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Appunti lezioni Teoria segno - Manetti , Appunti di Diritto Industriale

Qualche lezione professor Manetti Giovanni - Teoria del segno (Sbobinature)

Tipologia: Appunti

2013/2014

In vendita dal 19/12/2014

Clarissa.RFr
Clarissa.RFr 🇮🇹

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Io parlerò della teoria del segno non soltanto linguistico, anche grande parte sarà dedicata ad una lezione
sulla nozione di segno indipendentemente da quelli che si chiamano segni linguistici, cioè le parole, le frasi,
ecc, ecc. Il professor Umberti sarà invece soprattutto teoria del linguaggio verbale, è come se non
esistessero i segni non linguistici, quindi nel corso di Umberti i segni non linguistici sono completamente
scomparsi, ma lui parlerà di come può essere articolata una teoria del significato linguistico o a partire da
elementi linguistici e in particolare, più specificamente ancora, vi farà vedere due grandi modalità di
affrontare il problema del significato. Il problema del significato c’è sia con i segni linguistici che non
linguistici; Umberti non li vede i segni non linguistici, non gliene importa assolutamente nulla… ognuno
sceglie l’ambito di studio… alla filosofia del linguaggio di impostazione analitica i segni non linguistici non
esistono, non esistono nel loro ambito di analisi. Mentre nell’ambito semiotico esistono sia i segni linguistici
sia i segni non linguistici. Poi vediamo cosa sono i segni non linguistici, è una parola non un’espressione dire
“segni linguistici” e “segni non linguistici”. Lui vi farà vedere sostanzialmente come si articola una teoria del
significato A) come condizione di verità e B) come uso. Quindi questo è l’impianto di questo corso fatto da
due professori che si compenetrano, che sono complementari tra di loro. In un certo qual modo il mio corso
viene prima perché è più generale rispetto a quello di Umberti. Quello di Umberti affronta una tematica
amplissima ma che restringe il campo dell’infinito universo dei segni ai soli segno linguistici, non solo, in
particolare i suoi segni linguistici che sono enunciati, cioè hanno la dimensione dell’enunciato… mentre il
segno linguistico è anche una semplice parola, ma nell’ambito della filosofia del linguaggio di tipo analitico
la parola singola non ha nessun interesse teorico. Questo per darvi un pochino il quadro di come si svolgerà
questo corso composito fatto in sequenza. Voi farete separatamente due esami e quando li avete fatti tutti
e due i due voti si integreranno e solo a quel punto avverrà la registrazione sul registro. Io lascerò un
attestato del risultato del voto… lo potete fare in qualunque sessione e forse lo potete fare anche senza
seguire l’ordine, cioè potete fare prima la seconda parte e poi la prima e così via…meglio seguire prima la
prima e poi la seconda in sequenza. (conoscenza con gli studenti 05.40 fino al minuto 13.14).
Ora vi dico un pochino il programma che intendo svolgere. Il discorso che vorrei portare avanti con voi…
faccio un passo indietro… la bibliografia c’è il sul sito… io ho messo un testo di tipo molto generale perché
questo testo che si chiama “comunicazione” per quanto sia un testo fondamentalmente improduttivo,
quindi molti di voi hanno conoscenze molto più avanzate, però è un testo che è collaterale a tante
conoscenze… io ho sentito qua competenze di linguistica generativa e di pragmatica e di sociolinguistica,
questi tre sono gli ambiti che sono venuti fuori… qui non ci sono queste tematiche quindi il libro dovrebbe
risultare come qualcosa di nuovo anche se improduttivo… si chiama “comunicazione” perché è
un’introduzione generale per la comunicazione e senza voler entrare nei dettagli vi dico com’è fatto: dopo
un primo capitolo che è (15.00) quando sono nati gli studi sulla comunicazione soprattutto nell’ambito delle
comunicazioni di massa in America quando si viene a costituire la Communication Research in seguito ad
una serie di ricerche che gli americani fanno sul tipo di azioni che possono produrre le comunicazioni di
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Io parlerò della teoria del segno non soltanto linguistico, anche grande parte sarà dedicata ad una lezione sulla nozione di segno indipendentemente da quelli che si chiamano segni linguistici, cioè le parole, le frasi, ecc, ecc. Il professor Umberti sarà invece soprattutto teoria del linguaggio verbale, è come se non esistessero i segni non linguistici, quindi nel corso di Umberti i segni non linguistici sono completamente scomparsi, ma lui parlerà di come può essere articolata una teoria del significato linguistico o a partire da elementi linguistici e in particolare, più specificamente ancora, vi farà vedere due grandi modalità di affrontare il problema del significato. Il problema del significato c’è sia con i segni linguistici che non linguistici; Umberti non li vede i segni non linguistici, non gliene importa assolutamente nulla… ognuno sceglie l’ambito di studio… alla filosofia del linguaggio di impostazione analitica i segni non linguistici non esistono, non esistono nel loro ambito di analisi. Mentre nell’ambito semiotico esistono sia i segni linguistici sia i segni non linguistici. Poi vediamo cosa sono i segni non linguistici, è una parola non un’espressione dire “segni linguistici” e “segni non linguistici”. Lui vi farà vedere sostanzialmente come si articola una teoria del significato A) come condizione di verità e B) come uso. Quindi questo è l’impianto di questo corso fatto da due professori che si compenetrano, che sono complementari tra di loro. In un certo qual modo il mio corso viene prima perché è più generale rispetto a quello di Umberti. Quello di Umberti affronta una tematica amplissima ma che restringe il campo dell’infinito universo dei segni ai soli segno linguistici, non solo, in particolare i suoi segni linguistici che sono enunciati, cioè hanno la dimensione dell’enunciato… mentre il segno linguistico è anche una semplice parola, ma nell’ambito della filosofia del linguaggio di tipo analitico la parola singola non ha nessun interesse teorico. Questo per darvi un pochino il quadro di come si svolgerà questo corso composito fatto in sequenza. Voi farete separatamente due esami e quando li avete fatti tutti e due i due voti si integreranno e solo a quel punto avverrà la registrazione sul registro. Io lascerò un attestato del risultato del voto… lo potete fare in qualunque sessione e forse lo potete fare anche senza seguire l’ordine, cioè potete fare prima la seconda parte e poi la prima e così via…meglio seguire prima la prima e poi la seconda in sequenza. (conoscenza con gli studenti 05.40 fino al minuto 13.14).

