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Riassunto dei capitoli del Manuale di R.Luperini, P.Cataldi, L.Marchiani, F.Marchese "Il nuovo Manuale di letteratura" edito G.B. Palumbo & C. Editore relativi a Verga
Tipologia: Sintesi del corso
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La vita Giovanni Verga nacque nel 1840 a Catania da famiglia benestante e di sentimenti liberali e antiborbonici. Il padre, di origini baronali, aveva il titolo solo di cavaliere, ma vantava una certa proprietà terriera; Giovanni comunque fece i suoi primi studi in città e successivamente in un collegio di Bronte. Ebbe tra i suoi maestri lo scrittore e patriota Antonino Abate, ma negli studi non si distinse. Si iscrisse alla Facoltà di giurisprudenza senza conseguire però la laurea. Entusiasmatosi per Garibaldi, nel 1860 si arruolò nella Guardia nazionale e vi rimase quattro anni. Mortogli il padre nel ‘63, cominciò a pensare di trasferirsi sul continente. La cosa avvenne nel ‘65 quando andò a Firenze. Ivi strinse amicizia con il quasi compaesano Luigi Capuana; conobbe anche, divenendone amico, Francesco Dall’Ongaro che lo introdusse nei migliori salotti della città; frequentò in particolare quelli di Ludmilla Astings e della signora Swanzberg; amò i ritrovi alla moda e la vita mondana; conobbe Giselda Fojanesi che, benché sposata, divenne sua amante. Nel ‘72 si trasferì a Milano, vero centro della vita culturale d’Italia. Conobbe alcuni dei poeti scapigliati tra cui Boito e Praga, frequentò ancora salotti alla moda, come quello della contessa Maffei, o ritrovi di artisti, come il Caffè Biffi, visse da benestante e nel ‘77 ritrovò Capuana. Nell’ 82 fu a Parigi, ove conobbe Zola, e poi a Londra. Nel ‘92 si ritirò definitivamente a Catania dalla quale si allontanò solo in occasione di qualche breve viaggio. Riallacciò un’antica relazione con la Dina di Sordevolo, ma non la sposò. Godé della considerazione di Luigi Pirandello e di Benedetto Croce, ma preferì rimanersene solo nella sua villa di Tebidi. Nel 1920 fu nominato senatore. Morì due anni dopo nella sua città. La poetica Verga espresse la sua poetica verista in maniera poco organica in una serie di scritti. Un primo è costituito da una lettera all’amico Salvatore Paola Verdura dell’aprile del ‘78. In essa è contenuto il programma del ciclo dei vinti, ma anche l’idea dello scrittore sul verismo così espressa: “ il realismo io l’intendo così, come la schietta ed evidente manifestazione e l’osservazione coscienziosa, la sincerità dell’arte in una parola ”. Dichiarazione questa che va affiancata alla dedicatoria a Salvatore Farina della novella “L’amante di Gramigna”. Quivi lo scrittore dichiara di voler raccontare la storia presso a poco “ colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare ”. Prevede poi il trionfo del romanzo come genere letterario quando “ la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un mistero...e la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé...senza serbare alcun punto di contatto col suo autore ”. Verga dunque fece una serie di scelte per le quali lo scrittore avrebbe dovuto limitarsi a darci un ritratto oggettivo della realtà, senza intromissioni di tipo morale o ideologico e rinunciando ad abbellimenti di carattere narrativo e retorico; presentare il fatto nudo e crudo, così come fa lo scienziato quando descrive il fenomeno che osserva, senza nulla aggiungere di suo. Il problema dell’utilità dell’arte o dell’interessante, che già avevano preoccupato Manzoni, fu da lui risolto con l’affermazione, contenuta di nuovo nella dedicatoria a “L’amante di Gramigna”, che “ il semplice fatto umano farà pensare sempre ” e che trattandosi di un “ documento umano ” sarà necessariamente interessante. Se non che poi nella lettera al Verdura, annunciando il ciclo dei vinti, dichiarò di voler dare vita ad una “ fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiolo al ministro ed all’artista ed assume tutte le forme ”. A livello ideologico l’autore dunque intendeva presentarci una verità conosciuta a priori , anche se ce la prospetta come scaturente dall’osservazione dei fatti narrati. Resta comunque chiaro che anche per Verga la letteratura non potesse essere ridotta a finalità ludiche o di evasione, ma fosse qualcosa di estremamente serio ed impegnato a livello etico e sociale. Il canone dell’impersonalità dell’opera d’arte, il metodo positivo, gli servirono solo a dare carattere di maggiore credibilità al suo messaggio, a quella interpretazione della realtà che si trova alle radici della sua produzione verista. Occorre per altro dire che la dimensione del verismo fu il punto di arrivo di un lungo cammino
