Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Voci: accesso, multidimensionalità e valutazione, Schemi e mappe concettuali di Metodi E Tecniche Del Servizio Sociale

Le 3 voci del servizio sociale

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

Caricato il 02/04/2026

beatrice-colapietro
beatrice-colapietro 🇮🇹

1 documento

1 / 15

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
pf3
pf4
pf5
pf9
pfa
pfd
pfe
pff

Anteprima parziale del testo

Scarica Voci: accesso, multidimensionalità e valutazione e più Schemi e mappe concettuali in PDF di Metodi E Tecniche Del Servizio Sociale solo su Docsity!

ACCESSO Premessa: l’ Accesso ai servizi è strettamente legato al modello di politica sociale adottato; nel modello residuale l’accesso è limitato, temporaneo e di emergenza (lo stato interviene ex post, solo quando il problema è già grave). Nel modello meritocratico-particolaristico l’accesso si basa sul merito o su requisiti specifici; nel modello istituzionale-redistributivo l’accesso è universalistico (i servizi sono forniti in base al bisogno, perché il welfare ha un ruolo sociale nella società). In Italia la legge 328/2000 sancisce il diritto universale di Accesso ai servizi sociali come diritto di cittadinanza, soprattutto per le persone più svantaggiate. Per essere reale l’accesso deve avvenire tramite -collaborazione tra attori sociali, -cittadinanza attiva, -partecipazione e -promozione dei diritti. Definizione: il termine deriva dal latino “accedere=andare verso”. In senso sociale significa: -possibilità di entrare, -potere di partecipare, -possibilità concreta di soddisfare i propri bisogni. L’accesso può essere -limitato (servizi per emergenze e disagio grave-bassa soglia); -esteso (rete di servizi per tutti, differenziata per bisogni e condizioni economiche). Due dimensioni fondamentali: ACCESSO SOGGETTIVO (libertà dell’individuo di agire o non agire in base a motivazioni e obiettivi personali), ACCESSO OGGETTIVO (dipende dalle condizioni strutturali- organizzazione dei servizi, norme, territorio). Accesso= risultato dell’interazione tra persona e contesto sociale; cambia nel tempo in base al livello di partecipazione riconosciuta ai cittadini. Cenni storici, evoluzione del concetto: anni 50/60 (welfare assistenziale-paradigma del cittadino assistito. Il cittadino è visto come bisognoso e destinatario passivo di aiuti). Anni 70/80 (affermazione del welfare universalistico—nasce il cittadino utente. L’accesso è un diritto legato al territorio). Anni 90 (emergere della società civile e del welfare mix. Lo stato assume ruolo più regolativo che gestionale. Nasce il cittadino cliente, con maggiore autodeterminazione e pluralità di servizi —quasi mercato—. Evoluzione finale— cittadino partecipe, non solo destinatario, ma soggetto attivo delle politiche sociali. Partecipare=prendere parte alle decisioni pubbliche, non solo ricevere servizi). L’accesso è visto come: -partecipazione a più livelli (micro, meso, macro), - coinvolgimento nei processi decisionali che hanno effetti sulla comunità, - costruzione condivisa del significato dell’agire sociale. Riferimenti normativi: l’accesso è un principio fondamentale della Pubblica Amministrazione, per garantire partecipazione, trasparenza e imparzialità. Fondamentale è l’accesso all’informazione, per evitare che i cittadini più fragili rinuncino ai servizi a causa di barriere burocratiche. Norme principali: legge 142/1990 (diritto di accesso agli atti), legge 241/1990 (modificata dalla 15/2005), legge 150/2000 (istituzione dell'URP), norme su privacy e dati personali (D. Lgs 196/2003, DPR (184/2006). Dibattito annuale: oggi il welfare mostra percorsi di accesso sempre più complessi, rischio che il cittadino diventi solo cliente di prestazioni e persone vulnerabili faticano di più ad accedere ai servizi. Per questo è centrale il segretariato sociale come primo punto di contatto, spazio relazionale e strumento di orientamento e tutela del diritto di accesso. VALUTAZIONE DEI SERVIZI Premessa: la valutazione nelle politiche sociali in Italia è un ambito relativamente recente: viene introdotta già negli anni 80 ma assume un ruolo centrale solo dalla fine del 900, anche grazie alla legge 328/2000 e alle leggi regionali. La valutazione è strettamente collegata a -programmazione e - partecipazione. Nel campo sociale esistono però diverse concezioni di valutazione: -valutazione dei casi (riguarda il singolo utente, è