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umanesimo, rinascimento, pensiero, contesto e autori
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Letteratura Italiana UMANESIMO E RINASCIMENTO > L'Umanesimo coincide con tutto il 400 e il Rinascimento con il 500: il primo è caratterizzato dalla scoperta dei classici, degli studia humanitatis, la seconda consolida una nuova civiltà; in Italia si delinea una nuova forma di governo, la Signoria, poichè i conflitti tra le varie fazioni erano divenuti talmente aspri che le istituzioni comunali ne risultavano indebolite, e ciò aveva dato la possibilità a singoli individui o a famiglie di imporre il proprio dominio; nel corso del 300 e del 400 il potere si consolidava e veniva trasmesso tramite eredità, ed il potere dei signori veniva poi legittimato dall'imperatore o dal papa e la signoria si trasformava in Principato; Firenze conserva ancora le sue istituzioni comunali nel primo Quattrocento, dove sopravvive la florentina libertas , e solo nel 1435 diventa una signoria, sotto Cosimo de Medici, e poi di Lorenzo de' Medici, Il Magnifico. Il centro più importante era la cancelleria della Repubblica, dove si scrivono le lettere ufficiali e si tengono rapporti diplomatici, la cui direzione viene affidata prima a Coluccio Salutati, poi a Leonardo Bruni e infine, a Poggio Bracciolini; IL SIGNORE > Il signore inizia a circondarsi di consiglieri, artisti ed intellettuali, e attorno a lui si crea cosi una corte. Il signore era anche amante e protettore delle ani, per questo si afferma il fenomeno del mecenatismo. Grazie ad esso le signorie diventano splendidi centri di cultura, in cui si coltivano la letteratura, la filosofia, la scienza e le arti. Inoltre i palazzi venivano decorati da. affreschi e statue. Di fronte a questo splendore, si assiste anche allo spegnimento della vita civile. Infatti il singolo cittadino si trasforma in suddite, che vive sotto la volontà di uno. GLI STATI REGIONALI > L'espansione delle Signorie, ha portato la nascita di Stati regionali: Milano, Venezia, Firenze e lo Stato pontificio. Accanto agli Stati maggiori, anche altri minori si espandono come Ferrara e Urbino, e con la pace di Lodi (1454-1494) ha inizio un lungo periodo di tranquillità tra tutti questi Stati, stabilendosi cosi un delicato equilibrio, grazie all'abilità politica di Lorenzo de Medici. Questo equilibrio consente uno sviluppo economico notevole ed una grande fioritura artistica, ma impediscono anche il formarsi di un'unità statale in Italia, e ciò costituisce un fattore di debolezza nei confronti degli altri paesi europei; c’è una ripresa economica, la borghesia si assimila all’aristocrazia e molte famiglie tornano ad investire nell'agricoltura, in quanto presenta meno rischi rispetto al commercio. L'EDONISMO > Con la ricchezza dell'élite cittadina, insieme al mecenatismo (sostegno ad attività artistiche e culturali e nei confronti degli artisti), porta alla nascita di uno stile di vita edonistico, basato sulla ricerca del piacere, del godimento, della gioia di vivere e del lusso esteriore. Tocca così il culmine quell'ideale del "saper vivere" ( Decameron ), che propone un'esaltazione laica dei valori della vita terrena. LA CORTE > In tutta Italia, il centro per eccellenza di elaborazione della cultura è la corte. fondata sulla raffinatezza, delle maniere eleganti, dell'armonia e del decoro esteriore, della misura, che trae ispirazione anche dalla contemporanea scoperta del mondo antico e del suo classicismo. Gli intellettuali, con le loro opere, hanno il compito di esprimere gli ideali dell'élite che si raccoglie nella corte. Talora è il principe a richiedere la composizione di opere letterarie che esaltino la magnificenza del suo casato o le sue imprese diplomatiche e militari. La corte è un luogo chiuso, che tende ad isolarsi dalla realtà circostante e a disprezzare il mondo esterno. Oltre a celebrare la magnificenza del signore, lo scrittore ha anche il compito di intrattenere Infatti le opere vengono lette pubblicamente per allietare gli ori della corte; gli artisti decorano saloni e cappelle con affreschi, tavole, statue, progettano palazzi, ville, giardini. Un elemento essenziale è lo spettacolo teatrale. cui allestimento è carato dai letterati della corte, che elaborano testi e la messa in scena, e degli artisti, che si occupano delle scenografie. Lo scrittore gode di una stabilità economica e ha più tempo per dedicarsi allo studio e alla scrittura senza essere distratto da altre incombenze, gode di un prestigio sociale e l'ambiente raffinato gli offre la possibilità di continui scambi culturali e fornisce stimoli, ma il distacco dell'intellettuale dalla realtà/il legame di dipendenza che lo unisce al principe/ sterilità creativa, ripetizione stanca di formule e schemi, puro formalismo decorativo. L'ACCADEMIA > Nasce nel '400, sono cenacoli dove dotti tra loro amici si incontrano per conversare, discutere, scambiarsi conoscenze, facendo vita comune. I nuovi intellettuali umanisti elaborano una concezione dialogica della cultura, ritengono cioè che essa sia essenzialmente scambio di idee, confronto, discussione. È una concezione che nasce dall'ammirazione per scuole filosofiche antiche, specie per l'Accademia di Platone, dove il dialogo era il metodo di ricerca fondamentale. (Accademia Platonica di Firenze / Accademia Pontaniana di Napoli, Accademia Aldina di Venezia). LE UNIVERSITÀ > Conservano un indirizzo aristotelico. È tuttavia un aristotelismo che non ha più rapporti con la Scolastica medievale ed è indirizzato in senso naturalistico e razionalistico, a studiare cioè con metodi razionali i fenomeni della natura, ma nascono scuole ispirate ai nuovi principi pedagogici, in cui si guarda al discente non come "contenitore" di nozioni da apprendere a memoria, ma come soggetto attivo di un processo di formazione che deve sviluppare armonicamente tutte le facoltà della persona. (Vittorino da Feltre / Guarino Varese). LE BOTTEGHE > Centri di cultura tipici di questa età sono anche de botteghe artistiche, dei pittori e degli scultori. Gli artisti non sono più, come in precedenza, semplici rappresentanti di "arti meccaniche", cioè lavoratori manuali
