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Metodologie didattiche per l’insegnamento curriculare e l’integrazione degli alunni co Bisogni Educativi Speciali (BES), Tesine universitarie di Pedagogia

STRATEGIE PER PROMUOVERE UNA DIDATTICA INCLUSIVA

Tipologia: Tesine universitarie

2018/2019
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Caricato il 04/07/2019

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI GIUSTINO FORTUNATO
MASTER DI II LIVELLO
Metodologie didattiche per l’insegnamento curriculare e
l’integrazione degli alunni co Bisogni Educativi Speciali (BES)
STRATEGIE PER PROMUOVERE UNA DIDATTICA INCLUSIVA
Candidato
Paolo GUARINO
Anno Accademico 2016/2017
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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI GIUSTINO FORTUNATO

MASTER DI II LIVELLO

Metodologie didattiche per l’insegnamento curriculare e

l’integrazione degli alunni co Bisogni Educativi Speciali (BES)

“STRATEGIE PER PROMUOVERE UNA DIDATTICA INCLUSIVA”

Candidato

Paolo GUARINO

Anno Accademico 2016/201 7

Introduzione

L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità ha conosciuto fasi importanti nella storia della scuola Italiana. Iniziando dalla legge 517/1977, che ha dato avvio al processo d’integrazione scolastica, la produzione normativa su questo tema ha avuto una vera e propria evoluzione. Le leggi:

  • 104/1992 (Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate),
  • 170/2010 (che ha riconosciuto la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia come Disturbi Specifici di Apprendimento),
  • il decreto ministeriale n.5669 del 12 luglio 2011 (attuativo della legge 170/2010)
  • la direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012, che amplia il perimetro della riflessione sull’inclusione introducendo il concetto di Bisogni Educativi Speciali (BES), seguita dalla relativa circolare ministeriale applicativa n. 8 del 6 marzo 2013, hanno dato inizio, ad un difficile, ma ormai inevitabile, processo di cambiamento dell’organizzazione della scuola italiana. Siamo giunti ad un punto di svolta, in cui il “vecchio” concetto d’integrazione, cioè, consentire al “diverso” la maggior partecipazione possibile alla vita scolastica, deve lasciare il posto al concetto di “inclusione” e cioè comporre gli ambienti educativi in modo tale che siano adeguati alla partecipazione di tutti, ciascuno con le proprie modalità. In ogni classe ci sono alunni che richiedono un’attenzione speciale per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, Disturbi Specifici di Apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse, quindi i Bisogni Educativi

ed ambientali, considerando la globalità e la complessità dei funzionamenti delle persone. Il modello ICF è uno strumento di classificazione e di descrizione, della salute e della disabilità che ha lo scopo di fornire un linguaggio standard e unificato che serva da modello di riferimento. Fondandosi sul profilo di funzionamento e sull’analisi del contesto, il modello ICF ci consente di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno. Sulla scia di questo nuovo orientamento culturale, anche in Italia, sono state emanate leggi che introducono nell’Ordinamento Scolastico Italiano il concetto di Bisogno Educativo Speciale e riaffidano alla scuola il ruolo di garante del successo formativo, ponendola al centro del processo d’identificazione precoce delle difficoltà e richiedendole il compito di lavorare in modo personalizzato e individualizzato e di intervenire in modo funzionale nel potenziamento delle abilità e nel recupero delle difficoltà. Legge 170/2010 sui DSA, la Direttiva del 27/12/2012 e le successive Circolari e Note Ministeriali aprono la strada ad un’attenzione particolare ai Bisogni Educativi degli allievi e cercano di stabilire norme che tutelino i bisogni dei bambini e dei ragazzi e forniscano loro tutti gli strumenti necessari ad affrontare il percorso scolastico e formativo nel miglior modo possibile. Nella Direttiva Ministeriale del 27/12/2012 i BES sono descritti come una macro- categoria che si divide in tre grandi aree (sotto-categorie):

