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Evoluzione Storica del Turismo: Dalle Origini al Turismo Responsabile - Prof. Leonardi, Appunti di Storia Economica

Appunti rielaborati a livello formale del contenuto delle lezioni, con l'aggiunta di piccole integrazioni.

Tipologia: Appunti

2019/2020

In vendita dal 01/09/2020

S9R5S
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STORIA ECONOMICA DEL TURISMO
La storia economica del turismo: un nuovo settore della storia economica
(Andrea Leonardi)
Che cos’è l’economia?
“L’economia è la scienza che studia come i singoli e la società scelgono di impiegare risorse scarse che potrebbero
avere usi alternativi allo scopo di produrre vari tipi di beni e di distribuirli per il consumo, nel presente o nel futuro, tra
gli individui e i gruppi della società.”
(P.A. Samuleson, W.D Nordhaus, Economia, Bologna, Zanichelli, 19872, p. 4)
Che cos’è il turismo?
Esistono fondamentalmente due diverse definizioni, imperniate, la prima, sulla configurazione che a fini prevalentemente
di misurazione statistica ne ha dato l’Organizzazione Mondiale del Turismo, che più che fornire una definizione di
turismo, la del protagonista che entra in gioco ed opera in esso, ovvero il turista: un viaggiatore temporaneo che
soggiorna almeno 24 ore nel luogo che visita, a prescindere dal motivo principale che lo muove (svago, studio, salute,
affari, ecc.); l’altra, si concentra sulle motivazioni che inducono il viaggio, che devono essere riconducibili a ragioni di
piacere o di natura culturale.
Ovviamente, si tratta di definizioni che hanno conosciuto differenziazioni, specificazioni e accentuazioni nel tempo,
risultando condizionate dalla configurazione che, di tempo in tempo, lo spostamento di persone, ancorché circoscritto
entro un raggio spaziale delimitato, andava assumendo. Un’analisi condotta da antropologi, da sociologi, da letterati e
anche da alcuni storici, conferisce una dimensioni più puntuale al turismo, sottolineando che più che il viaggio in sé o la
sua durata è la motivazione che spinge a muoversi. Secondo tale chiave di lettura, il viaggio non è che una delle molteplici
possibilità di impiego del tempo libero che, reddito disponibile permettendo, si può concretizzare in un’escursione, in un
viaggio, in una villeggiatura.
Non si è ancora arrivati ad una definizione che arrivi a soddisfare chi vuole capire l’effettiva portata del fenomeno
turistico, ma volendo sintetizzare tutte le diverse accezioni definitorie di turismo, oscillanti tra specificazioni quantitative
e configurazioni motivazionali, può forse risultare efficace la sintesi prodotta dall’economista Claude Kaspar, ripresa poi
dallo storico economico Alois Brusatti, secondo cui: il turismo può essere definito come l’insieme delle relazioni, non
solo di carattere economico, ma di più vasto raggio, determinate dal viaggio e soggiorno di persone al di fuori della
dimora abituale e del luogo di lavoro.
L’elemento centrale sono le relazioni, che possono essere di carattere economico, antropologico, sociologico, culturale,
ecc Le relazioni sono seguite, determinate da viaggio e soggiorno, ma questi ultimi devono essere intrapresi
volontariamente.
Concentrandosi sulle relazioni di natura economica, ci si può porre una domanda: ciò che conta dal punto di vista
economico è il bisogno o il desiderio? I bisogni sono necessità, tutto ciò che serve per protrarre la vita (es. le 3 A:
abitazione, abbigliamento, alimentazione); i desideri, invece, sono infiniti. La risposta alla domanda è: dipende dalla
propria disponibilità economica, dal reddito. Tanto minore sarà il reddito, tanto maggiore sarà il peso dei bisogni
imprescindibili; tanto maggiore sarà il reddito, tanto minore sarà il peso dei bisogni e sarà più facile soddisfare i desideri.
Come misurare i diversi gradi di sviluppo?
- reddito globale/pro capite, calcolabile tramite il prodotto interno lordo (non è sempre affidabile);
- indici “qualitativi”, ci consentono di leggere in maniera più articolata lo stato di benessere di un individuo o
società (durata media della vita, tasso di mortalità infantile, ecc…);
- “Human Development Index” indice di sviluppo umano (PIL + istruzione + durata);
Guardando al fenomeno turistico in una prospettiva di lunga durata emerge come esso abbia assunto una valenza rilevante
economicamente solo in tempi relativamente recenti.
Prima che riuscisse a coinvolgere una molteplicità di attività si sono dovuti verificare nel sistema produttivo e distributivo
del mondo occidentale diversi mutamenti: quelli prodotti in particolare dal diffondersi del processo di industrializzazione.
Questo ha portato ad una crescita demografica intensa, al miglioramento del PIL pro capite e mondiale, all’aumento del
volume delle esportazioni, e dunque alla nascita del turismo.
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STORIA ECONOMICA DEL TURISMO

La storia economica del turismo: un nuovo settore della storia economica

(Andrea Leonardi)

Che cos’è l’economia? “L’economia è la scienza che studia come i singoli e la società scelgono di impiegare risorse scarse che potrebbero avere usi alternativi allo scopo di produrre vari tipi di beni e di distribuirli per il consumo, nel presente o nel futuro, tra gli individui e i gruppi della società.” (P.A. Samuleson, W.D Nordhaus, Economia , Bologna, Zanichelli, 1987^2 , p. 4) Che cos’è il turismo? Esistono fondamentalmente due diverse definizioni, imperniate, la prima, sulla configurazione che a fini prevalentemente di misurazione statistica ne ha dato l’Organizzazione Mondiale del Turismo, che più che fornire una definizione di turismo, la dà del protagonista che entra in gioco ed opera in esso, ovvero il turista: un viaggiatore temporaneo che soggiorna almeno 24 ore nel luogo che visita, a prescindere dal motivo principale che lo muove (svago, studio, salute, affari, ecc.); l’altra, si concentra sulle motivazioni che inducono il viaggio, che devono essere riconducibili a ragioni di piacere o di natura culturale. Ovviamente, si tratta di definizioni che hanno conosciuto differenziazioni, specificazioni e accentuazioni nel tempo, risultando condizionate dalla configurazione che, di tempo in tempo, lo spostamento di persone, ancorché circoscritto entro un raggio spaziale delimitato, andava assumendo. Un’analisi condotta da antropologi, da sociologi, da letterati e anche da alcuni storici, conferisce una dimensioni più puntuale al turismo, sottolineando che più che il viaggio in sé o la sua durata è la motivazione che spinge a muoversi. Secondo tale chiave di lettura, il viaggio non è che una delle molteplici possibilità di impiego del tempo libero che, reddito disponibile permettendo, si può concretizzare in un’escursione, in un viaggio, in una villeggiatura. Non si è ancora arrivati ad una definizione che arrivi a soddisfare chi vuole capire l’effettiva portata del fenomeno turistico, ma volendo sintetizzare tutte le diverse accezioni definitorie di turismo, oscillanti tra specificazioni quantitative e configurazioni motivazionali, può forse risultare efficace la sintesi prodotta dall’economista Claude Kaspar, ripresa poi dallo storico economico Alois Brusatti, secondo cui: il turismo può essere definito come l’insieme delle relazioni , non solo di carattere economico, ma di più vasto raggio, determinate dal viaggio e soggiorno di persone al di fuori della dimora abituale e del luogo di lavoro. L’elemento centrale sono le relazioni, che possono essere di carattere economico, antropologico, sociologico, culturale, ecc… Le relazioni sono seguite, determinate da viaggio e soggiorno, ma questi ultimi devono essere intrapresi volontariamente. Concentrandosi sulle relazioni di natura economica, ci si può porre una domanda: ciò che conta dal punto di vista economico è il bisogno o il desiderio? I bisogni sono necessità, tutto ciò che serve per protrarre la vita (es. le 3 A: abitazione, abbigliamento, alimentazione); i desideri, invece, sono infiniti. La risposta alla domanda è: dipende dalla propria disponibilità economica, dal reddito. Tanto minore sarà il reddito, tanto maggiore sarà il peso dei bisogni imprescindibili; tanto maggiore sarà il reddito, tanto minore sarà il peso dei bisogni e sarà più facile soddisfare i desideri. Come misurare i diversi gradi di sviluppo?