considerati alla stregua degli artigiani, ma godono di grande prestigio e considerazione e sono talora ammessi a corte. Con la diffusione della stampa, nata in Germania da Gutenberg, nasce la bottega dello stampatore, dove si ritrovano letterati e filosofi e che diviene luogo di incontro, discussione, scambio culturale. (Aldo Manuzio; Venezia). LE BIBLIOTECHE > Nel medioevo erano delle istituzioni chiuse. Invece, nel corso del '400, diventano pubbliche, che non si limitavano a conservare il libro, ma lo mettevano a disposizione dei lettori. (Biblioteca Laurenziana; Firenze / Biblioteca Vaticana; Roma / Marciana; Venezia). INTELLETTUALE-CITTADINO > non trae il suo sostentamento dalla professione intellettuale, ma da altre attività o professioni, e che partecipa alla vita politica, ricopre cariche pubbliche ed esprime in ciò che scrive le sue idealità civili. (Umanesimo Civile) INTELLETTUALE-CORTIGIANO > Si colloca nell'ambiente della corte. Vive sotto le scelte di un signore e ne riceve protezione e mantenimento in cambio dei suoi servizi; si differenzia dall’intellettuale cittadino perchè la subordinazione al potere e la perdita della propria autonomia, la professionalità della sua attività: l'uomo di cultura è uno specialista, che si dedica all'attività intellettuale e trae sostentamento proprio da questa sua professione. L'unica alternativa è la carriera ecclesiastica, che offre notevoli vantaggi materiali. Essa può consistere nel semplice godimento di rendite derivanti da un determinato titolo. (Umanesimo Cortigiano) IL MITO DELLA RINASCITA > Si forma l'idea di media aetas, età di mezzo. Si avverte cosi il bisogno di far rivivere il mondo classico nella sua fisionomia autentica, liberandolo di tutte le deformazioni medievali. Il mito della rinascita ha poi influenzato tutta la storiografia successiva. Questo processo è iniziato durante il Medioevo, che conservò il patrimonio letterario classico, assimilandolo nella sua visione del mondo, e questo ha portato l'elaborazione di una nuova visione della realtà. Il concetto di "rinascita" conteneva in sé un'autentica verità: esprimeva proprio la presa di coscienza di una diversità ormai irriducibile del presente rispetto alla civiltà del Medioevo, la consapevolezza che quel graduale processo di trasformazione che aveva attraversato l'età medievale era giunto a compimento, che una civiltà nuova era nata. LA VISIONE ANTROPOCENTRICA > Nella concezione del mondo medievale Dio era posto al centro dell'universo come motore di tutta la realtà e autore della storia. Ora invece, pur senza negare la trascendenza, si afferma una visione antropocentrica, in cui l'uomo pone se stesso al centro della realtà, come protagonista e autore della propria storia. Nel Medioevo l'uomo era visto come una creatura fragile ed effimera, contaminata dal peccato originale, continuamente tormentata dal demonio; ora invece si afferma una visione ottimistica dell'uomo (Decameron): egli appare sicuro e ricco di forze, capace di contrastare il gioco capriccioso della fortuna con la propria energia e la propria intelligenza, di costruirsi il proprio destino con una libera scelta tra un vasto campo di possibilità. Per questo uno dei temi prediletti dalla cultura quattrocentesca è l'esaltazione della dignità dell'uomo. IL PRINCIPIO DI IMITAZIONE > Gli antichi hanno raggiunto un culmine di perfezione, per ottenere risultati risultati validi è necessario imitarli in ogni campo. Per tutto il Quattrocento e il Cinquecento, le manifestazioni della vita intellettuale e sociale recano i segni inconfondibili di questa imitazione: si riporta in vita la filosofia platonica, si scrive in latino come Cicerone, si riproducono le forme della repubblica romana o del principato augusteo, si costruiscono edifici che riprendono gli stili antichi, si scolpiscono statue che sembrano uscite dallo scalpello di artisti greci. Tuttavia l'imitazione non può mirare ad una passiva riproduzione dei modelli: deve anzi essere attiva e creativa. Il principio di imitazione però esige che si conoscano nel modo più completo gli autori classici. Nel Medioevo si era continuato a leggere i classici e ad ammirarli, ma non si sentiva il bisogno di spingere lo sguardo al di là di quel canone. Molti autori, anche fondamentali, non venivano più letti, e i loro testi restavano dimenticati nelle biblioteche delle abbazie o dei vescovadi. Mancanza della conoscenza della cultura greca, che costituiva una parte assolutamente imprescindibile della cultura classica: infatti erano stati i Greci a porre le sue basi, creando i principali generi letterari (il poema epico, la lirica, la tragedia, la commedia, la storiografia), elaborando il pensiero filosofico e fornendo sistematicamente i modelli a cui la letteratura latina si era ispirata. Il patrimonio greco era conservato nell'impero bizantino, mentre in occidente la lingua greca non faceva parte del bagaglio consueto di conoscenze dell'intellettuale. LA FILOLOGIA > scienza che studia i testi antichi per interpretarne la veridicità e gli insegnamenti. Occorrono una otale conoscenza del latino, uno spirito critico nel momento di analisi e confronto con altri testi ed una conoscenza degli usi e costumi, fatti storici, istituzioni per interpretare al meglio ciò che era stato reinterpretato nel Medioevo e/o sbagliato dai copisti. LORENZO VALLA > principale esponente della filologia; nasce a Roma nel 1405 e proseguirà la sua educazione a Firenze sotto Giovanni Aurispa, ma il suo soggiorno più importante sarà Pavia (1431-1433); scrive il ‘De Voluptate’ in collaborazione ad Antonio Beccadelli (diventerà il ‘ de vero falsoque buono ’) in cui esalterà l’idea della voluptas, l’impulso dell’uomo verso il bene, e nell’opera rivaluta quasi l’epicureismo, ma grazie al trasferimento a Napoli nel 1435 come segretario per la corte aragonese sviluppa la sua propensione alla filologia con la dimostrazione della falsità della donazione di Costantino da parte della Chiesa, e ritornato a Roma pubblicherà i sei libri delle ‘ Elegantiarum
