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Appunti dell'esame teoria e storia della semiotica dell'Università di Siena
Tipologia: Appunti
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Etimologia del termine semiotica e riflessione sul segno nell’antichità classica e continuazione nella tradizione filosofica (fino al Settecento) Semiotica compare anche in un altro nome: semiologia. La differenza è nominale: semiologia nasce in ambito francofono, è il termine che è usato da Saussure, semiotica invece rimanda all’uso che ne fa la tradizione anglosassone, in particolare l’altro padre della semiotica, Peirce. Semiologia rende meglio l’idea della disciplina: semeion + logos (studio di). Semiotica, rispetto a semiologia, è la versione usata anche nella tradizione filosofico-medica, Locke usava semiotics infatti. La versione inglese successivamente ha prevalso rispetto a quello francofona. La parola semiotica è stata coniata sulla falsa riga di un’espressione greca ( semeion o semeiotikè ), vuol dire scienza dei segni. Bisogna fare una distinzione tra due tipi di semiotica. La prima è la semiotica come disciplina contemporanea, nata a cavallo tra Ottocento e Novecento, ad opera di due studiosi che non si sono mai conosciuti, il linguista ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913) e il filosofo americano Charles Sanders Pierce (1839-1914), esperti in campi che non coincidono con quelli dell’altro. Il primo era un linguista, mentre il secondo era un filosofo, da entrambi le discipline si è arrivati a immaginare una disciplina che si occupasse dei segni. La disciplina nasce dalla convergenza teorica di questi due grandi studiosi e si istituzionalizza in un libro, che è una sorta di certificato di nascita della disciplina, Elementi di semiologia di Roland Barthes (francese), del 1964. Umberto Eco è riconosciuto come massimo studioso di semiotica italiano. La seconda è uno studio che parte dall’antichità classica, molti filosofi dell’antichità si sono occupati di studiare cos’è un segno, che relazione c’è tra i segni e la nostra vita intellettuale, quale relazione c’è tra i segni e la conoscenza, quale relazione c’è tra i segni e il linguaggio. Questo secondo tipo parte da Platone, che dedica un libro intero ai segni del linguaggio della lingua verbale, in forma di dialogo, Cratilo , nome di uno dei due personaggi che prendono parte a una discussione, moderati da Socrate che alla fine propone anche una sua opinione. Il dibattito è intorno alla domanda se le espressioni del linguaggio siano convenzionali o naturali, cioè legate agli oggetti che designano in modo arbitrario o se queste parole sono obbligatorie per gli oggetti che denominano. La parola non ha una relazione necessaria con l’oggetto, eccetto le onomatopee, che indicano il suono delle parole che indicano, come frusciare. In questo caso non c’è convenzionalità, la parola ha un rapporto diretto, naturale. Un altro grande personaggio dell’antichità che riflette sui segni è Aristotele, in cui troviamo una teoria abbastanza completa, distribuita in opere differenti, De interpretatione e gli Analitici. Egli inizia una tradizione in cui i segni linguistici sono trattati in un modo, e quelli non linguistici in un altro. I primi sono le parole, i secondi sono tutte quelle espressioni significanti che non vengono prodotte attraverso la bocca e la voce, ma dai gesti o dalla mimica, o segni naturali come quelli metereologici. Aristotele inizia a distinguere una teoria dei segni verbali da una teoria dei segni non verbali, dopo il filosofo altri si sono occupati del linguaggio, soprattutto le scuole post-aristoteliche, due soprattutto: quella degli stoici, che danno molta importanza ai segni, e quella degli epicurei. Si occupa di semiotica anche la medicina antica, c’è proprio una branca della medicina antica, semeiotikè , da cui deriva la semeiotica medica antica, una delle tre grandi parti della medicina antica, che scopre la malattia a partire dai segni, cioè dai sintomi delle malattie. La retorica ha una parte giuridica, l’avvocato si interessa dei segni perché deve valutare gli indizi e le prove della colpevolezza o dell’innocenza di un avvocato; la semiotica entra nel mondo romando dentro questa disciplina ampia, ritenuta la principessa delle discipline, per Cicerone era addirittura superiore alla filosofia, perché coglie i
originarie che stavano dietro alle differenziazioni linguistiche delle varie lingue dell’Europa e dell’antica India e del sanscrito. Colui che si accorge della parentela delle lingue è un inglese e non è un linguista, ma un uomo colto, un lord, mandato in India a gestire la giustizia nel tribunale di Calcutta: sir William Jones, un magistrato, funzionario della corona britannica. Egli non si era formato solo sui libri di giurisprudenza ma aveva fatto anche studi classici, conosceva 13 lingue. Nel 1784 fonda la Royal Asiatic Society of Bengala. Nel 1786 egli scrive una memoria, un saggio, sulla somiglianza tra varie lingue, che legge alla Royal Asiatic Society. In questa memoria dice che la lingua sanscrita ha una struttura meravigliosa e che ha una forte affinità sia nella radice dei verbi, sia nella grammatica con lingue come