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tecniche didattiche per l'educazione inclusiva
Tipologia: Dispense
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La pedagogia speciale per anni è stata intesa come emendativa e negativa. Siamo andati a tenere in considerazione la PATOLOGIA, LA DISABILITA’ Non esiste handicap come patologia, handicap è situazione di difficoltà per chi ha una patologia. Nel tempo la pedagogia è diventata pedagogia della SPECIALE NORMALITA’ che però si compone di una pluralità di differenze e di diverse abilità. Dove speciale nella normalità sono le differenze, le diversità Diciamo che siamo tutti diversamente abili perché ognuno di noi esprime la sua specialità, il suo essere specifico attraverso una differenza di abilita’…altrimenti saremmo tutti uguali!! Simo tutti diversamente intelligenti Inoltre tutti noi compresi quelli che hanno disabilità sono dotate di una PLURALITA’ DI INTELLIGENZE. Anche la persona con disabilità ha abilità che esprime a suo modo e di queste scopriamo le POTENZIALITA’ RESIDUE!!! Possiamo intervenire solo sulle potenzialità residue per le quali ognuno dovrebbe poter decidere quali interventi fare. Tutto questo ci porta ad avere una PROSPETTIVA INCLUSIVA! Più persone includiamo è più possiamo sperare che queste persone aiutino allo sviluppo di un Paese. Siamo stati i primi a parlare di inclusività a scuola. Avevamo scuole speciali e classi differenziali, ma sono maturate delle condizioni e nel 1971 abbiamo pensato bene dalla Costituzione che dovevamo aprire la scuola legge 118 del 1971, abbiamo immesso in un circuito educativo e non formativo, queste persone con menomazione (disabilità ancora dopo). Questo ha rappresentato un inserimento selvaggio, perché era solo educativo e non formativo. Non si sapeva come formare queste persone. Poi abbiamo capito che la disabilità è conseguenza di menomazione…. Poi tra il 1971 e il 1978 inizia il vero processo quando si parla di INTEGRAZIONE; con l’inserimento avevamo dato educazione, nel 1977 con la legge 517 si garantiva anche il diritto all’istruzione,… si passa da educativo ad una integrazione anche FORMATIVA. Introduciamo la programmazione educativo didattica. Poi inserimento l’insegnante di sostegno ai sensi del dpr 70/75, quindi nel 1977. Si andava solo alla patologia e non oltre. Poi nel 1992 abbiamo sistematizzato l’inserimento e l’integrazione in una legge quadro…la legge 104; la legge: ci dice le garanzie, ci dice l’assitenza, garantisce l’integrazione sociale …ma la legge presuppone che lo stato abbia pronti gli strumenti per le garanzie all’integrazione, le condizioni favorevoli all’integrazione. Oltre che i diritti
La legge introduce una: diagnosi funzionale , accertamento della patologia il profilo dinamico funzionale cioè traccio una identità e li approfondisco. a legge obbliga le scuole di ogni ordine e grado a elaborare uno specifico profilo in collaborazione tra l’Azienda Sanitaria, gli insegnanti e la famiglia del disabile; tale profilo va aggiornato al termine di ogni ciclo scolastico. Il profilo deve tenere conto delle specifiche caratteristiche psico-fisiche, sociali ed affettive del minore ed ha lo scopo di metterne in luce esigenze, difficoltà e capacità. Sul profilo costruisco lo STRUMENTO DI AZIONE E DI PARTECIPAZIONE: IL PIANO EDUCATIVO INDIVIDUALIZZATO….CHE POI OGGI DICIAMO INDIVIDUALIZZATO E PERSONALIZZATO. MA ALLORA ERA ANCORA INDIVIDUALIZZAZIONE COME RISPOSTA O MODALITA’ PER RILEVARE UN SETTORE, UNA DIVERSA ABILITA’ E DECLINAVAMO L’INTERVENTO. Ma quella persona è una complessità…è una relazione e quindi potrebbe essere che attraverso una abilità sii arrivi ad un’altra, perché noi non siamo sequenziali. Potrebbe avvenire un’azione sistemica!!! 