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Tacito, Frontone, Apuleio, Appunti di Latino

Appunti di tacito, vita culturale del II secolo con Frontone, Apuleio

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 29/05/2023

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viviana-tauro-1 🇮🇹

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TACITO
DIALOGHI SUGLI ORATORI
Dedicato al tema della decadenza dell’oratoria, si distingue dalle altre opere tacitiane per il genere
letterario ma anche per lo stile e soprattutto perché l’attribuzione a Tacito è stata ed è tuttora oggetto di
discussione tra gli studiosi. Incerta è pure la data di composizione: probabilmente è l’anno 102 in cui fu
console il dedicatario dell’opera, Fabio Giusto.
La data “drammatica” ossia il momento in cui si immagina che si svolge l’azione, è il 75. Marco Apro e Giulio
Secondo, maestri di Tacito che li accompagna, si recano a far visita a Curiazio Materno che ha abbandonato
l’oratoria per la poesia tragica. Viene qui sviluppato un confronto tra oratoria e poesia, difese ed elogiate
rispettivamente da Apro e da Materno. Un quarto interlocutore, Vipstano Messalla, crea una pausa che
serve a impostare l’argomento centrale: i motivi delle differenze tra l’oratoria antica e quella moderna. Il
Dialogus tratta dunque il tema de causis corruptae eloquentiae già dibattuto da Quintiliano, Seneca Padre e
Petronio.
Il primo a parlare è Apro: la sua tesi è che nell’età contemporanea non vi è decadenza ma evoluzione e
trasformazione dell’arte oratoria, in armonia con il mutare dei tempi e dei gusti del pubblico. Ai tempi
moderni è adatto uno stile ricco di sententiae, abbellito da un colorito poetico, in grado di destare
l’interesse e il diletto di un uditorio assai più smaliziato di quello cui si rivolgeva Cicerone: quest’ultimo,
conclude Apro, nel periodo in cui visse fu un innovatore e subì anch’egli le critiche degli ammiratori del
passato.
Messalla afferma invece la decadenza dell’oratoria contemporanea, passando in rassegna le cause cui
tradizionalmente se ne attribuiva la responsabilità (le medesime indicate da Quintiliano): la negligenza dei
genitori nell’educare i figli, il livello scadente delle scuole, la futilità dei temi delle declamazioni. Materno
propone una ragione politica del declino dell’oratoria: l’eloquenza è paragonata a una fiamma che per
bruciare e splendere deve essere alimentata. Nell’età repubblicana essa trovava alimento nella
competizione politica, con i dibattiti in senato e i discorsi davanti al popolo. Dopo aver individuato nella
perdita della libertà politica la causa più profonda del declino dell’eloquenza, l’autore fa esprimere al
personaggio di Materno una pacata e positiva accettazione di questa realtà: “la grande eloquenza nasce
dalla licenza che gli sciocchi chiamano libertà; essa non si sviluppa negli stati pacifici perché in essi si
raggiunge subito l’accordo; e le decisioni politiche non sono lasciate all’arbitrio della folla ignorante ma
sono presa da uno solo, il più saggio”.
Materno è il portavoce dell’autore e senza dubbio la spiegazione politica della fine dell’eloquenza e la
giustificazione del principato, esprimono il pensiero di Tacito. Ma lo esprime anche Apro la cui difesa
dell’oratoria contemporanea si può leggere come una difesa dello stile moderno, anticlassicistico e
anticiceroniano. D’altra parte la convinzione di Materno che l’oratoria non può più avere, nella Roma
contemporanea, il prestigio di cui godeva al tempo di Cicerone, implica l’opportunità della scelta di altre
forme letterarie: Materno si è dedicato alla poesia e Tacito alla storiografia
LE OPERE STORICHE
Tacito dedicò la sua prima opera storica, le Historiae, alla dinastia dei Flavi, comprendendo nel racconto
anche la guerra civile del 69 dalla quale era uscito vincitore Vespasiano. Nell’opera storica successiva, gli
Annales, l’autore torna indietro narrando il periodo della dinastia giulio-claudia, dalla morte di Augusto a
quella di Nerone. Le due opere contano nell’insieme 30 libro (14 e 16). Lo schema adottato in entrambe le
opere è quello annalistico: ogni anno è contrassegnato dal nome dei consoli e all’interno di ciascuno il
racconto si sposta dalle vicende interne a quelle esterne.
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TACITO

