché anche un uomo da nulla può vincere con l’aiuto di un dio; la seconda volta quando aveva apertamente rifiutato l’aiuto di Atena in battaglia dichiarando di non aver bisogno di lei.
↪︎ Secondo l’ottica eschilea, in parte condivisa da Sofocle, le parole di Aiace sono una prova dell’accecamento causato da Ate e seguito dalla punizione divina.
- (^) Aiaice che si crede invincibile è sconfitto due volte : prima è umiliato nel suo spirito agonistica con la perdita delle armi di Achille; poi, ancora più dolorosamente è umiliato perché distrugge la sua immagine eroica con il suo atto di follia. - (^) Nell’undicesimo libro dell’Odissea, in cui l’ombra di Aiace si rifiuta di rivolgere la parola ad Odisseo che considera responsabile della sua fine, non si fa cenno alla follia di Aiace o al massacro de bestiame, che doveva essere un’invenzione di Sofocle ↪︎ segno del debito che i tragici hanno nel confronto del mito, ma alla stesso tempo segno della libertà dei tragici nel confronto della materia prima. - (^) Il dialogo di Tecmessa con Aiace rimanda a quello di Andromaca, però nei poemi non si parla di Tecmessa né di suo figlio. Ma Sofocle inserisce la debolezza di Tecmessa e le sue suppliche femminili per evidenziare il rigore di Aiace e la sua fermezza di morte.
- (^) Aiace, sempre secondo quest’ottica, è una rappresentazione di hybris ; Odisseo è un emblema di sophrosyne perché intercede per il suo rivale affinché riceva una degna sepoltura. ↪︎ Quindi quella di Odisseo è una saggezza post-eroica , una saggezza che insegna il senso della misura quindi più vicina alla realtà degli uomini esposta alla precarietà del mutamento.
- Il monologo di Aiace prima del suicidio esprime una riflessione sul tempo; si dice che il tempo lungo ed incalcolabile tutto l’invisibile porta alla luce e nasconde ciò che è chiaro, non c’è niente di inatteso, ma vacilla anche il giuramento più solenne e l’animo più saldo. Questi versi sono importanti perché ci inducono a pensare che si è giunti ormai alla certezza che non ci sono valori assoluti ed eterni per l’uomo. Se l’uomo si pone a confronto con la dimensione del tempo, infinita nel suo fluire, non può fare a meno di comprendere che tutto è destinato a trasformarsi e che tutto è precario.
- (^) Eschilo dava valori assoluti, quindi si nota un cambiamento.
- Il discorso ingannatore di Aiace, quando finge di essersi lasciato convincere a rinunciare al suicidio, sembra voler evidenziare, in linea con i discorsi dei sofisti, la mutevolezza delle opinioni, l’incertezza della condizione umana, l’importanza del fattore tempo; qui Sofocle si distanzia da Eschilo.
- (^) Leggi pag. 143 Morale eroica e morale post-eroica
Il divieto di Creonte impedisce in assoluto qualsiasi sepoltura di Polinice, non si configura quindi più come una disposizione di legge, ma come l’espressione di una volontà tirannica che osa porsi al di sopra dell’umano e del divino. Creonte quindi incarna la figura del tiranno nel suo aspetto peggiore, il tiranno chiuso a qualunque senso di umanità timoroso di apparire debole di fronte ad una donna che non riesce a schiacciare. Il punto di forza del ragionamento di Antigone si fonda sulla certezza che un decreto umano non può annullare una legge divina; quindi il proclama di Creonte è una norma soggetta alla legge del tempo e non può sostituirsi a un principio eterno. I due personaggi sono fin dall’inizio supposizioni inconciliabili, difendendo ciascuno le proprie ragioni con un’oratoria che chiaramente risente della pratica dei δίσσοι λόγοι sofisti, finché Creonte non potendo prevalere con la ragione tronca il colloquio con la forza, commettendo atto di hybris anche se sostiene di agire per il bene della città.
