L'Esperienza Religiosa: Un'Indagine Esistenziale, Exams of Humanities

Dell'esperienza religiosa come punto di vista più ampio dell'esperienza umana, l'importanza di indagare su se stessi e giudicare l'esperienza, la distinzione tra uomo e altri esseri viventi e la necessità di ragione. La relazione tra l'uomo e l'infinito, la dipendenza della libertà da dio e il ruolo della religiosità come confine alla dittatura dell'uomo sull'uomo.

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PRIMA PREMESSA: REALISMO
Secondo Carrel: Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore.
Questo avviene perché la nostra epoca è un’epoca di ideologie e tendiamo a manipolare la realtà in
base ad uno schema fabbricato dall’intelletto (ragionamento), invece di comprendere i dati della
realtà attraverso l’osservazione.
PRIMA PREMESSA: IL REALISMO
Con realismo si intende il fatto che sia necessario osservare l’avvenimento reale nella sua totalità e
non invece utilizzare uno schema che si abbia già presente nella mente (Sant’Agostino: Io cerco
per sapere qualcosa non per pensarla).
Pensare (che nasce dall’intelletto) infatti non corrisponde a sapere (che nasce dall’osservazione):
l’uomo sano vuole sapere come un fatto sia e, solo sapendo comè e solo allora, può anche pensarlo.
Così avviene anche per l’esperienza religiosa: è importante prima di tutto sapere come sia e di cosa
si tratti esattamente, poi potrà essere pensata.
L’esperienza religiosa tende ad investire tutta lattività umana: essa propone un interrogativo su
tutto ciò che l’uomo compie e perciò costituisce il più ampio punto di vista dellesperienza umana.
Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia creato
dal soggetto ma imposto dall’oggetto.
Così anche nel caso dell’esperienza religiosa, in cui il metodo per conoscerla viene suggerito
dall’esperienza stessa: questa esperienza è un fenomeno che riguarda l’umano, che avviene in me e
che interessa la mia persona, ed è quindi su me stesso che devo riflettere occorre un’indagine su
me stesso, ovvero un’indagine esistenziale.
Dopo aver condotto quest’indagine è necessario saper emettere un giudizio a proposito dei risultati
di tale indagine su noi stessi, infatti senza una capacità di valutazione l’uomo non può fare alcuna
esperienza: l’esperienza coincide certo col provare qualcosa, ma soprattutto col giudizio dato su
quel che si prova.
Dare un giudizio sull’esperienza ci permette di scoprire il senso dell’esperienza stessa.
Il criterio attraverso il quale dobbiamo giudicare ciò che vediamo accadere in noi stessi deve essere
attinto dalla nostra natura.
Se infatti accettassimo come criterio quello che altri ci hanno imposto, questo ci condurrebbe
all’errore e allalienazione, in quanto faremmo dipendere il significato di ciò che noi siamo da
qualcosa che è fuori di noi: questo criterio deve essere immanente nella nostra natura, vale a dire
che ci viene dato con la nostra natura (non arriva dall’esterno).
Questo criterio è costituito dall’”esperienza originale che è immanente in noi: questa esperienza
originale consiste in un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo confronta se stesso con
tutto ciò che esiste; ogni affermazione avviene in base infatti a questo nucleo di esigenze e di
evidenze originali che possono essere ad esempio esigenza di felicità, di verità o di giustizia.
Nel mondo ci sono miliardi di individui che si paragonano con le cose e con il destino, quindi come
sa possibile evitare una generale soggettivizzazione?
Questo significa che ogni uomo divente tribunale di se stesso e vige l’anarchia.
In realtà questo non si verifica in quanto tutti gli uomini vengono dotati allo stesso modo della
stessa esperienza originale, anche se poi essa verrà determinata, tradotta o realizzata in modi
diversissimi, perfino apparentemente opposti.
Se non si vuole essere ingannati, alienati, strumentalizzati, è necessario giudicare tutto a partire
dalla nostra esperienza originale: la nostra società infatti è caratterizzata dalla presenza di una
mentalità comune che viene propagandata da chi nella società detiene il potere.
Questa mentalità comune è determinata dalla tradizione del contesto in cui siamo cresciuti e nel
tempo ha alterato l’evidenza della nostra esperienza originale: contraddire tale mentalità sociale
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PRIMA PREMESSA: REALISMO

