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"Affrontare le difficoltà", Zamengo., Sintesi del corso di Psicologia Morale

Il riassunto sostituisce completamente l'utilizzo del testo.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 06/11/2021

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Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag.1
Riassunto di Giada Giancale
CAPITOLO 1 - EDUCAZIONE E PROVE
Un essere “in prova”
La quotidianità con cui l’esperienza della prova si manifesta nell’esistenza mostra come le prove
rappresentino un tratto caratteristico che appartiene all’intera condizione umana: tutto il
percorso esistenziale è scandito da occasioni in cui ci si cimenta con la realtà.
Provarsi, mettersi alla prova, essere sottoposti a prove qualificano l’esperienza umana nel reale.
La prova, rappresenta la misura del proprio stare al mondo. Nell’azione del provarsi ciascuno
costruisce, un’immagine di sé e del posto che ritiene di occupare nella realtà: una condizione mai
statica o definitiva, ma dinamica e ricorsiva.
La relazione dell’essere umano con la prova, evidenzia quanto la costruzione dei soggetti non
possa consistere in un agire predefinito e prevedibile, ma in un cammino che sappia integrare
anche l’incertezza e l’imprevisto, rivelando quanto quella umana sia una condizione tragica.
Prova come la possibilità dell’uomo di costruirsi e definirsi, ma anche continua esposizione al
limite, alla problematicità delle scelte e alla costante tensione nella ricerca di significati.
Provare, in particolare nella forma riflessiva del provarsi chiama in causa un’azione di
confronto, un rapportarsi che permetta di stabilire la qualità, la bontà o la capacità di ciò che si sta
sperimentando.
La prova a seconda degli ambiti in cui il termine viene utilizzato, può rappresentare:
- Conoscenza attraverso l’esperienza diretta della realtà nel senso di provare qualcosa.
- Cimento o sforzo per collaudare qualcosa, nel senso di mettersi oppure esser messi alla
prova per misurare la propria capacità o quelle di un oggetto.
- Testimonianza nel senso giuridico come prova legale.
- Un indizio o una conferma dell’autenticità di un fatto, nel senso “alla prova dei fatti”.
- Rappresentazione preparatoria o preparazione in vista di una realizzazione, nel senso di
allenarsi e prepararsi in vista di un’esibizione o di uno spettacolo.
Nella prospettiva pedagogica il termine insiste su sfumature interpretative diverse: il primo livello
pedagogico su cui intendiamo soffermarci è rappresentato, in termini generali, dal rapporto che si
instaura tra le prove e il concetto di sviluppo, con particolare riferimento, in questa fase, all’e
evolutiva. Quale ruolo rivestono esse nel percorso di crescita?
2. Prove e Sviluppo
Proprio perché l’uomo è soggetto al divenire, allora ha senso interrogarsi sulla natura e sulla
direzione dei cambiamenti che lo riguardano. Il concetto di sviluppo evoca un’idea di essere che si
trasforma, che è, in un percorso che si articola tra la nascita e la morte.
Sostenere che l’essere umano sia un soggetto in costruzione, è affermazione valida anche da u n
punto di vista biologico: posto in questi termini, infatti, il concetto di sviluppo chiama in causa
proprio quel processo evolutivo compiuto da un organismo che va incontro a modificazioni di
natura strutturale volto all’accrescimento, all’incremento e all’acquisizione della sua forma
definitiva.
Il nodo centrale della questione è caratterizzato dalle dispute attorno al problema del divenire nei
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Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale CAPITOLO 1 - EDUCAZIONE E PROVE Un essere “in prova” La quotidianità con cui l’esperienza della prova si manifesta nell’esistenza mostra come le prove rappresentino un tratto caratteristico che appartiene all’intera condizione umana: tutto il percorso esistenziale è scandito da occasioni in cui ci si cimenta con la realtà. Provarsi, mettersi alla prova , essere sottoposti a prove qualificano l’esperienza umana nel reale. La prova, rappresenta la misura del proprio stare al mondo. Nell’azione del provarsi ciascuno costruisce, un’immagine di sé e del posto che ritiene di occupare nella realtà: una condizione mai statica o definitiva, ma dinamica e ricorsiva. La relazione dell’essere umano con la prova, evidenzia quanto la costruzione dei soggetti non possa consistere in un agire predefinito e prevedibile, ma in un cammino che sappia integrare anche l’incertezza e l’imprevisto, rivelando quanto quella umana sia una condizione tragica. Prova come la possibilità dell’uomo di costruirsi e definirsi, ma anche continua esposizione al limite , alla problematicità delle scelte e alla costante tensione nella ricerca di significati. Provare, in particolare nella forma riflessiva del provarsi chiama in causa un’azione di confronto, un rapportarsi che permetta di stabilire la qualità, la bontà o la capacità di ciò che si sta sperimentando. La prova a seconda degli ambiti in cui il termine viene utilizzato, può rappresentare:

  • Conoscenza attraverso l’esperienza diretta della realtà nel senso di provare qualcosa.
  • Cimento o sforzo per collaudare qualcosa, nel senso di mettersi oppure esser messi alla prova per misurare la propria capacità o quelle di un oggetto.
  • Testimonianza nel senso giuridico come prova legale.
  • Un indizio o una conferma dell’autenticità di un fatto, nel senso “alla prova dei fatti”.
  • Rappresentazione preparatoria o preparazione in vista di una realizzazione, nel senso di allenarsi e prepararsi in vista di un’esibizione o di uno spettacolo. Nella prospettiva pedagogica il termine insiste su sfumature interpretative diverse: il primo livello pedagogico su cui intendiamo soffermarci è rappresentato, in termini generali, dal rapporto che si instaura tra le prove e il concetto di sviluppo , con particolare riferimento, in questa fase, all’età evolutiva. Quale ruolo rivestono esse nel percorso di crescita? 2.^ Prove e Sviluppo Proprio perché l’uomo è soggetto al divenire, allora ha senso interrogarsi sulla natura e sulla direzione dei cambiamenti che lo riguardano. Il concetto di sviluppo evoca un’idea di essere che si trasforma, che è, in un percorso che si articola tra la nascita e la morte. Sostenere che l’essere umano sia un soggetto in costruzione, è affermazione valida anche da un punto di vista biologico: posto in questi termini, infatti, il concetto di sviluppo chiama in causa proprio quel processo evolutivo compiuto da un organismo che va incontro a modificazioni di natura strutturale volto all’accrescimento, all’incremento e all’acquisizione della sua forma definitiva. Il nodo centrale della questione è caratterizzato dalle dispute attorno al problema del divenire nei