competenza dell’operatore sociale); -valutazione di interventi, servizi e politiche (riguarda azioni collettive e sistemi, è compito del valutatore vero e proprio). Valutazione, qualità, accreditamento e certificazione sono concetti collegati ma diversi: -valutazione—attenzione ai risultati, -qualità attenzione ai processi, -accreditamento e certificazione—attenzione a strutture e servizi. Il rischio evidenziato dall’autore è una valutazione burocratica, ridotta a controllo di procedure e standard, anziché: riflessione sugli esiti reali dei servizi, miglioramento delle politiche e rafforzamento del ruolo dei cittadini. funzione di Learning ma l’accountability resta necessaria, comporta il rischio di trasformare le sedi decisionali in spazi negoziali. Si ha un cambiamento nei modelli di programmazione, si passa dalla razionalità sinottica. Obiettivi definiti a monte, alla razionalità processuale, obiettivi che si definiscono progressivamente. Questo implica che il modo in cui leggiamo la realtà influisce sulla progettazione e le soluzioni adottate influenzino la definizione dei problemi. In questi contesti, i programmi tendono a concentrarsi maggiormente sull’analisi dei bisogni e sulla definizione delle soluzioni proposte piuttosto i meccanismi che li attuano. A volte gli interventi sociali non sono completamente spiegati o chiariti in quanto incorporati nel lavoro degli operatori; in poche parole, la logica che sottende l’intervento non sempre viene dettagliatamente spiegata ma è evidente nei comportamenti degli operatori. Le politiche sociali sembrano dare maggiore importanza alla valutazione dei processi e delle strutture rispetto alla valutazione dei risultati concreti. Questo accade perché gli operatori sociali si concentrano sulle procedure e sulle modalità e non sui risultati finali che dipendono spesso da interazioni complesse tra professionisti e utenti, e questo rende la misurazione dei risultati più difficili. Il concetto di “valutazione del processo di aiuto” si concentra su come i decisori e gli operatori sociali utilizzano le procedure per porsi le giuste domande e costruire risposte adeguate a volte in collaborazione con gli stessi attori coinvolti, questo suggerisce che la valutazione non è solo un’attività esterna ma un processo che coinvolge utenti e professionisti nella sua realizzazione, diventando quindi un’attività dinamica e partecipativa in cui tutte le parti coinvolte sono invitate a riflettere insieme sulle modalità di attuazione e sugli obiettivi del servizio. VALUTAZIONE NEL PROCESSO D’AIUTO PREMESSA: la valutazione è un processo intrinseco all’essere umano: ogni persona, nel rapporto con la realtà, attribuisce significati agli stimoli che percepisce. Questo processo è inevitabilmente caratterizzato da una forte soggettività, poiché dipende dalle categorie interpretative, dai valori e dall’esperienza di chi valuta. Nel servizio sociale la valutazione non può però restare un atto spontaneo o intuitivo: deve essere contestualizzata nella dimensione professionale, cioè - collegata alle finalità del servizio sociale, -coerente con il mandato sociale e istituzionale, -ancorata ai principi e ai valori professionali. All’assistente sociale è quindi richiesto di formulare una valutazione: -teoricamente fondata, ossia aderente a un orientamento teorico esplicitamente scelto, - operativamente orientata, cioè finalizzata alla costruzione di un progetto personalizzato, -centrata sull’utente, per rispondere al problema così come viene presentato e vissuto dalla persona. La valutazione non è dunque fine a se stessa, ma è funzionale alla presa in carico e alla progettazione dell’intervento. DEFINIZIONE: dal punto di vista etimologico, il termine latino valuto significa “dare valore”. Nel servizio sociale, questo “dare valore” riguarda le informazioni raccolte sulla situazione dell’utente. La valutazione è una fase del processo metodologico del servizio sociale, collocata: -dopo l’analisi della situazione e -prima della definizione del progetto di intervento. In questa fase -le informazioni raccolte sulla persona e sul contesto vengono messe in relazione, -si costruisce un quadro complessivo che permette di individuare le aree problematiche, le risorse disponibili, le modalità di funzionamento della persona e del sistema e le possibilità di cambiamento. A partire da questo quadro, insieme all’utente, si individuano gli obiettivi che costituiranno