  • reddito globale/pro capite, calcolabile tramite il prodotto interno lordo (non è sempre affidabile);
  • indici “qualitativi”, ci consentono di leggere in maniera più articolata lo stato di benessere di un individuo o società (durata media della vita, tasso di mortalità infantile, ecc…);
  • “Human Development Index” – indice di sviluppo umano (PIL + istruzione + durata); Guardando al fenomeno turistico in una prospettiva di lunga durata emerge come esso abbia assunto una valenza rilevante economicamente solo in tempi relativamente recenti. Prima che riuscisse a coinvolgere una molteplicità di attività si sono dovuti verificare nel sistema produttivo e distributivo del mondo occidentale diversi mutamenti: quelli prodotti in particolare dal diffondersi del processo di industrializzazione. Questo ha portato ad una crescita demografica intensa, al miglioramento del PIL pro capite e mondiale, all’aumento del volume delle esportazioni, e dunque alla nascita del turismo.

Ciò non significa che antecedentemente al XVII secolo non vi sia mai stata una qualsiasi forma di turismo. Il turismo non era inesistente come fenomeno circoscritto, ma non aveva ancora assunto un significato economico elevato. Battilani, infatti, ci parla di “ prototurismo ”, un fenomeno economicamente non importante, scarso, poco rilevante per la creazione del PIL di una società. Anche se non si può dimenticare che in alcune realtà i primi – ancora sommari – rilievi di carattere statistico (misurazione del numero dei soggetti, provenienza degli stessi, ecc…), per lo meno sul turismo di cura, datano dai primi decenni dell’ottocento – ricordiamo il caso della Monarchia asburgica dal 1828. In ogni caso, la sua ratifica “ufficiale”, con il riconoscimento del suo ruolo anche statisticamente degno d’attenzione, da parte della maggior parte dei Paesi occidentali, avvenne però solamente sullo scorcio del secolo XIX. L’evoluzione del turismo è dipesa anche dalla conquista del tempo libero. Nasce il bisogno di staccare, di fare una vacanza. Per inquadrare storicamente il fenomeno turistico, pare opportuno proporre delle delimitazioni cronologiche, partendo da quelle individuate dal geografo Butler, per interpretare i cicli di vita delle località turistiche:

  • esplorazione: scoperta di una località da parte di possibili fruitori, ovvero di persone esterne che scoprono quella località come fax simile di interesse non avendo “fama” e non essendo turistica;
  • coinvolgimento: la fonte esogena, trovando un interesse nella località, si fa promotrice di investimenti, ma coinvolgendo anche la gente locale per promuovere la destinazione stessa, dando tenore all’offerta;
  • sviluppo: caratterizzata da un aumento di turisti, la destinazione ha un suo pieno significato e vive una fase aurea;
  • consolidamento: la destinazione è ormai nota nel panorama turistico ed ha difficoltà ad interessare nuovi segmenti di mercato;
  • stagnazione: la località raggiunge la saturazione, diventata vetusta, inappagante;
  • declino o reinvenzione: quindi mutamento della destinazione o invenzione di un nuovo ciclo di vita turistica. Tale tipo di analisi è stato ripreso da Patrizia Battilani riproponendolo con una maggiore puntualizzazione di carattere storico economico, ove possiamo cogliere quattro tappe fondamentali:
  • prototurismo: è la fase che precede la rivoluzione industriale ed è caratterizzata da un turismo essenzialmente di élite e dall’assenza di strutture specializzate; l’impatto economico del settore era, dunque, “praticamente nullo e soprattutto non distinguibile dalla normale economia domestica”; a muoversi, poi, erano categorie ben precise: pellegrini, mercanti, studiosi, primi “grandtouristi” che venivano accolti in locande e taverne o ospizi;
  • turismo moderno: fenomeno squisitamente elitario, in funzione del quale cominciano a comparire le prime strutture ricettive specializzate, così come alcune figure professionali legate al movimento turistico; tale fase inizia in Inghilterra con il turismo termale, ma si contraddistingue anche dal turismo caratterizzato dal movimento di persone connesso con ragioni di fede (quest’ultimo potrebbe rientrare anche nel turismo di massa);
  • turismo di massa: rappresenta una significativa trasformazione del turismo in un consumo alla portata di tutti;
  • turismo globale: non ci sono più nuovi luoghi da scoprire, tutte le località sono note sia al turismo d’élite sia a quello di massa; a differenziare la proposta turistica sono le diverse tipologie di servizi che vengono offerti; si creano problemi di impatto ambientale come sociale, per tal motivo va ad instaurarsi la progettazione di un turismo sostenibile. L’analisi retrospettiva di carattere storico-economico sul proporsi e sul successivo affermarsi del turismo non può che partire da un articolato esame tanto della domanda, quanto dell’offerta, nonché da quello della compenetrazione tra di esse. La domanda deve condurre a comprendere il “bisogno” di vacanza, reso impellente dal processo di urbanizzazione, e la conquista del tempo libero, o “liberato” dal lavoro; l’offerta deve articolarsi lungo diversi percorsi: la provenienza e la tipologia degli investimenti che hanno permesso la realizzazione di strutture ricettive, il ruolo delle vie di comunicazione e dei sistemi di trasporto, le caratteristiche delle risorse umane impegnate nei servizi turistici, ed il relativo corollario. Ma deve esserci nello studioso la consapevolezza che il turismo è legato ad un’elasticità temporale molto variabile, così come ad una domanda spaziale pressoché illimitata. La storia economica del turismo, quindi, deve tener conto di questo groviglio di motivazioni, di spazi e di durata, nello studio del fenomeno su cui si intende produrre nuovi elementi conoscitivi, analizzando, comunque, non solo le variabili ed i fattori economici, ma anche quelli sociali, ambientali, ecc… D’altronde, un’attività turistica è composta da un’alchimia di fattori (l’operato delle imprese turistiche, il ruolo dell’imprenditorialità nel turismo, l’azione del soggetto pubblico, l’affermazione delle destinazioni turistiche).

FOCUS: Segnali di trasformazione del prototurismo nella fase d’avvio del processo di industrializzazione

Il fenomeno turistico, concepito in termini moderni, è stato preceduto da una lunga fase di prototurismo. La definizione di tale fenomeno può essere complessa o estremamente lineare:

  • complessa, se chiamata a definire la molteplicità delle tipologie di spostamento nel contesto dell’ancien régime economico;
  • lineare , se limitata a cogliere la portata economica del fenomeno, che risulta estremamente contenuta, quindi con un peso economico circoscritto. In effetti, la plurisecolare fase del prototurismo è quella che precede la “rivoluzione industriale” ed è caratterizzata da un turismo essenzialmente di élite e dall’assenza di strutture specializzate in tutte le latitudini d’Europa. Essa denota alcune specifiche caratteristiche. A muoversi sono delle categorie ben precise:
  • pellegrini (per motivi di fede);
  • mercanti (il commercio è uno degli elementi che anima le relazioni tra popoli e ambienti diversi. Il mercante è il protagonista di queste relazioni: partecipa a fiere e mercati, che comportano una serie di scambi. I mercanti, per spostarsi, avevano bisogno di strutture che potessero accoglierli e soddisfare i propri bisogni nonché rendere possibile il loro tragitto, proteggere sé stessi e le loro merci, soprattutto quando percorrevano lunghe distanze);
  • studiosi (“universitade studiorum”: i frequentatori erano chiamati “clerici vagantes”, ovvero coloro che volevano andare ad apprendere il massimo che la scienza offrisse in quel periodo, ovunque fossero i maestri più bravi che intendevano seguire – sempre se disponevano di denaro sufficiente per spostarsi e soggiornare nella città scelta. Dunque, anche qui vi era bisogno di strutture adeguate);
  • i primi “grandtouristi ”. Per accoglierli v’erano fondamentalmente due sole tipologie di infrastrutture:
  • locande e taverne che servivano ad ospitare mercanti ed altri viaggiatori occasionali (in alcuni casi, anche studiosi che soggiornavano per tempi brevi o grantouristi in viaggio per mete più lunghe; tali strutture erano a pagamento, quindi possiamo dire che l’ospitalità generava reddito. Tutto sommato, però, è un reddito non significativo per il PIL; tuttavia, ha comunque un peso a livello antropologico, sociale e culturale);
  • ospizi xenodochi e “ospitali” che erano punto di riferimento per pellegrini, lungo gli itinerari della fede, oltre che per viandanti privi di mezzi (l’ospitalità, qui, è gratuita poiché vi era qualcuno che trasferiva il reddito; dunque, la ricaduta economica è modestissima, quasi insignificante. Le strutture sono spartane, ma sufficienti per percorrere quel cammino. Curiosità importante era che i pellegrini, maggiori fruitori di tali strutture, dovevano essere riconoscibili (quindi possedere bastone e conchiglia) per essere ospitato). Residuo, poi, di una pratica assai diffusa nell’antichità romana, caduta in disuso nel periodo medioevale erano le infrastrutture termali. A differenza di locande e ospizi - collocati in prevalenza in aree extraurbane - erano concepite al servizio della città. Complessivamente, quindi, l’impatto economico è molto limitato, non distinguibile dalla normale economia domestica, fatta eccezione per infrastrutture che si generano per settori specifici, come i poli fieristici.
  • Emblematico il caso di Bolzano: ove intorno al XV-XVI secolo venivano effettuate diverse fiere (di Mezzaquaresima, di Corpus Domini, di Sant’Egidio, di Sant’Andrea) che duravano all’incirca due settimane, senza contare il tempo per prepararle prima e smantellarle poi. Molteplici erano le attività che ruotavano intorno alle fiere bolzanine: commerciali, finanziarie, manifatturiere e altre connesse con il sistema dei trasporti. Di fronte alle esigenze manifestate dal commercio in transito era andata consolidandosi una significativa offerta “alberghiera”: per offrire ristoro e alloggio alle migliaia di persone che annualmente percorrevano le valli delle Alpi centro-orientali in occasione delle molteplici fiere e mercati, s'era proposto un numero crescente di "locande". A Bolzano nel 1546 erano segnalate ben 68 "case" (entità abitative) in grado di offrire ospitalità. La presenza di Taberwirte (che offrivano vitto, alloggio e stalla) , Baumwirte (che offrivano vitto e alloggio per mercanti che avevano solo un campionario dei loro prodotti) e Buschen (tipo agritour, che offrivano ciò che c’era in quella stagione ed in quel momento), ossia delle tre diverse categorie di imprese attive nel campo alberghiero e in quello della ristorazione, divenne un fatto consolidato lungo le principali rotte di traffico dell’area alpina, così come in altre realtà europee. Chi mette in campo un’offerta per l’ospitalità riesce ad avere una funzione di monopolio: ma un monopolio con una funzione meramente conservativa o di dinamismo. I soggetti che entravano in contatto con chi veniva da fuori poteva giostrare la raccolta delle informazioni che aveva in possesso per mantenere la sua posizione di forza all’interno della comunità.