Magno i suoi umori bizzarri e mutevoli. Il poeta ricalca fedelmente la trama e le avventure , limitandosi ad ampliare o a rimuovere qualche episodio; inoltre aggiunge episodi e personaggi nuovi, come il furfanti e diavoli; Una prima redazione di 23 canti venne pubblicata nel 1478, una seconda nel 1487 una terza fu pubblicata una versione ampliata con 28 canti nel 1483, che prese il titolo di Morgante Maggiore Il poema trae l'argomento dalle leggende carolinge e narra le avventure e gli amori di Orlando, Rinaldo e altri paladini nei paesi più lontani, a cui si accompagnano le vicende comiche dell'ingenuo gigante Morgante e del gigante Margutte, un astuto furfante. Negli ultimi cinque canti, Pulci utilizza il cantare la Spagna in Rima, terminando l'opera con la morte di Orlando, sopraffatto dai saraceni a Roncisvalle a causa del tradimento di Gano, la punizione del trattore e la morte di Carlo Magno, per dare al racconto una maggiore organicità e una certa solennità epico-religiosa o per gareggiare contro il nuovo clima della Firenze "platonico". Vi inserisce anche divulgazioni, come l'episodio del diavolo Astarotte, che tratta di complesse questioni teologiche scientifiche. LE CARATTERISTICHE DEL POEMA > L'opera, man mano che veniva composta era detta alla corte medicea. La narrazione non ha un disegno organico e unitario: gli episodi scaturiscono uno dall'altro in modo casuale oppure procedono a sbalzi. I personaggi sono stereotipati secondo gli schemi del cantari popolareschi, e non hanno profondità psicologica: i paladini sono croicl, forti, generosi, i pagani sono infidi e malvagi, Gano di Maganza è il traditore per eccellenza; ma i caratteri e le fisionomie possono mutare improvvisamente, senza alcuna coerenza. Nel poema si può riconoscere il gusto di riprodurre il linguaggio e le movenze del canterini di piazza, e di proporre la materia plebea al nobili ascoltatori. A questo atteggiamento risale il modo in vengono trattati i paladimi, che spesso perdono la loro eroica dignità, degradandosi a livelli buffoneschi e furfanteschi (lo stesso re Carlo è qui ormai vecchio e mezzo rimbecillito). Alla volontà di instaurare una corrente di complicità con gli ascoltatori si possono ricondurre anche i riferimenti a situazioni realistiche e quotidiane, gli interventi della voce narrante, i riferimenti a novelle e proverbi. Il poema diventa allora una mutevole avventura di toni diversi, ora buffoneschi e furfante dei toni schi, ora seri ed eroici, ora patetici e teneri, ora fiabeschi. A governare questi cambiamenti improvvisi e la legge della varietà illimitata, della combinazione imprevista. A questo carattere della sua ispirazione sembra alludere una frase famosa del poeta, che definisce la vita «uno zibaldone mescolato di dolce e d'amaro e mille sapori vari. Il riso di Pulci ha un fondo serio e pensoso, che emerge a tratti nel poema, come ad esempio nell'episo dio del colto diavolo Astarotte. LA LINGUA E LO STILE > Oltre che avventura fantastica di umori e di toni diversi, il poema di Pulci è an- che un'avventura di parole (per usare la definizione di Giovanni Getto). La lingua di Pulci si colloca all'estremità rispetto al canone classicistico della regolarità decorosa, del leviga- to unilinguismo. L'opera è scritta seguendo i toscano parlato, dialettale, ricco di termini coloriti e di modi di dire vivacissimi e incisivi; ma su di essi Pulci innesta una variegata ricerca linguistica, che attinge volentieri ai gerghi malandrini e furbeschi (di cui lo scrittore compilò anche un vocabolario), e recupera termini latini, o letterati, o scientifico-filosofici. Su tutto domina il gusto della deformazione e della forzatura espressiva della parola, in concomitanza con la ricerca dell'eccesso, della derisione beffarda e corrosiva, del provocatorio rovesciamento di ciò che è serio ed elevato, attraverso l'insistenza sugli aspetti più materiali e plebei della realtà. ANGELO POLIZIANO > Angelo Ambrogi, detto Pulizia per il suo luogo d'origine, Il mons Politiant è considerato il maggior poeta italiano del 400. Dopo la morte del padre, si trasferisce da giovanissimo a Firenze, dove entra a far parte della corte di Lorenzo il Magnifico, diventando precettore del figlio. Dopo una lite con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo, passa alla corte mantovana dei Gonzaga, e dopo una lettera di scuse da parte di Lorenzo, torna a Firenze, dove ottiene la cattedra di Eloquenza latina e greca presso lo Studio fiorentino. Da quel momento raramente lascerà Firenze. Dopo la morte di Lorenzo, Poliziano cerca una sistemazione più stabile, intraprendendo la carriera ecclesiastica Piero de Medici lo raccomanda al papa per la nomina di cardinale. Moore poco prima del crotta del regime mediceo a causa dell'ascesa di Carlo L'ATTIVITÀ FILOLOGICA : L'attività filologica é quella che fa di lui uno dei più grandi filosofi umanisti Il frutto del suo lavoro è laiscellanea (1489), una raccolta di cento discussioni su questioni