Secondo Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore”. Questo avviene perché la nostra epoca è un’epoca di ideologie e tendiamo a manipolare la realtà in base ad uno schema fabbricato dall’intelletto (ragionamento), invece di comprendere i dati della realtà attraverso l’osservazione. PRIMA PREMESSA: IL REALISMO Con realismo si intende il fatto che sia necessario osservare l’avvenimento reale nella sua totalità e non invece utilizzare uno schema che si abbia già presente nella mente (Sant’Agostino: “Io cerco per sapere qualcosa non per pensarla”). Pensare (che nasce dall’intelletto) infatti non corrisponde a sapere (che nasce dall’osservazione): l’uomo sano vuole sapere come un fatto sia e, solo sapendo com’è e solo allora, può anche pensarlo. Così avviene anche per l’esperienza religiosa : è importante prima di tutto sapere come sia e di cosa si tratti esattamente, poi potrà essere pensata. L’esperienza religiosa tende ad investire tutta l’attività umana: essa propone un interrogativo su tutto ciò che l’uomo compie e perciò costituisce il più ampio punto di vista dell’esperienza umana. Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia creato dal soggetto ma imposto dall’oggetto. Così anche nel caso dell’esperienza religiosa, in cui il metodo per conoscerla viene suggerito dall’esperienza stessa: questa esperienza è un fenomeno che riguarda l’umano, che avviene in me e che interessa la mia persona, ed è quindi su me stesso che devo riflettere  occorre un’indagine su me stesso, ovvero un’ indagine esistenziale. Dopo aver condotto quest’indagine è necessario saper emettere un giudizio a proposito dei risultati di tale indagine su noi stessi, infatti senza una capacità di valutazione l’uomo non può fare alcuna esperienza: l’esperienza coincide certo col “provare” qualcosa, ma soprattutto col giudizio dato su quel che si prova. Dare un giudizio sull’esperienza ci permette di scoprire il senso dell’esperienza stessa. Il criterio attraverso il quale dobbiamo giudicare ciò che vediamo accadere in noi stessi deve essere attinto dalla nostra natura. Se infatti accettassimo come criterio quello che altri ci hanno imposto, questo ci condurrebbe all’errore e all’alienazione, in quanto faremmo dipendere il significato di ciò che noi siamo da qualcosa che è fuori di noi: questo criterio deve essere immanente nella nostra natura , vale a dire che ci viene dato con la nostra natura (non arriva dall’esterno). Questo criterio è costituito dall’” esperienza originale ” che è immanente in noi: questa esperienza originale consiste in un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo confronta se stesso con tutto ciò che esiste; ogni affermazione avviene in base infatti a questo nucleo di esigenze e di evidenze originali che possono essere ad esempio esigenza di felicità, di verità o di giustizia. Nel mondo ci sono miliardi di individui che si paragonano con le cose e con il destino, quindi come sarà possibile evitare una generale soggettivizzazione? Questo significa che ogni uomo diventerà tribunale di se stesso e vigerà l’anarchia. In realtà questo non si verifica in quanto tutti gli uomini vengono dotati allo stesso modo della stessa esperienza originale , anche se poi essa verrà determinata, tradotta o realizzata in modi diversissimi, perfino apparentemente opposti. Se non si vuole essere ingannati, alienati, strumentalizzati, è necessario giudicare tutto a partire dalla nostra esperienza originale: la nostra società infatti è caratterizzata dalla presenza di una mentalità comune che viene propagandata da chi nella società detiene il potere. Questa mentalità comune è determinata dalla tradizione del contesto in cui siamo cresciuti e nel tempo ha alterato l’evidenza della nostra esperienza originale: contraddire tale mentalità sociale

significherebbe sfidare l’opinione comune in modo da giudicare le nostre esperienze a partire dall’esperienza originale e non invece a partire dalla mentalità comune. Iniziare a giudicare implica l’inizio della liberazione: il recupero dell’esperienza originale potrebbe essere chiamato ascesi , termine che indica la ricerca dell’uomo verso la maturazione di sé.