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale termini in cui, ad esempio lo pone la filosofia greca: è corretto sostenere che l’essere umano si trasformi, cambi? Per diventare che cosa? Natura e Cultura Se il concetto di sviluppo evoca un processo di trasformazione volto all’accrescimento delle potenzialità del soggetto in crescita, colui che si prova, si trova in una situazione in cui le azioni che mette in campo possono implicare l’acquisizione di una serie di abilità che in precedenza erano solo presenti in potenza. Il ruolo dell’ambiente e dei contesti socio-culturali risultano avere un’importanza decisiva nello sviluppo. L’antropologo Dunbar (1993) ha dimostrato la relazione tra le proporzioni del cervello e il gruppo sociale di appartenenza: all’interno di un determinato gruppo sociale il logaritmo della dimensione del cervello è pressoché perfettamente proporzionale al logaritmo della dimensione del gruppo sociale [...]. Lo sviluppo del cervello, nell’ipotesi confermata dagli esperimenti di Dunbar, sarebbe fortemente collegato alla dimensione sociale di vita dell’individuo : per gestire gruppi sociali sempre più ampi, le dimensioni del cervello sarebbero andate, quindi, incontro ad aumento delle proporzioni. Il luogo entro cui si compie lo sviluppo è determinante per le traiettorie della crescita e per declinare quelle qualità cognitive, sociali ed emotive che la persona possiede solo a livello potenziale. Il rapporto tra individuo e cultura si struttura come un rapporto dinamico, ricorsivo-circolare : nello sviluppo, si assiste ad una sorta di adeguamento attivo, altrimenti definito come una partecipazione dinamica , dell’individuo alla cultura di cui è parte; ma contemporaneamente la cultura stessa si organizza e si struttura in modo tale da offrire delle risposte alle esigenze del bambino nel corso della sua maturazione biologica. Rispondendo alle richieste dell’esterno, in qualche modo l’individuo partecipa al contesto socio- culturale di cui è parte. Sull’utilità delle prove nello sviluppo: le teorie classiche Il ruolo delle prove nel percorso di crescita , prendendo spunto dalle riflessioni contenute nelle teorie classiche, che quasi tutte contemplano al proprio interno la nozione di prova; gli studi classici conferiscono alla prova un elemento decisivo per lo sviluppo: nell’interazione con la realtà, il bambino va incontro ad esperienze attraverso cui si cimenta in maniera attiva e, contemporaneamente, è chiamato a misurarsi e a far fronte a delle situazioni problematiche che si trova a dover affrontare. In quasi tutte le teorie classiche, il bambino è chiamato a misurarsi con la realtà e sostengono che si possa parlare di sviluppo laddove la prova venga superata con successo. a) Jean Piaget: a proposito di movimenti esplorativi All’autore ginevrino si riconosce grande merito, oltreché scientifico, anche per la capacità di aver scorto lo sviluppo cognitivo del bambino in eventi quotidiani per nulla straordinari. Le sue ricerche si occupano soprattutto dello sviluppo dell’intelligenza nel fanciullo , considerata come un processo di adattamento all’ambiente, propaggine di alcune funzioni ereditarie che nelle fasi successive dello sviluppo acquistano autonomia dal dato biologico e divengono intellettuali,

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale nella teoria dello sviluppo psico-sociale: essa si colloca all’interno della relazione dinamica tra società ed individuo, in cui il primo dei due termini stabilirebbe delle “prove” a cui è chiamato a confrontarsi l’individuo nello sviluppo. L’approccio di Erikson si articola in otto fasi, al culmine di ciascuna, proprio nel passaggio tra un fase e l’altra, l’individuo si trova a dover affrontare un momento di crisi, ovvero si trova impegnato nel tentare di risolvere situazioni conflittuali; queste situazioni critiche chiamano l’individuo a cimentarsi con l’acquisizione di un cambiamento di prospettiva in grado di rafforzare le proprie potenzialità e la consapevolezza di sé. Crisi intesa come situazione problematica, contemporaneamente occasione per aprirsi al nuovo , ma anche trasformazione di ciò che era prima. c) Vygotskij: Io sviluppo come processo storico-culturale (pagina 26) Vygotskij conferisce al contesto culturale un ruolo decisivo per lo sviluppo delle funzioni intellettuali del bambino: l’ambito socio-culturale, non solo plasmerebbe il comportamento degli individui esercitando una forza dall’esterno, ma sarebbe responsabile della costruzione interna delle “funzioni mentali superiori”, ovvero il pensiero, l’attenzione, la memoria o il linguaggio; in breve, proprio la cultura plasmerebbe tutte le attività mentali complesse specifiche dell’essere umano. Lo sviluppo umano per questo autore è, infatti, ben più complesso rispetto ad una semplice maturazione biologica. Egli intende lo sviluppo come un processo qualitativo di adattamento che trae origine dalla trasformazione dell’ambiente naturale ad opera dell’essere umano, attraverso gli strumenti culturali e sociali: lo sviluppo personale si caratterizza per essere un processo in cui il piano biologico e piano culturale si integrano, ma è proprio quest’ultimo a declinare le articolazioni e le qualificazioni del primo. Ogni funzione nel corso dello sviluppo culturale del bambino fa la sua apparizione due volte, su due piani diversi, prima su quello sociale, poi su quello psicologico, dapprima tra le persone, come categoria interpsichica , poi all’interno del bambino, come categoria intrapsichica. Nel valorizzare lo sviluppo infantile, l’autore mette in evidenza la nozione di prova intesa come capacità di misurarsi e di reggere gli urti con il reale, superando le difficoltà.