testuali e interpretative. LA PRODUZIONE POETICA IN LATINO E GRECO : in latino scrisse odi, elegie ed epigrammi, con temi simili alla produzione di altri umanisti: invocazioni amorose, elogi di amici, componimenti in onore di defunti, invettive contro avversari. Importanti nella sua produzione sono le prolusioni in vera avvero introduzioni ai corsi universitari da lui tenuti, raccolte sotto il titolo di Sylvae, modellate su quelle del poeta latino Stazio In greco scrisse circa una sessantina di Epigrammi, che dimostrano una straordinaria padronanza di quella lingua. Tutta questa produzione classica si mantiene sul piano di un'elegante rievocazione erudita, ed alcune di queste opere si risolvono in puro esercizio di lingua. LA PRODUZIONE IN VOLGARE > Nella produzione in volgare fonde le suggestioni della cultura e delle lingue classiche con il patrimonio della poesia toscana del 200 e del '300. Anche la sua attività di poeta volgare fa riferimento a
quella filologica: la Raccolta aragonese (1476-77), è un'antologia di poesie toscane inviata dal Magnifico a Federico d'Aragona, e la cui epistola introduttiva, benché firmata da Lorenzo, è ormai attribuita a Poliziano. In contemporanea scrive le Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano (1475-78). Si tratta di un poemetto in ottave, che ha lo scopo di celebrare la vittoria di Giuliano de Medici, fratello di Lorenzo, in una giostra d'armi, e a cantare l'amore per Simonetta Cattaneo. L'opera appartiene al genere encomiastico, legata a moti vi d'occasione. Il poemetto è pervaso dalla contemplazione della bellezza e della giovinezza, proiettate in un erre mondo ideale, fuori dello spazio reale e del tempo storico. Questo mondo è però dominato da un senso di precarietà, perché il bel sogno è insidiato dallo scorrere del tempo, dalla fortuna, dalla morte. Lo stile ricalca un gusto classicheggiante: continui rimandi ai miti, e il discorso è ricco di reminiscenze, citazioni di parole, clausole, immagini tratte dai classici latini e greci come dagli autori italiani. Si realizza così l'ideale della mescolanza e fusione di elementi attinti da fonti diverse, che lo scrittore aveva enunciato in una discussione epistolare con un altro umanista, Paolo Cortese. I RISPETTI E LE CANZONI A BALLO > Durante la giovinezza scrive i Rispetti e le Canzoni a Ballo , in cui si volge alla poesia popolare. Tali componimenti conservano infatti la freschezza, la semplicità del linguaggio, la fluidità dello scorrimento del ritmo. Anche qui domina la celebrazione della bellezza, della giovinezza, dell'amore, proiettati su uno sfondo primaverile. Famosa è la canzone a ballo l' mi trovai, fanciulle, un bel mattino , che contiene l'invito a cogliere la rosa prima che appassisca, cioè a godere le gioie dell'amore prima che le forze della gioventù scompaiano. E anche qui, al motivo edonistico si accompagna la malinconia per la fugacità della giovinezza e della bellezza. Caratteristiche importanti sono poi la nitidezza visiva delle immagini e la vividezza dei colori, che si adattano perfettamente alla limpidezza musicale dello stile. LA FAVOLA DI ORFEO > Il termina favola fa riferimento a fabula in latino cioè a testo teatrale, si tratta in- fatti di un testo composto per una festa nuziale, celebrata presso la corte del Gonzaga a Mantova. Poliziano sostituisce gli argomenti sacri con quelli mitologici e la favola viene cosi a costituire il primo testo drammatico in lingua italiana di argomento non religioso. Euridice, mentre scappa da un pastore innamorato, viene mora da un serpe e muore. Il marito Orfeo, scende negli inferi e con il suo canto riesce a piegare la volontà di Plutone! potrà riportare Euridice tra i vivi, a patto che non si volga a guardarla. Orfeo però non sa resistere al desiderio di rivedere sua moglie e si volge, perdendo cosi Euridice per sempre. Disperato, rifiuta l'amore, e per punizione è dilaniato dalle seguaci di Bacco, le Baccante La favola fonde la materia pastorale con quella mitologica. Anche questa è un'opera che nasce dall'ammirazione dei modelli classici, principalmente da Virgilio e Ovidio, inoltre ripropone citazioni e reminiscenze dei poeti precedenti, classici e italiani. Ritorna il sogno ideale di una vita priva di contrasti e di dolori, fuori dal tempo e dallo spazio e remota dalla realtà quotidiana, insieme con alla contemplazione della bellezza, della giovinezza, dell'amore, e nel tragico destino di Euridice, si proietta la consapevolezza della precarietà di quei beni. Nella figura di Orfeo si oscura la forza della poesia, secondo gli ideali umanistici. Infine l'opera si conclude con la morte di Orfeo, che suscita un senso pessimistico dei valori umanistici. IL TRATTATO > Nel corso del '400 il trattato diventa uno dei generi di maggior successo, poiché corrisponde alle esigenze e alle aspirazioni della cultura umanistica. Se da un lato, esso viene ricondotto alla tradizione di Platone e Cicerone , che avevano utilizzato il trattato per esprimere il loro pensiero; dall'altro si dimostra adatto a diffondere le nuove tematiche del dibattito culturale (riguarda tematiche filosofiche, politiche, comportamentali e letterarie). Con il Rinascimento questa tradizione sale ad un livello di maggiore decoro e maturazione stilistico- formale. Il trattato del '400, infatti, presentava una forma ancora sperimentale, tesa alla libera ricerca e alla proposta di nuove soluzione culturali. Nei trattati del '500, invece, prevale uno spirito di sintesi dei risultati acquisiti, al fine di fissare norme, modelli, regole e precetti di carattere vincolante. Inoltre, un'altra differenza sostanziale è lingua: i trattati del '400, infatti, venivano scritti in Latino; mentre quelli del '500 in volgare.