DIALOGHI SUGLI ORATORI

Dedicato al tema della decadenza dell’oratoria, si distingue dalle altre opere tacitiane per il genere letterario ma anche per lo stile e soprattutto perché l’attribuzione a Tacito è stata ed è tuttora oggetto di discussione tra gli studiosi. Incerta è pure la data di composizione: probabilmente è l’anno 102 in cui fu console il dedicatario dell’opera, Fabio Giusto. La data “drammatica” ossia il momento in cui si immagina che si svolge l’azione, è il 75. Marco Apro e Giulio Secondo, maestri di Tacito che li accompagna, si recano a far visita a Curiazio Materno che ha abbandonato l’oratoria per la poesia tragica. Viene qui sviluppato un confronto tra oratoria e poesia, difese ed elogiate rispettivamente da Apro e da Materno. Un quarto interlocutore, Vipstano Messalla, crea una pausa che serve a impostare l’argomento centrale: i motivi delle differenze tra l’oratoria antica e quella moderna. Il Dialogus tratta dunque il tema de causis corruptae eloquentiae già dibattuto da Quintiliano, Seneca Padre e Petronio. Il primo a parlare è Apro: la sua tesi è che nell’età contemporanea non vi è decadenza ma evoluzione e trasformazione dell’arte oratoria, in armonia con il mutare dei tempi e dei gusti del pubblico. Ai tempi moderni è adatto uno stile ricco di sententiae, abbellito da un colorito poetico, in grado di destare l’interesse e il diletto di un uditorio assai più smaliziato di quello cui si rivolgeva Cicerone: quest’ultimo, conclude Apro, nel periodo in cui visse fu un innovatore e subì anch’egli le critiche degli ammiratori del passato. Messalla afferma invece la decadenza dell’oratoria contemporanea, passando in rassegna le cause cui tradizionalmente se ne attribuiva la responsabilità (le medesime indicate da Quintiliano): la negligenza dei genitori nell’educare i figli, il livello scadente delle scuole, la futilità dei temi delle declamazioni. Materno propone una ragione politica del declino dell’oratoria: l’eloquenza è paragonata a una fiamma che per bruciare e splendere deve essere alimentata. Nell’età repubblicana essa trovava alimento nella competizione politica, con i dibattiti in senato e i discorsi davanti al popolo. Dopo aver individuato nella perdita della libertà politica la causa più profonda del declino dell’eloquenza, l’autore fa esprimere al personaggio di Materno una pacata e positiva accettazione di questa realtà: “la grande eloquenza nasce dalla licenza che gli sciocchi chiamano libertà; essa non si sviluppa negli stati pacifici perché in essi si raggiunge subito l’accordo; e le decisioni politiche non sono lasciate all’arbitrio della folla ignorante ma sono presa da uno solo, il più saggio”. Materno è il portavoce dell’autore e senza dubbio la spiegazione politica della fine dell’eloquenza e la giustificazione del principato, esprimono il pensiero di Tacito. Ma lo esprime anche Apro la cui difesa dell’oratoria contemporanea si può leggere come una difesa dello stile moderno, anticlassicistico e anticiceroniano. D’altra parte la convinzione di Materno che l’oratoria non può più avere, nella Roma contemporanea, il prestigio di cui godeva al tempo di Cicerone, implica l’opportunità della scelta di altre forme letterarie: Materno si è dedicato alla poesia e Tacito alla storiografia LE OPERE STORICHE Tacito dedicò la sua prima opera storica, le Historiae, alla dinastia dei Flavi, comprendendo nel racconto anche la guerra civile del 69 dalla quale era uscito vincitore Vespasiano. Nell’opera storica successiva, gli Annales, l’autore torna indietro narrando il periodo della dinastia giulio-claudia, dalla morte di Augusto a quella di Nerone. Le due opere contano nell’insieme 30 libro (14 e 16). Lo schema adottato in entrambe le opere è quello annalistico: ogni anno è contrassegnato dal nome dei consoli e all’interno di ciascuno il racconto si sposta dalle vicende interne a quelle esterne.