- Scontro tra Emone e Creonte : Creonte è un personaggio inflessibile, lo è nei confronti di Ismene e con il figlio Emone. E’ citata Ismene perché quando ella cerca di intenerire Creonte, ricordandogli l’amore di Emone per Antigone, Creonte usa una crudele metafora dicendo con disprezzo che per suo figlio ci sono altri campi da arare (allusione all’atto sessuale). Quando Emone cerca di dissuadere il padre dal condannare Antigone e cerca di fargli comprendere le ragioni del suo cuore, Creonte con disprezzo lo definisce schiavo di una femmina.
- Scontro tra Tiresia e Creonte : Dopo che Antigone è stata chiusa nella tomba, Tiresia si reca da Creonte per convincerlo a liberarla perché la collera degli dei incombe sulla città. Creonte ha parole aggressive che ricordano le parole di Achille all’indovino Calcante, perché obbietta con orgoglio che la sua volontà “non si vende”. Tuttavia in un secondo momento Creonte si piega alle parole di Tiresia che sono dense di sinistri presagi, che gli annunciano che fra poco dovrà pagare con la vita di un uomo, nato dalle sue viscere, la colpa di aver sepolto una creatura viva e di aver lasciato un cadavere insepolto e sconsacrato. È un linguaggio ambiguo come sono ambigue le profezie degli oracoli, ma fa comprendere a Creonte che ha sconvolto i confini che separano i vivi dai morti dando luogo a una confusione mostruosa e sacrilega. Nell’ esodo a Euridice, moglie di Creonte, un nunzio racconta gli ultimi avvenimenti: Creonte dopo aver sepolto Polinice si era recato alla tomba di Antigone per liberarla, ma aveva trovato Antigone impiccata; Emone sopraffatto dal dolore allora si suicida. Euridice rientra nella reggia. Creonte torna sulla scena con il cadavere di Emone e un secondo messaggero gli annuncia il suicidio di Euridice. Le morti non vengono messe in scena, ma il tema della morte è ricorrente in Sofocle in tutte le forme.
- (^) l’attenzione di Sofocle nella tragedia va alle condizioni dei personaggi perché ciascuno di loro crede di poter modificare le circostanze, ma il risultato è una eterogenesi dei fini (il risultato si configura in un modo diverso dalle premesse senza capire perché ciò accade). ↪︎ Antigone difende una causa giusta ma gli dei lasciano che muoia; Creonte alla fine si piega e seppellisce Polinice ma il suo pentimento è troppo tardivo per salvare Antigone, Emone ed Euridice. Secondo le convinzioni religiose di Sofocle non è colpa degli dei se gli uomini non riescono a penetrare il mistero del silenzio degli dei; ai mortali è concessa solo la comprensione a posteriori. Dunque, il punto più alto delle possibilità umane si realizza nell’accettare dagli dei anche il lato oscuro dell’esistenza. Quindi il τὸ φρονεῖν (l’essere saggi, già visto in Eschilo) non è il conoscere ma l’ accettare.