sangue ma di animo; muoversi con grazia in ogni forma di rapporto sociale; essere eccellente nell'uso delle armi e nei tornei; vestirsi con misurata eleganza; rifuggire in tutto ogni eccesso), viene enunciata la regola fondamentale del comportamento: evitare in ogni modo l'affettazione, che deriva dall'incapacità di nascondere lo sforzo necessario a simulare la grazia che non si possiede di natura, e usare invece la sprezzatura, ovvero l'arte di dissimulare tale sforzo, facendo apparire come naturali anche gli atti più studiati e ricercati. Si conclude, affrontando la questione della lingua: opponendosi all'imitazione del fiorentino letterario,trecentesco, sostenuto da Bembo, Castiglione propone un modello ispirato alle lingue usate per la conversazione colta nelle diverse-corti d'Italia e, in particolare, presso la corte romana. Si tratta della cosiddetta teoria cortigiana. 2^ libro > descrive il comportamento del cortigiano ideale nelle diverse circostanze della vita mondana, concentrandosi soprattutto sull'importanza di saper condurre una piacevole conversazione, anche attraverso l'impiego di espressioni ingegnose e argute, battute spiritose e giochi di parole. 3^ libro > viene delineata la figura della perfetta «donna di palazzo, che costituisce il corrispettivo femminile del cortegiano». Devono soddisfare alcune specifiche caratteristiche esteriori, come la bellezza e l'eleganza dei gesti, ma il discorso si sofferma soprattutto sulle abilità di tipo sociale insistendo sulla capacità di conversare e sulla preparazione culturale. 4^ libro > affronta infine il rapporto tra il cortigiano e il principe. Secondo Castiglione, il cortigiano deve evitare ogni forma di adulazione e di falsità, mentre il principe deve cercare in lui i consigli di una sicura guida intellettuale e morale. Si apre poi una digressione sulle varie forme di governo, nella quale l'autore conduce una dura critica contro la tirannide, facendo uso di un linguaggio crudo e violento. Nelle ultime pagine viene introdotta la figura di Pietro Bembo, il quale pronuncia un lungo discorso a favore dell'amore platonico, esaltando la bontà di un legame spirituale che è nobilitazione dell'anima e avvicinamento a Dio. GIOVANNI DELLA CASA > Nacque a Borgo San Lorenzo nel 1503, da una nobile famiglia. Dopo aver compiuto i primi studi a Firenze, frequento per circa due anni i corsi di diritto presso l'università di Bologna e in seguito li abbandonò per dedicarsi alla letteratura Si stabili a Roma, con l'intento di intraprendere la carriera ecclesiastica. Nello stesso periodo frequentò le riunioni dell'Accademia dei Vignaioli e compose alcune poesie di argomento burlesco e licenzioso. Nel 1544 fu nominalo arcivescovo di Benevemo e, nello stesso anno, inviato come ambasciatore a Venezia, con l'incarico d'interessarst in prima persona dei lavori del Concilio di Trento. Negli anni successivi introdusse iktribunale dell'Inquisizione e promosse i primi processi contro gli aderenti alla Riforma protestante. Fece ritorno a Roma, nella speranza di essere nominato cardinale dal nuovo papa Giulio I L'anno successivo lasciò la corte pontificia e si ritiro a vivere in Veneto, tra Venezia e Nervesa, dove si occupò alla stesura delle Rime e del Galateo. Quando for eletto papa Paolo IV fu nuovamente convocato a Roma e sperò di ottenere la nomina di cardinale; ma anche in quest occasione il suo desiderio non pote realizzarsi. Mori a Montepulciano nel 1556 IL GALATEO (DE' COSTUMI) : È un trattato sul comportamento, il titolo deriva dal termine latino Galatheus del dedicatario, il vescovo Galeazzo Florimonte. Prendendo spunto da alcune conversazioni tenute a Roma con quest'ultimo, l'autore si dedicò alla stesura dello opera nei due anni successivi, ma senza pubblicarla; la prima edizione è postuma e risale al 1558/ Presenta una struttura di tipo monologice, in quanto si basa su una sola voce, che espone e sviluppa analiticamente l'argomento. Nella finzione si immagina infatti che un vecchio illetterato, ma ricco di esperienza, insegni ad un giovinetto inesperto le buone maniere, affinché sappia comportarsi onorevolmente in società. L'opera ha lo scopo di correggere i difetti più frequenti e di insegnare quelle forme di cortesia che si dovrebbero usare quotidianamente, nella pratica comune del vivere in società, La funzione ideologica dell'opera risulta così assai diversa rispetto a quella del Cortegiano di Castiglione: mentre quest'ultimo aveva tracciato la figura del perfetto gentiluomo per celebrare l'ambiente della corte come sommo modello di civiltà, Della Casa propone un vasto repertorio di precetti e di consigli per n adattare il gusto delle maniere aristocratiche e dei comportamenti raffinati a un pubblico molto più vasto e diversificato sotto l'aspetto sociale. Proprio a causa di questo ampliamento del pubblico, Il Galateo rinuncia a quegli ideali troppo elevati di grazia e di perfetta armonia che erano ipici della civiltà rinascimentale, sostituendoli con due criteri più generici ed esteriori: la piacevolezza e il diletto. Lo stile è caratterizzato da una prosa semplice e scorrevole, ispirandosi al modello di Boccaccio, accoglie anche alcune espressioni provenienti dalla lingua parlata. LE RIME > Nel volume delle Rime e prose (1558) vennero pubblicate anche le poesie che compose durante la sua vita. La loro importanza si basa sull'originalità con cui si distaccano dalla convenzionalità del petrarchismo dominante, introducendo spunti di sincera confessione autobiografica. Concedendo poco spazio alla tematica amorosa, l'autore si concentra infatti sulla drammaticità delle contraddizioni interiori, con un senso di sottile inquietudine psicologica e morale. Vengono sperimentate anche nuove soluzioni ritmiche, soprattutto attraverso l'impiego frequente dell' enjambement , che libera l'articolazione sintattica dai legami imposti dalla misura dei versi e delle strofe. LA RICERCA DI UN'UNITÀ LINGUISTICA > Durante il '400, in Italia era stata avvertita la necessità di fissare un modello linguistico unitario. Molti intellettuali umanisti avevano cosi scelto il latino ispirato al modello degli autori classici, come strumento della comunicazione letteraria. Verso la fine del secolo, grazie all'invenzione della stampa a caratteri mobili e alla diminuzione del prezzo dei libri, si assistette alla formazione di un pubblico sempre più ampio, che non conosceva il latino e ricercava esclusivamente opere scritte in volgare, Dunque il latino perse parte del suo prestigio e il volgare cominciò a ottenere largo consenso nonostante le resistenze mostrate dai letterati più conservatori.