artistico e di una maturazione umana e culturale che portò lo scrittore a volersi allontanare da quel nascosto autobiografismo che aveva caratterizzato le opere precedenti; a volersi distaccare da quel mondo di donne frivole, lussuose e superbe; ad avvicinarsi alla filosofia positivista, dalla quale assunse il concetto di progresso, l’essenza del darwinismo, il determinismo economico, e soprattutto la visione laica ed antimetafisica dell’esistenza. Né egli poteva rimanere appagato dalla protesta antiborghese, un po’ anarchica e poco produttiva, degli amici scapigliati. Il metodo naturalista perciò fu la strada che egli imboccò come unica soluzione a tutti questi suoi problemi. Resta solo da vedere in che modo il nostro scrittore abbia ridimensionato le teorie zolaniane sul romanzo sperimentale e quelle di C. Bernard relative al determinismo sociale, ed infine, quale sia stata la tecnica narrativa alla quale pervenne. Per quanto attiene al rapporto con Zola, non poche sono le differenze che li distinguono. La prima riguarda il diverso peso che il nostro scrittore diede ai fattori della race , del milieu , e del moment che, pur presenti nelle sue opere, non ne costituiscono poi l’elemento ideologico essenziale. E’ noto infatti come Zola, nel momento in cui rivolse la sua attenzione alle classi subalterne, abbia evidenziato ciò che era patologico, rendendo macroscopici gli effetti derivanti dal vizio e le conseguenze dell’alcolismo, al punto che i suoi protagonisti sono in qualche modo anche ripugnanti; i personaggi verghiani, al contrario, rientrano nella normalità e tante volte ispirano simpatia o pietà (fatto questo dal quale occorrerebbe trarre anche considerazioni di carattere ideologico relative ai due scrittori). Diverso è anche lo status sociale dei personaggi e l’ambiente in cui si svolgono le vicende: quelli zolaniani appartengono al proletariato urbano, i verghiani invece sono contadini o pescatori; lo scrittore francese dipinge la grande metropoli, il nostro le piccole comunità paesane della Sicilia. Ma, come dicevamo, forti differenze sussistono anche a livello stilistico, avendo potuto Zola servirsi di una lingua nazionale ed avendo invece Verga dovuto creare una lingua ad hoc (adatta allo scopo). Ma qui occorre approfondire il discorso. In ogni romanzo il racconto viene condotto da un narratore; questi può essere il romanziere stesso che si pone come voce fuori campo, al di fuori della storia, estraneo ai fatti e ai personaggi (questo tipo di narratore è detto eterodiegetico); oppure può essere il protagonista che racconta vicende che egli stesso ha vissuto e che perciò conosce bene; o infine un osservatore non protagonista, ma che è collocato nel racconto ( e questo tipo di narratore è detto omodiegetico ). Nella letteratura romantica abbiamo quasi sempre un tipo di narratore eterodiegetico onnisciente (così detto perché della storia conosce tutto e di ogni personaggio il presente, il passato e il futuro). Questo tipo di narratore interviene anche nella narrazione con la sua personalità, la sua cultura, esprimendo giudizi su fatti e personaggi, può talora dare vita a divagazioni, rivolgersi direttamente al lettore. Nella narrazione poi sono sempre possibili due prospettive, e cioè quella del narratore o quella dei personaggi. Può esserci cioè una focalizzazione sul narratore o sul personaggio. Nel primo caso i fatti sono visti dall’esterno e narrati e giudicati dal punto di vista del narratore; nel secondo, invece, da quello del personaggio. Ora la caratteristica narrativa adottata da Verga verista è quella del narratore eterodiegetico e della focalizzazione interna al personaggio: la realtà è descritta in maniera impersonale ed è data così come la sente il personaggio stesso. Tutto ciò a livello stilistico provoca in Verga il ricorso alla erlebte Rede, ovvero del discorso indiretto libero. Questa tecnica fu pertanto adottata in maniera sistematica nella stesura de “I Malavoglia” consentendo allo scrittore di realizzare il voluto canone dell’impersonalità dell’opera d’arte. In questo modo si compiva, anche sul piano stilistico strutturale, la rivoluzione verghiana che sostituì al realismo classico un nuovo realismo, per cui non è più l’autore a dominare la narrazione, come nel caso di Manzoni, ma sono i personaggi stessi che, con l’intersecarsi delle singole visuali, compongono il mosaico della storia narrata. In merito Leo Spitzer^1 così scrive: “L’originalità della tecnica del Verga dei Malavoglia consiste non nell’uso dell’ erlebte Rede coltivato dai romanzieri classici italiani come da tutti i grandi romanzieri francesi dell’Ottocento, ma nella filtrazione sistematica della sua narrazione di un romanzo intero, dal primo fino all’ultimo capitolo, attraverso un coro di parlanti popolari semireale...che si aggiunge alla narrazione a mezzo di discorsi e gesti (ciò che il Russo
