

























































































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
dispense storiami storia greca con mappe,rferimenti bibliografici e approfondimenti
Tipologia: Dispense
1 / 97
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


























































































Canta, o dea, l’ira di Achille figlio di Pèleo, rovinosa, che mali infiniti provocò agli achei e molte anime forti di eroi sprofondò nell’Ade, e i loro corpi fece preda dei cani e di tutti gli uccelli, si compiva il volere di Zeus, dal primo istante in cui una lite divise l’Atride, signore di popoli, ed Achille divino.
Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell’animo suo, per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: con la loro empietà si perdettero, stolti, che mangiarono i buoi del Sole Iperìone: ad essi egli tolse il dì del ritorno. Racconta qualcosa anche a noi, da un punto qualsiasi, o dea figlia di Zeus.
Così egli [Zeus] sul trono lì si sedeva; né ad Era sfuggì, quando lo vide, che con lui aveva tramato Teti dal piede d’argento, la figlia del vecchio del mare; e subito con ingiurie si rivolgeva a Zeus Crònide: «Chi dunque, ideatore d’inganni, ha tramato con te fra gli dèi? Sempre ti è caro, stando alla larga da me, rimuginando segreti, decidere; né mai parola spontaneamente hai il coraggio di dirmi, su quello che pensi». A lei rispondeva allora il padre degli uomini e degli dèi: «Era, non ti illudere di poter conoscere tutti i miei pensieri: ostici ti sarebbero, anche se sei mia moglie! Ma quello che è dato ascoltare, allora nessuno prima di te lo saprà fra gli dèi o fra gli uomini; quello che invece io voglio di nascosto agli dèi pensare, tu non starlo a chiedere punto per punto, non indagare». A lui rispondeva allora Era veneranda, dall’occhio bovino: «Crònide terribile, che discorso hai fatto? Di solito, anche troppo non ti chiedo e non indago, ma tutto tranquillo proteggi quello che vuoi. Ma ora sospetto davvero dentro di me che ti abbia convinto Teti dal piede d’argento, la figlia del vecchio del mare: di primo mattino t’è venuta vicino e t’ha preso i ginocchi; penso che a lei tu abbia fatto segno verace che ad Achille darai gloria, e molti farai morire degli Achei presso le navi». A lei di rimando diceva Zeus adunatore di nembi: «Maledetta, sempre sospetti, ed io non ti sfuggo; ma proprio nulla potrai ricavarne, lontana però dal cuore più mi sarai; e questo sarà per te ancora più amaro. Se le cose stanno così, vuol dire che mi va bene; ma siediti, senza fiatare, e obbedisci al mio ordine; non ti sarebbero d’aiuto tutti gli dèi che sono in Olimpo, se ti vengo vicino, quando ti metta addosso le mani invincibili». Così parlò, ed Era veneranda, dall’occhio bovino, ebbe paura e, senza fiatare, si mise a sedere, dominando il suo cuore.
Tra sé pensava Era, l’augusta dea dai grandi occhi, come ingannare la mente di Zeus signore dell’egida; nel suo cuore il disegno migliore le parve infine andare sull’Ida, dopo essersi bene abbigliata, sperando che Zeus desiderasse giacere accanto al suo corpo nell’amore, e lei potesse versargli sugli occhi e nell’animo accorto il sonno morbido, privo d’angosce. Andò nella stanza che le aveva costruito suo figlio Efesto e aveva adattato agli stipiti battenti solidi con una serratura segreta, che nessun altro dio poteva aprire. E giunta là, chiuse le splendide porte; prima deterse con l’ambrosia ogni
ammaliano gli uomini: imprese di dèi, gesta di eroi, quelle che celebrano tutti gli aedi. A loro canta una di queste, ed essi bevano il vino, in silenzio. Ma questo tristissimo canto interrompi, che sempre mi strazia il cuore nel petto. Dolore tremendo, insopportabile è in me, che un grande uomo rimpiango e senza tregua ricordo, un eroe la cui fama di gloria riempie l’Ellade intera e giunge al cuore di Argo». Le disse allora il saggio Telemaco: «Perché, madre mia, non vuoi che l’aedo fedele canti come gli detta il cuore? Non hanno colpa gli aedi, è Zeus che agli uomini distribuisce le sorti, come vuole, a ciascuno. Non bisogna adirarsi con lui se canta il crudele destino dei Dànai: gli uomini amano di più quel canto che al loro orecchio suona più nuovo».
