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Tesina indifferenza, Prove d'esame di Lingue e letterature classiche

tesina maturità

Tipologia: Prove d'esame

2015/2016

Caricato il 12/06/2016

paoletta0497
paoletta0497 🇮🇹

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La partecipazione alla vita politica
Duae maxime et in hac re dissidentsectae, Epicureoru
m et Stoicorum, sedutraque ad otium diversa
via mittit.Epicurus ait:"non accedet ad
rempublicam sapiens, nisi si
quidintervenerit"; Zenon ait:"accedet ad
rem publicam, nisi si quid impedierit." Alter otium ex
proposito petit, alter ex causa;
causa autem illa late patet.
Si respublica corruptior est quam ut adiuvaripossit, si
occupata est malis, non nitetursapiens
in supervacuum nec se nihilprofuturus inpendet;
si parum habebitauctoritatis aut virium nec illum eritad
missura res publica,
si valetudo illumimpediet, quomodo navem quassamno
n deduceret in
mare, quomodonomen in militiam non daret debilis, sic
ad
iter quod inhabile sciet non accedet.Potest ergo et ille c
ui omnia adhuc in
integro sunt, antequam ullas experiaturtempestates,
in tuto subsistere etprotinus commendare
se bonis artibuset inlibatum otium exigere, virtutiumcu
ltor, quae exerceri etiam quietissimispossunt.
Hoc nempe ab homineexigitur, ut prosit hominibus, si
fieripotest, multis, si minus, paucis, siminus, proximis,
si minus, sibi. Namcum se utilem ceteris efficit, comm
uneagit negotium. Quomodo qui
sedeteriorem facit non sibi tantummodonocet sed etiam
omnibus eis quibusmelior factus prodesse potuisset,
sicquisquis bene de se meretur hoc
ipsoaliis prodest quod illis profuturumparat.
(Seneca, De otio, III)
Traduzione
Le due scuole filosofiche, degli epicurei e degli
stoici, divergono anche su questo argomento, ma
entrambe, (seppure) per via diversa, indirizzano alla
vita ritirata. Dice Epicuro: “Il saggio non parteciperà
alla vita politica, a meno che non intervenga
qualcosa (di eccezionale)”. Dice Zenone: “(Il saggio)
parteciperà alla vita politica, a meno che non glielo
impedisca qualcosa (di eccezionale)” L’uno aspira
alla vita ritirata di proposito, l’altro per un motivo
(particolare); ma quel motivo comprende molti casi:
se lo Stato è troppo corrotto perché si possa
rimediare, se è divorato dal male, il saggio non si
sforzerà a vuoto si impegnerà, sapendo di non
potere ottenere niente; se avrà poca autorità o poca
forza ed è destinato ad essere respinto dalla vita
politica, se glielo impedirà la cattiva salute, (allora il
saggio), come non condurrebbe in mare una nave
scassata, come non si arruolerebbe nell’esercito
essendo fisicamente debole, così non imboccherebbe
una strada che sa impraticabile. Pertanto anche colui
che ha ancora integre tutte le sue cose può, prima di
sperimentare le tempeste (della vita), starsene al
sicuro e da subito dedicarsi alle attività intellettuali e
praticare una vita assolutamente ritirata, come
cultore di quelle virtù che possono essere esercitate
anche dai più amanti della quiete. Di fatto a un uomo
si richiede questo, che giovi agli altri uomini: a
molti, se possibile, se no a pochi, se no a coloro che
gli sono vicini, se no a se stesso. Infatti, quando si
rende utile agli altri, fa l’interesse di tutti. Allo stesso
modo in cui chi si rende peggiore non solo fa un
danno a se stesso, ma anche a coloro ai quali avrebbe
potuto giovare se fosse divenuto migliore, così chi
rende un buon servizio a se stesso giova agli altri per
il solo fatto che prepara, nella sua persona, un uomo
che saprà loro giovare.
Qui su l'arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null'altro allegra arbor nè ore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
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La partecipazione alla vita politica

Duae maxime et in hac re dissidentsectae, Epicureoru

m et Stoicorum, sedutraque ad otium diversa

via mittit.Epicurus ait:"non accedet ad

rempublicam sapiens, nisi si

quidintervenerit"; Zenon ait:"accedet ad

rem publicam, nisi si quid impedierit." Alter otium ex

proposito petit, alter ex causa;

causa autem illa late patet.