la base del progetto di intervento. Terminologia= nel contesto italiano, il termine “valutazione” viene utilizzato in modo ampio per indicare: la fase valutativa vera e propria, la valutazione di processo e la valutazione di esito. Nella terminologia anglosassone, invece, si usano i termini di assessment cioè la valutazione iniziale e evaluation cioè valutazione degli esiti. È inoltre importante distinguere la valutazione dalla verifica in itinere, che serve a controllare se ciò che è stato progettato si sta realizzando con le modalità previste e se sta producendo gli effetti attesi. Anche se il processo metodologico del servizio sociale si sviluppa in modo non lineare ma circolare (a spirale)- in cui raccolta dati, valutazione, progettazione e verifica si intrecciano-, è comunque fondamentale individuare Contributi teorici principali: -Ferrario (1996), nel modello unitario centrato sul compito, concepisce la valutazione come strumento per individuare il campo/ambito di intervento, attraverso una prospettiva ecologica che bilancia risorse, competenze, motivazioni e vincoli, nel rapporto persona-ambiente. -Lerma (1992), nell’approccio sistemico, considera la valutazione fondamentale per comprendere il funzionamento del sistema utente, in vista dell’elaborazione del progetto; -Campanini (2002) sottolinea l’importanza di cogliere gli elementi relazionali che collegano problemi individuali a dinamiche sociali più ampie, evitando approcci esclusivamente individualizzanti o interventi focalizzati solo sull’azione sociale. Un punto condiviso da tutti gli autori è la centralità della condivisione della valutazione con l’utente, riconosciuta come passaggio etico e metodologico fondamentale. DIBATTITO ANNUALE, ASPETTI CRITICI E PROSPETTIVE: un aspetto critico della valutazione è la sua inevitabile dimensione soggettiva: nella costruzione della valutazione entrano in gioco le premesse mentali dell’assistente sociale, inclusi stereotipi, pregiudizi e rappresentazioni implicite. Il rischio è la formulazione di giudizi sulla persona, anziché valutazioni professionali sulla situazione. Per evitare questo rischio è necessario che l’assistente sociale -sviluppi una consapevolezza riflessiva di sé » -possieda un solido ancoraggio teorico e -renda espliciti i criteri valutativi adottati. Solo così la valutazione può mantenere il suo carattere di strumento rofessionale rigoroso, orientato all’aiuto e rispettoso della persona. P , Il servizio sociale ha da sempre avuto uno scarso investimento teorico e metodologico nell’individuazione delle variabili significative e degli indicatori sociali necessari per formulare una valutazione professionalmente fondata. Secondo gli autori citati (Bertotti e Casartelli, 2007) questa carenza comporta che la valutazione -non sia sufficientemente ancorata a criteri propri del servizio sociale, -rischia di basarsi su elementi poco esplicitati o non condivisi dalla comunità professionale. Le variabili significative sono quegli aspetti della situazione (personali, relazionali, sociali, ambientali) che permettono di comprendere il problema e le sue dinamiche, mentre gli indicatori sono gli strumenti concreti attraverso cui tali variabili vengono osservate e rese valutabili. La loro assenza rende la valutazione più fragile sul piano scientifico e professionale. Se nel servizio sociale non c’è una riflessione propria sulla valutazione, si finisce per usare scale o griglie create con altre logiche (non sociali) pensate soprattutto per: standardizzare le situazioni e gestire l’offerta di prestazioni. Questo porta a un approccio managerialista, cioè più orientato alla gestione, all’efficienza e ai numeri, che non rispetta le finalità del processo di aiuto, che invece dovrebbe essere centrato sulla persona e sul cambiamento reale della situazione. È inoltre fondamentale approfondire il tema della valutazione, perché solo in questo modo si possono sviluppare -ricerche di valutazione di esito, cioè studi che mostrano che cosa cambia davvero nella situazione delle persone, -ricerche che permettono di capire gli effetti dell’intervento professionale del servizio sociale. Esperienze significative in questa direzione, sono state realizzate dalla fondazione Zancan con particolare riferimento all’area dei minori. È molto importante il coinvolgimento diretto dell’utente nella valutazione perché rendono la persona protagonista attiva di questo processo e si sviluppano