E a lui rispondeva il saggio Odìsseo: «Alcìnoo sovrano, insigne fra tutte le genti, certo è bello ascoltare un cantore quale è costui, somigliante agli dèi nella voce. Non c’è, io credo, una meta più gradita di quando la gioia regna in tutto il popolo, e i convitati nella sala ascoltano il cantore sedendo in fila; e dinanzi a loro le tavole sono piene di pane e di carni, e il coppiere attinge dal vaso grande il vino e lo porta dattorno e lo versa nelle tazze. Tutto questo è veramente assai bello, mi pare».
Giunse l’araldo [presso la sala del banchetto, nella reggia di Alcìnoo] conducendo il fedele aedo Demòdoco, stimato da tutti, e lo fece sedere in mezzo ai banchettanti, appoggiato ad una colonna. […] Quand’ebbero saziato il bisogno di cibo e di bevande, allora l’astuto Odìsseo parlò a Demòdoco: «Demòdoco, io ti apprezzo al di sopra di tutti gli uomini: ti ha istruito la Musa figlia di Zeus, oppure Apollo. Hai cantato bene il destino dei Greci, cosa fecero, cosa patirono e quanto soffrirono, come l’avessi visto in persona, o sentito da un altro. Ma su, ora cambia, e canta del cavallo di legno che costruì Epèo con l’aiuto di Atena, l’inganno che introdusse in città il nobile Odìsseo, dopo averlo riempito degli uomini che devastarono Troia. Se canterai bene anche di questo, senz’altro voglio dire a tutti quanti gli uomini che un dio benigno ti ha concesso il canto divino». Disse, e Demòdoco, spinto dal dio, cominciò a cantare.
Ettore aspettava il gigantesco Achille che si faceva sempre più vicino. Come un serpente sui monti, appostato presso la tana, aspetta l’uomo; gonfio di veleni e in preda a una furia tremenda, avvolge le sue spire sopra la tana, lanciando sguardi terribili; così Ettore, pieno di inestinguibile ardore, non arretrava di un passo, lo scudo luminoso appoggiato a una sporgenza del muro. Con l’animo turbato diceva però a se stesso, al suo cuore generoso: «Ahimè, se passo le porte e rientro tra le mura, Polidamante mi coprirà di ingiurie per primo, lui che mi consigliava di guidare i Troiani verso la città quella notte, la notte di sventura in cui è riapparso il divino Achille. Ma io non l’ho ascoltato; eppure sarebbe stato meglio. Ora che, per la mia follia, ho condotto l’esercito alla rovina, provo vergogna davanti ai Troiani e alle Troiane dalle lunghe vesti; temo che un giorno qualcuno, inferiore a me, possa dire: “Ettore si è fidato della sua forza e ha rovinato il suo popolo”. Questo diranno. E allora è molto meglio per me affrontare Achille e ritornare dopo averlo ucciso, o essere ucciso da lui, ma con gloria, davanti alla mia città. E se invece depongo lo scudo convesso e l’elmo pesante, se appoggio al muro la lancia e vado incontro al nobile Achille, se gli prometto di restituire agli Atridi Elena – che se la riportino indietro – e
con lei tutti i tesori, tutti quelli che Alessandro portò a Troia sulle concave navi – e fu l’inizio della contesa –, se prometto di far parte agli Achei di tutto ciò che possiede questa città, facendo giurare agli anziani di Troia di non nascondere nulla, ma di dividere tutti i beni che la nostra bella città racchiude fra le sue mura… Ma che cosa mi suggerisce il mio animo? Se gli vado incontro, non avrà certo pietà di me, né rispetto, e se depongo le armi mi ucciderà così, nudo e inerme come una donna. No, non è il momento di parlare del più e del meno come fanno i giovani con le fanciulle e le fanciulle con i giovani nei loro colloqui d’amore. Meglio lo scontro, subito; vedremo a chi dei due il re dell’Olimpo vorrà dare la gloria».