Questi ultimi ritenevano che il volgare non fosse adatto alla scrittura letteraria a causa della totale mancanza di codificazione normativa e dell'estrema variabilità regionale. LA TEORIA DEL CLASSICISMO > Tra le teorie che vennero elaborate dai maggiori intellettuali del tempo, se ne affermò una in particolare, quella del veneziano Pietro Rembo, che, nelle Prose della volgar lingua, propose una soluzione puristica e convenzionate, individuando un modello linguistico ideale nel florentino letterario del Trecento e scegliendo alcuni autori come esempi di stile da imitare Petrarca per la poesie Boccaccio per la prosa. In questo modo vennero tracciate le linee di una tradizione di eccellenza all'interno della letteratura italiana, favorendo il riconoscimento della pari dignità del volgare nei confronti del latino. Per far riferimento alla teoria di Bembo viene perciò usata la definizione di classicismo volgare. Di fronte alla grande varietà di forme linguistiche e dialettali esistenti in Italia, tale soluzione ribadì un'unità letteraria e linguistica omogenea. Si basava su opere scritte, che potevano essere facilmente reperite grazie all'ampia diffusione dei libri a stampa. D'altra parte, però, la lingua voluta dal Bembo doveva essere immutabile e capace di resistere alle contaminazioni provenienti dall'esterno. Inevitabile era che una lingua del genere dovesse risultare ben presto troppo stilizzata, e perciò poco adattabile alle diverse esigenze espressive e incapace di rinnovarsi in modo naturale nel corso del tempo. Di fatto questa lingua fini per corrispondere esclusivamente alle attese di un pubblico selezionato e ristretto, che si identificava con l'aristocrazia delle corti. La proposta di Bembo segnò una linea dominante, poiché rispondeva a diverse esigenze dei letterati dell'epoca. Esemplare è la vicenda dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, nelle tre edizioni del 1516, 1521 e 1532. Inizialmente l'opera fu composta secondo il modello linguistico ibrido di Matteo Marta Boiardo nel suo Orlando innamorato, basato sul toscano letterario, ma ricco di latinismi e termini dalle parlate delle corti settentrionali. Nella seconda edizione, Ariosto introdusse correzioni che risentivano della lezione fiorentina e petrarchesca; il processo di revisione linguistica secondo i canoni del classicismo volgare appare compiuto nella stesura definitiva pubblicato nel 1612. LA TEORIA CORTIGIANA E LA TEORIA FIORENTINISTA > Oltre alla proposta bembiana Baldesar Castiglione, nel primo libro del Cortegiano, e Gian Gorgio Trissino, nel dialogo 11 castellano, dove viene ripresa la teoria del volgare «illustres esposta da Dante nel trattato De vulgari eloquentia. Secondo questi scrittori il linguaggio letterario doveva ispirarsi alla lingua della conversazione colta usata nelle varie corti d'Italia, in particolare quella di Roma Direttamente ispirata all'uso è la soluzione "fiorentinista", che ebbe come principale portavoce Niccolò Machiavelli, il quale scrisse un breve dialogo intitolato Discorso intorno alla nostra lingua. Questa proposta si basa non sulla lingua usata dagli autori toscani illustri del Trecento, ma su quella effettivamente parlata dai fiorentini contemporanei, vivacemente espressiva e mutevole. In tal modo era possibile superare da un lato il problema dell'eccessiva rigidità e immutabilità del modello di Bembo, e dall'altro quello dell'estrema variabilità regionale della soluzione cortigiana. Una delle testimonianze più significative è il rifacimento dell'Orlando innamorato di Boiardo, realizzato da Francesco Berni tra il 1524 e il 1530 e pubblicato postumo nel 1541) Egli riscrisse il poema in base alle consuetudini della lingua parlata dai toscani dell'epoca, incontrando decisamente il favore del pubblico, come dimostra il fatto che il testo originale di Boiardo non fu più stampato per quasi tre secoli. Questo risultato fornisce dunque la prova della profonda esigenza di un rinnovamento della lingua letteraria avvertita in epoca rinascimentale, poiché dimostra che a distanza di meno di quarant'anni dalla sua prima pubblicazione un'opera originale e apprezzata come quella del Boiardo era ormai ritenuta superata e inadeguata sotto l'aspetto linguistico ed espressivo. SPERIMENTAZIONE LINGUISTICA > Nel corso del Cinquecento restarono vive diverse tendenze che proponevano soluzioni linguistiche sperimentali e trasgressive, basate sul contrasto, sulla caricatura o sulla deformazione parodica. Si tratta di quella ricca produzione letteraria che va sotto Il nome di "anticlassicismo, in quanto si presentava come alternativa nei confronti delle scelte proprie del classicismo rinascimentale, spesso con l'intento di mettere in crisi i principi e i valori fondamentali della cultura dominante. Tra gli esiti più interessanti ricordiamo i testi teatrali del Ruzante, che fondano la loro comicità soprattutto sulla libertà espressiva del pavano, per far risaltare le opposte mentalità degli ingenui contadini e dei raffinati abitanti della città. La mescolanza dei registri linguistici e stilistici costituisce un tratto tipico delle opere di Pietro Aretino, il quale si dimostra capace di adattare il volgare a ogni genere letterario, spesso ispirandosi ai modi della lingua parlata. Infine troviamo la proposta di Teofilo Folengo, con il suo latino maccheronico che incrocia fra loro latino, italiano e dialetto, ottenendo effetti di grande efficacia sul piano espressivo. LA LIRICA PETRARCHESCA > Nella seconda metà del Quattrocento la poesia di Petrarca era stata considerata come in età umanistica e nel Cinquecento uno dei principali modelli per il geffere della lirica in volgare. Tra gli autori più importanti ricordiamo Matteo Maria Boiardo, Jacopo Simazane Benedetta Gareth, detto il Carite. Questa tendenza, a cui si fa riferimento con il termine petrarchismo, si rafforza nel corso del Cinquecento, venendo cosi a costituire la linea prevalente della poesia lirica. Il modello petrarchesco incarna infatti le aspirazioni di alto decoro formale e l'idea stessa del classicismo rinascimentale. La figura più importante è quella di Pietro Bembo. Egli collabora, infatti con Aldo Manuzio alla realizzazione di una nuova edizione del Canzoniere, pubblicata nel 1501, e più tardi inserisce alcuni componimenti poetici di gusto