Ora vi dico un pochino il programma che intendo svolgere. Il discorso che vorrei portare avanti con voi… faccio un passo indietro… la bibliografia c’è il sul sito… io ho messo un testo di tipo molto generale perché questo testo che si chiama “comunicazione” per quanto sia un testo fondamentalmente improduttivo, quindi molti di voi hanno conoscenze molto più avanzate, però è un testo che è collaterale a tante conoscenze… io ho sentito qua competenze di linguistica generativa e di pragmatica e di sociolinguistica, questi tre sono gli ambiti che sono venuti fuori… qui non ci sono queste tematiche quindi il libro dovrebbe risultare come qualcosa di nuovo anche se improduttivo… si chiama “comunicazione” perché è un’introduzione generale per la comunicazione e senza voler entrare nei dettagli vi dico com’è fatto: dopo un primo capitolo che è (15.00) quando sono nati gli studi sulla comunicazione soprattutto nell’ambito delle comunicazioni di massa in America quando si viene a costituire la Communication Research in seguito ad una serie di ricerche che gli americani fanno sul tipo di azioni che possono produrre le comunicazioni di

massa nella mente delle persone, temendo gli americani la manipolazione che con le comunicazioni di massa veniva fatta nello scorso secolo in Europa dalla due grandi dittature, il fascismo e il nazismo, sono quelle che hanno fatto sì che nascesse un ambito di ricerca sulla comunicazione… dopo aver spiegato come nascono gli studi sulla comunicazione… Gli studi sulla comunicazione a differenza di altri studi che sono presenti nell’università, come la medicina o la giurisprudenza, che hanno 900 anni… l’università di Bologna ha festeggiato il 900esismo anniversario della nascita agli inizi degli anno ’90… e proprio quando Bologna, che è la prima università del mondo, non solo dell’Europa ma del mondo, festeggiava i 900 anni di esistenza, nasceva dopo 900 anni, un corso di scienze della comunicazione… nasceva un corso specifico dedicato alla teoria della comunicazione, come mai questo ritardo? Il ritardo era dovuto al fatto che la comunicazione essendo uno strumento era trasparente, poiché si studia il linguaggio attraverso uno strumento linguistico, quindi linguaggio e meta-linguaggio si erano, nel tempo, congiunti, cosa che non succedeva per la biologia o per la medicina: il biologo studia i microbi, che sono una cosa x, e li descrive attraverso il linguaggio verbale nella fattispecie, che è una cosa y. Ma chi studia il linguaggio deve descrivere il linguaggio fra una cosa x con il linguaggio che è sempre una cosa y. Questo crea trasparenza, non lo si vede, quindi gli studi sulla comunicazione nascono per un paradigma che (18.00) com’è fatta la comunicazione, quali sono i suoi componenti, può nascere solo nel 900 e nasce in America sotto l’impulso della grande paura che i mezzi di comunicazione di massa hanno prodotto in seguito al loro uso manipolativo in Europa. Da lì si comincia a vedere la comunicazione, si comincia a studiare, a pensare… non che non ci siano tanti studi sul linguaggio… cominciano gli studi sul linguaggio con i (18.34), ma sono una parte molto secondaria dello scibile degno di essere trattato, essere messo sotto il fuoco della ricerca. Nasce un paradigma specifico comunicativo solo in seguito a questi eventi e alla creazione in America di questo ambito di studi che comincia a vedere la comunicazione come un processo che ha delle componenti, non tutte le componenti vengono riconosciute subito e man mano si arriva a dei modelli della comunicazione che si avvalgono anche di ricerche che provengono da studi (19.25) non nell’ambito umanistico ma per esempio nell’ambito ingegneristico, il famoso modello di Shannon-Weaver di cui qui si parla nel primo capitolo, la sua ripresa da parte di Jakobson ecc, ecc. Questo è il primo capitolo del libro. Poi come continua il libro? Continua con una introspezione della nozione di segno, in paticolare di segno linguistico, dove vengono mostrate le connessioni specifiche del padre dello strutturalismo, cioè Ferdinand de Saussure, di cui parleremo poi noi da un certo punto di vista… e continua ancora con un terzo capitolo in cui si parla di un altro grande linguista della tradizione cosiddetta “culturalista” (20.24). Molti di voi conosceranno alcune di queste cose, altri magari non le conoscono. Dopo di che si parla dei tre tipi di modello semantico: il modello culturalista, il modello psicologico e il modello logico semantico, quello di cui si occupa soprattutto Umberti, qui è proprio una breve introduzione. Dopo di che si dedicano due capitoli a un dei temi che in ambito semiotico e in una certa linguistica hanno avuto più importanza, cioè il tema dell’enunciazione…molti di voi sapranno che cos’è… molti non lo sapranno, avremo caso mai modo di

anche la differenza tra semiotica e semiologia). Quindi nel 1964 nasce quasi ufficialmente la prima manifestazione di questa disciplina semiologia/semiotica, è la prima manifestazione concreta e tangibile di questa disciplina che poi è antichissima, ma questo è un altro discorso. Nel 900 la possiamo far nascere convenzionalmente con questo libretto di Barthes. E’ chiaro che non nasce in quell’anno né con Barthes, (31.00) piano piano (31.02), un po’ come Dante che riassume il medioevo, no? E questo volumetto di Barthes si chiama “Elementi di semiologia”. Più approfonditamente la disciplina trova un suo punto di coagulo nel “Trattato di semiotica generale” di Umberto Eco, undici anni dopo, nel 1975 e poi si è molto sviluppata, non è compito nostro seguire le vicende successive della semiotica, ma quello che ci può interessare subito è chi erano questi due pensatori al coagulo delle cui idee si sviluppa una disciplina semiotica che vuol dire “scienza dei segni”, quindi qualcosa che ha attinenza con quello che dobbiamo fare o col nome del corso che io porto avanti, cioè Teorie del segno. Prima precisazione: differenza semiologia/semiotica. Sono sostanzialmente la stessa cosa che è stata sancita l’identità dell’oggetto a cui si riferisce la parola semiologia con l’oggetto a cui si riferisce la parola semiotica in un convegno internazionale della società di semiotica che si chiama IASS International Association of Semiotic Studies o AISS (Associazione Internazionale 33.00). Perché due nomi che hanno poi bisogno essere unificati? Perché la semiotica, come vi dicevo, nasce da due padri, un padre francofono che è F. de Saussure che ha insegnato per quasi un decennio a Parigi, e un altro studioso che invece si trovava al di là dell’Atlantico il cui nome è Charles Sanders Peirce. Le date degli estremi della vita di questi due autori Saussure e Peirce, sono quasi sovrapponibili: vivono tutt’e due a cavallo tra l’800 e il 900 e muoiono tutt’e due nel secondo decennio del 900. Ma non si conoscono mai, non si sono mai incontrati, però tutti e due parlano, da due punti di vista diversi, di segni e di teoria del segno. Due parole su Peirce, però lo lasciamo per un altro momento, oggi parliamo di Saussure, Peirce è un grande filosofo, uno dei maggiori filosofi americani dell’800, padre oltre che della semiotica del pragmatismo americano, era anche un logico ed un matematico, con formazione fortemente improntata, appunto, alla tradizione filosofica, logica e matematica, figlio a sua volta di un grande matematico americano. Le opere di Peirce sono molto considerevoli, se andate in biblioteca sono raccolte in una serie di volumi che vengono citati con C.P. “Collected Papers”, e sono un metro e mezzo e naturalmente sono un (36.39) solo queste le hanno lette tutte. Uno di questi volumi è dedicato in particolare a tutti gli scritti dedicati alla semiotica, ma idee sulla semiotica e sulla teoria del segno sono un po’ in tutti i volumi, anche in quelli non specificamente dedicati a semantica e semiotica. Sempre di Peirce è stata intrapresa una (37.15) con C.P.2.38 vuol dire volume II paragrafo 38, quindi questo è il modo di citare Peirce. Più recentemente e non ancora conclusa è stata anche questa un’opera editoriale monumentale che è quella della pubblicazione anche degli inediti, perché Collected Papers pubblicano solo gli editi, poi lui aveva scritto una gran quantità di cose che non aveva pubblicato e questi si chiamano (37.54), gli scritti che non sono arrivati ancora alla conclusione. Peirce parla di semiotics come la disciplina generale dei segni e per quanto tratti anche tematiche di tipo linguistico, per