Solo Tersite vociava ancora smodato, lui che molte parole sapeva in cuore, ma a caso, vane, non ordinate, per sparlare dei re […]. Era l’uomo più brutto che venne sotto Ilio. Era camuso e zoppo a un piede, le spalle erano storte, curve e rientranti sul petto; il cranio aguzzo in cima e il pelo vi fioriva rado. Era odiosissimo, soprattutto ad Achille e a Odisseo, poiché di loro sparlava sempre; ma allora contro il glorioso Agamennone diceva ingiurie, vociando stridulo; certo gli Achei con lui l’avevano terribilmente, l’odiavano, ma dentro il cuore; quello però, gridando forte, accusava Agamennone […]. A lui si avvicinò rapido il glorioso Odìsseo, guardandolo bieco lo investì con dure parole […] e con lo scettro gli percosse il petto e le spalle; quello si contorse, gli cadde una grossa lacrima, un gonfiore sanguinolento si sollevò sul dorso sotto lo scettro d’oro; sedette e sbigottì dolorante, con aria stupida si asciugò la lacrima: gli altri scoppiarono a ridere di cuore di lui, benché afflitti.
Aulide, dove un tempo gli Achei, attendendo la fine del cattivo tempo, avevano radunato molta gente per andare dalla sacra Grecia, a Troia dalle belle donne; allora per i giochi del bellicoso Anfidamante, attraversando il mare, mi recai a Calcide; là i suoi figli magnanimi avevano proposto e bandito molti premi nelle gare; là, io dico, vincitore nel canto, ebbi in premio un trìpode ansato che consacrai alle Muse di Elicona, laddove esse, primamente, m’avevano avviato al sonante carme. Delle ben ferrate navi questo soltanto conosco, ma, anche così, io ti rivelerò la mente dell’egìoco Zeus, perché le Muse m’insegnarono a cantare un canto infinito.
Sulla terra di Contese (érides) non c’è un solo genere, ma due: l’una chi la comprende la loda, ma l’altra è degna di biasimo, perché hanno un’indole diversa ed opposta: l’una infatti, crudele, favorisce guerra cattiva e discordia; nessun mortale la ama, ma costretti, per volontà degli dèi, rispettano la triste Contesa. L’altra la generò per prima Notte oscura; e l’alto Crònide [Zeus], che nell’etere ha la dimora, la pose alle radici della terra e per gli uomini è molto migliore: essa risveglia al lavoro anche chi è pigro; perché se uno è senza lavoro e guarda a un altro che, ricco, si sforza ad arare e a piantare e a far prosperare la casa, è allora che il vicino invidia il vicino che si adopera per arricchire; e buona è questa Contesa per gli uomini; e il vasaio è geloso del vasaio, e il fabbro del fabbro e il mendicante invidia il mendicante, il cantore il cantore.
Il mese di Leneòne [gennaio / febbraio], giornate tremende, spellabuoi tutte quante! Bisogna starne in guardia! E guardarsi dalle gelate che arrivano spietate sulla terra quando soffia Bòrea che dalla Tracia nutrice di cavalli soffia sul mare disteso e l’inarca; terra e foresta son tutte un gemito; molte querce dalle alte chiome e molti abeti frondosi stende sulla terra feconda nelle gole dei monti, assalendoli, e la foresta tutta, sconfinata, allora urla. Rabbrividiscono le bestie, nascondendo le code sotto i ventri, anche quelle che hanno la pelle coperta di lana: le trapassa con i soffi di gelo, benché avvolte da manti lanosi. Trafigge anche la pelle spessa del bue, che non fa barriera; e soffiando trapassa la coltre di peli delle capre. Ma la forza della raffica di Bòrea non penetra le pecore, perché è abbondante il loro pelo: incurva il vecchio, invece, come ruota.
