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Testi esame italiano prof. Rinaldi università di Parma, Appunti di Letteratura Italiana

Testi esame italiano prof. Rinaldi università di Parma , per periodo storico a scelta

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 01/06/2019

giulia_moschini
giulia_moschini 🇮🇹

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7 documenti

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bg1
Al cor gentil rempaira sempre amore-Guinizzelli
come l’ausello in selva a la verdura1;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ’l sole2;
e prende amore in gentilezza loco
così propiamente
come calore in clarità di foco3.
Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra preziosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa;
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ’nnamora4.
Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero5.
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura6.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’adamàs del ferro in la minera7.
Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno:
vile reman, né ’l sol perde calore;
dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core8,
com’aigua porta raggio
e ‘l ciel riten le stelle e lo splendore9.
Splende ’n la ’ntelligenzia del cielo
Deo criator più che [’n] nostr’occhi ‘l sole:
ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende10.
Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
siando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude»11.
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza»12.
parafrasi:
L'amore ritorna sempre in un cuore gentile,
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Anteprima parziale del testo

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Al cor gentil rempaira sempre amore-Guinizzelli come l’ausello in selva a la verdura^1 ; né fe’ amor anti che gentil core, né gentil core anti ch’amor, natura: ch’adesso con’ fu ’l sole, sì tosto lo splendore fu lucente, né fu davanti ’l sole^2 ; e prende amore in gentilezza loco così propiamente come calore in clarità di foco^3. Foco d’amore in gentil cor s’aprende come vertute in petra preziosa, che da la stella valor no i discende anti che ’l sol la faccia gentil cosa; poi che n’ha tratto fòre per sua forza lo sol ciò che li è vile, stella li dà valore: così lo cor ch’è fatto da natura asletto, pur, gentile, donna a guisa di stella lo ’nnamora^4. Amor per tal ragion sta ’n cor gentile per qual lo foco in cima del doplero: splendeli al su’ diletto, clar, sottile; no li stari’ altra guisa, tant’è fero^5. Così prava natura recontra amor come fa l’aigua il foco caldo, per la freddura^6. Amore in gentil cor prende rivera per suo consimel loco com’adamàs del ferro in la minera^7. Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno: vile reman, né ’l sol perde calore; dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»; lui semblo al fango, al sol gentil valore: ché non dé dar om fé che gentilezza sia fòr di coraggio in degnità d’ere’ sed a vertute non ha gentil core^8 , com’aigua porta raggio e ‘l ciel riten le stelle e lo splendore^9. Splende ’n la ’ntelligenzia del cielo Deo criator più che [’n] nostr’occhi ‘l sole: ella intende suo fattor oltra ’l cielo, e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole; e con’ segue, al primero, del giusto Deo beato compimento, così dar dovria, al vero, la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende del suo gentil, talento che mai di lei obedir non si disprende^10. Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?», siando l’alma mia a lui davanti. «Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti e desti in vano amor Me per semblanti: ch’a Me conven le laude e a la reina del regname degno, per cui cessa onne fraude»^11. Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza che fosse del Tuo regno; non me fu fallo, s’in lei posi amanza»^12. parafrasi: L'amore ritorna sempre in un cuore gentile,

come l'uccello nel verde del bosco; la natura non creò prima l'amore rispetto al cuore gentile, né il cuore gentile prima dell'amore: allo stesso modo appena fu creato il sole subito egli fu lucente, e non ci fu splendore senza il sole. L'amore prende dimora nella nobiltà d'animo in modo così naturale come il calore nella luce del fuoco. Il fuoco dell'amore si accende in un cuore gentile come la virtù (brilla) nella pietra preziosa, e questa virtù non le viene dalla stella prima che il sole non l'abbia resa pura: dopo che il sole con la sua forza ha tirato fuori da lei quello che c'era di vile solo allora la stella le infonde le proprietà preziose. Così quando un cuore è reso dalla natura eletto, purificato, nobile, solo allora la donna, come fosse la sua stella, lo fa innamorare. L'amore risiede in un cuore nobile per la stessa ragione per cui il fuoco arde sulla torcia: lì può splendere a suo piacere, chiaro, inafferrabile, non potrebbe fare altrimenti, tanto è indomabile. Allo stesso modo un cuore malvagio combatte l'amore come fa l'acqua fredda col fuoco caldo. L'amore considera il cuore nobile come la sua dimora come il luogo che è più adatto a lui come fa il diamante col minerale del ferro. Il sole colpisce il fango tutto il giorno ma questo resta rozzo e vile, senza che per questo il sole perda calore: l'uomo orgoglioso dice: "Sono nobile per nascita"; Io paragono lui al fango e la nobiltà d'animo al sole: perché non si deve credere che la nobiltà risieda fuori dal cuore, nella dignità ereditata col sangue, ma che non abbia un cuore incline alla virtù, come l'acqua si lascia attraversare da un raggio di luce e il cielo avvolge tutte le stelle e il loro splendore. Come Dio splende nell'intelligenza angelica più di quanto il sole risplenda davanti ai nostri occhi, ed essa comprende la potenza del suo creatore perciò, imprimendo il moto al cielo, dimostra la sua obbedienza. Così la donna splende davanti agli occhi dell'uomo e fa sì che lui non si allontani dall'obbedirle. O donna mia, Dio mi dirà: "Come hai osato tanto?" quando la mia anima gli sarà davanti. "Hai attraversato il cielo per arrivare fino a me