In “Libertà” egli racconta un episodio avvenuto nella cittadina catanese di Bronte nel 1860, durante l’azione garibaldina in Sicilia. In quell’occasione i contadini e la parte povera della popolazione, armati con gli attrezzi da lavoro, provocarono una strage tra le famiglie notabili del posto, diedero l’assalto al municipio con l’intenzione di distruggere le carte catastali e procedere ad una nuova distribuzione delle terre, così tolte ai ricchi possidenti terrieri. La notizia delle atrocità commesse si diffuse rapidamente e dopo pochi giorni vi fu la repressione: un reparto di garibaldini andato a Bronte catturò, processò sommariamente e quindi giustiziò quelli che furono individuati come i caporioni; altri contadini invece furono ammanettati ed inviati in città per subire un regolare processo. Verga dunque volle ricordare questo episodio con diverse intenzioni, ma soprattutto forse per ricavarne una lezione ed un giudizio sulla vera natura del nostro Risorgimento. La repressione ai suoi occhi era stata così rapida ed efficace, per evitare che episodi analoghi si ripetessero. Non si era trattato per lui di una punizione della violenza disordinata delle masse, ma di impedire che si avviasse un processo politico veramente rivoluzionario e democratico capace non solo di muovere contro la dominazione straniera, ma anche contro i soprusi e le ingiustizie della classe dominante dell’isola. Quest’ultima infatti meno che mai avrebbe voluto che si promovesse una qualsiasi riforma agraria per dare terre ai contadini. Dunque Verga si convinse della sostanza conservatrice delle guerre per l’unità d’Italia e diede l’avvio ad una riflessione critica sul nostro Risorgimento che trovò continuatori nell’opera di suoi conterranei come Pirandello e Tomasi di Lampedusa. Una critica indiretta nei confronti della storia d’Italia troviamo poi ne “I Malavoglia”. Da questo romanzo emergono la condanna del sistema fiscale, voluto dalla destra storica, che produsse tra le altre tasse quella odiosa ed odiatissima sul macinato, nonché la critica per l’estensione del servizio di leva obbligatorio a tutto il territorio del regno. La storia delle disgrazie della famiglia dei Malavoglia iniziano infatti proprio quando parte per il servizio di leva un suo membro ed essa si trova con due braccia in meno per tirare avanti. L’autore denuncia poi la lontananza dello Stato dalla povera gente la quale, per altro, non si identifica in esso e se ne sente lontana: il Re non lo hanno mai visto, lo immaginano ricchissimo, ma anche ladro, visto che ruba i loro figli proprio quando sono cresciuti. Probabilmente non c’è da parte di Verga una volontà di criticare personalmente i Savoia, bensì quella di denunciare una situazione e basta. Elementi dell’ideologia verghiana dicevamo all’inizio si trovano poi anche nel dramma “Dal tuo al mio”. Qui si narra la vicenda di un giovane, di nome Luciano, ingegnere minerario che si trova a lottare contro la proprietà assieme ai minatori per difendere i diritti di tutti. La lotta ha già portato gli operai allo sciopero, ma, non trovando giuste risposte, si avvia al rischio di uno scontro fisico. Nel frattempo però Luciano ha allacciato una relazione con una delle figlie del proprietario della miniera, pensa anzi di sposarla presto. Finisce così per sentirsi egli stesso comproprietario e quando gli operai avanzeranno minacciosi contro la casa del padrone, finirà con l’entrare in quella schierandosi contro di loro per difenderla. Dunque il nostro ingegnere tradisce, per interessi personali, la causa per la quale fino a poco tempo prima aveva combattuto rinnegando tutti i suoi compagni di lotta. Un voltagabbana! Il significato politico-ideologico di questo dramma è evidente: a muovere gli individui non sono gli ideali, bensì gli interessi personali: finché Luciano si è sentito un lavoratore dipendente, si è anche battuto per la causa degli operai, ma nel momento in cui non si è più identificato con essi, è passato dall’altra parte della barricata. Questo doveva dunque sembrare agli occhi di Verga la lotta politica: un contrastarsi di interessi mascherati di idealità. Il dramma fu criticato negativamente da una certa cultura di sinistra del tempo, ma l’autore a sua difesa ebbe a dichiarare che i Luciano non se li era inventati lui. La critica marxista posteriore di rimando ha qualificato Verga come un conservatore, etichettandolo come un intellettuale di origine agraria, organico ad un blocco agrario-conservatore egemone in area meridionale. Altra opera di contenuto in qualche modo politico è la novella “L’amante di Gramigna”. E’ quest’ultimo un disperato che vive di rapine, un solitario brigante intorno al quale è nata una leggenda tra il popolo che ne ammira il coraggio e l’astuzia con la quale ha per tanto tempo giocato le forze di polizia che lo ricercavano per catturarlo. Un giorno così succede che la Peppa, una ragazza di un paese del territorio battuto dal brigante, si innamora di lui al punto che rifiuta un suo pretendente. Ma Gramigna è sempre più braccato dalle truppe inviategli contro e quando la Peppa