- (^) Bisogna rifarsi ad Hegel per l’interpretazione dell’Antigone. Hegel sostanzialmente oppone nei due personaggi di Antigone e Creonte rispettivamente la famiglia e lo stato. Questa antitesi hegeliana di famiglia-stato è una lettura da cui anche nel ‘900 non si può più prescindere perché il dualismo è l’elemento fondamentale dell’Antigone. La cultura romantica individuava nella tragedia il simbolo del conflitto tra le due forze più profonde operanti nella storia, ovvero la famiglia e lo stato, entrambe legittimate ad imporre le proprie leggi. [tutta la filosofia di Hegel si svolge in una lotta tra tesi ed antitesi che si risolve in una verità superiore] Da una parte abbiamo Antigone, giovane, inerme ed indifesa, rappresentante del genere umano e capace di esprimere un imperativo morale assoluto per cui sacrificare la vita (v.523 “non sono nata per odiare ma per amare”). Dall’altra, Creonte, era l’uomo che sacrifica le persone più case e condanna a morte la nipote promessa sposa del figlio per imporre la sovranità del diritto pubblico sulla sfera degli affetti. La decisione di Creonte di non far seppellire Polinice non è di per sé aberrante perché ad Atene, i colpevoli di delitti infamanti come il tradimento o il sacrilegio erano espulsi dal territorio cittadino perché non contaminassero lo spazio pubblico (es: Temistocle, accusato di μηδισμός). Antigone però decide di seppellire in ogni caso il fratello rendendo pari onori ai due consanguinei. La sua azione ha al tempo stesso un valore religioso e un valore sociale perché, secondo le credenze tradizionali, gli insepolti erano condannati a vagare inquieti come fantasmi perché non appartenevano più al mondo dei vivi ma nemmeno la mondo dell’Ade, mentre il lutto aveva un. Valenza sociale perché accompagnava il morto in seno al genos da cui proveniva. Antigone conosce la funzione che attende chi rende onori funebri ad un traditore ma deliberatamente sceglie di infrangere le leggi. Il conflitto tra Antigone e Creonte si sviluppa anche attorno la concetto di philia , per Creonte è il vincolo di lealtà che lega tra loro individui dellpo stesso gruppo familiare o sociale, per Antigone philia è la vicinanza tra coloro che hanno lo stesso sangue. Quindi tra un fratello, uno sposo e perfino un figlio Antigone sceglierebbe il fratello che condivide il sangue ereditato dai genitori. ANTIGONE, 441- ANTIGONE E CREONTE (pag. 183)
- Antigone è una figura di contrapposizione già a livello etimologico perché già l’Anti- nel suo nome porta in sé il contrasto, lo schierarsi contro. Già dal prologo è determinata; il ricordo dei mali passati la spinge a non sopportare il κήρυγμα (decreto) di Creonte in cui vede un’offesa personale. E’ pronta a morire fin da subito καλῶς (valorosamente) pur di seppellire il corpo del fratello (“amata giacerò insieme a lui che io amo avendo commesso un sacro crimine”).
- (^) In questo agone verbale con Creonte , Antigone difende le leggi non scritte e immutabili degli dèi (p.183, espressione in greco nella premessa) e le oppone al κήρυγμα di Creonte. Prevede di essere considerata folle per questo ma rivolge l’accusa su chi gliela rivolge. Arriva quasi a sobillare la folla, a spingerla a ribellarsi all’autorità costituita quando dice che tutti approverebbero il suo atto se la paura non chiudesse loro la lingua e quando dice che a Creonte è lecito dire e fare quello che vuole come a un τύραννος. Quindi il personaggio mostra una sicurezza granitica ma quando è condotta a morte si dispera, è atterrita, ha paura. Certi critici in passato hanno giudicato questa scena come una contraddizione, un errore di psicologia commesso da Sofocle, oggi invece si dice che non c’è contrapposizione perché il rimpianto della vita non è segno di incoerenza ma di una psicologia complessa perché Antigone è capace di riflettere sul proprio infelice destino e di fronte a questo destino Antigone come gli altri eroi di Sofocle è sola.