Il discorso è impostato su un'equazione : "Come le intelligenze angeliche, intendono immediatamente il Creatore, prendono a obbedirgli, così l'amante, appena la bella donna risplende ai suoi occhi, acquista la volontà di obbedirle sempre." Al centro di questo paragone vi è ancora una volta un concetto cortese, quello dell "obbedienza" dell'amante alla donna, cioè della "servitù d'amore" => Ma va ricordato che metaforicamente non possiamo più paragonare questa canzone alla tradizione precedente, perchè il rapporto uomo-donna non è più equiparato a quello tra vassallo e signore, bensì a quello tra gli angeli e Dio, lo scenario non è più feudale ma teologico. L'amore così assume valori religiosi e la stessa figura femminile viene divinizzata. Emerge inoltre un conflitto tra amore e religione ( tipico di quel periodo ) visibile nell'ultima strofa, dove il poeta si salva elegantemente dal giudizio di Dio, dicendo che la donna da lui amata aveva le sembianze di un angelo e quindi non era colpa sua il suo amore verso di lei. GLI ASPETTI FORMALI : Resta ancora da chiarire il significato del termine << Dolce >> spesso presente in questo nuovo modo di poetare. Il termine non ha un valore generico, ma è piuttosto una formula tecnica, che designa precisi procedimenti stilistici, che poi saranno ripresi dai successori di Guinizzelli; questi sono i principali : Livello fonologico => sono evitati accuratamente suoni aspri Livello metrico => non vi sono rime difficili da trovare e non sono molto artificiose ( solo due rime univoche "sole" e "cielo" e una rima siciliana "natura/ 'nnamora) Livello lessicale => non vi sono termini particolarmente rari o ricercati, il lessico è in genere piano e comune ( pochi francesismi e provenzalismi) Livello sintattico => la sintassi è in genere piana, senza dure inversioni Livello ritmico => il ritmo è fluido, senza spezzature violente, pochi enjambements Livello retorico => le figure retoriche sono rare : la più frequente è il paragone.

CHI E' QUESTA CHE VEN CH'OGN'OM LA MIRA-

Cavalcanti

  1. Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
  2. che fa tremar di chiaritate l’âre
  1. e mena seco Amor, sì che parlare
  2. null’omo pote, ma ciascun sospira?
  3. O Deo, che sembra quando li occhi gira,
  4. dical’Amor, ch’i’ nol savria contare:
  5. cotanto d’umiltà donna mi pare,
  6. ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.
  7. Non si poria contar la sua piagenza,
  8. ch’a le’ s’inchin’ogni gentil vertute,
  9. e la beltate per sua dea la mostra.
  10. Non fu sì alta già la mente nostra
  11. e non si pose ’n noi tanta salute,
  12. che propiamente n’aviàn canoscenza.
    1. Chi è questa donna che avanza in modo tale che ogni uomo la guarda con ammirazione
  13. e che fa tremare l’aria con la sua luminosità
  14. e conduce con sé l’amore (fa innamorare inevitabilmente tutti coloro che la contemplano), tanto che parlare
  15. nessun uomo può, ma tutti sospirano?
  16. O Dio, che cosa sembra questa donna quando gira gli occhi,
  17. lo dica Amore, perché io non riuscirei a raccontarlo:
  18. mi sembra una donna a tal punto incline all’umiltà,
  19. che ogni altra rispetto a lei la considero sdegnosa.
  20. Non si potrebbe descrivere la sua bellezza,
  21. che è tale che di fronte a lei si inchina ogni nobile virtù
  22. e la bellezza la indica come sua dea. Le nostre capacità mentali non furono mai così elevate
  23. e in noi non fu mai posta tanta grazia divina
  24. da riuscire ad averne adeguatamente conoscenza. I MOTIVI : Questo sonetto si rifà chiaramente al modello guinizzelliano, riprendendo il motivo della lode della donna.