LE HISTORIAE

Le Historiae si aprono con un’ampia prefazione nella quale l’autore condanna gli storiografi del principato, inaffidabili o per servilismo o per ostilità contro i potenti. Ne consegue la necessità di una nuova storiografia onesta e obiettiva. Tacito passa poi all’esposizione dell’argomento di cui tratterà, sottolineandone, secondo le consuetudini storiografiche, l’importanza e accentuandone gli aspetti negativi. L’autore offre infine una panoramica della situazione a Roma e delle province del 69 per individuare i fattori di crisi che condussero alla guerra civile. Nel IV libro si parla del consolidamento a Roma del regime Flavio e la rivolta dei Batavi. Nel V si narrano i preparativi per l’assedio di Gerusalemme da parte di Tito, figlio di Vespasiano e contiene un ampio excursus etnografico sui Giudei animato dall’ ostilità dell’autore per questo popolo. L’attenzione ritorna quindi alla rivolta Civile che si avvia alla conclusione vittoriosa per Roma. Pur seguendo uno schema cronologico lineare, le Historiae devono affrontare la complessità di uno scenario di eventi differenti e molto distanti. Lo storico tende quindi a organizzare il racconto dedicando ad avvenimenti contemporanei blocchi narrativi distinti e successivi. La narrazione presente inoltre un andamento asimmetrico con un rallentamento nei primi tre libri dedicati solo all’anno 69. GLI ANNALES Gli Annales si aprono con una prefazione che comprende un sommario di storia costituzionale romana (dalla monarchia alla libertas repubblicana del principato) e poi un nuovo giudizio di condanna sugli storici del principato le cui opere sono guaste o dall’adulazione o dall’odio. Dopo una sezione dedicata ad Augusto, l’autore narra il principato di Tiberio. Tacito traccia nella figura di Tiberio un processo di trasformazione dell’imperatore in tiranno, attraverso il graduale affiorare della sua natura crudele tra cui spicca una straordinaria capacità di simulazione. Lo storico pone accanto all’imperatore la figura del figlio adottivo, Germanico che seda gravi rivolte militari in Pannonia e in Germania suscitando, secondo lo storico, astio e gelosia nel principe. Sulla sua morte improvvisa sono fatti gravare sospetti di avvelenamento ed emblematico è il comportamento ipocrita adottato da Tiberio durante il funerale: si astenne dal comparire in pubblico. Nella seconda parte domina la figura del prefetto del pretorio, Seiano, un individuo corrotto e pericoloso al quale il princeps accorda a lungo grande potere e favore. Dopo la caduta e la condanna di questi, Tiberio dà libero sfogo alla sua crudeltà tant’è che alla sua morte segue un epitafio conclusivo in cui lo storico ripercorre gli stadi della sua degenerazione. I libri 11-12 riguardano la seconda parte del principato di Claudio che a differenza di Tiberio non presenta alcuna evoluzione: è un principe debole e incapace, dominato dai liberti e dalle mogli Messalina (Giovenale) e Agrippina. Per cui le vicende familiari del princeps prevalgono sui suoi atti di governo se pur numerosi e positivi. Libri 13-16 riguardano il principato di Nerone, simile a Tiberio per il progressivo svelarsi di una natura malvagia. La degenerazione del tiranno procede con una serie di delitti di cui cadono vittime il fratellastro Britannico, la madre Agrippina e la moglie Ottavia. Due sono i momenti di svolta: la morte della madre (che toglie ogni freno alla degenerazione dei costumi privati dell’imperatore) e la svolta politica del regno (con la morte di Afranio Burro, il ritiro di Seneca e l’ascesa del nuovo prefetto del pretorio Tigellino). La crudeltà del principe porta infine all’organizzazione della congiura Pisoniana ma il tradimento di un servo sventa la progettata uccisione del tiranno e dà origine a una lunga serie di arresti e condanne a morte tra cui quella di Seneca, Lucano e Petronio.