quella greca e quella latina, che non può essere casuale, data la lontananza geografica. Già pensava che ci potesse essere una radice comune tra queste lingue. Il gotico (parlato in Germania) e il celtico (parlato in Francia e poi in Gran Bretagna e in Irlanda) hanno avuto anche esse la stessa origine del sanscrito, e anche l’antico persiano. Per tutto l’Ottocento gli studiosi del linguaggio studiano l’origine delle lingue e le somiglianze tra queste, ne fanno uno studio diacronico. Saussure per metà della sua vita è linguista diacronico, cioè studia e insegna linguistica comparata. A ventidue anni scrive un saggio fondamentale sull’indoeuropeo, Memoria sui mutamenti vocalici dell’indoeuropeo , scritto quando ancora non aveva finito di studiare. Poco dopo va a Parigi e diventa insegnante universitario, dal 1881 al 1891, e insegna linguistica comparata. Nel 1991 torna a Ginevra e comincia a insegnare all’università di Ginevra. Qua farà tre corsi (1906/7, 1908/9, 19 10/11, non sono contigui, tra un anno e un altro insegnava la linguistica storica) che rivoluzionano in modo totale lo studio della linguistica, che da diacronica diventa generale, o sincronica. Non insegna più come mutano le lingue, ma quali sono i rapporti interni di una lingua, cos’è che fa di una lingua una lingua, alla base è posta la tematica della comunicazione: una lingua è uno strumento di comunicazione e questo può essere studiato indipendentemente dall’evoluzione che ha avuto. Saussure inaugura una nuova disciplina: la linguistica sincronica o linguistica generale (com’è fatta una lingua). Deriva quindi anche la definizione di lingua dai tre corsi di Saussure: è un sistema di segni. Sistema vuol dire che i segni non sono raggruppati in modo casuale, ma sono collegati l’uno con l’altro, tale che se un segno cambia l’intero sistema deve ristrutturarsi. Successivamente sistema diventa struttura (non usato da Saussure). Le idee dei tre corsi egli non le scrive mai in un libro, nel 1 916 due suoi allievi, Albert Sechehaye e Charles Bally, raccolgono gli appunti di tutti gli studenti che erano riusciti a trovare, in un libro a nome di Saussure che si chiama Corso di linguistica generale , uscito quindi postumo. In questo libro troviamo dei riferimenti alla semiotica, definita una disciplina in cui si analizzano tutti i sistemi di segni. Egli inoltre riteneva che il segno linguistico non unisse un nome e un oggetto, ma un significato (immagine mentale) e un significante (immagine acustica). Un segno unisce un’immagine acustica, cioè l’immagine che mi faccio nella testa del suono, con un’immagine mentale. Un segno è un’entità interamente psichica, poiché entrambi le immagini lo sono. Il suono lo rendo percepibile emettendo la voce, ma in un secondo momento. Possiamo infatti pensare senza parlare. Significato e significante sono due parole che arrivano successivamente a immagine mentale e immagine acustica. 07/10/ Diacronia e sincronia Ci sono vari certificati di nascita della disciplina, il più recente è quello di Roland Barthes, del 1964. Prima troviamo il duplice certificato che deriva dalle opere di Peirce e di Saussure, ancora più indietro lo troviamo nel mondo greco romano. Nel mondo contemporaneo è stata riscoperta, e le è stata data una vita nuova senza tenere conto dell’antichità. Gli studiosi di oggi hanno capito che prima della semiotica ottocentesca c’era una semiotica nel mondo classico. Alla fine del Settecento inizia lo studio diacronico del linguaggio, in cui si inserisce l’etimologia delle parole. Ciò per merito di William Jones. La sincronia si disinteressa della dimensione storica dei segni linguistici e si concentra sulle relazioni interne di una lingua in un unico momento storico. Ferdinand de Saussure è stato uno
dei più grandi esponenti della linguistica comparata/storica/diacronica, ma ha creato la linguistica generale, o sincronica. Egli è l’anello tra la linguistica storica (oggi glottologia), (che risponde alla domanda: ‘da dove deriva questa parola?’), e la linguistica sincronica, completamente inventata da lui, e che risponde alla domanda ‘come è fatta una lingua?’ e non da dove deriva. La linguistica sincronica ha a che vedere con il concetto di comunicazione. Cosa rende la lingua uno strumento di comunicazione efficace? La lingua è uno dei sistemi di segni, accanto a questa ci sono altri sistemi di segni, quelli non verbali, come i gesti o quelli artificiali (il semaforo). La lingua deve essere inquadrata, secondo Saussure, in un ambito più ampio che studia tutti i sistemi di segni, di cui quelli linguistici sono i più importanti, e questa disciplina, la semiologia, darà delle regole generali per tutti i sistemi. Dal Corso di linguistica generale leggiamo: La lingua è un sistema di segni esprimenti delle idee e, pertanto, è confrontabile con la scrittura, l’alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici, le forme di cortesia, i segnali militari, ecc. Essa è semplicemente il più importante di tali sistemi. Si può dunque concepire una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale; essa potrebbe formare una parte della psicologia sociale e, di conseguenza, della psicologia generale; noi la chiameremo semiologia. Essa