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VOCE ACCESSO PARTE DEL LIBRO, Appunti di Metodi E Tecniche Del Servizio Sociale

APPUNTI PROFESSORESSA ........

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 18/12/2019

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le politiche di welfare, fino a qualche anno fa, erano considerate politiche residuali, che
intervenivano per porre rimedio a problemi causati dal processo di modernizzazione
(disoccupazione, sacche di povertà, differenze di reddito, allentamento dei vincoli
comunitari), si è ora affermata l’idea secondo la quale le politiche del benessere debbano
occupare un ruolo centrale, all’interno di un’attenta programmazione che vede operare tutti i
soggetti coinvolti, non solo quelli istituzionali (stato, regione, enti locali) e quelli legati al c.d.
terzo settore, ma anche gli stessi cittadini ai quali si restituisce piena titolarità di diritto e
partecipazione alla produzione di benessere sociale. E in uno scenario sociale così composito
e complesso si inserisce il riordino del sistema integrato di interventi e servizi sociali (L. n.
328/2000) volto a promuovere e garantire i diritti di cittadinanza sociale, la qualità della vita,
l’autonomia individuale, le pari opportunità, la non discriminazione, la coesione sociale,
l’eliminazione e la riduzione delle condizioni di disagio e di esclusione. Il riordino dell'intero
sistema dei servizi socioassistenziali per le famiglie e per le persone, conseguente
all’introduzione di questa normativa, ha sancito l'universalità del diritto di accesso che
risulterà tanto più efficace quanto più sarà progettato e attuato in modo collaborativo con
tutti gli attori sociali presenti nel territorio, attraverso forme di cittadinanza attiva, di
partecipazione e di promozione di diritti.
Il termine accesso deriva dal verbo latino accedere, “andare a” (Castiglioni-Mariotti, 1986). Ma
è anche “il potere di”, “partecipare a”, “la possibilità di” (Gabrielli, 1989), entrare in un luogo e
di fermarvisi al fine di eseguire azioni, operazioni autorizzate per soddisfare il proprio
bisogno. L’accesso sociale in generale non è più da intendersi come accesso a servizi residuali,
per l'intervento in situazioni di disagio estremo e di emergenza sociale, bensì come accesso,
partecipazione a una rete di servizi per tutti gli individui e le famiglie, cui accedere a
condizioni differenziate in relazione ai bisogni specifici (progetti personalizzati e priorità di
accesso) e alle rispettive condizioni economiche di accesso. Potremmo ancora definire
l’accesso alla possibilità soggettiva intesa come libertà di azione-non azione di donne e uomini
in base alle loro motivazioni-obiettivi individuali e alla possibilità oggettiva intesa come
possibilità offerta dagli aspetti strutturali e istituzionali della realtà sociale, del contesto e del
periodo storico nel quale l’individuo stesso è inserito e all’interno del quale cerca di realizzare
il soddisfacimento dei propri bisogni. Soggetto e contesto, individuo e ambiente sociale sono
elementi di un unico processo che definisce concretamente i contenuti della possibilità, del
potere, dell’accesso nelle varie fasi di sviluppo storico. Così il concetto di accesso si modifica
nel tempo in relazione a quello che è il grado di partecipazione soggettivamente e
oggettivamente riconosciutogli.