Frequenti sono i discorsi diretti che sono o libere creazioni dell’autore o rielaborazioni di orazioni effettivamente pronunciate. Essi non assolvono soltanto la funzione di illustrare drammaticamente una situazione o di caratterizzare una determinata figura, ma sono anche impiegati per sviluppare temi politici. I discorsi indiretti, invece, sono usati per lo più per esporre considerazioni, commenti e giudizi. I procedimenti volti a sollecitare la partecipazione emotiva del lettore sono: morti tragiche (ora abiette come quelle di Vitelio, ora affrontate con dignità come quella di Seneca) narrazioni di supplizi e descrizioni di catastrofi come l’incendio di Roma. LINGUA E STILE Lo stile tacitiano delle Historiae e degli Annales si può considerare unitario. Per le sue opere storiche Tacito foggia un modo di esprimersi pieno di vigore. Pur tenendo presente il modello Liviano nei discorsi e nelle descrizioni, Tacito si ispira in particolar modo a Sallustio per i termini rari e determinati costrutti. La lingua è caratterizzata da una coloritura arcaica e poetica. Risultano frequenti gli arcaismi morfologici e fonetici. Il colorito poetico è ottenuto sia con espressioni e metafore tratta da Virgilio e Lucano, sia con nessi e costrutti ricercati, sia con l’impiego del verbo semplice. Il vocabolario è ricco ma selettivo. Lo storico infatti sceglie di evitare termini bassi e volgari ma anche comuni e banali e di escludere grecismi e termini tecnici che sostituisce con perifrasi. La prosa è costituita da brevitas, pregnanza, ellissi di sum, asindeti, infiniti descrittivi, costrutti participiali che conferiscono all’esposizione un andamento rapido e conciso. Su esempio di Sallustio ricorre anche alla variatio che rende lo stile asimmetrico e conferisce un andamento impervio e spezzato. Utilizza un procedimento tipico dello stile di Seneca: la chiusa epigrammatica che riassume e generalizza il senso di un avvenimento e inserisce un giudizio o aggiunge un commento inatteso VITA CULTURALE NEL II SECOLO Nel II secolo si ebbe una nuova fioritura della cultura greca. La prosperità economica, la diffusione dell’istruzione superiore e l’istituzione di cattedra di retorica e filosofia, diedero impulso al nuovo movimento della seconda sofistica. I suoi esponenti coltivavano principalmente l’eloquenza epidittica, esibendosi cioè come conferenzieri nelle scuole o in occasione di cerimonie ufficiali. Tale fenomeno si può accostare a quello dell’antica sofistica in quanto è anch’esso una manifestazione di quel culto della parola tipico di tutta la civiltà antica. I neosofisti non hanno però messaggi politici o filosofici da trasmettere: sono apprezzati non tanto per quello che dicono quanto per la loro capacità di parlare su qualsiasi argomento, talora improvvisando. Fin dal II secolo a.C. i Romani colti avevano sempre conosciuto oltre al latino, il greco ma si trattava tuttavia di casi eccezionali. Il II secolo d.C. invece, grazie alla forte coesione politica, espresse un’unica civiltà e un’unica letteratura bilingui. In questo contesto il greco, grazie alla neosofistica, sembra prendere il sopravvento sul latino. Dopo l’età di Traiano e di Adriano, infatti, le manifestazioni letterarie più significative furono in greco; lo stesso imperatore Marco Aurelio scelse il greco per i suoi Pensieri. FRONTONE Nacque in Numidia ma visse a Roma dove fu avvocato e retore a tal punto apprezzato da ottenere l’incarico di curare la preparazione retorica latina di Marco Aurelio e di Lucio Vero, futuri imperatori. Angelo Mai scoprì una sezione cospicua del suo epistolario. Si tratta di lettere destinate alla pubblicazione nelle quali la cura formale e l’esibizione di cultura letteraria prevalgono sui contenuti. La posizione di Frontone sullo stile: appare come il teorico e rappresentante della corrente arcaizzante che domina la prosa del II secolo. Si tratta di un indirizzo che tenta un rinnovamento della lingua letteraria, ormai cristallizzata da una lunga tradizione. Frontone esprime in particolare l’esigenza di rinnovare e di arricchire il lessico poiché a suo avviso i vocaboli e le espressioni logorati dall’uso hanno perso la loro efficacia comunicativa e non sono più in grado di manifestare adeguatamente concetti ed emozioni. Lo