29: il valore della Tecnologie digitali Le tecnologie digitali sono strumenti che possono e devono essere utilizzati a fini didattici per il perseguimento di quelli che sono gli obiettivi della scuola complessivamente intesa: far si che il discente sviluppi abilità e queste a loro volta si trasformino in competenze. Non un uso fine a se stesso quello delle tecnologie digitali, quindi, ma strumento didattico di ausilio per l'insegnamento, che va a ad affiancarsi ad altre metodologie didattiche. Spetta, in ogni caso, all'insegnante valutare l'effettivo apporto di esse ai fini didattici per cui se il loro utilizzo non incide o, addirittura, limita l'apprendimento egli potrà "accontonarle". Sicuramente, esse costituiscono uno strumento di ausilio in favore di soggetti portatori di DSA e DEA in quanto rappresentano utili strumenti compensativi di quelle che sono le difficoltà di questi studenti. Sotto l'aspetto pratico, le tecnologie digitali sono rappresentate dal computer, dalle LIM, dalla sintesi vocale ecc. Sebbene da molti, per alcuni aspetti anche giustamente, criticati e ritenuti addirittura pericolosi per un corretto sviluppo psico-fisico della persona (tanto che c’è chi ritiene che se ne debba proibire l’uso almeno fino ai 9 anni di età, essendo prima necessario che il bambino sperimenti il mondo reale con tutti i suoi sensi e, poi, opportuno farlo approcciare al mondo tecnologico), non si può negare che, rappresentando la realtà attraverso più linguaggi (multimedialità) e utilizzando più canali (multicanalità) in un unico contesto, le tecnologie digitali sono un utilissimo strumento per favorire l’apprendimento, per come modernamente concepito. E’ indubbio che le tecnologie digitali stimolino vari canali, vari tipi di intelligenze favorendo il learning by doing cui i sostenitori di un metodo pedagogico attivo guardano con favore. Col passaggio da “Gutenberg” a “google” si è passati da un’era in cui il libro cartaceo aveva un ruolo centrale, in cui strumenti di supporto erano le calcolatrici, le lavagne, le cartine, gli atlanti e la cartellonistica (di limitata praticità e visibilità) ad un’era in cui il libro è diventato digitale e in cui gli strumenti a supporto della didattica consentono davvero a tutti di partecipare attivamente alla lezione. Si pensi alla LIM (lavagna
Tecnologie per l’inclusione Con questa espressione si intendono una serie di strumenti che, favorendo una didattica individualizzata e personalizzata, contribuiscono a rendere la scuola “per tutti” ma allo stesso tempo “a misura di ciascuno”. Si tratta di una serie di tecnologie che consentono di favorire l’apprendimento in situazioni di disabilità, difficoltà o svantaggio: situazioni in cui si è dinanzi ad una disabilità “certificata” o casi in cui pur non esistendo una disabilità certificata e pur avendo una buona cognitività, gli studenti manifestano bisogni educativi speciali (si pensi ai casi di dislessia, disortografia, disgrafia, ai disturbi specifici dell’apprendimento,ai disturbi legati a svantaggi socio-culturali, come, per esempio, la non conoscenza della cultura e della lingua italiana). In tutti questi casi è utile intervenire con misure, a seconda dei casi, compensative o dispensative, che abbiano la funzione di mettere lo studente nella condizione di superare l’ostacolo. Infatti, le misure compensative permettono allo studente di superare lo stato di frustrazione in cui si trova, evitando il crollo dell’autostima, e di operare più agevolmente sollevandolo dalla prestazione resa difficoltosa dal disturbo senza facilitazioni del compito dal punto di vista cognitivo. Le misure dispensative, invece, consentono allo studente di non svolgere alcune prestazioni che a causa del disturbo risultano particolarmente difficoltose. Evitano situazioni di affaticamento e di disagio ma mantenendo inalterati gli obiettivi. Non si tratta di strumenti tesi ad una facilitazione immotivata ma che, attraverso un intervento mirato, personalizzato, migliorano l’apprendimento. Si pensi alla dispensa dalla lettura ad alta voce che può essere prevista per il dislessico, alla possibilità di usare la calcolatrice per chi soffre di discalculia (con funzione dispensativa ove, ad esempio, si rivolga ad uno studente delle prime classi della primaria; con funzione compensativa ove diretto ad uno studente della secondaria di primo grado); alla possibilità di