EVOLUZIONE STORICA
Il concetto di accesso è strettamente legato all’evoluzione delle politiche sociali e alle matrici
socio-culturali, economiche, giuridiche e politiche che ne hanno caratterizzato e definito i
sistemi di welfare. Numerose e significative sono state le trasformazioni che, dalla metà del
‘900 a oggi, hanno interessato tali sistemi, dando origine a paradigmi diversi che ne
rappresentano le fasi evolutive. Gli anni ’50-‘60, caratterizzati dalla ricostruzione post-bellica
e da una forte accelerazione economica, hanno visto affermandosi politiche sociali e servizi
assistenziali secondo il paradigma del cittadino assistito (Gui, 2004), in cui i soggetti sono
riconosciuti come deficitari, e quindi destinatari di interventi singoli, riparativi e residuali. Le
riforme sociali degli anni ’70 e ’80, in cui si assiste all’affermazione dei principi di welfare
state universalistico, hanno dato origine al paradigma del cittadino utente, i cui soggetti sono
riconosciuti soggetti assistibili poiché appartenenti ad un preciso territorio. In tale contesto
l’elemento geografico, territoriale, circoscritto, diventa una sorta di garanzia per la piena
accessibilità e democraticità dei servizi al cittadino, dove ai bisogni rilevati in quel
determinato bacino si risponde attraverso politiche sociali elaborate ad hoc. “Il trasferimento
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le politiche di welfare, fino a qualche anno fa, erano considerate politiche residuali, che intervenivano per porre rimedio a problemi causati dal processo di modernizzazione (disoccupazione, sacche di povertà, differenze di reddito, allentamento dei vincoli comunitari), si è ora affermata l’idea secondo la quale le politiche del benessere debbano occupare un ruolo centrale, all’interno di un’attenta programmazione che vede operare tutti i soggetti coinvolti, non solo quelli istituzionali (stato, regione, enti locali) e quelli legati al c.d. terzo settore, ma anche gli stessi cittadini ai quali si restituisce piena titolarità di diritto e partecipazione alla produzione di benessere sociale. E in uno scenario sociale così composito e complesso si inserisce il riordino del sistema integrato di interventi e servizi sociali (L. n. 328/2000) volto a promuovere e garantire i diritti di cittadinanza sociale, la qualità della vita, l’autonomia individuale, le pari opportunità, la non discriminazione, la coesione sociale, l’eliminazione e la riduzione delle condizioni di disagio e di esclusione. Il riordino dell'intero sistema dei servizi socioassistenziali per le famiglie e per le persone, conseguente all’introduzione di questa normativa, ha sancito l'universalità del diritto di accesso che risulterà tanto più efficace quanto più sarà progettato e attuato in modo collaborativo con tutti gli attori sociali presenti nel territorio, attraverso forme di cittadinanza attiva, di partecipazione e di promozione di diritti. Il termine accesso deriva dal verbo latino accedere , “andare a” (Castiglioni-Mariotti, 1986). Ma è anche “il potere di”, “partecipare a”, “la possibilità di” (Gabrielli, 1989), entrare in un luogo e di fermarvisi al fine di eseguire azioni, operazioni autorizzate per soddisfare il proprio bisogno. L’accesso sociale in generale non è più da intendersi come accesso a servizi residuali, per l'intervento in situazioni di disagio estremo e di emergenza sociale, bensì come accesso, partecipazione a una rete di servizi per tutti gli individui e le famiglie, cui accedere a condizioni differenziate in relazione ai bisogni specifici (progetti personalizzati e priorità di accesso) e alle rispettive condizioni economiche di accesso. Potremmo ancora definire l’accesso alla possibilità soggettiva intesa come libertà di azione-non azione di donne e uomini in base alle loro motivazioni-obiettivi individuali e alla possibilità oggettiva intesa come possibilità offerta dagli aspetti strutturali e istituzionali della realtà sociale, del contesto e del periodo storico nel quale l’individuo stesso è inserito e all’interno del quale cerca di realizzare il soddisfacimento dei propri bisogni. Soggetto e contesto, individuo e ambiente sociale sono elementi di un unico processo che definisce concretamente i contenuti della possibilità, del potere, dell’accesso nelle varie fasi di sviluppo storico. Così il concetto di accesso si modifica nel tempo in relazione a quello che è il grado di partecipazione soggettivamente e oggettivamente riconosciutogli. EVOLUZIONE STORICA Il concetto di accesso è strettamente legato all’evoluzione delle politiche sociali e alle matrici socio-culturali, economiche, giuridiche e politiche che ne hanno caratterizzato e definito i sistemi di welfare. Numerose e significative sono state le trasformazioni che, dalla metà del ‘900 a oggi, hanno interessato tali sistemi, dando origine a paradigmi diversi che ne