Come è cambiato il fenomeno turistico con l’avvento dell’industrializzazione? In primo luogo si deve avere consapevolezza che l’industrializzazione non è risultato di un cambiamento improvviso e violento, ma frutto di un graduale processo di trasformazione (dell’organizzazione produttiva, della società, delle relazioni umane). Sebbene la “prima rivoluzione industriale” e, più in generale, il processo di industrializzazione siano fenomeni complessi, si possono individuare alcuni elementi di fondo che li caratterizzano. Il processo di cambiamento venne influenzato in Inghilterra – primo Paese a percorrere la strada dell’industrializzazione

  • da una serie di trasformazioni:
    • demografiche (la “rivoluzione demografica” – si ricordi la “trappola malthusiana”, secondo cui l’andamento non è lineare perché tutte le volte che la popolazione cresce oltre un certo standard, si verifica un evento calamitoso
      • guerre, epidemie, carestie – che riduce la popolazione; la popolazione cresce, poi, in maniera geometrica mentre le risorse in maniera aritmetica; ma arriva il punto in cui la trappola viene superata e la produzione cresce ancora di più rispetto alla popolazione);
    • nel settore primario (la “rivoluzione agraria/agricola”);
    • nel settore mercantile (la “rivoluzione commerciale”)
    • nell’ ambito dei trasporti e delle comunicazioni (“la rivoluzione dei trasporti” – svolta con la ferrovia)
    • nel contesto della produzione manifatturiera sulla quale solitamente si concentrano tutte le attenzioni, dimenticando che le tecnologie che hanno dato origine ad un nuovo tipo di organizzazione produttiva sono il frutto di una trasformazione globale. Fondamentale importanza assume la possibilità di movimento, tanto delle persone, quanto delle merci. La realizzazione di un sistema trasportistico, che rappresenta un capitale fisso sociale, avviene attraverso la nascita e il consolidamento che va assumendo la società per azioni, quindi non grazie ad un intervento pubblico. Le società per azioni nascono come società finalizzate alla realizzazione di vie d’acqua interne, di canali. In particolar modo, è l’Inghilterra la prima protagonista di questa rivoluzione (a fine ‘700, le vie d’acqua navigabili – non solo da navi, ma anche da zattere cariche di merci – assommano a 3200 km; circa 1/3 era rappresentato da fiumi navigabili naturalmente, 1/3 da corsi d’acqua resi navigabili e 1/3 da canali realizzati – quindi scavati – dagli uomini). Le conseguenze sono:
    • diminuzione dei costi di trasporto;
    • liberazione di forza-lavoro e di energia animale;
    • importanza anche delle infrastrutture portuali. Gran parte delle società per azioni, successivamente, una volta che parte il modello di sviluppo ferroviario, si trasformano in società per la realizzazione e la gestione delle ferrovie. In Gran Bretagna non è lo Stato che realizza il sistema trasportistico. Nel terziario, come nel primario, c’è spazio per l’ accumulazione originaria di capitale. Questo rientra nel pensiero di Marx. È bene fare una differenza tra:

Marxiano ≠ Marxista

(elaborazione diretta del suo pensiero) (interpretazione del pensiero marxiano) La logica marxiana parla di accumulazione originaria del capitale e dice che alla base della trasformazione sociale, che interviene dapprima in Gran Bretagna e poi nel resto d’Europa, c’è l’accumulazione originaria del capitale; la società, secondo tale pensiero, contempla costantemente dei conflitti che vedono prevalere una componente sociale su un’altra. Nella rivoluzione industriale c’è il prevalere del capitale sul lavoro. Le trasformazioni intervenute in agricoltura determinano un incremento della produttività che va a vantaggio di chi ha per primo effettuato investimenti nel campo, i quali hanno accumulato, nel tempo, capitale. Ma dove finisce il capitale? Una parte di capitale viene reinvestito nel settore di provenienza e un’altra parte nel settore manifatturiero, quindi vengono effettuati investimenti di tipo industriale. Lo sviluppo urbano, prima che industriale è sviluppo commerciale! C’è una lettura contraddittoria dello sviluppo demografico urbano, secondo i paradigmi marxiani e le recenti ricerche di demografia storica. Secondo l’interpretazione marxiana, la crescita delle città sarebbe connessa con l’espulsione di forza lavoro, di proletariato, dalle campagne conseguentemente al progredire delle enclosures. Distinzione tra:

  • possesso: quando un soggetto più importante gode prevalentemente di quel bene;
  • proprietà: quando quel bene diventa esclusivo diritto del soggetto stesso. Marx afferma che il fatto che i soggetti più deboli non siano stati in grado di realizzare la piena proprietà, le enclosures, li ha messi in condizione di subalternità nei confronti dei soggetti più forti. Nacque, quindi, il proletariato rurale. Ciò ha determinato una fuga dalle campagne e il proletariato rurale è diventato urbano.

Nel corso del XVIII secolo – che è il periodo delle trasformazioni strutturali dell’organizzazione produttiva – si vanno definendo i termini di un movimento turistico con chiara rilevanza economica. Questa fase inizia in Inghilterra con il cosiddetto turismo termale , in cui Bath (nel XVIII) diventa l’emblema di città del loisir o città del tempo libero. In pratica, c’è un passaggio culturale: si ritorna ad una tradizione che era caduta in disuso da secoli, ma mai completamente scomparsa nell’ambito della civiltà occidentale, ovvero l’utilizzo dell’acqua come elemento che inizialmente era curativo e successivamente di socializzazione. Dietro la valorizzazione dell’acqua e del suo utilizzo c’è un connubio tra cultura illuministica e cultura romantica: vi è la riscoperta delle proprietà medicamentose e terapeutiche di certe acque dovuta fondamentalmente agli approfondimenti che sono alimentati dagli studi illuministici e vi è il recupero di condizioni di vita ritenute felici perché determinate da un contatto diretto con la natura provocata l’attenzione di tutti quegli studiosi e di tutti quegli esponenti della cultura romantica. Il recupero di queste terme avviene per scopi essenzialmente salutistici. Attorno a diverse sorgenti di acque medicamentose cominciano a sorgere strutture specializzate che avrebbero contribuito a definire nuovi aggregati destinati all’ospitalità. Le cure termali, quindi, cominciano a vivere una stagione particolarmente felice. Le cure termali erano riservate, tuttavia, ad una clientela élitaria, l'unica che si potesse permettere viaggi lunghi, costosi e pericolosi e soggiorni di consistente durata (in quanto si tratta di cure di lunga durata – circa 40 giorni, in generale). Ovviamente, le strutture dovevano fungere da dimora di rango, di lusso, di alto prestigio, capaci di accogliere le esigenze degli esponenti dell’élite nel miglior modo possibile, donando e riproponendo loro tutti gli agi che trovano nel contesto in cui solitamente vivono. Vengono però offerte anche attività per riempire i vuoti della giornata: promenades, ovvero passeggiate; momenti di intrattenimento, come i teatri o le sale da ballo; casa da gioco; sale di lettura; luoghi di ristoro; sale da fumo; ecc… Tutto per rendere piacevole il soggiorno. Bath, quindi, in questo senso, tende a trasformarsi da luogo essenzialmente di cura in luogo di benessere, di loisir; nonché luogo di particolare importanza per sottolineare il proprio status sociale.