lui sono del tutto secondarie, il suo interesse non è verso la lingua ma è di tipo (38.35 epistemologico) cioè verso l’ampliamento di conoscenza che è possibile avere attraverso lo studio, l’analisi, l’osservazione dei segni e chiama la disciplina che si dovrebbe occupare dello studio generale dei segni, Semiotics. Ecco perché in certi casi ha prevalso la definizione semiotica, e in altri casi la nozione di semiologia, in area francofona europea la dizione è “semiologia”, in area anglosassone la dizione è “semiotica”, per cui è vero che le due discipline sono la stessa cosa ma c’è comunque una connotazione, se si vanno a guardare i titoli di opere (39.40), laddove si trova la parola semiotica… (oggi no è semiotica per tutti) … però fino a questa unificazione dell’associazione internazionale di semiotica, l’incontro con la parola semiotica indizia di una collocazione anglosassone, mentre la dizione semiologia indizia di una collocazione europea e francofona. Perché di semiologia parla, per l’appunto, nel terso paragrafo del terzo capitolo, F. de Saussure nel suo “Corso di linguistica generale”, ora lo leggiamo. Due parole su Saussure, quelli che lo conoscono sanno che S. non era nato linguista teorico ma anzi, se vogliamo, è l’inventore della linguistica teorica, l’inventore moderno della teorica, chiamata anche linguistica sincronica, ma era nato come linguista storico. Normalmente nell’Università, convenzionalmente, gli insegnamenti di linguistica storica prendono il nome che è la parola “glottologia”, in genere sotto questa parola ci sono studi di ripercussione (41.48); normalmente quando c’è sia linguistica, sia glottologia, il professore di glottologia si occupa di costruzione delle lingue non attestate dalla scrittura, il professore di linguistica generale si occupa delle strutture della lingua verbale. Saussure nasce come tutti i linguisti dell’800 come linguista storico, credo che tutti lo sappiano perché, mai io lo dico… la linguistica fino al 700 esiste come disciplina filosofica, non esiste come disciplina scientifica, ci sono studi di tipo linguistico in ambiti filosofici. Uno dei dialoghi più interessanti di Platone ma uno anche dei meno conosciuti il “Cratilo” è dedicato specificamente allo studio del linguaggio, più specificamente ancora è dedicato ad un tema curiosissimo per noi moderni che è la correttezza dei nomi, l’orthotes ton onomation. E vari studiosi si sono occupati di tematiche linguistiche ma erano sostanzialmente filosofi. La linguistica come disciplina nasce in maniera del tutto casuale, se volete, nasce nel 700 quando un inglese che come sono spesso gli inglesi, molto curiosi e molto colti, Ser William John, credo che ne abbiate sentito parlare, viene mandato dall’Inghilterra, dalla madre patria a svolgere un compito amministrativo in India ed essendo molto colto conosceva bene il greco e il latino. Si accorge in India che c’è una lingua che è il sanscrito, come lingua antica, non più parlata nell’India che lui conosceva, che è molto simile… presenta molte somiglianze con queste due lingue che lui conosceva. Uno di voi mi sa indicare questa somiglianza? Per esempio, come si dice dieci in latino? Decem (dekm). E in greco? Δέκα e in sanscrito si dice dáśa, quindi molto simile. Come si dice cinque in latino? Quinque in latino c’è una forma di assimilazione di una consonante iniziale con la seconda e si dice (kinque), e in greco? πέντε, e in sanscrito páñca. Cento, in latino si dice? Centum, in greco si dice Ekató e in sanscrito c’è un fenomeno strano e si dice śatám, questa velare diventa una consonante palatale (sciatam) e in antico iranico si dice katem (46.53), ecc. Ci sono un sacco di somiglianze, ad esempio padre: lat. Pater, sanscrito pitàr, in greco patèr. William

vocali scomparse sulla base di osservazioni fatte attraverso le lingue attestate. E’ un testo geniale, molto citato, molto letto e che colloca Saussure nell’albero degli studi sulla linguistica diacronica. Quand’è che S. invece comincia a cambiare prospettiva? Quando spostandosi da Parigi a Ginevra, diventando professore di linguistica generale a Ginevra, a partire dal 1906 fino al 1911 in anni alterni, perché un anno faceva il glottologo, un anno faceva il linguista generale, un anno faceva un corso sulla ricostruzione storica e un anno su questa nuova disciplina che lui inventa, che è una disciplina diversa dalla filologia del linguaggio come si praticava prima della nascita del comparatismo e della nascita della linguistica vera e propria e inventa la linguistica sincronica, che non si chiede più come si è evoluta una determinata lingua, ma vi chiede come è fatta una lingua perché sia uno strumento di comunicazione e non si chiede più nemmeno (come faceva invece la filosofia… la linguistica diacronica si chiedeva: com’è che siamo arrivati alla forma x partendo dalla forma y, attestata alcuni secoli prima?) che rapporto c’è tra il linguaggio e la realtà. Questa è una domanda tipicamente filosofica, infatti Umberti che è orientato più verso la filosofia del linguaggio parlerà anche di questo. La linguistica diacronica saussuriana nasce con una nuova domanda: non me ne importa niente di qual è il rapporto tra il linguaggio e ciò che sta fuori dal linguaggio, quello che mi interessa, dice Saussure, è capire quali sono i rapporti interni al linguaggio, ecco come mai S. è considerato il padre dello strutturalismo, lui non è strutturalista, è quello che ha dato l’impulso alla nascita dello strutturalismo. Lo strutturalismo nasce dopo di lui, sulla base delle sue idee, con le tesi del ’29 di Praga, con la scuola (58.38) di Copenaghen, e così fino alla gran parte della semiotica contemporanea. Lo strutturalismo è una corrente, il generativismo è un’altra che nasce in America con Johns, ma quello è un altro discorso ancora. La nascita della linguistica sincronica è una profonda marcatura sia rispetto alla linguistica storica che affronta, sia rispetto alla filosofia linguistica che si è sempre interrogata sul rapporto tra linguaggio e realtà, mentre la linguistica sincronica saussuriana si interroga sui rapporti interni alla lingua e Saussure, che è famoso per le sue frasi (59.38) e celebre, dice che la lingua è un organismo in cui tutto si tiene, e questo è il succo condensato in un’espressione dello strutturalismo stesso. Lo strutturalismo su cosa si basa? Ha poi dei limiti, ma si basa sull’idea che le lingue sono strutture e non coacervi di elementi, e che cosa vuol dire strutture? Vuol dire che sono entità fatte di elementi che procedono dall’insieme al particolare e non viceversa. Cioè prima che la struttura generale da cui nascono le relazioni interne degli elementi con la struttura, non gli elementi precedono la struttura, è la struttura che precede la singola presenza degli elementi. Poi lo vedremo. Lo strutturalismo nasce da questa idea saussuriana di vedere la lingua come qualcosa di interno e di postulare quella che viene chiamata normalmente la clôture del sistema, la chiusura del sistema. Il sistema è chiuso, è un sistema tale per cui se vi entra un elemento nuovo lo ristruttura completamente. Questo è il pensiero di S. in generale per spiegare come si colloca e per dire nell’ordine che S. si occupa della lingua verbale; il corso di linguistica generale di S. si occupa solo di quel sistema, di quella struttura che è la lingua verbale. Non uso specificamente la parola linguaggio, perché il linguaggio è una cosa diversa da lingua nell’ottica saussuriana.