empowerment diminuendo il rischio di una pratica “oppressiva”. LA VALUTAZIONE NEL SERVIZIO SOCIALE: PREMESSA: la valutazione è un processo che accompagna la vita dell’uomo e che indirizza le sue scelte. Valutare significa quindi interpretare segnali provenienti dall’ambiente e dalle relazioni con gli altri. Nel lavoro professionale dell’assistente sociale, però, questa dimensione soggettiva può diventare una fonte di difficoltà se la valutazione -non è collegata alle finalità istituzionali, -non rispetta il mandato sociale, -non si conforma ai valori e ai principi della professione. Nel servizio sociale italiano, il termine “valutazione” viene usato in due accezioni principali: 1- Valutazione come fase del processo di aiuto (dopo la raccolta delle informazioni, l'assistente sociale le collega tra loro per comprendere la situazione, formulare una diagnosi psicosociale, costruire un progetto di intervento coerente. Questo processo è definito in inglese Love nel 1998 sottolinea che la valutazione non deve essere un’attività straordinaria e occasionale e non deve rimanere esterna all’organizzazione. Al contrario deve essere integrata nella quotidianità lavorativa e deve essere un processo di sviluppo continuo. Ogni professionista ha la responsabilità di raccogliere informazioni, riflettere sui risultati e chiedersi come migliorare l'efficacia degli interventi. In questo modo la valutazione diventa: -apprendimento organizzativo e -strumento per monitorare i progressi e introdurre cambiamenti. CENNI STORICI: la valutazione si sviluppa negli Stati Uniti intorno agli anni 60, come ambito con basi teoriche e metodologiche proprie. Successivamente diventa un riferimento anche per il servizio sociale europeo. In Europa nascono centri di studio e ricerca sulla valutazione e modelli di rilevanza internazionale. Tra questi -la Campbell Collaboration (2000), ispirata alla Cochrane Collaboration in ambito sanitario, orientata a capire “che cosa funziona” negli interventi sociali, e -centri universitari di ricerca in servizio sociale, come Huddersfield e Stirling. Alcune esperienze sono fortemente radicate nei contesti nazionali come le unità di ricerca e sviluppo svedesi, finanziate dal Governo centrale, dalle province e dai comuni. Queste unità operano a livello municipale, migliorano la qualità dei servizi, coordinano progetti di valutazione e offrono consulenza e supervisione agli operatori. Viene anche citata la Fin Soc- Stakes Evaluation Unit for Social Services collegata al Centro nazionale per lo sviluppo del welfare e della salute. I suoi obiettivi sono -sviluppare metodi di valutazione, -realizzare ricerche valutative e -rafforzare la capacità valutativa dei professionisti dei servizi sociali. Dal 2011 si segnala una conferenza europea annuale sulla ricerca nel servizio sociale, con attenzione alla valutazione dell’intervento professionale e alla partecipazione diretta degli utenti. Per l’Italia vengono ricordati: - I’ Associazione italiana di valutazione (AIV), -la Fondazione Zancan, -l’IRS (istituto per la ricerca sociale). Questi soggetti stanno dedicando crescente attenzione alla valutazione dei e nei servizi e, più recentemente, anche alla valutazione nel servizio sociale professionale. BASI TEORICHE: il tema dei paradigmi o dei modelli di riferimento, cioè i sistemi di pensiero e le visioni del mondo, guidano il ricercatore nel servizio sociale. Questi paradigmi non influenzano solo le scelte metodologiche, ma anche gli aspetti ontologici (che cosa si considera “realtà?) e epistemologici (come si produce conoscenza). La letteratura su questo tema è molto ampia e non esiste una classificazione unica e condivisa. Mansoor Kazi, analizzando le principali pubblicazioni britanniche tra il 1995 e il 1999, propone una classificazione delle prospettive più rilevanti che orientano i processi di valutazione nel servizio sociale. Però, questi paradigmi non sono rigidamente separati, tra loro possono esistere sovrapposizioni e contiguità. Kazi individua 4 grandi approcci principali: 1-Pratica empiricamente fondata (è un approccio che si basa su dati empirici, privilegia l'osservazione, la misurazione e la verifica dei risultati e mira a rendere l’intervento fondato su evidenze). 2-Pragmatismo o pluralismo metodologico (questo approccio rifiuta un unico metodo valido per tutti i contesti, sostiene l’uso flessibile di più metodi, scelti in base alla situazione concreta e valorizza ciò che “funziona” nella pratica). 