potrebbe dirci in che cosa consistono i segni, quali leggi li regolano. Poiché essa non esiste ancora (non era a conoscenza della tradizione semiotica a lui precedente, dai greci a Locke) non possiamo dire cosa sarà; essa ha tuttavia diritto ad esistere e il suo posto è determinato in partenza. La linguistica è solo una parte di questa scienza generale; le leggi scoperte dalla semiologia saranno applicabili alla linguistica e questa si troverà collegata ad un dominio ben definito dei fatti umani. Inizia a pensare alla semiologia come il grande quadro in cui si inseriscono tutti i sistemi di segni, la lingua in primo luogo. Langue , language e parole Un’altra distinzione fondamentale che fa è tra lingua e linguaggio, cosa non fatta dall’inglese, che utilizza soltanto language (che vuol dire sia lingua che linguaggio) e speach , la produzione linguistica, l’italiano utilizza lingua, linguaggio e produzione linguistica (che Saussure chiama parole ), in francese abbiamo langue , language e parole , che non è parola ( mot ), coincide solo quando si dice “ha perso la parola”. Langue La langue (lingua in senso tecnico) è la dimensione sociale del fatto linguistico, è l’insieme di tutti quei segni che una certa comunità condivide, non è mai individuale. Perché una lingua è definita dagli specialisti storico-naturale? Un termine contraddittorio. Storica perché non nasce con l’uomo, non si trova nella natura. Naturale perché quando un bambino nasce lo trova nell’ambiente in cui nasce, nel mondo che lo circonda, non la deve ricreare da zero. Una lingua è definita storico-naturale anche per distinguerla da quelle artificiali, lingue create artificialmente da qualcuno, come l’esperanto, creato da Zamenhof nell’Ottocento perché portasse la pace. Le lingue artificiali sono state create a partire dal Seicento e si chiamano anche filosofiche. Umberto Eco nell’opera Alla ricerca della lingua perfetta analizza le lingue artificiali. Saussure a proposito della langue dice: La langue è un tesoro depositato dalla pratica della parole nei soggetti appartenenti a una stessa comunità, un sistema grammaticale esistente virtualmente in ciascun cervello o, più esattamente, nel cervello d'un insieme di individui. La lingua oppone una resistenza fortissima all’innovazione, perché deve mantenere una sua stabilità, ma nonostante questo si innova continuamente. La massa parlante, e non il singolo, accetta parole nuove, che rompono la resistenza della lingua all’innovazione, sono parole sanzionate dalla comunità.
che è uno dei sistemi semiologici. I concetti si esprimono con i gesti delle mani. Che differenza c’è tra la lingua dei segni delle persone sorde rispetto ai gesti della vita quotidiana? La gesticolazione accompagna la sfera del parlato, alcuni gesti invece la sostituiscono. I gesti della vita quotidiana si differenziano dalla lingua dei segni: i primi si imparano guardando gli altri, la seconda si impara come si fa per una lingua straniera. Le lingue dei segni non sono uguali tra di loro, quella italiana (LIS) è diversa da quelle di altre nazioni, come la ASL (American sign language). La lingua dei segni non è così artificiale, è comparabile alle lingue storico-nazionali, perché tende a nascere spontaneamente. La semiologia rinasce con le considerazioni di Saussure. Qual è la possibile struttura di un sistema semiologico? Lui prende in considerazione quello della lingua, il più sviluppato, perché è traducibile nelle altre lingue e può tradurre qualsiasi altro sistema, è un sistema modellizzante primario, cosa che non si può fare con i gesti o con le immagini. Per la lingua si distinguono tre dimensioni, applicabili a tutti i sistemi semiologici: langue , language e parole. La lingua è un sistema (poi struttura), cioè un insieme ordinato di elementi, di segni. Ogni elemento è convenzionale e differenziato dagli altri, i sinonimi non esistono, in realtà sono solo parasinonimi, c’è una differenziazione tra l’una e l’altra parola (es. mamma-madre: mamma ha una connotazione affettiva, madre è un termine più burocratico). Il linguaggio non è convenzionale come la lingua, è naturale, anche se non tutti gli elementi che lo formano sono del tutto naturali. Esso poggia su una facoltà di linguaggio, che è naturale, innata. Per quanto riguarda gli studi nel campo della neurologia ai tempi di Saussure sono stati pubblicati dei lavori da un neuropsichiatra dell’epoca, Broca, nome legato a un’area del cervello, la terza circonvoluzione dell’emisfero sinistro del cervello, che egli definiva come l’area fisica responsabile della facoltà di linguaggio. Egli arrivò a questa conclusione studiando casi di afasia, una patologia di cui vengono affette certe persone che hanno una lesione celebrale. Saussure aveva letto questi studi e ne parla. Accanto all’area di Broca è stata scoperta l’area di Wernicke. Facoltà di linguaggio ed esempi di bambini selvaggi Dopo Saussure sono stati fatti studi di biologia del linguaggio, negli anni Sessanta, in particolare sono rilevanti gli studi del 1967 di Lenneberg ( Biologia del linguaggio ). Egli ha scoperto che la facoltà del linguaggio è legata a un tipo di neuroni che maturano piano piano quando il bambino nasce. Questi