  1. Tra Formale ed Informale Il binomio “prova-educazione”, molto probabilmente evocherebbe la propria personale esperienza scolastica, una stagione della propria vita caratterizzata da volti, insegnamenti, voti ed emozioni contrastanti. La relazione tra educazione e prove si collocherebbe all’interno di quel panorama specifico, definito come “educazione formale”; non a torto, soprattutto in ambito scolastico, le “prove” rappresentano lo strumento di controllo utilizzato dagli insegnanti, al fine di valutare gli apprendimenti degli allievi; è evidente quanto, tutto il percorso formativo di un allievo sia scandito e regolato da “prove”: la diffusione della formazione professionale e della sua periodica riqualificazione, volta ad ottenere una sempre maggiore specializzazione all’interno dei contesti lavorativi, e, in generale, l’affermarsi del principio di “educazione permanente”, pone anche gli adulti dinnanzi all’eventualità, di doversi cimentare con apprendimenti più formalizzati; ciò può

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale divenire fonte di non poche difficoltà e non solo in termini cognitivi: nel caso di soggetti “già cresciuti” l’accostarsi ad un percorso di formazione può apparire come una forma di regressione, sempre più frantumato dai ritmi delle società post-moderne. Riconosciamo quanto il cammino educativo sia caratterizzato da una costellazione di occasioni di formazione non riconducibili direttamente alla cosiddetta “educazione formale”; ci riferiamo all’educazione informale , che è in grado di sviluppare forme di apprendimento e percorsi di significazione altrettanto validi e fondamentali nella costruzione. Il tratto saliente di questo genere di apprendimenti consiste nella non esplicitazione educativo- intenzionale; può non esistere un chiaro e dichiarato intento formativo; esse costituiscono le cosiddette “circostanze di vita” che, a livello più o meno consapevole possono rivestire il ruolo di catalizzatori del cambiamento. Tratti salienti della personalità si formano soprattutto in seno a ciò che si vive e si respira all’interno degli ambienti di apprendimento di cui si è parte. La prova a scuola Nel panorama dell’educazione formale, l’essere umano è considerato soprattutto come soggetto di conoscenza: da un punto di vista pedagogico il centro della questione sarà allora localizzato all’interno dell’istruzione, riferendosi in modo particolare ai progressi di apprendimento ed insegnamento. In queste declinazioni, la prova rappresenta uno strumento di controllo ed accertamento in grado di mostrare la tenuta delle informazioni acquisite. Quest’accezione della prova incoraggia e sostiene lo sviluppo dell’intelligenza, intesa come problem solving, ovvero come capacità di risolvere i problemi che si incontrano nel reale, un esercizio in grado di ri-orientare la conoscenza. Skinner intendendo l’apprendimento come il prodotto adattivo all’interno di un sistema di stimoli e riposte si concentrò in modo particolare sulle pratiche d’insegnamento ; egli ipotizzava che un sistema calibrato di rinforzi (positivi e/o negativi) potesse essere in grado di promuovere la conoscenza del soggetto: compito dell’insegnante è costituire un sistema di “contingenze rafforzative” costruite e programmate ad hoc , attraverso cui sostenere le azioni più idonee alla risoluzione ilei problemi, scoraggiando quelle inefficaci. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso nel panorama formale dell’educazione l’ accertazione per mezzo delle prove appare sempre più centrale nei processi di apprendimento: nell’ordine di una maggiore efficienza degli apprendimenti, assistiamo al proliferare di nuovi strumenti di verifica, molto più standardizzati ed uniformi. È richiesto un insegnamento che sia in grado di stare al passo con i tempi. Nell’ottica di queste considerazioni, è possibile dunque comprendere gli inviti nazionali ed internazionali, volti a promuovere una razionalizzazione degli apprendimenti e a favore dell’elaborazione di sistemi di valutazione il più possibile uniformi ed oggettivi. Oltre l’efficentismo: l’apprendimento come prova E’ altrettanto vero che l’esasperazione dell’efficientismo restituisce una descrizione solo parziale del ruolo delle prove nel percorso conoscitivo. La prova nel contesto scolastico non può limitarsi ad un semplice strumento di controllo che certifica una conoscenza. Tuttavia, è proprio il livello formale che, attraverso la scuola, opera una mediazione intenzionale e

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale ruolo dell’adulto-tutor consisteva nell’organizzarle ed integrarle. In particolare la funzione di scaffolding si realizzerebbe attraverso:

- Adesione al compito: nell’ “agganciare” l’interesse del soggetto. - Riduzione dei gradi di libertà: riduce, cioè, momentaneamente la complessità del compito, in azioni più semplici fino a quando egli non riconosce di aver fatto una mossa giusta. In seguito, indirizza il bambino nell’assemblaggio dei vari atti costitutivi. - Mantenimento della direzione : il compito dell’adulto consiste nel saper mantenere il focus sulla risoluzione del compito. - Segnalazione delle caratteristiche determinanti: I’adulto-tutor segnala e sottolinea i tratti salienti del compito, quelli pertinenti e idonei alla soluzione del compito, in modo tale che il soggetto possa comprendere le azioni corrette e possa orientare le proprie. - Controllo della frustrazione : il controllo della frustrazione nella prova chiama in causa una capacità da parte dell’adulto di aiutare a conferire un posto all’incertezza che si accompagna inevitabilmente nei confronti di nuovi compiti, senza però eliminarla del tutto.

