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testi cinesi e indiani, Sintesi del corso di Filosofie Orientali

analisi testi cinesi e indiani

Tipologia: Sintesi del corso

2025/2026

Caricato il 09/05/2026

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- Introduzione: il volume si propone come un’opera di carattere comparativo che mette
in dialogo alcune delle principali tradizioni filosofiche dell’Asia, in particolare quelle
dell’India e della Cina, con l’obiettivo di esplorare il problema dell’etica in contesti
culturali differenti, a differenza di un manuale, il libro non presenta una trattazione
teorica continua, ma si struttura come un’antologia di testi classici accompagnati da
commenti esplicativi, è una scelta strategica che rifelle l'intento di permettere al
lettore di entrare in contatto diretto con le fonti, cogliendo il modo in cui le diverse
tradizioni formulano e affrontano le questioni etiche fondamentali.
L’etica non è intesa semplicemente come ricerca del benessere, ma come riflessione
su come l’essere umano debba agire e vivere secondo principi diversi nelle varie
tradizioni culturali.
Lo scopo principale dell’opera è dunque quello di mostrare come il problema del
“vivere bene”, centrale in ogni riflessione etica, venga declinato in modi differenti
nelle culture dell’Asia meridionale e orientale.
Attraverso testi confuciani, taoisti, induisti e buddhisti, il libro mette in luce una
pluralità di risposte, dall’importanza dell’ordine sociale e della virtù morale nella
tradizione confuciana, all’ideale di armonia con il Dao nel taoismo, fino alle
concezioni indiane del dovere (dharma), della liberazione e del superamento della
sofferenza.
- Un ulteriore obiettivo del volume è quello di stimolare una riflessione critica sul
confronto interculturale. Il lettore è invitato non solo a comprendere le singole dottrine
nel loro contesto storico e culturale, ma anche a interrogarsi sulle possibilità e sui
limiti della comparazione tra sistemi filosofici diversi, evitando semplificazioni o
riduzioni etnocentriche, in questo senso, il libro si colloca all’incrocio tra studio
filologico dei testi e riflessione filosofica.
Testi cinesi: Il Grande studio (Daxue): testo fondamentale della tradizione confuciana
che appartiene ai “Quattro Libri”. Non si tratta di un’opera direttamente scritta da Confucio,
ma di una sistemazione successiva del suo pensiero, con un forte intento educativo e
morale (confucianesimo sistematizzato), a differenza dei suoi pensieri "Frammentari” nei
dialoghi (Lunyu).
I tre principi cardine di tale pensiero sintetizzano lo scopo dell’esistenza umana in tre
obiettivi: manifestare la virtù luminosa e riscoprire la bontà innata che ogni uomo possiede
ma che spesso viene offuscata dalle passioni, rinnovare il popolo, non basta migliorare se
stessi; l'uomo etico ha il dovere e a responsabilità di portare il benessere e la moralità nella
comunità, e infine aggiungere il sommo bene, ovvero tendere alla perfezione morale
assoluta come obiettivo finale.
L’idea centrale di questo pensiero gira attorno al fatto che l’ordine del mondo parte
dall'individuo. La struttura di tale pensiero, chiamata scala etica parte da dalla conoscenza,
investigare le cose, rendere sincera la volontà, rettificare il cuore, coltivare la propria
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Scarica testi cinesi e indiani e più Sintesi del corso in PDF di Filosofie Orientali solo su Docsity!

  • Introduzione: il volume si propone come un’opera di carattere comparativo che mette in dialogo alcune delle principali tradizioni filosofiche dell’Asia, in particolare quelle dell’India e della Cina, con l’obiettivo di esplorare il problema dell’etica in contesti culturali differenti, a differenza di un manuale, il libro non presenta una trattazione teorica continua, ma si struttura come un’antologia di testi classici accompagnati da commenti esplicativi, è una scelta strategica che rifelle l'intento di permettere al lettore di entrare in contatto diretto con le fonti, cogliendo il modo in cui le diverse tradizioni formulano e affrontano le questioni etiche fondamentali. L’etica non è intesa semplicemente come ricerca del benessere, ma come riflessione su come l’essere umano debba agire e vivere secondo principi diversi nelle varie tradizioni culturali.