stesso Cicerone, modello indiscusso dello stile oratorio, gli appare carente sotto questo punto di vista. Poiché diffida dal neologismo che rischia di essere arbitrario, il retore individua il mezzo più adatto per rinnovare la lingua, nell’arcaismo che, ai suoi occhi, ha il duplice pregio di risultare al tempo stesso, prestigioso e inconsueto. Per dunque non si deve rifiutare la tradizione ma ampliare il repertorio degli autori

APULEIO

Apuleio appartiene all’epoca della seconda sofistica. Nel 158 o 159 Apuleio subì un processo per magia in seguito ad una vicenda ricostruibile grazie all’orazione da lui pronunciata per difendersi (De magia). Durante un viaggio verso Alessandria, si era fermato ad Oea ospite dell’amico Ponziano e, poco dopo, aveva sposato la madre di quest’ultimo, Pudentilla, vedova e anziana. In seguito alla morte improvvisa di Ponziano, Apuleio venne accusato di aver sedotto la donna con formule magiche per concepirne le ricchezze. Ma durante il processo l’imputato seppe difendersi brillantemente a tal punto che fu assolto. DE MAGIA, DE FLORIDA, OPERE FILOSOFICHE De magia o Apologia è un’ampia orazione giudiziaria. Fin dall’inizio l’oratore presenta i sostenitori dell’accusa come personaggi indegni e spregevoli mentre sé stesso e il giudice come uomini caratterizzati da onestà morale, onorabilità e comunanza di interessi letterari e filosofici. Nella prima parte del discorso Apuleio sgombra il campo da accuse secondarie derivanti dai suoi comportamenti interpretati dagli accusatori come indizi di immoralità. Respinge inoltre l’accusa di essere povero e di aver quindi ingannato la ricca vedova per interesse. Poi ha inizio la confutazione dell’accusa di magia. Alla magia volgare come la intendevano i suoi amici lui contrappone una magia più nobile consistente in un particolare rapporto del filosofo con la realtà divina che permette, a colui che è degno di possederla, una superiorità su tutti gli uomini. L’opera si conclude con l’esibizione della prova decisiva del disinteresse di Apuleio ovvero la lettura del testamento di Pudentilla che nomina suo erede il figlio. L’Apologia oltre ad essere un’orazione giudiziaria, viene connotata in senso epidittico in quando l’autore vi esibisce la sua cultura filosofia, scientifica e letteraria: cita le opere di Platone e Aristotele, introduce excursus moraleggianti sul valore della povertà, esempi tratti dalla storia greca e romana e richiama i poeti latini arcaici. La Florida è un’opera che rappresenta una documentazione dell’attività di Apuleio come conferenziere. Il contenuto dei Florida è molto vario in quanto Apuleio, secondo la tradizione dei sofisti, è in grado di parlare di qualsiasi argomento. Due trattati filosofici appartengono ad Apuleio: Platone e la sua dottrina e L’universo. METAMORFOSI Opera narrativa conosciuta anche con il titolo “L’asino d’oro”. La trama del romanzo presenta somiglianze con l’opera greca di Lucio o l’asino dello pseudo-Luciano. Le due opere risalgono probabilmente a una fonte comune ma differiscono in quanto il romanzo di Apuleio è cinque volte più ampio e variato da una serie di narrazioni secondarie inserite nella trama principale come novelle. Fin dalle prime parole del proemio, Apuleio fa riferimento al genere letterario della fabula Milesia. Le fabule Milesiae erano racconti di solito di argomento erotico noti per la loro licenziosità; tuttavia l’opera di Apuleio sia per la struttura che per il messaggio religioso, non sembra potersi ridurre a questa unica matrice. Il racconto si apre dopo il proemio con la presentazione del protagonista, Lucio, che narra in prima persona le proprie avventure. Si possono distinguere tre sezioni narrative: la prima contiene le vicende di Lucio fino alla sua trasformazione in asino ed è la parte più compatta e