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Dell'esperienza religiosa come punto di vista più ampio dell'esperienza umana, l'importanza di indagare su se stessi e giudicare l'esperienza, la distinzione tra uomo e altri esseri viventi e la necessità di ragione. La relazione tra l'uomo e l'infinito, la dipendenza della libertà da dio e il ruolo della religiosità come confine alla dittatura dell'uomo sull'uomo.
Typology: Exams
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Secondo Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore”. Questo avviene perché la nostra epoca è un’epoca di ideologie e tendiamo a manipolare la realtà in base ad uno schema fabbricato dall’intelletto (ragionamento), invece di comprendere i dati della realtà attraverso l’osservazione. PRIMA PREMESSA: IL REALISMO Con realismo si intende il fatto che sia necessario osservare l’avvenimento reale nella sua totalità e non invece utilizzare uno schema che si abbia già presente nella mente (Sant’Agostino: “Io cerco per sapere qualcosa non per pensarla”). Pensare (che nasce dall’intelletto) infatti non corrisponde a sapere (che nasce dall’osservazione): l’uomo sano vuole sapere come un fatto sia e, solo sapendo com’è e solo allora, può anche pensarlo. Così avviene anche per l’esperienza religiosa : è importante prima di tutto sapere come sia e di cosa si tratti esattamente, poi potrà essere pensata. L’esperienza religiosa tende ad investire tutta l’attività umana: essa propone un interrogativo su tutto ciò che l’uomo compie e perciò costituisce il più ampio punto di vista dell’esperienza umana. Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia creato dal soggetto ma imposto dall’oggetto. Così anche nel caso dell’esperienza religiosa, in cui il metodo per conoscerla viene suggerito dall’esperienza stessa: questa esperienza è un fenomeno che riguarda l’umano, che avviene in me e che interessa la mia persona, ed è quindi su me stesso che devo riflettere occorre un’indagine su me stesso, ovvero un’ indagine esistenziale. Dopo aver condotto quest’indagine è necessario saper emettere un giudizio a proposito dei risultati di tale indagine su noi stessi, infatti senza una capacità di valutazione l’uomo non può fare alcuna esperienza: l’esperienza coincide certo col “provare” qualcosa, ma soprattutto col giudizio dato su quel che si prova. Dare un giudizio sull’esperienza ci permette di scoprire il senso dell’esperienza stessa. Il criterio attraverso il quale dobbiamo giudicare ciò che vediamo accadere in noi stessi deve essere attinto dalla nostra natura. Se infatti accettassimo come criterio quello che altri ci hanno imposto, questo ci condurrebbe all’errore e all’alienazione, in quanto faremmo dipendere il significato di ciò che noi siamo da qualcosa che è fuori di noi: questo criterio deve essere immanente nella nostra natura , vale a dire che ci viene dato con la nostra natura (non arriva dall’esterno). Questo criterio è costituito dall’” esperienza originale ” che è immanente in noi: questa esperienza originale consiste in un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo confronta se stesso con tutto ciò che esiste; ogni affermazione avviene in base infatti a questo nucleo di esigenze e di evidenze originali che possono essere ad esempio esigenza di felicità, di verità o di giustizia. Nel mondo ci sono miliardi di individui che si paragonano con le cose e con il destino, quindi come sarà possibile evitare una generale soggettivizzazione? Questo significa che ogni uomo diventerà tribunale di se stesso e vigerà l’anarchia. In realtà questo non si verifica in quanto tutti gli uomini vengono dotati allo stesso modo della stessa esperienza originale , anche se poi essa verrà determinata, tradotta o realizzata in modi diversissimi, perfino apparentemente opposti. Se non si vuole essere ingannati, alienati, strumentalizzati, è necessario giudicare tutto a partire dalla nostra esperienza originale: la nostra società infatti è caratterizzata dalla presenza di una mentalità comune che viene propagandata da chi nella società detiene il potere. Questa mentalità comune è determinata dalla tradizione del contesto in cui siamo cresciuti e nel tempo ha alterato l’evidenza della nostra esperienza originale: contraddire tale mentalità sociale
significherebbe sfidare l’opinione comune in modo da giudicare le nostre esperienze a partire dall’esperienza originale e non invece a partire dalla mentalità comune. Iniziare a giudicare implica l’inizio della liberazione: il recupero dell’esperienza originale potrebbe essere chiamato ascesi , termine che indica la ricerca dell’uomo verso la maturazione di sé.