Quelli [gli dèi convocati da Zeus dopo che Prometeo gli ha sottratto il fuoco] obbedirono a Zeus Crònide; allora l’illustre Zoppo [il dio Efesto] formò dalla terra un’immagine simile a vergine casta, secondo la volontà del Crònide; la dea glaucopide Atena la cinse e l’adornò, le dee Grazie e la signora Persuasione le posero attorno delle collane d’oro, mentre le Ore dalle belle chiome intrecciarono attorno a lei collane di fiori di primavera; e ogni ornamento Pallade Atena adattò al suo corpo. Dentro al suo petto infine il messaggero Argifonte [il dio Hermes] pose menzogne e discorsi ingannevoli e scaltri costumi, come voleva Zeus che tuona profondo, e dentro l’araldo degli dèi le pose la voce e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti delle case d’Olimpo la diedero come dono, pena per gli uomini che mangiano pane. Poi, dopo che l’inganno difficile e senza scampo ebbe compiuto, ad Epimeteo [fratello di
Prometeo] il padre mandò l’illustre Argifonte, araldo veloce, a portare il dono degli dèi; ed Epimeteo non volle fare attenzione – come a lui Prometeo diceva – a non accogliere mai dono da Zeus Olimpio, bensì rimandarlo indietro, che non dovesse venire qualche male ai mortali: solo dopo che l’ebbe accolto, quando subì la disgrazia, capì. Prima infatti la stirpe degli uomini viveva sulla terra lontano e al riparo dal male, e lontano dall’aspra fatica, da malattie dolorose che agli uomini portano la morte (veloci infatti invecchiano i mortali nel male). Ma la donna, levando con la sua mano il grande coperchio dall’orcio, procurò agli uomini i mali che causano pianto e li disseminò. Solo Speranza rimase dentro all’orcio, senza passarne la bocca, come in una casa indistruttibile, né volò fuori, perché prima Pandora aveva rimesso il coperchio dell’orcio per volere di Zeus egìoco che aduna le nubi. E infinite tristezze vagano tra gli uomini, e la terra è piena di mali, pieno ne è il mare; i morbi si aggirano da soli tra gli uomini, alcuni di giorno, altri di notte, portando mali ai mortali, in silenzio, perché della voce li privò il saggio Zeus. Così non è possibile ingannare la mente di Zeus.
Ed invero come quando le api nelle chiuse arnie alimentano i fuchi, esperti solo di cattive opere – mentre alcune di esse per l’intero giorno fino al calare del sole, un giorno dopo l’altro, si affrettano a deporre la bianca cera, i fuchi invece restando dentro i coperti alveari raccolgono per il loro ventre il frutto della fatica altrui –, allo stesso modo Zeus altitonante ha fatto per gli uomini mortali le donne come malanno, esperte solo di opere malvage, e vi ha aggiunto un altro malanno ancora, al posto di un bene. Quegli invero che fuggendo le nozze e le opere moleste delle donne non ha volontà di sposarsi, giunge alla molesta vecchiaia, con la mancanza di uno che lo assista nella età tarda; egli vive non certo bisognoso del vitto, ma quando muore la sua ricchezza se la dividono i suoi lontani parenti. Al contrario, colui che ha avuto il destino delle nozze, ed ha preso una buona moglie, saggia nell’animo suo, in tutta la sua vita egli compensa il male col bene; quando invece va a sbattere su una donna di stirpe malefica, egli vive avendo nel petto un’angoscia costante, nell’animo e nel cuore, e senza rimedio è il suo male. Così non è dato frodare il pensiero di Zeus, né trasgredirlo.
Avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe di uomini, e fossi morto già prima oppure fossi nato dopo, perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte, affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi. Però, anche per questi, ai mali si mescoleranno i beni. Ma Zeus distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali, quando nascendo avranno già bianche le tempie; allora né il padre sarà simile ai figli né i figli al padre; né l’ospite all’ospite, né l’amico all’amico e nemmeno il fratello caro sarà come prima; ma ingiuria faranno ai genitori appena invecchiati; a loro diranno improperi rivolgendo parole malvage, gli sciagurati, senza temere gli dèi; né ai genitori invecchiati daranno di che nutrirsi; il diritto starà nella forza e l’uno saccheggerà all’altro la città. Né il giuramento sarà rispettato, né lo sarà chi è giusto o buono; piuttosto rispetteranno l’autore di mali e l’uomo violento; la giustizia sarà nella forza e non vi sarà coscienza; il cattivo porterà offese all’uomo
La miseria di tutta la Grecia corse insieme a Taso.
Questa, come una schiena d’asino, se ne sta coronata da foresta selvaggia.
Non m’interessa una vita come quella del ricchissimo Gige e mai ne ho provato invi- dia: non aspiro ad azioni divine, né desidero un grande potere: queste cose sono lonta- ne dai miei occhi.