  • Dimostrazione : compito del tutor consiste nel presentare dei modelli di soluzione del compito , indirizzando o mostrando in forma abbozzata dei tentativi di soluzione, orientando il soggetto sulla strada corretta.
  1. La difficoltà come occasione di riorientamento La prova nel percorso conoscitivo, dunque, diventa occasione per sperimentare la meraviglia , ovvero incontrare una situazione problematica da affrontare e con la quale rapportarsi. L’apprendimento, dunque, non è solo acquisizione di certezze così come l'insegnamento non è solo imporre e far superare prove “definite” e tassonomiche. Tanto l’insegnante, quanto l’educatore devono saper anche “destabilizzare” le certezze, sia quelle personali che quelle dei soggetti in formazione: un mettere e mettersi alla prova di natura esistenziale, coltivando una disposizione soggettiva che insegni ad affrontare e a superare la prova, ben più radicale, del saper “so-stare” nell’incertezza. CAPITOLO 2 - SFIDE E CAMBIAMENTI NEL CICLO DI VITA Ricercare una continuità tra perdite e acquisizioni Nelle conversazioni quotidiane, infatti, a fronte di brusche trasformazioni personali, specie nel contesto della crisi socio-economica, spesso accade di attestarsi attorno ad una sconsolata ammissione: “ davvero, le prove non finiscono mai ”. E’ evidente che nella stessa misura in cui il crescere non appare un’impresa semplice, anche l’essere adulti non affranca dal doversi cimentare continuamente con prove varie ed intensità diversa. La condizione di essere soggetto al tempo , impone alla condizione umana di misurarsi con il cambiamento , di sé e della realtà; ma ogni transizione è anche una prova, perché non si tratta sempre di accostarsi a trasformazioni sicure e semplici. Accanto al nuovo che avanza, ciò che era prima pare allontanarsi; ogni cambiamento registra contemporaneamente una conquista, ma anche una perdita. La prova, da una parte, può essere occasione di acquisizione o perfezionamento di abilità, ma anche situazione critica che evidenzia delle fragilità. In breve, per affrontale le prove dell’esistenza

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale è necessario maturare una capacità attraverso la quale ciascun soggetto possa contare su una certa stabilità, seppur nei cambiamenti. Le moderne scienze psico-pedagogiche definiscono questa capacità in termini di resilienza, definita come il processo che permette la ripresa di uno sviluppo possibile dopo una lacerazione traumatica e nonostante la presenza di circostanze avverse. Lo sviluppo si realizza attraverso delle prove, ma anche quando alcuni eventi critici possono destabilizzare profondamente lo stare al mondo di ciascun soggetto, esiste la possibilità che proprio attraverso essi, ciascuno possa maturare una serie di abilità e competenze che in precedenza parevano insospettabili, contro ogni posizione deterministica.

  1. Le prove nel ciclo di vita La prospettiva del ciclo di vita , inaugurata da Erikson, tende a sostenere quanto durante tutto il corso dell’esistenza si possano riscontrare turning points, ovvero dei punti di svolta, che impegnano la persona a ricostruire traiettorie alternative della propria esistenza. Accanto al concetto di transizione, nell’approccio al ciclo di vita si fa strada una connotazione dello sviluppo molto più vicina ad essere descritta in termini di “ rotture di simmetria ”, di cui lo studioso Riegei ne parla così: anziché considerare questi episodi in modo negativo, è importante comprendere che essi costituiscono le basi fondamentali per lo sviluppo dell’individuo. Lo sviluppo consiste in continui cambiamenti lungo diverse dimensioni in progressione simultanee. I cambiamenti critici avvengono ogni volta che due sequenze non sono in sintonia. Trasformazioni e mutamenti Secondo gli autori della prospettiva del ciclo di vita la relazione dell’essere umano con la temporalità, assume però un aspetto centrale. Elder parla di principio del tempo e del luogo nella storia , e quanto il corso della vita degli individui sia radicato e prenda le mosse dal tempo e dal luogo storico in cui esso si svolge, e del principio della tempestività nelle vite , ponendo l’accento su quanto l’impatto sullo sviluppo di una serie di trasformazioni ed eventi di vita, dipenda dal particolare momento in cui essi accadono nel corso dell'esistenza della persona. È possibile intravedere anche una sfumatura più articolata: non solo in termini di “sfruttamento” delle occasioni, ma anche come la possibilità di intravedere un tempo opportuno determinati comportamenti. Kloep e Hendry propongono una classificazione dei mutamenti nel corso della vita, collegati al modello di sviluppo nel ciclo dell’esistenza, costituito da quattro modalità:
  2. Mutamenti di maturazione: sono costituiti dalle variazioni fisico-biologiche dell’individuo comuni a tutti gli individui in buona salute.
  3. Mutamenti sociali normativi : sono quelle trasformazioni che spesso si collegano al variare dell’età e ai mutamenti di maturazione, ed hanno la caratteristica di essere eventi sociali regolati da leggi specifiche. 3. Mutamenti quasi normativi: sono eventi legati all’età; in questo caso non tutti gli individui dello stesso gruppo sociale ne sperimentano la portata (laurea universitaria). 4. Mutamenti non normativi : rappresentano quelle trasformazioni più complesse perché non essendo regolate da leggi, non sono così comuni anche agli appartenenti ad un stesso

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale da quattro fonti principali!:

  • Le esperienze di gestione efficace: un solido senso di auto-efficacia sorge da un effettivo misurarsi con l’ostacolo, e con i limiti personali che questa relazione lascia emergere, sia in termini di superamento, sia in termini di perseveranza e continuità dell’impegno.
  • L’esperienza vicaria (identificazione) : esperienza fornita dall’osservazione delle altre persone, che rappresentano un modello di riferimento, il modello deve essere somigliante. In caso di successo del modello, la persona è motivata a superare la prova, in caso di insuccesso del modello, la persona può sentirsi particolarmente sfiduciata, alimentando quel sentimento di impotenza appresa. Senso di auto-efficacia ed impotenza appresa possono collocarsi come due poli all’interno del continuum. nel caso dell’auto-efficacia l’individuo accetterà di misurarsi con la realtà in maniera ottimistica e fiduciosa; nel caso dell'impotenza appresa, la risposta comportamentale sarà molto debole, indolente, nella convinzione che qualunque cosa si faccia, nulla si potrà modificare.
  • La persuasione: consiste nell’instillare un sentimento di fiducia nella possibilità di affrontare le difficoltà ed istituire un clima positivo nella relazione.
  • La percezione dei propri stati emotivi e fisiologici: il senso di auto-efficacia si costruisce attraverso la percezione e al significato che ciascuno conferisce alle proprie condizioni psicologiche. Sfide e rischi Il costrutto dell’auto-efficacia infonde nella persona la percezione di una certa padronanza circa il proprio stare nel mondo, contribuendo ad alimentare una sensazione che comunemente definiamo come senso di sicurezza. Kloep e Hendry una differenziazione a seconda del tipo di prova a cui il soggetto è sottoposto: definiscono sfide i compiti che corrispondono esattamente con le risorse potenziali a disposizione del soggetto; compiti di routine sono considerate quelle prove che richiedono uno sforzo modesto e si caratterizzano per essere meno impegnative; e infine, definiscono rischi quelle situazioni problematiche che richiedono uno sforzo ingente, che possa anche superare le risorse potenziali del soggetto. Dinnanzi all’esposizione di più prove nello stesso tempo, tutte ritenute parimenti importanti, l’individuo andrebbe incontro ad una sorta di implosione, rischiando di lasciarsi risucchiare nel vortice della disperazione e, laddove non riesca a superare gli ostacoli almeno in qualche ambito, l’epilogo può apparire altamente drammatico. Altro fattore situazionale è caratterizzato dal momento di vita in cui si verifica un determinato compito da affrontare. Far fronte alle difficoltà: sviluppo, stagnazione e deterioramento Ogni trasformazione è prova e a far sì che questa possa essere considerata uno sviluppo sono le specifiche modalità attraverso cui l’individuo si fa interprete della trasformazione. Molto, dipende dal particolare momento, personale, storico e sociale, in cui si colloca la reazione alla prova. Decidere a priori di evitare costantemente le situazioni difficili conduce ad una condizione di stagnazione , determinata soprattutto da una mancanza di senso di auto-efficacia e dalla

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale percezione di non essere in grado di addomesticare e tollerare l’ansia insorgente da ogni trasformazione. Questa rigidità nei confronti del cambiamento, può condurre ad una situazione di iper-specializzazione in un particolare contesto , ovvero alla disponibilità di effettive risorse personali utilizzate esclusivamente in un determinato ambito dell’esperienza la cui improvvisa perdita può risultare deleteria per le condizioni generali dell’esistenza dell’individuo, e condurlo da una fase di stagnazione ad una di deterioramento. Ma anche la costante esposizione alle sfide può non essere simbolo di sviluppo; posta in questi termini, la reiterata ricerca delle sfide pare essere una continua fuga dal reale, esercizio di una costante strategia volta ad aggirare la concretezza e le sue limitazioni, come evasione dinnanzi a ciò che è impegnativo e necessita di soluzioni adattive difficoltose. Anche questa sovra- esposizione alle sfide può determinare un deterioramento, del bagaglio di risorse potenziali dell’individuo.

  1. L’interazione tra difficoltà e risorse potenziali Le ricerche di Edler originano da una considerazione di carattere generale: ci si aspetterebbe che bambini provenienti da un ambiente svantaggiato ed economicamente deprivato, siano più disposti a condurre un’esistenza con risultati meno soddisfacenti; la realtà dei fatti dimostra la sostanziale correttezza di questa ipotesi, eppure il legame causale non è sempre dimostrato: le risposte che gli individui offrono alle situazioni critiche sono molto varie, così come le loro particolari attitudini; anche i riferimenti culturali e la rete sociale a cui le persone si appellano nelle transazioni difficoltose, possono determinare una variazione nelle strategie di coping. In particolare, negli studi di Elder vengono analizzati i comportamenti genitoriali. Le ricerche, condotte negli Stati Uniti, si propongono di indagare gli effetti della Grande Depressione del 1929 e quelli del decremento economico avvenuto negli anni ’90 sui comportamenti genitoriali in merito aII’ educazione dei figli. In entrambe le situazioni, in termini generali, si può affermare che di fronte ad una crisi economica le famiglie dei contesti presi in esame affrontano in maniera diversa le difficoltà e laddove gli effetti delle crisi riescano ad essere tollerati e contenuti, attraverso un “atteggiamento psicologico attivo’’, le conseguenze della diminuzione della ricchezza familiare può non costituire un disinvestimento nel percorso educativo dei figli: a) I figli della Grande Depressione (pagina 66) Nell’ipotesi di partenza sostenuta da Elder, entrambe le tipologie di bambini, potevano essere considerati soggetti esposti alla crisi del 1929, ma secondo modalità diverse: a livello teorico, infatti, i bambini di Berkeley correvano un rischio evolutivo maggiore rispetto ai soggetti di Oakland, poiché più piccoli, meno autonomi e quindi più dipendenti dalla situazione familiare; quelli di Oakland, benché all’esplosione della crisi stessero attraversando un’età intermedia, non ancora totalmente autonomi dalla famiglia e troppo piccoli per lasciare la scuola, potevano però essere considerati già abili per svolgere piccole mansioni a termine, quindi in qualche modo utili all’economia domestica. Come osservato, la crisi investe specialmente la figura paterna che in molti casi va incontro ad una demoralizzazione, causa scatenante di ulteriori problemi come l’alcoolismo e la depressione; in generale, il clima familiare è molto stressante e si registra un

Zamengo, Affrontare le difficoltà - pag. Riassunto di Giada Giancale nell’educazione dei figli. Nello studio di Elder un peso determinante nello spezzare le catene della causalità, è costituito dal tipo di struttura familiare: in una coppia sufficientemente solidale tali avversità influivano in maniera molto meno marcata in termini di vissuti depressivi e ciò si ripercuoteva sull’adozione d azioni genitoriali efficaci, volte alla promozione della cura filiale. Le dinamiche intrafamiliari erano improntate sul sostegno del bambino, promuovere la partecipazione del proprio figlio ad attività comunitarie e verso gruppi ricreativi. 4 .La prova a più dimensioni In sintesi, la multidimensionalità del concetto di prova si origina attraverso l’interazione di quattro ambiti specifici:

  1. la condizione umana , configura la prova come un tratto esistenziale dello stare al mondo dell’uomo;
  2. spazio in cui essa si compie, che abbiamo definito come “contesto di sviluppo”;
  3. tempo : non è possibile considerare le prove come circoscritte ad un determinato periodo dello sviluppo, ma esse si accompagnano durante tutto il corso dell’esistenza. La variabile temporale, inoltre, caratterizza anche il piano storico-culturale in cui ciascuno vive: ci riferiamo, al determinato periodo storico e sociale che qualifica l’esperienza specifica dello stare al mondo;
  4. la natura della prova: esistono, diverse tipologie di prove nel corso dell’esistenza, alcune più semplici, altre più complesse. Tutti questi fattori si integrano e vengono interpretati dal singolo, dalle sue peculiarità, sia in termini di risorse che in termini di limiti. Le ricerche condotte da Rider, inoltre, evidenziano un aspetto determinante per la riflessione pedagogica: la possibilità dell’adulto di poter incidere positivamente sulla costruzione della personalità delle nuove generazioni, anche in situazioni particolarmente critiche. Riemerge, il concetto bruneriano di scaffolding, evidenziando la capacità dell’adulto di saper contenere le condizioni di disagio, mantenendo un atteggiamento pedagogico stabile, seppur a fronte delle repentine trasformazioni.

CAPITOLO 3 - LA PROVA NELLA CULTURA

Prove e passaggi Consideriamo dimostrata una significativa relazione tra la dimensione della prova intesa come capacità del soggetto di misurarsi con la realtà e il ruolo dell’educazione, che può esprimersi, sinteticamente, attraverso due declinazioni:

  • l'inevitabilità della prova: “provarsi” rappresenta situazioni ineliminabili dell’umano vivere;
  • l'educazione come dimora della prova: un processo educativo autentico che si proponga come mediazione ed integrazione con il reale, conferisce diritto di cittadinanza alla prova, soprattutto come teatro in cui la prova possa esibirsi ed esprimersi; occasione per preparare alla possibilità di dover affrontare ostacoli ed impedimenti di non immediata risoluzione, insegnando a gestirli.
  1. Prove e cultura: i riti di passaggio, un contributo storico Il contesto culturale rappresenta quell’orizzonte di significato attraverso cui l’azione del provarsi trova una sua più o meno esplicita valenza, e, a partire da essa, la prova assume particolari e riconosciute declinazioni. Van Gennep (1909) sottolinea quanto questi mutamenti individuali comportino “azioni e reazioni” anche all’interno della società. Il rito di passaggio per un verso regolarizza i passaggi progressivi di ogni suo membro, indicandone il percorso e sancendo delle tappe considerate come “naturali” e necessarie, ma nel medesimo tempo, colloca i mutamenti del singolo all'interno di un ordine stabilito, garantendo coesione, equilibrio e continuità al gruppo. Con la nozione di rito di passaggio Van Genne intende i n primis la relazione tra il sacro e profano che ci consente di comprendere pienamente il valore del rituale che scandisce i vari passaggi/trasformazioni dell’uomo: nelle “culture semicivilizzate”, come le definisce Van Gennep, tutto il cosmo rappresenta una ierofania, ovvero il mostrarsi di qualcosa di sacro. Gran parte delle realtà del mondo naturale, o del “mondo profano”, è manifestazione di qualcos’altro: in queste culture assistiamo, per tanto, ad un netto predominio del sacro sul profano. [il sacro] nelle società a noi note, ingloba pressappoco tutto: nascere, partorire, cacciare, ecc... Il rito, in questo senso, assume il carattere di cerimonia: ogni passaggio rappresenta un movimento all’interno di questa sfera, per questo è sancito e riconosciuto per mezzo della ritualità; la centralità del rito, inoltre, come sottolinea Van Gennep, rappresenta per le scritture “sacre” quell’interdipendenza tra uomo- società e natura: come la natura, infatti, è soggetta a ritmi e a momenti di passaggio, allo stesso modo anche il singolo e la società vanno incontro a periodiche e continue trasformazioni. L’ uomo moderno si potrebbe dire essere caratterizzata dall’esatto opposto: essa è considerata come generalmente profana perché strettamente connessa alla realtà fenomenica: il sacro è sostanzialmente relegato alla dimensione privata, oppure circoscritto ad una comunità di fedeli. La società moderna è strettamente connessa a variazioni di natura economica e/o intellettuale, che non attengono primariamente alla sfera del sacro. In termini generali, dunque, i riti di passaggio, in queste situazioni, garantiscono un riconoscimento sociale condiviso e sancito dall’esibizione, poiché spesso espressi in forme pubbliche, del rito stesso. Vivere socialmente significa, andare incontro a trasformazioni che assumono la forma del rituale esplicito in modo particolare in quelle società in cui predomina l'elemento scaro: in queste strutture, l’individuo va incontro in primis a riti di separazione , ovvero a situazioni che agevolano il

soggettive ed individuali , la proposta d'intervento verterà principalmente a partire dal vertice psicologico e terapeutico allo scopo di neutralizzare e/o gestire le sensazioni negative che scaturiscono dalla situazione personale. Ci preme evidenziare quanto i tratti del disagio avvertito dalle giovani generazioni abbia una natura che solo secondariamente è di matrice psicologica, ma che, in prima battuta investe le dinamiche culturali e i fondamenti del contesto storico-sociale della post modernità. La generazione in sospeso rappresenta un prodotto emblematico della realtà postmoderna e del capitalismo maturo, indicatore di un malessere diffuso ed espressione fenomenica di una tendenza tipica della modernità. Elder, con il principio del tempo e del luogo della storia sottolinea la relazione determinante tra qualunque percorso di sviluppo e il contesto storico in cui questo si verifica. Ed è proprio su questi aspetti che deve concentrarsi la riflessione pedagogica contemporanea: in questa situazione critica si realizzano e si materializzano anche le cosiddette crisi individuali. L’orizzonte pedagogico è chiamato a doversi cimentare misurandosi con la capacità di saper attribuire un significato condiviso alle prove, siano esse di natura culturale o personale.