viene a sapere che è stato avvistato in un terreno poco lontano dal suo paese, decide di raggiungerlo. Accettata dal brigante, ne diviene l’obbediente e servizievole amante, rimanendogli vicino sino al momento della cattura, anzi lo segue sino alla città dove viene condotto in carcere. Partorito un figlio frutto di quella relazione, continuerà poi a vivere nelle prossimità del carcere stesso, ormai da tutti conosciuta come “l’amante di Gramigna”. Con questo lavoro è evidente l’intenzione dell’autore di entrare nel problema del brigantaggio meridionale. Come si ricorderà il problema era gravissimo. Bande di briganti infestavano la Calabria, gli Abruzzi, la Campania, le Puglie, la Basilicata. Feroci e sanguinari, essi vivevano di rapine e di sequestri di persona, bersagliando i ricchi proprietari terrieri. Tristemente famosi divennero i briganti Ninco Nanco, Carmine Crocco, Camillo Colafella, Luigi Alonzi detto Chiavone, Domenico Coja detto Centrillo. Il fenomeno del brigantaggio era quanto mai complesso e presto su di esso si innestarono le speranze di una restaurazione borbonica, tanto che i fautori di un ritorno del Re Francesco II riuscirono anche a coinvolgere le masse contadine in una guerra in verità senza speranze. Il governo comunque, dopo vani tentativi di contenimento del fenomeno, alla fine decise di risolvere il problema ricorrendo all’esercito regolare. Fu così emanata la legge Pica che diede mano libera ai militari che, guidati dal generale Pinelli e dal generale Morozzo della Rocca, risolsero il problema operando con molta energia e forse con pochi scrupoli, procedendo ad indiscriminate esecuzioni. Comunque sia Verga volle dare una sua interpretazione del fenomeno da una parte presentando Gramigna come un isolato diseredato non sfornito di umanità e quasi costretto al brigantaggio dalla sua povertà, dall’altra facendo dei briganti degli uomini non odiati dalle popolazioni, o comunque della parte povera di esse, forse proprio per quel loro saper tenere in scacco lo Stato, comune nemico. Occorre infine fare riferimento alla novella “Rosso malpelo” nella quale lo scrittore presenta un problema sociale non di poco peso come era quello del lavoro infantile. Questo, a quel tempo, non solo era una forma di sfruttamento immorale, ma provocava anche, in ragazzi mal nutriti, malformazioni destinate ad aver peso su tutta la loro vita. Un’apertura dello scrittore su specifici problemi sociali era già comparsa in “Nedda” con la descrizione dell’ambiente di lavoro delle raccoglitrici di olive e il trattamento che ad esse veniva riservato in rapporto alla forza lavoro prestata, per cui una donna incinta vedeva prima ridotta la sua paga e poi veniva licenziata. Con Rosso comunque quella che ci viene presentata è la realtà, abbastanza diffusa nella Sicilia del tempo, dei carusi (venivano così chiamati i ragazzini salariati delle cave, delle solfare ecc.) i quali, appartenenti quasi sempre a famiglie assai numerose e poverissime, lavoravano nelle peggiori condizioni ricevendo una paga appena sufficiente a sfamarli. Verga pertanto sollevò un problema che anche la nostra Repubblica, a distanza di cento anni, ha risolto solo sul piano legislativo. Oggi infatti non è più possibile assumere ragazzi al di sotto di una certa età, che è quella dell’obbligo scolastico, ma tutti sanno che forte è in certe aree geografiche l’evasione di tale obbligo e che molti ragazzi, non seguiti dalle famiglie, finiscono poi col cadere tra le maglie delle reti tese dalla malavita organizzata che li sfrutta peggio ancora. A questo punto potremmo chiederci come mai Verga, che vedeva queste cose e le condannava, non abbia mai fatto politica in senso stretto né si sia mai associato ad organizzazioni partitiche ed anzi i partiti abbia molto criticato. La risposta non può che venire dalla considerazione sia del carattere aristocratico dello scrittore, sia dal suo scetticismo di fondo nei confronti delle ideologie politiche. Il primo lo portava infatti ad isolarsi sempre di più, il secondo ad assumere un atteggiamento quasi canzonatorio nei confronti di ogni militanza politica. I primi romanzi Verga esordì con tre romanzi, “Amore e patria”, “I carbonari della montagna”, “Sulle lagune”, ispirati da un certo patriottismo e costruiti secondo la formula del romanzo storico manzoniano, consistente nell’inquadrare qualche vicenda sentimentale in un preciso quadro storico che, per il primo lavoro citato, è quello della guerra di indipendenza americana, per il secondo, quello della insurrezione della Calabria contro i Francesi di G. Murat, e per il terzo infine, quello delle guerre