che per sua cortesia

ti farà molto onore. Object 1

Tu porterai novelle di sospiri

piene di dogli’ e di molta paura;

ma guarda che persona non ti miri

che sia nemica di gentil natura:

ché certo per la mia disaventura

tu saresti contesa,

tanto da lei ripresa

che mi sarebbe angoscia;

dopo la morte, poscia,

pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte

mi stringe sì, che vita m’abbandona;

e senti come19 ’l cor si sbatte forte

per quel che ciascun spirito ragiona.

Tanto è distrutta già la mia persona,

ch’i’ non posso soffrire:

se tu mi vuoi servire,

mena l’anima teco

(molto di ciò ti preco)

quando uscirà del core.

Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate

quest’anima che trema raccomando:

menala teco, nella sua pietate,

a quella bella donna a cu’ ti mando.

Deh, ballatetta, dille sospirando,

quando le se’ presente:

«Questa vostra servente

vien per istar con voi,

partita da colui

che fu servo d’Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta

ch’esci piangendo de lo cor dolente

coll’anima e con questa ballatetta

va’ ragionando della strutta mente.

Voi troverete una donna piacente,

di sì dolce intelletto

che vi sarà diletto

starle davanti ognora.

Anim’, e tu l’adora

sempre, nel su’ valore.

Parafrasi:

Perché io spero di non tornare più in Toscana,

ballata vai tu al posto mio, leggera e affidabile

Vai direttamente dalla mia donna,

che grazie alla sua cortesia

ti accoglierà con molto onore

Tu porterai notizie di sospiri

piene di dolori e paura;

Ma fai attenzione che nessuno di legga

perché sicuro della mia infelicità

tu saresti osteggiata (nel cammino)

e da qualche persona osteggiata

e questo mi porterebbe angoscia

anche dopo la morte, potrebbe portami,

pianto e un nuovo dolore.

Tu ballata senti che la morte

mi stringe al punto che la vita mi abbandona;

e senti come il cuore mio batte forte

a causa di ciascuna della mia funzione vitale (spirito)

Tanto ormai la mia persona è così distrutta

che io non posso soffrire

se tu vuoi ubbidirmi

porta la mia anima con te

(di questo ti prego molto)

quando uscirà dal cuore

ballata mia alla tua amicizia raccomando

quest'anima che trema;

conducila nello stato angoscioso in cui si trova

a quella donna da cui io ti mando

e ballata, dille sospirando,

quando le sei davanti:

"Questa vostra servitrice

viene per stare con voi

e proviene ca colui

che è servo dell'amore"

Tu voce flebile e angosciata

che esci piangendo dal cuore che soffre

attraverso l'anima e questa ballata

vai ragionando dalla mente distrutta

Voi troverete una bella donna

dotata di una grande virtù intellettuale

stare sempre con lei

Anche tu anima l'adorerai sempre

nelle sue virtù.

La poesia è come una confessione di un uomo che sta per morire e che sente in

sé un profondo desiderio di amore. Il poeta non parla direttamente alla sua

amata, ma lascia alla ballata il compito di andare da lei e di parlarle. La

PARAFRASI

O giubilo del cuore,

che fai cantare per amore! Quando il giubilo scalda,

esso induce gli uomini a cantare,

e la lingua balbetta

e non sa che dire:

non lo si può nascondere dentro di sé,

tanto grande è la dolcezza.

Quando il giubilo è acceso,

allora induce a gridare;

il cuore è infiammato d’amore,

(tanto) che non lo può sopportare;

(il giubilo) fa sì che si gridi con alti lamenti,

e allora non si prova vergogna.

Quando il giubilo ha occupato interamente

il cuore innamorato,

la gente lo deride,

pensando al suo modo di esprimersi,

che dice cose fuor di misura di quell’ardore che sente.