SECONDA PREMESSA: RAGIONEVOLEZZA

SECONDA PREMESSA: LA RAGIONEVOLEZZA

La seconda premessa mette invece in primo piano il soggetto che agisce , l’ uomo. Una caratteristica che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio la ragione , ovvero quella capacità di rendersi conto della totalità della realtà. Quindi la parola ragionevolezza rappresenta quel modo di agire che esprime e realizza la ragione: un’azione si dice ragionevole poiché lascia intravvedere possibili ragioni. Uno stesso gesto, in contesti diversi, può apparire irragionevole, cioè senza ragioni, o ragionevole, quando si capisce che ha delle ragioni. Se l’oggetto, come abbiamo detto, determina il metodo conoscitivo, il soggetto determina invece le modalità con cui questo metodo viene applicato. E’ importante comprendere come non bisogna ridurre l’ambito della ragionevolezza:

  • non bisogna identificare il ragionevole con il “dimostrabile” : la capacità di dimostrare è un aspetto della ragionevolezza, ma il ragionevole non è la capacità di dimostrare. Dimostrare significa infatti ripercorrere tutti i passi di un procedimento che pone in essere qualcosa, ma questo non esaurisce il ragionevole perché proprio gli aspetti originali più interessanti della realtà non sono dimostrabili;
  • non bisogna identificare il ragionevole con il “logico” : la logica è infatti un’ideale di coerenza, che, come il dimostrabile, non è altro che uno strumento della ragionevolezza. La ragione per conoscere certi valori o tipi di verità segue un certo metodo, mentre per altri tipi di verità metodi diversi. Questo avviene perché la ragione affronta l’oggetto secondo motivi adeguati, sviluppando cammini diversi secondo l’oggetto (il metodo è infatti imposto dall’oggetto. La ragione è infatti polivalente , ricca, agile, mobile e non ha metodo unico: ad esempio potremmo usare metodi matematici, scientifici o sillogismi per arrivare a certi tipi di verità. Vi sono anche però delle realtà o dei valori la cui conoscenza non rientra nei metodi che abbiamo menzionato: un caso è quello del comportamento umano , che rientra nel campo delle realtà morali. In questi casi la ragione deve essere usata in modo diverso, altrimenti non è più ragionevole: ad esempio, pretendere di definire il comportamento umano attraverso un metodo scientifico non sarebbe un processo adeguato. Se l’uomo può vivere senza matematica, scienze o filosofia, non può invece vivere senza le certezze morali: senza poter dare dei giudizi di certezza sul comportamento che l’altro ha verso di lui egli non può vivere. La dimostrazione per una certezza morale è un complesso di indizi il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza: questa non si chiama solo certezza morale, ma anche

Due osservazioni:

  • questione esistenziale : quanto più la natura mi fa interessare ad una cosa, e quanto più quindi mi dà curiosità, esigenza e passione per conoscerla, tanto più mi impedisce di conoscerla. La natura infatti, nel momento in cui mi fa interessare all’oggetto, condiziona il mio strumento di conoscenza al sentimento che viene provocato;
  • questione di metodo : è un errore formulare un principio esplicativo che, per risolvere la questione, debba avere la necessità di eliminare il fattore in gioco, come il sentimento; se questo avviene è perché il metodo usato non è adatto: la vera soluzione sta nella posizione che non solo non sente la necessità di eliminare un fattore, ma esalta tutti i fattori e li valorizza. Il sentimento inoltre può essere immaginato come una lente: l’oggetto così viene avvicinato all’energia conoscitiva dell’ uomo che, in questo modo, può vedere con gli occhi e con la ragione secondo la sua natura. Amare la verità vuol dire anche essere privi di preconcetti, ma ciò risulta impossibile in quanto ognuno di noi nasce e vive in un determinato contesto familiare e sociale dal quale derivano concetti insiti in noi: è perciò impossibile l’assenza di preconcetti nel senso letterale della parola. Il vero problema non è quindi avere preconcetti: il Vangelo ci consiglia quindi di distaccarci da noi stessi. Questo “ distacco ” consiste in un atteggiamento in cui la libertà riflette su se stessa e si domina così da utilizzare la sua energia in modo consono allo scopo. Anche questo processo faticoso che dobbiamo affrontare è detto ascesi : la moralità nasce come atteggiamento originale in noi, ma se non è continuamente recuperata da questo lavoro si corrompe. L’amore per il nostro destino è colui che ci spinge continuamente a cercare questo distacco dalle proprie opinioni e immaginazioni.

IL SENSO RELIGIOSO: IL PUNTO DI PARTENZA

COME AFFRONTARE L’ESPERIENZA RELIGIOSA PER COGLIERNE I FATTORI

COSTITUTIVI?