  1. Le ragioni del disagio Il disagio individuale esiste. In particolare, sono coinvolte le giovani generazioni che, sembrano essere le prime avanguardie a cedere dinnanzi a quel diffuso senso di precarietà ed incertezza che ani ma la post-modernità. La condizione di liminarità pare essere assunta non tanto come una situazione momentanea, ma come cifra stabile della contemporaneità. Tra i vari aspetti che qualificano la “crisi” strutturale della cultura contemporanea, ci pare importante porre la nostra attenzione su alcune costruzioni fondamentali che risultano essere implicate in maniera decisiva anche nella formulazione di una proporla pedagogica. Le trasformazioni nella percezione della temporalità Agostino, proseguendo nella sua analisi localizzava nell’animo umano la centralità dell’esperienza della temporalità , che si andava a costruire a partire dal presente. Il tempo consentiva all'animo umano, pur restando nel presente, di potersi proiettare al di fuori: nel passato, facendosi memoria, e nel futuro, diventando attesa e promessa. Questa costruzione della temporalità nel post-moderno è entrata in crisi nella sua percezione diffusa; l’umanità ha sempre cercato di interpretare attraverso diverse modalità l’esperienza del tempo. Sostenere che con la contemporaneità assistiamo alla messa in discussione della percezione della temporaneità, significa conferire una relazione diversa, dell’essere umano con l'esistenza: all’indomani dell’annuncio della morte di Dio , la concezione lineare della temporalità, vacilla e con essa tutti i riferimenti che potevano funzionare da catalizzatori di significato. a) Il passato La capacità delle generazioni di interpretare e, superare le contraddizioni dei padri caratterizzava la missione delle giovani generazioni. La grande rivoluzione informatica e tecnologica in atto ha contribuito a costituire un rapporto con il passato ancor più complesso: la comparsa di prodotti tecnologici sempre più avanzati e lanciati sul mercato a pochissimi intervalli di tempo trasformano

in “vecchio" anche ciò che fino a poco prima poteva essere considerato un modello all’avanguardia. La continuità storica, resta sullo sfondo, ma spesso è disarcionata dalla logica dell’immediatezza. In questa prospettiva, tutto ciò che è novità, per il semplice fatto di venir dopo rispetto al passato, è certamente migliore. Ma rinunciare al passato significa percepire una profonda solitudine. Un venir meno che certamente, in termini educativi, alimenta quel senso di sospensione da cui sono investitele giovani generazioni attuali. b) Il futuro Il futuro cambia segno da un significato profondamente ottimistico ad una vera e propria contrazione: da promessa e attesa verso qualcosa di migliore, esso, si trasforma in minaccia. Una delle scommesse più radicali su cui si è costruita la modernità è proprio quella costituita dalla sfida attorno alla gestione e al monopolio del futuro in termini di sicurezza: rendere prevedibile ogni imprevedibilità e, di conseguenza, poterla dominare. La post-modernità fa ammissione della propria esasperata impotenza e quindi della sua estrema preoccupazione. Nelle situazioni in cui il controllo della sicurezza è stato delegato con smisurata fiducia esclusivamente alla ragione strumentale della tecnica, la sensazione percepita riguardo al futuro consiste nel sentirsi perennemente in balia di qualcosa che non si può controllare, poiché incapaci di neutra lizzare le fonti reali di un’insicurezza strutturale;. c) II presente Stretto nella morsa del repentino trasformarsi in passato e dall'incombere di un futuro minaccioso, il presente letteralmente schizza oltre la dinamica temporal e e viene a costruire un’esperienza duratura e dilatata, senza però poter abbandonarne né il carattere dell’immediatezza, senza quella incapacità di proiettarsi oltre, al di fuori. Afferma James che tra l’erosione continua ad opera del passato che si consuma e l’incombere della minaccia che al tende nel futuro, esso rischia di trasformarsi nel tempo accelerato della continua emergenza, oppure della sospensione che attarda e dilata le trasformazioni. In questo modo, la percezione del presente nel post-moderno è intrisa dalla sensazione di non avere tempo a sufficienza: non c’è tempo, bisogna agire, quasi d’impulso, di getto e il più delle volte il pensiero, assume il carattere del ri-pensamento, ovvéro come forma di riflessione retrospettiva, postuma alla decisione presa o all’azione compiuta. Le trasformazioni del “senso di realtà Cos'è la realtà? Anche in questo caso, ci troviamo d’innanzi ad una questione aperta nell’orizzonte filosofico. Per comprendere l’odierna percezione del reale non è possibile prescindere dal ruolo assunto dalle reti telematiche; a questo punto, la domanda radicale è non tanto cosa sia realtà, quanto quale possa essere la sua rappresentazione nel post-moderno: quanto sono ancora reali il soggetto e la realtà stessa? a) Il simulacro e la scomparsa della realtà Tra le opinioni critiche in merito al rapporto “realtà-virtualità ", una delle più radicali è sicuramente sostenuta da Jean Baudrillard. Gran parte della sua produzione è incentrata nel