Niente è inatteso, né impossibile, né stupefacente, da che Zeus padre degli Olimpi di mezzogiorno fece notte, subito nascondendo la luce del sole fulgido; un umido timore si diffuse fra gli uomini. Da allora ogni cosa è da credere, e tutto ci si può aspettare; nessuno di voi si stupisca di ciò che vede, neppure se le fiere scambiassero con i del- fini il pascolo marino, e a quelle le onde risonanti divenissero più care della terra- ferma, e agli altri i monti boscosi.
Qualcuno dei Sai si fa bello del mio scudo che accanto a un cespuglio, arma senza di- fetto, ho dovuto abbandonare. Però ho salvato me stesso: che m’importa di quello scu- do? Alla malora! Me ne procurerò uno non peggiore.
Non mi piace un comandante d’alta statura, né piantato a gambe larghe, né fiero dei suoi riccioli o ben rasato: me ne andrebbe bene uno piccolo, con le gambe storte a ve- dersi: però ben saldo sui piedi, pieno di cuore.
Io sono servo del signore Enialio [Ares] ed esperto nel dono delizioso delle Muse.
Sul legno della nave è impastato il mio pane, sul legno è il vino Ismarico, sul legno io bevo sdraiato.
Dài, vai con la brocca fra i banchi della nave veloce e togli i coperchi alle concave an- fore: attingi vino rosso, fino alla feccia, perché noi non potremo certo stare sobri du- rante questo turno di guardia.
Nessun cittadino, o Pericle, disapprovando il lutto lacrimoso si concederà la gioia dei banchetti, né la città intera: tali erano gli uomini che l’onda del mare molto risonante ha sommerso – gonfi per il dolore ne abbiamo i polmoni. Gli dèi, amico, contro i mali incurabili posero come rimedio la forte sopportazione. Questa sorte tocca ora l’uno ora l’altro: adesso si è abbattuta su di noi – e piangiamo per la ferita sanguinante –, un’al- tra volta capiterà ad altri. Ma adesso, coraggio! cessate questo pianto da donne.
Per gli dèi tutto è usuale; spesso dai mali sollevano gli uomini prostràti sulla nera terra, ma spesso anche quelli che stanno davvero bene li rivoltano spalle a terra, su essi poi si riversano molte sventure, e il malcapitato vaga afflitto dal bisogno e dalla follia.
Cuore, cuore sconvolto da pene senza rimedio, àlzati, difenditi dai nemici gettando avanti il petto, nell’attesa dello scontro serrando la fila saldamente; vincitore non ti esaltare in modo aperto, né, vinto, devi gemere prostrato nella tua casa, ma gioisci dei beni, e dei mali affliggiti senza eccedere; riconosci quale ritmo governa gli uomini.
Or poserai per sempre, / stanco mio cor. Perì l’inganno estremo, / ch’eterno io mi cre- dei. Perì. Ben sento, / in noi di cari inganni, / non che la speme, il desiderio è spento. / Posa per sempre. Assai / palpitasti. Non val cosa nessuna / i moti tuoi, né di sospiri è degna / la terra. Amaro e noia / la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. / T’acqueta omai. Dispera / l’ultima volta. Al gener nostro il fato / non donò che il morire. Omai disprezza / te, la natura, il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera, / e l’infi- nita vanità del tutto.
Padre Licambe, ma che dici? Chi ti ha tolto il senno che prima avevi saldo? Ora sei per i cittadini motivo di grandi risa.
Raccontano questa favola: una volpe e un’aquila un patto strinsero.
O Zeus, padre Zeus, tuo il dominio del cielo, tu dall’alto vedi le azioni degli uomini, scellerate e giuste; anche fra le bestie ti curi della tracotanza e della giustizia.
Portò e imbandì ai piccoli un pasto orrendo.
Non più fiorisci nella tua pelle delicata; le rughe si aprono come solchi nella terra dis- seccata; ti afferra un destino di maligna vecchiaia; dal volto desiderato è fuggito lon- tano il dolce desiderio d’amore; su di te davvero troppi soffi di venti invernali si sono abbattuti.
Era contenta di tenere in mano un ramo di mirto e un bel fiore di rosa.
