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Testi di Lucrezio commentati, Dispense di Latino

Testi di lucrezio con commento e dispensa

Tipologia: Dispense

2024/2025

In vendita dal 23/09/2025

virginiapalermo27
virginiapalermo27 🇮🇹

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Testi di Lucrezio
Inno a Venere e dedica a Memmio (De rerum natura, I, 1-43)
L’apertura del proemio è affidata a un inno a Venere: per quanto l’invocazione di una divinità
sembri, in apparenza, contraddire la dottrina epicurea promossa dal De rerum natura, (Epicuro
insegnava a non curarsi degli dei), essa è tuttavia in linea con la tradizione letteraria proemiale e,
soprattutto, è carica di valore simbolico. Nella figura di Venere, infatti, convergono alcuni caratteri
tradizionali che ben si adattano al messaggio di Lucrezio: la dea, oltre a incarnare i valori positivi
del mondo naturale, quali fertilità e vitalità, rappresenta uno fondamenti dell’epicureismo, il
piacere (voluptas); essa, inoltre, è evocata in qualità di antenata del popolo romano, una
designazione familiare al pubblico cui Lucrezio sin rivolge. Al rigore dottrinale, dunque, l’esordio
del poema antepone il desiderio di attrarre i lettori con la poesia per comunicare verità spesso in
contrasto con le loro aspettative.
Traduzione versi 1-20
“Madre degli Eneadi (discendenti di Enea), piacere degli uomini e degli dei,
alma (madre) Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo
popoli il mare solcato da navi e la terra fertile di frutti,
poiché grazie a te ogni specie di viventi
è generata e giunge a vedere, una volta nato, la luce del sole:
te, dea, fuggono i venti, te le nubi del cielo
e il tuo arrivo, per te la terra operosa
effonde (fa spuntare) dolci fiori, per te sorridono le distese del mare
e il cielo placato risplende di luce radiosa.
Infatti non appena si manifesta l’aspetto primaverile del giorno
e dischiuso si anima il soffio del fecondo zefiro,
subito in aria gli uccelli annunciano te, dea.
e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua forza vitale.
Poi le fiere e gli armenti si slanciano a balzi per i prosperi prati
e attraversano a nuoto i rapidi fiumi: così preso dal [tuo] fascino
ti segue ardentemente dove vuoi condurlo.
Infine per mari e per monti e rapidi fiumi
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Testi di Lucrezio

Inno a Venere e dedica a Memmio ( De rerum natura , I, 1-43)

L’apertura del proemio è affidata a un inno a Venere: per quanto l’invocazione di una divinità sembri, in apparenza, contraddire la dottrina epicurea promossa dal De rerum natura , (Epicuro insegnava a non curarsi degli dei), essa è tuttavia in linea con la tradizione letteraria proemiale e, soprattutto, è carica di valore simbolico. Nella figura di Venere, infatti, convergono alcuni caratteri tradizionali che ben si adattano al messaggio di Lucrezio: la dea, oltre a incarnare i valori positivi del mondo naturale, quali fertilità e vitalità, rappresenta uno fondamenti dell’epicureismo, il piacere ( voluptas ); essa, inoltre, è evocata in qualità di antenata del popolo romano, una designazione familiare al pubblico cui Lucrezio sin rivolge. Al rigore dottrinale, dunque, l’esordio del poema antepone il desiderio di attrarre i lettori con la poesia per comunicare verità spesso in contrasto con le loro aspettative.

Traduzione versi 1-

“Madre degli Eneadi (discendenti di Enea), piacere degli uomini e degli dei,

alma (madre) Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo

popoli il mare solcato da navi e la terra fertile di frutti,

poiché grazie a te ogni specie di viventi

è generata e giunge a vedere, una volta nato, la luce del sole:

te, dea, fuggono i venti, te le nubi del cielo

e il tuo arrivo, per te la terra operosa

effonde (fa spuntare) dolci fiori, per te sorridono le distese del mare

e il cielo placato risplende di luce radiosa.

Infatti non appena si manifesta l’aspetto primaverile del giorno

e dischiuso si anima il soffio del fecondo zefiro,

subito in aria gli uccelli annunciano te, dea.

e il tuo arrivo, colpiti nel cuore dalla tua forza vitale.

Poi le fiere e gli armenti si slanciano a balzi per i prosperi prati

e attraversano a nuoto i rapidi fiumi: così preso dal [tuo] fascino

ti segue ardentemente dove vuoi condurlo.

Infine per mari e per monti e rapidi fiumi

e frondose dimore di uccelli e verdi pianure,

infondendo a tutti nel petto un dolce amore

fai in modo che si propaghino bramosamente le generazioni (progenie) secondo la specie.

Analisi del testo

Versi 1-9 “Madre degli Eneadi (discendenti di Enea), piacere degli uomini e degli dei, alma (madre) Venere ”: la solenne invocazione a Venere si articola nelle forme tradizionali dell’inno. Si noti soprattutto l’accumulazione degli epiteti ( genetrix, voluptas, alma ); il primo verso mette già in evidenza in forma compatta i caratteri fondamentali del De rerum natura ; Aeneadum : “dei discendenti di Enea”: l’appellativo indica la dimensione civica e politica in cui il poeta intende muoversi, designando il pubblico – romano, appunto – cui il messaggio epicureo è indirizzato. Una tradizione ormai consolidata faceva risalire l’origine dei Romani, attraverso Enea, all’unione tra Venere e Anchise; il termine voluptas (in greco ἡδονή ) rappresenta il concetto più importante dell’epicureismo, che si fonda proprio sulla ricerca del piacere e il rifiuto del dolore; alma : dal verbo alo , “alimento” (cfr. it. “alunno”); il carattere primario di Venere, fonte del piacere, è la sua capacità di dare vita, di nutrire gli esseri animati.