neuroni sono immaturi quando il bambino nasce e ci mettono 24 mesi per arrivare alla maturazione, per attivaris, questo spiega perché i bambini non riescono a parlare fino a circa due anni. Questa facoltà di linguaggio dura circa 10 anni, fino alla pubertà, circa fino ai 12 anni, questo si chiama periodo critico dell’apprendimento del linguaggio, è il periodo entro il quale si impara una lingua. A 12 anni i neuroni sono riconvertiti per altri scopi, relativi alla motricità, si disattivano, quindi dopo quell’età è impossibile insegnare a parlare a un bambino, perché i neuroni si sono disattivati (Es. bambini lupo, fuori dalla società). La prima testimonianza semimitologica si trova in Erodoto, storico greco, che racconta una storia in parte mitica del faraone Psammetico che mise due bambini in isolamento per vedere quali sarebbero state le prime due parole da loro pronunciate e in che lingua, per capire quale fosse stata la prima lingua parlata. Uno dei due pare che pronunciò becos quando gli venne consegnato il pane, non in egiziano, quindi il faraone rimase deluso. Un altro esempio è il bambino selvaggio Victor dell’Aveyron (XVIII-XIX secolo). Egli fu trovato nei boschi, fu preso due volte ma riuscì a fuggire, la terza volta riuscirono a prenderlo e spostarlo dall’Aveyron a Parigi perché era un caso molto curioso. Inizialmente pensarono fosse sordo perché non aveva reazioni a rumori forti, fu portato in un istituto di sordomuti a Parigi nel quartiere latino. Il direttore, un abate e studioso, ha elaborato uno studio che si chiamava teoria dei segni. Il suo assistente, Itard, si prese cura del bambino, e si accorse che non era sordo, reagiva ai suoni che gli interessavano, come quelli legati al cibo. Aveva carenze di tipo sensoriale, era insensibile al freddo e al caldo. Egli cerca di rieducarlo dal punto di vista sensoriale e civile, per inserirsi nella società. Successivamente il bambino va ad abitare con una nutrice in uno stabile vicino all’istituto. Itard era seguace di Condillac e segue la sua filosofia per
rieducare il bambino. A fine del primo anno scrive una memoria dove spiega cosa era successo. Le uniche due espressioni che riuscì a pronunciare furono ‘ou’, forse acqua, e ‘odè’, imitando un’espressione della nutrice. Un altro caso è quello di questa bambina che è stata chiamata Genie, che nasce in una famiglia dove già c’erano altri figli ed è rinchiusa dal padre in una stanza, che ordinò di non parlarle mai alla moglie, ma di portarle da mangiare. Genie rimane rinchiusa fino alla pubertà più o meno. A un certo punto la bambina prende una malattia non curabile in casa e la mamma a quel punto la porta in ospedale quando non c’è il marito, lì emerge tutta la situazione e sono chiamati i servizi sociali, che la affidano a una psicolinguista, Susan Curtiss. Il padre si uccide. Susan la tiene in cura per più di un anno, ma non riesce a farle fare progressi dal punto di vista del linguaggio, finisce la sovvenzione dello Stato e quindi la bambina rimane in degli istituti. La facoltà di linguaggio, quindi, è quella facoltà innata, al contrario della langue che è artificiale e convenzionale. Parole La parole è la realizzazione personale e individuale della langue , che è virtuale, esiste sempre anche se non usata. La produzione linguistica è diversa per ciascuno. La parole fa un uso infinito di mezzi finiti (vocabolario). Le parole sono le più piccole unità dotate di significato, e sono a loro volta scomponibili, ma queste unità più piccole, sillabe o lettere, non sono dotate di significato. Le più piccole unità dotate di significato, le parole, si chiamano unità di prima articolazione. Le più piccole unità prive di significato, singole lettere o suoni, si chiamano unità di seconda articolazione. Le lettere si chiamano grafemi in termini tecnici, i suoni singoli si chiamano fonemi e le parole monemi. Le parole in realtà, come i verbi e i nomi, a parte quelle invariabili come avverbi, articoli e congiunzioni, possono essere scomposti in pezzi più piccoli significanti: la radice e la desinenza (cane: can – e, la e sta a significare maschile, singolare). In che modo questo inventario finito permette una creatività infinita? Con 150.000 lemmi si possono fare tantissime frasi, ogni parola deriva da una combinatoria di base piccolissima, cioè i fonemi di una lingua. I suoni di base di una lingua sono un inventario ridottissimo (tra 20 e 40 suoni circa), in italiano ce ne sono 24. Con questi 24 suoni combinati in modo vario si ottengono tantissime parole. Ogni differenza crea un’entità. Come hanno fatto i linguisti a dimostrare la differenza tra i suoni e l’imperfezione degli alfabeti storici? Hanno creato l’alfabeto fonetico internazionale, organizzato in modo tale che sia inventato un segno grafico per ogni suono. 