  1. Disabilità (ritardo cognitivo, minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali)
  2. Disturbi evolutivi specifici (DSA, ADHD, Funzionamento intellettivo limite (FIL), disturbi dell’area verbale e disturbi dell’area non verbale, disturbi della coordinazione motoria, disprassia, disturbo dello spettro autistico lieve, disturbo evolutivo specifico misto ecc.)
  3. Svantaggio socio-economico, culturale, linguistico. Tutti gli alunni che appartengono a queste categorie sono BES e hanno il diritto di avere accesso a una didattica individualizzata e personalizzata, che evidenzia l’unicità

di ogni studente, con le sue peculiari caratteristiche d’apprendimento non standardizzabili e il suo diritto ad essere accompagnato alla piena realizzazione di se stesso. Nella Direttiva è precisato che: “ In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni” (D.M.27/12/2012, p. 1) “… ogni alunno con continuità o per determinati periodi può manifestare Bisogni Educativi Speciali o per motivi psicologici, sociali rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta” (D.M. 27/12/2012, p.2) Questo comporta la ridefinizione del perimetro d’intervento educativo e di responsabilità di tutta la comunità educante ed estende a tutte quelle situazioni in cui è presente un disturbo clinicamente fondato, diagnosticabile ma non ricadente nelle previsioni della Legge 104/92, né in quelle della Legge 170/2010, i benefici della Legge 170/2010, vale a dire una didattica individualizzata e personalizzata, strumenti compensativi o dispensativi e modalità di valutazione ad hoc.

quindi auspicabile l’adozione, a livello di singola scuola o di rete territoriale, di “protocolli d’accoglienza” in cui dovrebbero essere evidenziati tutti gli aspetti dell’organizzazione scolastica come: definizione di procedure e prassi condivise di carattere amministrativo e burocratico, definizione delle varie figure coinvolte, modalità condivise di prima conoscenza, criteri d’inserimento nelle classi, accoglienza nelle classi, procedure concordate con i Servizi sociosanitari territoriali e modalità concordate di progettazione didattico-educativa personalizzata. I docenti dovrebbero essere in grado di individuare “precocemente” i segnali di difficoltà e i casi sospetti di DSA attraverso l’osservazione sistematica, che permette fin dalla scuola d’infanzia di rilevare le difficoltà, le aree critiche e i “ritardi di sviluppo”. L’osservazione sistematica consente di individuare gli aspetti su cui intervenire con attività didattiche mirate e specifiche di potenziamento. L’osservazione sistematica deve essere usata dai docenti in modo intenzionale, deve essere guidata da ipotesi formulate e deve mirare ad ottenere delle informazioni rilevanti nel modo più accurato ed efficace possibile. La sistematicità deve essere legata alla presenza di precisi schemi di riferimento che permettono la classificazione e la categorizzazione dei fenomeni osservati. Il Collegio Docenti, il Consiglio di Classe o il team docenti d’Interclasse ha il compito di stabilire i criteri e le modalità delle attività di osservazione condotte in classe (tempi, cadenze, strumenti adottati, modalità di registrazione dei risultati, tempi e modalità di condivisione). I risultati dell’osservazione sistematica devono costituire la base per una riflessione condivisa tra i docenti del team o del Consiglio di Classe, che possa permettere di individuare strategie di personalizzazione dell’apprendimento o elementi di ostacolo o potenziamento all’azione dei docenti.

Strumenti e strategie

1. Piano Didattico Personalizzato (PDP ) La Circolare 8/2013 sottolinea che il Consiglio di Classe e il team docenti, una volta individuati i bisogni devono formalizzare percorsi personalizzati e individualizzati per gli alunni, utilizzando il Piano Didattico Personalizzato (PDP). Il PDP, introdotto dalla Legge 170/2010 e dal D.M. 5669/2011 per gli alunni DSA, con l’attuale Normativa può essere predisposto anche per gli alunni BES, che non presentano certificazioni o diagnosi. Il PDP deve essere il risultato di una progettualità condivisa a livello di Consiglio di Classe o Team dei docenti, perché la progettazione degli interventi da adottare riguarda tutti gli insegnanti, l’intera comunità scolastica è chiamata ad organizzare i curricoli in funzione dei diversi stili o delle diverse attitudini, a gestire in modo alternativo le attività d’aula, a favorire e potenziare gli apprendimenti e ad adottare i materiali, gli strumenti compensativi, le misure dispensative e le strategie didattiche più adeguate ai reali bisogni degli alunni. Il PDP è uno strumento di lavoro flessibile che gli insegnanti usano in itinere e può essere modificato ogni qualvolta sia segnalato un cambiamento nei bisogni o nelle difficoltà degli alunni. La Direttiva individua anche la possibilità di una progettazione più centrata sulla classe, con l’individuazione di uno specifico piano per tutti gli alunni della classe con BES, focalizzando l’attenzione sulle strategie inclusive. Il PDP è lo strumento che garantisce l’applicazione delle norme previste dalle Legge 170/2010, dalla D.M. del 27/12/2012 e dalla C.M. n.8 del 06/03/2013, che contribuisce a costruire la storia dell’alunno con BES/DSA, che lo tutela, affinché quello che vi è scritto e concordato sia rispettato in un vero e proprio documento con una sua rintracciabilità, che registra i progressi dell’alunno ed è utile per presentarlo ad una commissione esterna, in sede d’esame. Il PDP deriva dallo sforzo congiunto della scuola e della famiglia, pertanto, la sottoscrizione di tale documento da parte del Dirigente, degli insegnanti del Consiglio