stato non le consente più di lavorare come tutte le altre braccianti, finisce con l’essere mandata via. Rimane dunque senza lavoro, le nasce una bambina, ma nell’estrema indigenza in cui versa, non può nutrirla, non avendo latte nel suo seno. Vede così morire di inedia, tra le sue braccia, anche la sua creaturina. La storia, come certamente si intende, è fortemente patetica. Sulla povera Nedda sembra volersi accanire un destino malvagio e perverso al quale per altro la poveretta sembra rassegnata, non protestando mai per quello che le accade e piegandosi sempre con umiltà. Ma, dicevamo, questa novella segnò una svolta. Lo scrittore infatti con questa narrazione ci porta nella sua Sicilia; da sfondo alla vicenda non c’è più una grande città, bensì una realtà paesana e contadina; protagonista è non più una donna fatale, di alto lignaggio, ricca e che viva nel lusso, bensì un’umile contadina, povera di una povertà estrema circondata da persone altrettanto misere. Non una donna corrotta, lussuriosa o perversa, ma una fanciulla che solo per amore commette un peccato che le sarà fatale. Tutto quindi parrebbe cambiato rispetto ai romanzi del periodo milanese. Sennonché poi ci accorgiamo che certi caratteri dell’arte verghiana sussistono ancora. Scrive A. Marchese^2 : “ Nedda non inaugura un nuovo stile e una nuova visione del mondo, ma è piuttosto una fortunata incursione in un continente ancora vergine, e a suo modo esotico per il lettore settentrionale, in una prospettiva ideologica non diversa da quella di Eva , ben lontana quindi da un irreversibile distacco dal mondo alto-borghese degli amori di lusso e addirittura come una conversione morale”. Lo scrittore non ha poi ancora fatto del tutto sua la poetica dell’impersonalità dell’opera d’arte, talora infatti cerca di intromettersi nella narrazione talaltra fa ancora ricorso a qualche aggettivo etico. Egli continua ad essere il narratore onnisciente dei romanzi precedenti, è tuttavia entrato in un nuovo mondo. Le novelle di “Vita dei Campi” e il passaggio al Verismo La svolta in senso verista si determinò invece con la raccolta di novelle intitolata “Vita dei campi” che è del 1880. Ne fanno parte “Fantasticheria”, “Cavalleria rusticana”, “Jeli il pastore”, “La lupa”, “Rosso malpelo”, “L’amante di Gramigna” “Guerra di Santi”, “Pentolaccia”. Nella dedica a Salvatore Farina, Verga espone il canone stilistico da lui seguito nella narrazione. “ Il racconto - egli dice- sarà brevissimo e di essere storico, un documento umano, una storia che racconterò così come l’ho raccolta per i viottoli dei campi e press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare”. Ora questi racconti sono tutti ambientati in Sicilia. L’isola è presente non solo con le sue piane assolate, i suoi agrumeti, i fichidindia e i campi coltivati, ma anche con le sue ferree convenzioni moralistiche, con la sua struttura sociale fortemente classista, con l’arretratezza culturale e la miseria economica delle sue plebi. Il mondo che vi si descrive appare dominato più dalle passioni che dalla ragione, da un’ impulsività non controllata e da una propensione alla violenza. Così al calore del sole che scalda quelle terre, corrisponde il calore del sangue nelle vene che spinge Jeli all’omicidio del signorino, il povero Nanni a quello della Lupa, Alfio a quello di compare Turiddu. Ma ciò che qui maggiormente importa rilevare è il mutamento di carattere stilistico. L’autore ne è ben cosciente e lo spiega nella prefazione a “L’amante di Gramigna” ove esprime in maniera esplicita la sua nuova poetica, il canone dell’impersonalità dell’opera d’arte, il valore del semplice fatto umano narrato, la convinzione del prossimo trionfo del romanzo come genere letterario. E’ evidente leggendo certe affermazioni il legame con il Naturalismo, ma da quello Verga non derivò una globale visione del mondo, ma solo alcuni principi di metodo che gli consentirono un approccio più corretto e più scientifico alla realtà. Appartiene a questa raccolta anche “Fantasticheria” importante perché preannuncia il romanzo “I Malavoglia” e quell’ideale dell’ostrica che ne è alla base. Ma la spiegazione del ciclo dei vinti la ritroviamo soprattutto in una lettera che nel 1878 lo scrittore indirizzò all’amico Salvatore Paola Verdura. Apprendiamo così che l’autore aveva intenzione di scrivere ben cinque romanzi per i quali aveva pensato già sia il contenuto a grandi linee, sia i titoli da dare. Essi sarebbero stati: “Padron ‘Ntoni”, “Mastro don Gesualdo”, “La duchessa di Gargantàs”, “L’Onorevole Scipioni”, “L’uomo di lusso”. Avrebbero poi avuto il titolo generale di “La marea”