- (^) Creonte invece alla politica del genos di Antigone oppone la polis e l’uguaglianza di tutti davanti alla legge (quando Sofocle scrive la democrazia si era già affermata ad Atene). Creonte rappresenta la ragion di stato che lo porta a sacrificare i diritti individuali rispetto alla salvezza della collettività, quindi lo porta a preferire la giustizia al disordine. Però è troppo intransigente,
La lettura di Hegel ha quindi avviato interpretazioni dell’ Antigone come un dramma basato sull’opposizione tra legge scritta e legge non scritta, legge della natura e legge dello Stato, diritti innati del sangue e diritti della città. Nel corso del ‘900 il dibattito critico si è ampliato e si è anche concentrato sul lessico dell’ Antigone perché ogni personaggio conferisce ai termini legati al vocabolario della legge un valore proprio, inconciliabile con quello degli altri. Per Antigone il contrasto più violento è quello tra νόμος (legge consuetudinaria) e κήρυγμα (provvedimento contingente di Creonte) e la questione è proprio fissata nel v.454 dove Antigone afferma che le leggi non scritte degli dèi sono incrollabili e vivono da sempre. Aristotele nella Retorica cita questo passo e traduce ἄγραπτα νόμιμα con “legge comune conforme a natura”. Il discorso di Antigone però non è unicamente religioso, ha significati più apertamente politici. I νόμοι hanno la forma del tempo, mentre il κήρυγμα è espressione di sopraffazione e di coercizione. Per Antigone il vero νόμος è quello non scritto che si contrappone nettamente a quello di Creonte che neanche questo è scritto ma è espressione di una volontà individuale legittimata ad agire in nome del potere che esercita sulla città, ma questo bando/decreto/editto non ha forza consuetudinaria. Giovanni Cerri nel saggio Legislazione orale e tragedia greca dimostra che gli ἄγραπτα νόμιμα invocati da Antigone non sono semplicemente le leggi non scritte di contenuto religioso e universale, ma questo è un rimando preciso alle leggi dei γένη aristocratici rimasti quando si afferma la democrazia. Appartengono alla fase del diritto del γένος, esprimono il potere dei clan aristocratici nel momento in cui la polis si organizza in senso democratico. La legge dell’Atene democratica è codificata, non ha più un’aura sacrale, mentre i νόμοι più antichi restano appannaggio dei γένη. Quindi il decreto di Creonte rappresenta la legiferazione della città in contrasto con la legge più antica. Nella difesa delle leggi non scritte possiamo vedere un’implicita accusa di Sofocle all’ordinamento democratico quando la democrazia tenta di infrangere le leggi sacre del γένος perché dietro le leggi non scritte non c’è una generica norma etico-morale ma Sofocle vuole difendere la prassi giudiziaria aristocratica ed intende richiamare agli Ateniesi il fatto che il processo di democratizzazione in atto deve svolgersi con cautela, deve garantire i diritti dei γένη che nella ricerca di una legge valida per tutti rischiano di essere travolti e dimenticati. Quindi dietro il mito gli ἄγραπτα νόμιμα sono gli antichi valori che il pubblico ateniese deve ricordare e mantenere evitando di precipitare in svolte democratiche troppo radicali e quindi attraverso il tema delle leggi non scritte Sofocle esprime la posizione di un aristocratico moderato che accetta di collaborare col regime democratico ma gli impone delle critiche. STASIMO del PROGRESSO (pag.177)
- il passo parla della natura straordinaria dell’uomo, che con la sua abilità è riuscito a sottomettere gli animali e a piegare le forze della natura ↪︎ ritorna il tema del Prometeo, il tema delle teknai; però qui c’è una prospettiva che Eschilo non considerava: l’uomo, signore del mondo può orientarsi verso il bene come verso il male ↪︎ se si mantiene sottomesso agli dei e alla loro volontà diventa ὑψίπολις “alto sopra la città”, quindi porta verso l’alto la sua città; Se invece non riesce a trovare nel suo sapere lo spazio dovuto agli dei e non si sottomette alla loro volontà, diventa ἄπολις (esclusione dal contesto civile) e finisce per distruggere la città
- (^) Due coppie di strofe e antistrofe di 10 versi l’uno La strofe 1 parte da una massima sulla δεινότης dell’uomo (straordinarietà/temibilità), poi vengono enumerate le conquiste dell’uomo sulla natura grazie alla navigazione e all’agricoltura.