non come un “piano formativo per gli alunni con bisogni educativi speciali” a integrazione del POF (Piano dell’Offerta Formativa), ma come lo strumento per una progettazione della propria offerta formativa in senso inclusivo. La Nota n.1551/2013 definisce il PAI in questo modo: “un momento di riflessione di tutta la comunità educante per realizzare la cultura dell’inclusione, lo sfondo ed il fondamento sul quale sviluppare una didattica attenta ai bisogni di ciascuno nel realizzare obiettivi comuni, non dunque un ulteriore adempimento burocratico, ma come integrazione del Piano dell’Offerta Formativa, di cui è parte sostanziale”. La redazione del PAI, così come riportato dalla nota del 21agosto 2013 “Bisogni Educativi Speciali”, si deve prefiggere i seguenti obiettivi:

  • garantire l’unitarietà dell’approccio educativo e didattico dell’istituzione scolastica;
  • consentire la continuità educativa e didattica anche in caso di cambiamenti dei docenti e del dirigente scolastico;
  • generare una riflessione collegiale sulle modalità educative e sui metodi di insegnamento adottati nella scuola, arrivando a scelte basate sull’efficacia dei risultati in termini di comportamento e di apprendimento di tutti gli alunni;
  • individuare le modalità di personalizzazione risultate più efficaci in modo da assicurarne la diffusione tra gli insegnanti della scuola e tra scuole diverse;
  • raccogliere i piani educativi individualizzati e i piani didattici personalizzati in un unico contenitore digitale che ne conservi la memoria nel tempo come elemento essenziale della documentazione del lavoro scolastico;
  • inquadrare ciascun percorso educativo e didattico in un quadro metodologico condiviso e strutturato, per evitare improvvisazioni, frammentazioni e contraddittorietà degli interventi dei singoli insegnanti;
  • evitare che scelte metodologiche non documentate o non scientificamente supportate, effettuate da singoli insegnanti compromettano lo sviluppo delle capacità degli allievi;
  • fornire criteri educativi condivisi con le famiglie;
  • permettere di fare il punto sull'efficacia degli strumenti messi in atto nell'anno scolastico trascorso. Il PAI deve essere redatto dal Gruppo di Lavoro per l’Inclusione (GLI), un nuovo organismo d’Istituto, introdotto dalla Circolare, per il coordinamento delle politiche sull’inclusione scolastica. Il GLI è un punto d’incontro di tutti coloro che nella comunità scolastica si occupano a vario titolo delle difficoltà di apprendimento, ora riunite nella più vasta definizione di Bisogni Educativi Speciali. Il GLI è presieduto dal Preside ed è composto dal gruppo d’insegnanti di sostegno, da una rappresentanza di genitori e dei docenti curricolari, dagli assistenti all’autonomia e alla comunicazione (nei casi di disabilità), da rappresentanti del personali ATA e delle ASL, locali competenti. Il GLI ha anche il compito di:
  • rilevare i BES, con monitoraggi e valutazioni
  • raccogliere e documentare gli interventi educativo-didattici
  • fornire consulenza e supporto ai colleghi sulle strategie e metodologie di gestione delle classi
  • raccogliere e coordinare le proposte formulate dai GLH Operativi
  • comunicare con CTS, CTI, Servizi sociali territoriali e ASL, per attività di formazione, tutoraggio ecc. I CTS (Centro Territoriale di Supporto) erano stati istituiti nell’anno 2005/2006 dagli Uffici Regionali Scolastici e avevano il delicato ruolo di “interfaccia tra l’Amministrazione e le scuole, e tra le scuole stesse”, la Circolare ministeriale n.8 del 6 marzo 2013 ne ribadisce il ruolo fondamentale di collegamento fra l’Amministrazione e le scuole rispetto ai temi dell’inclusione.