Si respublica corruptior est quam ut adiuvaripossit, si

occupata est malis, non nitetursapiens

in supervacuum nec se nihilprofuturus inpendet;

si parum habebitauctoritatis aut virium nec illum eritad

missura res publica,

si valetudo illumimpediet, quomodo navem quassamno

n deduceret in

mare, quomodonomen in militiam non daret debilis, sic

ad

iter quod inhabile sciet non accedet.Potest ergo et ille c

ui omnia adhuc in

integro sunt, antequam ullas experiaturtempestates,

in tuto subsistere etprotinus commendare

se bonis artibuset inlibatum otium exigere, virtutiumcu

ltor, quae exerceri etiam quietissimispossunt.

Hoc nempe ab homineexigitur, ut prosit hominibus, si

fieripotest, multis, si minus, paucis, siminus, proximis,

si minus, sibi. Namcum se utilem ceteris efficit, comm

uneagit negotium. Quomodo qui

sedeteriorem facit non sibi tantummodonocet sed etiam

omnibus eis quibusmelior factus prodesse potuisset,

sicquisquis bene de se meretur hoc

ipsoaliis prodest quod illis profuturumparat.

(Seneca, De otio , III)

Traduzione

Le due scuole filosofiche, degli epicurei e degli

stoici, divergono anche su questo argomento, ma

entrambe, (seppure) per via diversa, indirizzano alla

vita ritirata. Dice Epicuro: “Il saggio non parteciperà

alla vita politica, a meno che non intervenga

qualcosa (di eccezionale)”. Dice Zenone: “(Il saggio)

parteciperà alla vita politica, a meno che non glielo

impedisca qualcosa (di eccezionale)” L’uno aspira

alla vita ritirata di proposito, l’altro per un motivo

(particolare); ma quel motivo comprende molti casi:

se lo Stato è troppo corrotto perché si possa

rimediare, se è divorato dal male, il saggio non si

sforzerà a vuoto né si impegnerà, sapendo di non

potere ottenere niente; se avrà poca autorità o poca

forza ed è destinato ad essere respinto dalla vita

politica, se glielo impedirà la cattiva salute, (allora il

saggio), come non condurrebbe in mare una nave

scassata, come non si arruolerebbe nell’esercito

essendo fisicamente debole, così non imboccherebbe

una strada che sa impraticabile. Pertanto anche colui

che ha ancora integre tutte le sue cose può, prima di

sperimentare le tempeste (della vita), starsene al

sicuro e da subito dedicarsi alle attività intellettuali e

praticare una vita assolutamente ritirata, come

cultore di quelle virtù che possono essere esercitate

anche dai più amanti della quiete. Di fatto a un uomo

si richiede questo, che giovi agli altri uomini: a

molti, se possibile, se no a pochi, se no a coloro che

gli sono vicini, se no a se stesso. Infatti, quando si

rende utile agli altri, fa l’interesse di tutti. Allo stesso

modo in cui chi si rende peggiore non solo fa un

danno a se stesso, ma anche a coloro ai quali avrebbe

potuto giovare se fosse divenuto migliore, così chi

rende un buon servizio a se stesso giova agli altri per

il solo fatto che prepara, nella sua persona, un uomo

che saprà loro giovare.

Qui su l'arida schiena Del formidabil monte Sterminator Vesevo, La qual null'altro allegra arbor nè fiore, Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra, Contenta dei deserti. Anco ti vidi De' tuoi steli abbellir l'erme contrade Che cingon la cittade La qual fu donna de' mortali un tempo, E del perduto impero Par che col grave e taciturno aspetto Faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi Lochi e dal mondo abbandonati amante, E d'afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi Di ceneri infeconde, e ricoperti Dell'impietrata lava, Che sotto i passi al peregrin risona; Dove s'annida e si contorce al sole La serpe, e dove al noto Cavernoso covil torna il coniglio; Fur liete ville e colti, E biondeggiàr di spiche, e risonaro Di muggito d'armenti; Fur giardini e palagi, Agli ozi de' potenti Gradito ospizio; e fur città famose Che coi torrenti suoi l'altero monte Dall'ignea bocca fulminando oppresse Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno Una ruina involve, Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi I danni altrui commiserando, al cielo Di dolcissimo odor mandi un profumo, Che il deserto consola. A queste piagge Venga colui che d'esaltar con lode Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto E' il gener nostro in cura All'amante natura. E la possanza Qui con giusta misura Anco estimar potrà dell'uman seme, Cui la dura nutrice, ov'ei men teme, Con lieve moto in un momento annulla In parte, e può con moti Poco men lievi ancor subitamente Annichilare in tutto. Dipinte in queste rive Son dell'umana gente Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco, Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti, e volti addietro i passi, Del ritornar ti vanti, E proceder il chiami. Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti, Di cui lor sorte rea padre ti fece, Vanno adulando, ancora Ch'a ludibrio talora T'abbian fra se. Non io Con tal vergogna scenderò sotterra; Ma il disprezzo piuttosto che si serra Di te nel petto mio, Mostrato avrò quanto si possa aperto: Ben ch'io sappia che obblio Preme chi troppo all'età propria increbbe. Di questo mal, che teco Mi fia comune, assai finor mi rido. Libertà vai sognando, e servo a un tempo Vuoi di novo il pensiero, Sol per cui risorgemmo Della barbarie in parte, e per cui solo Si cresce in civiltà, che sola in meglio Guida i pubblici fati. Così ti spiacque il vero Dell'aspra sorte e del depresso loco