13/10/ Nella lezione precedente… Langue è diventato un termine tecnico per indicare la dimensione sistematica, sociale e convenzionale del fatto linguistico. Essa comprende lessico e grammatica, costruiti dall’uomo, non esistono in natura, a differenza della facoltà di linguaggio. In seguito, essa è definita dai seguaci di Saussure codice, le lingue sono dei codici nella misura in cui ogni codice è fatto di unità che sono bifacciali. In un codice c’è un’espressione che rimanda a un significato. Nel vocabolario abbiamo un lemma, significante, e la sua definizione, trascrizione linguistica del significato, un vocabolario è un codice. La lingua è il codice che mette in corrispondenza biunivoca significanti con i rispettivi significati. Anche parole è un termine tecnico, è l’esecuzione personale del codice, della langue. Non abbiamo la parole del greco antico, dell’etrusco, non ci sono più le realizzazioni pratiche. Parole La parole è la dimensione personale e individuale del fatto linguistico, è un atto di volontà e intelligenza in cui si possono distinguere, nel momento in cui è realizzata, le combinazioni con cui è usato il codice della lingua e i meccanismi psicofisici impiegati per esternare le combinazioni. Essa
suono effettuata da tutto l’apparato fonatorio, i neuroni sono collegati con il sistema nervoso, i nervi sono collegati con i muscoli della lingua, delle labbra, delle narici, della trachea, ecc, che sono la parte fisica. Arrivati a questo punto gli organi fonatori, che sono governati dai muscoli, a loro volta messi in moto dai nervi, producono un suono e si arriva al terzo processo , quello fisico , perché il movimento dei muscoli dell’apparato fonatorio e delle componenti di questo (denti, labbra, narici, laringe, polmoni). L’aria che passa attraverso la bocca, spinta dai polmoni, produce un suono, ma che cos’è un suono? Qual è la sua dimensione fisica? Un suono è la produzione di onde, che si chiamano onde sonore. Queste onde, dalla bocca del parlante A, arrivano all’orecchio del parlante B, dell’interlocutore. Arrivate all’orecchio queste onde, questi suoni, mettono in movimento l’apparato fisico di ricezione, composto da tre ossicini dell’orecchio (staffa, incudine e martello), che sono stimolati dal movimento dell’onda sonora. Questo stimolo non è sufficientemente forte se non è amplificato da un amplificatore naturale che noi abbiamo nell’orecchio, la coclea (chiocciola in latino), che è fatta a spirale e amplifica il segnale che è stato tramesso dai tre ossi e proviene dalle onde. Alla coclea è collegato il nervo acustico, con il nervo lo stimolo è trasferito al cervello dell’ascoltatore. Fino a qui il processo fisico è comune al parlante e l’ascoltatore. Qui inizia il processo fisiologico dell’ascoltatore che trasforma il segnale in qualcosa di psichico che arriva alla sua mente. Se l’ascoltatore condivide il codice del parlante questo stimolo (significante) si trasforma in un significato, se invece arriva un suono di una lingua che non conosce non viene collegato a niente. Comunicazione animale: api, cercopitechi e cani della prateria Gli animali hanno la possibilità di avere un linguaggio come quello umano? No. Le ragioni sono almeno due. Innanzitutto, perché negli animali non si riscontra quella che nell’uomo si chiama facoltà di linguaggio, questo organo innato che permette all’uomo di costruire una lingua. Perché solo gli uomini hanno la facoltà di linguaggio? Probabilmente nell’evoluzione delle specie, nel caso dell’homo di Neanderthal e dell’homo sapiens^1 , si è creata una mutazione che ha fatto nascere quei neuroni che sono deputati alla facoltà di linguaggio. L’evoluzione ha agito in un modo casuale, questa mutazione non c’è stata nelle altre specie. La seconda ragione è fisica, negli scimpanzè e nelle altre specie non umane non si è verificato un fenomeno che si è verificato nell’evoluzione umana: l’abbassamento della laringe, organo cartilagineo che abbassandosi permette la presenza, la costituzione di una cassa di risonanza dei suoni. Negli scimpanzè è molto più alta e immediatamente attaccata al palato molle, nei bambini la laringe scende, inizialmente ce l’hanno come gli scimpanzè, perché se ce l’avessero più bassa fin da subito il latte andrebbe nella trachea, invece così possono sia respirare sia prendere il latte, poi man mano si abbassa. Gli animali hanno forme di comunicazione molto sofisticate, ma non hanno il linguaggio. Linguaggio delle api Uno dei linguaggi più sofisticati degli animali è quello studiato da Karl von Frisch, uno studioso svizzero (ha ricevuto il premio Nobel) delle api, negli anni Quaranta. Egli si è accorto che le api hanno una forma di linguaggio che non è convenzionale, ma naturale, perché le api non le imparano, hanno una dotazione naturale di produrre una forma comunicativa (che noi chiamiamo linguaggio ma è una forma di comunicazione) che permette loro di scambiarsi alcune informazioni fondamentali per la loro vita. Queste informazioni sono prodotte sotto forma di un significante a cui viene attribuito un (^1) Può parlare perché a un certo punto dell’evoluzione è comparso un osso particolare che si chiama osso ioide, non attaccato al sistema scheletro, si trova dentro la radice della lingua e serve per articolare la lingua, che differenzia, articola i suoni. In forma più embrionale c’è anche nell’uomo di Neanderthal, ma la conformazione della zona della gola era più rozza in questa specie. Secondo gli studiosi gli uomini di Neanderthal producevano suoni gutturali, cioè una gamma di suoni che vanno dalla o alla u, senza a, e, i. Anche gli scimpanzè non hanno l’osso ioide.