FOCUS: Tempo di lavoro e tempo liberato - Il proporsi di un nuovo modello di turismo

Il secolo XIX vide consolidarsi le linee di qualificazione del fenomeno turistico venute imponendosi lungo il Settecento Con il maturare del processo di industrializzazione (che avviene soprattutto nell’‘800, in realtà) e con le opportunità da esso offerte si presentarono, per un verso, nuovi problemi, ma, per altro verso, si aprirono nuove prospettive. Vennero imponendosi nuovi modelli di turismo. Ciò che non mutò fu il carattere sostanzialmente élitario del fenomeno. Il graduale ridimensionarsi della società rurale e il parallelo affermarsi di un’urbanizzazione sempre più diffusa, che s’accompagnava ad un nuovo tipo di organizzazione produttiva, secondo ritmi desueti per le campagne, determinava esigenze sconosciute, nuove tipologie di bisogni, in ancien régime. Cambiano i ritmi, cambia l’habitat della popolazione (che ormai si allontana dalla campagna giungendo verso luoghi urbani). Nasce l’esigenza di affiancare al tempo di lavoro un tempo liberato dal lavoro e attraverso tale liberazione esercitare un nuovo ruolo (inseriamo il turismo). Allo stesso modo di Bath, si afferma in Francia Plombières. Nel luglio del 1958 c’è stata una svolta determinata da una vacanza che Camillo Cavour - Benso (Sardegna) aveva fatto lì in Francia dove andava anche Napoleone III (per la stagione di cura); lì avvennero degli accordi fra i due. Plombières era quindi frequentata da importanti personaggi. Nel Belgio viene alla ribalta la località termale di Spa. Nell’area mitteleuropea emergono i Kurorte Karlsbad, Franzensbad, Marienbad e Baden. I centri termali della Boemia erano i più importanti, parte della Monarchia asburgica. Erano venuti in auge già nel ‘500. Nella penisola italiana è la volta di: Montecatini, Fiuggi e Chianciano. Non hanno il rilievo dei centri britannici o francesi, tuttavia vengono comunque ricordati (es. anche da Michelangelo). Le Kurlisten (liste dei curandi) diventano non solo elemento di lustro per affermati Kurorte , o trampolino di lancio per località di cura emergenti, ma anche emblema riconosciuto di uno status sociale elevato per chi le frequentasse. Le cure termali erano riservate, tuttavia, ad una clientela élitaria, l'unica che si potesse permettere viaggi lunghi, costosi e pericolosi e soggiorni di consistente durata. Vi è una struttura organizzativa dell’offerta, per cui quasi tutte le mete presentano simili caratteristiche. Parallelamente all’affermarsi, o al ritorno in auge di luoghi di cura già affermati, nel corso del secondo Settecento si aprono anche nuove prospettive per il movimento di persone. In particolar modo, l’affermarsi delle ferrovie. I protagonisti del grand Tour tendono a diversificare i propri obiettivi. I primi a rendersi attori di tale mutamento sono gli esponenti dell’ aristocrazia inglese.

  • C’è l’ invenzione del mare come meta turistica. Si trattava delle fredde spiagge dei mari dell’Europa settentrionale (è una frequentazione prevalentemente invernale, perché la talassoterapia non è associabile all’elioterapia; tale invenzione – così come le altre – ha quindi sempre e comunque con una funzione terapica);
  • Parallelamente numerosi artisti scoprono la bellezza dei caldi litorali del Mediterraneo;
  • Prende lentamente piede anche una nuova immagine della montagna.
  • Le prime stazioni marittime che si affermano sono collocate nelle fredde spiagge settentrionali; si ricordano in primis quelle inglesi (es. Brighton, appena inizia a ridursi l’importanza, con la conseguente caduta di notorietà, di Bath). Una frequentazione costante, duratura, di una località marittima, prevedeva l’evitare l’esposizione diretta ai raggi solari (il pallore era segno di ricchezza, mentre l’abbronzatura era segno di esercizio di attività rurale; quindi il canone di bellezza era diverso da quello attuale) e la balneazione (erano ammesse solo delle proménades in acqua per favorire il circolo del sangue). Erano pratiche che portavano benefici non solo alle persone affette da malattie e la componente femminile era molto più prorompente di quella maschile. Sulla scia di Brighton, tante altre destinazioni prendono piede, come le località del mar Baltico, fino al mare della Norvegia e dei Paesi Baschi, alimentate da un retroterra piuttosto arido, freddo.
  • Le località marittime del Mediterraneo iniziano ad avere importanza sviluppandosi come mete turistiche invernali (da fine ottobre a fine aprile). Servivano a far svernare i turisti provenienti dall’Inghilterra (chiamati “rondini” perché migravano dai mari freddi del nord al mar Mediterraneo, sicuramente caratterizzato da un ambiente climatico diverso e più mite anche se in inverno). Emblema di questo spostamento sono le palme, prima non presenti nel territorio. Non entrano in concorrenza con quelle settentrionali. Quando vengono scoperti come meta estiva? Quando le ricerche scientifiche hanno affermato che combinando la talassoterapia all’elioterapia fosse una modalità attraverso cui si potessero trarre benefici. A quel punto, soprattutto le zone centro-meriodionali (Forte dei Marmi, Viareggio, Rimini, fino ad arrivare in Sicilia – ricordiamo Taormina; tranne il litorale campano e laziale che non vengono valorizzati), prendono luogo. Poche e graduali nell’affermarsi, provocano un cambiamento. Il target che si indirizzava verso le nuove destinazioni aveva reso possibile l’affinamento di un’offerta di ospitalità, che, qualificandosi, tendeva anche a differenziarsi.

La ferrovia, dunque, diventa elemento portante della nuova versione del turismo. La prima ferrovia fu costruita nel 1830 – Liverpool-Manchester – e, in generale, è l’elemento che innova l’intero sistema trasportistico. “Per gli stati industriali le ferrovie sono indispensabili, come sono indispensabili le fabbriche”. Soltanto dopo gli anni ‘70 diventano importanti per il settore turistico (dagli anni ‘30 agli anni ‘70, le tratte non erano effettuate per scopi turistici). La ferrovia facilita e rende più agevoli i viaggi, ciò non significa però che li renda praticabili per ogni componente sociale. Ciò che essa rende possibile è il moltiplicarsi delle opportunità di viaggio e parallelamente la percorrenza, sia di lunghe distanze, sia di tragitti precedentemente disagevoli (si abbattono i tempi di trasporto, nonché i costi, aumenta la sicurezza rispetto ai precedenti mezzi di trasporto). A poterne fruire sono, infatti, tuttavia delle componenti minoritarie all’interno della società europea. Il turismo permane fenomeno élitario, anche se allarga le maglie dei propri “adepti”. In questo contesto, assume una nuova dimensione la pratica della Sommerfrische , vale a dire delle vacanze in luoghi freschi durante la calura estiva. E riguarda soprattutto le zone alpine. Le sue origini vanno fatte risalire al periodo medievale e per secoli hanno riguardato una componente squisitamente élitaria della società. Con la maturazione del processo di industrializzazione coinvolgono - seppure per periodi limitati - anche nuove classi sociali. Ne risulta così coinvolta la borghesia (o ceto medio) prima e poi, alla fine del sec. XIX, anche una parte della componente operaia. Blackpool, la meta privilegiata delle escursioni e delle vacanze degli operai del Lancashire (quindi non dell’upper class), sperimenterà così una sorta di anticipazione di quello che nel secolo XX diverrà il turismo di massa. Il successo di questa località dipese dalla costruzione della ferrovia perché la contrazione dei tempi e dei costi del trasporto incideva fortemente sul turismo della gente comune, mentre non era altrettanto rilevante per i villeggianti caratterizzati da un alto profilo reddituale. Diventa emblema del turismo balneare operaio. Fu dunque la meccanizzazione dei trasporti, cioè la costruzione di reti ferroviarie, a produrre l’aumento della domanda, l’adeguamento delle strutture ricettive e ricreative e la nascita dei servizi d’intermediazione. Rende appetibili mete che prima erano considerate disagevoli per essere raggiunte. Parallelamente, tuttavia, all’affacciarsi sullo scenario del turismo di nuovi soggetti sociali, l’ upper class si orientò verso forme di turismo più esclusive e perciò più costose. Così, verso il 1770, la conquista di Bath da parte della classe media prelude allo spostamento dell’aristocrazia verso nuove località marine o verso Kurorte del continente europeo. Successivamente, l’ingresso - ancorché limitato - di una componente della classe lavoratrice nel settore delle “vacanze” provocò un’ulteriore ricollocazione del turismo d’élite. Le élites si creano nuove possibilità. Alberghi lussuosi, bellissime Promenaden, casinò e altre infrastrutture cambiarono il volto di tanti piccoli centri plasmandoli, come era già successo per le città termali e per quelle balneari dei mari freddi, in base alle esigenze di un turismo particolarmente agiato (si pensi all’arte, alla presenza di ascensori, di luce elettrica, ecc…, quindi accorgimenti di natura architettonica o tecnologica). L’alternativa estiva che si presentava al turismo d’ élite era la montagna, che era sempre stata esclusa dagli itinerari del Grand Tour per antichi e inveterati pregiudizi. Ad aprire la strada per una nuova fruizione della montagna era stato l’alpinismo. Dal momento in cui la montagna cominciò a perdere il connotato con cui era tradizionalmente descritta - vale a dire quello di luogo tetro, pericoloso, abitato da popolazioni primitive e crudeli - per assumere una conformazione romantica, essa «divenne» bella e suggestiva. Quindi:

  • la paura della montagna si trasformò in curiosità e fascino,
  • le popolazioni alpine non erano più viste con diffidenza,
  • prese spazio il mito del bon sauvage , ideato da Rousseau, concetto romantico,
  • chi viveva in montagna cominciò a assumere un’immagine positiva di gente sana. La curiosità nei confronti delle montagne portò ad attraversarle superando i percorsi tradizionali, nonché a conoscere chi le abitasse. Ciò rappresentò il primo passaggio per la «scoperta» e la successiva scalata delle vette. Il successo della vacanza in montagna cominciò a manifestarsi nei decenni centrali dell’Ottocento. In quella fase i soggiorni estivi al fresco cominciarono a trovare una felice simbiosi con le cure termali praticabili in molte località montane e con l’accoglienza ai primi scalatori, o «conquistatori dell’inutile». I primi a provare interesse sono gli scienziati, i naturalisti, ecc…

Si parla di disciplinamento sociale, c’è voglia di superare i limiti e le proprie insicurezze, per ciò che riguarda i primi soggetti che si approcciano a questi tipi di montagna. A partire dai decenni centrali del XIX secolo l’alpinismo cambiò dunque l’immagine della montagna. L’alpinismo era per altro un fenomeno fondamentalmente esogeno alle comunità alpine.

  • accolto dapprima con diffidenza,
  • visto come conquista dell’inutile (Lionel Terray),
  • solo lentamente ne fu colto il suo potenziale economico, All’origine della crescita dell’offerta turistica - tanto di natura esogena che endogena - in tutte le aree della montagna alpina va comunque attribuito grande risalto all’ alpinismo. Dall’alpinismo derivò una importante spinta propulsiva:
  • per l’apertura di nuove strade, ferrovie, cremagliere , e funicolari (che consentono il superamento di pendenza di circa il 60%);
  • per la realizzazione di sentieri e rifugi; per la costruzione di neo-aggregati in quota. Quindi, si arriva a rendere accessibile la montagna ad un numero crescente di persone. E c’è un interesse generalizzato. Ci furono anche stimoli
  • per la ridefinizione del turismo termale e climatico (trasformazione di bagni contadini in kurorte)
  • per la riqualificazione dell’economia di numerosi villaggi di montagna La nuova domanda sollecitò investimenti adeguati alle esigenze di lusso dei nuovi turisti e fece attrezzare numerose località montane, prime fra tutte quelle svizzere, con strutture per praticare gli sport più diversi. L'enuclearsi del turismo nelle aree di montagna andò però precisandosi soprattutto lungo gli anni della belle époque (anni floridi, di crescita, vi è un florilegio di iniziative) grazie ad una duplice tipologia di arrivi:
  • gli ospiti blasonati
  • gli appassionati della montagna A fronte di una domanda che tendeva a diversificarsi in modo sempre più netto, l’ offerta seppe assumere, adeguandosi, diversi tipi di configurazione. La montagna alpina e le sue bellezze cominciarono ad essere conosciute e apprezzate, grazie anche alla valorizzazione promossa dagli interventi:
  • dei vari Club alpini (il primo fu nel 1857 Alpin Club a Londra; nel 1863 nasce in Italia; nel 1867 in Austria)
  • di gruppi imprenditoriali di provenienza urbana (sono gruppi esogeni, estranei al territorio in cui vengono fatti)
  • dei testimoni locali della cultura dell’ospitalità La bellezza è una conditio sine qua non. Ma la scelta di un determinato luogo va oltre gli elementi di bellezza o di ordine economico, ma ricomprende anche elementi di natura sociale, antropologica e architettonica. A trarne vantaggio non furono solamente le comunità di montagna che videro gradualmente mutare il proprio tradizionale assetto economico, ma anche i poli urbani di smistamento degli ospiti. Il tradizionale equilibrio agro-silvo zootecnico stava tramontando con l’aprirsi di nuove prospettive nel terziario turistico. Determinante fu la trasformazione delle infrastrutture di comunicazione (1854: linea ferroviaria del Semmering). Solo il loro miglioramento allargò la schiera dei fruitori della montagna. Contrapposizione nazionalistica che porta alla sopraffazione di una nazione su un’altra per agguantare la montagna. Grazie ad una serie di interventi tanto di un’imprenditoria esogena, quanto di operatori locali, si realizzarono diverse iniziative sia nel contesto prealpino, quanto in quello alpino. I casi di maggior successo si possono cogliere nelle località in cui si è verificata un’interazione tra operatori del posto, pubblica amministrazione locale e operatori provenienti dall’esterno. Protagonisti risultarono una serie di insediamenti alberghieri di alta classe, di lusso: i primi Hoteldörfer (albergopoli, insediamenti alberghieri che non hanno a che vedere con gli insediamenti umani sulla montagna, come i rifugi), che intendevano rispondere in termini nuovi alla domanda di loisir delle diverse aristocrazie:
  • loro rilievo sulle coste dei grandi laghi prealpini
  • loro crescente rilievo anche in siti del versante francese e svizzero delle Alpi
  • significativa la loro collocazione in aree dove aveva avuto modo di forgiarsi la cultura dell’ospitalità I primi insediamenti di Hotedorfer si verificano nel contesto urbano. Dopo l’avvio delle prime esperienze di Hotellerie di classe nelle Alpi francesi e svizzere, anche lungo il versante meridionale delle Alpi è possibile individuare la loro allocazione in località che da secoli costituivano punti di riferimento per viandanti di vario tipo, o per curandi alla ricerca di sollievo alle loro patologie. Vecchi e nuovi Kurorte, persa la loro tradizionale configurazione rustica e provinciale, ne andarono assumendo una internazionale.