prevedere tempi più lunghi o con ridotto numero di esercizi, pur facendo restare immutata la qualità del compito. Gli insegnanti devono in ogni momento valutare la necessità di ricorrere all’uso di tecnologie ove necessarie per realizzare l’inclusione. Si tratta di strumenti che possono risultare utili e funzionali solo se l’allievo li sa usare bene, in piena autonomia e al massimo delle loro potenzialità. Tra le principali tecnologie didattiche per l’educazione inclusiva si possono menzionare: la sintesi vocale, l’audiolibro, i registratori, la LIM, le mappe concettuali, il pc. La sintesi vocale consente di leggere anche “con le orecchie” poiché si tratta di una tecnologia che trasforma il testo in parlato. E’ molto utile ai dislessici perché consente di decodificare il testo e di non considerarlo più come una minaccia o un ostacolo. Non sostituisce ma rafforza la lettura visiva e consente di concentrarsi meglio sul significato del testo aiutando anche con un evidenziazione delle parole in fase di lettura. Si tratta di uno strumento molto più utile dell’audiolibro per il quale la capacità di concentrazione, mancando un testo scritto, è messa a dura prova. L’audiolibro permette,in ogni caso, all’utente che avrebbe bisogno dell’aiuto di un lettore “altro” di essere più autonomo. I registratori consentono, soprattutto a chi non riesce a prendere appunti, di poter riascoltare parti della lezione poco chiare o di concentrarsi meglio su concetti importanti (a tal fine è utile annotare i punti della lezione sui quali si intende tornare in un momento successivo per facilitare poi il lavoro). La LIM, lavagna multimediale interattiva, dalle enormi potenzialità, se correttamente e pienamente utilizzata, rappresenta una vera e propria rivoluzione del sistema didattico e ciò a vantaggio dell’intera classe. Si tratta di un dispositivo elettronico per il cui funzionamento sono necessari una lavagna, un proiettore e un computer e la cui caratteristica peculiare è la superficie interattiva che consente di interagire direttamente con i contenuti che vi sono proiettati (attraverso pennarelli speciali o, anche, attraverso il sistema touch). Essa consente di favorire una didattica individualizzata, incentiva metodologie didattiche cooperative e metacognitive e potenzia la comunicazione all’interno della classe. La mappa concettuale, che può essere creata anche tramite la LIM, permette di rappresentare graficamente una serie di conoscenze su un dato tema attraverso l’uso di caselle, frecce. Anche il computer è uno strumento che può essere utilizzato con modalità differenti, on line o off line. Questo è un elenco, esemplificativo, ma non esaustivo, delle tecnologie che attualmente sono utilizzate dai docenti per favorire una didattica inclusiva. Come già anticipato, la didattica oggi è sempre più individualizzata (PDI), personalizzata (PDP). Quella
odierna è una scuola in cui si realizza l’equità formativa, cioè l’uguaglianza delle opportunità di apprendimento che tiene conto della diseguaglianza degli stili e ritmi di apprendimento. Con l’inclusione si valorizzano le differenze, le diversità, le disomogeneità, viste come risorse da valorizzare e non come problemi da livellare. La scuola inclusiva è quella che cerca di non lasciare indietro nessuno, che accoglie la “pluralità di validità” e che usa a tal fine tutte le tecnologie esistenti. Oggi non si parla più di deficit ma di difficoltà, ostacoli, qualcosa che sta fuori, che si frappone tra il soggetto e il risultato perseguito e che si deve far in modo di superare. Più persone si accolgono, infatti, più persone potranno partecipare allo sviluppo del paese. METODOLOGIE PER L’APPRENDIMENTO: METODI ATTIVI E COOPERATIVI Le metodologie di apprendimento attive e cooperative di cui la scuola può servirsi sono diverse: Peer comunication: " Educazione tra pari" ossia creazione di gruppi di lavoro formati generalmente da pochi alunni (4/5 al massimo, meglio in numero pari per evitare le decisioni a maggioranza) che cooperando tra loro perseguono quello che è l'obiettivo