3. Docenti inclusivi I docenti sono chiamati, in primis, ad acquisire nuove consapevolezze in ordine allo sviluppo del pensiero ed alla sua educabilità. È necessario che i docenti imparino a valorizzare il modo, o meglio, i vari modi in cui gli alunni apprendono, modulando l’insegnamento per rapportarsi in modo efficace con tale complessità. Questo vuol dire conoscere meglio le modalità di apprendimento, poiché l’alunno “standard” non esiste più e i docenti all’interno della classe devono far fronte ad una pluralità di situazioni individuali che rendono impossibile “disegnare” un alunno tipo. La lettura dei bisogni, la condivisione di metodi e la ricerca di strategie più idonee a rispondere a questa varietà di stili di apprendimento, sono compiti cui un docente inclusivo non si può sottrarre. La professionalità docente implica, infatti, la possibilità/necessità di “apprendere ad apprendere”, in quanto la complessità e la problematicità dell’agire educativo sollecitano una costante apertura a nuove interpretazioni dell’esperienza, a nuove e diverse modalità operative, a nuove conoscenze e competenze, in una prospettiva di apprendimento permanente. Le azioni del docente inclusivo dovrebbero essere le seguenti: - instaurare un clima inclusivo: valutare, accettare e rispettare la diversità. La diversità tra gli alunni è una risorsa e una ricchezza, che va valorizzata e apprezzata - cercare di adattare stili d’insegnamento, materiali, tempi, tecnologie - promuovere un approccio cooperativo tra gli alunni - sostenere e sollecitare le potenzialità di tutti gli alunni facendo prevalere un’ottica positiva nell’accostarsi alle differenze, piuttosto che una logica comparativa - costruire e mantenere un clima relazionale positivo come elemento imprescindibile per consentire ad ognuno di sviluppare al meglio le proprie possibilità, aiutandolo a divenire il 'miglior se stesso possibile' in quel momento;

  • attivare una didattica metacognitiva
  • predisporre attività trasversali alle altre discipline
  • variare strategie in itinere
  • favorire l’attivazione di reti relazionali con colleghi, famiglie, territorio, esperti. La collaborazione e il lavoro di gruppo dovrebbero essere approcci essenziali per tutti i docenti e momenti di confronto e valutazione della propria azione educativa.
  • aggiornamento professionale continuo; l’insegnamento è una “attività di apprendimento” e i docenti hanno la responsabilità del proprio apprendimento per tutto l’arco della vita. L’insegnante inclusivo deve essere capace di superare la tradizionale didattica trasmissiva (lezione frontale, libro di testo da studiare, interrogazioni individuali ecc.) e orientarsi verso una pluralità di approcci diversificati, che tengano conto di molteplici variabili quali: i tempi della lezione e della relazione, gli spazi, le modalità d’indagine sui contenuti della conoscenza (apprendimento significativo per scoperta ed elaborazione), il rispetto dei diversi stili di apprendimento, l’utilizzo di diversi stili d’insegnamento, le diverse tipologie di relazione e gli atteggiamenti dei docenti, i modi di aggregazione degli alunni, i mezzi, gli strumenti e i mediatori didattici utilizzati. 4. Pratiche educative e didattiche inclusive La Circolare Ministeriale n.8 del 6 marzo 2013 afferma che l’uso di determinate strategie di gestione dei gruppi, la produzione di materiali adeguati e la migliore utilizzazione degli strumenti in dotazione alla scuola possano senza dubbio consentire agli insegnanti di coinvolgere nei percorsi formativi programmati ciascun alunno, anche quelli in situazione di BES.