FOCUS: Belle époque e turismo d’élite

Fino alla Belle époque nessuno aveva messo in conto che vicino al turismo potessero presentarsi degli elementi di vulnerabilità; tra questi, in particolar modo, la guerra. Vi è inconciliabilità tra guerra e turismo. La realizzazione di strutture analoghe al Grand Hotel Karersee, così come l’insieme delle operazioni di adeguamento di altri tipi di infrastrutture ricettive ebbero delle significative ricadute sull’organizzazione produttiva delle località interessate dai diversi tipi di flussi turistici:

  • sull’edilizia
  • sull’artigianato
  • sulle diverse tipologie di servizi Quindi, c’è un coinvolgimento di capitale umano … Tutto ciò genera un clima nuovo, ma parallelamente è rappresentativo di una scuola di formazione che inculca i primi elementi di imprenditorialità soprattutto quando la domanda diviene più democratica. Personale formato nelle strutture, che ha saputo crearsi risparmi riuscendo a recuperare mezzi per mettere un’attività in proprio. Trasformazione dell’economia locale ad un’economia tendente al terziario. In realtà che erano interessate da flussi di mobilità verso l’esterno, determinarono un contenimento del fenomeno migratorio e parallelamente l’attivazione di importanti segmenti di indotto. Sia il settore secondario, che quello primario conobbero dei mutamenti a seguito della nuova domanda espressa dal turismo. Si prospettava un nuovo equilibrio economico nelle destinazioni turistiche. Ricordiamo che il movimento ecclesiastico mostrava una certa retrosia nei confronti del turismo, ciò perché i movimenti di persone di un certo rango faceva sì che nella località visitata venissero ad instaurarsi comportamenti diversi da quelli attuati e previsti dai religiosi, ritenuti meno confacenti. Il turismo reca danni? Per gli ecclesiastici, dunque, la risposta è si. Ma c’è chi risponde no, perché determinate località ne trovano giovamento a livello lavorativo. Accanto a queste strutture di rango, ve ne erano altre più contenute: l’offerta consta anche di strutture ricettive aperte nei tradizionali villaggi di montagna, che cominciarono ad acquisire una nuova fisionomia grazie alla realizzazione di locande e piccoli alberghi a gestione familiare, ma anche dei primi rifugi sulle montagne circostanti. Ciò dava sia una risposta a chi non faceva parte dell’élite, ma dava l’avvio alla nascita di nuove figure professionali (es: guida alpina). C’è poi un’altra novità che accomuna le aree di montagna ad altri territori europei. L'affermarsi e il consolidarsi della presenza di "forestieri" nelle città , che si stavano qualificando oltre che come poli di interesse storico-artistico, anche come punti di partenza per le varie località “turistiche” (o stazioni di smistamento). Qual è il protagonista di questo cambiamento? La ferrovia. Essa coinvolge componenti che fino a poco prima non erano presenti tra i fruitori del turismo. Nella fase di affermazione più squisitamente élitaria del turismo alpino accanto all’imprenditoria e al capitale di provenienza esterna si propose gradualmente anche l’iniziativa locale. Posto che sull’onda dell’interesse per la montagna si andava diversificando la domanda, cominciando a coinvolgere anche il ceto medio, anche l’offerta si attrezzò. Si mettono in moto dei meccanismi affinché si possano soddisfare le esigenze di questa componente della popolazione. Superate le diffidenze verso i forestieri si allargò l’offerta, con l’intervento massiccio anche di energie endogene. Ne conseguì una ricaduta su ogni ganglio dell’economia locale. L‘effetto indotto dalla presenza del turismo d‘élite lasciò intravedere, già in questa fase, una profonda trasformazione economica e sociale di diverse località alpine. Tale trasformazione era destinata a crescere tra le due guerre. Per spiegare le trasformazioni intervenute nelle località interessate dalle nuove tipologie di offerta turistica, si debbono tenere presenti alcuni fondamentali passaggi, che vanno collegati alle considerazioni sulle trasformazioni di carattere strutturale. Fondamentale importanza hanno assunto i collegamenti e in particolar modo quelli ferroviari. Essi non riguardavano solo le grandi tratte, ma si spinsero anche verso territori ritenuti periferici e per molti versi inaccessibili (dalla seconda metà dell’‘800, soprattutto). Pionieristica a riguardo la politica ferroviaria della Svizzera. Qui, dopo la realizzazione delle grandi linee transalpine - durante la belle époque - erano state messe in cantiere numerose linee a scartamento ridotto, capaci di raggiungere anche località d'alta montagna. Nel ’72 primo importante tunnel ferroviario che oltrepassa le Alpi (Frejus). Cremagliera, funicolare, diventano importanti per brevi tratte in montagna. Nell'ultimo ventennio del secolo XIX, le ferrovie, sia ad aderenza, che a cremagliera, raggiunsero mete ritenute, solo qualche anno prima, impensate. Ad impegnarsi nella loro realizzazione ci fu un convergere di iniziative private e pubbliche.

Dopo il positivo esordio in vari cantoni svizzeri - dai Grigioni a Uri, all’Oberland Bernese - ferrovie, funicolari, cremagliere ed anche funivie cominciarono a servire una serie di territori dell’area alpina, mentre diversi tipi di tranvie svolgevano servizio di collegamento sia urbano che extraurbano. Ciò stava a significare che gli spostamenti della potenziale clientela che intendeva fruire dei servizi di ospitalità offerti dalle regioni che si aprivano al turismo poteva avvenire con maggior agilità e minor dispendio rispetto ai decenni centrali del secolo. L’attenzione per le risorse naturali e per la salvaguardia dell’ambiente rappresentava l’ultima delle preoccupazioni per chi intraprendeva gli investimenti tanto nelle infrastrutture di comunicazione, quanto nelle strutture destinate all’ospitalità. A trarne vantaggio erano innanzitutto i centri di smistamento ferroviario, che videro incrementarsi in termini particolarmente sensibili il numero degli arrivi. Proprio da queste città, che quasi sempre possedevano anche un patrimonio storico-artistico degno di menzione, potevano diramarsi nei territori circostanti i visitatori desiderosi di accostarsi ai nuovi luoghi di cura e soggiorno. Quindi anche queste località ne beneficiarono in maniera evidente. Ulteriore elemento che non può essere sottaciuto, in quanto emblematico della capacità organizzativa della belle époque fu: la creazione di organismi di promozione e coordinamento finalizzati a garantire agli ospiti consone dotazioni ricettive, a promuoverle e valorizzarle. Una volta che maturano, consentono di raggiungere una clientela e raccordare l’offerta con la domanda, arrivando a delle fasce di ospiti che difficilmente potrebbero raggiungere quelle determinate destinazioni (nulla a che fare con tour operator). Cominciano ad esserci inserzioni su giornali per la promozione turistica: giornali specializzati per la promozione turistica ma anche grandi testate che hanno una diffusione particolarmente importante e che vengono scelti sulla base del target a cui si intende arrivare. Il punto più maturo dell’organizzazione turistica è l’effettuazione di un’operazione di mediazione tra l’offerta e la domanda, cioè un coinvolgimento tra coloro che hanno degli esercizi in una determinata destinazione con la clientela che può essere interessata a raggiungere quella destinazione. È un’autentica operazione di mediazione, di offerta di raccordo tra offerta e domanda. In più, una delle strade più efficaci scelte soprattutto dagli esercizi che si affacciano in maniera nuova in una determinata destinazione è sempre quella di far riferimento alla presenza di grand hotel, che dunque avranno una funzione “calamita” e diventano faro per le realtà circostanti. Una «fotografia» prodotta sulla base dei dati statistici raccolti dalla k.k. Statistische Zentralkommission di Vienna, rileva che complessivamente nel Land Tirol nel 1900 erano presenti Grand Hotel (definiti così gli alberghi con minimo 50 stanze) in ben 56 località:

  • 16 erano nel Tirolo settentrionale (Innsbruck ne vantava 10 su una dotazione di 25 alberghi)
  • 2 nell’Ost Tirol
  • 26 nel Sudtirolo tedesco (10 a Merano su un complesso di 41 alberghi)
  • C’era poi Cortina (con 4 Grand Hotel)
  • Infine 10 località del Sudtirolo italiano (Trentino) con complessivamente 15 Grand Hotel
  • Il più grandioso era il Grand Hotel des Alpes di Madonna di Campiglio con ben 250 stanze La presenza di queste strutture sta a dimostrare come il contesto delle montagne tirolesi erano ormai diventate un territorio, una destinazione, del tutto paragonabile alle Alpi svizzere. Con la belle époque è possibile riscontrare una serie di segnali che fanno ipotizzare il presentarsi di una prima forma di democratizzazione del turismo. A rendersene protagonista è la “cultura del sole”, lanciata dai nuovi dettami della medicina, che non esclude più l’elioterapia. Coinciderà agli inizi del Novecento con la piena valorizzazione turistica del Mediterraneo e con la sua vittoriosa concorrenza alle località balneari dell’Europa settentrionale. In particolar modo, è a costa italiana la maggior meta turistica. Risulterà meno élitaria della frequentazione dei Kurorte , non solo per le sue origini popolari ma specialmente per la facilità d’accesso al mare a costi contenuti. La vacanza mediterranea andò modellandosi sulla classe media , la nuova protagonista del turismo europeo, (piccoli imprenditori, commercianti, mercanti, alti funzionari, ecc), che percepisce livelli reddituali interessanti ma non tali da permettere loro di esprimere una domanda focalizzata sull’offerta d’élite. Si avvia quindi la democratizzazione del turismo. Si tratta dell’avanguardia del turismo di massa che avrà modo di affermarsi nel secondo dopoguerra. È una componente che guarda certo alle nuove destinazioni, ma ad un’offerta diversa da quella dell’élite.

in breve: la razionalizzazione di tutto il settore , concorre a fare del turismo qualcosa di diverso da ciò che esso era stato fino all’inizio del XIX secolo. L’espandersi delle attività turistiche si connette a un nuovo modo di produzione inserito in un processo di più ampia portata, legato alla trasformazione complessiva delle società europee. Il processo di graduale trasformazione del fenomeno turistico si verifica sotto l’influenza dei cambiamenti che hanno luogo nei settori tradizionali dell’organizzazione produttiva, con particolare rilievo a quella industriale. Il turismo si serve e approfitta delle conoscenze sviluppatesi in ambito industriale. Il processo di “industrializzazione” del turismo induce pertanto una crescita che coinvolge altre attività e impiega nuovi attori. La sua ridefinizione in senso “industriale” introduce però anche una serie di elementi di vulnerabilità, che rispecchiano l’andamento ciclico di una società industrializzata. L’elemento della vulnerabilità non era però mai stato contemplato dagli operatori del settore.