loro assegnato; Role playing: "Gioco dei ruoli" dove vengono assegnati, appunto, agli studenti ruoli tra loro intercambiabili per far si che tutti possano sviluppare ed acquisire più concetti. Esistono anche altre forme (lo sportello amico ecc.) che hanno come caratteristica comune una sorta di "marginalizzazione" del ruolo dell'insegnante: questi svolgerà sempre la sua funzione educativa, dovrà vigilare sul corretti svolgimento dei compiti assegnati, ma ha un ruolo secondario dovendosi privilegiare il ruolo attivo degli studenti. Ne consegue che la valutazione resta pur sempre individuale ma parametrata all'apporto concreto che ogni singolo componente avrà fornito alo gruppo. Vediamo i metodi didattici (ossia delle azioni strategiche di insegnamento) e inizieremo lo studio delle cosidette “tecniche attive” (ossia delle attività procedurali che coinvolgono attivamente lo studente nel processo di apprendimento). La lezione, nelle sue diverse accezioni, è certamente il modo di insegnare più frequentato nella scuola secondaria: ciò non significa che sia il metodo più efficace per ogni disciplina e per ogni apprendimento. Al contrario, in tutte le discipline (anche in quelle più teoriche) si dovrebbero attivare metodi diversi : ♦ per sviluppare processi di apprendimento diversi e più autonomi (non solo quello per ricezione, ma anche per scoperta, per azione, per problemi, ecc.) ♦ per garantire un’offerta formativa personalizzabile (l’allievo che non impara con un metodo, può imparare con un altro) ♦ per promuovere e/o consolidare l’interesse e la motivazione degli studenti (alla lunga ogni metodo annoia, soprattutto un adolescente). Prenderemo qui in considerazione il laboratorio (metodo operativo), la ricerca sperimentale (metodo investigativo), la ricerca-azione (metodo euristico-partecipativo) e il mastery learning (come esemplificazione dei metodi individualizzati). Questi metodi sono rappresentativi di intere famiglie metodologiche e ciascuno di essi attiva specifici processi formativi (l’operatività, l’investigazione, la partecipazione nella ricerca, l’individualizzazione dei percorsi). Non esamineremo in questa lezione il metodo dei modelli esperti di lavoro didattico e non verranno presi in considerazione neppure i cosidetti metodi nominali.
Le tecniche definiscono il rapporto tra il soggetto che apprende e la situazione d’apprendimento. Con le tecniche di simulazione il soggetto impara immerso nelle situazioni; con quelle di analisi della situazione impara dalle situazioni (leggendole); con le tecniche di riproduzione operativa impara operando sulle situazioni, e con quelle di produzione cooperativa impara a modificare (o a inventare) le situazioni. Naturalmente è variabile anche il coinvolgimento emotivo degli studenti: è profondo nelle tecniche simulative, con l'immersione nella realtà e con l'assunzione di ruoli specifici, più distaccato nelle analisi delle situazioni e nelle riproduzioni operative. LE TECNICHE SIMULATIVE PER CAPIRE UN ALTRO PUNTO DI VISTA Il role playing per mettersi nei panni degli altri Il role playing (gioco o interpretazione dei ruoli) consiste nella simulazione dei comportamenti e degli atteggiamenti adottati generalmente nella vita reale; i ruoli sono assunti da due o più studenti davanti al gruppo dei compagni - osservatori. Gli studenti devono assumere i ruoli assegnati dall'insegnante e comportarsi come pensano che si comporterebbero realmente nella situazione data. Questa tecnica ha, pertanto, l'obiettivo di far acquisire la capacità di impersonare un ruolo e di comprendere in profondità ciò che il ruolo richiede. Il role playing non è la ripetizione di un copione, ma una vera e propria recita a soggetto. Riguarda i comportamenti degli individui nelle relazioni interpersonali in precise situazioni operative per scoprire come le persone possono reagire in tali circostanze. Gli elementi fondamentali del role playing: si predispone una scena in cui partecipanti devono agire; i partecipanti sono al centro dell'azione e devono recitare spontaneamente secondo