Il progetto era quello di passare attraverso tutte le classi sociali per vedere come a ciascuna di esse corrisponda un’ambizione, come ognuno tenti di realizzare il suo scopo ma come tutti miseramente falliscano. Lo scrittore pertanto scriveva così: “ Ho in mente un lavoro che mi sembra assai bello e grande. Una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiolo al ministro e all’artista ed assume tutte le forme dell’ambizione, dell’avidità di guadagno...Ciascun romanzo avrà una fisionomia speciale resa coi mezzi adatti. Il realismo io lo intendo così, come la schietta ed evidente manifestazione e l’osservazione coscienziosa, la sincerità dell’arte in una parola: potrà rendere un lato della fisionomia italiana moderna, a partire dalle classi infime dove la lotta è limitata al pane quotidiano, come nel Padron ‘Ntoni, e a finire nelle varie aspirazioni dell’avidità dell’uomo di lusso passando per le avidità basse e le vanità del Mastro don Gesualdo, rappresentante della vita di provincia ”. Proposito ribadito l’anno successivo nella novella “Fantasticheria”. Nella prefazione a “I Malavoglia” infine è ripetuta l’intenzione di scrivere un ciclo di cinque romanzi che assunsero i titoli definitivi di “I Malavoglia”, ”Mastro don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni”, “L’uomo di lusso”. Il titolo generale divenuto “I vinti” si spiega, oltre a quello che abbiamo già detto prima, in rapporto all’idea che lo scrittore ebbe del progresso. Questo è paragonato ad una fiumana determinata dalle passioni umane che nascono dalla ricerca del meglio, da cui l’uomo è sempre travagliato. Sennonché poi queste passioni cozzano tra loro travolgendo i singoli. Ognuno, dal più umile al più elevato, ha una sua parte nella lotta per l’esistenza. In questa solo pochi prevarranno, i più saranno invece vinti. La corrente del progresso, come un fiume in piena, dopo averli travolti ed annegati li depositerà sulla riva. Ma i vincitori, avidi, non curanti dei vinti che levano le braccia disperati nel chiedere aiuto, saranno a loro volta sorpassati domani, a loro volta calpestati e sopraffatti. Verga poi spiega che la materia dei romanzi sarà così organizzata: ne “I Malavoglia” sarà dipinta la lotta per il superamento dei bisogni primari. Soddisfatti questi la ricerca diviene avidità di ricchezze e si incarnerà in un tipo borghese, “Mastro don Gesualdo”; poi diverrà vanità aristocratica nella “La duchessa di Leyra”; ambizione di potere ne “L’Onorevole Scipioni”, ed infine vi sarà “L’uomo di lusso” che riunisce tutte queste bramosie. Ora questo passaggio al Verismo è stato dalla critica diversamente motivato, ma più valide ci sembrano le osservazioni di N. Sapegno^3 che scrive: “E’ lecito supporre che alle radici della conversione letteraria si nascondesse una crisi semplicemente umana, di stanchezza e quasi di nausea nei confronti di quella società di ricchi mondani, di gaudenti, di spostati, di femmine oziose e frivole, che era stato fino allora il mondo di Verga...egli si accostava alla materia nuova, degli umili e casalinghi affetti, con l’atteggiamento dell’uomo di mondo che ha vuotato sino in fondo il calice di un’esistenza sterile e viziata, e se n’è distolto alla fine con ripugnanza...”. Per quanto poi riguarda la forma lo scrittore passò attraverso esperienze diverse scegliendo di volta in volta la tecnica narrativa, ma lasciando sempre intravedere una certa sua tendenza alla narrazione oggettiva. Secondo N. Sapegno^4 la storia dell’arte verghiana è infatti anche quella del suo progressivo distaccarsi dall’autobiografismo dei primi romanzi sino al raggiungimento del canone dell’impersonalità dell’opera d’arte: “La conversione e l’inizio dell’arte grande di Verga nacque da una reazione intima contro questo fervore giovanile, donde la dottrina dell’impersonalità, che era in sostanza un ripudio dell’autobiografismo...”. I Malavoglia “ I Malavoglia” furono dunque il primo romanzo del ciclo dei vinti, pubblicato nel 1881. La vicenda è quella della famiglia Toscano di Aci Trezza cui è stato dato il soprannome di Malavoglia. Essa è costituita dal vecchio padron ‘Ntoni, dal figlio Bastianazzo, la nuora Maruzza detta la Longa, i nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Proprietari di una imbarcazione (la Provvidenza) essi vivono tutti insieme in una stessa abitazione (la casa del nespolo) del loro lavoro di pescatori. Nel romanzo la narrazione della loro storia comincia quando, partito per adempiere agli obblighi di leva il giovane ‘Ntoni e rimasto l’equipaggio della Provvidenza con un marinaio in meno, il vecchio tenta un affare. Egli compra a credito una partita di lupini per andarla a rivendere a Riposto, un altro paese del catanese. Imbarcato il carico Bastianazzo si mette in mare ma còlto da