La seconda premessa mette invece in primo piano il soggetto che agisce , l’ uomo. Una caratteristica che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio la ragione , ovvero quella capacità di rendersi conto della totalità della realtà. Quindi la parola ragionevolezza rappresenta quel modo di agire che esprime e realizza la ragione: un’azione si dice ragionevole poiché lascia intravvedere possibili ragioni. Uno stesso gesto, in contesti diversi, può apparire irragionevole, cioè senza ragioni, o ragionevole, quando si capisce che ha delle ragioni. Se l’oggetto, come abbiamo detto, determina il metodo conoscitivo, il soggetto determina invece le modalità con cui questo metodo viene applicato. E’ importante comprendere come non bisogna ridurre l’ambito della ragionevolezza:
Due osservazioni:
Innanzitutto definiamo il metodo che vogliamo utilizzare. Se l’esperienza religiosa è un’esperienza, non possiamo che partire da noi stessi per coglierne gli aspetti costitutivi il punto di partenza è se stessi. Partire da sé è realistico quando la propria persona è guardata in azione , è osservata cioè nell’esperienza quotidiana: questo avviene perché i fattori che ci costituiscono, gli elementi portanti del soggetto umano, emergono osservandoci in azione, altrimenti non sarebbero rilevabili ed è come se non esistessero solo l’azione scopre il talento , il fattore umano. Il disoccupato è perciò un uomo che soffre un attentato grave alla coscienza di se stesso ed è in condizioni tali per cui la percezione dei suoi valori personali risulta sempre più annebbiata. Così avviene anche per il senso religioso: una persona che non vuole impegnarsi con il fatto religioso nella sua vita ha ragione di dire che tutto ciò che attiene a tale fatto non la tocca, perché, non essendo mai stata coinvolta da ciò, a un certo punto quel fatto per essa è come se non esista.
La condizione essenziale per comprendere la nostra esistenza e percepire i nostri fattori costitutivi è vivere la vita nella sua totalità, nella quale tutto va compreso: amore, studio, politica, denaro, lavoro,… Dentro ad ogni gesto sta il passo verso il proprio destino. Tra gli aspetti della vita, uno dei più importanti è la tradizione , fattore connesso al senso religioso. Ognuno di noi nasce infatti da una tradizione, che consiste di un insieme di elementi che la natura ci offre, elementi che ognuno si ritrova addosso come dati. Questo non significa che dobbiamo fossilizzarci nella tradizione, ma dobbiamo invece sviluppare ciò di cui la natura ci ha dotato: per mutare quello che ci è stato dato dobbiamo infatti agire con ciò che ci è stato dato e partendo da questo, dobbiamo realizzare la nostra esistenza. E’ necessario quindi che la ricchezza della tradizione sia applicata a quella problematica della vita rappresentata da quella esperienza elementare: nel caso in cui questo non venga fatto, il soggetto diventerà alienato, fossilizzato o abbandonerà la tradizione stessa. Dobbiamo quindi usare in modo critico la tradizione facendo uso del principio critico che sta dentro di noi: quando questo viene fatto, la tradizione diventa fattore di personalità. Un altro aspetto importante della vita è il valore del presente. Quanto più uno è persona, è uomo, quanto più abbraccia a vive nell’istante presente tutto ciò che lo ha preceduto e lo circonda. L’uomo, per capire i fattori di cui è costituito, deve partire dal presente: se infatti colgo ora i fattori della mia esperienza d’uomo posso proiettarmi nel passato e cogliere gli stessi fattori che caratterizzavano le generazioni precedenti, anche lontane da me, e questo confermerà l’unità della stirpe umana. L’uomo inoltre scopre nel presente due tipi di realtà:
Lo smarrirsi del significato tende all’annullamento della personalità: la personalità dell’uomo acquista densità e consistenza proprio come esigenza, intuizione, percezione del significato. Infatti lo smarrimento del significato porta alla depressione della personalità , che porta a sua volta a sfocare il senso del passato. Quando non si conosce il significato di una determinata cosa, si tende ad utilizzarla con un fine inadeguato all’oggetto stesso: l’uomo è quindi portato a reagire alla realtà, a “giocherellare” con il mondo non comprendendone il vero significato. In questo modo l’uomo taglia i ponti con la storia e la tradizione, ovvero con il passato. Sfocando il senso del passato, il presente si afferma come pura reattività e, di conseguenza, si inaridisce anche la fecondità del futuro: infatti la ricchezza del presente viene dal passato, ma quando questa risulta essere sfocata, mette a repentaglio anche il futuro che si costruisce a partire proprio dal presente.
Fondamento della libertà Solo la Chiesa difende il valore assoluto della persona, in quanto l’uomo non deriva solamente dalla biologia del padre e della madre. Nell’uomo si riconosce un diretto rapporto con l’infinito , diretto rapporto con l’origine del mondo e con quella X misteriosa che sta sopra il flusso della realtà, cioè Dio. Questa “anima” indica esattamente che c’è un qualcosa in me che non deriva da alcun fattore della fenomenologia sperimentabile, in quanto non dipende da fattori biologici. Il paradosso che sta alla base della nostra libertà è la dipendenza di questa nostra libertà da Dio : la religiosità è infatti l’unico confine alla dittatura dell’uomo sull’uomo. Per questo chi ha il potere è tentato di odiare la religiosità vera, perché essa costituisce un limite al possesso. L’antipotere è l’ amore : il divino è l’affermazione dell’uomo come capacità di libertà, di raggiungimento della felicità, di raggiungimento di Dio. Il divino è amore.
