Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Tesina l.c., Prove d'esame di Lingue e letterature classiche

il potere della parola

Tipologia: Prove d'esame

2015/2016

Caricato il 23/08/2016

montebuglio_paolo
montebuglio_paolo 🇮🇹

1 documento

1 / 22

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
IL POTERE DELLA
PAROLA
INDICE
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16

Anteprima parziale del testo

Scarica Tesina l.c. e più Prove d'esame in PDF di Lingue e letterature classiche solo su Docsity!

IL POTERE DELLA

PAROLA

INDICE

Introduzione ……….……………….………………..

……………………p. 4

L’oratore Lisia …..………..…………….

…………………..…………….p.

Situazione politica di Atene……………………..……………p. 7

Attività e obiettivi………………………………..……..………..p. 7

Esempio di oratoria………………..…………………………….p. 8

Stile…………………………..………………………………………..p. 9

La parola al servizio dei potenti ……...

…………………………..p.

Oratoria al servizio della

nazione …………………………………p.

Contesto storico.…………………………………………………p.

FDR e la sua abilità oratoria.……………..…………………p.

Conclusione ………………………………………………

……….……….p.

Bibliografia ……………..

……………………………………………….…p.

INTRODUZIONE

Nella vita di tutti i giorni ci interfacciamo in modo differente, a seconda dell’occasione e del nostro interlocutore, con molte persone: parenti, conoscenti, nuovi volti. Preferiamo alcune persone perché sono interessanti, loquaci, come quei presentatori che ci tengono sulle spine fino alla fine dei loro programmi televisivi impedendoci di cambiare canale. La parola assume, dunque, una fondamentale importanza nella relazione con l’altro, c’è chi la usa meglio e chi peggio: essa ha bisogno di una predisposizione, una sorta di qualità innata. Ecco, tratterò questo, il potere della parola, cosa che si insegna tra i banchi di scuola, gli stessi che sto, con il vostro permesso, per abbandonare.

La parola è una facoltà che appartiene al solo genere umano e ha ricoperto nelle varie culture, quasi sempre, un ruolo di fondamentale importanza. Tutti gli esseri umani hanno il dono della parola, ma pochi ne sanno fare sfoggio con grande disinvoltura e sanno imprimere, con quella che è l’arma più tagliente di tutte, una svolta nella propria vita, condizionando, il più delle volte, anche la vita degli altri, in bene o in male. «Per poter essere forte, diventa un artista della parola; perché la forza dell’uomo è nella lingua, e la parola è più forte di ogni arma». Così parlava Ptahhotep, un visir che visse tra il XXV e il XXIV secolo a. C. sotto la dinastia di Djadkara Isesi, ai suoi discepoli. Il corretto uso della parola, cosa molto cara agli antichi Latini, assume una rilevanza di primo piano nel nostro mondo, ormai globalizzato, dove la diplomazia dovrebbe essere il primo strumento nella risoluzione di tante controversie che, invece, alcuni risolverebbero imbracciando le armi e condannando migliaia di persone a una morte ingiusta. La parola esprime ciò che siamo, la nostra essenza più recondita: «il linguaggio è strumento di vita» 1. La vita di ognuno di noi è un libro dalle pagine bianche che aspetta solo di essere scritto, ma servono le parole giuste, semplici ma precise, per renderla qualcosa di straordinario, di memorabile.

Bisognerebbe chiederlo al povero Renzo che si perde nel latinorum di don Abbondio, o che per qualche momento viene vinto dalla parlantina dell’Azzecca- garbugli, alla folla che sembra farsi convincere da Ferrer, per metà italiano e per metà spagnolo, alla monaca di Monza, succube del padre. La visione della parola al servizio del potere che troviamo nei “Promessi Sposi” è rintracciabile nella nostra stessa società. Gianluigi Monari, infatti, afferma che «La società di oggi promuove l’individualismo, distrugge le radici comuni e crea una nuova specie di uomo non pensante, facilmente condizionabile dalle pubblicità, in cui le parole diventano sottotitoli persuasivi di immagini televisive»^3. Morto è l’uomo di oggi, così come Betto e i suoi amici della brigata 4 , perché non pensano. Morto è l’uomo che si fa annientare dalla stampa. Come Kierkegaard^5 ci ricorda, questa annulla quello che è l’uomo, sottomesso alla parola di chi ha intorno, porta all’omologazione; il singolo perde la capacità di essere tale. Ma non dobbiamo meravigliarci di tutto ciò. Hobbes 6 parla di un uomo dall’indole malvagia, parla di un homo homini lupus , perché limita, nell’affermazione della propria libertà, quella dell’altro. Già Lisia 7 , nel V-IV secolo a.C. ci racconta di chi utilizza la propria ars 3 4 5 6

dicendi per i propri scopi, bassi e meschini, come i trenta tiranni, e di chi, come lui, vuole difendere la giusta causa della giustizia, in nome di un cittadino privato o della città stessa. Ed è per la propria nazione che Roosevelt trasmette i discorsi, cosiddetti, «al caminetto»^8. Egli ridà fiducia a una nazione ormai collassata, precipitata nel baratro della crisi, in cui la vita caratterizzata dal progresso e dalla ricchezza smodata sembra, ora, un sogno, ormai inafferrabile. È di questo che sto per parlarvi, cercando di dare una risposta alla domanda precedente: è vero che la parola rende l’uomo libero? Torniamo, dunque, indietro nel tempo, nell’antico e affascinante mondo greco al tempo dell’oratore Lisia.

L’ORATORE LISIA

  • Situazione politica di Atene

L’Atene di Lisia è una πόλις in crisi, uscita sconfitta dalla guerra del Peloponneso, che, invece, ha visto trionfare la città di Sparta. Lisandro, suo comandante, stabilisce di non raderla al suolo, ˗ ne viene riconosciuto il ruolo culturale, essa è scuola dell’Ellade ˗ ma dopo aver distrutto le mura del Pireo, instaura un governo filo˗lacedemone sotto il controllo dei trenta tiranni. Essi agiscono in maniera impropria, con l’unico scopo di

μοιχειας” (sull’adulterio), e, infine, la legge “περί βιαίων” (sulla violenza). Egli evidenzia in modo vivacissimo tre circostanze: la seduzione, che costituisce una motivazione aggravante rispetto alla violenza, la flagranza o quasi, e la confessione del reo.

È un quadro parlante, vivido, quello che ci presenta l’oratore greco. È un dramma domestico piccolo borghese con una sceneggiatura fatta di una successione di scene ora mute, ora dialogate, tutte pittoresche, sobriamente patetica, dalla quale emerge la figura di Eufileto, un popolano semplice, ingenuo, un po’ rustico, che non può aver commesso quello che i suoi avversari gli imputano: omicidio premeditato.

Radunati dunque quanti più uomini mi era possibile tra i presenti, mi incamminai. […] Spalancata la porta della camera da letto, i primi entrati videro ancora lui sdraiato accanto alla donna, quelli che entrarono dopo lo videro in piedi nel letto, nudo. Io invece gli dissi: “Non io ti ucciderò, ma la legge della città, che tu, trasgredendola, hai considerato meno importante dei tuoi piaceri; ed hai scelto di commettere quest’offesa contro mia moglie e i miei figli piuttosto che obbedire alle leggi ed essere onesto” (per l’uccisione di Eratostene)^9_._

Ma io penso, o giudici, che anche voi sappiate che chi agisce disonestamente non ammette che gli avversari dicano la verità, anzi, mentendo egli stesso e architettando simili menzogne, cerca di suscitare ostilità in chi ascolta contro chi si comporta onestamente (per l’uccisione di Eratostene)^10_._

Egli, ha di fronte a sé testimoni presi a caso che possono confermare la sua versione dei fatti, egli sottolinea la sua obbedienza alle leggi della città, garanti in assoluto della giustizia. Questo appello al senso di giustizia è la chiave di quest’orazione, su cui fa leva Eufileto per muovere, definitivamente, i cuori dei giudici a compassione.

  • Stile

Lisia cerca di raggiungere il suo scopo attraverso uno stile definito piano, lineare che privilegia la σαφάνεια (chiarezza), πιθανότης (credibilità), συντομία (concisione) e fa ricorso all’ηθοποιία. Grazie a questa, egli si sforza d’interpretare il suo personaggio e di farlo parlare in modo adeguato alla sua personalità, sottolineando i suoi tratti che più possono contribuire al successo della causa.

Tuttavia, la figura di Fra Cristoforo non è quella di un sottomesso, basti pensare al suo «Verrà un giorno» 13 e al suo dito puntato verso Don Rodrigo. Egli sa fare buon uso della parola tanto da rassicurare Renzo e Lucia nei vari momenti di peripezia. Ma, mentre lui è un profeta della parola, perché filtrata attraverso l’amore cristiano, Don Abbondio resta chiuso in un silenzio che sa di ignavia, che fa parte del suo progetto di difesa da una società corrotta come quella del ’600. Egli entra appieno nei sistemi meschini; il suo latinorum è un «latino birbone... che viene addosso a tradimento, nel buono di un discorso» 14 , ha qualcosa di magico e oscuro, non è che un abuso nei confronti di Renzo, che, essendo escluso, si ribella, e il curato non può far altro che tacere.

Un altro che fa uso di un’altra lingua è Antonio Ferrer; non riesce, di fronte alla babilonia dei discorsi, ad organizzare la propria abilità oratoria. Deve improvvisare per convincere la folla facendo affidamento sulle parole che il popolo vuole sentirsi dire: «pane e giustizia» e aiutandosi con i gesti, con la mimica di un vero attore; Manzoni, dunque, mette in evidenza la manipolazione della parola, il sapersi far gioco del popolo, dei più umili, ma anche un uomo che comprende la gravità della situazione e, nei frangenti più delicati, sa scegliere la strada migliore per uscire dagli impicci.

13

Altro personaggio che incarna la figura del potere malvagio e crudele è il principe, padre di Gertrude. La sua è una monacazione forzata, non voluta. Non ha mai la forza di affrontare il padre anche perché egli non l’affronta mai direttamente. Gertrude è esclusa dal mondo della parola; contro di lei è stata ordita una congiura, secondo le leggi del maggiorascato, dalle quali non può sottrarsi. È alla monaca di Monza che la comare chiacchierona Agnese dice: «mi perdonerà se parlo male» 15. Non è vero che la madre di Lucia non sappia esprimersi, ma si rende conto che la parola ha un potere di cui lei e gli altri umili non dispongono come la classe dominante. Per loro la «vita è il paragone delle parole» 16 senza far ricorso a raggiri di alcuna sorta. Lucia, per esempio, assume una posizione di silenzio nel romanzo, legato non alla paura, come nel caso di don Abbondio, ma alla riservatezza e al pudore: quando deve esprimersi la sua parola è costantemente nitida, rigorosa, è convinta di quanto dice e non è contaminata dalla corruzione della parola. La fiducia di Lucia nella forza della parola si afferma soprattutto nel suo incontro con l’Innominato; la fanciulla, pur non possedendo la cultura di padre Cristoforo o del cardinale Borromeo, sa istintivamente trovare le parole giuste che irrompono nel suo animo inquieto, che portano un barlume di luce (Lucia viene da lux ) nel suo cuore: «Dio perdona tante

15

già detto prima, si rende conto che la sua parola è poca cosa nei confronti del dottor Azzecca-Garbugli, la cui ingenuità è evidenziata dall’uso sconsiderato della frase: «a questo mondo c’è giustizia finalmente!» 18.

Un mutamento nel suo uso della parola, e dunque quello che può essere definito percorso di formazione di Renzo si evidenzia nel suo rapporto con il contesto cittadino. In un primo momento il giovane reagisce con il buon senso all’irrazionalità del tumulto e, poco dopo, dinanzi alla violenza sanguinaria del vecchio mal vissuto, reagisce apertamente, spinto dal suo amore di giustizia e dal suo sentimento cristiano. Ma è proprio la sete di giustizia che lo trae in inganno alla vista di Ferrer: Renzo, confondendo le giuste esigenze del popolo e la propria causa personale, a poco a poco si esalta, smarrisce la prudenza e rivive in lui la fiducia nella parola, tanto che arriva a tenere in pubblico un infiammato discorso. Il suo furore comunicativo di Renzo tocca il massimo nell’osteria della luna piena, esaltato dalle generose bevute. L’euforia è destinata a durare poco: il brusco risveglio ad opera del notaio criminale comporta la caduta di un’illusione: non basta credere in una verità e affermarla a parole, per vederla tradursi in fatti concreti. Renzo, allora, al parlare scomposto del giorno precedente, oppone un uso ponderato delle parole, riscattandosi così dal suo errore. Nell’osteria di Gorgonzola, attraverso l'oratoria del mercante, Renzo scopre la corruzione della parola e

questa scoperta lo porta allo sfogo del soliloquio. Renzo passa, dunque, attraverso una serie di illusioni e delusioni che lo maturano: anche sul piano della parola si ripete il dinamismo che caratterizza la sua figura. Egli esce dal romanzo con una rinnovata fiducia nella parola, anche se non possiede più l’ingenuità originaria, crollata nell’incontro-scontro con la storia.

ORATORIA AL SERVIZIO DELLA NAZIONE

  • Contesto storico

La crisi del 1929 ha portato l’intero pianeta in un tunnel che sembrava non avere alcuna via di uscita, per lo meno, immediata. Molte fabbriche andarono in bancarotta, alcune banche chiusero i battenti e la disoccupazione raggiunse livelli mai sfiorati prima. In questo periodo il presidente degli USA era Hoover, ma mostrò di non essere in grado di elaborare una soluzione rapida al problema. La sua risposta, infatti, fu debole: aspettava ancora le riparazioni che la Germania doveva in seguito ai trattati successivi alla prima guerra mondiale. Tre anni dopo, nel 1932, fu eletto presidente Franklin Delano Roosevelt. La crisi, nei quattro messi tra le elezioni e il suo insediamento presso la Casa Bianca, peggiorò; il dollaro stava perdendo sempre di più il suo valore e molte persone trovavano come unica via di scampo il suicidio.

Le sue frasi erano brevi ma efficaci così da essere ricordate. Cercò di rendere tutti consapevoli del programma politico affinché non fosse solo il suo ma ampiamente condiviso. Così gli USA vissero una nuova rinascita e la Grande Depressione, in pochi anni, fu sostituita da un rinnovato progresso. «Sono contento di riportare che dopo anni di incertezze, culminate nel collasso del 1933, stiamo rimettendo ordine nel vecchio caos creando posti di lavoro con paghe ragionevoli e guadagni con profitti più giusti» 20.

CONCLUSIONE

Il dubbio che ci siamo posti è se l’uomo è libero; e dunque? Sembra difficile affermare l’emancipazione dell’uomo dalla parola dell’uomo stesso. Egli è succube, ma allo stesso domatore della parola. «Il linguaggio traveste il pensiero »^21 , lo rende fortemente allusivo, l’abbiamo visto nei “Promessi sposi , e allo stesso tempo «lo traveste in modo tale che dalla forma esteriore dell’abito non si può inferire la forma del pensiero rivestito »^22_._ Un esempio concreto è la stampa, che cerca di raggiungere il massimo livello di persuasione. Convincere e ancora convincere, questa sembra essere la parola d’ordine, un imperativo

20 21

imprescindibile, che talvolta limita l’uomo, il suo pensiero. La stampa impone, secondo Kierkegaard, un unico modo di pensare che omologa i diversi pensieri di ciascuno, che limita il singolo. Montale dice “Non chiederci la parola” 23 , perché questa non è più in grado di squadrare «da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco»^24. La parola, dunque, sembra svuotarsi del suo significato più profondo, non rappresenta più «la formula che mondi possa aprirti» 25 , non è che «una storta sillaba e secca come un ramo» 26 , che, poiché non è più nulla, sa dire solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» 27.

23 24 25 26