LA RIPROPOSTA DEI VALORI CAVALLERESCHI > I cantari venivano recitati nelle piazze, conservan- do le caratteristiche della tradizione orale. Questa materia viene tenuta presente dal poeti colti, indirizzandola ad un pubblico cortigiano. Viene incontro alle esigenze di divertimento e di svago; però e vicende narrate soddisfano anche il bisogno di celebrare gli ambienti signorili. Importante è la corte di Ferrara, dove opera Matteo Maria Boiardo. La corte ferrarese aveva conservato vivo il culto della cortesia e della magnanimità cavalleresca. In questo modo Boiardo compone l'Orlando innamorato, tra la nostalgia della cavalleria e della cortesia. MATTEO MARIA BOIARDO > Nacque nel 1441 a Reggio Emilia, da un'antica famiglia nobiliare. Trascorse parecchi anni a Ferrara per partecipare a qualche missione diplomatica, per studiare o per dedicarsi alla caccia. Successivamente si stabilirà li presso la corte del duca Ercole ed ebbe l'incarico di governatore prima a Modena e poi a Reggio, dove mori nel 1494 LE OPERE MINORI E GLI AMORUM LIBRI > Scrisse opere in latino a carattere pastorale ed encomiastico, in onore degli Estensi, e in volgare scrisse una commedia, Timone, Il Canzoniere (o Amorum Libri rifacendosi ad Ovidio) è una raccolta delle sue liriche in volgare ispirate all'amore per Antonia Capras. L'opera contiene (80 testi ed è organizzata secondo una struttura precisa: il primo libro racconta le gioie dell'amore corrisposto, il secondo delle sofferenze per il tradimento, il terzo, dopo un oscillare tra speranze e rimpianti, si chiude con il pentimento e la preghiera. L'opera ricalca i modelli letterari di Petrarca e degli stilnovisti, però quella di Boiardo è un'opera originale dove l'amore diviene un fremito universale di vitali che anima tutte le cose. Anche la lingua è diversa, presentando caratteri padaniche rendono la narrazione spontanea e immediata. L'ORLANDO INNAMORATO > Nel 1476 cominciò a lavorare all'Orlando innamorato. Nel 483 furono pubblicati i primi due libi, in 60 carmi. La produzione del terzo fu interrotto al IX canto, durante l'ascesa di Carlo VII; Il poema riprende la materia cavalleresca ed è destinato al diletto di una classe elite cortigiana. Il titolo stesso indica una novità, in quanto il forte palading Orlando, protagonista di tante imprese cavalleresche e difensore della fede, diventa vittima dell' Amore. Bolardo fonde i due cicli cavallereschi, il carolingio e l'arturiano, Nel poema s'intrecciano armi e amori, a cui fa sfondo un mondo fiabesco, dove vivono maghi, fate, mostri e ricco di giardini fatati. I suoi ideali sono dunque l'amore e la forza guerresca: virtù inseparabili del perfetto cavaliere. L’amore diventa il principio delle numerose avventure: l'apparizione di Angelica, figlia bellissima del re, che distrae tutti i cavalieri, cristiani e pagani, cercando di ottenere il suo amore. Intanto i mori (Saraceni), guidati dal re africano Agramante e dal re di Spagna Marsilio, hanno invaso la Francia. Angelica verrà contesa tra Orlando e il paladino Rinaldo, Re Carlo li separa e promette la fanciulla a colui che combatterà valorosamente contro i Saraceni. Qui s'interrompe la narrazione che verrà continuata da Ariosto nell'Orlando Furioso, pubblicato nel 1516 VALORI CAVALLERESCHI E VALORI UMANISTICI > Al centro del poema si collocano le armi e gli amori. Il poeta ritiene che i valori cavallereschi, che secondo lui erano tramontati nella civiltà urbana e mer- cantile, rivivano nella società cortigiana, specialmente in quella di Ferrara. Per lui i valori cavallereschi sono praticabili nel presente. Può dunque essere definito "cantore della cavalleria": il suo poema è acceso dall'entusiasmo per le azioni valorose e gli amori sublimi. Boiardo è immerso nella civiltà umanistica e di conseguenza la cavalleria non prevede temi religiosi, etici e politici. La prodezza cavalleresca non è più solo una forza guerriera, ma anche la virtù dell'individuo libero, attivo ed energico, che supera gli ostacoli imposti dalla Fortuna Il motivo per cui la virtù umana vince sulla Fortuna è ispirato ad un episodio in cui Orlando insegue dopo varie peripezie la fata Morgana, simbolo della Fortuna. Le battaglie ed i duelli che animano le vicende manifestano un individualismo verso la conquista della propria fama e gloria. Pertanto anche l'onore perde il suo carattere feudale e diviene la ricompensa della virtù e dell'agire energetica. La lealtà e la cortesia rappresentano il rispetto per la persona altrui, anche dei nemici e la tolleranza verso altre culture. L'individualismo deve essere raffinato dalla cultura. Importante è l'episodio del duello fra Orlando ed Agricane: il re tartaro rappresenta un tipo di scoe più arcaico, caratterizzato dalla forza bruta, Orlando è invece superiore perché è un