significato dalle api. Non comunicano con suoni, ma con movimenti spaziali che vengono definiti danza. Questa danza assume due forme: una è quella circolare, ripetuta per diverse volte, l’altra è la danza dell’addome o danza a otto, perché fanno il segno dell’infinito. Cosa le distingue? Il fatto che nonostante entrambe le danze indichino una distanza, la danza a otto indica un certo range di distanza, quella circolare ne indica un altro inferiore. Cosa si comunicano le api tra loro? Si comunicano dove c’è il nettare che le altre api bottinatrici vanno a prendere per portarlo all’alveare. Le api sono chiuse in due gruppi: un gruppo che rimane nell’alveare e un gruppo, api esploratrici, che vanno in giro per cercare il nettare. Quando tornano all’alveare devono comunicare dove si trova fornendo più informazioni possibili, innanzitutto qual è la distanza da questi fiori, poi si comunica la direzione. La distanza è comunicata attraverso la ripetizione di queste danze, se c’è la danza circolare ogni giro corrisponde a 100 metri, se però la distanza supera i 1000 metri a quel punto la relazione è inversa, minore è il numero di giro a otto più i fiori sono distanti. Per 1 km vengono fatti 4,6 giri a otto, per 2 km 3,3, per 5 km 2,2, per 10 km 1 giro e 25. La direzione è indicata attraverso una geometria che implicitamente loro riescono a gestire. La danza può essere fatta su un numero infinito di piani e questi piani possono essere in relazione con delle coordinate, se la direzione è quella del sole l’asse della danza è verticale, se il campo di fiori si trova dalla parte opposta ma sempre sulla stessa linea arnia-sole, l’asse è perpendicolare però la freccia è opposta. L’ape esploratrice traspone l’asse sole-arnia sull’asse alto-basso, se va in alto i fiori sono nella direzione del sole, se va in basso sono nella direzione opposta, se inclina di un certo numero di gradi i fiori sono spostati rispetto all’asse solare di quel numero di gradi. Un’altra cosa che le api
Innanzitutto, egli lo usa per non confonderlo con convenzionale, e, usando arbitrario, si pone in polemica con un linguista americano che stima molto, Whitney, che sosteneva che il linguaggio fosse convenzionale. Per Saussure non lo era, non era cioè frutto di una convenzione tra uomini, perché presuppone che esistano già da una parte i significati e dall’altra i significanti, dopodiché gli uomini si sarebbero accordati per mettere assieme un significato con un significante. Invece Saussure ritiene che il segno si sia formato unendo una porzione casuale di suono con una porzione casuale di senso e che dunque non esistesse prima dell’unione di questi due elementi qualcosa su cui si potesse già convenire. Ciò lo dimostra che il significato cavallo si è incontrato in italiano con cavallo, in inglese con horse , non c’era una relazione precedente. Arbitrario quindi vuol dire che non c’è nessuna relazione di tipo naturale o necessaria tra il suono e il senso, non esiste nessun suono più adatto dell’altro per esprimere un certo significato. Quando nasce una lingua qualunque suono è adatto per esprimere qualunque significato e la diversità della lingua dimostra questo fatto. Si fa un’obiezione: ci sono nella lingua dei casi in cui certi suoni sembrano rimandare non in modo arbitrario, ma in modo naturale, ai loro significati, come le onomatopee. Ci sono delle parole nel vocabolario che sembrano essere naturali, legate in modo naturale, come frusciare, fruscio, scricchiolare. Le altre espressioni oltre alle onomatopee che sembrano naturali sono le esclamazioni. Risponde con degli esempi a questa obiezione come la parola frusta in francese, che richiama il suono che fa la frusta, ma se si guarda l’origine si capisce che deriva dalla parola latina fabus , cioè faggio, il ramo con cui venivano fatte le fruste. Al contrario ci sono anche parole che non sembrano onomatopeiche e che invece in origine lo erano, come la parola piccione che nasce come onomatopeica perché deriva dal latino pipio che riproduceva il pigolare del piccione. Le parole onomatopeiche non sono quindi una vera obiezioni al concetto di arbitrarietà per due motivi: perché sono pochissime nel vocabolario, sono una decina, e perché queste tendono a trasformarsi in parole non più onomatopeiche, tendono ad arbitrarizzarsi. In lingue diverse abbiamo parole onomatopeiche che hanno assunto una forma totalmente diversa, le fossero davvero dovrebbero avere la stessa forma in tutte le lingue. 14/10/ Il triangolo semiotico Il significato è all’interno del segno stesso. Il significato a cui il significante rimanda non è esterno al segno, al linguaggio, alla lingua, ma è interno. Per Saussure il segno linguistico non unisce una parola a un oggetto del mondo reale, ma unisce un’immagine mentale con una acustica, un significato con un significante. Gli elementi che entrano in gioco nel fatto linguistico sono tre, anche se Saussure ne prende solo due in considerazione. Nel 1923 viene pubblicato The meaning of meaning , cioè il significato del significato. In questo libro viene presentato il triangolo semiotico o triangolo della significazione. Gli autori del libro sono C. K. Ogden e I. A. Richards, loro sostengono che quando abbiamo significazione si instaura una relazione fra tre entità che chiamano: segno linguistico, pensiero o