Lo scopo principale dell’opera è dunque quello di mostrare come il problema del “vivere bene”, centrale in ogni riflessione etica, venga declinato in modi differenti nelle culture dell’Asia meridionale e orientale.

Attraverso testi confuciani, taoisti, induisti e buddhisti, il libro mette in luce una pluralità di risposte, dall’importanza dell’ordine sociale e della virtù morale nella tradizione confuciana, all’ideale di armonia con il Dao nel taoismo, fino alle concezioni indiane del dovere (dharma), della liberazione e del superamento della sofferenza.

  • Un ulteriore obiettivo del volume è quello di stimolare una riflessione critica sul confronto interculturale. Il lettore è invitato non solo a comprendere le singole dottrine nel loro contesto storico e culturale, ma anche a interrogarsi sulle possibilità e sui limiti della comparazione tra sistemi filosofici diversi, evitando semplificazioni o riduzioni etnocentriche, in questo senso, il libro si colloca all’incrocio tra studio filologico dei testi e riflessione filosofica.

Testi cinesi: Il Grande studio (Daxue): testo fondamentale della tradizione confuciana

che appartiene ai “Quattro Libri”. Non si tratta di un’opera direttamente scritta da Confucio, ma di una sistemazione successiva del suo pensiero, con un forte intento educativo e morale (confucianesimo sistematizzato), a differenza dei suoi pensieri "Frammentari” nei dialoghi (Lunyu).

I tre principi cardine di tale pensiero sintetizzano lo scopo dell’esistenza umana in tre obiettivi: manifestare la virtù luminosa e riscoprire la bontà innata che ogni uomo possiede ma che spesso viene offuscata dalle passioni, rinnovare il popolo, non basta migliorare se stessi; l'uomo etico ha il dovere e a responsabilità di portare il benessere e la moralità nella comunità, e infine aggiungere il sommo bene, ovvero tendere alla perfezione morale assoluta come obiettivo finale.

L’idea centrale di questo pensiero gira attorno al fatto che l’ordine del mondo parte dall'individuo. La struttura di tale pensiero, chiamata scala etica parte da dalla conoscenza, investigare le cose, rendere sincera la volontà, rettificare il cuore, coltivare la propria

persona (come una pietra preziosa), e di conseguenza regolare la famiglia (una persona virtuosa crea una famiglia armoniosa), governare lo stato, e infine portare pace all’impero (ordine finale universale, pace nel mondo). Non si può curare il mondo senza curare prima sé stessi. La politica nasce dall’etica personale, e invece lo stato è riflesso della moralità personale.

I fondamenti del pensiero confuciano si basa su tre pilastri:

● Etica personale: (coltivazione di sé e rettificazione del cuore) ● Famiglia: armonia famigliare come base dello stato ● Stato: il buon governo parte dalla virtù del sovrano

Il testo sottolinea quindi che non è possibile avere un buon governo senza una base etica personale solida, poiché l’ordine politico è il riflesso diretto dell’ordine morale dell’individuo. In questa prospettiva, la conoscenza non è solo teorica, ma ha una funzione pratica e trasformativa , conoscere significa investigare la realtà e migliorare se stessi. L’etica confuciana si basa quindi sull’idea che il comportamento individuale, la famiglia e lo Stato siano strettamente collegati in un unico sistema armonico.

Il messaggio finale del testo è che tutto dipende dalla “radice”, cioè dalla coltivazione della persona, trascurare questo livello significa compromettere tutti gli altri livelli dell’ordine sociale.

Citazioni:

L'Auto-coltivazione : "Dall'imperatore fino alla gente comune, per tutti la coltivazione della propria persona è la radice" (stabilisce l'uguaglianza etica, il sovrano non è diverso dal suddito, entrambi devono studiare la morale).

La Radice e i Ram i: Il libro usa spesso la metafora dell'albero. Se la radice (l'interiorità) è confusa, i rami (lo Stato, la società) non potranno mai essere in ordine.

L'Umanità (Ren) : La virtù suprema che consiste nell'amare gli altri e nel rispettare i doveri di reciprocità.

Il confucianesimo è caratterizzato da un ottimismo antropologico per cui l’uomo è considerato educabile, nessuno è “cattivo” per natura, in tal caso è considerato non coltivato, da una ritualità dell’etica, per cui non viene soltanto considerata un pensiero, ma si manifesta in diversi modi, tramite gesti, riti e comportamenti corretti che mantengono l’armonia sociale.

( Per riconoscerlo: struttura a catena, tipica del sillogismo confuciano, parole chiave come virtù luminosa, rinnovare il popolo, radici e rami, e rettificare il cuore, è un discorso lineare, didattico (come un manuale d’istruzioni per un futuro sovrano) e breve, struttura anaforica: l’ultimo termine viene ripreso dal primo della frase seguente).

Coltivare la propria persona è la radice → Confucio, Il Grande Studio

Esempio del bambino che sta per cadere in un pozzo, chiunque vedendo questa scena, proverebbe immediatamente paura, compassione e desiderio di aiutare il bambino, non per interesse personale ma in modo spontaneo.

Da questi sentimenti naturali derivano i cosiddetti “quattro principi” morali :

● benevolenza ( Ren ) ● rettitudine ( Yi ) ● rispetto delle norme rituali ( Li ) ● saggezza ( Zhi )

Questi principi sono presenti in tutti gli uomini come semi morali che devono essere coltivati attraverso l’educazione e la pratica etica.

Anche la politica, dipende dalla moralità: un sovrano giusto e compassionevole riesce a governare facilmente perché il popolo segue naturalmente chi agisce con umanità (buon governo si basa sulla virtù morale del governante).

Laozi: Il taoismo è una delle principali correnti del pensiero cinese antico e viene

tradizionalmente associato alla figura di Laozi, considerato autore del Daodejing (“Libro della Vita e della Virtù”). Secondo la tradizione sarebbe stato contemporaneo di Confucio, ovvero Laozi, ma probabilmente il Daodejing è il risultato di una composizione più tarda e collettiva, sviluppatasi tra il IV e il III secolo a.C.

Il taoismo nasce nello stesso clima di crisi politica e sociale dell’epoca Zhou in cui si sviluppa anche il confucianesimo. Tuttavia, mentre Confucio propone di ristabilire l’ordine attraverso i riti, l’educazione morale e la disciplina sociale, Laozi sviluppa una prospettiva diversa, fondata sul ritorno alla spontaneità naturale e sul rifiuto degli artifici imposti dalla società.

Concetto centrale è il Dao, cioè la “Via” , rappresenta il principio originario e universale che governa tutte le cose, cioè è il corso naturale della realtà, il processo spontaneo attraverso cui il mondo si trasforma continuamente.

Il Daodejing (poetico e aforistico e parola ricorrente è radice) si apre con la celebre frase: “La Via che può essere detta non è la Via eterna (è un concetto che non si può spiegare”.Il Dao è qualcosa che può essere intuito e vissuto, ma non pienamente spiegato.

Un aspetto fondamentale del pensiero taoista è la concezione dinamica degli opposti. Nel mondo tutto esiste attraverso relazioni complementari per cui gli opposti non sono in conflitto assoluto, ma dipendono l’uno dall’altro e si trasformano reciprocamente (forte/debole, bello/brutto). La realtà è quindi un continuo mutamento e il saggio non deve opporsi a questo movimento naturale (deve seguire il corso naturale del mondo, e non provare a controllarlo ne alterarlo). Da qui deriva il principio del wu wei, il “non-agire” ,non significa inattività totale, ma agire senza forzature , senza imporre violentemente la propria volontà alle cose. Il saggio taoista segue il corso naturale della realtà e si adatta spontaneamente alle situazioni. L’azione veramente efficace è quella che non contrasta il Dao. L’acqua (La facile natura) è il simbolo perfetto del dao perché è morbida, flessibile e

apparentemente debole, ma proprio grazie alla sua capacità di adattarsi riesce a vincere ciò che è duro e rigido. Un altro tema centrale è quello del vuoto. Concetto del vuoto (cielo e terra non sono umani ma permangono): l’utilità (utilità del nulla) delle cose dipende spesso proprio da ciò che non è presente materialmente.Il vuoto non è quindi assenza negativa, ma possibilità, apertura e condizione necessaria affinché qualcosa possa funzionare.

Rispetto al confucianesimo, il taoismo appare quindi meno interessato all’organizzazione politica e morale della società e più orientato verso una ricerca di armonia cosmica e interiore.

Testi Indiani: La Bhagavadgītā (che significa “Canto del Beato”, cioè i nsegnamento

divino pronunciato dal Signore Krishna ) è uno dei testi più importanti della tradizione filosofico-religiosa indiana e rappresenta una sintesi centrale del pensiero dell’India antica (Si trova all’interno del grande poema epico del Mahābhārata ). Composto tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C, occupa un momento preciso della narrazione, quello il campo di battaglia di Kurukṣetra (luogo sacro simbolico della “terra dei Kuru”, cioè il campo della guerra tra due rami della stessa famiglia reale), il protagonista è Arjuna (guerriero ideale, appartenente alla casta dei Kṣatriya cioè “guerrieri e governanti”), che si trova in crisi profonda prima della battaglia. Davanti a lui ci sono parenti, maestri e amici, per questo prova angoscia e rifiuta di combattere per compassione.

Qui interviene Kṛṣṇa (manifestazione del divino personale, cioè una forma concreta della realtà assoluta chiamata Brahman). Kṛṣṇa è anche l’auriga di Arjuna (colui che guida il carro, simbolicamente colui che guida l’anima nella conoscenza), il dialogo spiega che cosa significa agire? (karma, cioè azione e conseguenza delle azioni) e come si può agire senza restare imprigionati nel ciclo delle rinascite, saṃsāra (flusso continuo di nascita, morte e rinascita, cioè esistenza condizionata e dolorosa). Secondo la tradizione, ogni azione produce karma (atto che genera conseguenze morali ed esistenziali), che lega l’individuo al saṃsāra.

Non si può evitare di agire poiché anche il non-agire è comunque un’azione. Il punto è agire nel modo giusto → dottrina del karma-yoga (via dell’azione disinteressata, cioè agire senza attaccamento ai risultati).

Contiene principi di:

nishkāma karma (azione senza desiderio del frutto dell’azione). Significa che l’uomo deve compiere il proprio dovere senza aspettarsi ricompense personali. Il “frutto” (phala, cioè risultato dell’azione) è ciò che crea legame e quindi sofferenza. ● Jñāna-yoga (via della conoscenza), liberazione attraverso la comprensione profonda della realtà, cioè la distinzione tra il sé autentico e il mondo fenomenico. ● Bhakti-yoga (via della devozione): liberazione attraverso l’amore totale e la devozione verso il divino, cioè abbandono fiducioso a Dio.

Ogni individuo deve seguire il proprio svadharma (dovere proprio, cioè compito morale e sociale legato alla propria natura e posizione), all’interno del dharma (ordine cosmico e morale che regola il mondo e la vita degli individui). La visione centrale del testo è che l’essere umano non è solo corpo, ma possiede un ātman (sé interiore, principio eterno

La Katha-Upaniṣad descrive anche un percorso di yoga (disciplina di concentrazione e controllo interiore), è come riportare progressivamente l’attenzione dall’esterno all’interno, fino a ignorare completamente le distrazioni del mondo.

● controllo dei sensi (indriya) ● controllo della mente (manas) ● stabilità dell intelletto (buddhi) ● concentrazione sull’ ātman

Discorso della messa in moto della ruota del Dharma: testo fondamentale del primo

insegnamento buddhista (Dharmacakrapravartana Sūtra, cioè “l’inizio dell’insegnamento della legge universale”), pronunciato a Benares (Varanasi) davanti ai primi cinque discepoli.

Buddhismo: nasce in India tra il VI e il V secolo a.C. come movimento di riforma rispetto alla tradizione vedica e brahmanica. È fondato sull’insegnamento del Buddha (cioè “il Risvegliato”, colui che ha raggiunto la comprensione totale della realtà), e propone una via pratica per liberarsi dalla sofferenza dell’esistenza.

Il Buddha apre il suo insegnamento rifiutando i due estremi edonismo (cioè ricerca del piacere sensoriale e dei desideri), e ascetismo estremo (cioè mortificazione del corpo e sofferenza volontaria), la soluzione è la Via di Mezzo (Majjhima Paṭipadā, cioè “percorso equilibrato”), per una comprensione della realtà, equilibrio mentale e liberazione interiore

Il Buddha spiega la realtà come una diagnosi medica:

  • ( dukkha = insoddisfazione, instabilità, dolore esistenziale ), la vita è sofferenza perché tutto è impermanente nascita, malattia, vecchiaia, morte, separazione da ciò che si ama.
  • L'origine della sofferenza (samudaya) è la tanhā (sete, desiderio, attaccamento), il problema non è il mondo, ma il desiderio che ci lega al mondo.
  • Cessazione della sofferenza (Nirodha), se si elimina la tanhā , la sofferenza si spegne. Questo stato si chiama Nirvana (nirvāṇa = spegnimento della fiamma del desiderio), cioè libertà totale dall’attaccamento.
  • La via (magga), il metodo per arrivare alla liberazione l’ Ottuplice Sentiero (via in otto elementi).

È diviso in tre ambiti:

Saggezza (Paññā):

● retta visione (comprendere l’impermanenza della realtà) ● retta intenzione (pensieri non egoistici)

Etica (Sīla):

● retto parlare (non mentire, non ferire) ● retta azione (non violenza, non rubare) ● retti mezzi di sussistenza (vivere senza nuocere)

Disciplina mentale (Samādhi)

● retto sforzo ● retta consapevolezza ● retta concentrazione (meditazione)

con l'obiettivo di trasformare la mente.

Il Dhammapada (cioè “raccolta degli insegnamenti del Dharma”, quindi detti morali del Buddha) afferma che:

“Tutto ciò che siamo è il risultato dei nostri pensieri”

Questo significa che la mente è la causa principale dell’esperienza, per cui l’etica è interna (pensiero e intenzione), non esterna (riti o caste)

Nelle Upaniṣad che ātman è brahman, cioè esiste un sé eterno e identico alla realtà assoluta, nel Buddhismo invece anātman (non-sé, cioè negazione di un io permanente, coproduzione condizionata) significa che non esiste un’anima eterna, l’individuo è solo un insieme di processi fisici e mentali in continuo cambiamento.

Il Dhammapada : (“I versi del Dhamma”, cioè dell’insegnamento buddhista) è uno dei testi

più importanti e conosciuti del buddhismo antico in lingua pali, è un testo più pratico e morale che raccoglie brevi versi e insegnamenti che mostrano come deve vivere il vero seguace del Buddha.

Il testo presenta un ideale umano molto preciso, il saggio buddhista è colui che controlla se stesso, domina i desideri, evita l’odio e lavora continuamente sulla propria mente. L’etica buddhista infatti non parte dalle regole esterne o dai rituali, ma dalla trasformazione interiore. Il testo si apre con una frase famosissima sul primato della mente:

tutto ciò che siamo deriva da ciò che abbiamo pensato.

le azioni nascono dalla mente e dalle intenzioni e se si parla o agisce con mente impura, il dolore la seguirà inevitabilmente, se invece agisce con mente pura, la felicità la accompagnerà come un’ombra → concezione buddhista del karman (la legge secondo cui ogni azione produce conseguenze), non conta solo il gesto esterno, ma soprattutto l’intenzione mentale che lo produce.

Un altro tema centrale è il superamento dell’odio:

l’odio non si placa con l’odio, ma solo con il non-odio”.

Questo richiama l’ideale dell’ahimsa (non-violenza), il vero vincitore non è il guerriero che conquista gli altri, ma colui che conquista se stesso, l’autocontrollo e la disciplina interiore contano molto più della forza fisica o del potere politico.

Molto importante è anche il tema della vigilanza mentale (appamada), il buddha insegna che il saggio deve osservare continuamente i propri pensieri e desideri, perché la mente distratta e dominata dalle passioni conduce alla sofferenza, è definita “la via verso

La frase più famosa del testo è:

“La forma è vuoto e il vuoto è forma”.

Significa che tutte le cose sono prive di una natura propria stabile e indipendente. Ogni realtà esiste solo in relazione alle altre realtà. (anatta: non sé, tutto in uno, tutte le realtà sono prive di un’identità fissa).

un fiore non esiste autonomamente dipende da terra, acqua, ecc. Il fiore quindi è “vuoto” di un’esistenza separata. La vacuità (sunyata) indica proprio questa assenza di essenza autonoma. Idea che deriva dalla filosofia di Nagarjuna, il più importante filosofo del Mahayana. Nagarjuna sostiene che ogni concetto rigido è insufficiente: non si può dire che le cose “esistano” in modo assoluto, ma nemmeno che “non esistano”. Bisogna superare tutte le opposizioni concettuali. Per questo il suo pensiero viene definito una filosofia della “via di mezzo”.

La vacuità ha quindi due significati:

● da un lato indica che tutte le cose sono prive di natura propria; ● dall’altro rappresenta la libertà assoluta da ogni attaccamento mentale e da ogni condizionamento.

Questa affermazione non vuole negare l’insegnamento del Buddha, ma mostrare che anche le dottrine religiose sono strumenti provvisori. Sono mezzi utili per raggiungere la liberazione, ma non devono diventare nuovi attaccamenti. Una volta raggiunta la saggezza suprema, anche le formule e le categorie devono essere abbandonate.

Qui emerge anche la dottrina delle “due verità” elaborata da Nagarjuna:

● la verità relativa riguarda il mondo quotidiano e l’insegnamento pratico del Buddha; ● la verità suprema consiste nella comprensione della vacuità di tutte le cose.

Dal punto di vista ultimo, persino la distinzione tra samsara e nirvana viene superata, in quanto entrambi sono vuoti di natura propria.

Il sutra termina con un celebre mantra: “Gate gate paragate parasamgate bodhi svaha” (“Andato, andato, andato oltre, completamente oltre: illuminazione, salve!”), ed è passaggio alla sapienza perfetta.

Gli Editti di Asoka passaggio dalla riflessione filosofico-religiosa alla pratica politica

concreta. Con Asoka il buddhismo non rimane soltanto una dottrina spirituale individuale, ma diventa anche un modello di governo fondato sulla non-violenza, sulla tolleranza e sul benessere collettivo.

Asoka fu uno dei più grandi sovrani dell’India antica e apparteneva alla dinastia Maurya. Regnò nel III secolo a.C. su un impero vastissimo. In un primo periodo fu un sovrano guerriero e conquistatore, ma la svolta decisiva della sua vita avvenne durante la guerra del Kalinga. Dopo una battaglia estremamente sanguinosa, che provocò migliaia di morti e deportazioni, Asoka rimase profondamente colpito dall’orrore della guerra. Negli editti egli

racconta il proprio dolore e il proprio rimorso per le sofferenze inflitte ai popoli sconfitti, decide di rinunciare alla conquista militare e afferma che la sola vera vittoria è la “vittoria del Dhamma” (Dhammavijaya), cioè la vittoria ottenuta attraverso la giustizia, la moralità e l’esempio etico , guidando il popolo attraverso il bene morale.

In questi testi Asoka si presenta spesso con il nome di Piyadassi (“colui che guarda con benevolenza”). Il Dhamma promosso da Asoka è ispirato al buddhismo, ma non coincide con una dottrina religiosa complessa. Non parla quasi mai di temi metafisici come il nirvana o la meditazione profonda. Si tratta piuttosto di un’etica universale e pratica, valida per tutti indipendentemente dalla religione. I suoi principi fondamentali sono:

● rispetto verso i genitori, gli anziani e i maestri; ● gentilezza verso servi e schiavi; ● generosità verso i poveri; ● moderazione e autocontrollo; ● compassione verso tutti gli esseri viventi.

Tolleranza religiosa, nessuno dovrebbe esaltare soltanto la propria religione o disprezzare quella degli altri, si danneggia anche la propria. Il vero atteggiamento corretto consiste invece nell’ascolto reciproco e nel dialogo tra le diverse fedi ( primo teorico della tolleranza religiosa nella storia ).

non-violenza (ahimsa), limita i sacrifici animali, proibisce l’uccisione di alcune specie e invita al rispetto di ogni forma di vita. In questo senso il suo regno rappresenta uno dei primi esempi storici di etica universale estesa a tutti gli esseri viventi.

Gli editti mostrano anche un’idea nuova del potere politico. Il sovrano deve prendersi cura concretamente dei sudditi , dimostrando che il re del Dhamma deve “procurare il bene di tutti gli esseri”.

La Regola d’Oro è il principio etico universale presente in tutte le culture studiate, espresso sia in forma positiva ("Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te") che negativa ("Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te"). Il testo dimostra come questa regola non sia un’invenzione moderna, ma si trovi identica nei Dialoghi di Confucio, nel Dhammapada Buddhista, nella Bibbia e nel Vangelo, rappresentando la base comune per un’etica

mondiale basata sulla reciprocità e sul riconoscimento dell’altro.