Si occupa delle lingue verbali che potremmo anche definire con un’espressione non saussuriana ma moderna le lingue storico-naturali, una sorta di ossimoro, perché di solito o è storica o è naturale, no? o sono sottoposte alle leggi della storia o alle leggi della natura. Le lingue sono contemporaneamente storiche e naturali, ma questo concetto ve lo spiegherò dopo. Quello che volevo dire subito è che una volta che S. ha spiegato, ha parlato del fatto e le lingue verbali o la lingua in generale è una struttura chiusa, in cui tutto si tiene, cioè in cui ciascuna cosa ha relazione con tutte le altre cose che apparttengono allo stesso sistema, immediatamente colloca la linguistica, cioè la disciplina che studia la/le lingua/lingue, all’interno di un progetto più generale che lui chiama semiologia. Cioè accorgendosi che non esistono solo i segni linguistici S. dice la linguistica trova la sua collocazione in una classe più ampia che è quella della semiologia che comprende non solo il sistema o i sistemi linguistici nel senso di segni verbali ma anche altri sistemi di segni che non sono verbali, allora leggiamo un poco le sue parole, quando lui parla della semiologia… questo ci serve perché lui usa la parola “segno” in questa sua proposta… dice: <i caratteri finora elencati, cioè della lingua, ce ne fanno scoprire un altro più importante. La lingua così delimitata nell’insieme dei fatti di linguaggio (vedete lingua/linguaggio. Il linguaggio è eterogeneo, la lingua è omogenea, il linguaggio presenta molti elementi naturali, la lingua è artificiale e convenzionale) è classificabile tra i fatti umani, (mentre il linguaggio non lo è, è classificabile tra i fatti naturali). Noi abbiamo appena visto che la lingua è un’istituzione sociale, mentre il linguaggio non è un’istituzione, c’è in natura. E dalla lingua si distingue per diversi per diversi tratti dalle istituzioni, per esempio, politiche, giuridiche, ecc. per comprendere la sua speciale natura bisogna fare intervenire un nuovo ordine di fatti. La lingua è un sistema di segni… se guardate, ogni parola è segnata… quando lui usa la parola sistema, vuol dire proprio sistema, contrapposto al coacervo, come dicevo prima, che è un sistema, cioè un insieme strutturato di elementi che lui chiama segni. Vedremo he lui oscillerà un po’ sulla denominazione di questi elementi, che alla fine chiamerà segni, e questo sarà uno degli elementi curiosi che ancora aspettano di essere chiariti e magari, se ci saranno delle ricerche, invece dell’esame tradizionale, potreste lavorare su questo ma vi darò poi, eventualmente, qualche idea. E’ un sistema di segni esprimenti delle idee, quindi la lingua è un sistema (1.07.54), è un sistema di cosa? Di segni. Ma che questi segni cosa fanno? Non sono elementi che finiscono in se stessi, sono elementi che rimandano a qualcos’altro, esprimono delle idee… attenzione che la parola “idea” è una delle parole che spesso usa e questa parola “idea” è una pia linguistica di una possibile origine della teoria saussuriana ma, insomma, di questo aspetto della teoria saussuriana. Chi ha parlato di idee in ambito linguistico? L’empirismo inglese, cioè Locke. Non conosceva il modo diretto ma uno dei professori che aveva avuto all’università aveva fatto una traduzione francese di un libro di Locke che parla dei segni come proiezioni di idee, cioè (1.09.25)… questo professore era uno studioso di Locke. La lingua è un sistema di segni esprimenti delle idee e per tanto (per tanto cosa vuol dire? In conseguenza del fatto che i segni esprimono delle idee) è confrontabile, cioè ha qualcosa in comune con la scrittura, con l’alfabeto dei sordomuti, con i riti simbolici, con le forme di cortesia, con i segnali militari, ecc, ecc. allora cosa vuol dire?

prende queste accezioni, perché forse non le conosce) non possiamo dire che cosa sarà; Essa potrebbe dirci in che cosa consistono i segni, quali leggi li regolano. Poiché essa non esiste ancora non possiamo dire cosa sarà; essa ha tuttavia diritto ad esistere e il suo posto è determinato in partenza. La linguistica è solo una parte di questa scienza generale… e qui aggiunge una cosa molto importante… le leggi scoperte dalla semiologia saranno applicabili alla linguistica… entro certi limiti però, questo lo aggiungo io… e questa si troverà collegata ad un dominio ben definito nell’insieme dei fatti umani. Poi continua, vi leggo solo questo… tocca allo psicologo… perché lui citava la psicologia sociale? Perché è qualcosa che ha a che vedere con le idee che sono di natura psichica… tocca allo psicologo determinare il posto esatto della semiologia, compito, invece, dell’individuo è definire ciò che fa della lingua, un sistema speciale nell’insieme dei fatti semiologici. Se per la prima volta abbiamo potuto assegnare alla linguistica un posto fra le scienze ciò accade perché il tono di chi fonda una disciplina per la prima volta abbiamo potuto assegnare alla linguistica un posto tra le scienze ciò accade perché l’abbiamo, la linguistica, messa in rapporto con la semiologia. Qui nasce una idea e una prima ricerca sulla nozione di segno, ma poi vedremo che ci sarà un capitolo che definisce esattamente che cos’è il segno che per lui è il segno linguistico, e vedremo che questa nozione di segno linguistico di Saussure, contrasta, pur avendo qualcosa in comune, con altre nozioni di segno che si sono avute nella storia.