Innanzitutto definiamo il metodo che vogliamo utilizzare. Se l’esperienza religiosa è un’esperienza, non possiamo che partire da noi stessi per coglierne gli aspetti costitutivi  il punto di partenza è se stessi. Partire da sé è realistico quando la propria persona è guardata in azione , è osservata cioè nell’esperienza quotidiana: questo avviene perché i fattori che ci costituiscono, gli elementi portanti del soggetto umano, emergono osservandoci in azione, altrimenti non sarebbero rilevabili ed è come se non esistessero  solo l’azione scopre il talento , il fattore umano. Il disoccupato è perciò un uomo che soffre un attentato grave alla coscienza di se stesso ed è in condizioni tali per cui la percezione dei suoi valori personali risulta sempre più annebbiata. Così avviene anche per il senso religioso: una persona che non vuole impegnarsi con il fatto religioso nella sua vita ha ragione di dire che tutto ciò che attiene a tale fatto non la tocca, perché, non essendo mai stata coinvolta da ciò, a un certo punto quel fatto per essa è come se non esista.

La condizione essenziale per comprendere la nostra esistenza e percepire i nostri fattori costitutivi è vivere la vita nella sua totalità, nella quale tutto va compreso: amore, studio, politica, denaro, lavoro,… Dentro ad ogni gesto sta il passo verso il proprio destino. Tra gli aspetti della vita, uno dei più importanti è la tradizione , fattore connesso al senso religioso. Ognuno di noi nasce infatti da una tradizione, che consiste di un insieme di elementi che la natura ci offre, elementi che ognuno si ritrova addosso come dati. Questo non significa che dobbiamo fossilizzarci nella tradizione, ma dobbiamo invece sviluppare ciò di cui la natura ci ha dotato: per mutare quello che ci è stato dato dobbiamo infatti agire con ciò che ci è stato dato e partendo da questo, dobbiamo realizzare la nostra esistenza. E’ necessario quindi che la ricchezza della tradizione sia applicata a quella problematica della vita rappresentata da quella esperienza elementare: nel caso in cui questo non venga fatto, il soggetto diventerà alienato, fossilizzato o abbandonerà la tradizione stessa. Dobbiamo quindi usare in modo critico la tradizione facendo uso del principio critico che sta dentro di noi: quando questo viene fatto, la tradizione diventa fattore di personalità. Un altro aspetto importante della vita è il valore del presente. Quanto più uno è persona, è uomo, quanto più abbraccia a vive nell’istante presente tutto ciò che lo ha preceduto e lo circonda. L’uomo, per capire i fattori di cui è costituito, deve partire dal presente: se infatti colgo ora i fattori della mia esperienza d’uomo posso proiettarmi nel passato e cogliere gli stessi fattori che caratterizzavano le generazioni precedenti, anche lontane da me, e questo confermerà l’unità della stirpe umana. L’uomo inoltre scopre nel presente due tipi di realtà:

  • materiale : questa realtà, che l’uomo trova dentro se stesso, è una realtà misurabile, divisibile e mutevole. Essa è misurabile , in quanto si può paragonare il tutto con una sua parte. Essa è divisibile il quanto, potendo essere paragonato con una sua parte, il tutto è divisibile. Essa è infine mutevole , ovvero è in grado di mutare nel corso del tempo.
  • immateriale : esistono fenomeni il cui contenuto di realtà non è misurabile, divisibile e nemmeno mutevole. Questi fenomeni sono l’idea, il giudizio e la decisione. L’ idea (idea di bontà) non può essere misurata, quantificata e non si modifica nel tempo. Il giudizio (“Questo è un foglio di carta”) se è vero, resta perennemente vero e perciò non può essere misurato, quantificato e nemmeno modificato. La decisione è un fenomeno in cui la dimensione del tempo e della misura non agiscono. Così l’uomo comprende che è costituito da due realtà diverse, una materiale e una immateriale, e non è giusto tentare di ridurre l’una all’altra, in quanto farle coincidere significherebbe forzare, violentare l’esperienza e investirla di un preconcetto. Esse sono state chiamate in modi diversi: materia e spirito, corpo e anima. Il fenomeno morte è spesso associato nella Bibbia all’espressione “corruzione”. Per corruzione si intende la decomposizione, la rottura in parti, di un tutto. Questo è chiaro per una realtà divisibile, ma non è invece applicabile ad una realtà che invece non è misurabile, divisibile, mutabile. Quindi l’io non esaurisce la sua consistenza in ciò che vede morire, in quanto esiste una realtà dell’io che è immortale. LA RIDUZIONE MATERIALISTICA