loro caratteri genetici ai generati. Ora molti sociologi si convinsero che tale legge valesse anche per la società umana, nacque così quel filone di pensiero che si denomina appunto del darwinismo sociale. A quelle convinzioni finì con l’aderire anche Verga, persuasosi che nella vita degli uomini si realizzi una feroce lotta per la sopravvivenza non diversa da quella del mondo animale e per la quale solo i più forti riescono ad avere ragione, ma passando sopra i cadaveri dei più deboli. Da un punto di vista artistico la struttura del romanzo è per così dire bipolare. Popolato da molti personaggi, essi possono essere divisi in due gruppi: da una parte stanno i Malavoglia e pochi altri, dall’altra tutta la comunità del paese; i primi sono caratterizzati dal loro attaccamento ai valori della società rurale, i secondi appaiono invece spregiudicati, mossi dal solo interesse economico, insensibili nei riguardi dei problemi altrui. Nella narrazione pertanto si alternano due punti di vista opposti, quello nobile e disinteressato dei Malavoglia e quello meschino degli altri abitanti del paese. Così i valori di altruismo, onestà, spontaneità, disinteresse portati dai Malavoglia, agli occhi degli altri paesani appaiono strani. Si assiste allora ad uno straniamento di quei valori e alla denuncia della loro non praticabilità in un mondo dove regna e continuamente si manifesta la lotta per la sopravvivenza. Le Novelle rusticane A “I Malavoglia” seguirono nel 1883 le “Novelle rusticane”. Sono tra queste “La roba”, “Libertà”, “Pane nero”. Comincia a farsi strada con esse il nuovo mito verghiano, quello della roba, di cui il migliore esempio narrativo è appunto la novella “La roba”. Protagonista ne è un certo Mazzarò, persona di umili origini, ma con la testa come un brillante. Lavoratore infaticabile, che non ha conosciuto riposo, che nulla mai si è concesso di divertimento, e non solo di superfluo, ma neppure di non strettamente necessario, uno insomma che ha sempre soltanto lavorato sodo. Con il suo lavoro e con la sua intelligenza Mazzarò ha potuto accumulare una grande ricchezza che ha poi tradotto nell’acquisto di terreni e altri beni immobili. Giunto però alla vecchiaia ed appressandosi la morte egli si rammarica del fatto che dovrà tutto lasciare sulla terra e allora grida: “ Roba mia, vientene con me!”. I temi che ricorrono costantemente nella novella sono per altro l’ammirazione per la potenza dell’accumulo capitalistico, le virtù eroiche del protagonista, il tendere verso qualcosa che sta sempre più in là della meta raggiunta. E’ un anticipo della tematica fondamentale del “Don Gesualdo”. Con la differenza che Mazzarò risente ancora di certi personaggi letterari, come ad esempio l’avaro di Molière. A scanso di equivoci diciamo subito che l’autore non condivideva affatto le scelte di un Mazzarò e anzi vuole farcene cogliere tutta l’assurdità e l’aspetto non umano. La novella perciò non propone un ideale di vita, bensì costituisce una denuncia. Il Mastro don Gesualdo Il romanzo successivo fu il “Mastro don Gesualdo”. Pubblicato prima a puntate, su “Nuova Antologia”, poi come libro nell’ 89, esso segnò anche un certo incupirsi del pessimismo verghiano. La vicenda infatti si può così riassumere: Gesualdo Motta è un umile manovale che con il suo lavoro, la sua intelligenza ma anche il suo cinismo, è riuscito a costruire, poco a poco, una fortuna economica ma che poi, desiderando anche una promozione sociale, sposa Bianca Trao, una nobile decaduta, e non solo economicamente, per entrare a far parte dell’aristocrazia nobiliare. Il matrimonio di Gesualdo si rivela presto però un fallimento sul piano affettivo, su quello economico ed infine anche a livello delle ambizioni dell’uomo. Sul piano affettivo, perché la moglie si dimostrerà incapace di amarlo; la figlia Isabella, non sua, pur non conoscendo la sua vera paternità, lo sentirà sempre come un estraneo del quale si vergogna, rimanendo sempre evidente la vera estrazione sociale di Gesualdo, che si manifesta a cominciare da quelle sue mani da manovale; la sua famiglia di provenienza infine, cercherà sempre di contrastarlo e di sfruttarlo. Sul piano economico, perché quel matrimonio non solo segnerà la fine del processo di accumulo di ricchezza, ma il patrimonio di Gesualdo comincerà anche a sgretolarsi a causa delle molte spese per sostenere prima l’educazione e poi il matrimonio della figlia. Questa infatti, dopo una relazione con il cugino Corrado, sposerà il nobile Alvaro Filippo Maria Gargantas di Leyra, uno scapestrato che darà fondo a tutta la dote portata dalla moglie e che attende la morte del suocero per ereditarne gli averi. Sul