Ah, se potessi toccare Neobule sulla mano!
dio la fece dal mare, e ha due indoli diverse: un giorno ride ed è tutta lieta, e la lode- rebbe un ospite che la vedesse in casa: «Non c’è donna migliore di questa né più bella in tutta l’umanità!»; un altro giorno, invece, non si può sopportare né di guardarla né di andarle vicino, ma è furente e inavvicinabile come una cagna che difende i cuccioli; implacabile e odiosa con tutti, è uguale con i nemici e con gli amici; come il mare spesso è tranquilla, non fa danni, è grande gioia per i marinai nel tempo estivo, ma spesso s’infuria, si agita con onde che rimbombano cupe; al mare questa donna as- somiglia soprattutto nell’ira, perché mutevole è l’indole del mare. Un’altra il dio la fe- ce dall’asina, avvezza alle botte; quella con le minacce e con gli insulti in qualche mo- do si rassegna a tutto, e lavora abbastanza; e intanto mangia in un cantuccio, notte e giorno, e poi mangia anche presso il focolare; e fa lo stesso per le faccende d’amore: come amante si prende chiunque venga. Un’altra il dio la fece dalla donnola, razza mi- serabile e sciagurata; in lei nulla è bello e desiderabile, nulla è ambile né gradito; a letto e nell’amore non ha arte, e riduce alla nausea l’uomo che la… naviga; con i furti fa grandi danni ai vicini, e spesso mangia le offerte prima di sacrificarle. Un’altra na- sce dalla delicata cavalla bellacriniera, rifiuta lavori umili e fatica: non toccherebbe la macina, non solleverebbe neppure il setaccio, non spazzerebbe l’immondizia da casa, non si siederebbe nemmeno al focolare, per paura della cenere; eppure costringe l’uo- mo a sposarla: ogni giorno, due volte, anche tre, si lava dallo sporco, si cosparge di profumi, porta sempre i capelli acconciati, lunghi e coronati di fiori; a vederla, questa donna è uno spettacolo per gli altri, ma per chi ce l’ha è una rovina, a meno che non sia tiranno o re, giacché costoro godono nell’animo per tali cose. Un’altra il dio la fece dalla scimmia; senza dubbio è questo il male peggiore che Zeus inflisse agli uomini; dal volto orrendo, questa donna va per la città, oggetto di riso per tutti gli uomini: collo torto, mosse sgraziate, senza natiche, solo gambe: ah, sventurato l’uomo che abbraccia un simile orrore; ma lei conosce ogni arte e atteggiamento, come la scimmia, e del riso altrui non se ne importa; non è capace di fare del bene, ma solo a questo pensa e per questo tutto il giorno si arrovella: come, cioè, possa fare il più gran male. Un’altra il dio la fece dall’ape; quando la trova, uno è fortunato: a lei sola non si accompagna biasimo, grazie a lei la casa fiorisce e prospera, e invecchia amata con l’amato marito, dopo aver generato una stirpe bella e ammirata; e ammirevole ella diviene tra le donne, e una grazia la circonda; e non si compiace di sedere con le donne, quando fanno discorsi d’amore e di letto; tali donne Zeus dona agli uomini: esse sono le migliori e le più sagge; ma, per volere di Zeus, quelle altre stirpi esistono tutte quante e abitano accanto agli uomini. Zeus infatti massimo fra i mali fece ciò, le donne; e se a qualcuno sembrano servire a chi le ha, per lui sono poi soprattutto un male. Mai felice trascorre un giorno intero, chi ha una donna, né presto caccerà di casa la Fame, inquilina odiosa, la più ostile fra gli dèi. Soprattutto quando l’uomo crede di stare bene nella sua casa, per divina sorte o umana grazia, quella trova di che rimproverarlo e gli muove guerra. Infatti dove c’è una donna, in casa, non puoi accogliere volentieri un ospite che arriva. Quella che sembra più assennata, è quella che all’occasione porta più disonore; e mentre il marito sta a bocca aperta, i vicini godono a vedere come lo inganna. A parlarne, ciascuno loda la propria donna, e biasima quella altrui; e non ci accorgiamo che il destino è lo stesso per tutti. Zeus infatti fece della donna il peggiore dei mali, e incatenò a un ceppo che non si può spezzare, da quando l’Ade accolse quelli che a causa di una donna [Elena]
combatterono.
Con una donna due sono i giorni più belli: quando la si sposa e quando le si fa il fu- nerale.