Lo smarrirsi del significato tende all’annullamento della personalità: la personalità dell’uomo acquista densità e consistenza proprio come esigenza, intuizione, percezione del significato. Infatti lo smarrimento del significato porta alla depressione della personalità , che porta a sua volta a sfocare il senso del passato. Quando non si conosce il significato di una determinata cosa, si tende ad utilizzarla con un fine inadeguato all’oggetto stesso: l’uomo è quindi portato a reagire alla realtà, a “giocherellare” con il mondo non comprendendone il vero significato. In questo modo l’uomo taglia i ponti con la storia e la tradizione, ovvero con il passato. Sfocando il senso del passato, il presente si afferma come pura reattività e, di conseguenza, si inaridisce anche la fecondità del futuro: infatti la ricchezza del presente viene dal passato, ma quando questa risulta essere sfocata, mette a repentaglio anche il futuro che si costruisce a partire proprio dal presente.

  • Incomunicabilità Questo sfocarsi del senso del passato , che inaridisce la fecondità del futuro, riduce il dialogo e la comunicazione umana. Il passato è infatti l’humus nel quale il dialogo getta le radici. Il dialogo e la comunicazione sorgono dall’esperienza la cui profondità è nella capacità di memoria : più l’individuo è carico di esperienza e più è in grado di comunicare con l’altro, trovando connessione con quello che ha dentro di sé. L’esperienza è custodita poi dalla memoria, condizione fondamentale perché l’individuo possa comunicare. E’ anche necessario che l’esperienza venga giudicata dall’ intelligenza , sempre in base all’esperienza elementare.
  • Solitudine Questa è la solitudine che l’uomo prova davanti al suo destino, non comprendendone il vero significato. La solitudine infatti non è essere da solo, ma è assenza di significato. L’incomunicabilità aumenta il senso tragico di solitudine che l’uomo moderno e contemporaneo ha di fronte al destino senza significato, vale a dire la perdita della passione e del gusto di vivere. L’esito di questa solitudine è la vulnerabilità che l’individuo sente all’interno della società.
  • Perdita della libertà L’individuo resta in balia delle forze più incontrollate dell’istinto e del potere: questa è la scomparsa della libertà. L’ ascesi è l’unico mezzo che permette all’uomo di liberarsi dalla schiavitù: l’uomo fa uso delle proprie energie in un lavoro su se stesso. Questo è l’inizio della libertà. Ma che cos’è la libertà? Per capire che cos’è la libertà dobbiamo partire dall’esperienza che abbiamo del sentirci liberi: noi ci sentiamo liberi quando soddisfiamo un nostro desiderio. E quindi tanto più forte è il desiderio, tanto più grande sarà la nostra esperienza di libertà. La libertà non è però un momento di libertà, ma è il compimento totale di sé , vale a dire la capacità del fine della totalità della felicità, cioè il raggiungimento del proprio destino , cioè Dio. La fede è il gesto di libertà fondamentale perché è il riconoscimento pieno di quella presenza che è il mio destino. Precarietà della libertà La libertà può essere messa a repentaglio dal potere esercitato da alcuni uomini: essi instaurano una dittatura sugli altri uomini. Si tratti di uomo o di donna, di genitori e figli, di governo e di cittadini, di padroni ed operai.

Fondamento della libertà Solo la Chiesa difende il valore assoluto della persona, in quanto l’uomo non deriva solamente dalla biologia del padre e della madre. Nell’uomo si riconosce un diretto rapporto con l’infinito , diretto rapporto con l’origine del mondo e con quella X misteriosa che sta sopra il flusso della realtà, cioè Dio. Questa “anima” indica esattamente che c’è un qualcosa in me che non deriva da alcun fattore della fenomenologia sperimentabile, in quanto non dipende da fattori biologici. Il paradosso che sta alla base della nostra libertà è la dipendenza di questa nostra libertà da Dio : la religiosità è infatti l’unico confine alla dittatura dell’uomo sull’uomo. Per questo chi ha il potere è tentato di odiare la religiosità vera, perché essa costituisce un limite al possesso. L’antipotere è l’ amore : il divino è l’affermazione dell’uomo come capacità di libertà, di raggiungimento della felicità, di raggiungimento di Dio. Il divino è amore.