significato e referente, terminologia che non tiene di conto di quella di Saussure ma può essere tradotta in questa. Ciò che chiamano segno linguistico può essere letto come significante, perché la loro definizione di segno indica solo la superficie fonica e non l’unità completa. Il referente è l’oggetto esterno a cui ci si riferisce quando usiamo un segno. Per esempio, se uso la parola ‘occhiali’ questa parola è una successione fonica, se sono italiano collego questa successione fonica con un pensiero, cioè il concetto di occhiali, anche se non li ho davanti concreti, che sono cioè il referente. La parola è il significante (o segno), il concetto nella mente è il significato (o pensiero), gli occhiali veri e propri, che stanno nella realtà vera e propria, sono il referente. Due linee sono continue e una è tratteggiata, ciò non è casuale perché se voglio riferirmi a un oggetto esterno non posso passare direttamente dall’espressione fonica al referente, ma si deve per forza passare dal significato, cioè dall’immagine mentale. Perché questi due autori pensano al triangolo e Saussure no? Perché i due studiosi, in particolare Richards, appartenevano alla società aristotelica del Novecento di Oxford, e quindi conoscevano la teoria del linguaggio di Aristotele. In un celebre e commentato passo di un’opera di Aristotele, De interpretatione , il filosofo presenta un modello del linguaggio che è triplice e dice che le espressioni vocali sono segni/simboli degli stati mentali, dei pensieri, i quali rimandano agli oggetti del mondo esterno. Da qua i due studiosi traggono l’idea del triangolo linguistico, la loro fonte è Aristotele. La trattazione di quest’ultimo non è isolata, perché poco dopo gli stoici, una delle scuole post-aristoteliche, hanno elaborato un triangolo della significazione simile a quello di Aristotele e anche con una terminologia corrispondente a quella di Saussure, fatto che ha stimolato l’ipotesi che Saussure l’abbia ricavata proprio dagli stoici, che nel vertice in basso del triangolo mettono la parola greca semainon , cioè significante, nel vertice in alto mettono semainomenon , cioè significato e sul vertice in basso a destra mettono l’oggetto esterno. La parola referente, quindi, è tratta dalla trattazione antica di Aristotele e degli stoici. Perché il termine non appare in Saussure? Perché vuole costruire una teoria immanente, cioè che prende in considerazione solo gli aspetti interni del linguaggio senza occuparsi del fatto che questo serve anche per riferirsi alla realtà. Saussure, nonostante fosse consapevole dell’esistenza della realtà, non la prende in considerazione perché vuole descrivere le relazioni interne della lingua, non come questa descrive ciò che sta al di fuori. Egli si concentra su come è fatta la lingua, non su cosa serve. I segni della lingua si delimitano l’un l’altro, la vera identità di un segno di ciascuna entità della lingua, non è definibile positivamente ma negativamente, cioè è diversa da tutte le altre. Come si determina questa dimensione negativa e arbitraria del segno? Immagina il momento in cui nasce una lingua, prima che accada noi abbiamo una nebulosa, cioè da una parte una massa indifferenziata di pensieri e dall’altra una massa indifferenziata di suoni. Saussure diceva: Preso in se stesso il pensiero è come una nebulosa in cui niente è necessariamente delimitato. Non vi sono idee prestabilite, e niente è distinto prima dell’apparizione della lingua. Di fronte a questo reame fluttuante, i suoni offrono forse di per se stessi delle entità circoscritte in anticipo? Niente affatto. La sostanza fonica non è più fissa né più rigida; non è un calco di cui il pensiero ha bisogno. Noi possiamo dunque rappresentarci il fatto linguistico nel suo insieme, e cioè possiamo rappresentarci la lingua, come una serie di suddivisioni contigue proiettate, nel medesimo tempo, sia sul piano indefinito delle idee confuse (A) sia su quello non meno indeterminato dei suoni (B). La nascita di una lingua comporta l’unione di pensieri e suoni e crea i vari segni linguistici. Saussure utilizza una similitudine: la massa del pensiero e quella dei suoni assomigliano alla massa dell’aria che preme sulla massa d’acqua del mare. I segni sarebbero le onde che vengono a crearsi.
comunismo voleva mostrare di proteggere la classe degli operai, rappresentata dal martello, e quella degli agricoltori, rappresentata dalla falce. Il rosso è il colore del comunismo. La democrazia cristiana, che è stato un partito di ispirazione cattolica forte nel dopoguerra e ha governato per un quarantennio circa, aveva come simbolo uno scudo crociato. Questo perché in questo simbolo ci sono la croce che esprime l’ispirazione cristiana e lo scudo che esprime difesa e protezione. Il colore bianco rimanda all’autorità religiosa: il Papa. Lo scudo crociato era stato adottato dal partito popolare di Don Sturzo, a cui si rifà la democrazia cristiana, e derivava a sua volta dai crociati. Un altro simbolo famoso è quello di New York, di Milton Glaser, che è immediatamente comprensibile. Nel simbolo non si può cambiare un pezzo e metterne un altro perché darebbe luogo a un’assurdità.
Il simbolo Nestlè, cognome del proprietario originario, creò il simbolo di marca, un nido con degli uccellini, uno adulto che dà da mangiare a due uccellini. Crea una similitudine tra l’azienda che dà ai destinatari dei prodotti alimentari, dolciari, e gli uccellini e inoltre in inglese nido si dice nest. C’è quindi una doppia motivazione per l’uso del simbolo. Negli anni ’80 scompare il terzo uccellino in seguito alla riduzione delle nascite e alla formazione della famiglia moderna. 15/10/ Il valore Saussure usa arbitrario non nel senso comune della parola, per lo studioso si oppone alla parola convenzionale. La convenzione presuppone l’esistenza dei termini che si abbinano tra loro, come se ci fossero già significati e significanti e qualcuno li avesse messi insieme biunivocamente con una convenzione, cioè un patto giuridico (pensiero di Whitney). Per Saussure non può essere così perché prima dell’inizio del linguaggio non esistono né significati né significanti, vengono a esistere sono nel momento in cui la massa del pensiero e quella del suono entrano in contatto e si condizionano l’un l’altra. Fa l’esempio del vento sul mare, che fa esistere le onde, che non esistono prima che il vento faccia pressione sulla massa d’acqua. I segni della lingua, quindi, sono frutto dell’abbinamento di una porzione di senso con una porzione di suono. I singoli elementi sono