- comp. deinoteron, tende a sottolineare le straordinarie capacità dell’uomo rispetto alle quali nulla è più straordinario ↪︎ la civiltà greca è agonale, è temibile ciò che è eccellente; l’uomo è straordinario perché ha trasformato la natura soggiogandola ma è anche temibile perché già nelle prime parola dello stasimo c’è un’inquietudine per il fatto che le scelte dell’uomo fiducioso nel progresso delle tecnai possono portarlo al bene o al male. L’antistrofe 1 descrive il controllo umano sul mondo animale attraverso la caccia, la pesca, l’addomesticamento.
La strofe 2 è dedicata alle conquiste dell’ingegno: il linguaggio, il pensiero, le leggi, la costruzione di abitazioni, la medicina che è in grado di fronteggiare mali rimediabili ad eccezione della morte. Antistrofe 2, il coro passa alla conclusione morale riflettendo sulla necessità per l’uomo di unire la propria ?? al rispetto delle leggi umane e divine, pena il diventare ἄπολις. Nella chiusa il coro si augura che chi è ἄπολις ritenga lontano dal suo focolare.
- Formalmente lo stasimo è un inno, in cui manca qualsiasi riferimento al mito. Tutti gli stasimi dell’Antigone hanno riferimenti al mito, ma in questo non ce ne sono perché l’unico personaggio dello stasimo è l’uomo in quanto la cosa già mirabile tra le cose mirabili che esistono. Il tema del progresso umano risente del dibattito dei sofisti, da Protagora in poi l’uomo è misura di tutte le cose. In relazione con il pensiero dei sofisti c’è stato tra i critici chi ha ritenuto che Sofocle volesse contestare il pensiero dei sofisti (c’è chi ha ritenuto che l’ode condannasse l’audacia dell’uomo) e chi ha riconosciuto nello stasimo una pluralità di componenti tra cui la sofistica.
Aristotele individuava nell’ Edipo re l’esempio più perfetto di tragedia. Nella Poetica infatti dice che la tragedia migliore è quella che imita un’azione complessa, cioè un’azione caratterizzata da περιπέτεια (rovesciamento) e ἁναγνώρισις (riconoscimento): il rovesciamento è il volgere dell’azione nel suo contrario, il riconoscimento è il volgere dall’ignoranza alla conoscenza. Entrambi gli elementi sono nell’ Edipo re perché quando Edipo cerca di conoscere la verità precipita dal suo stato iniziale a quello di maledetto. Il rovesciamento comporta però anche il riconoscimento perché nel finale viene a sapere chi è. Secondo Aristotele l’ Edipo re mostra nella sua forma più esemplare il mutamento di fortuna e la caduta di un uomo che in un solo giorno passa dalla prosperità alla rovina a causa di una ἁμαρτία cioè di un errore, di un atto colpevole ma compiuto involontariamente. Edipo ha commesso senza saperlo il parricidio e l’incesto, ma Aristotele ci dice che Edipo ignora di aver compiuto ciò che è tremendo. Edipo è il miglior personaggio tragico perché è volto in disgrazia non per malvagità scellerataggine ma per ἁμαρτία, per errore, mentre si trova tra coloro che sono in grande fama e fortuna. L’errore umano determina il rovesciamento dalla buona sorte alla sventura. Dal punto di vista della catarsi, Aristotele dice che la tragedia di Edipo è la migliore perché procura pietà e paura per la natura intrinseca dei fatti, quindi ad Aristotele possiamo far risalire la lettura dell’ Edipo re come tragedia dell’uomo che cerca la verità attraverso un faticoso percorso di conoscenza lungo il quale il riconoscimento coincide con il rovesciamento della sorte dell’eroe. Il racconto del mito di Edipo era fra i più famosi della mitologia greca perché era già stato trattato da Omero, dai poeti del ciclo tebano, da Stesicoro e da Eschilo ma la versione canonica del racconto si deve a Sofocle. L’ Edipo re non è la semplice tragedia delle vicende di un uomo, ma di lui che si mette alla ricerca della sua identità e arriva alla dolorosa conoscenza di aver commesso parricidio e incesto. Edipo, già re, procede a ritroso in un doloroso processo di indagine cognitiva che recupera eventi che non sono inscenati (il parricidio e l’incesto che gli hanno procurato la posizione di re). All’inizio della tragedia a Tebe c’è la peste. Edipo procede per conoscere la verità e il colpevole, quindi compie un’inchiesta in cui indaga, raccoglie e ricompone le tessere di un mosaico che lo porta alla verità. Lo anima il bisogno di conoscere la verità, teatralmente messa in rilievo dalla barriera di silenzio degli altri (Tiresia, Creonte, Giocasta, il servo di Laio). Il cammino della conoscenza di Edipo si svolge secondo due modalità d’indagine:
- Indagine per congettura fondata sulla realtà fenomenica e sulla rielaborazione per mezzo della γνώμη (intelligenza, giudizio).