rappresentano le fasi evolutive. Gli anni ’50-‘60, caratterizzati dalla ricostruzione post-bellica e da una forte accelerazione economica, hanno visto affermandosi politiche sociali e servizi assistenziali secondo il paradigma del cittadino assistito (Gui, 2004), in cui i soggetti sono riconosciuti come deficitari, e quindi destinatari di interventi singoli, riparativi e residuali. Le riforme sociali degli anni ’70 e ’80, in cui si assiste all’affermazione dei principi di welfare state universalistico, hanno dato origine al paradigma del cittadino utente , i cui soggetti sono riconosciuti soggetti assistibili poiché appartenenti ad un preciso territorio. In tale contesto l’elemento geografico, territoriale, circoscritto, diventa una sorta di garanzia per la piena accessibilità e democraticità dei servizi al cittadino, dove ai bisogni rilevati in quel determinato bacino si risponde attraverso politiche sociali elaborate ad hoc. “Il trasferimento

di poteri dallo stato agli enti locali, l’individuazione del comune come prevalente soggetto titolare degli interventi socio-assistenziali, l’affermarsi delle politiche di sicurezza sociale e l’estendersi delle prestazioni del welfare state in tutto il territorio nazionale, ha fatto assumere crescente rilievo alle dimensioni della “prevenzione”, della “partecipazione” dei cittadini allo sviluppo della salute, del benessere e della gestione dei servizi, della “programmazione” nelle politiche di welfare” .Gli anni ’90 sono stati caratterizzati dall’emersione del ruolo della società civile che ha saputo rispondere, in termini di capacità d’aiuto e produzione di benessere, anche all’esterno delle istituzioni. In tale contesto si è andato via via definendo un welfare mix che ha visto lo Stato esercitare una funzione più regolativa che non gestionale, le cui politiche sociali hanno risposto a bisogni personali e di tipo qualitativo, soddisfatti attraverso una reciproca solidarietà tra le reti informali. In questo modo le politiche sociali hanno sia mantenuto un principio di economicità d’intervento sia garantito la libertà di scelta ai cittadini. Si è così delineato, il terzo paradigma quello del cittadino cliente , secondo il quale si sono fatti strada “i temi della soggettività, dell’autodeterminazione, della titolarità, dell’assunzione di iniziativa particolaristica, della concertazione, della pianificazione territoriale in un contesto caratterizzato da una pluralizzazione dei soggetti che forniscono servizi sociali e sanitari in un contesto di “quasi- mercato” dei servizi” Il percorso sin qui delineato ha posto l’attenzione sull’individuo e la sua partecipazione al soddisfacimento dei propri bisogni, tratteggiando un profilo del cittadino che, da mero oggetto di politiche sociali è diventato soggetto di politiche sociali , che da cittadino assistito è divenuto cittadino partecipe acquisendo sempre maggiore titolarità. Ma partecipazione non significa far parte di qualcosa, ma prendere parte a qualcosa, accedere , con il riferimento ai sistemi di azione che hanno rilevanza rispetto alle decisioni di carattere pubblico, che non producono solo effetti individuali (Tidore, 2008). Si può quindi sottolineare il carattere dell’accesso, come partecipazione a più livelli (micro, intermedio, macro) a un sistema di attività al quale, i partecipanti, condividono la comprensione rispetto al loro agire e al significato per le loro vite e comunità (Altieri, 2002). BASI TEORICHE DI RIFERIMENTO (TEORIE O NORMATIVA) Il percorso evolutivo del concetto di accesso come “ partecipazione a ”, si è articolato in diverse tappe legislative fondamentali, riconoscendo al cittadino la possibilità, per la partecipazione e l’accesso alla pubblica amministrazione. La l. 142/1990, Capo III – artt. 7 e 8, ha previsto per il cittadino il diritto di accesso agli atti amministrativi, imponendo ai Comuni di dotarsi di regolamenti per assicurare ai cittadini l’informazione sui provvedimenti che li riguardano e l’istituzione, presso ogni comune del difensore civico. La l. 241/1990 (oggi modificata con la L. n. 15 del 2005), Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi , ha innovato in relazione la trasparenza dei procedimenti della pubblica amministrazione e di partecipazione attiva dell’interessato ai provvedimenti che lo riguardano. Il D.L. 502/1992 all’art. 14 ha previsto per i servizi sanitari un sistema di indicatori di qualità sui quali aprire un confronto con le associazioni dei cittadini e degli utenti, le loro organizzazioni sindacali, gli organismi di volontariato e di tutela dei diritti, avviando così sistemi di informazione sulle prestazioni erogate, sulle tariffe e sulle modalità di accesso ai servizi. La l. 381/1991 ha attribuito alle cooperative sociali lo scopo di perseguire l’interesse della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini e la L. 266/1991 ha