FOCUS: Le trasformazioni del turismo tra prima guerra mondiale e periodo infra-bellico

Anche il turismo però, raggiunto un peso significativo in ambito economico, comincia a manifestarsi estremamente vulnerabile di fronte alle fluttuazioni. Si tratta di una caratteristica che nella fase di democratizzazione del turismo comincia solamente ad affacciarsi. Già in questo periodo si possono tuttavia cogliere alcuni segnali della vulnerabilità del settore. A renderli palesi in termini inequivocabili è lo scoppio del primo conflitto mondiale nel 1914, guerra che sfianca l’intera Europa e che, benché dovesse essere una guerra lampo come previsto, durò ben 5 anni. Le vicende della prima guerra mondiale renderanno palese come le fluttuazioni politiche e militari (guerre, attentati, incertezza politica) possano perturbare per periodi più o meno lunghi i movimenti turistici e anche chiudere totalmente l’accesso a siti turistici affermati. Altri tipi di fluttuazione avrebbero dimostrato, in periodi successivi, la vulnerabilità del settore:

  • fluttuazioni economiche e finanziarie : le crisi, le recessioni, i rallentamenti congiunturali agiscono immediatamente sulle attività turistiche, nella misura in cui il consumatore riduce subito le spese relative al tempo libero a vantaggio di altre giudicate più necessarie;
  • fluttuazioni climatiche : ad esempio, la mancanza di neve oppure la piovosità estiva, si sono dimostrate capaci di paralizzare per tutta una stagione le attività delle località turistiche di montagna;
  • fluttuazioni culturali e simboliche : il cambiamento dei gusti, le trasformazioni dei modelli di consumo, le modificazioni dei comportamenti nei confronti dell’ambiente, possono alterare profondamente gli schemi tradizionali di viaggio e villeggiatura. Per ciò che concerne la guerra, questa venne definita mondiale, ma in realtà fu prevalentemente una guerra europea: non toccò tutti i paesi del mondo, ma toccò il turismo di tutto il mondo. Risultò tangibile che guerra e turismo rappresentano un binomio sostanzialmente inconciliabile. Parallelamente però, in questo stesso periodo, si sono sperimentate tecnologie che avrebbero potuto costituire una piattaforma particolarmente utile per potenziare il turismo in particolari destinazioni. L’Europa era per altro uscita fortemente provata dai 5 anni di guerra. Accanto alle perdite umane risultarono particolarmente pesanti gli scompensi di ordine finanziario. Tali scompensi, così come la ridefinizione politico-istituzionale del vecchio continente avrebbero determinato evidenti ricadute sia sulla tradizionale domanda, sia sull’offerta turistica. Partiamo dai costi della guerra. I costi umani del conflitto danneggiarono le economie europee più che la distruzione del capitale: ð 8,5 milioni di soldati europei deceduti nell’ambito del settore militare ð 5 milioni di civili uccisi ð diversi milioni di vittime, nel 1918, della “spagnola” che ha un effetto letale che colpì una popolazione già debilitata da anni di guerra ð complessivamente in Europa ci furono oltre 20 milioni di morti Alla conferenza di pace si tentò addirittura di quantificare il costo complessivo delle perdite, per addossarlo - nonostante la contrarietà di Keynes - alla Germania. La Germania fu privata del 13 % del proprio territorio. Ma venne anche obbligata a pagare 132 miliardi di marchi oro alle potenze vincitrici, nonché un’imposta del 20% sul valore complessivo di tutte le esportazioni. Keynes grande economista presente alla conferenza, nell’ambito della delegazione britannica, contrariato a questa situazione disse che: “abbiamo creato le condizioni perché si generi un nuovo conflitto ancora più drammatico”. Tutto questo incide dal punto di vista economico e sociale e nel rapporto tra i vari popoli europei. Scompare la monarchia asburgica, dalle cui ceneri nacquero nuovi stati, come il Regno di Ungheria, la Repubblica Cecoslovacca, il Regno SHS (Serbi, Croati, Sloveni) e se ne ingrandirono diversi altri. Vi fu una nuova configurazione dell’Europa, che comportò cambiamenti in ogni ambito: si moltiplicarono frontiere, monete, banche centrali, sistemi fiscali e doganali; in più, tutti i Paesi, usciti dalla guerra, furono colpiti da un processo inflazionistico. Tutto ciò non favorì certo il turismo. Parallelamente l’offerta fu costretta a rivedere ogni suo contenuto.
  • Tutte le risorse – nei paesi belligeranti – erano indirizzate a sostenere lo sforzo bellico. L’economia di guerra non è più regolata dal rapporto dialettico tra domanda e offerta. Si registrò un crollo verticale della domanda.
  • Ciò significava che non era possibile destinare risorse, tanto di carattere infrastrutturale (ferrovie e sistema trasportistico), quanto di natura propriamente economica (derrate alimentari e varie tipologie di servizi) al soddisfacimento del loisir di una componente élitaria e privilegiata della società, che avrebbe avuto i mezzi per esprimere anche nel contesto bellico una domanda di servizi turistici. Il mercato libero non esiste più, la popolazione civile passa nettamente in secondo piano e la quantità dei beni a loro disposizione va sempre più restringendosi. Viene così introdotto il razionamento.
  • Tutte le destinazioni turistiche non comprese nell’area degli scontri vennero destinate ad usi diversi rispetto alla loro funzione originaria (comandi militari, ospedali, lazzaretti e convalescenziari), anche i Grand Hotel.
  • I pochi turisti, specie se provenienti dall’estero, nei paesi belligeranti erano considerati come potenziali spie. Quindi, venivano dapprima trattati prima con sospetto e poi in maniera penalizzante.

C’era per altro la consapevolezza che non era con le vicende belliche che si sarebbero potuti risolvere i problemi economici dell’occidente:

  • bisognava pertanto pensare a ridisegnare i rapporti internazionali per la fase postbellica;
  • nel luglio 1944 vi fu la conferenza internazionale a Bretton Woods per ristabilire ordine nel marasma monetario internazionale, sviluppando una serie di fattori che fecero in modo che non si verificasse più una situazione come quella della grande crisi. sviluppò una serie di fattori che fecero in modo che non si verificasse più una situazione come quella della grande crisi sviluppò una serie di fattori che fecero in modo che non si verificasse più una situazione come quella della grande crisi.
  • Caratteristiche del turismo nel periodo infrabellico Contesto: problema inflazionistico e poi iperinflazionistico, crisi del ‘29 fino al 1932, poi nel 1933 ascesa al potere di Hitler. Questo periodo non si rivelò certo particolarmente propizio per lo sviluppo turistico:
  • era complessivamente venuta meno una certa tipologia di domanda, quella espressa dalla raffinata clientela d’élite della belle époque; le condizioni economiche di diverse aree d’Europa l’avevano fortemente ridimensionata,
  • tale clientela non era, certo, facilmente sostituibile. Intervennero però parallelamente una serie di elementi capaci di avviare una nuova stagione per il turismo. Elemento particolarmente importante è costituito dalle novità:
  • nella determinazione del tempo libero,
  • nelle modalità di impiego dello stesso,
  • nelle caratteristiche socioeconomiche di chi poteva disporne. Alla base delle trasformazioni, in un periodo di difficoltà, c’è una svolta che avvenne in Francia e che inizia nel 1925 con l’approvazione della legge da parte di una Camera. Ma la vera svolta avvenne però nel 1936 (l’“anno primo della felicità”, definito in tal modo dal ministro francese): varo di una legge che stabiliva che tutti i lavoratori di qualsiasi categoria avevano diritto a 15 giorni di ferie pagate, retribuite – un primo provvedimento simile era stato varato in Inghilterra nel 1871 per i banchieri. Cosa comportano le ferie pagate? Il soggetto che presta lavoro come dipendente, non solo ha diritto ad una vacanza, ma nel momento in cui non esercita l’attività lavorativa viene comunque pagato come fosse sul luogo del lavoro. Quindi, ha un tempo libero dal lavoro e allo stesso tempo ha delle risorse per poter intraprendere un viaggio al di fuori della dimora abituale. Ciò comporta un ampliamento della domanda e parallelamente anche un potenziamento dell’offerta, la quale si modellizza sulle aspettative e i bisogni di quella componente che per la prima volta si affaccia al contesto turistico. L’ingresso di questa nuova tipologia di domanda nel mercato turistico creò una serie di problemi di adeguamento da parte dell’offerta. Vennero emergendo i problemi legati alla debole preparazione professionale degli operatori turistici: vi era necessità, dunque, di appositi centri di formazione (la prima scuola alberghiera svizzera risaliva al 1893). Allargare l’offerta significò rendere operative in maniera specifica nuove professioni che dovevano dunque essere adeguatamente formate. Nel 1919 nacque l’ENIT: ente nazionale per le industrie turistiche , organismo pubblico di promozione e organizzazione del turismo in Italia. Il modello era il francese Office national du Tourisme sorto nel 1910. Tra i suoi compiti rientrava quello della modernizzazione del settore attraverso:
  • la formazione degli operatori turistici - grazie all’attivazione di scuole alberghiere: insegnare in apposite scuole tutte le capacità che erano richieste nelle varie professioni,
  • la promozione turistica: renderla più efficace,
  • l’agevolazione degli spostamenti. Promossi anche uffici di viaggio (agenzie turistiche) in Italia e all’estero, con l’obiettivo di coordinare i flussi turistici in Italia: dal 1927 però le attività di agenzia vennero affidate alla CIT (Compagnia italiana turismo) la quale si occupò anche dei primi rilievi statistici sul movimento turistico in Italia. Da questi dati evidenziamo che prima di arrivare, in Italia, a cogliere una serie di flussi che fosse paragonabile a quella esistente prima dello scoppio della guerra, ovvero durante la Belle époque, dovremmo aspettare almeno 5 anni dalla conclusione del conflitto. Tali dati evidenziano che agli inizi degli anni ‘30 c’è una flessione, un vistoso rallentamento, che non risponde alla portata complessiva della crisi. La crisi rappresenta un momento di enorme difficoltà, c’è una caduta nel reddito della popolazione, ci si aspetterebbe che le priorità che vengono intraprese dalla domanda siano dei beni essenziali e che quelli turistici abbiano una contrazione, ma questa non fu una caduta pesante perché erano sempre e comunque i componenti delle élite a muoversi, che dunque non risentirono troppo della crisi. Ricordiamo che vi fu un accordo tra ENIT e le Ferrovie dello Stato per proporre delle facilitazioni per far sì che dei convogli giungessero direttamente nelle stazioni delle località turistiche o in quelle prossime. Sicuramente ne trassero

vantaggio le grandi città d’arte e anche le destinazioni turistiche che apparentemente erano distanti dai flussi percorsi dagli ospiti (es. Taormina, Rimini). C’era la necessità di un processo di razionalizzazione per le agenzie di diversa natura operanti nel settore turistico. Nuove opportunità si aprirono grazie alle esperienze dei dopolavoro. Parallelamente si verificò la creazione di nuove tipologie di tipo ricettivo. Ruolo di rilievo accanto ai grandi alberghi assunsero anche i piccoli esercizi (ricordiamo, infatti, che i Grand hotel non sono scomparsi, ma vedono comunque ridimensionarsi la domanda a causa della crisi):

  • nascita delle “colonie” marine e montane – negli anni ‘30 ne vengono costruiti circa 400, ospitavano in prevalenza bambini provenienti da famiglie che non avrebbero potuto permettersi di affrontare l’onere di un soggiorno marittimo o montano che sia;
  • apertura dei primi campeggi (esperienza pionieristica inglese del primo Novecento, da derivazione americana)
    • esperienza proveniente da oltre oceano, riprodotta però in maniera più ridotta rispetto a quella svolta in America; generalmente la clientela è molto giovane, capace di accettare delle condizioni di ospitalità piuttosto spartane; il turismo non è familiare;
  • nascita di insediamenti “improvvisati” e spartani in aree balneari;
  • nascita però anche dei primi “parchi dei divertimenti”, vere e proprie aree di intrattenimento dotate di una molteplicità di svaghi. Vi è un caso emblematico: Rimini. Nel 1908 venne costruito il Grand hotel, divenendo punto di attrazione di un target che si indirizzava nella riviera adriatica. Fu il Comune a prendere l’iniziativa, affidando ad un urbanista l’idea di creare uno stabilimento di prestigio per dare spessore all’offerta turistica romagnola. A quel punto Rimini inizia a diventare zona di attrazione per le nuove élite: nascono delle nuove seconde case in stile liberty che si ripropongono sul lungo mare, dando origine ad una serie di ospiti che non vogliono fruire dell’offerta degli alberghi ma vogliono una loro residenza di un certo decoro. Ulteriore prestigio venne dato alla località grazie al fatto che il Duce andasse in villeggiatura in quelle località (effetto lista: se ci va una persona importante ci voglio andare anche io per dimostrare il mio prestigio). La villeggiatura anche in Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, cominciava - una volta superate le difficoltà del dopoguerra - a rappresentare un fenomeno di consistente diffusione. Il TCI (1894 – durante la Belle époque), ribattezzato Consociazione turistica italiana, pubblicò nel 1932 la prima guida esclusiva delle località marittime e climatiche italiane. Suo compito fu quello di valorizzare gli studi di carattere geografico per far conoscere l’Italia agli italiani e agli stranieri. Promuove il turismo italiano tra gli “italiani all’estero”, i figli degli immigrati all’estero. Cerca di favorire la massima libertà dei turisti in movimento, utilizzando i mezzi pubblici o attraverso modalità che timidamente stavano affacciandosi legate alla motorizzazione privata, e studia il modo di realizzare nuove forme di turismo. I Grand hotel continuavano ad accogliere la clientela più blasonata - ed accanto a quelli inglesi, francesi, svizzeri e della mitteleuropa vanno annoverati anche quelli del Lido di Venezia, di Taormina, Rapallo, Sanremo e della costiera sorrentina e amalfitana - accanto ad essi però piccoli alberghi e pensioni ospitavano le classi medie. E il fenomeno divenne consistente anche in Italia. Nel 1925 venne fondata in Italia l’OND - Opera Nazionale Dopolavoro – (organismo che assume un’importanza fondamentale per il regime, che accattiva ed attrae nei confronti del regime le classi lavoratrici– vuole offrire ad una componente che non potrebbe permettersi una vacanza, la possibilità di poterla fare) e nel 1933 in Germania un’organizzazione ad essa corrispondente: la KdF Kraft durch Freude – “potere attraverso la gioia” (finalizzata ad attivare consenso nei confronti del regime). Organizzavano feste sportive, escursioni e viaggi a prezzi favorevoli. Attraverso lo sviluppo psicofisico da coltivare nei momenti di tempo libero le due organizzazioni intendevano legare a fascismo e nazionalsocialismo le classi lavoratrici. L’allargamento del turismo alle componenti a basso reddito fu però ridimensionato dagli effetti delle crisi finanziarie. Si trattò dapprima, negli anni immediatamente postbellici, delle crisi monetarie - iperinflazione tedesca svolta deflazionistica in Italia - e poi dagli effetti ancora più pesanti della grande depressione. Le chiusure protezionistiche - es. la tassa di 1000 marchi per i tedeschi che avessero voluto villeggiare all’estero - rallentarono gli spostamenti a livello internazionale. L’avvio di un diffuso utilizzo dell’automobile lo rese invece accessibile anche a località non servite dalla ferrovia. In questo periodo si modificò anche la fisionomia del turismo di montagna, che venne maggiormente valorizzata e che fino ad allora era pressoché esclusivamente turismo estivo. Da metà anni venti cominciarono ad essere realizzati i primi impianti funiviari:
  • nel 1924 entrò in funzione a Montana (CH) il primo impianto di risalita per sciatori,
  • al Lauberhorn, all’Arlberg e a Kitzbühel si svolsero le prime gare sciistiche,
  • nel 1925 entrò in funzione la funivia del Pocol a Cortina,
  • nel 1934 venne messa in funzione sul Monte Bondone la prima «slittovia» d’Europa. Con la realizzazione dei primi impianti di risalita prese l’avvio l’esperienza della “seconda stagione”.