Avranno allor che non superbe fole, Ove fondata probità del volgo Così star suole in piede Quale star può quel ch'ha in error la sede.

Sovente in queste rive, Che, desolate, a bruno Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, Seggo la notte; e sulla mesta landa In purissimo azzurro Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle, Cui di lontan fa specchio Il mare, e tutto di scintille in giro Per lo vòto Seren brillar il mondo. E poi che gli occhi a quelle luci appunto, Ch'a lor sembrano un punto, E sono immense, in guisa Che un punto a petto a lor son terra e mare Veracemente; a cui L'uomo non pur, ma questo Globo ove l'uomo è nulla, Sconosciuto è del tutto; e quando miro Quegli ancor più senz'alcun fin remoti Nodi quasi di stelle, Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo E non la terra sol, ma tutte in uno, Del numero infinite e della mole, Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle O sono ignote, o così paion come Essi alla terra, un punto Di luce nebulosa; al pensier mio Che sembri allora, o prole Dell'uomo? E rimembrando Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte, Che te signora e fine Credi tu data al Tutto, e quante volte Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro Granel di sabbia, il qual di terra ha nome, Per tua cagion, dell'universe cose Scender gli autori, e conversar sovente Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi Sogni rinnovellando, ai saggi insulta Fin la presente età, che in conoscenza Ed in civil costume Sembra tutte avanzar; qual moto allora, Mortal prole infelice, o qual pensiero Verso te finalmente il cor m'assale? Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d'arbor cadendo un picciol pomo, Cui là nel tardo autunno Maturità senz'altra forza atterra, D'un popol di formiche i dolci alberghi, Cavati in molle gleba Con gran lavoro, e l'opre E le ricchezze che adunate a prova Con lungo affaticar l'assidua gente Avea provvidamente al tempo estivo, Schiaccia, diserta e copre In un punto; così d'alto piombando, Dall'utero tonante Scagliata al ciel, profondo Di ceneri e di pomici e di sassi Notte e ruina, infusa Di bollenti ruscelli, O pel montano fianco Furiosa tra l'erba Di liquefatti massi E di metalli e d'infocata arena Scendendo immensa piena, Le cittadi che il mar là su l'estremo Lido aspergea, confuse E infranse e ricoperse In pochi istanti: onde su quelle or pasce

La capra, e città nove Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello Son le sepolte, e le prostrate mura L'arduo monte al suo piè quasi calpesta. Non ha natura al seme Dell'uom più stima o cura Che alla formica: e se più rara in quello Che nell'altra è la strage, Non avvien ciò d'altronde Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento Anni varcàr poi che spariro, oppressi Dall'ignea forza, i popolati seggi, E il villanello intento Ai vigneti, che a stento in questi campi Nutre la morta zolla e incenerita, Ancor leva lo sguardo Sospettoso alla vetta Fatal, che nulla mai fatta più mite Ancor siede tremenda, ancor minaccia A lui strage ed ai figli ed agli averi Lor poverelli. E spesso Il meschino in sul tetto Dell'ostel villereccio, alla vagante Aura giacendo tutta notte insonne, E balzando più volte, esplora il corso Del temuto bollor, che si riversa Dall'inesausto grembo Sull'arenoso dorso, a cui riluce Di Capri la marina E di Napoli il porto e Mergellina. E se appressar lo vede, o se nel cupo Del domestico pozzo ode mai l'acqua Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, Desta la moglie in fretta, e via, con quanto Di lor cose rapir posson, fuggendo, Vede lontano l'usato Suo nido, e il picciol campo, Che gli fu dalla fame unico schermo, Preda al flutto rovente Che crepitando giunge, e inesorato Durabilmente sovra quei si spiega. Torna al celeste raggio Dopo l'antica obblivion l'estinta Pompei, come sepolto Scheletro, cui di terra Avarizia o pietà rende all'aperto; E dal deserto foro Diritto infra le file Dei mozzi colonnati il peregrino Lunge contempla il bipartito giogo E la cresta fumante, Ch'alla sparsa ruina ancor minaccia. E nell'orror della secreta notte Per li vacui teatri, per li templi Deformi e per le rotte Case, ove i parti il pipistrello asconde, Come sinistra face Che per voti palagi atra s'aggiri, Corre il baglior della funerea lava, Che di lontan per l'ombre Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. Così, dell'uomo ignara e dell'etadi Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno Dopo gli avi i nepoti, Sta natura ognor verde, anzi procede Per sì lungo cammino, Che sembra star. Caggiono i regni intanto, Passan genti e linguaggi: ella nol vede: E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra, Che di selve odorate Queste campagne dispogliate adorni,