piano delle ambizioni infine, perché Gesualdo non sarà mai accettato dai parenti della moglie e accolto tra la nobiltà locale, mentre i suoi familiari, congiunti ed ex pari, sentendosi traditi e quasi rinnegati da quel matrimonio, lo abbandoneranno. Gesualdo Motta così appare il vinto per eccellenza e la sua sconfitta è ancor più cocente in quanto interviene dopo che egli sembrava aver conseguito il massimo successo avendo accumulato con i suoi sacrifici, la sua indomita volontà, la sua furbizia, un notevole patrimonio. Frutto pertanto di questa sua ambizione è un’amara solitudine che lo ha accompagnato nel tempo della lotta e del successo e che lo accompagna ancora nel momento della sconfitta e della morte quando ormai vecchio e malato, dopo essere sfuggito ai moti rivoluzionari del ‘48, si rifugia nel palazzo del genero a Palermo ove, relegato in una camera nella quale anche la servitù entra mal volentieri avendo capito le umili origini del vecchio, trapassa all’altra vita senza l’assistenza di alcuno. Anche col “Gesualdo” dunque Verga dimostra come vera la legge enunciata per “I Malavoglia” dove qui lo scoglio dal quale l’ostrica non si può staccare è costituito dalla classe sociale di appartenenza. Ma il “Gesualdo” è anche il romanzo del determinismo economico. L’autore voleva infatti dimostrare che è in primis il movente economico quello che determina tutte le azioni umane e che, pur di conseguire la ricchezza e soddisfare le proprie ambizioni, gli uomini sono pronti non solo a fare il male, a passare sopra la testa dei loro simili, a calpestarli senza pietà, ma anche a rinunciare ai più puri affetti. Il prezzo che si paga però è poi altissimo e Gesualdo lo paga soprattutto in termini affettivi quando rinuncia all’amore per la serva Diodata che gli ha dato due figli e che sola sarà capace di stargli vicino in ogni occasione, senza nulla chiedere mai per sé. La storia di Gesualdo Motta pertanto che da “mastro” vuole diventare “don”, titolo riservato ai notabili, ma che sarà chiamato invece mastro-don, a significare l’impossibilità di cancellazione di quel mastro originario che indica la sua estrazione sociale plebea e il ceto operaio di appartenenza, è di una negatività assoluta. Ogni ideale umano si rivela un’illusione. Così dei tre miti verghiani (l’amore, la famiglia, la roba) nessuno più sopravvive. E se ne “I Malavoglia” permaneva uno spiraglio di speranza nella possibilità di arresto alle soglie del mondo contadino della mentalità capitalistico-imprenditoriale, tutta basata sulla logica del profitto e dell’accumulo di capitale e che sovvertiva tutti i valori di un mondo arcaico ma genuino ( Alessi infatti rimane nel suo paese e con la tenacia del suo lavoro riesce a riscattare la casa del nespolo ), ora ormai nel nostro scrittore è spenta ogni speranza ed egli registra l’avvenuta trasformazione anche di quella società paesana alla quale non può più guardare neppure nostalgicamente. Dal punto di vista narrativo il “Gesualdo” ha di nuovo al centro una figura protagonista intorno alla quale ruotano tutte le altre. A questa centralità dell’eroe, per così dire, si adegua anche il procedimento narrativo, focalizzato quasi sempre sul protagonista per cui il punto di osservazione dei fatti coincide con la visione che egli ne ha. Scompare poi nel romanzo la contrapposizione tra personaggi depositari di valori e quanti quei valori non solo non condividono ma neppure capiscono. Il conflitto passa all’interno di un unico personaggio. Gesualdo infatti, pur dedicando tutte le sue energie all’accumulo della ricchezza, della “roba”, sente poi la necessità di certi valori, avverte la sostanza inautentica di quel modo di vivere, ma non riesce a rinnegare quei valori né a liberarsi da quel demone che lo affatica e lo affanna per la sua roba. La fine del ciclo Il terzo romanzo “La duchessa di Leyra” fu solo iniziato. Probabilmente l’autore non concluse il ciclo dei vinti come aveva programmato per diversi motivi: il primo di natura interiore, a causa cioè del suo progressivo incupirsi accompagnato da una perdita di fiducia forse anche per la letteratura; il secondo di natura letteraria, il Verismo infatti egli comprese che aveva fatto il suo tempo, aveva perso di attualità e ormai erano uscite le opere di D’Annunzio; il terzo infine di natura tecnica, consistente nelle difficoltà creative che lo mettevano in crisi. Ora è stato affermato che l’opera verghiana può considerarsi come uno sviluppo del realismo manzoniano. L’autore lombardo infatti aveva già postulato l’esigenza di un’ arte che avesse per oggetto il vero ed aveva poi portato la sua attenzione, scrivendo il romanzo, sugli umili facendoli anzi protagonisti della sua narrazione. Questo accostamento però pare piuttosto azzardato, considerate le diversità ideologiche ed artistiche
con un pubblico di contadinacci ignoranti e avari, per il quale recita farsescamente la storia di paladini. Dietro il riso scettico dell’ultimo Verga pare di poter leggere una sorta di conclusiva dissacrazione dei grandi miti del suo universo romanzesco, primo fra tutti quello dell’amore.