Hermes, caro Hermes, Cillenio [Hermes nacque sul monte Cillene], rampollo di Maia, t’invoco: ho un freddo cane e batto i denti.
Da’ un mantello a Ipponatte, e una corta tunichetta, sandaletti e babbucce; e sessante statèri d’oro, da un’altra casa.
A me tu non hai dato una tunica pesante, riparo dal freddo invernale, né con babbucce spesse mi copristi i piedi, perché non mi scoppino i geloni.
Venuto in casa mia, Pluto – è cieco del tutto – non disse mai: «Ipponatte, ti do trenta mine d’argento, e tante altre cose»: è meschino nell’animo.
Oh Zeus, padre Zeus, sire degli dèi olimpi, perché non mi hai dato dell’oro […]?
Uno di loro, infatti, come un eunuco di Làmpsaco, divorando tonno e salsetta, con cal- ma e in gran quantità, ogni giorno, alla fine si mangiò tutto il patrimonio; e così si tro- vò a dover zappare pietre di montagna, mangiando fichi scadenti e pane d’orzo, nutri- mento da schiavi.
Abitanti di Clazòmene, è stato Bùpalo a uccidere.
Tenetemi il mantello: ch’io colpisca l’occhio di Bùpalo. Sono ambidestro, e quando picchio non sbaglio.
Cantami, o Musa, l’Eurimedontiade, il Cariddi-ingoia-mare, il coltello-dentro-il-ven- tre, che divora senza misura, affinché con voto funesto funesta sorte patisca, per volon- tà popolare, presso la riva del mare infecondo.
… sbattuto dalle onde; e a Salmidesso, nudo, nel modo più benevolo, i Traci dalle alte chiome lo accolgano – e là si sazierà di molti mali, mangiando cibo di schiavo – , lui, irrigidito dal gelo. Fuori dalla schiuma sia tutto coperto di alghe, e batta i denti, e boc- coni come un cane giaccia sfinito lungo la battigia… Questo vorrei provasse, lui che mi fece ingiustizia, e mise sotto i piedi i giuramenti; lui che prima mi era compagno.
Avanti! Siete stirpe di Eracle invincibile: coraggio dunque! Zeus non torce il collo. La massa non vi dia terrore, niente panico! Avanti contro il nemico, con lo scudo: vi sia in odio la vita, e amate le nere Chere della morte come raggio di sole. Ares, lacrimevole, tutto oscura: siete esperti della crudele guerra, siete stati con fuggiaschi e inseguitori, o giovani, e di entrambe le sorti siete sazi ormai. Quelli che, compatti, sanno coraggio- samente resistere in prima fila, corpo a corpo con il nemico, muoiono in pochi e salva- no la truppa che li segue: quando gli uomini tremano muore la virtù. Nessuno potrebbe elencare tutti i mali che colgono chi accetta di subire la vergogna. È brutto trafiggere di spalle il nemico che fugge in battaglia: è una vergogna il cadavere disteso nella polvere, con la schiena trapassata dalla lancia. Suvvia, ognuno resista, divaricando bene le gambe, piantato a terra con entrambi i piedi, mordendosi le labbra con i denti, proteggendo cosce, stinchi, petto e braccia nel ventre di un ampio scudo; ciascuno scuota nella destra la lancia omicida, muova sul capo il tremendo cimiero. Suvvia, o- gnuno agisca con forza e impari a far guerra, non se ne stia fuori tiro, coperto dallo scudo, ma corpo a corpo si getti, con la lancia o la spada, e distrugga il nemico; piede contro piede, scudo contro scudo, cimiero contro cimiero, elmo contro elmo, petto contro petto combatta in faccia al nemico, e colpisca con la lancia o la spada. E voi, gimneti, protetti dallo scudo scagliate da ogni parte grosse pietre, e colpite con le lance levigate, fermi al fianco degli opliti.