Lezione 5

Oggi vediamo questo altro autore che si ricollega a Leibniz che abbiamo trattato ieri e che insieme a Saussure costituisce il paradigma semiotico contemporaneo ed l’autore Charles Sanders Peirce. Oggi vedremo la teoria semiotica di Peirce. Naturalmente Francesco Bellucci è un dottorando in uscita, fa il Dottorato di Semiotica e Comunicazione Simbolica, che ha approfondito nella sua tesi il tema dei rapporti tra la semiotica di Liebniz e la semiotica di Peirce e ha approfondito in maniera inedita, ciò trovando dei documenti che non erano stati studiati, dei manoscritti che lui ha avuto la possibilità di vedere a Milano e di poter trascrivere ed utilizzare e dunque ha approfondito questo tema in una maniera che come sapete quando uno fa il dottorato diventa l’immagine stessa di quella materia che c’è in giro, su questa tematica qui ed è per questo che io l’ho invitato a parlarci della teoria del segno di questi due autori importanti. E ora gli darei direttamente la parola. Oggi cercheremo di vedere che cos’è la teoria semiotica di C. S. Peirce, era un filosofo americano ma era anche un (04.04) come Liebniz, ci sono molti tratti biografici in comune tra P. e L, era un matematico, era un astronomo, uno storico della scienza, si occupava anche di linguistica e di storia della lingue, ma soprattutto era un logico, cosa vuol dire? Vuol dire che insieme a Frege, il logico tedesco che viene considerato il padre della moderna logica formale, P. nella seconda metà dell’800, intorno agli anni 80 dell’800, aveva sviluppato ed esteso l’algebra di Boole, era un filosofo inglese che aveva scritto un paio di libri molto importanti nella storia della logica ed aveva inaugurato quella che viene chiamata “l’algebra della logica” che però era ancora imperfetta, in qualche modo. P. estese la teoria

booleana e arrivò a dei risultati sorprendenti che per molti anni sono stati ignorati, nel senso che i contributi peirciani alla logica matematica dell’800 non hanno avuto il successo che hanno avuto invece i contributi fregeiani, soltanto recentemente si è tornati a rivalutare l’opera di P. e anche a ricostruire l’influenza diretta che P. ha avuto della logica matematica di fine 800 e soprattutto degli inizi 900. P. era un logico, ma era anche un filosofo, aveva una teoria metafisica su che cos’è la realtà e su cosa vuol dire conoscere. Una metafisica che in maniera molto kantiana, perché P. era un ( 06.05 kantiano), aveva tentato di fondarla sulla logica. La logica filosofica ha un ruolo fondamentale, non tanto i contributi di logica matematica che aveva prodotto, ma proprio la filosofia della logica. Che cos’è la logica, di cosa si occupa la logica? Quali sono le domande alle quali la logica deve rispondere. Ecco, la domanda principale dell’opera logica e filosofica di P. è quella lì, che cosa significa pensare? Una domanda (hegheniana? 06.40) ma io direi soprattutto (06.48) perché mentre la domanda kantiana è sapere che cosa significa conoscere, P. si limita a pensare che pensare per P. era proprio come ragionare, pensare vuol dire ragionare. Ragionare e il ragionamento è l’oggetto della logica, la logica in qualunque corso di logica del primordine insegna che cos’è un ragionamento, che cos’è quella che viene chiamata un’”inferenza”, cioè un ragionamento che da una serie di premesse porta a una o più conclusioni, ecco questo è il tema della filosofia della logica di P. e il centro della sua filosofia in generale. Perché la semiotica allora? Perché P. pensava che la logica fosse meglio compresa se considerata come semiotica. Ora, cercheremo proprio di capire cosa significa questa cosa qui. Che tipo di risposta P. ha dato alla domanda: che cosa significa pensare? La risposta è la risposta della logica, l’inizio della logica e perché la logica è meglio considerata (08.14) come semiotica? P. aveva tentato di scrivere un libro ma non gliel’avevano finanziato e quindi ce l’ha lasciato solo in forma manoscritta, come tanti ricercatori di oggi anche P. sessantenne era alla ricerca di finanziamenti. Vorrei introdurre il discorso facendo un parallelo tra la semiotica saussuriana e la semiotica del (08.42). cosa vuol dire? Nella semiotica recente, cioè nella semiotica contemporanea, che è nata intorno agli anni ’60, soprattutto in Francia e in Italia, (08.55 cercò di ?) raccontare la storia della semiotica, la storia recente della semiotica, perché la storia generale della semiotica inizia almeno con Platone, ma la storia recente, cioè quella del 900 viene ricondotta ai due padri fondatori uno è il linguista (09.17) e l’altro era il logico americano P. Le loro teorie sono molto diverse e per certi versi inconciliabili anche se all’interno della semiotica contemporanea, e dei vari indirizzi che essa comprende, si è, a più riprese, tentata una conciliazione, nello specifico U. Eco, che è uno dei principali esponenti del pensiero semiologico del 900, ha improntato la sua opera su una conciliazione tra l’ipotesi saussuriana, cioè quella strutturale e l’ipotesi peirciana, con un grande successo. Il problema è che l’oggetto della semiotica saussuriana e l’oggetto della semiotica peirciana, sono completamente diversi e finché non capiamo qual è la differenza non riusciamo a capire non soltanto, appunto le loro differenze, ma se è possibile una riunificazione, una (10.26). la prima cosa da fare è capire la differenza. E’ molto semplice la differenza, Saussure era un linguista e Peirce era un logico. Che vuol dire? Che mentre S. si interessava alla descrizione dei sistemi linguistici delle lingue storico-