O giubilo, dolce gioia che entri nella mente,

il cuore diventerebbe saggio (se sapesse)

nascondere la propria condizione;

(il cuore) non può sopportare (tale giubilo) in modo da non urlare.

Chi non ha esperienza (di questo stato psicologico)

ti reputa impazzito,

vedendo (da parte tua)

un comportamento insensato,

simile a quello di un uomo che stia vaneggiando;

(mentre chi è in preda al giubilo)

ha il cuore ferito internamente,

e non si rende conto del mondo esterno.

COMMENTO

Il tema della lauda (una ballata di settenari, con lo schema xx, ababbx) è

l’amore puro, terribile e incomunicabile dell’uomo per il suo Dio.

Questo amore è simile al fuoco ardente dell’amore terreno, sia nella sua

ineffabilità, sia nell’impossibilità di tenerlo celato; la sua tematica non è quindi

lontana da quella della poesia provenzale e della Scuola siciliana. Qui tuttavia

domina un linguaggio esaltato, in cui l’anafora (la continua ripetizione dell’O

iubelo del primo verso) e la sinonimia dei vocaboli (cantare, clamare, gridare;

’mpazzito, desvanito) brillano di cupo splendore. Un tormento estatico e un

ardore solitario, lontano dall’amore francescano per tutte le creature, e pure

amorosissimo in modo quasi disperato, per il quale anche la gioia è

drammatica, fanno dell’ardente poesia di Jacopone un fenomeno unico in tutta

la letteratura, sia sacra che profana

IO M'AGGIO POSTO IN CORE A DIO SERVIRE – Iacopo da Lentini

Io m’aggio posto in core a Dio servire, com’io potesse gire in paradiso, al santo loco ch’aggio audito dire, u’ si manten sollazzo, gioco e riso. Sanza mia donna non vi voria gire, quella c’ha blonda testa e claro viso, ché sanza lei non poteria gaudere, estando da la mia donna diviso. Ma non lo dico a tale intendimento, perch’io peccato ci volesse fare; se non veder lo suo bel portamento e lo bel viso e ’l morbido sguardare: ché lo mi teria in gran consolamento, veggendo la mia donna in ghiora stare.

DANTE- VITA NUOVA- CAPITOLO 3

Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov'io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d'una mia camera, e puòsimi a pensare di questa cortesissima. [III] E pensando di lei mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m'apparve una maravigliosa visione, che me parea vedere ne la mia camera una nèbula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d'uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch'era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum». E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che la facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la quale m'era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun'alma presa. A ciascun'alma presa, e gentil core, nel cui cospetto ven lo dir presente, in ciò che mi rescrivan suo parvente salute in lor segnor, cioè Amore. Già eran quasi che atterzate l'ore del tempo che onne stella n'è lucente, quando m'apparve Amor subitamente cui essenza membrar mi dà orrore. Allegro mi sembrava Amor tenendo meo core in mano, e ne le braccia avea madonna involta in un drappo dormendo. Poi la svegliava, e d'esto core ardendo lei paventosa umilmente pascea: appresso gir lo ne vedea piangendo. COMMENTO :

CAPITOLO III Il terzo capitolo dell'opera inizia con il racconto del primo saluto di

Beatrice, che avviene esattamente nove anni dopo il primo incontro. Dopodiché

il poeta decide di ritirarsi in solitudine per pensare alla donna amata; l'episodio

è descritto brevemente, ed è seguito dal racconto del sogno che ispira

all'autore la composizione di un sonetto.

Nella "meravigliosa visione" Dante vede Amore in una nuvola di fuoco: esso è

lieto, ma la sua vista è qualcosa di spaventoso; tiene in braccio Beatrice, e la

nutre del cuore dell'innamorato, e infine se ne va con lei.

Una volta svegliatosi l'autore compone un sonetto, e lo invia a tutti coloro che

come lui sono " fedeli d'Amore", per ottenere un parere riguardo alla visione;

Dante stesso analizza poi brevemente la sua composizione, dal titolo "A

ciascun'alma presa": nella prima parte è contenuto un breve saluto e una

richiesta di risposta, mentre nella seconda viene presentata la questione. Dopo

aver spiegato il contenuto del sonetto, il poeta racconta che uno di coloro che

gli diede risposta fu Guido Cavalcanti (il "primo de li miei amici"), e che da qui

iniziò l'amicizia fra i due.