Nella peer collaboration gli allievi sono alla pari e hanno uguali conoscenze e competenze, quindi il gruppo affronta e risolve il problema aiutandosi e collaborando, è utile per facilitare la scoperta intellettuale e l’acquisizione di conoscenze di base. Importante è anche l’uso delle tecnologie multimediali (computer, notebook per utilizzare software specifici, LIM). Queste ultime permettono di accedere a una quantità infinita d’informazioni; di visualizzare filmati o immagini; l’interazione visiva di testi o esercizi ( costruzione di testi collettivi); la realizzazione di unità di lavoro informatizzate con possibilità di personalizzarle per il gruppo classe e di utilizzarle in modo flessibile ( eventuale consegna agli alunni di una copia della lezione o delle attività proposte in formato cartaceo o digitale); la possibilità di condividere sul web, tra reti di scuole, i prodotti realizzati; favoriscono e promuovono l’interazione lasciando spazio alla creatività degli studenti affinché realizzino ricerche o unità di lavoro multimediali in modo autonomo, singolarmente o in piccolo gruppo; favoriscono l’apprendimento costruttivo ed esplorativo ed infine per gli alunni con difficoltà sono un valido strumento compensativo se sono usate sintesi vocali, videoscrittura, mappe concettuali, schemi e tabelle. Un’altra strategia inclusiva efficace per migliorare l’apprendimento degli studenti, con e senza difficoltà è la didattica metacognitiva che sviluppa nell’alunno la consapevolezza di quello che sta facendo, perché lo fa, di quando è più opportuno farlo ancora e in quali condizioni. La didattica metacognitiva favorisce la consapevolezza nell’alunno dei propri processi cognitivi e il controllo esercitato su di essi. La didattica metacognitiva facilita la conoscenza e l’uso di strategie, migliora la prestazione nella risoluzione di problemi e nella pianificazione delle attività, sviluppa il senso di autoefficacia, autostima e motivazione, rafforza la conoscenza delle proprie capacità cognitive quali l’attenzione e la memoria. L’approccio metacognitivo stimola la convinzione che le situazioni possono essere modificate grazie all’ausilio di strategie adeguate, di maggiore impegno, di controllo delle azioni.

Il docente metacognitivo deve spingere il bambino alla scoperta dei propri processi cognitivi, dei propri stili di pensiero stimolandolo a sviluppare tecniche di autoregolazione. Il docente metacognitivo deve:

  • guidare l’alunno con esempi di strategie, aiuti e domande;
  • invitare l’alunno a ripetere ad alta voce il percorso elaborato;
  • chiedere all’alunno di pensare nella sua mente: avvio all’autonomia;
  • chiedere all’alunno di elaborare una strategia personale: avvio al consolidamento;
  • chiedere all’alunno di elaborare piani nuovi per risolvere altri problemi: avvio alla generalizzazione.

compagni, soprattutto in rapporto a se stesso, al prima e dopo, in base alle sue specificità e potenzialità, alle difficoltà che manifesta, ai progressi che realizza. Una valutazione, veramente, inclusiva deve essere progettata, cioè correlata, criterialmente, a una programmazione didattico-educativa orientata allo sviluppo delle competenze; deve essere personalizzata, in modo che si possa riconoscere a ciascuno il “differenziale” di apprendimento conseguito anche in presenza di competenze disciplinari diversificate; deve essere orientata, cioè finalizzata a orientare le scelte personali, fornendo strumenti di autoconsapevolezza e documentazione educativa; deve essere multifattoriale, cioè che utilizzi modalità valutative diversificate per riconoscere a tutti, in momenti e a livelli diversi, ciò che è di tutti e a ciascuno ciò che è di ciascuno. In sostanza non si può valutare in modo inclusivo ciò che non è stato progettato e attuato in modo inclusivo.

Conclusioni

L’attuazione e il rispetto delle ultime Leggi emanate, rappresentano per la scuola una grande opportunità di cambiamento, di cui però ancora non è stato colto il significato profondo. I cambiamenti, si sa, fanno paura, producono ansia, ma talvolta sono necessari per raggiungere obiettivi più importanti e significativi. La realtà sociale così diversificata e complessa, chiede alla scuola di riformulare la propria organizzazione, la propria progettualità e la propria metodologia didattica per rispondere a tutti i bisogni. La scuola deve adottare “la politica dell’inclusione” come strategia sociale, per rispondere in modo efficace ed efficiente alla diversità, che va considerata come un valore aggiunto e non come un fattore di disturbo. La realizzazione di questo, comporta che tutti gli “attori” (famiglia, scuola, territorio ) che concorrono alla formazione degli individui collaborino insieme, adottando e condividendo strategie e buone pratiche educative. I docenti, soprattutto, devono cercare di superare la loro rigidità metodologica e aprirsi a una relazione dialogica/affettiva, che garantisca la comprensione del bisogno e l’attuazione di risposte funzionali. La didattica inclusiva è equa e responsabile, fa capo a tutti i docenti e non soltanto agli insegnanti di sostegno, ed è rivolta a tutti gli alunni e non soltanto agli allievi con difficoltà. Tutto il team degli insegnanti deve essere in grado di programmare e declinare la propria disciplina in modo inclusivo, adottando una didattica creativa, adattiva, flessibile e il più possibile vicina alla realtà.