una specificazione perché dava le indicazioni per trovare il buono ed il cattivo non in generale nel comportamento ma nel comportamento specifico che è il pensiero. La domanda che dovrebbe venire e che potreste fare a questo punto è vista questa enorme distanza di oggetto e di impostazione del sistema di pensiero tra P. e S., perché mai dovrebbero essere riconciliati o perché mai noi li consideriamo entrambi pertinenti per la semiotica, visto che per P. quello che è interessante sono la scoperta delle leggi del pensiero e in particolare la discriminazione dalle forme di inferenza valide rispetto alle forme di inferenza non valide e per S. invece l’interesse è l’oggetto e la descrizione delle lingue sistematica mentre per P. il sistema non c’è ma c’è solo il processo, perché questi due personaggi dovrebbero avere un qualcosa di comune per la semiotica. La risposta è banale e complessa al tempo stesso. Perché entrambi, e questo è proprio il tema vivo del nostro corso, perché entrambi usano la nozione di segno, salvo che in uno e nell’altro questa nozione di segno non corrisponde alla stessa cosa. E siamo proprio nel cuore del tema che vogliamo affrontare quest’anno con questo corso. Tutti e due parlano di segni e tutti e due usano una parola composta con segno, che indica una disciplina, P. usa la parola semiotics e S. usa la parola semiologie, e ciascuno descrive effettivamente la semiotics e la semiologie come scienza dei segni, ecco perché entrambi sono pertinenti per una costruzione o un pensamento della semiotica. L’equivoco che quello che di nuovo il corso vorrebbe presentare quest’anno rispetto a quello che si sa normalmente o che costituisce ciò che si chiamano le (18.26) quello che non si mette su, quello che (18.30) è proprio che la parola segno viene usata dai due per indicare oggetti diversi e questo può creare confusione o forse può creare qualcosa di nuovo, ma non lo diciamo, non lo sappiamo. E’ chiaro però la valutazione del discorso? Questa è una citazione da alcune conseguenze ( di qualche incapacità? 19.00) che è un saggio famoso di P. scritto nel 1878, un saggio giovanile che tentava di dare una descrizione del pensiero attraverso appunto il concetto di segno e sosteneva che ogni volta che noi pensiamo il nostro pensiero, ciò che è presente alla coscienza, sia esso un sentimento, un concetto, un’altra rappresentazione, è un segno, serve da segno. Servire da segno significa una cosa specifica, (19.41) segno di. Questo è un po’ il tema di questo intervento, nel senso che cercheremo di capire perché ogni qualvolta che pensiamo abbiamo per esempio la (19.52) di un sentimento, un concetto o un’altra rappresentazione (19.56) , perché non è semplice dire che tutto ciò che pensiamo, che abbiamo dei sentimenti, che abbiamo dei pensieri, che abbiamo dei concetti… perché invece considerare il pensiero con un segno, e quindi perché considerare la logica con un segno? Questa è la risposta che vorrei tentare di dare oggi. P. usa la parola “signs” da Locke che nel saggio “sull’intelletto umano” di cui abbiamo parlato anche ieri, aveva diviso nell’ultimo libro, addirittura nell’ultimo paragrafo se non sbaglio, le scienze in tre parti: la scienza fisica che è la costituzione materiale del mondo, la scienza pratica dell’essere, la morale del comportamento, e la terza scienza era la logica o semiotica e si occupava, appunto, delle nostre conoscenze intese come segni, cioè tutta la semiotica lockiana (21.07) nel terzo libro del saggio sull’intelletto umano, Locke sostiene che le parole siano segni delle nostre idee, le quali a loro volta sono segni delle cose, in una sorta di triangolo semiotico lockiano. P. conosceva Locke (21.26) anche

perché era americano, Locke era inglese, quindi era parte della propria tradizione culturale, lui riprende e cita spesso Locke (21.38) prende segno proprio da Locke. Ma non soltanto, nel senso che P. conosceva il pensiero semiologico della modernità. Qual è il pensiero semiologico della modernità? E’ questo fiume sotterraneo… troviamo la semiotica come fiume sotterraneo che emerge in alcuni autori, uno di questi è Liebniz, di cui abbiamo parlato ieri, che aveva un pensiero semiologico, un altro di questi è Locke, ma anche (22.10) il (22.10) medievale, anche Hobbes filosofo inglese, come abbiamo detto ieri aveva una teria semiologica di come funzionava il pensiero. E P. riconosce questa cosa, riconosce che lui non è il primo a dire che il pensiero è un segno, tutt’altro… le sue citazioni sono tratte da alcuni documenti del P. maturo, dell’ultima fase della sua vita. P. è nato nel 1839 ed è morto nel 1914, un anno dopo Saussure è morto, ed è nato dieci anni prima, nel ’49… Il primo (23.04) da una lettera a Lady Wembly, che era una filosofa inglese che si era interessata alla semiotica di P. con la quale P. aveva instaurato una corrispondenza scientifica, si scrivevano di semiotica… e quando scrive a Lady Wembley nel 1904… ogni concetto è un segno naturalmente, non è nuova questa idea… Hobbes e Liebniz l’hanno detto a sufficienza… come dire, non può ripetere che ogni pensiero è un segno, la storia della filosofia ce l’ha, in qualche maniera, insegnato… nel 1906 il manoscritto “ogni condizione è un segno” Liebniz e altri (23.54) hanno sufficientemente mostrato. Ancora nel 1906 “ogni pensiero è un segno” questa è la dottrina di Liebniz, di Barkley e dei pensatori intorno agli anni 1700. Lui ne cita solo alcuni dei fatti in cui… dei molti fatti, dei molti luoghi dell’opera peirciana, in cui P. riconosce un debito importante nei confronti della tradizione… della storia della semiotica. Questi tre, sono gli unici tre di cui io conosco l’esistenza, ma potrei anche sbagliarmi, in cui Liebniz viene menzionato insieme ad altri come un sostenitore, un (24.43) , come uno degli autori, dei pensatori che avevano detto che il pensiero è un segno. P. accetta del tutto le cose perché lui già nel 1878 nella citazione che abbiamo visto prima aveva già assodato che ogni pensiero fosse un segno, in vecchiaia si sente costretto a mettere la propria opera, la propria semiotica, nel solco di una tradizione. In qualche maniera P. è stato mal compreso, non soltanto dai logici ma anche dai filosofi, è morto povero, nel senso che nella seconda parte della sua vita, a partire dagli anni 90 dell’800, si è ritirato in campagna e non aveva i soldi nemmeno per il carbone, veniva aiutato dagli amici, da William James, fratello di Henry James, che aveva fatto una colletta per lui… e in questa situazione di isolamento, nella quale P. si trovava, non riusciva a scrivere questo benedetto libro che avrebbe voluto un sistema di (26.03) il sistema di logica considerato come semiotica, non ci riuscì… e in qualche maniera la sua opera è rimasta in forma manoscritta come diceva prima il professore e in questa opera manoscritta (26.18) si sentono a tratti anche questo tipo di motivi, questa necessità che P. ha… non tanto di confrontarsi con i suoi contemporanei… anche perché non avendo soldi non aveva soldi neanche per comprare libri o per farsi arrivare riviste, quindi nella seconda parte della sua vita P. non era a conoscenza, non era riuscito a venire a conoscenza di quello che succedeva nell’ambito della filosofia europea. Ma sente l’esigenza di confrontarsi con il pensiero filosofico che lo ha preceduto e quindi con i grandi pensatori, quindi con Hobbes, Kant e con Liebniz, del quale riconosce

alla disciplina, come anche altre cose hanno la “s” in fondo, non tutte però … (33.09) perché P. non usava semiotics, perché non c’era una (33.13) per semiotics in quanto non c’era un (33.13) per logic… semantics c’ha la s finale… ma logic no… linguisti non è linguistic in inglese ma linguistics, c’è la s finale per i nomi delle discipline… quando intorno a questo periodo lui, non solo in questo manoscritto, in questa serie di manoscritti della (33.39 lui), ma anche in altri scritti lui si riferisce (33.44 di scrivere questo benedetto libro), usa sempre questa (33.47)… Dunque la logica è una semiotica, perché studia le leggi formali dei segni. Cos’è un segno per P.? un segno è qualcosa A che mette qualcos’altro B, cioè il suo interpretante, nello stesso tipo di corrispondenza con qualcos’altro C, il suo (gesto o oggetto? … (34.13 sta con C). Ora vi faccio leggere un’altra definizione (34.15), questa è però molto tecnica quindi volevo farvela leggere. Questa è del manoscritto che avrebbe dovuto servire per comporre questo libro. Oggetto, segno e interpretante sono i tre relata di questa relazione segnica che P. alla Wembly scrive nel 1808, un segno, un oggetto, in relazione con il suo oggetto da una parte e con l’interpretante dall’altra, in modo tale da mettere l’interpretante in una relazione con l’oggetto corrispondente alla sua propria relazione con l’oggetto. Faccio una domanda: la parola “oggetto” qui e qui è la stessa (35.06)? allora questo è un po’ il cuore della semiotica peirciana, la sua definizione di segno… P. lascia un centinaio di definizioni di questo tipo… l’80% di queste definizioni appartengono alla fase matura del pensiero di P. in gioventù si è occupato poco di semiotica, ed è soltanto appunto in questa fase di isolamento in cui lui non c’aveva nient’altro da fare che scrivere e lavorare con il pensiero, aveva approfondito la semiotica. Aveva detto ma la mia logica si differenzia dalla logica degli europei, soprattutto dei tedeschi che conosceva bene, li ammirava ma con loro ce l’aveva a morte perché erano degli (psicologiques? 35.49) logica, lui invece non era… lui diceva la logica non è che (35.53), la logica non insegna come qualcuno di noi pensa o come sarebbe meglio pensare in (35.58), la logica insegna quali sono le leggi più generali del pensiero, e come si fa a distinguere un pensiero buono da un pensiero cattivo ma nel senso di inferenza valida, inferenza non valida. Questa relazione tra oggetto, segno e inferenza è proprio un’inferenza, è un ragionamento… vi faccio vedere perché. Voi conoscete che cos’è un sillogismo? Sì, ok. Un sillogismo è un’inferenza che da due premesse conduce ad una conclusione… Io avrei una domanda: ma che differenza c’è tra l’oggetto segno e l’oggetto, cioè ciò in cui (36.55) il segno? Beh, in linea di principio nessuna, nel senso che il segno per P. non è qualcosa di sensibile che rimanda a qualcosa di insensibile, neanche è qualcosa di sensibile che rimanda a a qualcos’altro di sensibile, cioè ad un oggetto che rimanda ad un altro oggetto, il pacchetto di sigarette, io lascio il pacchetto di sigarette sul tavolo, è un oggetto che rimanda ad un altro oggetto, nello specifico sono io , se mia madre tornando a casa vede il pacchetto delle sigarette sul tavolo, dice, ah! Francesco è a casa. Quindi un oggetto rimanda ad un altro oggetto, quindi in questo senso non c’è problema. Il discorso è che la definizione di P. è formale, e per questo io mi riferisco a questa definizione, un segno è qualcosa A, cioè qualsiasi cosa che lavori in questa maniera, cioè che sia in relazione con due altre cose è un segno, che sia materiale, mentale, spirituale intellegibile, pianta, animale, uomo, qualsiasi cosa che abbia queste relazioni,

specifiche relazioni, è un segno… qualcosa che mette qualcos’altro di non specificato… non è veramente un oggetto, né A né B, qualcosa A che mette qualcos’altro B, il suo interpretante nello (38.11) C, non metto tre metto C, che è il soggetto ma non è necessariamente un oggetto, può essere un sacco di cose…Però voglio fare una precisazione rispetto alla domanda che ha fatto la signorina. La prima parola oggetto di prima deve essere intesa nel senso di entità, dunque un’entità può essere un oggetto sensibile o un oggetto semplicemente intellegibile, mentre la seconda parola oggetto, che abbiamo incontrato nella definizione prima, come vi farà vedere Bellucci, è un termine tecnico… è vero che lì c’è scritto solo C, ma poi quel C lui tecnicamente lo chiama oggetto, quindi mentre la prima parola oggetto può essere sostituita dalla parola entità, la seconda parola oggetto diventa un termine tecnico che è proprio oggetto…e ora lo vedremo… mentre la definizione generica alla quale io a volte ho fatto riferimento è quella del pensiero comune del linguaggio ordinario, che il segno è qualcosa di percepibile che rimanda a qualcosa di concepibile, in P. viene giocata, in maniera diversa, perché non è necessariamente percepibile, noi, uomini della strada sentiamo il segno come qualcosa che cade sotto i nostri sensi e ci fa arrivare ad una conclusione che non è percepibile, che è semplicemente nella mente. Che cos’è un sillogismo? Un sillogismo è un ragionamento, è un’inferenza. Vi faccio il sillogismo più semplice di tutti, quello in prima figura barbara si chiama, i medievali lo chiamavano così. Barbara è fatto così: S è M, M è P, dunque S è P, questo è l’inizio del discorso; il sillogismo è un ragionamento che da due premesse, che avremo qui in generale, porta ad una conclusione. Secondo P. c’è un segno, perché? Perché un segno rappresenta qualcos’altro e questi elementi rappresentano quella conclusione. Questa è l’idea di segno di P. intesa come un (valore forte? 41.33). le premesse rappresentano le conclusioni… sono un pensiero, sono una somma di pensieri… una composizione di pensieri. Ma ci sono differenze non sillogistiche… noi facciamo il sillogismo perché da un lato è semplice e perché ha una speciale aderenza al pensiero di P., parte dalla sillogistica. Ci sono differenze che non hanno specificamente due premesse, ma una sola. Quindi da una composizione di pensieri si passa ad un pensiero ulteriore. In questa maniera, P. chiamava questo in generale un segno, una rappresentazione (segno e rappresentazione sono sinonimi, tant’è vero che lui certe volte al posto di segno usa “rappresentamen” (42.30) sinceramente non si capisce da dove gli sia venuto fuori. Lo usa Hamilton che era un filosofo scozzese, al quale P. si riferisce molto specialmente nei suoi primi scritti e Hamilton suggerisce che questo termine tecnico “rappresentamen” che è stato derivato dalla filosofia non ben disciplinata come liebziano-(42.58) che sarebbe un’ulteriore scoperta interessantissima, ciò vorrebbe dire che il termine tecnico “rappresentamen” in P. attraverso Hamilton questo lo prende dai liebziani non da (43.12), ecco io sinceramente stavolta non sono riuscito a ricostruirlo, ovviamente Hamilton per quanto l’ho letto nelle letture di logica e metafisica un libro uscito nel 1876, postumo, P. lo conosceva bene e (43.28) alcuni commentatori sostengono che (43.31), però il passaggio (43.33) precedente, cioè la derivazione liebiziana (43.37) di questo termine rappresentamen che vuol dire segno (43.44)… Il filosofo tedesco Liebniz il maggior seguace di (43.58), il filosofo più famoso nel periodo tra Liebniz e Kant (?? 44.