DANTE-VITA NUOVA- CAPITOLO 26 Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei; onde

dell'ideale femminile che Dante ha elaborato personalmente a partire dallo

Stilnovo.

Come per tutte le rime della <> lo stile è dolce.

La parola chiave che costituisce la struttura portante del sonetto è il verbo

"Pare" , che è presente in varie strofe => questo verbo non significa

"sembrare" come sarebbe istintivo dire, ma vuol dire "apparire in piena

evidenza" ed in questo caso indica il carattere miracoloso dell'apparizione della

figura femminile.

LA CONTEMPLAZIONE ESTATICA :

All'apparizione poi, corrisponde un atteggiamento di contemplazione estatica.

=> Esso è espresso soprattutto dal ritmo lento che rende appunto il senso di

immobilità e contemplazione stupefatta => Questa lentezza non è data dalla

presenza di pause, ma dal fatto che la maggioranza dei versi è segnata da un

numero molto alto di accenti ritmici; inoltre non ci sono pause per non spezzare

la fluidità dolce tipica dello stile.

LA SMATERIALIZZAZIONE DELL'IMMAGINE :

L'intendo di Dante non è quello di rappresentare uno spettacolo ( come

suggerito da Contini) ma di rappresentare un'incarnazione del divino; e in

effetti nella poesia non ci sono elementi fortemente visivi, non c'è uno sfondo

concreto nè una descrizione della donna.

=> Anche gli elementi più concreti assumono un significato metaforico o un

valore puramente spirituale.

I VERBI :

I verbi sono una presenza molto rilevante nel testo.

Sono spesso utilizzati per le rime e godono quindi di una posizione di maggiore

spicco (sono ben 11 su 14) e compaiono anche in un'altra posizione molto

forte, ovvero all'inizio del verso.

I verbi presenti nel componimento, benchè indichino delle azioni, non

travolgono il senso di lenta contemplazione con la loro dinamicità, perchè solo

uno di loro indica un movimento nello spazio << si va>>. => altri verbi di

movimento sono invece puramente metaforici <>; oppure

indicano addirittura un arresto del moto.

Quindi i verbi anzichè ostacolarlo, contribuiscono a dare questo senso di

astrattismo e contemplazione.

VOI CH'ASCOLTATE IN RIME SPARSE IL SUONO – PETRARCA

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

di quei sospiri ond'io nudriva 'l core

in sul mio primo giovenile errore

quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango e ragiono

fra le vane speranze e 'l van dolore,

ove sia chi per prova intenda amore,

spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto

favola fui gran tempo, onde sovente

di me medesmo meco mi vergogno;

e del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,

e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno.

Voi che ascoltate in poesie staccate tra di loro il suono

di quei sospiri con i quali nutrivo il cuore

al tempo del primo traviamento giovanile,

quando in parte ero un altro uomo rispetto a quello che sono,

delle varie forme poetiche nelle quali piango e ragiono

tra le vane speranze e il vano dolore,

spero di trovare pietà, non solo perdono,

dove ci sia qualcuno che conosca l'amore per averlo provato.

Ma vedo ormai come fui per tutto il popolo

motivo di riso da gran tempo,

per cui spesso mi vergogno di me stesso;

e il frutto del mio amore impossibile è la vergogna,

il pentimento e la chiara consapevolezza

che tutto quello che piace al mondo è vano

COMMENTO : Questo sonetto è posto all'inizio del Canzoniere. Il poeta guarda al suo passato, considerando l'esperienza amorosa che ha occupato un lungo periodo della sua esistenza, in più considera anche la produzione poetica che è stata il frutto di questa esperienza amorosa. Il bilancio è severamente negativo. Il nutrire il cuore di sospiri amorosi è stato un <> perchè ha portato il poeta a concentrarsi solo sulle cose vane. Il poeta specifica di poter fare questo bilancio perchè è ormai <<altr'uom>> rispetto a quello che era ed ha finalmente capito i suoi sbagli. La condanna per la sua condotta di vita non lo colpisce solo moralmente ma anche artisticamente per quando riguarda la sua produzione letteraria : per aspetti come lo stile vario, i temi trattati molto diversi fra loro, senza coerenza o organicità, che danno origine alle <>. LA SPERANZA DI TROVARE PIETA' : La severa analisi della coscienza, trova conforto nella seconda quartina, dove si parla della