its human position; how it takes place

while someone else is eating or opening a wîndow or just walking

dully along;

how, when the aged are reverently, passionately waiting

for the miraculous birth, there always must be

children who did not specially want it to happen, skating

on a pond at the edge of the wood:

they never forgot

that even the dreadful martyrdom must run its course

anyhow in a corner, some untidy spot

where the dogs go on with their doggy life and the torturer's horse

scratches its innocent behind on a tree.

In Brueghel's Icarus, for instance: how everything turns away

quite leisurely from the disaster; the ploughman may

have heard the splash, the forsaken cry,

but for him it was not an important failure; the sun shone

as it had to on the white legs disappearing into the green

water; and the expensive delicate ship that must have seen

something amazing, a boy falling out of the sky,

had somewhere to get to and sailed calmly on.

Sulla sofferenza non si sbagliavano mai,

I grandi pittori: come capivano il posto che occupa

Fra gii uomini, e il suo prodursi mentre c'è qualcun altro

Che mangia, o apre una finestra o passa di lì sbadato;

Mentre riverenti gli anziani aspettano fervidi

La nascita prodigiosa, ci saranno sempre

Dei bambini che non tengono al compiersi dell'evento

E pattinano sullo stagno ai bordi del bosco;

Mai dimenticarono, i maestri,

Che anche il martirio più tremendo deve aver corso

Comunque in un angolo, un luogo dimesso

Dove i cani fanno la loro vita di cani e il cavallo del carnefice

Si gratta l'innocente deretano contro un albero.

Nell'Icaro di Brueghel, per esempio: ogni cosa si distoglie

Tranquillamente dal disastro; l'aratore

Può aver udito il tonfo, il grido desolato,

Ma per lui non è una grave iattura; il sole

Splende come deve sulle bianche gambe lì lì per sparire

Nell'acqua verde; e la nave preziosa che certo ha visto

Il fatto sconvolgente, un ragazzo a capofitto giù dal cielo,

Ha la sua destinazione e calma continua a veleggiare.

Odio gli indifferenti: credo come Federico Hobbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i

solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e partigiano. Indifferenza è

abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia.

E’ la palla di piombo per il rinnovatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la

palude che circonda la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché

inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scoraggia e qualche volta li fa desistere dall’impresa

“eroica”. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non

si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella

all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto “eroico” (di

valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza,

all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la

massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare,

lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un

ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza

illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da

nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di

un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di

piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato

vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto

e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale

rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi

indifferente. E quest’ultimo s’irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha

voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o

pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio

consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro

scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal

male, combattevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di

programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni

responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare

bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia

altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva

non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità

storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli

indifferenti anche per questo e mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del

come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò

che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro

le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze meravigliose della mia parte già pulsare l’attività della città

futura che appunto la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che

succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla

finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrificio; e colui che sta alla finestra, in agguato,

voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo

svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti

e ogni opportunista.

11 febbraio 1917

  1. Spesso il male di vivere ho incontrato:
  2. era il rivo strozzato che gorgoglia ,
  3. era l'incartocciarsi della foglia
  4. riarsa , era il cavallo stramazzato.
  5. Bene non seppi , fuori del prodigio
  6. che schiude la divina Indifferenza :
  7. era la statua nella sonnolenza
  8. del meriggio , e la nuvola , e il falco alto levato

http://www.pianetascuola.it/risorse/media/secondaria_primo/italiano/giallo_rosso_blu3_lett/testi_audio/

treno_ha_fischiato/il_treno_ha_fischiato_1.pdf