tra loro collegati da una stretta relazioni in cui il valore di ciascun termine è condizionato dalla presenza simultanea di altri termini. Il valore presuppone che il senso di un termine non si esaurisca nella relazione significato\significante (detto anche “relazione verticale”) ma che tale senso ha bisogno di essere prolungato attraverso un riferimento al significato degli altri termini dello stesso sistema21 (in quella che viene definita “relazione orizzontale”). C’è una relazione verticale tra significato e significante nel segno linguistico che definisce qual è il significato di un segno, rispetto al significante. Oltre alla relazione verticale si ha una relazione orizzontale, che stabilisce i rapporti tra i singoli segni di uno stesso sistema. Ogni lemma ha una relazione con tutti gli altri lemmi per Saussure. Ogni segno deve essere diverso dall’altro. Per capire la significazione di un segno non basta capire il suo significato corrispettivo del suo significante, bisogna vedere in che relazione si pone con tutti gli altri segni. Saussure ricorre quindi a una nozione tratta dall’economia. Per sapere quanto vale un euro si deve percorrere due strade: vedere cosa ci compro con un euro e confrontarlo con il valore delle altre monete. Anche per Saussure ci sono due operazioni: l’operazione di scambio, ad esempio scambio un euro con un caffè, due cose dissimili, di natura diversa, e l’operazione di confronto, confronto tra questa entità e un’entità analoga, della stessa natura, tipo euro e dollaro. Lo scambio è equivalente al rapporto significante-significato invece il confronto è da mettere in relazione con la dimensione orizzontale, che confronta segni diversi tra di loro. Es:
autonomo di dipendenze interne. Hjelmslev, che inizia i suoi studi intorno agli anni ’40, ridefinisce il segno saussuriano in una funzione segnica (primo esempio di matematizzazione della linguistica), ovvero come rapporto di stretta connessione (regolato da codici) fra due piani del linguaggio: il piano dell’espressione e il piano del contenuto. La funzione è una grandezza matematica che lega il valoredi E al valore di C, è una formula astratta in cui a f si può dare un’infinità di valori. Egli ricorre a questa matematica per motivi storici di amicizia con Whitehead e Russel, ma c’è anche una ragione interna: il segno è una funzione per la quale se varia il significante, varia di conseguenza anche il significato, sono quindi legati tra di loro, sono due funtivi della stessa funzione. Espressione e contenuto dal punto di vista concettuale sono neutre, senza valenze psicologiche. Il significante di Saussure diventa dunque l’espressione, mentre il significato diventa il contenuto, quel che era segno diventa funzione segnica, sottolineando maggiormente la connessione fra i due piani. 𝑓 =
Il segno è stratificato. Il piano dell'espressione e il piano del contenuto sottintendono a loro volta una scansione interna in piani distinti: materia , forma e sostanza. I due piani si stagliano sullo sfondo di una massa amorfa comune che viene definita materia. I due piani in questa massa formeranno un’articolazione in forma e sostanza. La forma è il sistema astratto delle opposizioni, una sorta di griglia; invece, la sostanza è l’insieme delle unità concrete che si realizzano, cioè le caselle della griglia che vengono effettivamente riempite. Forma e sostanza si presuppongono reciprocamente, la sostanza è scavata, ritagliata, nella materia, dalla forma, la forma informa la materia semiotizzandola, rendendola cioè sostanza. La materia è un substrato comune a tutte le lingue, è ciò che non solo le accomuna, ma anche le differenzia perché viene diversamente pertinentizzata. La sostanza dell’espressione è la realizzazione, per mezzo di una concreta articolazione della voce, sia dei singoli suoni che delle loro combinazioni in parole e frasi. Può essere: nella lingua naturale la voce articolata, in pittura le pennellate su una tela, in musica l’esecuzione di una nota, in un giornale i contrasti di bianco e nero. La forma dell’espressione è l’insieme delle opposizioni fonologiche che organizzano i suoni che sono possibili in una lingua, l’insieme delle opposizioni morfologiche che reggono la struttura delle parole nella loro formazione e flessione, infine le regole sintattiche che regolano le combinazioni delle parole. La sostanza del contenuto è la descrizione dei termini che si ottengono dal sistema opposizionale, proiettando la forma linguistica sul mondo.
La forma del contenuto è il sistema di opposizioni che ci permettono di ritagliare linguisticamente in un certo modo il mondo (e varia di lingua in lingua). Lo sfondo di tutto ciò è la materia, un mondo non ancora semiotizzato in cui non sono ancora intervenute le distinzioni che una lingua o un altro sistema semiotico impongono. Ogni lingua traccia le sue suddivisioni all’interno di una massa non organizzata, dal punto di vista strettamente fisico, l’espressione fonico-acustica delle lingue verbali è costituita da tutta la gamma di suoni che l’apparato fonatorio umano è in grado di produrre e che l’apparato auditivo è capace di percepire. Questo materiale fonico, nella sua fisicità amorfo, costituisce la sostanza dell’espressione delle lingue verbali. Le lingue non lo utilizzano in modo amorfo, ma lo articolano in modo specifico. In italiano, ad esempio, la porzione tra /a/ e /e/ viene divisa in segmenti distinti, differentemente dall’arabo. In italiano e arabo, abbiamo due diverse forme per un’unica sostanza. Nel sistema fonetico italiano ci sono circa 30 fonemi, cioè suoni reali, che corrispondono a grafemi. L’alfabeto ha delle imprecisioni perché ci sono lettere che corrispondono a due suoni (è – è). Il triangolo vocalico Le vocali sono prodotte da un flusso di aria che esce dal tubo fonatorio senza incontrare chiusure o costrizioni notevoli in nessun punto. Le vocali si classificano perciò in base a tre dimensioni: