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Analisi dei classici di Catullo e Lucrezio
Tipologia: Appunti
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Un libriccino per Cornelio Traduzione A chi dono il nuovo elegante libretto or ora levigato con l’arida pomice?. Cornelio a te: e infatti tu solevi pensare che le mie bagatelle valessero qualcosa, già allora quanto tu, primo tra gli Italici, osasti raccontare tutta la storia in tre volumi, dotti, per Giove e laboriosi. Perciò ecco a te questo libretto, qualunque sia il suo valore: o vergine patrona, possa durare perenne per più di una generazione. Analisi Con questo carme Catullo dedica all’amico storico Cornelio Nepote una raccolta di poesie costituita da carmi brevi (nugae). Il componimento comprende i principi dell’estetica neoterica che afferma il lepos, il labor limae e la doctrina, i canoni della nuova poesia. Il carme è caratterizzato da una composizione ad anello e negli ultimi due versi Catullo non si rivolge più, come nella prima parte a Cornelio, bensì alla Musa, protettrice dei poeti (fulmen in clausula, aprosdoketon, “effetto sorpresa”). Il proemio del libellus si propone come una dichiarazione programmatica sulle scelte dettate dall’autore. L’oggetto del dono è il libellus, un piccolo libro di nugae, niente a che vedere con l’opera storica di Cornelio. Il gesto di lisciare gli orli del volume con la pomice eliminando ogni imperfezione e asperità richiama uno dei principi della poesia neoterica, il labor limae. Per i neoteroi la poesia è lusus (gioco), l’atto del comporre è ludere (giocare). Un invito a cena Traduzione Cenerai bene, O mio caro Fabullo, presso di me tra pochi giorni, se gli dei ti sono favorevoli e se porterai una buona e abbondante cena, non senza una graziosa ragazza e vino e sale e tutte quante le risate. Se porterai queste cose, te lo dico, O mio caro, cenerai bene: infatti il borsellino del tuo Catullo è pieno di ragnatele. Ma al contrario riceverai un affetto puro o ciò che vi è di più soave ed elegante, infatti, ti darò un profumo, che Veneri e Cupidi donarono alla mia ragazza, tu quando l’annuserai, pregherai gli dei affinché ti facciano, O Fabullo, tutto naso. Analisi Questa carme ha la funzione di scherzoso biglietto di invito a cena per Fabullo: l’amico sarà il benvenuto alla tavola del poeta a patto che porti le vivande, la flautista, il vino e tutto il necessario. In cambio otterrà da Catullo un profumo raffinatissimo. Questo carme è l’emblema del rapporto amicale che vi era all’interno della cerchia catulliana. È possibile dividere il componimento in due sezioni: la prima è incentrata sul motivo della cena, la seconda sviluppa il motivo del delizioso profumo come ricompensa. Tra i temi principali di questo carme
ricordiamo la suavitas, il lepos, la venustas e il clima di familiarità tra l’autore e l’amico Fabullo. Oltre a questi temi emerge il tema della povertà, infatti Catullo, scherzando sulle proprie condizioni economiche, dichiara di essere così povero da avere il borsello pieno di ragnatele. Sulla tomba del fratello Traduzione Dopo aver viaggiato per molti paesi e per molti mari sono giunto, o fratello, a questi tristi riti funebri, per darti l'ultima offerta di morte e parlare invano alla muta cenere, dal momento che la sorte proprio te mi ha strappato, ahimè, povero fratello, ingiustamente tolto a me! Ora tuttavia almeno questi doni che dall'antico uso degli antenati sono stati tramandati con triste offerta per i riti funebri accetta (queste offerte) molto grondanti per il pianto fraterno, e per sempre, fratello, addio e ancora addio. Analisi Catullo si ritrae nel momento in cui, durante la missione in Bitinia nel 57 a.C., fa visita alla tomba del fratello morto nella Toade. Il carme è caratterizzato da un equilibrio delicato tra la compostezza del rito funebre e il dolore del poeta, consapevole di poter comunicare con chi ora è solo muta cinis (muta cenere). Questo carme è diviso in due parti: nel primo distico l’autore menziona le offerte funebri, recate la defunto; nel secondo specifica i due atti del rito, cioè il dono dell’offerta funebre e l’appello rivolto al defunto per invitarlo a godere. Il finale presenta la formula di saluto “Ave atque vale” (addio e ancora addio) comune nelle iscrizioni funerarie. Una passione sconvolgente Traduzione Quello mi sembra essere pari a un dio, quello, se è lecito dirlo, superare gli dei, che sedendo davanti a te incessantemente (ti) guarda e ascolta ridere dolcemente, cosa che a me infelice ha sottratto completamente i sensi: infatti non appena ti vedo, Lesbia, nulla mi rimane ma la lingua è intorpidita, una fiamma tenue si insinua nelle membra, le orecchie rimbombano di un suono interno, entrambi gli occhi sono coperti dalle tenebre. L’ozio, o Catullo, ti è dannoso: a causa dell’ozio ti esalti e troppo ti agiti: l’ozio ha mandato in rovina re e città un tempo beate. Analisi Catullo osserva un uomo che sta seduto di fronte a Lesbia, senza mostrare sensi di turbamento, pur in presenza di una donna tanto affascinante. Il poeta al contrario, appena la vede, perde i sensi. Le prime tre strofe di questo carme traducono un’ode di Saffo. Mentre l’uomo guarda e ascolta incessantemente Lesbia (chiamata così perché era protagonista della poesia di Saffo, che proveniva dall’isola greca di Lesbo), Catullo non riesce a sostenere la vista dell’amata per più di un attimo per cui basta un’occhiata fugace alla donna per perdere i sensi.
Analisi Catullo dapprima dichiara l’intensità del suo amore per Lesbia, poi rimarca come, da parte sua, il foedus amoris sia sempre stato rispettato; mentre la fides di Lesbia non è stata altrettanto integra. Per Catullo comincia a prospettarsi la dolorosa separazione dalla donna. La fides consiste nella credibilità e affidabilità riconosciuta ad un individuo, è uno dei principi cardine sui cui si fonda la società romana; è una delle virtù che il vir bonus, il cittadino responsabile, deve avere. La fides, nell’ambito familiare e individuale, regola i rapporti tra coniugi e fra amici di pari grado, mentre nell’ambito della relazione amorosa, sancisce il patto d’amore, considerato vincolante tanto quanto un matrimonio. Le conseguenze del tradimento: il contrasto tra amare e bene velle Traduzione Un tempo Lesbia dicevi di conoscere soltanto Catullo, e che non avresti voluto abbracciare Giove al mio posto. Allora io ti amai non tanto come il volgo ama un’amica, ma come un padre ama i figli e i generi. Ora ti conosco: perciò anche se brucio più intensamente, tuttavia tu sei per me molto più vile e inaffidabile. Come è possibile, mi chiedi? Perché un tale tradimento spinge l’innamorato ad amare di più, ma a volere bene di meno. Analisi Questo carme si presenta come un monologo interiore di Catullo, che cerca di mettere meglio a fuoco i sentimenti contrastanti suscitati dal tradimento. Lesbia diceva di preferire Catullo a Giove, ma la donna ha tradito colui che l’avevo amato come il padre ama i propri figli e questo tradimento produce una reazione paradossale: viene meno ogni forma di stima e rispetto ma persiste in lui l’attrazione erotica. Amore e odio Traduzione Io odio e amo. Forse chiedi perché io faccio ciò. Non lo so, ma sento che avviene e che è la mia tortura. Analisi In un solo distico Catullo sintetizza il suo conflitto interiore. L’opposizione dei due verbi (Odi et amo, rispecchia l’opposizione “bene velle\amare”. La forma medio passiva excrucior rimanda alla crocifissione e sottolinea la sensazione di impotenza rispetto al dissidio che è in corso dentro di lui.
In lotta con se stesso La fine della storia con Lesbia è ormai giunta. Davanti a questo indiscutibile rifiuto, Catullo reagisce con risentito orgoglio, cercando di convincersi ad abbandonare i tormenti della passione e accettare con fermezza la fine dell’amore. Le giornate amorose più luminose con Lesbia sono finite, ora Lesbia non desidera più il poeta come un tempo. Il componimento si articola in due movimenti, il primo movimento rivolto del poeta a sé stesso, in invita se stesso a resistere e a prendere atto di una realtà assodata; il secondo movimento si rivolge invece a Lesbia stessa, a cui infonde il dubbio, o forse delle sincere domande; la parte finale del carme però è ancora una volta una raccomandazione al poeta. Nel carme si sente la nostalgia di Catullo per il passato, ormai lontano, e si percepisce facilmente lo sconforto del poeta, deluso dalla sua presente situazione amorosa. Dopo il passato, il poeta parla del presente e infine passa, con una serie di domande rivolte a Lesbia stessa, a quello che sarà il futuro. Questo carme è una poesia d’amore legata alla nostalgia e alla sofferenza dell’amante, non più ricambiato, e all’incertezza riguardante la propria felicità futura. LUCREZIO L’inno a Venere Traduzione Madre dei discendenti di Enea, piacere degli uomini e degli dei, alma Venere, tu che sotto gli astri trascorrenti del cielo rendi popolosi il mare portatore di navi, le terre feconde di messi, poiché grazie a te ogni specie degli esseri viventi è concepita e, uscita dal buio, vede la luce del sole: i venti, le nuvole del cielo fuggono te, o dea, te e il tuo arrivo. A te soavi fiori l’artefice terra fa spuntare (sotto ai piedi), a te sorridono le distese del mare e il cielo placato risplende di luce diffusa. Infatti non appena si è rivelato l’aspetto primaverile del giorno e dischiuso prende vigore il fecondatore di soffio di zefiro, per primo gli uccelli del cielo te annunziavano, te e il tuo arrivo, o dea, colpiti nel cuore dalla tua forza. Poi le fiere e gli armenti scorrazzano per i pascoli rigogliosi e attraversano i fiumi in piena: così conquistato dal tuo fascino ogni animale ti segue bramosamente dove tu vuoi condurlo. Infine attraverso i mari, monti, fiumi rapidi e i luoghi ricchi di fronde degli uccelli e i campi verdeggianti, infondendo a tutti nel petto un dolce amore fai si che bramosamente perpetuino le generazioni specie per specie. Analisi Il De rerum natura si apre con un celebre inno a Venere, la dea dell’amore. Venere, per mezzo del figlio Enea, è la progenitrice del popolo romano (Aeneadum genetrix). La dea è assimilata al principio cardine dell’etica epicurea, il piacere (voluptas, edonè) e anche al lepos “fascino”. L’inno a Venere è diviso in due parti: l’elenco degli epiteti, delle prerogative della divinità (la cosiddetta aretalogia, dal greco aretè, “virtù”), poi la preghiera, con la quale Lucrezio chiede a
Analisi In questo testo Lucrezio presenta Epicuro come un eroe vittorioso nella lotta contro la religio, un metaforico mostro che opprime l’umanità. Il filosofo greco con le proprie scoperte scientifiche sconfigge la religio. Dopo l’inno a Venere Lucrezio esalta l’aspra lotta che Epicuro sostenne contro il mostro invincibile. Gli uomini ne sono soggiogati perché non conoscono le leggi che regolano l’universo e provano paura per i tuoni e i fulmini, che vengono interpretati come collera divina. Lucrezio ha concepito la scena come un duello tra due guerrieri omerici che prevede che lo sfidante si ponga di fronte al nemico e le guardi negli occhi senza timore. Lucrezio seguendo questa struttura descrive lo scontro tra Epicuro e la religio. I templa serena della filosofia Traduzione È piacevole osservare da terra l’aspra fatica di un altro, mentre i venti sconvolgono le distese del vasto mare, non perché sia un dolce piacere (il fatto) che qualcuno sia travagliato, perché è gradevole vedere da quali mali tu stesso sia libero. Piacevole è anche osservare le grandi contese di guerra disposte attraverso i campi, senza aver parte al pericolo. Ma nulla è più piacevole che occupare i sublimi templi sereni saldamente fortificati dalla dottrina dei saggi, donde (tu possa)abbassare lo sguardo sugli altri e vederli errare qua e là e cercare vagando la via della vita, gareggiare in ingegno, contendere in nobiltà, sforzarsi giorno e notte con intensa fatica di raggiungere le massime cariche e di possedere ricchezze. O infelici menti degli uomini, o cuori ciechi! In quali tenebre di vita e in quanto grandi pericoli si trascorre quel poco di tempo qualunque esso sia. Come non vedere che nient’altro la natura reclama per se, se non che il dolore separato dal corpo sia assente, e che essa possa godere nella mente di un senso di gioia, libera da affanni e timori. Analisi Il proemio del libro secondo si apre con le suggestive immagini di un contrasto stridente: da una parte la serenità di chi è esente da patimenti e pericoli, come le divinità, dall’altra la situazione di chi si trova immerso nei pericoli e nei travagli alla ricerca di beni materiali, ricchezza e potere. Lucrezio prova indignato stupore per la stoltezza umana perché gli uomini non si rendono conto che la loro inquietudine è frutto di una banale confusione tra essenziale e superfluo, andando alla ricerca di beni effimeri e tormentando il loro animo. I beni materiali e il potere non alleviano la sofferenza fisica, e non saranno utili all’anima. Dunque, secondo Lucrezio, se ci rendiamo conto che né potere né ricchezza hanno effetto liberatorio sull’uomo e non riescono a scacciare la pura degli dei e della morte, possiamo essere certi che la ragione e la filosofia sono indispensabili per il raggiungimento della felicità e per rendere l’esistenza meno tenebrosa e più luminosa.
La peste di Atene Traduzione All’inizio avevano la testa bruciante di un ardore infuocato ed entrambi gli occhi rosseggianti di luce soffusa. Anche le fauci livide all'interno sudavano sangue e la via della voce si chiudeva bloccata da ulcere e la lingua, interprete della mente, emanava sangue debilitata dai mali, lenta nel movimento, ruvida al tatto. Poi, quando attraverso la gola aveva riempito il petto e addirittura nel cuore mesto la violenza malsana era confluita ai malati, allora poi tutte le barriere della vita cedevano. Il respiro emetteva fuori dalla bocca un odore orribile, come quello che emanano le marce carogne insepolte. E subito le capacità della mente intera e tutto il corpo languivano ormai sulla soglia stessa della morte. E ai mali intollerabili un'ansiosa angoscia era assiduamente compagna e un lamento misto a gemito. E spesso un singulto frequente durante la notte e il giorno costringendo ininterrottamente a contrarre nervi e membra li abbatteva, già prima stremati, affaticandoli. Né ad alcuno avresti potuto vedere di eccessivo ardore ribollire sulla superficie del corpo la zona superficiale, ma piuttosto offrire alle mani una sensazione tiepida e nello stesso tempo rosseggiare di ulcere quasi marchiate a fuoco tutto il corpo, come accade quando si diffonde il fuoco sacro per le membra. La parte più interna delle persone poi scottava fino alle ossa, scottava nello stomaco come fiamma dentro fornaci. Tanto che nulla di lieve e leggero avresti potuto ad alcuno per le membra rivolgere in utilità, ma sempre vento e cose fredde. In parte nei fiumi gelidi, infuocate per il male, affidavano le membra gettando il corpo nudo nelle onde. Molti precipitando su acque di pozzo dall'alto caddero arrivandoci addirittura con la bocca spalancata: l'arida sete implacabilmente, sommergendo i corpi, rendeva uguale molta pioggia a piccole gocce. Né c'era pausa alcuna del male: stremati giacevano i corpi. Bisbigliava la medicina con tacito timore, visto che tante volte spalancati volgevano i lumi degli occhi ardenti per i mali privi di sonno. Analisi Per Lucrezio la peste è un fenomeno prodotto da cause naturali. La descrizione dell’epidemia che devastò Atene nel 430 a.C. rientra nel sesto libro, che fornisce anche spiegazioni razionali per fenomeni naturali, come fulmini e terremoti, che gli uomini per ignoranza ascrivono alla volontà della divinità. Lucrezio si è ispirato alla descrizione fatta da Tucidide nel secondo libro della sua opera, “La guerra del Peloponneso”, ma adotta toni più enfatici e si sofferma sulle reazioni psicologiche dei malati. Lucrezio mette in rilievo quanto i malati fossero debilitati nel comunicare con il mondo esterno e come il loro animo risentisse dei sintomi della malattia. Gli appestati erano colti da forti calori alla testa e da bruciori agli occhi, la gola e la lingua emanavano un alito strano e fetido. Il poeta ricorre all’immagine dei malati che non riescono a dissetarsi nemmeno con interi fiumi d’acqua. Il poema si chiude con il trionfo della morte, che rappresenta per Lucrezio l’altra faccia della vita, un aspetto della natura, in cui creazione e distruzione si susseguono senza pause. Si ritiene che Lucrezio abbia scritto questa poema per due ragioni: da un lato per dimostrare che l’uomo, quando si lascia sopraffare dalla paura,