l'ispirazione del momento; l'uditorio assume particolare importanza poiché il gruppo non funge da semplice osservatore, ma cerca di esaminare e di capire quanto avviene sulla scena; il docente deve mantenere l'azione dei partecipanti e la situazione scenica, anche sollecitando, suggerendo, facilitando l'azione fino al momento in cui gli studenti protagonisti non agiscono autonomamente; il docente può avvalersi di collaboratori incaricati di favorire la recita, anche con la loro recitazione: potranno utilizzare tecniche come quella dello specchio (in cui rinviano gli atteggiamenti del soggetto al soggetto stesso) o la tecnica del doppio (in cui si sforzano di cogliere gli atteggiamenti tipici del soggetto prolungandone l'espressione e rendendo esplicito ciò che rimarrebbe latente). Oltre alla tecnica dello specchio e a quella del doppio, il role playing si avvale di altre tecniche: L’autopresentazione Il monologo (le riflessioni personali dell’attore) La presentazione di ruoli collettivi (uno stesso partecipante interpreta tutti i ruoli previsti) L'inversione dei ruoli: (dopo aver sostenuto una posizione, provare a sostenere quella opposta) Il gioco dei ruoli possiede una grande forza catalizzatrice che coinvolge emotivamente sia i partecipanti sia gli osservatori. A volte si tratta di esperienze difficili da vivere. Il docente è tenuto a rispettare questa presa di coscienza senza giudicare se ciò è giusto o pertinente. Come ogni tecnica di sensibilizzazione utilizzata a scopi formativi, anche il role playing dev'essere utilizzato come tale (a scopi formativi), deve avere delle sequenze strutturate e deve concludersi con una verifica degli apprendimenti.
Aspetti della progettazione educativo-formativa e per competenze La didattica delle competenze si fonda sul presupposto che gli studenti apprendono meglio quando costruiscono il loro sapere in modo attivo attraverso situazioni di apprendimento fondate sull’esperienza. Aiutando gli studenti a scoprire e perseguire interessi, si può elevare al massimo il loro grado di coinvolgimento, la loro produttività, i loro talenti. L’insegnante non si limita a trasferire le conoscenze, ma è una guida in grado di porre domande, sviluppare strategie per risolvere problemi, giungere a comprensioni più profonde, sostenere gli studenti nel trasferimento e uso di ciò che sanno e sanno fare in nuovi contesti. I “prodotti” dell’attività degli studenti, insieme a comportamenti e atteggiamenti che essi manifestano all’interno di compiti costituiscono le evidenze di una valutazione attendibile, ovvero basata su prove reali ed adeguate. Il valore della didattica per competenze è definita dalla seguenti mete formative: - formare cittadini consapevoli, autonomi e responsabili; - riconoscere gli apprendimenti comunque acquisiti; - favorire processi formativi efficaci in grado di mobilitare le capacità ed i talenti dei giovani rendendoli responsabili del proprio cammino formativo e consapevoli dei propri processi di apprendimento, verso la competenza di “imparare a imparare”; - caratterizzare in chiave europea il sistema educativo italiano rendendo possibile la mobilità delle persone nel contesto comunitario; - favorire la continuità tra formazione, lavoro e vita sociale lungo tutto il corso della vita; - valorizzare la cultura viva del territorio come risorsa per l’apprendimento; - consentire una corresponsabilità educativa da parte delle famiglie e della comunità territoriale. Una scuola che si proponga di sviluppare una formazione efficace pone al centro del suo compito il “coltivare talenti” di tutti i cittadini, senza esclusione di nessuno, e propone la cultura come esperienza ed appropriazione personale in vista di un progetto di vita significativo. La formazione è efficace se non opera su saperi inerti, ma valorizza la cultura realmente vissuta (civica, professionale, umanistica quanto scientifica) stimolando lo studente alla ricerca ed alla scoperta dei significati, dei valori, dei metodi, così da acquisire coscienza personale, consapevolezza del mondo, competenze attuali.