L’io e la realtà Quando l’uomo nasce, il suo primissimo sentimento è quello di essere di fronte ad una realtà che non è sua, che c’è indipendentemente da lui e da cui lui dipende. La realtà risulta come qualcosa di dato. La stessa parola “dato” però implica in sé un’attività, davanti alla quale l’uomo risulta passivo: questa passività infatti costituisce la mia originaria attività, quella del ricevere, del constatare, del riconoscere. Io apro gli occhi a questa realtà che mi si impone, che non dipende da me, ma da cui io dipendo. La natura dell’uomo è proprio quella di essere creato. Se sono maturo, non posso negare che io non mi faccio da me , non sto facendomi da me, non mi do l’essere, non mi do la realtà che sono, ma sono invece dato. Io non sono altro che “ tu che mi fai ”: questa Cosa che mi crea è quello che la tradizione religiosa chiama Dio, ciò che è più di me, ciò per cui io sono. Il padre è colui che dà inizio alla nostra vita e dal primo istante in cui questa vita è posta in essere, si distacca. La preghiera è il momento in cui l’uomo arriva alla coscienza di sé, comprendendo di essere dato. L’uomo, una volta accortosi di questa realtà e del fatto di farne parte, si accorge anche che c’è dentro questa realtà un ordine , che questa realtà è cosmica (da cosmos che significa ordine). L’uomo constata quindi che la realtà si muove secondo un disegno che può essergli favorevole: questa realtà è provvidenziale in quanto mostra il proprio nesso con il divino. L’uomo è quel livello della natura in cui la natura diventa esperienza della propria contingenza , in quanto l’uomo sperimenta di esistere per un’altra cosa, perché non si fa da sé. L’uomo raggiunge la coscienza vera di sé quando riconosce di essere posseduto.
Oltre alla ragione altro ruolo importante è giocato dalla libertà. L’uomo arriva al proprio compimento, raggiunge la propria realizzazione, arriva al proprio destino solo attraverso la sua libertà. La libertà non si dimostra tanto nelle scelte, ma si gioca nel primo impatto della coscienza con il mondo. O si va di fronte alla realtà spalancando gli occhi dicendo “pane al pane e vino al vivo”, e allora abbracci si abbraccia tutta la realtà con il suo senso; oppure ci si mette di fronte alla realtà difendendosi, cercando e ammettendo della realtà solo ciò che è consono a noi. Questa è la scelta profonda che operiamo quotidianamente di fronte al reale: la ragionevolezza sta in ciò che è aperto e dice pane al pane e vino al vino. La nostra libertà si dimostra anche nell’interpretazione del segno: il mondo è come una parabola , come un segno che dobbiamo comprendere. Cristo diceva: “Io parlo in parabole affinché vedendo possano non vedere, e udendo possano non udire”. Se si è “morali”, cioè nell’atteggiamento originale in cui Dio ci ha creati, cioè con un atteggiamento aperto al reale, allora possiamo capire, o perlomeno possiamo cercare di capire, domandando. Se invece non ci troviamo in quella posizione originale, siamo alterati, bloccati nel pregiudizio, allora siamo “immorali”.
Abbiamo quindi spiegato come il problema fondamentale per l’uomo sia l’ educazione alla libertà. Se poi la realtà chiama l’uomo a qualcosa d’altro, educazione alla libertà equivale a educazione alla responsabilità.
Responsabilità deriva infatti da “rispondo”: l’educazione alla responsabilità è l’educazione a rispondere a ciò che chiama. Quest’educazione alla libertà consiste in:
Quando la ragione prende coscienza di sé fino in fondo, essa intuisce l’inarrivabile, il mistero. Questo provoca in lei struggimento , per il fatto di non poter conoscere quell’incognita.
La parola rivelazione ha un senso lato, ampio e generico: il mondo è questa rivelazione del Dio, del Mistero. La realtà è un segno interpretando il quale la coscienza dell’uomo capisce l’esistenza del mistero: è l’interpretazione della struttura dinamica delle cose che porta l’uomo a percepire la presenza di un “Oltre”. Ma in senso proprio “rivelazione” non è il termine di un’interpretazione che l’uomo fa sulla realtà, ma si tratta di un possibile fatto reale, di un avvenimento storico: questa è la rivelazione in senso stretto, cioè lo svelarsi del Mistero attraverso un fatto della storia col quale, nel caso del Cristianesimo, si identifica. Questa ipotesi è innanzitutto possibile in quanto non si può dire che per Dio qualcosa risulti impossibile. Inoltre è conveniente in quanto aderisce al desiderio dell’uomo, al suo cuore e alla sua natura. Un’ipotesi per essere tale deve essere comprensibile all’uomo: ciò significa che la rivelazione deve essere tradotta in termini comprensibili all’uomo. Ma Dio, tradotto in termini comprensibili, non sarebbe idolatria? La traduzione in termini umani non deve essere una riduzione del mistero, ma un approfondimento di esso.