  1. perché negli atti d’alegrezza spenti
  2. di fuor si legge com’io dentro avampi 5 :
  3. sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
  4. et fiumi et selve 6 sappian 7 di che tempre 10.sia la mia vita, ch’è celata altrui. 11.Ma pur sì aspre vie né sì selvagge 12.cercar non so, ch’Amor non venga sempre 13.ragionando con meco, et io co·llui.
    1. Solo e pensieroso mi aggiro e misuro a passi
  5. le più deserte pianure a passi affaticati e lenti,
  6. e tengo lo sguardo vigile per fuggire qualsiasi luogo
  7. dove ci siano tracce di umanità.
  8. Non trovo altra difesa in grado di proteggermi
  9. dalla folla delle genti, alla quale risulta manifesta
  10. la mia condizione, perché, venuto meno ogni impeto di allegria,
  11. fuori si palesa il mio fuoco interiore :
  12. al punto che io ormai credo che monti, pianure, 10.fiumi e boschi sappiano che genere di vita 11.io conduca, e che resta sconosciuta agli altri uomini. 12.Pur tuttavia non sono capace di trovare percorsi
  13. così impervi e inaccessibili , che Amore non venga sempre 14.a discorrere con me, e io con lui. COMMENTO : AL centro del sonetto vi è il motivo della solitudine. Questa solitudine deve salvare il poeta dalla vergogna di dover rivelare agli altri uomini il suo tormento interiore, chiaramente leggibile dal suo aspetto malinconico. Fuggendo gli uomini egli stabilisce però un legame con la natura, che diviene come partecipe e confidente delle sue pene.

=> Il paesaggio, come consueto in Petrarca, è privo di concretezza realistica e non ha urgenza materiale o fisica; la scena non si colloca in uno spazio preciso, ma è come fuori dallo spazio e dal tempo, posta in una dimensione puramente interiore. Ma nel fuggire gli uomini il poeta non trova scampo dalle sue sofferenze : lo accompagna sempre il pensiero ossessivo dell'amore. La solitudine in realtà è un colloquio con sè stesso => la materia del componimento è dunque la sofferenza interiore e il dissidio che non trova soluzione. Però. Come consueto nella poesia petrarchesca, le lacerazioni trovano una forma di superamento nell'armonio riequilibratrice della costruzione poetica. CHIARE; FRESCHE E DOLCI ACQUE - Petrarca COMMENTO: Al centro di questa canzone , vi è l'evocazione dell'immagine della bella donna attraverso un movimento della memoria. Viene enumerata una serie di particolari fisici : <>, << belle membra>>, <>, << trecce bionde>>; ma sono tutti elementi convenzionali, che rimandano ad una lunga tradizione della poesia amorosa. Stilizzata è anche la natura sulla quale campeggia l'immagine femminile. Le componenti del paesaggio sono quelle abituali del tòpos classico e medievale del locus amoenus : acque limpide, erbe fiorite, aria serena, rami da cui piovono fiori, ... Come Laura non è una persona definita, così il luogo della sua apparizione non è preciso ma è astratto LA REALTA' COME COSTRUZIONE MENTALE: La realtà è così rarefatta perchè non è un dato oggettivo, ma pura costruzione mentale => Infatti qella descritta non è una scena presente ma recuperata dalla memoria : la memoria è molto importante nel Canzoniere perchè Petrarca, come si è visto più volte, sente angosciosamente la fuga del tempo e la precarietà delle cose : la memoria è l'unico mezzo per cercare di dar loro stabilità e consistenza. GLI ASPETTI FORMALI : Il lessico è così selezionato da sembrare quasi povero => Es. Nella prima strofa, per descrivere la bellezza di Laura, il poeta usa tre volte un aggettivo molto comune "Bel" ==> E' ciò che viene definito unilinguismo petrarchesco, ovvero l'esatto opposto del plurilinguismo dantesco. L'effetto di scorrevolezza della poesia, qui è dato soprattutto dai versi brevi, i settenari, che hanno un ritmo più agile rispetto agli endecasillabi => questa armonia e questa fluidità rivelano il gusto classico di Petrarca. La costruzione architettonicasi manifesta anche nell'alternanza dei piani temporali. Prima strofa => rievoca il passato, l'apparizione di Laura.