cavaliere colto, "filosofe", che sa affrontare opportuna- mente le più alte questioni etiche e metafisiche. È Orlando stesso ad affermare che nel sapere risiede l'essenza dell'uomo. Anche l’amore è lontano dalla visione feudale. Ora rappresenta una manifestazione gioiosa cattiva. Perciò l'amore e le armi, formano un'unità che esprime una visione della vita più rinascimentale: laico, mondano ed edonistico. Angelica non ricalca più le creature stilnoviste, o della figura stilizzata di Laura, ma è una donna dalla complessa psicologia, fatta di vizi e difetti. Sebbene il nome Angelica, non designa nessun carattere aulico, ma vuole indicare il tramonto di una concezione letteraria sull'amore. L'ironia di Boiardo è l'effetto di una partecipazione che anima le sue storie. Rappresenta la simpatia dei suoi eroi, che cerca di rendere quel mondo più famigliare e simpatico anche ai lettori. LA STRUTTURA NARRATIVA E LO STILE > La trama del poema si costruisce attraverso innumerevoli fatti, personaggi e situazioni. L'affollarsi di avventure meravigliose, battaglie, duelli, incontri con mostri, giganti, fate, incantesimi, amori, è mosso da uno slancio prepotente, che nasce dal piacere assaporato di narrare una «bella istoria». In questa struttura narrativa diversi eventi, riguardanti personaggi diversi, si intrecciano fra loro. È la tecnica dell'entrelacement le vicende di un personaggio sono seguite sino ad un certo punto, poi interrotte per seguire quelle di
un altro, poi riprese e mescolate. La lingua che utilizza Boiardo è una lingua ibrida, che sul fondo letterario prende elementi fonetici, morfologici, lessicali tipicamente "padani", senza escludere latinismi colti. L'effetto è quello di una grande freschezza e immediatezza, che si intona perfettamente con lo slancio che pervade la narrazione. I CANTARI CAVALLERESCHI > I valori politico-religiosi espressi dell'epica, avevano perso la loro efficacia dal passaggio dall'età feudale a quella comunale, il racconto delle avventure di cavalieri e paladini con- tinuava a godere di una grande fortuna presso gli ambienti popolari, attraverso la recitazione dei cantari ca- vallereschi. Sono componimenti narrativi in versi (in ottave, con strofe endecasillabi, con rime ABA- BABCC), che trattano la materia carolingia o bretone. Tali componimenti vengono recitati nelle piazze da giullari, o da canterini girovaghi, e sono destinati a soddisfare le richieste di un pubblico. In essi però inizia a farsi strada il gusto per la pura avventura fine a se stessa, per il meraviglioso. Si assiste ad una fusione tra personaggi del ciclo carolingio e l'atmosfera del ciclo bretone. Acquista rilievo l'amore, l'ignoto e il comico: il giullare infatti interpreta gli eroi in chiave buffonesca. Dovendo compiacere ed avvincere un pubblico non colto, gli autori ricorrono alla ripetizione infinita di avventure, effetti di sorpresa, iperboli straordinarie, intese a sbalordire e meravigliare. Anche la metrica e lo stile sono rozzi e irregolari. LE OPERE PRINCIPALI > Di questa produzione si possono citare la Spagna in rima, che racconta la spedizione di Carlo Magno in Spagna, con la morte di Orlando a Roncisvalle; il Rinaldo da Montalbano, dove il famoso eroe, ingiustamente perseguitato dal re, e ridotto alla fame, diventando un ladro; 'Orlando, che Pulci prenderà come base per il Morgante. Infatti la materia dei cantari sarà ripresa anche successivamente da poeti colti, che riprenderanno quelle vicende dando ad esse una veste letteraria e dedicandole ad un pubblico cortigiano e di condizione elevata. Oltre a far propri personaggi, vicende, episodi interi, riproducono nuove movenze narrative, il dialogo con gli ascoltatori, il riferimento a fonti come il «libro di Turpino». LA DEGRADAZIONE DEI MODELLI > Più vicino allo spirito del cantari è il Morgante di Luigi Pulci, che riprende gli intenti giocosi e burleschi tipici della tradizione "borghese fiorentina. Oltre a rifare il verso alla materia dei canterini, Pulci si richiama alle esperienze della poesia comico-parodica, da Cecco Angiolieri al Burchiello, con il suo gusto per la deformazione caricaturale e grottesca. Il racconto delle avventure cavalleresche diventa cosi uno spazio aperto non solo al divertimento, ma anche all'insolenza e alla dissacrazione, quando il riso si trasforma in derisione. I contenuti dell'epica vengono svuotati dall'interno, ciò consente di cogliere le debolezze e i pregiudizi della mentalità dominante. LA POETICA DI ARISTOTELE > trattato contenente una riflessione sulla poesia di Aristotele, in particolare sulla tragedia; Aristotele ritiene la poesia sia imitazione della realtà e dell’agire umano e distingue le azioni compiute dagli uomini effettivamente e quelle che possono essere compiute, che ricadono nel ‘verosimile’, e se le prime si studiano in storia le seconde in poesia, che si configura come la più alta forma di conoscenza umana, in quanto il verosimile esprime l’universale, e quindi con la tragedia si trova il senso profondo ed ultimo delle cose; questa ha però anche funzione morale, perché tramite la catarsi (coinvolgimento emotivo) lo spettatore impara a controllare le passioni e riporta equilibrio nell’animo; nel 1536 la traduzione di Alessandro de’ Pazzi anima il dibattito sul principio di imitazione, grazie al quale si attribuirà valore normativo e vincolante al trattato e sarà imposta la regola delle unità aristoteliche, secondo cui una tragedia doveva concentrarsi su una sola vicenda in massimo 24 ore nello stesso luogo (unità di azione, tempo e spazio)