Versi 10-13 Nam…tua vi l’arrivo di Venere infonde nuova vitalità agli animali, che iniziano la stagione degli amori.

Versi 14-16 Inde ferae…pergis. Il quadro che Lucrezio costruisce è dominato da un moto frenetico e festoso, che esprime il risveglio eccitato della natura. Anche i fiumi sono “rapidi”, perché lo scioglimento delle nevi li rende più ricchi di acqua e quindi più impetuosi; lepore…cupide : due concetti-chiave del sistema lucreziano: Venere rappresenta le forze vitali della natura, l’amore prima di tutto, e ispira desiderio e gioia agli essere viventi. Ma il lepos “grazia” è anche una delle qualità formali che Lucrezio rivendica alla propria poesia e che spera di ottenere da Venere.

Versi 17-20 : Lucrezio ribadisce che Venere ha funzione generatrice appunto in tutto l’ambito della Terr

Commento. Ai versi 62-65 Lucrezio descrive le condizioni dell’umanità prima che Epicuro la liberasse e realizza questa descrizione in una maniera assolutamente “fisica”: gli uomini sono letteralmente “schiacciati” sotto il peso della religione (campo semantico della gravitas ).

A tale rappresentazione plastica contribuisce anche la figura retorica della personificazione: la religio a ppare come un gigante mostruoso “dall’aspetto orribile” ( horribili aspectu ). Il sostantivo aspectus , però, può essere inteso anche come “vista”, “sguardo”. In questo caso, “lo sguardo terrificante” che incombe sui poveri mortali esprimerebbe efficacemente la forza oppressiva del mostro. La tecnica adottata da Lucrezio ricorda dunque quella, molto usata nel cinema, dello sguardo fuori campo, di cui il regista fa avvertire la presenza, senza mostrare direttamente allo spettatore l’identità di chi la guarda, con un effetto di tensione assai più forte di quello ottenibile con una raffigurazione diretta.

Al quadro della religio e dei suoi effetti, Lucrezio fa seguire la descrizione dell’intervento liberatorio di Epicuro (vv. 66-79). La tensione che accompagna l’impresa del filosofo è resa attraverso lo stravolgimento del consueto ordo verborum , per insistere sulla novità dell’impresa di Epicuro.

Il filosofo è poi raffigurato come un esploratore che si slancia fin oltre i confini del mondo e che, al ritorno dal suo viaggio, riferisce ciò che ha visto e scoperto (vv. 73 e 74). Attingendo da un repertorio “romano”, Lucrezio descrive quindi Epicuro come un generale vittorioso. Come i generali romani vittoriosi, che nel trionfo esibivano le ricchezze delle nazioni sottomesse, così Epicuro esibisce la sua scoperta: la regolarità e la dominabilità intellettuale delle leggi della natura. Il poeta, per indicare l’essenzialità di queste leggi, ricorre ancora a un’immagine “romana”, quella del cippo di confine ( terminus , v. 77), profondamente radicato nella terra e che segna un limite invalicabile: si tratta di un concetto filosofico espresso con una metafora estremamente familiare al lettore del tempo.

Grazie all’atto eroico di Epicuro, il rapporto di sudditanza con la religio è superato ed è quest’ultima, ora, a essere schiacciata sotto i piedi da un’umanità finalmente vittoriosa (vv. 78 e 79). Come, prima della vittoria di Epicuro, la religio dominava l’umanità, così, dopo la scoperta delle leggi della natura, gli uomini sono “a loro volta” in grado di schiacciare quelle immagini (gli dei adirati contro l’uomo, ad esempio), che si sono rivelate pure proiezioni delle paure generate dall’ignoranza.

Approfondimento. L’interrogarsi dell’uomo di fronte al cosmo.

Uno degli argomenti classici della critica lucreziana è costituito dal raffronto tra Lucrezio e Leopardi. Non si può negare che certi “toni” leopardiani ricordino Lucrezio. Che Leopardi lo avesse letto non è sicuro, ma che egli almeno in parte conoscesse il testo del De rerum natura è assai probabile, sia per l’immensa cultura classica del poeta-filologo sia per un’evidente memoria lucreziana ne La ginestra :

G. Leopardi, La ginestra , vv. 111-

Nobil natura è quella

che a sollevar s’ardisce

gli occhi mortali incontra

al comune fato

che ricorda molto da vicino il passo lucreziano ( De rerum natura , I, vv. 66-67):

primum Graius homo mortalis tollere contra

est oculos ausus primusque obsistere contra

di cui si possono notare evidenti traduzioni leopardiane (sollevar/ tollere ; occhi mortali/ mortalis oculos ; incontra/ contra.

Tra Lucrezio e Leopardi sono state evidenziate però importanti differenze. Nel primo, ad esempio, riscontriamo l’entusiasmo della scienza e della filosofia, in grado di rendere l’uomo più libero e felice; Leopardi, invece, soprattutto nell’ultima fase della sua produzione poetica, assume nei confronti della scienza del suo tempo un atteggiamento critico, culminante, nella Ginestra , nella nota ironica sulle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità.

Tuttavia, continua ad affascinare il confronto tra questi due grandi poeti, accomunati – oltre che dalla lotta “titanica” contro la religio – dalla straordinaria capacità di coniugare poesia e filosofia e di conciliare lo stupore davanti alla grandezza del cosmo con l’approccio razionale alla “natura delle cose”.