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Sciascia è stato accusato di aver scritto un'apologia della mafia, immedesimati in un'avvocato e scrivi un'arringa a suo favore.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Alessandra Re 5AS 2/12/ Lunedì 20 Novembre 1989 la Sicilia si trova sconvolta davanti alla morte di un autore che ha segnato una vera e propria svolta per la letteratura italiana. Leonardo Sciascia è stato il primo, infatti, a scrivere del fenomeno mafioso che, nato a metà del XVII secolo, continua, nonostante i numerosi progressi, a sconvolgere il nostro paese. Per lui “la libertà, in senso politico, deve essere la necessaria premessa della libertà spirituale, supremo imperativo di ogni uomo”. È quindi la ricerca della verità, sia sui sentimenti e le dinamiche che governano “cosa nostra”, sia sul rapporto che questa ha con la politica, a guidare il romanzo. “Il giorno della civetta “descrive in modo realistico la prepotenza delle associazioni a carattere criminale che, capeggiate da un boss (come Mariano Arena) o da intere “famiglie”, impongono il loro dominio, sgusciando tra le crepe di un sistema imperfetto e trovando il maggiore supporto ai piani più alti dell’ordinamento statale. Si fanno scudo dell’omertà e si servono delle tangenti per trovare complici obbligati, non mostrano alcuna pietà o debolezza, mascherandosi dietro atteggiamenti di sprezzante superiorità e sfrontatezza. È questa la realtà che Leonardo Sciascia ci racconta, una realtà osservabile e ormai conosciuta, ma che non riesce ad essere scardinata. Il protagonista del romanzo è il capitano Bellodi, un uomo onesto e dedito al proprio lavoro, che si trova invischiato in una situazione difficile quando inizia ad indagare su un omicidio che, seppur avvenuto sotto lo sguardo di molte persone, risulta invisibile come le stelle all’alba. L’indagine conduce, nonostante le difficoltà, al mandante, Don Mariano Arena, che però, per mancanza di prove, riesce a sfuggire al suo giudizio. Invenzione e storia ne “il giorno della civetta”, si uniscono e si mescolano per evidenziare la capacità delle forze dell’ordine di giungere alla verità, e di contro, paradossalmente, l’incapacità di dimostrarla. È questo il messaggio che Sciascia ci vuole mandare attraverso il libro: denunciare, non stare in silenzio, combattere per avere il diritto di vivere senza paura, non assuefarsi alla triste realtà. Leggendo il libro a me è sembrato chiaro l’obiettivo dell’autore, ma probabilmente nell’analisi dettagliata, quasi chirurgica che è stata effettuata sul romanzo, si è pensato così tanto a scomporlo che ci si è dimenticati del senso generale dell’opera, arrivando ad accusare Sciascia di aver scritto un’apologia della mafia. Il motivo di ciò può essere forse trovato nel dialogo che vede come protagonisti il Boss Mafioso e il capitano, durante il quale si assiste a uno scambio di battute particolarmente interessante. In particolare è l’orgoglio che Bellodi prova davanti all’ammirazione dell’avversario a tradire la segreta simpatia che l’autore prova nei confronti di tutta l’organizzazione criminale. O, almeno, questo è ciò che sostiene l’accusa, che sembra quasi ridurre il messaggio di un intero libro a poche e sintetiche righe, estrapolandole dal loro stesso contesto. Analizziamo però la situazione immedesimandoci nei personaggi. Il capitano Bellodi è arrivato in una terra a lui estranea, circondato da facce sconosciute che spesso ostacolano le sue indagini. Fatica a trovare le prove, mancano i testimoni, e per di più teme per la propria sicurezza e vita, che diventano bersaglio dei malviventi appena questo tenta di aprire un armadio indubbiamente pieno di scheletri. Dopo numerosi vicoli ciechi e intoppi, però, arriva, quasi come un segnale divino, la lettera del defunto Calogero Dibella, detto Parrinieddu , che lo invita a interrogare altri tre noti mafiosi: Diego Marchica, Rosario Pizzuco e don Mariano Arena. Riesce finalmente a parlare con quest’ultimo, faccia a faccia, e si sente turbato dall’indifferenza che mostra di fronte alla sua autorità, dalla sicurezza che ostenta. Ora, non deve essere particolarmente difficile immaginare i sentimenti contrastanti che sconvolgevano l’animo già inquieto del capitano. Probabilmente doveva sentirsi molto disgustato e sconsolato per il suo fallimento, un’indagine che non stava dando i suoi frutti e gli stava facendo dubitare della sua abilità. L’orgoglio e la tracotanza dell’interrogato devono
averlo fatto sentire particolarmente arrabbiato, sconvolto, forse anche solo, a domandarsi come potesse lo spietato nemico credere che i suoi gesti fossero giusti, o anche solo sentirsi giustificato a compierli, senza provare un minimo di rimorso. Vedersi riconosciuto l’onore, l’integrità morale e l’impegno dall’avversario devono aver riempito il suo cuore di sollievo, di calma, di soddisfazione, tanto da non farlo dubitare neanche per un momento della veridicità delle parole del boss, ringraziandolo e ricambiando l’onore. La scena non può quindi essere vista come un’apologia della mafia, ma solo come dimostrazione della profonda analisi psicologica che l’autore effettua su ogni personaggio. Don Mariano Arena inoltre non è una persona fondamentalmente cattiva, rimane fedele ai suoi ideali e non si ferma davanti a niente pur di raggiungere gli obiettivi che si pone, per quanto essi siano sbagliati. La sua figura mi ha ricordato quella di un altro mafioso, Tommaso Buscetta, che crede veramente negli ideali di protezioni proposti dalla mafia, ma che non appena smette di riconoscersi nell’associazione, decide di denunciarla e dare così vita al maxi processo, che ha rinnovato la speranza di poter vincere una guerra contro le ingiustizie. La denuncia di Sciascia però non si ferma al piano sociale, e affronta anche quello politico. Nella nostra società ci sono due Stati diversi: uno è lo stato reale, che incarna gli ideali di democrazia e di sovranità popolare, che agisce attraverso la legge e giudica attraverso i tribunali. L’altro è uno stato parallelo, che non riconosce il potere del primo e cerca di usurparne il ruolo senza alcun diritto, e viene conosciuto con il nome di mafia.
Io credo che il messaggio che si trova in questa frase sia lo stesso che ci vuole trasmettere Sciascia attraverso il suo libro: non tapparsi gli occhi davanti alle ingiustizie, ma combattere sempre per vivere liberi dalle oppressioni.