assomigliano a ciò che Saussure (50.46) tra significante e significato, e in più P. aggiunge l’interpretante come dire che i segni vanno un po’ interpretati… nessun segno ha un significato ben preciso ma ha bisogno dell’interpretante, cioè dell’interprete. Questa era l’interpretazione canonica o più semplicistica de (51.06) ma più sbagliata in un certo senso… più famosa del segno… Se questa dimostrazione è corretta (51.16), il segno non è nient’altro che ciò che permette al pensiero di collegarsi ad un altro pensiero e quindi la logica, che è lo studio del pensiero, o meglio lo studio di come si passa da un pensiero ad un altro, proprio perché da un pensiero ad un altro si pasa attraverso i segni, la logica è la semiotica. Cioè se ci pensate bene non c’è niente di più semplice in questo battesimo, in questo nuovo battesimo della logica come semiotica, perché se la logica tratta del pensiero e il pensiero è un susseguirsi di pensieri (di.. 51.56) questo tipo di mediazione, e la mediazione è scienza, allora la logica è una semiotica, perché studia i diversi tipi di segno, questa è la forma generale, come è fatta la S è P, attraverso M. Aggiungerei un’altra piccola cosa, che non solo è un battesimo della logica, ma è un battesimo anche della parola segno, rispetto a Liebiniz da una parte, perché in L. il segno era soltanto rappresentato, non aveva per niente questa dimensione di mediazione, in L. quello che lui chiama segno o oggetto del pensiero simbolico, che (52.32), non ha niente di (negativo? 52.37), in P. invece il segno è al centro di una mediazione e in Saussure (che lavora per conto suo, non conosce né P. né probabilmente neanche L., l’avrà fatto al liceo, ma…) il segno è una cosa completamente diversa, cioè viene usata la stessa parola ma la nozione è completamente diversa, non è che sia meno interessante, anzi è interessantissima quella di S. ma sono due cose che tra di loro non hanno quasi nessuna relazione. … (dopo la pausa) Allora, possiamo riprendere… due domande su questo (1.06.08) E’ chiaro il rapporto che c’è tra da un lato la forma più semplice di ragionamento (1.06.20) in Barbara, il sillogismo più semplice di tutti (1.06.25 uomo animale, uomo mortale, 1.06.29) e dall’altro questa specie di generalizzazione che poi (1.06.32) per dire ok se il ragionamento è più o meno fatto così, generalizziamo, e diciamo che non si passa semplicemente da premesse a conclusioni ma si passa da un segno ad un interpretante. Questa è una sorta di generalizzazione del concetto di inferenza, mentre l’inferenza, perlomeno come la pensava (1.06.57), in gioventù è un’interferenza sillogistica che ha una determinata forma ed è composta da determinati componenti, la rilevazione segnica cioè la relazione tra un oggetto, un segno e un interpretante è più generale, perché non ci limitiamo a dire queste inferenze fatte in questo modo danno queste conclusioni, ma più generalmente diciamo pensare vuol dire, ragionare vuol dire passare da un segno ad un interpretante… o meglio predicare un interpretante di un oggetto, rappresentare un oggetto, attraverso la rivelazione del segno. Che cosa vuol dire rappresentare? Vuol dire questo, quello che abbiamo appena detto… lo ridico in termini di rappresentazione: un oggetto (lo possiamo intendere come un oggetto materiale ma anche come uno stato di cose, come un pensiero) viene rappresentato da un segno, quindi poniamo che l’oggetto sia Socrate e che il segno sia uomo, uomo rappresenta Socrate, uomo si predica di Socrate, meglio ancora Socrate è uomo, questa è la prima parte della rappresentazione: il segno rappresenta un oggetto. Ma se questo fosse il concetto peirciano di segno

di rappresentazione, non ci sarebbe nessuna differenza tra questa idea di segni di rappresentazione e le molte idee di rappresentazione alle quali in generale si fa riferimento quando si pensa alla rappresentazione, la rappresentazione è quella cosa che (1.09.25 un oggetto), la rappresentazione classica di segno è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro… se la (1.09.32) si limitasse a questa prima parte, ci sarebbero oggetti e poi le rappresentazioni dell’oggetto… i pensieri sono rappresentazioni delle cose, i predicati sono le rappresentazioni dei soggetti,… non ci sarebbe nessuna differenza tra il concetto di rappresentazione peirciano e kantiano, perché Kant pensava che i nostri concetti rappresentano gli oggetti… e poi la (1.09.55) non si fermava lì, e diceva state attenti che se tutte le volte che un segno rappresenta un oggetto apre il pensiero a qualcosa di ulteriore, rappresentare non vuol dire semplicemente fare una rappresentazione di qualcosa secondo P., rappresentare vuol dire aprire il pensiero ad un’ulteriore rappresentazione di pensiero, perché una volta che io ho rappresentato l’oggetto, in un certo modo, sarà possibile rappresentarlo ancora in altri modi proprio grazie al fatto che l’ho rappresentato in quel modo. Vale a dire, se io dico che Socrate è un uomo, questo apre il pensiero ad una serie di possibili determinazioni, perché tutto quello che già io so di uomo, so che l’uomo è mortale, so che l’uomo è animale, so che l’uomo è bipede, a quel punto lo posso dire di Socrate, quindi Socrate viene messo in relazione con un’ulteriore rappresentazione, la prima rappresentazione il segno, chiama ad un’altra rappresentazione. Tutte le volte che voi dite: questo è un telecomando, voi in realtà non state semplicemente dicendo che questo è un telecomando, voi state dicendo che di questo oggetto, è vero tutto ciò che è vero del telecomando. (1.11.46) apparirà (1.11.50), eppure nei (1.11.53 termini) nessuno c’aveva mai pensato che rappresentare un oggetto vuol dire anche aprire il pensiero ad una ultriore rappresentazione di quell’oggetto, che dire… (domanda… 1.12.10 conoscere tutte le proprietà della 1.12.14)… (1.12.20 sta dicendo), sì, però nel caso di Liebniz non era schematizzata quella che invece è schematizzata qui, la transitività della rappresentazione e della predi(1.12.33) , quello che nella logica viene chiamata transitività della (1.12.39), il predicato è transitivo no? Se ho animale che predica di uomo, e ho uomo che predica di Socrate, animale si predica di Socrate, questa è la transitività (1.12.52), invece Liebniz… tu ti riferisci al discorso delle note? Al fatto della conoscenza adeguata… Esatto, in quel caso lì, pure si parla di note, cioè di proprietà e di proprietà delle proprietà, generalmente il principio è lo stesso, ma nel caso di L. non viene (1.13.13) la transitività, cioè lui dice sì, pensare in maniera completa, avere un’idea adeguata vuol dire avere l’idea, il concetto della cosa, con le sue proprietà e con le proprietà della proprietà, ma in qualche maniera L. pensa al concetto in maniera statica, questa è una delle differenze. Cioè, sì è vero il concetto completo è fatto di proprietà e queste proprietà, se voglio avere una conoscenza adeguata dell’oggetto, devono poter essere fatte anche loro di ulteriori proprietà e quindi delle proprietà delle proprietà, ma in maniera statica, cioè non mi interessa qual è il processo di ragionamento che mi fa arrivare alla proprietà della proprietà, non viene semantizzata la transitività del pensiero, viene semantizzata la complessità del concetto e la composizione di ogni componente. Il principio è lo stesso