In questo scenario così complesso e frammentato, è ancora possibile parlare di “riti di passaggio” da una realtà ad un’altra. Sebbene la nozione ili 'rito di passaggio” non possa essere applicata al contesto contemporaneo, dal momento che ci troviamo in un contesto sociale sostanzialmente desacralizzato, tuttavia è possibile ammettere che possano esistere forme profane che non che tuttavia mantengono l’efficacia e la capacità di poter produrre un valore simbolico in chi li compie. Gli elementi di criticità per quanto riguarda la contemporaneità: si è notevolmente assottigliata la rinascita , ovvero la possibilità di trovare uno spazio nuovo, diverso dal precedente, per poter declinare ed integrare la trasformazione. Accanto a questo aspetto, si segnala l’ affievolirsi del ruolo della funzione adulta nell’ambito della costruzione di significati e nella proposta di una sua definizione. Risulta evidente quanto questi aspetti contribuiscono alla creazione di una zona grigia che consolida il prolungamento costante della sospensione , procrastinando l’acquisizione critica di modelli di adulto. Il soggetto in ogni trasformazione deve gestire un comune e naturale carico di spaesamento e di angoscia, che sorge dalla conflittualità tra l’andare (verso l'età adulta) e il restare (bambino). Nel momento in cui questa tensione non è accompagnata, addomesticata, umanizzata dai significati provenienti dal mondo culturale degli adulti, le prove a cui è sottoposto non scompaiono, soggetto non può che trovare in se stesso gli strumenti utili per affrontare le sfide che gli si pongono d’innanzi. Da un lato, la quasi totale scomparsa dei riti ili passaggio nelle attuali società occidentali, a cui fa seguito la percezione del proprio corpo come una proprietà privata dell’individuo, e non tanto, come lo spazio in cui il gruppo di riferimento “incideva” e rendeva visibile il passaggio, quanto piuttosto emblema di quel farsi da sé tipico dell’individualismo esasperato. In terzo luogo, nel corpo confluirebbero proprio quelle angosce e turbamenti che in ugni caso il soggetto avverte in ogni trasformazione; questi elementi, avrebbero determinato: Il moltiplicarsi di prove personali che i giovani si infliggono per essere all’altezza. La fabbricazione del sé, nelle società occidentali, impone ad alcuni un duro scontro con il mondo. È il caso ad esempio dei comportamenti a rischio delle nuove generazioni. I riti di passaggio, dunque, lasciano spazio, per mancanza di significati simbolici condivisi ai riti personali e intimi, che trovano proprio nel corpo il luogo della loro esposizione. Un esempio è determinato dal tatuaggio: una traccia, quasi indelebile, in cui anche la memoria del dolore patito costituisce una prova che conferma la “sacralità” della personale incisione. L’affermarsi di una diffusione esponenziale di patologie di carattere depressivo e, in generale, dei "disturbi dell’umore” può anche essere esempio di una tendenza tipica della post-modernità: la patologizzazione di ogni vissuto di incertezza e precarietà. CAPITOLO 4 - QUANDO LE PROVE SI FANNO DIFFICILI Fino a che punto le prove possono costituire uno stimolo alla crescita personale, intendendole come occasioni di turning points con cui si misura l’adulto? Il modello proposto da Kloep e Hendry evidenzia quanto un atteggiamento eccessivamente semplicistico e riduttivo del rapporto “rova-sviluppo possa essere fuorviaste. Gli autori si soffermano sui concetti di stagnazione e deterioramento, quali situazioni nelle quali le prove possono rivestire una funzione negativa , tutt’altro che favorevoli e funzionali ad un nuovo adattamento. Esiste una dimensione problematica strettamente connessa alla messa in prova: un

problema di misura (soglia, limite), nella misura (dal momento che abbiamo definito la prova come “misura del proprio stare al mondo”). Fino a che punto spingersi nell'insegnare ad affrontare le prove? Oppure, viceversa, può essere davvero deleterio evitare ogni minimo margine di frustrazione?

  1. Prova come Spaesamento: Heidegger e Freud Esistono prove che mettono in forte dubbio la stabilità personale: transizioni complesse che in generale possono riguardare la percezione del proprio stare al mondo permeata dalle convinzioni e dalle credenze che si registrano in una particolare epoca. Queste sono occasioni in cui si sperimenta la personale fragilità e debolezza. La prova in questi casi rende l’essere umano spaesato a causa della perdita delle proprie certezze. La parola spaesamento rappresenta la traduzione più prossima del termine tedesco Unheimlich : essa rende maggiormente conto del suo significato evocativo ed etimologico; questa traduzione avvicina la nozione di Heim (casa), all’idea di un “paese” in cui ci si muove con una certa sicurezza, così come, disinvolti, ci si sente a proprio agio m casa propria. Freud (1919) interpretata lo spaesamento come un tratto soggettivo ed individuale che sconfina nel patologico, così come nella prospettiva filosofica di Heidegger esso è assimilabile ad un tratto costitutivo dell’esistenza umana Intendiamo lo spaesamento come luogo e occasione attraverso cui costruire uno spazio che invita all’ azione. Questo compito è esplicitato dal significato che unheimlich evoca: l’idea che ciò che spaesa non sia tanto qualcosa di esterno, ma è piuttosto come un elemento che abita la condizione umana stessa. a) Heidegger: l’Esserci come spaesamento e angoscia Heidegger si propone, di costruire un’ontologia fondamentale, uno studio sul l’essere in quanto tale, ma fornire una definizione dell’essere risulta un’operazione impraticabile. Se dunque non è possibile costruire una definizione del l’Essere, è possibile interrogarsi sul senso dell’Essere ; ciò significa interrogarsi sull’esistenza umana. Quella che doveva essere un’ontologia fondamentale si trasforma in una analitica dell’esistenza: uno studio, cioè, sull’essere nel mondo. Heidegger afferma che nell’angoscia ci si sente «spaesati». Ma sentirsi spaesato, nel contempo, si- gnifica non-sentirsi-a-casa-propria. Tra angoscia e spaesamento, quindi, intercorre una relazione stretta: quando si prova angoscia ci si sente spaesati , ovvero non ci si sente disinvolti. L’angoscia, andrebbe a riprendere l’Esserci, richiamandolo e lasciando emergere ciò che Heidegger definisce la struttura ontologica essenziale più propria dell’Esserci , ovvero la deizione. Il fenomeno della deizione rivela una struttura ontologica essenziale dell’Esserci stesso. L’angoscia avvertita nello spaesamento smaschera il nascondimento operato dalla tranquillizzante sicurezza di sé che investe la “quotidianità media”, ovvero quel considerare il sentimento del sentirsi-a-casa-propria come il più naturale per la condizione umana. L’angoscia che si sperimenta allorché ci si sente spaesati rivela quanto i sentimenti di essere al riparo e al sicuro potendo contare sulla propria dimora, siano in realtà il prodotto di un effetto anestetico e tranquillizzante circa la condizione umana. La coppia spaesamento-angoscia mostra non tanto uno stare al mondo che si declina in termini di tranquillità e sicurezza, ma una