COME SI DESTANO LE DOMANDE ULTIME. ITINERARIO DEL SENSO

RELIGIOSO

L’io e la realtà Quando l’uomo nasce, il suo primissimo sentimento è quello di essere di fronte ad una realtà che non è sua, che c’è indipendentemente da lui e da cui lui dipende. La realtà risulta come qualcosa di dato. La stessa parola “dato” però implica in sé un’attività, davanti alla quale l’uomo risulta passivo: questa passività infatti costituisce la mia originaria attività, quella del ricevere, del constatare, del riconoscere. Io apro gli occhi a questa realtà che mi si impone, che non dipende da me, ma da cui io dipendo. La natura dell’uomo è proprio quella di essere creato. Se sono maturo, non posso negare che io non mi faccio da me , non sto facendomi da me, non mi do l’essere, non mi do la realtà che sono, ma sono invece dato. Io non sono altro che “ tu che mi fai ”: questa Cosa che mi crea è quello che la tradizione religiosa chiama Dio, ciò che è più di me, ciò per cui io sono. Il padre è colui che dà inizio alla nostra vita e dal primo istante in cui questa vita è posta in essere, si distacca. La preghiera è il momento in cui l’uomo arriva alla coscienza di sé, comprendendo di essere dato. L’uomo, una volta accortosi di questa realtà e del fatto di farne parte, si accorge anche che c’è dentro questa realtà un ordine , che questa realtà è cosmica (da cosmos che significa ordine). L’uomo constata quindi che la realtà si muove secondo un disegno che può essergli favorevole: questa realtà è provvidenziale in quanto mostra il proprio nesso con il divino. L’uomo è quel livello della natura in cui la natura diventa esperienza della propria contingenza , in quanto l’uomo sperimenta di esistere per un’altra cosa, perché non si fa da sé. L’uomo raggiunge la coscienza vera di sé quando riconosce di essere posseduto.

  • Esigenza della verità : si tratta dell’esigenza di scoprire il significato delle cose, il loro funzionamento. Questa esigenza implica sempre l’individuazione della verità ultima, il vero significato delle cos, il loro nesso con la totalità;
  • Esigenza della giustizia : l’idea di giustizia legata all’uomo e alla persona;
  • Esigenza della felicità : la felicità si raggiunge solo con il compimento di sé, con la totale soddisfazione e realizzazione di sé;
  • Esigenza dell’ amore : come l’arte, la musica, tanto più l’amore è grande, questo apre il nostro desiderio, che diventa segno di altro. I termini con cui la tradizione religiosa ha chiamato il mistero, cioè ha parlato di Dio, sono tutti termini negativi: infinito, immenso, non misurabile, ignoto. E anche certe parole che sembrano positive, come onnipotente, onnisciente, sono termini negativi perché non corrispondono a nulla della nostra esperienza. Anche quando diciamo Dio è bontà, Dio è amore, Dio è persona, stiamo utilizzando dei termini negativi: Dio è bontà, ma non è la bontà così come la conosciamo noi; Dio è amore, ma non secondo la nostra modalità; Dio è persona, ma non come lo siamo noi. Questi termini intensificano comunque il nostro rapporto con il mistero, sono aperture a Dio.

L’avventura dell’interpretazione

Oltre alla ragione altro ruolo importante è giocato dalla libertà. L’uomo arriva al proprio compimento, raggiunge la propria realizzazione, arriva al proprio destino solo attraverso la sua libertà. La libertà non si dimostra tanto nelle scelte, ma si gioca nel primo impatto della coscienza con il mondo. O si va di fronte alla realtà spalancando gli occhi dicendo “pane al pane e vino al vivo”, e allora abbracci si abbraccia tutta la realtà con il suo senso; oppure ci si mette di fronte alla realtà difendendosi, cercando e ammettendo della realtà solo ciò che è consono a noi. Questa è la scelta profonda che operiamo quotidianamente di fronte al reale: la ragionevolezza sta in ciò che è aperto e dice pane al pane e vino al vino. La nostra libertà si dimostra anche nell’interpretazione del segno: il mondo è come una parabola , come un segno che dobbiamo comprendere. Cristo diceva: “Io parlo in parabole affinché vedendo possano non vedere, e udendo possano non udire”. Se si è “morali”, cioè nell’atteggiamento originale in cui Dio ci ha creati, cioè con un atteggiamento aperto al reale, allora possiamo capire, o perlomeno possiamo cercare di capire, domandando. Se invece non ci troviamo in quella posizione originale, siamo alterati, bloccati nel pregiudizio, allora siamo “immorali”.