3- Approcci interpretativi (comprendono la teoria critica, il femminismo, il costruttivismo sociale; questi approcci enfatizzano i significati, le interpretazioni e i contesti sociali, vedono la realtà come costruita socialmente e danno voce ai soggetti coinvolti). 4- Approcci post- positivisti (un esempio è il realismo scientifico; qui si riconosce che esiste una realtà indipendente ma la conoscenza di essa è sempre parziale e fallibile, e si supera il positivismo rigido senza rinunciare al rigore scientifico). DIBATTITO ATTUALE NEL CONTESTO ITALIANO: si sottolinea che l’interesse per la valutazione è arrivato in ritardo rispetto al contesto internazionale, e negli ultimi anni ha comunque acquisito maggiore attenzione nel servizio sociale italiano; sono citati diversi autori (Allegri, Campanini, De Ambrogio, Bertotti). La valutazione offre numerosi vantaggi tra cui: -incremento della conoscenza di base (la valutazione produce conoscenza utili per migliorare la pratica e rafforza il patrimonio teorico e operativo del servizio sociale), - miglioramento MULTIDIMENSIONALITà PREMESSA: il servizio sociale si caratterizza per il riferimento a più dimensioni della realtà sociale. L’assistente sociale non guarda mai un problema da un solo punto di vista, ma: -su un piano cognitivo (comprendere, analizzare), -su un piano operativo (agire, intervenire). MULTIDIMENSIONALITÀ/PLURIDIMENSIONALITÀ: con questi termini si intende che l’intervento sociale -coinvolge più livelli, - richiede più saperi, -agisce su più ambiti contemporaneamente. Per questo la multidimensionalità è spesso collegata a concetti come: intervento, azione sociale, processo di aiuto. Meno frequente è l’espressione “multidimensionalità dei servizi sociali”, ma il significato è simile. La multidimensionalità è anche legata a: -plurifunzionalità (il servizio sociale svolge più funzioni), -multidisciplinarità (integra saperi diversi—sociale, psicologico, giuridico, organizzativo). L’assistente sociale viene quindi descritto come un professionista capace di comprendere la complessità e ricomporre cognitivamente e operativamente situazioni sociali e individuali molto articolate. DALLA MULTIDIMENSIONALITÀ ALLA TRIDIMENSIONALITÀ: si parla di tridimensionalità perché l’assistente sociale concentra attenzione e intervento su 3 ambiti specifici sia nella valutazione che nell’azione: 1-l’utente (persona/famiglia/gruppo), 2-la comunità/territorio, 3-l’organizzazione/istituzione in cui opera il professionista. Questa prospettiva è detta anche ottica trifocale (la capacità di integrare-intervento diretto alla persona, -progettazione, organizzazione e gestione dei servizi sociali, -sviluppo e integrazione delle risorse dei “mondi vitali”). Secondo Dal Pra Ponticelli (1993), il servizio sociale territoriale italiano ha sempre una visione tridimensionale perché si colloca nel punto di intersezione tra -utente, -struttura assistenziale e - comunità. Lo scopo del servizio sociale è promuovere e sostenere /egami funzionali tra questi 3 elementi per favorire: lo sviluppo personale, l’inclusione sociale e il benessere di persone, gruppi, comunità e istituzioni. Il servizio sociale è un’attività professionale complessa perché deve: -integrare funzioni diverse e -armonizzare compiti differenti. La sua caratteristica distintiva è l’equilibrio tra questi elementi. Si lavora sulle interdipendenze tra utente (con la sua pluralità dei bisogni), struttura/organizzazione e comunità. Il compito dell’operatore è -ricomporre la complessità delle relazioni, -costruire un contesto di significato che orienti il processo di aiuto. Obiettivo finale: costruire un sistema integrato di prestazioni e servizi. DIBATTITO SULLA MULTIDIMENSIONALITÀ: Dellavalle (1995) riprende la tridimensionalità e individua 3 funzioni del servizio sociale: 1-presa in carico dell’utenza, 2-promozione e organizzazione delle risorse (istituzionali, formali e informali), 3- studio dei problemi e delle risorse del territorio e programmazione degli interventi. Queste funzioni devono stare dentro un progetto globale. Molti autori (Campanini, Andrenacci, Sprovieri, Neve) riconoscono la tridimensionalità come “costitutiva del lavoro dell’assistente sociale”. Neve introduce anche /’ottica bifocale che si concentra su persona e ambiente. Quest’ultimo include -contesti di vita, -istituzioni, -rete di servizi, -risorse esterne e -interessi collettivi.