Non ricorderei né inserirei in un discorso un uomo né per il valore dei piedi né della lotta, neppure se avesse la corporatura e la forza dei Ciclopi e vincesse nella corsa il tracio Bòrea, neppure se fosse, per aspetto, più grazioso di Titòno e se fosse più ricco di Mida e di Cinìra, neppure se fosse più re del tantalide Pelope, e possedesse la lingua di miele di Adrasto, neppure se avesse ogni gloria tranne quella dovuta all’ardore im- petuoso. Un uomo, infatti, non risulta valido in guerra se non sa sopportare la vista di una strage sanguinosa e non colpisce i nemici standogli addosso. Ecco il valore, ecco, tra gli uomini, il premio migliore e più bello da riportare per un giovane. Questo è un bene comune per la città e per tutto il popolo, l’uomo che marciando resista in prima linea senza posa e, dimentico della turpe fuga, esponga la vita e il petto resistente, e in- citi con parole il vicino standogli al fianco. Costui risulta un uomo valido in guerra. Subito respinge le falangi dei nemici, aspre; con impegno trattiene l’onda della batta- glia. Perde la vita cadendo in prima fila e dando onore alla città e alla popolazione e al padre, dopo essere stato più volte trafitto davanti, nel petto e nello scudo ombelicato e nella corazza. Parimenti giovani e vecchi lo piangono, e l’intera città s’addolora per il triste rimpianto, e la tomba e i figli (e i figli dei figli e la generazione futura) spiccano tra gli uomini, né mai la gloria preziosa perisce né il suo nome, ma – pur sotto terra – è immortale colui che Ares furente uccide nel momento in cui eccelle e resiste e lotta per la terra e per i figli. E se scampa al destino di morte luttuosa, vincendo coglie lo splen- dido vanto di guerra, tutti lo onorano (giovani e anziani allo stesso modo) e, vissute molte soddisfazioni, va verso Ade e invecchiando spicca tra i cittadini, né alcuno si fa venire in mente di offenderlo nell’onore o nel diritto, ma tutti, nelle riunioni, giovani e coetanei parimenti e più anziani gli cedono il posto. Ordunque, ogni uomo si sforzi con tutta l’anima di giungere al culmine di questa virtù, senza desistere dal combattimento.
Per un uomo valoroso è bello essere morto, caduto in prima fila, combattendo in difesa della patria. Lasciare la propria città e le ricche campagne e mendicare, questa è la co- sa più dolorosa, vagando insieme alla madre e al vecchio padre, ai figli piccoli e alla legittima moglie. E dove arriva sarà trattato come un nemico, piegato dal bisogno e dall’odiosa miseria, disonora la sua famiglia, imbruttisce la sua figura, la sciagura e il disonore gli vanno dietro. Se di chi va in esilio non ci si prende pensiero, né c’è rispetto per lui e per i discendenti, combattiamo di cuore per la patria e moriamo per i figli, non facciamo risparmio delle nostre vite.
O giovani, orsù combattete, compatti l’un l’altro, e non date il via alla fuga né al pani- co, ma in petto fatevi il cuore grande e resistente, e non pensate soltanto alla vita quando vi battete con qualcuno. E i più anziani, i vegliardi, con le ginocchia non più agili, non lasciateli soli, fuggendo via. Sconcio è, infatti, che, davanti ai giovani, caduto in prima fila, giaccia uno più anziano, con il capo ormai bianco e il mento candido, mentre esala nella polvere il suo animo resistente e ha in mano i genitali sanguinanti (cosa orribile e indegna da vedere) e il corpo denudato. Ma tutto sta bene in un giovane, finché possiede lo splendido fiore dell’amabile giovinezza: da vivo, è per gli uomini ammirevole a vedersi, per le donne amabile; ed è bello anche se cade in prima fila. Suvvia, ognuno resista, divaricando bene le gambe, piantato a terra con entrambi i piedi, mordendosi le labbra con i denti.
Finché ami i ragazzi nell’amabile fiore degli anni, desideroso di cosce e di una dolce bocca.
Felice colui che possiede cari ragazzi e cavalli dal solido zoccolo e cani da caccia e un ospite che viene da lontano.
Né mi giunga morte senza pianto, ma, morendo, possa lasciare agli amici sofferenze e lamenti.
Invecchio imparando sempre molte cose.
Ma se adesso vuoi darmi retta, togli quel verso, e non ne averne a male se ho pensato meglio di te e rifallo, o Ligiastade, e canta così: «a ottant’anni mi colga il destino di morte».
Splendenti figlie di Mnemosine e di Zeus olimpio, Muse Pieridi, ascoltate la mia pre- ghiera. Concedete che io abbia prosperità dagli dèi beati, e da tutti gli uomini grande fama per sempre. Sia io dolce agli amici e aspro ai nemici; per gli uni degno di onore, per gli altri tremendo a vedersi. Desidero avere ricchezze, ma possederle