EDUCAZIONE ALLA LIBERTA’

Abbiamo quindi spiegato come il problema fondamentale per l’uomo sia l’ educazione alla libertà. Se poi la realtà chiama l’uomo a qualcosa d’altro, educazione alla libertà equivale a educazione alla responsabilità.

Responsabilità deriva infatti da “rispondo”: l’educazione alla responsabilità è l’educazione a rispondere a ciò che chiama. Quest’educazione alla libertà consiste in:

  • educazione all’attenzione : non è infatti automaticamente facile fare attenzione; spesso infatti il preconcetto impedisce l’attenzione, ciò l’affermarsi di un’idea già fatta porta a tralasciare il messaggio nuovo. Cosa fondamentale è che l’attenzione dia conto della totalità dei fattori;
  • educazione all’accettazione : accettazione significa abbracciare consapevolmente ciò che viene davanti agli occhi. Educare all’attenzione e all’accettazione assicura la modalità profonda con cui ci si deve porre di fronte alla realtà: bisogna essere aperti, liberi, senza pregiudizi di fronte al reale. L’atteggiamento giusto di fronte alla realtà è quindi quello di permanere nella posizione originale in cui la natura, Dio, ci ha messo: l’atteggiamento di attesa e di ricerca. L’uomo deve quindi assumere un atteggiamento positivo di fronte al reale, così che se c’è qualcosa la si può trovare. L’educazione alla libertà deve essere educazione all’opzione per la positività di partenza. Dove sta quindi la vera difficoltà nell’identificare l’esistenza di Dio, del mistero? Ciò che ci mette in difficoltà è l’ esperienza del rischio , cioè una dissociazione tra la ragione, percezione dell’essere, e la volontà che è effettività, cioè di energia di adesione all’essere. Vediamo le ragioni che ci fanno affermare l’esistenza di Dio, ma poi noi aderiamo alla sua esistenza. Come mai avviene questo, dato che la facilità a cogliere l’esistenza di Dio viene identificata nel percepire l’esistenza di se stessi? Manca in questo caso l’ energia di coerenza , cioè l’energia con cui l’uomo prende se stesso e aderisce a ciò che la ragione gli fa vedere. Sorge nell’uomo una paura di affermare l’essere: quanto poi più una cosa interessa i significato del vivere, come Dio, tanto più si ha questa paura di affermarla. L’unico modo per vincere e superare questa paura è uno sforzo di volontà, permesso dalla forza della libertà. Questa energia di libertà emerge laddove l’individuo vive la sua dimensione comunitaria : è solo infatti in questa dimensione che l’uomo è sufficientemente capace di superare l’esperienza del rischio.. La dimensione comunitaria non rappresenta comunque la sostituzione della libertà e della decisione personale, ma la condizione perché questa si affermi (esattamente come è necessario che ci sia la terra perché dal seme nasca una pianta).

L’ENERGIA DELLA RAGIONE TENDE A ENTRARE NELL’IGNOTO

Quando la ragione prende coscienza di sé fino in fondo, essa intuisce l’inarrivabile, il mistero. Questo provoca in lei struggimento , per il fatto di non poter conoscere quell’incognita.

La parola rivelazione ha un senso lato, ampio e generico: il mondo è questa rivelazione del Dio, del Mistero. La realtà è un segno interpretando il quale la coscienza dell’uomo capisce l’esistenza del mistero: è l’interpretazione della struttura dinamica delle cose che porta l’uomo a percepire la presenza di un “Oltre”. Ma in senso proprio “rivelazione” non è il termine di un’interpretazione che l’uomo fa sulla realtà, ma si tratta di un possibile fatto reale, di un avvenimento storico: questa è la rivelazione in senso stretto, cioè lo svelarsi del Mistero attraverso un fatto della storia col quale, nel caso del Cristianesimo, si identifica. Questa ipotesi è innanzitutto possibile in quanto non si può dire che per Dio qualcosa risulti impossibile. Inoltre è conveniente in quanto aderisce al desiderio dell’uomo, al suo cuore e alla sua natura. Un’ipotesi per essere tale deve essere comprensibile all’uomo: ciò significa che la rivelazione deve essere tradotta in termini comprensibili all’uomo. Ma Dio, tradotto in termini comprensibili, non sarebbe idolatria? La traduzione in termini umani non deve essere una riduzione del mistero, ma un approfondimento di esso.