- Indagine autoptica che prevede il vedere direttamente o il sentire da chi ha visto. Il passaggio da una modalità d’indagine all’altra comporta il passaggio dall’ambito della δόξα (apparenza) alla sfera dell’ἀλήθεια (verità). Si passa dal vedere quella che sembra essere la verità al scoprire la verità. Quando Edipo vede brancola nel buio, quando è cieco vede: per tutta la tragedia è sospeso tra due mondi cognitivi (apparenza-realtà). Parallelo è il rovesciamento che subisce la figura di Edipo: da soggetto della ricerca dell’assassino di Laio diventa l’oggetto di questa ricerca, vuole trovare il colpevole ed è trovato colpevole. Finché è legato al mondo dell’apparenza non vede e non si accorge della duplicità che c’è in lui (sapiente-piedone). Quando la duplicità si ricompone egli raggiunge la verità infelice. Questa duplicità spiega perché l’ Edipo re sia la tragedia dell’ironia tragica perché Edipo ha un punto di vista limitato, invece Sofocle e il pubblico sono onniscienti e per effetto dell’ironia tragica quanto viene detto produce un doppio senso perché il pubblico conosce la verità mentre Edipo brancola nel buio. Quando Giocasta racconta la morte di Laio all’incrocio di tre strade vorrebbe rassicurare Edipo, convinto di essere figlio di altri genitori, ma sortisce un effetto opposto per ironia tragica perché desta nella memoria di Edipo il ricordo di aver assassinato un uomo a un crocicchio e quindi la storia è uguale a quella dell’assassinio di Laio. Il rovesciamento che Edipo subisce attraverso la strategia dell’ironia tragica rappresenta la tragicità dell’esistenza umana: l’uomo è soggetto alla τύχη ed Edipo che rivendica il suo diritto di sapere è vittima della τύχη che denuncia il limite invalicabile tra uomo e dio e rivela la precarietà della vita umana.
Una colpa presuppone un’intenzione, ma quella di Edipo è ἀμαρτία. Pur non essendo colpevole Edipo viene annientato. Nel IV stasimo il coro dice: “Generazioni di mortali come voi e il vostro vivere considero pari al nulla” (“pari al nulla” è riferito alla vita umana). Questa è la considerazione del pensiero greco da Omero in poi: l’esistenza mortale è valutata effimera, tutto è nelle mani della volontà divina che determina gli alterni risultati dell’uomo. Edipo è il campione dell’intelligenza laica, scelto proprio per questo. La sua unica colpa è quella di essere un uomo ed è questa colpa che lo espone al castigo degli dèi, che possono annientare senza che si sappia perché questo è stato fatto. La grandezza dell’uomo consiste nell’accettare. Edipo è un personaggio duro, orgoglioso della sua intelligenza, la sua grandezza tragica sta nella sua ostinata volontà di portare alla luce il passato. Non esita di fronte agli aspetti più segreti della sua natura. Non ha compiuto imprese eroiche ma è esemplare come eroe dell’intelligenza, che da sola si pone come misura dell’interpretazione della realtà. La sua intelligenza è sconfitta. L’ Edipo re è una tragedia dittico perché i primi due episodi rappresentano l’indagine cognitiva e il suo fallimento perché Edipo non è in grado di riconoscere la verità nelle parole di Tiresia, mentre gli ultimi due episodi rappresentano la seconda indagine che porta alla verità e quindi si ha il passaggio da una fase all’altra dato dall’intervento di Giocasta e dall’entrata in scena del messo di Corinto. Tragedia a dittico:
- Prima fase cognitiva = fallimento perché Edipo non crede alle parole di Tiresia
- Seconda fase = percorso di indagine che porta alla verità Il passaggio tra i due episodi è l’intervento di Giocasta, ma la parte decisiva è l’entrata in scena del messo di Corinto. Con l’esodo la vicenda si chiude ed Edipo da re padre, cioè da ἰσόθεος pari agli dèi, diventa reietto. La tragedia si apre con una pestilenza che colpisce Tebe. Molto probabilmente si tratta di un riferimento all’epidemia di peste che devastò Atene nel 430-429 (riferimento utile per la datazione della tragedia). Anche L’ Iliade iniziava con una pestilenza inviata da un dio adirato e con la consultazione di un indovino perché nella cultura tradizionale le cause delle grandi catastrofi naturali venivano ricercate nella sfera divina e attribuite a un μίασμα, una contaminazione da espiare con sacrifici e rituali. Ciò che il pubblico sa conoscendo già il mito e che Edipo invece ignora è che la causa del male è proprio Edipo, l’uomo che nel prologo esce solennemente dalla reggia e si rivolge ai Tebani che lo supplicano chiamandoli figli, quindi l’Edipo dell’esordio è esempio di ὄλβος, prosperità (termine che risale a Solone e usato anche da Erodoto). Però Edipo è anche da subito il ϕάρμακος, capro espiatorio, responsabile delle sciagure non solo della sua famiglia ma anche della città, ma Edipo lo ignora e il pubblico lo sa: questa è ironia tragica. Si deve a Vernant l’interpretazione di carattere antropologico legata al ϕάρμακος. La peste di Tebe impedisce le nascite e rende sterile la terra, la scoperta del colpevole dell’uccisione di Laio salverebbe Tebe. Vernant nella scena iniziale dell’ Edipo re con i giovani che hanno in mano dei ramoscelli con la funzione di allontanare il contagio di fronte all’altare di Apollo individua un’analogia con le feste ateniesi delle Targelie, una festa che si svolgeva ogni anno ad Atene per eliminare i mali accumulati durante l’anno. Nel corso delle Targelie venivano condotti per la città due φάρμακοι scelti per la loro bruttezza colpiti con un lancio di frutta o di radici e poi espulsi (in un primo tempo umani, poi capri). Durante questa festa avveniva una processione nel corso della quale dei giovani portavano ramoscelli ornati di frutti e dolci che simboleggiavano la rinascita della natura e servivano a scacciare la carestia: vuol dire che il popolo ateniese a teatro riconosceva questo rituale e riconosceva in Edipo il contaminatore da esiliare. Edipo all’inizio della tragedia dice: “Porto il dolore di questi uomini più che se fosse alla mia anima” = più che per la mia stessa vita. Edipo ha su di sé il peso della sventura che travaglia i suoi concittadini, secondo Vernant Edipo è re e capro espiatorio, entrambe le facce sono responsabili della salvezza dei cittadini e cambiano l’una nell’altra. Sofocle dà al rovesciamento della natura di Edipo un valore universale: Edipo è il modello della condizione umana, l’uomo è ambivalente, simile al dio e al